LA STORIA DI NAPOLI RACCONTATA DAI CANTI POPOLARI: “In galera lì panettieri”

I napoletani hanno da sempre cantato in ogni situazione, e non solo per raccontare l’amore, la bellezza, il dolore, la gioia, ma anche per vantare la merce che vendevano, per esprimere la loro devozione alla Madonna, per comunicare con i carcerati, e per commentare eventi storici, motteggiare un personaggio, rivendicare, protestare…

Ripercorrendo rapidamente la storia di Napoli, ci si accorge che dal XII secolo in poi, i canti scandiscono le epoche. E non è detto che, prima del suddetto periodo, non si sia cantato a Napoli: è solo che gli archivi prima di allora rimangono muti.

Il più antico canto del genere è indubbiamente quello delle “Lavandaie del Vomero” che, intonando Tu m’aje prummise quatte muccatora / oje muccatora, oje muccatora!, reclamano al regnante di turno le terre promesse (muccaturo, sta per fazzoletto, fazzoletto di terra). Il canto risale al XII-XIII secolo e si cantava ancora nel secolo XV, tant’è che molti scrivono che fosse diretto ad Alfonso d’Aragona. Agli inizi del ‘400, si commentava nelle strade l’assassinio di Gianni Caracciolo, il troppo potente amante della regina Giovanna II. Nel periodo vicereale, nonostante i divieti, le vie e viuzze echeggiavano di meravigliose villanelle ma anche di ritornelli satirici sulle avventure di Palazzo. E’ alla fine del ‘500 che risale “In galera li panettieri”, rielaborata da Roberto De Simone. Nacque a causa di una famosa serrata dei panettieri come risposta al mancato aumento del prezzo del pane da ‎ parte del Viceré, che si era opposto per paura di tumulti popolari:

In galera li panettieri
mò ca s’erano arreccuti
tutti s’erano resoluti
deventare cavalieri
in galera li panettieri
Deventare cavalieri In galera li panettieri. Mò ca s’erano ingranduti

Nun vedevano li paput Ca turnavano comm”a ieri In galera li panettieri. Se credevano già baroni D’affamà la pupulazione Nun se devano penzieri In galera li panettieri. Oh che spasso che bellu sfizio Quanno venne la giustizia Ca diceva: “mò che ne spieri” Pave hoggi chello d’ajeri

In galera li panettieri.

Napoli ha una storia ricca di sommosse popolari, legate all’ingiusta distribuzione delle ricchezze e quindi alla miseria di una gran parte degli abitanti. La canzone (una Villanella) “In galera lì panettieri” risale addirittura al 1577, quando durante una carestia la folla si scagliò contro i fornai, accusandoli di speculare sul prezzo del pane. I panettieri vengono accusati di essersi voluti arricchire alle spalle della popolazione: si credevano già importanti come de nobili (“cavalieri” e “baroni”) quando, con grande soddisfazione dei poveri affamati, vennero arrestati.

Ma la descrizione di questa quasi ‎‎“rivolta del pane”, una delle tante accadute in Italia, dall’assalto ai forni milanesi del 1628, ‎descritto dal Manzoni ne “I promessi sposi”, alla “Strage del pane” a Palermo nel 1944, potrebbe ‎anche tranquillamente riferirsi proprio alla rivoluzione dei lazzari napoletani guidati da Masaniello ‎contro le gabelle spagnole e le imposte sui beni di prima necessità…‎

Alla fine del 500, in pieno vicereame spagnolo, l’amministrazione del potere in città era affidata agli eletti dei seggi nobili (con sei rappresentanti) e a quello del seggio popolare (un solo eletto). Il rapporto, dunque, era di cinque voti a uno, decisamente sbilanciato a favore dei nobili, che delle istanze popolari se ne fregavano allegramente. Nel 1585 la sciagurata decisione del viceré, il duca di Ossuna, di esportare il grano napoletano in Spagna, con il conseguente aumento del prezzo del pane, provocò una drammatica carestia che sfociò in una violenta insurrezione, la quale ebbe il suo culmine il 9 maggio con il linciaggio dell’Eletto del popolo, Giovanni Vincenzo Starace. Che in quell’occasione indossò i panni del perfetto caprio espiatorio.
Il poveretto, al termine di un’assemblea imposta da una moltitudine tumulante, fu giudicato colpevole per aver dato il suo assenso, con gli altri eletti della città, all’esportazione di grano. Ma sarebbe meglio dire per non essere riuscito a evitarla. Né riuscì ad evitare la «beffa del pane». Gli eletti dei seggi nobili, infatti, avevano decretato la riduzione del peso del pane (da 28 a 24 once) lasciando tuttavia inalterato il prezzo: 4 grane. A difesa di Starace bisogna dire che in quei giorni era bloccato a letto da una malattia debilitante. A ogni modo, pur malato e privo di forze, l’Eletto provò a mediare, ma non fece in tempo a far valere le sue ragioni. E pagò con la vita i suoi errori.
Un luogo, più di altri, ci riporta a quegli anni, a quel clima, a quell’insurrezione che precedette di sessant’anni la rivolta di Masaniello. Quel luogo è Sant’Agostino alla Zecca, dove si tenevano le adunate popolari e dove aveva sede il Seggio del Popolo. Qui l’Eletto Starace, che aveva cercato (senza riuscirci) di rimediare alla scellerata decisione del viceré, fu trascinato dalla folla inferocita e accusato pubblicamente di non aver tutelato gli interessi del popolo. Tra insulti, sputi e bestemmie, il capro espiatorio fu condotto alla gogna. Per sottrarsi al linciaggio cercò di nascondersi in una cappella della chiesa, ma fu raggiunto dai manifestanti più scalmanati, ferito con una stoccata al petto e rinchiuso, ancora vivo, in una tomba della cappella. Poi, agonizzante, fu tirato fuori dal sepolcro, portato di peso, ormai morente, in piazza della Sellaria (oggi Piazzetta Archivio di Stato, all’epoca uno dei quartieri più popolari della città) e finito a colpi di pietra. Infine fu squartato, mutilato del cuore, delle budella e definitivamente smembrato. I resti vennero sparsi per le vie della città. E tanti saluti al rappresentante del popolo.
L’uccisione di Starace fu carica di macabri rituali simbolici: «strascinamento», mutilazione ed evirazione del cadavere, ostentate minacce di cannibalismo, antropofagia, vendita della carne «cristiana» (vedi Rosario Villari, Un sogno di libertà). Il sangue di Starace chiamò altro sangue. Contro i panettieri, accusati più o meno subdolamente dalle autorità di speculare sulla carenza di grano, si scatenò la vendetta della plebe.

La rivolta del pane mostrò una notevole capacità di mobilitazione degli strati subalterni della popolazione. Il duca d’Ossuna stroncò l’insurrezione alla maniera sua (e della Corona di Spagna): con un bagno di sangue. Da un lato si rimangiò le disposizioni sul pane: anzi, fece importare farina. Dall’altro, per vendicare l’Eletto del Popolo, organizzò una delle più terribili cacce all’uomo della storia del vicereame. Le vittime furono decapitate e i loro corpi dilaniati come quello del povero Starace. Mani e teste mozzate, a futura memoria, furono appese in una gabbia di ferro alla Sellaria, dove abitava l’Eletto. Il duca d’Ossuna, un viceré megalomane e sanguinario, sarebbe passato alla storia per aver completato il restauro del famoso acquedotto della Bolla. Tolse il pane ai napoletani, ma non gli fece mancare loro l’acqua. Un anno dopo il massacro, fu sostituito dal conte di Miranda Juan de Zunica.
Il martirio dell’Eletto Starace è ricordato oggi da una strada che porta il suo nome: via Eletto Starace, appunto. È la traversa che dal numero 128 del corso Umberto conduce, dopo una breve rampa di scale, in via Ferri Vecchi e in via Lucrezia d’Alagno, nei pressi della fontana della Sellaria. È la strada attraverso la quale l’uomo del popolo fu condotto al martirio. Piazza della Sellaria e Sant’Agostino alla Zecca erano a quei tempi tra le zone più popolari dela città. La Sellaria, oggi piazzetta Archivio di Stato, è stata fino alla metà del 400 sede del Seggio del Popolo. Quando il Seggio fu abbattuto la sede fu trasferita proprio a Sant’Agostino alla Zecca.
La chiesa di Sant’Agostino alla Zecca, teatro del supplizio dell’Eletto Starace, fu chiamata così perché, nel 1681, vi fu edificato accanto l’edificio della Zecca. In tempi remoti in questa zona della vecchia Napoli, fuori porta Forcellese, era stato eretto un cenobio di suore benedettine. Carlo I d’Angiò, che ampliò la città portandone le mura fino a piazza Mercato, aveva talmente a cuore il benessere delle nobildonne napoletane in ritiro nel vecchio cenobio da far ampliare il convento, dotandolo di ricche rendite.
A Napoli c’è un vicoletto che, più di altri, ricorda l’antica e nobile categoria dei panettieri. Si snoda parallelamente a via Duomo, inerpicandosi da via San Biagio dei Librai a piazza Girolamini. È il «vico nero» che «non finisce mai» e che ispirò il celebre brano Carmela, frutto del sodalizio tra due geni, il poeta Salvatore Palomba e il maestro Sergio Bruni. Vico Panettieri è chiamato così fin dal XIV secolo per la presenza, nelle vicinanze, di numerosi forni pubblici. Vi sorgeva il Conservatorio dei poveri di Gesù Cristo, poi divenuto seminario arcivescovile. Attualmente ospita le suore di Madre Teresa di Calcutta, che da anni mettono a disposizione i locali dell’antico convento, a due passi dalla chiesa dei Girolamini, per accogliere chi non riesce a garantirsi neanche un pasto al giorno.

Giovan Vincenzo Starace era un ricco figlio di commerciante di drappi e seta, forse nativo di Piano di Sorrento, che nel 1576, fu nominato, grazie alle sue fortune personali, “eletto del Popolo napoletano” governandolo per due anni; rieletto poi nel 1583, per la sua insaziabile ambizione e dall’ansia di nobilitazione, cominciò a firmarsi come “Storace” per mascherare le sue origini “borghesi”. Altezzoso e tronfio, passò alla storia non per essere riuscito a nobilitare la sua “casata” facendo sposare il figlio Marzio con la nobile Diana d’Afflitto tant’è che il nome dei loro discendenti divenne, appunto, Storace d’Afflitto, ma per la drammatica rivolta popolare del maggio del 1585 causata dalla penuria di grano a Napoli a seguito della spedizione in Spagna da parte del Vicerè Pedro Girón duca d’Osuna, su richiesta del Re Filippo II, di 400.000 tomoli di grano che avrebbe dovuto porre fine ad una terribile carestia che stava mettendo in ginocchio l’intera Spagna. Per fronteggiare il problema che questa infausta decisione creò a Napoli, in una riunione del Parlamento dei Sedili i cinque Deputati dei Seggi nobiliari proposero di diminuire il peso di vendita del pane, con aumento del prezzo. Due delegati del Popolo, in sostituzione di Starace assente per malattia, si opposero a questa assurda proposta e la decisione pertanto fu rinviata. Incominciò a serpeggiare in Città, una protesta nei confronti di Starace, ritenuto, ingiustamente, fautore della proposta, solo perché “uomo di molto ricapito, ricco, buon parlatore, bianco e pieno di carne”. Per arginare queste calunnie, Starace convocò per il giorno seguente un’assemblea del Popolo, invitando i rappresentanti ufficiali: 29 capitani del popolo e 10 consultori, oltre altri due delegati per ogni ottina (quartiere). Nel frattempo si diffuse la voce in Città che non c’era più pane ed a questa assemblea si presentarono migliaia di popolani del ceto “basso” inferociti che iniziarono ad insultare ed a cercare di aggredire fisicamente Starace che, invano, cercò di calmare la folla giurando che non aveva mai detto di voler aumentare il prezzo del pane, né di volerne diminuire il peso per mandare il grano in Spagna! Sciolse pertanto l’assemblea e propose di recarsi in delegazione, il giorno dopo, dal Vicerè per manifestargli la volontà popolare. Forse perchè il luogo era più vicino al Palazzo Vicereale, fu scelto di riunirsi a Santa Maria La Nova; era il 9 maggio ma la moltitudine che si presentò era impressionante! Starace era arrivato su una sedia (perché sofferente di gotta), portata a mo’ di portantina da due uomini. Questa scena indispettì ulteriormente la folla che incominciò ad urlare che il Parlamento dove il Popolo era uso riunirsi era a Sant’Agostino alla Zecca e non un altro! Starace rispose che non si stava facendo “Parlamento” ma la folla allora lo sollevò di peso sulla sedia, portandolo a S. Agostino «sospeso con le spalle voltate, senza baretta» ed Il trasportarlo così, di spalle, rispetto alla direzione di marcia e senza berretto, simboleggiava dispregio e negazione dell’autorità. Il corteo si gonfiava sempre di più di esagitati che, al grido di Serra! Serra! insultavano l’Eletto e gli lanciavano sul viso ogni genere di sporcizia. Giunti a Sant’Agostino, Starace tentò di mettersi al sicuro in una cappella ma fu raggiunto alla fronte da un mattone; si buttò allora in una sepoltura ma fu tirato fuori a viva forza. Due gendarmi accorsi per aiutarlo, furono scacciati con minacce ed armi improvvisate. A Starace fu messo un cappio al collo e trascinato a faccia per terra per le vie della Città, venne smembrato e fatto a pezzi mentre il tumulto della prima ora ormai era diventata una vera e propria rivolta che infiammò tutta la Città. La folla con il cadavere smembrato dell’Eletto Starace giunse a Palazzo e dopo due giri intorno al Palazzo, gli tagliarono, infine, la testa buttandola ai piedi del Vicerè gridando : “ecco il malgoverno”! il duca d’Osuna, rispose: “Viva il Re” ma il popolo reclamò il pane!”. La rivolta si era ormai diffusa in tutta la Città.

Alcuni popolani saccheggiarono la casa di Starace fino a sera. La rivolta continuò per settimane e cominciarono a vedersi cartelli che incitavano a sollevarsi in armi per il giorno di San Giovanni. La protesta infine si placò grazie anche all’intercessione di un sacerdote teatino, Lancillotto Avellino (conosciuto poi come Sant’Andrea Avellino) che organizzò una solenne processione penitenziale che durò tutta una notte, passando per tutte le chiese cittadine, compresa la Cattedrale, dopo aver distribuito ai poveri, il poco pane che c’era nel convento. Ma Il regime, spaventato per possibili nuove ribellioni, mentre nelle Fiandre un’analoga rivolta già aveva messo in crisi il Governo vicereale, reagì nella maniera più dura; oltre ottocento processi; esecuzioni capitali di massa, centinaia di torturati e condannati alle galere o all’esilio; la casa del principale capo della rivolta, il capitano del Popolo, Giovan Leonardo Pisano che era riuscito a fuggire, fu rasa al suolo ed i ruderi furono cosparsi di sale! Fu innalzato, al suo posto, un macabro monumento con delle nicchie dove vennero esposte, per diversi mesi, 24 teste mozzate di altrettanti condannati per ribellione.
Di quel tragico monumento, ci resta una stampa coeva ed a memoria della estrema crudeltà umana, una targa in una piccola via, intitolata ad un Eletto che il suo stesso popolo elettore odiò fino alla morte. Pochi, passando per quella strada, conoscono questa storia vera e non sanno cosa possa significare la denominazione “Eletto Starace”.

NEL REGNO DELLA MAFIA

Pietrò Calà Ulloa, nel 1838, all’epoca Procuratore del Re a Trapani, scrisse a proposito della mafia, già presente allora in Sicilia, al Ministro di Grazia e Giustizia di Napoli: “…Vi ha in molti paesi delle unioni o fratellanze, specie di sette, che dicono partiti, senza colore o scopo politico, senza riunione, senza altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là un arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni ora di far esonerare un funzionario, ora di difenderlo, ora di proteggere un imputato, ora d’incolpare un innocente. Sono tante specie di piccoli Governi nel Governo. La mancanza della forza pubblica ha fatto moltiplicare il numero dei reati! Il popolò è venuto a tacita convenzione coi rei. Così come accadono i furti escono, i mediatori ad offrire transazione pel ricuperamento degli oggetti involati. Il numero di tali accordi è infinito. Molti possidenti perciò han creduto meglio divenire oppressori che oppressi, e s’inscrivon nei partiti…”. Insomma, la mafia c’era già allora, ma come sottolinea Pietro Calà Ulloa era “senza colore o scopo politico”. Essa nacque e fu mantenuta dalla generale diffidenza contro il governo; dalla sua impotenza e dal malvolere nel rendere giustizia, dalla coscienza profonda che l’esperienza aveva dato agli uomini che la giustizia bisognava farsela da sé e non sperarla dai poteri pubblici”. La mafia come reazione a uno Stato che non garantiva giustizia ai cittadini, i quali la giustizia la cercavano in altri modi: o facendosi giustizia da sé, o rivolgendosi alle persone che in lingua siciliana si definiscono ‘ntise’, ovvero persone che godono del rispetto generale, in parte perché si sostituiscono alla giustizia in parte perché sono delinquenti che godono di grande fama, anche fama di imprendibili, sia perché sono abili, sia perché sono protetti dallo stesso Stato. Questo malinteso senso della giustizia viene illustrato in modo molto chiaro dallo storico Salvatore Francesco Romano nel volume Storia della mafia. “… la voce mafia non si trovi registrata nella prima edizione (1838) del Dizionario siciliano – italiano del Mortillaro giudica che la parola e la cosa siano di data recente; e con compiacenza rileva che nella 3^ edizione (1876) a p. 648 venga registrata della parola mafia la seguente spiegazione: Voce piemontese introdotta nel resto d’Italia ch’equivale a camorra. Il Bennici alla sua volta fa derivare camorrista dai Gamos che furono i grandi proprietari di terra nell’antica Siracusa”.

Tutto cambia con la cosiddetta unificazione italiana. “Se nel 1861 l’Italia non fosse stata unificata sotto i Savoia, la mafia non si sarebbe probabilmente sviluppata, almeno non per come la conosciamo noi. Il motivo? Non si sarebbe verificata quella graduale marginalizzazione del Sud Italia (trasformato in realtà periferica dalle politiche piemontesi), che lasciò ai mafiosi un’ampia libertà di azione. Prima dell’unificazione, infatti, la mafia era un’accozzaglia di criminali che agivano per conto di baroni e ricchi possidenti locali. Poi, con lo sbarco dei mille in Sicilia, molti mafiosi ingrossarono le file delle Camicie rosse facendo da scorta a quest’ultimo. Il passo successivo della mafia fu quello di penetrare nelle pieghe dello Stato, sfruttando il vuoto di potere seguito alla cacciata dei Borbone dalle terre del Sud. Già dal 1861 parecchi mafiosi si infiltrarono nei governi cittadini e non solo, finché il fenomeno assunse dimensioni tali da porsi quale alternativa alle stesse istituzioni nazionali”. Con il Borbone la mafia era contro lo Stato e fuori dallo Stato; con l’avvento della vera o presunta unificazione italiana la mafia entra nelle pieghe del nascente Stato, con sfumature che cambiano a seconda del momento storico.

Probabilmente di ciò si rese conto anche Napoleone Colajanni, ex garibaldino siciliano e deputato parlamentare tanto da scrivere il primo libro sulla Mafia: “Nel Regno della Mafia” del 1900. Il Colajanni aveva ben capito che lo stato “dialogava” con la mafia già prima dell’Unità d’Italia e denunciò le connivenze tra mafia, politica ed autorità statali in relazione al clamoroso omicidio del marchese Emanuele Notarbartolo (1893). Il 1º febbraio 1893, durante il tragitto in treno tra Termini Imerese e Trabia, fu ucciso con 27 colpi di pugnale da Matteo Filippello e Giuseppe Fontana, entrambi mafiosi di Villabate, e il suo cadavere gettato giù dalla carrozza all’altezza del ponte Curreri, in agro di Trabia. “Dal processo (Notarbartolo) contro due ferrovieri, che man mano si trasforma in un processo contro una forza poderosa e misteriosa, risulta che c’è una grande accusata: la magistratura!”

Le prime indagini portarono a sospettare della complicità di due ferrovieri e di un boss della cosca mafiosa di Villabate, Giuseppe Fontana, ma al termine della prima istruttoria furono rinviati a giudizio solo i due ferrovieri presenti sulla carrozza al momento dell’uccisione e quindi ritenuti correi degli assassini.

Nel 1899 si aprì quindi il primo processo che, per legittima suspicione, si celebrò a Milano. Durante lo svolgimento delle prime udienze nella città lombarda, Leopoldo Notarbartolo, il figlio della vittima, accusò pubblicamente in aula l’onorevole Raffaele Palizzolo di aver ordinato l’omicidio del padre. Subito, la Camera dei deputati, su pressione del Presidente del Consiglio Luigi Pelloux, concesse all’unanimità l’autorizzazione a procedere contro Raffaele Palizzolo, che venne dunque arrestato dal questore di Palermo Ermanno Sangiorgi insieme a Giuseppe Fontana, che stava trascorrendo la latitanza presso le tenute agricole del principe Pietro Mirto Seggio, dove svolgeva la mansione di campiere. Nel 1900 il secondo processo si aprì presso la Corte d’Assise di Bologna e furono chiamati a deporre ben 503 testimoni e tra di essi figuravano ex ministri, deputati, senatori, prefetti, questori e funzionari di Pubblica sicurezza. Le udienze vennero seguite con attenzione dai corrispondenti delle principali testate nazionali e colpirono profondamente l’opinione pubblica: per la prima volta si parlava apertamente di delitto di mafia, delle sue implicazioni politiche e dei tentativi di depistare le indagini, circostanze che furono pubblicamente denunciate dai deputati Napoleone Colajanni e Giuseppe de Felice Giuffrida. Nel luglio 1902 Palazzolo e Fontana vennero giudicati colpevoli e condannati a 30 anni di reclusione, ma la Cassazione annullò la sentenza di Bologna per vizi di forma. Lo scandalo assunse proporzioni tali che si costituì addirittura un “Comitato Pro-Sicilia”, cui aderirono intellettuali quali Giuseppe Pitrè e Federico De Roberto, il quale mirava a difendere l’isola offesa dalle accuse lanciate nel processo, negando addirittura l’esistenza della mafia, ritenuta un’invenzione dei settentrionali per diffamare la Sicilia. Nel nuovo processo che si tenne a Firenze venne convocato un solo importante testimone nuovo, Matteo Filippello, un sicario di mafia il quale si era deciso a confessare il delitto e ad accusare l’ex compagno Fontana e il mandante Palizzolo ma venne trovato impiccato prima di testimoniare, ufficialmente “suicida”. Perciò nel luglio 1904 Palizzolo e Fontana vennero assolti dalla Corte d’Assise di Firenze per insufficienza di prove.

“La Mafia, quindi rese i più grandi servizi alla causa della rivoluzione contro i Borbone; e in questo addentellato politico sta una delle cause del rispetto e della devozione della medesima verso l’aristocrazia, che in massa era avversa ai Borbone. I più noti mafiosi furono i più valorosi combattenti nelle cosiddette squadre nel 1848; gli stessi Mafiosi si batterono prodemente nel 1860 tra i picciotti di Garibaldi alle porte di Palermo e dentro Palermo. Quando trionfa la leggendaria spedizione dei Mille di Marsala, nel momento in cui una nuova vita doveva cominciare per la Sicilia, la mafia, specie nella provincia di Palermo, si trovò circondata dall’aureola del patriottismo e col battesimo del sangue versato in difesa della libertà.

“Sotto l’aspetto amministrativo la mezza libertà dei cittadini e la mezza autonomia degli enti locali sotto i Sabaudi segnarono un vero peggioramento sulle precedenti condizioni sotto i Borbone. Municipi e provincie servirono a gravare enormemente le imposte, a ripartirle per fini individuali, senza unità collettiva, a scopo di nepotismo e di favoritismo, per preparare candidature politiche”.

Colajanni scrive che Alongi, funzionario di P.S. nel 1893 afferma: “Il 90% dei Comuni in Sicilia era amministrato con criteri e forme tali che fanno desiderare il tipo dell’antico governo paterno perché allora si aveva il diritto d’inchiodare sulla gogna i tirannelli locali, il conforto e la speranza di un avvenire migliore e, di tanto in tanto l’intervento violento, ma pure sempre riparatore, del governo centrale”. Il giudice Rocco Chinnici, che conosceva bene storia e mondo della mafia, partiva da un assunto: “Prima di occuparci della mafia del periodo che va dall’unificazione del Regno d’Italia alla prima guerra mondiale e all’avvento del fascismo, dobbiamo brevemente, ma necessariamente premettere che essa come associazione e con tale denominazione, prima dell’unificazione, non era mai esistita in Sicilia… La mafia… nasce e si sviluppa subito dopo l’unificazione del Regno d’Italia”. In realtà, pur avendo Chinnici un buona parte ragione, nel senso che la mafia presente nello Stato comincia proprio con la nascita dell’Italia, tra il 1860 e il 1861, ma come abbiamo ricordato c’è un aspetto della mafia, precedente alla vera o presunta unità d’Italia, che merita di essere approfondita.

Le ultime righe del libro di Napoleone Colajanni sono fulminanti: «Per combattere e distruggere il regno della mafia è necessario, è indispensabile che il governo italiano cessi di essere il re della mafia».

“PER COMBATTERE E DISTRURRE IL REGNO DELLA MAFIA È NECESSARIO, È INDISPENSABILE CHE IL GOVERNO ITALIANO CESSI DI ESSERE IL RE DELLA MAFIA” Napoleone ColaJanni

Uno dei primi saggi mai scritti sulla mafia. Uno sconvolgente documento per capire che nulla in centosessanta anni è cambiato!

Emanuele Notarbartolo di San Giovanni, banchiere e politico. È considerato la prima vittima eccellente di cosa nostra in Italia. Nel febbraio 1876 è nominato dal governo Minghetti direttore generale del Banco di Sicilia, cerca con la sua autorità di riorganizzare il sistema bancario siciliano, scosso dopo l’Unità d’Italia. Il Banco di Sicilia è sull’orlo del fallimento, e l’operato di Notarbartolo è orientato a evitare il collasso dell’economia siciliana. Crea una rete capillare di agenzie e opera una stretta sulle erogazioni di credito, da sempre effettuate senza garanzie e sulla base di principi clientelari, inimicandosi pertanto molti speculatori.
Il consiglio d’amministrazione del Banco è composto principalmente da politici, molti dei quali legati alla mafia locale. È affiancato in particolare dal parlamentare Raffaele Palizzolo, con il quale ha già avuto non pochi screzi a causa delle speculazioni avventate da lui messe in atto. C’è addirittura il sospetto che sia il mandante del sequestro messo in atto ai danni del marchese nel 1882 mentre si trova nei suoi possedimenti a Caccamo, per il quale Notarbartolo è costretto a pagare un riscatto di 50000 lire. Nel 1889 Notarbartolo provò a denunciare questa situazione in due lettere inviate al ministro dell’Agricoltura e del Commercio Luigi Miceli che però vennero trafugate dal tavolo del ministro e ricomparvero misteriosamente nelle mani di Palizzolo, il quale le mostrò agli altri consiglieri d’amministrazione.

Raffaele Palizzolo, fu nominato nel consiglio di amministrazione del Banco di Sicilia in contrasto con l’allora direttore generale, il marchese Emanuele Notarbartolo. Azionista della Navigazione Generale Italiana, fu implicato in speculazioni di borsa realizzate mediante denari del Banco.
Il giurista palermitano Gaetano Mosca così lo descrisse: «Era popolarissimo se la popolarità consiste nell’essere facilmente accessibile a persone di ogni classe, di ogni ceto, di ogni moralità. La sua casa era indistintamente aperta ai galantuomini e ai bricconi. Egli accoglieva tutti, prometteva a tutti, stringeva a tutti la mano, chiacchierava infaticabilmente con tutti; a tutti leggeva i suoi versi, narrava i successi oratori riportati alla Camera e, con abili allusioni, faceva capire quante e quali aderenze potentissime avesse».
Aveva rapporti con diversi mafiosi, fu incriminato come mandante dell’uccisione di Notarbartolo avvenuta il 1º febbraio 1893. Nel 1902 venne giudicato a Bologna colpevole e condannato a 30 anni di reclusione, ma la Cassazione annullò la sentenza e, nel nuovo processo che si tenne nel luglio 1904, fu assolto dalla Corte d’assise di Firenze per insufficienza di prove. Dopo l’assoluzione, al suo ritorno a Palermo, fu acclamato come un eroe, vittima di un complotto per diffamare la Sicilia. Scrisse addirittura un libro autobiografico intitolato Le mie prigioni e nel 1908 compì un viaggio a New York per raccogliere voti presso le comunità di emigranti siciliani ma non venne rieletto e terminò così la sua carriera politica.

QUANDO ERAVAMO ‘IGNORANTI’ MA AVEVAMO LE UNIVERSITA’

Nel Settecento, sotto l’impulso dei sovrani meridionali che ne incentivarono fattivamente lo sviluppo, si assistette alla rinascita culturale delle Due Sicilie; il rigoglioso fiorire di studi filosofici, giuridici e scientifici si fregiò di illustri personalità le cui opere furono tradotte in diverse lingue, solo per citarne alcuni ricordiamo: Giovanbattista Vico, considerato una delle più grandi menti di tutti i tempi, Gaetano Filangieri, la cui “Scienza della legislazione” era tenuta sulla sua scrivania da Napoleone Bonaparte che non esitò a dichiarare “Questo giovane è stato il maestro di tutti noi” ; Antonio Genovesi, Ferdinando Galiani, Giacomo Della Porta, Pietro Giannone, Mario Pagano.

Napoli era il centro di pensiero più vivace d’Italia e in Europa era seconda solo a Parigi per la diffusione delle idee dell’Illuminismo; lo splendore della Corte e della società napoletana era proverbiale ed erano poli di attrazione per le più importanti menti dell’epoca che spesso vi rimanevano a lungo; geni assoluti come Goethe riconobbero nelle classi elevate meridionali una preparazione non comune.

Ebbe a dire Stendhal: “Napoli è l’unica capitale d’Italia, tutte le altre grandi città sono delle Lione rafforzate“; era di gran lunga la più grande d’Italia e tra le prime quattro d’Europa, fu definita come: «la città più allegra del mondo, scintillante di carrozze, quasi non riesco a distinguerla da Broadway, la vera libertà consiste nell’essere liberi dagli affanni ed il popolo pare veramente aver concluso un armistizio con l’ansia e suoi derivati”.

Le Università del Regno, in un primo momento, furono tre: Napoli fondata da Federico II nel 1224, Palermo e Catania; invece, Messina era sede della Reale Accademia Carolina e dell’Accademia Peloritana di Scienze; successivamente, col Real Decreto del 29 luglio 1838, la Reale Accademia Carolina venne elevata al rango di Università. A Milano la prima università, il Politecnico, fu fondata solo nel 1863 ed il primo ingegnere si laureò nel 1870; al tempo della nascita dello Stato italiano, il numero degli studenti meridionali era maggiore di quello di tutte le università italiane messe assieme (9 mila su complessivi 16 mila).
Ogni Regia Università, con a capo un Rettore, aveva sei facoltà (Belle Lettere, Giurisprudenza, Medicina, Matematica e Fisica, Filosofia e Teologia) e alcuni “stabilimenti dipendenti” (biblioteche, musei, gabinetti, cliniche, etc.).
Con il Real Decreto del 14 gennaio 1817, nei territori “di qua del faro” vennero istituiti 5 “Reali Licei” a Napoli, Catanzaro, L’Aquila, Bari e Salerno, che resteranno invariati per i prossimi 30 anni; in ciascuna delle altre province, invece, vennero istituiti dodici “Reali Collegi”. In Sicilia, tra il 1815 ed il 1848 vengono istituite 3 scuole superiori: la Scuola Militare di Monreale (1823), l’Istituto Nautico di Trapani (1831) e il Regio Liceo di Trapani (1833), che solo dopo 5 anni verrà dotato di una biblioteca. Nell’isola, inoltre, c’erano le Accademie Maggiori di Messina, Siracusa e Trapani; le Accademie Minori di Acireale, Caltagirone, Nicosia e Piazza; i Collegi di Augusta, Bivona, Castrogiovanni (Enna), Corleone, Licata, Mazzara, Mazzarino, Mineo, Monreale, Monte S. Giuliano (Erice), Naro, Polizzi, Regalbuto, Rometta, Sciacca, Scicli, Termini e Vizzini.
Esistevano, inoltre, ubicati nella capitale, alcuni istituti di carattere par­ticolare, come la “Scuola dei sordomuti”, la Scuola di Bell e Lancaster” e lo “Stabilimento Veterinario”, ed altre istituzioni culturali pubbliche, concentrate, soprattutto, a Napoli e a Palermo e che contribuivano alla formazione ed all’educazione dei giovani: le Accademie, i Reali Istituti di Incoraggiamento con le connesse Società economiche, le Biblioteche, i Reali Educandati, i Conservatori di Musica.
Ogni Liceo e Collegio, con annesso un Convitto, aveva un rettore e un vicerettore; l’amministrazione dei beni e delle rendite era affidata a una Commissione composta dall’In­tendente della Provincia che la presiedeva, dal rettore e da due proprietari, col nome di amministratori; nel Liceo di Napoli la Commissione era presieduta, invece, dal rettore, quando non vi interveniva il Presidente della Giunta di Pub­blica Istruzione.
I licei conferivano i “gradi” di “approvazione e licenza” nella letteratura, giurisprudenza, medicina, matematica e fisica, filosofia, a seconda del particolare “ramo di istruzione”; la “licenza” in teologia era conferita nei seminari, mentre la laurea nel­le Università. Dal 1748 per volontà di re Carlo di Borbone fino al 1811 la città di Altamura, in Puglia, ha avuto la sua Università in cui si insegnavano materie letterarie e scientifiche. Come dire che non si studiava solo a Napoli o a Palermo, ma anche ‘in provincia’ e non studiavano solo i ricchi.

Dal 1748 al 1811 fu attivo in Altamura un Regio studio o università, creato da Carlo III di Borbone nell’ambito della politica riformista avviata per rendere il nuovo stato napoletano autonomo dalla Chiesa, partendo proprio dal togliere a quest’ultima il monopolio dell’educazione dei giovani. Fu attiva per 63 anni fu stroncata dalla “rivoluzione”

La nascita di questa istituzione si inserisce nel clima della cultura giurisdizionalista ispirata da Pietro Giannone, e fu voluta fermamente dall’arciprete della chiesa altamurana, mons. Marcello Papiniano Cusani, che del Giannone fu grande amico. Cusani è anche il primo rettore e come tale si dà da fare per istituire le prime cattedre. Nel giro di tre anni partono i corsi di lettere umane, eloquenza greca, eloquenza latina, filosofia, geometria, medicina, sacra teologia e giurisprudenza ecclesiastica e civile. Con il suo successore, mons. Gioacchino De Gemmis, protagonista dei fatti del ’99 ad Altamura, la cultura giurisdizionalista, a cui si ispiravano tutti gli insegnamenti impartiti nel Regio studio, lasciò spazio al riformismo illuministico-genovesiano. De Gemmis, infatti, sostituì alle Istituzioni civili e canoniche il Diritto naturale e delle genti ed introdusse l’insegnamento della medicina, della chimica e della botanica. L’università di Altamura divenne punto di riferimento per la gioventù pugliese e lucana, aiutati anche dall’apertura di una biblioteca a disposizione degli iscritti. Le nuove disposizioni obbligano anche i docenti a tenere almeno cinque ore di lezione al giorno e a non allontanarsi dall’ateneo senza aver corretto i compiti svolti in aula dagli studenti. I cambiamenti in atto portano alla formazione di classi composte da giovani e valorose menti provenienti da Puglia e Basilicata. Non si sa quanti fossero di preciso: grazie al ritrovamento di alcuni foglietti risalenti al 1788 siamo a conoscenza che la maggior parte di loro è di Altamura, Bari e Giovinazzo. L'”età dell’oro” finisce però nel 1799, quando sulla scia della Rivoluzione francese gli altamurani insorgono proclamando la repubblica. Le truppe fedeli alla famiglia reale soffocano subito la sollevazione e costringono all’esilio diversi ribelli, tra cui figurano alcuni docenti dell’università e lo stesso De Gemmis, il quale in realtà torna al suo posto nel 1806 ma la decadenza è ormai inarrestabile: le cattedre rimaste operative sono solo sei e dal 1809 al 1810 gli studenti passano da 100 a 70 unità. Infine la mancanza di fondi fa sì che nel 1811 venga decretata la chiusura ufficiale dell’Università, stroncata di fatto dalla rivoluzione. La “Leonessa di Puglia”, soprannome che la città aveva conquistato durante l’insurrezione, dice così addio per sempre al suo prezioso gioiello culturale, del quale oggi rimane ben poco nella memoria storica del comune barese. A Napoli furono istituite la Prima cattedra universitaria al mondo di Economia Politica con Antonio Genovesi (1754), “Napoletana fu la prima clinica ortopedica d’Italia prima dell’unità, napoletani furono i migliori ospedali militari che potesse vantare l’Europa; napoletano fu quell’atto rivoluzionario nella storia della psichiatria, che vide, per la prima volta in Europa, togliere nell’ospedale psichiatrico di Aversa, i ceppi ai dementi”392; notevole era l’Orto botanico che forniva le erbe mediche alla Facoltà di Medicina; nella facoltà di Giurisprudenza nacquero l‘Istituto della Motivazione delle Sentenze (Gaetano Filangieri, 1774), il primo Codice Marittimo Italiano ed il primo Codice Militare.

Nei primi anni del 1800, nel Regno delle Due Sicilie, l’educazione dei ragazzi era quasi sempre affidata alla Chiesa, che da secoli svolgeva questo delicato ed importante compito.
Dopo l’istruzione primaria, della durata di tre anni, seguiva l’apprendimento di un mestiere. I giovani figli dei contadini, per necessità, venivano da subito impegnati nei lavori agricoli e quindi erano pochi quelli che frequentavano la scuola primaria. Pochissimi erano poi, e quasi tutti figli di famiglie nobili, quelli che continuavano gli studi, sia perché erano i soli che se lo potevano permettere, sia perché erano i soli che potevano accedere, con un’adeguata preparazione, a governare la cosa pubblica.
Pure gli studi superiori erano affidati, quasi sempre, alla Chiesa.
Anche se il sistema di educazione borbonico non era né popolare e né proprio brillante, bisogna però riconoscere che, in quei tempi, assicurò al Regno un livello culturale qualitativamente più elevato rispetto agli altri paesi europei. Infatti, nel censimento del 1751, Napoli era la prima nelle accademie di scienze e lettere: i meridionali Gaetano Filangieri, Antonio Genovesi, Giambattista Vico, Francesco Lomonaco, Pietro Giannone e tanti altri, fecero scuola in Europa. Poi, si svolse a Napoli, dal 20 settembre al 5 ottobre 1845, il congresso degli scienziati e nel 1856, nell’Esposizione Internazionale di Parigi. Tutto questo grazie ai principali settori industriali dell’epoca che erano la cantieristica navale, quella tessile e quella estrattiva. Degli stati preunitari del Nord, neanche l’ombra. In precedenza, nel periodo dell’occupazione francese (1806 – 1815), Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat tentarono di introdurre l’istruzione pubblica di tipo laico.
Nel 1848, il ministro della P. I. del regno delle due Sicilie, Paolo Emilio Imbriani, dopo aver disposto che la nomina e la vigilanza degli insegnanti fosse assegnata ad una commissione provinciale, introdusse l’obbligatoria dell’istruzione primaria per ambo i sessi (decreto del 19 aprile 1848).
Nel breve periodo in cui ricoprì l’incarico, il ministro, consapevole della portata politica – sociale del problema dell’istruzione e dell’alto tasso di analfabetismo che impediva la partecipazione delle masse alla vita governativa e ostacolava l’esercizio dei diritti civili anche di alcuni strati borghesi, abolì il decreto del gennaio 1843, sottraendo così l’istruzione primaria al controllo dei vescovi, sottoponendola alle dipendenze del ministero. Nella circolare, annessa al decreto, sollecitava i sovraintendenti locali affinché si adoperassero a diffondere l’istruzione elementare, anche nelle classi più povere.
Con l’annessione forzata, del 1860, del Regno delle Due Sicilie a quello dei Savoia, il sistema scolastico meridionale cambiò totalmente in quanto venne applicata la legge Casati (ministro, dal 19 luglio 1859 al 21 gennaio 1960, della Pubblica Istruzione nel governo Lamarmora), già in vigore dal 13 novembre del 1859 nel Regno di Sardegna.
La Legge, studiata per la realtà scolastica piemontese e lombarda, venne estesa gradualmente all’intero Paese, dopo la proclamazione del Regno d’Italia. La riforma, tendente a configurare un sistema in cui lo Stato doveva gestisce l’istruzione con la presenza delle scuole private, affrontò anche la “questione analfabetismo”, più elevato nelle regioni meridionali per i motivi detti in precedenza.
Con la Legge Casati l’Istruzione elementare venne divisa in due gradi:
1) Grado inferiore di 2 anni, istituito in ogni Comune, con frequenza obbligatoria e gratuita per quanti non ricorrevano all’istruzione “paterna”. L’iscrizione avveniva a 6 anni compiuti con un numero di allievi per classe oscillante tra 70 e 100.
2) Grado superiore di 2 anni, istituito in tutte le città in cui già esistevano istituti di istruzione pubblica e in tutti i Comuni di oltre 4000 abitanti.
Inoltre:
– I maestri dovevano essere muniti di una patente di idoneità ottenuta per esame e di un attestato di moralità rilasciato dal Sindaco.
– La responsabilità per l’istruzione elementare era affidata ai comuni, ai quali veniva peraltro vietato di istituire una tassazione di scopo.
I Comuni del Sud, che avevano seri problemi di cassa, si ritrovarono quindi in difficoltà nel garantire lo svolgimento delle lezioni.
Inoltre, era fatta in modo da mantenere e perpetuare le differenze sociali, infatti essa prevedeva:
– Una scuola di “serie A” che dal ginnasio – liceo avviava all’università, a cui poteva accedere solo l’aristocrazia e la nuova borghesia liberale;
– Una scuola di “serie B” destinata alla piccola borghesia, con i rami tecnico e normale, da cui derivarono poi l’istituto tecnico e l’istituto magistrale;
– Una scuola di “serie C” destinata alle classi umili, che forniva un apprendistato di lavoro.
In conclusione, la Legge Casati che poteva essere teoricamente una buona base di partenza per creare un sistema scolastico di “tipo pubblico – laico”, come tutte le altre leggi, essendo stata semplicemente estesa ed imposta dai Savoia ai popoli annessi, senza la minima considerazione per il loro passato e le loro peculiarità culturali, fallì nel Regno delle Due Sicilie.
Si affidò l’istruzione primaria ai comuni che dovevano organizzarla a proprie spese. Nel periodo in cui un fiume di denaro saliva la penisola per sequestri bancari o salassi tributari (sempre nel pieno rispetto del duopesismo) praticamente solo i comuni del centro-nord furono in grado di aprire bastanti scuole. Altrove, cioè da noi, assai raramente ciò fu possibile. Le classi meridionali sempre meno abbienti dovettero tenere i figli senza studio fin quando le condizioni della finanza locale migliorarono progressivamente. Passò quasi una generazione! Nel frattempo lungi dall’accelerare le difficoltà di risorse a sud, lo stato si preoccupò di censirvi le famiglie rilevando il famoso tasso di analfabetismo altissimo per i giovani a cui avevano negato l’apprendimento. Con una comoda retrodatazione si battezzarono quei dati al tempo delle Due Sicilie creando una mentalità terribile e perenne di superiorità dei colonizzatori sui colonizzati. Mentre era esattamente il contrario prima del 1861 per le scuole civili e religiose gratuite esistenti in tutti i comuni borbonici.

La scuola aperta a tutti, completamente gratuita, alla quale potevano iscrivere i propri figli anche le famiglie indigenti. Stiamo parlando delle “Scuole Pie” dei Padri Scolopi, le più diffuse nel Regno borbonico, ma anche nel resto degli Stati italiani preunitari e in Europa. Dalle scuole degli Scolopi, fin dalla fondazione, nel 1597, ad opera di San Giuseppe Calasanzio, sono usciti alcuni dei migliori talenti nelle lettere, arti e scienze: Mendel, Pascoli, Carducci, Haydn, Schubert, Lehár, per citare solo alcuni nomi. Furono le prime vere scuole popolari, in un’epoca in cui l’istruzione era affidata prevalentemente agli ordini religiosi. Il Regno delle Due Sicilie non faceva eccezione: il regio governo non istituiva scuole, ma garantiva la libertà scolastica, la possibilità di aprirne, e la libertà di insegnamento, la libera scelta di programmi e contenuti, e favoriva le condizioni perché la popolazione potesse beneficiarne.

Con una semplice istanza al Re, una famiglia bisognosa poteva ottenere una o mezza “piazza”, cioè la retta annuale di un collegio a pagamento, come quelli dei Gesuiti. La richiesta era smistata agli innumerevoli istituti benefici che provvedevano. Le scuole degli Scolopi erano l’eccellenza di un insegnamento non centralizzato, ma diffuso in modo capillare, perché univano formazione umanistica e scientifica, come si vede nel “Quadro di insegnamento”, un raro documento che pubblichiamo. Tre anni di elementari,sette di ginnasio e liceo, un percorso di apprendimento graduato sullo sviluppo cognitivo degli allievi, basato sull’idea che le conoscenze sono strumenti per esprimere le peculiarità dell’uomo, in relazione a sé, agli altri, alla realtà, a Dio. A 17 anni lo studente era pronto per l’Università. Gli Scolopi e gli altri ordini religiosi furono costretti a chiudere le scuole quando il Regno delle Due Sicilie fu invaso. Quando, anni dopo, le scuole riaprirono, ebbero programmi, libri, materie e contenuti di studio determinati dal nuovo regno italiano. Era nata la scuola statale.

Tutto ciò che era pubblico doveva essere abolito e così le scuole!! Nel 1734 il Sud andò a Carlo III di Borbone che, avendo in dote 28 milioni di ducati, pensò bene ricomporre lo Stato attraverso la cultura. Nacque così il ’700 napoletano. La scuola fu l’ istituzione realizzata per imporsi e per rinnovare il sapere della gente. Ogni città, ogni villaggio doveva essere provvisto di scuole pubbliche. Ogni provincia doveva avere una scuola per uomini ed una per donne, ove potessero apprendere le scienze primarie e le belle arti e, per i nobili, esercizi di colta società. Le spese per l’istruzione pubblica ammontavano a circa un milione di ducati all’anno.

Il Villardi, che era stato mandato nella capitale a smantellare l′apparato scolastico napoletano, così ricorda: “ Pareva che si volesse levar tutto a Napoli. Oggi per esempio, noi abbiamo sciolto l’Accademia delle Belle Arti, mentre si pagano tutti i professori; per l’istruzione secondaria, in una città di cinquecentomila anime, non abbiamo che un liceo di sessanta alunni e questo con un ministro intelligente e pieno di volontà… “.

Ecco come, il Regno delle Due Sicilie era finito nelle mani degli eredi di Vittorio Emanuele I, della dinastia più reazionaria d’Europa; quella cioè che, abolendo il Codice Napoleonico, ristabilì l’antica legislazione complicata e senza unità, i privilegi fiscali e l’antica legislazione penale con la fustigazione e, cosa più terribile, proibì i culti ai cattolici perseguitando anche mortalmente ebrei e valdesi e, cosa ancora più abominevole, ridiede tutta l’istruzione nelle mani delle scuole religiose a pagamento, abolendo quelle pubbliche istituite da Napoleone.

LE ORIGINI RISORGIMENTALI della CORRUZIONE italiana

Quella dei Savoia fu una monarchia democratica fondata sulle tangenti e su una spregiudicata brutalità. Il nuovo stato fu travagliato da molti scandali, che ebbero come autori financo ministri e lo stesso Re, definito da Lord Clarendon: “ignorante, bugiardo, intrigante che nessuno poteva servire senza danno per la propria reputazione”. Di contro quella dei Borbone fu dignitosa e rispettabile (nonostante le calunnie interessate dei massoni e risorgimentali in genere), con leggi giudicate tra le migliori del tempo. Vittorio Emanuele II, rivolgendosi al plenipotenziario inglese August Paget dichiarò esplicitamente: “Ci sono due modi per governare gli italiani: con le baionette o con la corruzione”. Fece usare le une e l’altra con spregiudicata brutalità e così nacque l’Italia: una monarchia poco democratica fondata sulle tangenti. Il nuovo stato fu travagliato da molti scandali, dal crack della Banca Romana allo scandalo delle Regie Tabaccherie, dove alcuni innocenti pagarono per colpe mai commesse (mentre il re poco prima si era appropriato di 20 milioni dell’epoca come “residuo” di bilancio), sino alle grandi truffe delle ferrovie dove negli elenchi dei soci e nei bilanci c’erano ripetizioni e imprecisioni tali da meritare l’apertura di qualche fascicolo giudiziario. L’avvenimento più imbarazzante fu però l’affare dei lavori del canale Cavour in cui fu coinvolto Gustavo Cavour, fratello del presidente del consiglio Camillo, uno dei maggiori azionisti della Cassa di Sconto, che se n’era accaparrato l’appalto grazie a capitali inglesi. I Cavour erano affaristi abilissimi e spregiudicati. Per esempio durante una carestia, quando il prezzo del pane era altissimo, la famiglia Cavour rappresentava la maggioranza degli azionisti dei mulini di Collegno che facevano incetta di farina e grano. Ferdinando Petruccelli della Gattina, giornalista abile e sarcastico, ne diede un lucido resoconto nel suo libro “I moribondi di Palazzo Carignano”. Il Petruccelli era all’opposizione e non tollerava gli inutili rituali della retorica parlamentare. Nel suo libro leggiamo che la camera, composta da 443 deputati, era in realtà un esercito di principi, duchi, conti, marchesi, generali, ammiragli, avvocati, cavalieri e commendatori. C’erano anche un bey dell’impero Ottomano, qualche legion d’onore ed infine Giuseppe Verdi. Mancava invece Carlo Cattaneo il quale, pur essendo stato eletto per tre volte, si rifiutò di giurare fedeltà ai Savoia. Il centro del parlamento era definito la “zattera della Medusa, dove tutti i naufraghi sono aggrappati, tutti i superstiti, tutti gli sbandati. Essa è un ospizio degli invalidi”. La sinistra sembrava un arcipelago di anime in pena: mazziniani, garibaldini, pseudofederalisti e oltremontani ed infine gli “uccelli da passeggio” cioè l’estrema sinistra, così definita perché sempre sul punto di passare sui banchi della destra. Intanto le tasse continuavano a crescere e i giornali del 1866 rilevarono che 22 milioni d’italiani avevano pagato il doppio delle tasse rispetto a 19 milioni di prussiani. A giudizio degli ambasciatori inglesi —in una nota diplomatica destinata a Londra— il più debole di tutti era il ministro degli esteri conte Campello: “La sua intelligenza è così limitata e appare così totalmente ignaro dei problemi del suo dicastero che tentare di avere una conversazione con lui equivale a perdere tempo”. Seguiamo lo scandalo della Banca Romana nel resoconto del giornalista Pietro Sbarbaro. Sin dai tempi della Repubblica Romana di Mazzini era a capo dell’oligarchia della Banca un certo Tanlongo, che fu incaricato dai vari capi di governo (da Cavour a Giolitti fino a Crispi) di offrire somme considerevoli ad alcuni prelati che avrebbero dovuto ammorbidire il Vaticano sulla questione Unità d’Italia e di assecondare i fratelli della massoneria. A questi furono concessi prestiti personali estesi anche ad amici degli amici con l’emissione in eccedenza di banconote. Giolitti tentò di nascondere lo scandalo, comprese sei buste voluminose che riguardavano Crispi, ma l’affare fu scoperto. Il Tanlongo fu arrestato il 18/1/1893 e la sua difesa sostenne che le irregolarità erano state sollecitate dallo stesso governo. Alla caduta del governo Giolitti fu nominato Crispi il quale, per coprire lo scandalo, d’accordo con il re governò per un anno intero a camera blindata, cioè convocandola solo undici giorni. Fu dimostrato che la Banca Romana aveva consegnato illegalmente a Crispi 718.000 lire dell’epoca (13 miliardi d’oggi). Nessuno tuttavia osò intralciare lo statista che stravinse le elezioni e governò con ampi poteri. La fine politica di Crispi fu segnata dalla cattiva avventura coloniale in Africa, ma non mancarono altri moribondi ad occupare le aule del palazzo. Roma divenuta la capitale del Regno, la Banca Romana, sviluppa il proprio pericoloso giro di affari e diviene, presto, un centro di corruzione politica.

Dal 1881, a questa attività dà particolare slancio Bernardo Tanlongo, un ex-fattore, un affarista divenuto governatore dell’istituto grazie a potenti amicizie. Accreditato per la sua “onestà laboriosa”, questo intrallazzatore di primo ordine, privo di scrupoli e di qualsiasi nozione di economia finanziaria, è deciso a difendere una posizione così avventurosamente conquistata. Nel 1881, è, pertanto, generoso di milioni a giornalisti, deputati, economisti, perché ritardino l’approvazione di una legge che, abolendo il regime di concessione valutaria, condannerebbe a morte la sua banca, che si regge solo in virtù delle proprie emissioni. E, anche quando la legge del 1883 viene approvata, Tanlongo non demorde. Per tenere in piedi una impresa così redditizia è pronto a mettersi fuori legge e a stampare biglietti bancari in grande segreto. Per maggiore sicurezza, li ordina in Inghilterra e in serie doppia, per meglio confondere eventuali investigatori. Poi, con tenacia tutta artigianale, li firma a casa, ad uno ad uno, con un torchietto, prima di rimpinguarne le casse della banca.

L’ingegnosa intraprendenza di Tanlongo non è, tuttavia, la sola ad animare, in quegli anni, la vita economica dell’Italietta. Speculazioni edilizie e audaci iniziative industriali trovano facile sostegno nel sistema bancario, in particolare nelle banche di emissione. Alla lunga, si dà luogo a una inchiesta amministrativa, che investe anche la Banca Romana. Rivalità politiche all’interno della maggioranza ministeriale la generano, Francesco Crispi [1818-1901], allora presidente del consiglio, l’approva, il ministro Luigi Miceli [1824-1906] la sovraintende, l’ignaro senatore Giuseppe Giacomo Alvisi [1825-1892] la dirige, e l’incorruttibile funzionario Gustavo Biagini la esegue. Ma, quando i risultati della indagine giungono sul tavolo del ministro dell’industria, sono tali da spaventarlo e indurlo a rappezzare la situazione. Biagini è trattato da pazzo visionario ed è ordinata una nuova ispezione, che verifica come il deficit di 10 milioni di biglietti falsi rilevato, sia, miracolosamente, svanito. Ve ne è abbastanza per lodare l’eccesso di zelo del funzionario inquirente, promuoverlo al altro incarico e seppellire la relazione che Biagini inoltra a chi di dovere.

A cercare di denunciare lo scandalo rimane solo il senatore Alvisi, ma inutilmente!

Appena un anno dopo la sua morte, il repubblicano Napoleone Colajanni [1847-1921] può dare lettura della relazione Biagini, che il senatore ha legato in punto di morte ad alcuni amici. Lo fa il giorno in cui la Camera è chiamata a discutere la proposta avanzata da Giovanni Giolitti [1842-1928] di prorogare di altri sei anni il regime delle concessioni monetarie alle banche “chiacchierate”.

La requisitoria dell’ex-garibaldino siciliano è anche diretta contro il neoeletto presidente del consiglio ed è tanto più vibrante di indignazione in quanto, poco più di un mese prima, l’uomo di Dronero, anche lui legato da vincoli di riconoscenza al disinvolto trasteverino, lo ha fatto nominare senatore.

Il rapporto suscita le violente ire della maggioranza, Colajanni è coperto di ingiurie e contro di lui volano anche alcuni sgabelli. Miceli lo accusa di falso e giura sull’onorabilità di Tanlongo. A sentire questi signori, non è vero che il banchiere distribuisse “omaggi” in lire; che a diversi notabili del Regno rinnovasse cambiali senza fine; che prestasse, generosamente e a tassi agevolati, a molti, tra i quali anche Crispi; che fosse, perfino, il canale attraverso cui Umberto I [1844-1900], da pioniere della fuga di capitali all’estero, mandava i propri risparmi alla Banca di Inghilterra. Infine, l’accusato sembra essere Colajanni. Pochi giorni dopo, tuttavia, Giolitti non può esimersi dal nominare una commissione di inchiesta amministrativa, anche se, lo stesso giorno, fa nominare Tanlongo, cittadino al di sopra di ogni sospetto, membro della commissione di vigilanza del debito pubblico!

Questo è troppo anche per i più pavidi, mentre per i più increduli giunge la denuncia della commissione di inchiesta, che, nella Banca Romana, ha rilevato 70 milioni clandestini, 40 a serie doppia, 20 di deficit, come risultato di una serie di falsi che durano da oltre venti anni. Tanlongo è arrestato, e non finisca su un freddo tavolaccio di un carcere di Fenestrelle ma in una accogliente cella a pagamento, riscaldata e arredata con i mobili fatti venire da casa.

Fuori, intanto, continua la battaglia politica e parlamentare; mentre, foglio a foglio, i documenti più compromettenti nell’istruttoria si perdono per strada.

Quelli che rimangono a disposizione della seconda commissione di inchiesta, quella parlamentare “dei sette”, sono sufficienti per determinare la caduta del Governo Giolitti, ma non hanno la forza di mandare in prigione altri onorevoli o ministri.

Troppi sono i politici coinvolti e molti di loro i potenti. In ultimo, lo stesso Tanlongo “se la cava”. E non può essere altrimenti! È depositario di troppi segreti perché possa marcire in galera. Al processo viene assolto. Per i giudici togati è difficile condannare un banchiere di regime e un falsario di Stato!

“I veri colpevoli passeggiano impunemente per le città d’Italia e le loro vittime sono nel reclusorio di Regina Coeli”

«È tanto più deplorevole che non si siano pubblicate le inchieste fatte finora, perché non si può dire che il Parlamento non le abbia domandate. Il paese ne ha domandata la pubblicazione, e in questa Camera e da questi banchi soprattutto, ripetutamente è stata domandata la pubblicazione delle inchieste fatte pel passato […] E guardate, una di queste inchieste, quella i cui risultati credo di conoscere, e credo di non essere il solo possessore della verità, è passata attraverso tre Ministeri.»
(Discorso di Colajanni alla Camera, seduta del 20 dicembre 1892)

Il processo si concluse con l’assoluzione totale degli imputati dato che nel frattempo sparirono numerose prove, ma le banche d’emissione vennero liquidate dalla nascente Banca d’Italia, affiancata dal Banco di Napoli e dal Banco di Sicilia che poi vennero a loro volta inglobate da Banca d’Italia nel 1926.

“Quanto al merito delle imputazioni dico innanzi tutto che io non mi sono approfittato di un centesimo durante la mia gestione della Banca Romana; anzi, posso dire di averci rimesso del mio; può ciò facilmente desumersi dalle condizioni del mio stato patrimoniale che non è migliorato da che io andai a dirigere la banca, anzi mi ha peggiorato.”
Bernardo Tanlongo