NEL REGNO DELLA MAFIA

Pietrò Calà Ulloa, nel 1838, all’epoca Procuratore del Re a Trapani, scrisse a proposito della mafia, già presente allora in Sicilia, al Ministro di Grazia e Giustizia di Napoli: “…Vi ha in molti paesi delle unioni o fratellanze, specie di sette, che dicono partiti, senza colore o scopo politico, senza riunione, senza altro legame che quello della dipendenza da un capo, che qui è un possidente, là un arciprete. Una cassa comune sovviene ai bisogni ora di far esonerare un funzionario, ora di difenderlo, ora di proteggere un imputato, ora d’incolpare un innocente. Sono tante specie di piccoli Governi nel Governo. La mancanza della forza pubblica ha fatto moltiplicare il numero dei reati! Il popolò è venuto a tacita convenzione coi rei. Così come accadono i furti escono, i mediatori ad offrire transazione pel ricuperamento degli oggetti involati. Il numero di tali accordi è infinito. Molti possidenti perciò han creduto meglio divenire oppressori che oppressi, e s’inscrivon nei partiti…”. Insomma, la mafia c’era già allora, ma come sottolinea Pietro Calà Ulloa era “senza colore o scopo politico”. Essa nacque e fu mantenuta dalla generale diffidenza contro il governo; dalla sua impotenza e dal malvolere nel rendere giustizia, dalla coscienza profonda che l’esperienza aveva dato agli uomini che la giustizia bisognava farsela da sé e non sperarla dai poteri pubblici”. La mafia come reazione a uno Stato che non garantiva giustizia ai cittadini, i quali la giustizia la cercavano in altri modi: o facendosi giustizia da sé, o rivolgendosi alle persone che in lingua siciliana si definiscono ‘ntise’, ovvero persone che godono del rispetto generale, in parte perché si sostituiscono alla giustizia in parte perché sono delinquenti che godono di grande fama, anche fama di imprendibili, sia perché sono abili, sia perché sono protetti dallo stesso Stato. Questo malinteso senso della giustizia viene illustrato in modo molto chiaro dallo storico Salvatore Francesco Romano nel volume Storia della mafia. “… la voce mafia non si trovi registrata nella prima edizione (1838) del Dizionario siciliano – italiano del Mortillaro giudica che la parola e la cosa siano di data recente; e con compiacenza rileva che nella 3^ edizione (1876) a p. 648 venga registrata della parola mafia la seguente spiegazione: Voce piemontese introdotta nel resto d’Italia ch’equivale a camorra. Il Bennici alla sua volta fa derivare camorrista dai Gamos che furono i grandi proprietari di terra nell’antica Siracusa”.

Tutto cambia con la cosiddetta unificazione italiana. “Se nel 1861 l’Italia non fosse stata unificata sotto i Savoia, la mafia non si sarebbe probabilmente sviluppata, almeno non per come la conosciamo noi. Il motivo? Non si sarebbe verificata quella graduale marginalizzazione del Sud Italia (trasformato in realtà periferica dalle politiche piemontesi), che lasciò ai mafiosi un’ampia libertà di azione. Prima dell’unificazione, infatti, la mafia era un’accozzaglia di criminali che agivano per conto di baroni e ricchi possidenti locali. Poi, con lo sbarco dei mille in Sicilia, molti mafiosi ingrossarono le file delle Camicie rosse facendo da scorta a quest’ultimo. Il passo successivo della mafia fu quello di penetrare nelle pieghe dello Stato, sfruttando il vuoto di potere seguito alla cacciata dei Borbone dalle terre del Sud. Già dal 1861 parecchi mafiosi si infiltrarono nei governi cittadini e non solo, finché il fenomeno assunse dimensioni tali da porsi quale alternativa alle stesse istituzioni nazionali”. Con il Borbone la mafia era contro lo Stato e fuori dallo Stato; con l’avvento della vera o presunta unificazione italiana la mafia entra nelle pieghe del nascente Stato, con sfumature che cambiano a seconda del momento storico.

Probabilmente di ciò si rese conto anche Napoleone Colajanni, ex garibaldino siciliano e deputato parlamentare tanto da scrivere il primo libro sulla Mafia: “Nel Regno della Mafia” del 1900. Il Colajanni aveva ben capito che lo stato “dialogava” con la mafia già prima dell’Unità d’Italia e denunciò le connivenze tra mafia, politica ed autorità statali in relazione al clamoroso omicidio del marchese Emanuele Notarbartolo (1893). Il 1º febbraio 1893, durante il tragitto in treno tra Termini Imerese e Trabia, fu ucciso con 27 colpi di pugnale da Matteo Filippello e Giuseppe Fontana, entrambi mafiosi di Villabate, e il suo cadavere gettato giù dalla carrozza all’altezza del ponte Curreri, in agro di Trabia. “Dal processo (Notarbartolo) contro due ferrovieri, che man mano si trasforma in un processo contro una forza poderosa e misteriosa, risulta che c’è una grande accusata: la magistratura!”

Le prime indagini portarono a sospettare della complicità di due ferrovieri e di un boss della cosca mafiosa di Villabate, Giuseppe Fontana, ma al termine della prima istruttoria furono rinviati a giudizio solo i due ferrovieri presenti sulla carrozza al momento dell’uccisione e quindi ritenuti correi degli assassini.

Nel 1899 si aprì quindi il primo processo che, per legittima suspicione, si celebrò a Milano. Durante lo svolgimento delle prime udienze nella città lombarda, Leopoldo Notarbartolo, il figlio della vittima, accusò pubblicamente in aula l’onorevole Raffaele Palizzolo di aver ordinato l’omicidio del padre. Subito, la Camera dei deputati, su pressione del Presidente del Consiglio Luigi Pelloux, concesse all’unanimità l’autorizzazione a procedere contro Raffaele Palizzolo, che venne dunque arrestato dal questore di Palermo Ermanno Sangiorgi insieme a Giuseppe Fontana, che stava trascorrendo la latitanza presso le tenute agricole del principe Pietro Mirto Seggio, dove svolgeva la mansione di campiere. Nel 1900 il secondo processo si aprì presso la Corte d’Assise di Bologna e furono chiamati a deporre ben 503 testimoni e tra di essi figuravano ex ministri, deputati, senatori, prefetti, questori e funzionari di Pubblica sicurezza. Le udienze vennero seguite con attenzione dai corrispondenti delle principali testate nazionali e colpirono profondamente l’opinione pubblica: per la prima volta si parlava apertamente di delitto di mafia, delle sue implicazioni politiche e dei tentativi di depistare le indagini, circostanze che furono pubblicamente denunciate dai deputati Napoleone Colajanni e Giuseppe de Felice Giuffrida. Nel luglio 1902 Palazzolo e Fontana vennero giudicati colpevoli e condannati a 30 anni di reclusione, ma la Cassazione annullò la sentenza di Bologna per vizi di forma. Lo scandalo assunse proporzioni tali che si costituì addirittura un “Comitato Pro-Sicilia”, cui aderirono intellettuali quali Giuseppe Pitrè e Federico De Roberto, il quale mirava a difendere l’isola offesa dalle accuse lanciate nel processo, negando addirittura l’esistenza della mafia, ritenuta un’invenzione dei settentrionali per diffamare la Sicilia. Nel nuovo processo che si tenne a Firenze venne convocato un solo importante testimone nuovo, Matteo Filippello, un sicario di mafia il quale si era deciso a confessare il delitto e ad accusare l’ex compagno Fontana e il mandante Palizzolo ma venne trovato impiccato prima di testimoniare, ufficialmente “suicida”. Perciò nel luglio 1904 Palizzolo e Fontana vennero assolti dalla Corte d’Assise di Firenze per insufficienza di prove.

“La Mafia, quindi rese i più grandi servizi alla causa della rivoluzione contro i Borbone; e in questo addentellato politico sta una delle cause del rispetto e della devozione della medesima verso l’aristocrazia, che in massa era avversa ai Borbone. I più noti mafiosi furono i più valorosi combattenti nelle cosiddette squadre nel 1848; gli stessi Mafiosi si batterono prodemente nel 1860 tra i picciotti di Garibaldi alle porte di Palermo e dentro Palermo. Quando trionfa la leggendaria spedizione dei Mille di Marsala, nel momento in cui una nuova vita doveva cominciare per la Sicilia, la mafia, specie nella provincia di Palermo, si trovò circondata dall’aureola del patriottismo e col battesimo del sangue versato in difesa della libertà.

“Sotto l’aspetto amministrativo la mezza libertà dei cittadini e la mezza autonomia degli enti locali sotto i Sabaudi segnarono un vero peggioramento sulle precedenti condizioni sotto i Borbone. Municipi e provincie servirono a gravare enormemente le imposte, a ripartirle per fini individuali, senza unità collettiva, a scopo di nepotismo e di favoritismo, per preparare candidature politiche”.

Colajanni scrive che Alongi, funzionario di P.S. nel 1893 afferma: “Il 90% dei Comuni in Sicilia era amministrato con criteri e forme tali che fanno desiderare il tipo dell’antico governo paterno perché allora si aveva il diritto d’inchiodare sulla gogna i tirannelli locali, il conforto e la speranza di un avvenire migliore e, di tanto in tanto l’intervento violento, ma pure sempre riparatore, del governo centrale”. Il giudice Rocco Chinnici, che conosceva bene storia e mondo della mafia, partiva da un assunto: “Prima di occuparci della mafia del periodo che va dall’unificazione del Regno d’Italia alla prima guerra mondiale e all’avvento del fascismo, dobbiamo brevemente, ma necessariamente premettere che essa come associazione e con tale denominazione, prima dell’unificazione, non era mai esistita in Sicilia… La mafia… nasce e si sviluppa subito dopo l’unificazione del Regno d’Italia”. In realtà, pur avendo Chinnici un buona parte ragione, nel senso che la mafia presente nello Stato comincia proprio con la nascita dell’Italia, tra il 1860 e il 1861, ma come abbiamo ricordato c’è un aspetto della mafia, precedente alla vera o presunta unità d’Italia, che merita di essere approfondita.

Le ultime righe del libro di Napoleone Colajanni sono fulminanti: «Per combattere e distruggere il regno della mafia è necessario, è indispensabile che il governo italiano cessi di essere il re della mafia».

“PER COMBATTERE E DISTRURRE IL REGNO DELLA MAFIA È NECESSARIO, È INDISPENSABILE CHE IL GOVERNO ITALIANO CESSI DI ESSERE IL RE DELLA MAFIA” Napoleone ColaJanni

Uno dei primi saggi mai scritti sulla mafia. Uno sconvolgente documento per capire che nulla in centosessanta anni è cambiato!

Emanuele Notarbartolo di San Giovanni, banchiere e politico. È considerato la prima vittima eccellente di cosa nostra in Italia. Nel febbraio 1876 è nominato dal governo Minghetti direttore generale del Banco di Sicilia, cerca con la sua autorità di riorganizzare il sistema bancario siciliano, scosso dopo l’Unità d’Italia. Il Banco di Sicilia è sull’orlo del fallimento, e l’operato di Notarbartolo è orientato a evitare il collasso dell’economia siciliana. Crea una rete capillare di agenzie e opera una stretta sulle erogazioni di credito, da sempre effettuate senza garanzie e sulla base di principi clientelari, inimicandosi pertanto molti speculatori.
Il consiglio d’amministrazione del Banco è composto principalmente da politici, molti dei quali legati alla mafia locale. È affiancato in particolare dal parlamentare Raffaele Palizzolo, con il quale ha già avuto non pochi screzi a causa delle speculazioni avventate da lui messe in atto. C’è addirittura il sospetto che sia il mandante del sequestro messo in atto ai danni del marchese nel 1882 mentre si trova nei suoi possedimenti a Caccamo, per il quale Notarbartolo è costretto a pagare un riscatto di 50000 lire. Nel 1889 Notarbartolo provò a denunciare questa situazione in due lettere inviate al ministro dell’Agricoltura e del Commercio Luigi Miceli che però vennero trafugate dal tavolo del ministro e ricomparvero misteriosamente nelle mani di Palizzolo, il quale le mostrò agli altri consiglieri d’amministrazione.

Raffaele Palizzolo, fu nominato nel consiglio di amministrazione del Banco di Sicilia in contrasto con l’allora direttore generale, il marchese Emanuele Notarbartolo. Azionista della Navigazione Generale Italiana, fu implicato in speculazioni di borsa realizzate mediante denari del Banco.
Il giurista palermitano Gaetano Mosca così lo descrisse: «Era popolarissimo se la popolarità consiste nell’essere facilmente accessibile a persone di ogni classe, di ogni ceto, di ogni moralità. La sua casa era indistintamente aperta ai galantuomini e ai bricconi. Egli accoglieva tutti, prometteva a tutti, stringeva a tutti la mano, chiacchierava infaticabilmente con tutti; a tutti leggeva i suoi versi, narrava i successi oratori riportati alla Camera e, con abili allusioni, faceva capire quante e quali aderenze potentissime avesse».
Aveva rapporti con diversi mafiosi, fu incriminato come mandante dell’uccisione di Notarbartolo avvenuta il 1º febbraio 1893. Nel 1902 venne giudicato a Bologna colpevole e condannato a 30 anni di reclusione, ma la Cassazione annullò la sentenza e, nel nuovo processo che si tenne nel luglio 1904, fu assolto dalla Corte d’assise di Firenze per insufficienza di prove. Dopo l’assoluzione, al suo ritorno a Palermo, fu acclamato come un eroe, vittima di un complotto per diffamare la Sicilia. Scrisse addirittura un libro autobiografico intitolato Le mie prigioni e nel 1908 compì un viaggio a New York per raccogliere voti presso le comunità di emigranti siciliani ma non venne rieletto e terminò così la sua carriera politica.

QUANDO ERAVAMO ‘IGNORANTI’ MA AVEVAMO LE UNIVERSITA’

Nel Settecento, sotto l’impulso dei sovrani meridionali che ne incentivarono fattivamente lo sviluppo, si assistette alla rinascita culturale delle Due Sicilie; il rigoglioso fiorire di studi filosofici, giuridici e scientifici si fregiò di illustri personalità le cui opere furono tradotte in diverse lingue, solo per citarne alcuni ricordiamo: Giovanbattista Vico, considerato una delle più grandi menti di tutti i tempi, Gaetano Filangieri, la cui “Scienza della legislazione” era tenuta sulla sua scrivania da Napoleone Bonaparte che non esitò a dichiarare “Questo giovane è stato il maestro di tutti noi” ; Antonio Genovesi, Ferdinando Galiani, Giacomo Della Porta, Pietro Giannone, Mario Pagano.

Napoli era il centro di pensiero più vivace d’Italia e in Europa era seconda solo a Parigi per la diffusione delle idee dell’Illuminismo; lo splendore della Corte e della società napoletana era proverbiale ed erano poli di attrazione per le più importanti menti dell’epoca che spesso vi rimanevano a lungo; geni assoluti come Goethe riconobbero nelle classi elevate meridionali una preparazione non comune.

Ebbe a dire Stendhal: “Napoli è l’unica capitale d’Italia, tutte le altre grandi città sono delle Lione rafforzate“; era di gran lunga la più grande d’Italia e tra le prime quattro d’Europa, fu definita come: «la città più allegra del mondo, scintillante di carrozze, quasi non riesco a distinguerla da Broadway, la vera libertà consiste nell’essere liberi dagli affanni ed il popolo pare veramente aver concluso un armistizio con l’ansia e suoi derivati”.

Le Università del Regno, in un primo momento, furono tre: Napoli fondata da Federico II nel 1224, Palermo e Catania; invece, Messina era sede della Reale Accademia Carolina e dell’Accademia Peloritana di Scienze; successivamente, col Real Decreto del 29 luglio 1838, la Reale Accademia Carolina venne elevata al rango di Università. A Milano la prima università, il Politecnico, fu fondata solo nel 1863 ed il primo ingegnere si laureò nel 1870; al tempo della nascita dello Stato italiano, il numero degli studenti meridionali era maggiore di quello di tutte le università italiane messe assieme (9 mila su complessivi 16 mila).
Ogni Regia Università, con a capo un Rettore, aveva sei facoltà (Belle Lettere, Giurisprudenza, Medicina, Matematica e Fisica, Filosofia e Teologia) e alcuni “stabilimenti dipendenti” (biblioteche, musei, gabinetti, cliniche, etc.).
Con il Real Decreto del 14 gennaio 1817, nei territori “di qua del faro” vennero istituiti 5 “Reali Licei” a Napoli, Catanzaro, L’Aquila, Bari e Salerno, che resteranno invariati per i prossimi 30 anni; in ciascuna delle altre province, invece, vennero istituiti dodici “Reali Collegi”. In Sicilia, tra il 1815 ed il 1848 vengono istituite 3 scuole superiori: la Scuola Militare di Monreale (1823), l’Istituto Nautico di Trapani (1831) e il Regio Liceo di Trapani (1833), che solo dopo 5 anni verrà dotato di una biblioteca. Nell’isola, inoltre, c’erano le Accademie Maggiori di Messina, Siracusa e Trapani; le Accademie Minori di Acireale, Caltagirone, Nicosia e Piazza; i Collegi di Augusta, Bivona, Castrogiovanni (Enna), Corleone, Licata, Mazzara, Mazzarino, Mineo, Monreale, Monte S. Giuliano (Erice), Naro, Polizzi, Regalbuto, Rometta, Sciacca, Scicli, Termini e Vizzini.
Esistevano, inoltre, ubicati nella capitale, alcuni istituti di carattere par­ticolare, come la “Scuola dei sordomuti”, la Scuola di Bell e Lancaster” e lo “Stabilimento Veterinario”, ed altre istituzioni culturali pubbliche, concentrate, soprattutto, a Napoli e a Palermo e che contribuivano alla formazione ed all’educazione dei giovani: le Accademie, i Reali Istituti di Incoraggiamento con le connesse Società economiche, le Biblioteche, i Reali Educandati, i Conservatori di Musica.
Ogni Liceo e Collegio, con annesso un Convitto, aveva un rettore e un vicerettore; l’amministrazione dei beni e delle rendite era affidata a una Commissione composta dall’In­tendente della Provincia che la presiedeva, dal rettore e da due proprietari, col nome di amministratori; nel Liceo di Napoli la Commissione era presieduta, invece, dal rettore, quando non vi interveniva il Presidente della Giunta di Pub­blica Istruzione.
I licei conferivano i “gradi” di “approvazione e licenza” nella letteratura, giurisprudenza, medicina, matematica e fisica, filosofia, a seconda del particolare “ramo di istruzione”; la “licenza” in teologia era conferita nei seminari, mentre la laurea nel­le Università. Dal 1748 per volontà di re Carlo di Borbone fino al 1811 la città di Altamura, in Puglia, ha avuto la sua Università in cui si insegnavano materie letterarie e scientifiche. Come dire che non si studiava solo a Napoli o a Palermo, ma anche ‘in provincia’ e non studiavano solo i ricchi.

Dal 1748 al 1811 fu attivo in Altamura un Regio studio o università, creato da Carlo III di Borbone nell’ambito della politica riformista avviata per rendere il nuovo stato napoletano autonomo dalla Chiesa, partendo proprio dal togliere a quest’ultima il monopolio dell’educazione dei giovani. Fu attiva per 63 anni fu stroncata dalla “rivoluzione”

La nascita di questa istituzione si inserisce nel clima della cultura giurisdizionalista ispirata da Pietro Giannone, e fu voluta fermamente dall’arciprete della chiesa altamurana, mons. Marcello Papiniano Cusani, che del Giannone fu grande amico. Cusani è anche il primo rettore e come tale si dà da fare per istituire le prime cattedre. Nel giro di tre anni partono i corsi di lettere umane, eloquenza greca, eloquenza latina, filosofia, geometria, medicina, sacra teologia e giurisprudenza ecclesiastica e civile. Con il suo successore, mons. Gioacchino De Gemmis, protagonista dei fatti del ’99 ad Altamura, la cultura giurisdizionalista, a cui si ispiravano tutti gli insegnamenti impartiti nel Regio studio, lasciò spazio al riformismo illuministico-genovesiano. De Gemmis, infatti, sostituì alle Istituzioni civili e canoniche il Diritto naturale e delle genti ed introdusse l’insegnamento della medicina, della chimica e della botanica. L’università di Altamura divenne punto di riferimento per la gioventù pugliese e lucana, aiutati anche dall’apertura di una biblioteca a disposizione degli iscritti. Le nuove disposizioni obbligano anche i docenti a tenere almeno cinque ore di lezione al giorno e a non allontanarsi dall’ateneo senza aver corretto i compiti svolti in aula dagli studenti. I cambiamenti in atto portano alla formazione di classi composte da giovani e valorose menti provenienti da Puglia e Basilicata. Non si sa quanti fossero di preciso: grazie al ritrovamento di alcuni foglietti risalenti al 1788 siamo a conoscenza che la maggior parte di loro è di Altamura, Bari e Giovinazzo. L'”età dell’oro” finisce però nel 1799, quando sulla scia della Rivoluzione francese gli altamurani insorgono proclamando la repubblica. Le truppe fedeli alla famiglia reale soffocano subito la sollevazione e costringono all’esilio diversi ribelli, tra cui figurano alcuni docenti dell’università e lo stesso De Gemmis, il quale in realtà torna al suo posto nel 1806 ma la decadenza è ormai inarrestabile: le cattedre rimaste operative sono solo sei e dal 1809 al 1810 gli studenti passano da 100 a 70 unità. Infine la mancanza di fondi fa sì che nel 1811 venga decretata la chiusura ufficiale dell’Università, stroncata di fatto dalla rivoluzione. La “Leonessa di Puglia”, soprannome che la città aveva conquistato durante l’insurrezione, dice così addio per sempre al suo prezioso gioiello culturale, del quale oggi rimane ben poco nella memoria storica del comune barese. A Napoli furono istituite la Prima cattedra universitaria al mondo di Economia Politica con Antonio Genovesi (1754), “Napoletana fu la prima clinica ortopedica d’Italia prima dell’unità, napoletani furono i migliori ospedali militari che potesse vantare l’Europa; napoletano fu quell’atto rivoluzionario nella storia della psichiatria, che vide, per la prima volta in Europa, togliere nell’ospedale psichiatrico di Aversa, i ceppi ai dementi”392; notevole era l’Orto botanico che forniva le erbe mediche alla Facoltà di Medicina; nella facoltà di Giurisprudenza nacquero l‘Istituto della Motivazione delle Sentenze (Gaetano Filangieri, 1774), il primo Codice Marittimo Italiano ed il primo Codice Militare.

Nei primi anni del 1800, nel Regno delle Due Sicilie, l’educazione dei ragazzi era quasi sempre affidata alla Chiesa, che da secoli svolgeva questo delicato ed importante compito.
Dopo l’istruzione primaria, della durata di tre anni, seguiva l’apprendimento di un mestiere. I giovani figli dei contadini, per necessità, venivano da subito impegnati nei lavori agricoli e quindi erano pochi quelli che frequentavano la scuola primaria. Pochissimi erano poi, e quasi tutti figli di famiglie nobili, quelli che continuavano gli studi, sia perché erano i soli che se lo potevano permettere, sia perché erano i soli che potevano accedere, con un’adeguata preparazione, a governare la cosa pubblica.
Pure gli studi superiori erano affidati, quasi sempre, alla Chiesa.
Anche se il sistema di educazione borbonico non era né popolare e né proprio brillante, bisogna però riconoscere che, in quei tempi, assicurò al Regno un livello culturale qualitativamente più elevato rispetto agli altri paesi europei. Infatti, nel censimento del 1751, Napoli era la prima nelle accademie di scienze e lettere: i meridionali Gaetano Filangieri, Antonio Genovesi, Giambattista Vico, Francesco Lomonaco, Pietro Giannone e tanti altri, fecero scuola in Europa. Poi, si svolse a Napoli, dal 20 settembre al 5 ottobre 1845, il congresso degli scienziati e nel 1856, nell’Esposizione Internazionale di Parigi. Tutto questo grazie ai principali settori industriali dell’epoca che erano la cantieristica navale, quella tessile e quella estrattiva. Degli stati preunitari del Nord, neanche l’ombra. In precedenza, nel periodo dell’occupazione francese (1806 – 1815), Giuseppe Bonaparte e Gioacchino Murat tentarono di introdurre l’istruzione pubblica di tipo laico.
Nel 1848, il ministro della P. I. del regno delle due Sicilie, Paolo Emilio Imbriani, dopo aver disposto che la nomina e la vigilanza degli insegnanti fosse assegnata ad una commissione provinciale, introdusse l’obbligatoria dell’istruzione primaria per ambo i sessi (decreto del 19 aprile 1848).
Nel breve periodo in cui ricoprì l’incarico, il ministro, consapevole della portata politica – sociale del problema dell’istruzione e dell’alto tasso di analfabetismo che impediva la partecipazione delle masse alla vita governativa e ostacolava l’esercizio dei diritti civili anche di alcuni strati borghesi, abolì il decreto del gennaio 1843, sottraendo così l’istruzione primaria al controllo dei vescovi, sottoponendola alle dipendenze del ministero. Nella circolare, annessa al decreto, sollecitava i sovraintendenti locali affinché si adoperassero a diffondere l’istruzione elementare, anche nelle classi più povere.
Con l’annessione forzata, del 1860, del Regno delle Due Sicilie a quello dei Savoia, il sistema scolastico meridionale cambiò totalmente in quanto venne applicata la legge Casati (ministro, dal 19 luglio 1859 al 21 gennaio 1960, della Pubblica Istruzione nel governo Lamarmora), già in vigore dal 13 novembre del 1859 nel Regno di Sardegna.
La Legge, studiata per la realtà scolastica piemontese e lombarda, venne estesa gradualmente all’intero Paese, dopo la proclamazione del Regno d’Italia. La riforma, tendente a configurare un sistema in cui lo Stato doveva gestisce l’istruzione con la presenza delle scuole private, affrontò anche la “questione analfabetismo”, più elevato nelle regioni meridionali per i motivi detti in precedenza.
Con la Legge Casati l’Istruzione elementare venne divisa in due gradi:
1) Grado inferiore di 2 anni, istituito in ogni Comune, con frequenza obbligatoria e gratuita per quanti non ricorrevano all’istruzione “paterna”. L’iscrizione avveniva a 6 anni compiuti con un numero di allievi per classe oscillante tra 70 e 100.
2) Grado superiore di 2 anni, istituito in tutte le città in cui già esistevano istituti di istruzione pubblica e in tutti i Comuni di oltre 4000 abitanti.
Inoltre:
– I maestri dovevano essere muniti di una patente di idoneità ottenuta per esame e di un attestato di moralità rilasciato dal Sindaco.
– La responsabilità per l’istruzione elementare era affidata ai comuni, ai quali veniva peraltro vietato di istituire una tassazione di scopo.
I Comuni del Sud, che avevano seri problemi di cassa, si ritrovarono quindi in difficoltà nel garantire lo svolgimento delle lezioni.
Inoltre, era fatta in modo da mantenere e perpetuare le differenze sociali, infatti essa prevedeva:
– Una scuola di “serie A” che dal ginnasio – liceo avviava all’università, a cui poteva accedere solo l’aristocrazia e la nuova borghesia liberale;
– Una scuola di “serie B” destinata alla piccola borghesia, con i rami tecnico e normale, da cui derivarono poi l’istituto tecnico e l’istituto magistrale;
– Una scuola di “serie C” destinata alle classi umili, che forniva un apprendistato di lavoro.
In conclusione, la Legge Casati che poteva essere teoricamente una buona base di partenza per creare un sistema scolastico di “tipo pubblico – laico”, come tutte le altre leggi, essendo stata semplicemente estesa ed imposta dai Savoia ai popoli annessi, senza la minima considerazione per il loro passato e le loro peculiarità culturali, fallì nel Regno delle Due Sicilie.
Si affidò l’istruzione primaria ai comuni che dovevano organizzarla a proprie spese. Nel periodo in cui un fiume di denaro saliva la penisola per sequestri bancari o salassi tributari (sempre nel pieno rispetto del duopesismo) praticamente solo i comuni del centro-nord furono in grado di aprire bastanti scuole. Altrove, cioè da noi, assai raramente ciò fu possibile. Le classi meridionali sempre meno abbienti dovettero tenere i figli senza studio fin quando le condizioni della finanza locale migliorarono progressivamente. Passò quasi una generazione! Nel frattempo lungi dall’accelerare le difficoltà di risorse a sud, lo stato si preoccupò di censirvi le famiglie rilevando il famoso tasso di analfabetismo altissimo per i giovani a cui avevano negato l’apprendimento. Con una comoda retrodatazione si battezzarono quei dati al tempo delle Due Sicilie creando una mentalità terribile e perenne di superiorità dei colonizzatori sui colonizzati. Mentre era esattamente il contrario prima del 1861 per le scuole civili e religiose gratuite esistenti in tutti i comuni borbonici.

La scuola aperta a tutti, completamente gratuita, alla quale potevano iscrivere i propri figli anche le famiglie indigenti. Stiamo parlando delle “Scuole Pie” dei Padri Scolopi, le più diffuse nel Regno borbonico, ma anche nel resto degli Stati italiani preunitari e in Europa. Dalle scuole degli Scolopi, fin dalla fondazione, nel 1597, ad opera di San Giuseppe Calasanzio, sono usciti alcuni dei migliori talenti nelle lettere, arti e scienze: Mendel, Pascoli, Carducci, Haydn, Schubert, Lehár, per citare solo alcuni nomi. Furono le prime vere scuole popolari, in un’epoca in cui l’istruzione era affidata prevalentemente agli ordini religiosi. Il Regno delle Due Sicilie non faceva eccezione: il regio governo non istituiva scuole, ma garantiva la libertà scolastica, la possibilità di aprirne, e la libertà di insegnamento, la libera scelta di programmi e contenuti, e favoriva le condizioni perché la popolazione potesse beneficiarne.

Con una semplice istanza al Re, una famiglia bisognosa poteva ottenere una o mezza “piazza”, cioè la retta annuale di un collegio a pagamento, come quelli dei Gesuiti. La richiesta era smistata agli innumerevoli istituti benefici che provvedevano. Le scuole degli Scolopi erano l’eccellenza di un insegnamento non centralizzato, ma diffuso in modo capillare, perché univano formazione umanistica e scientifica, come si vede nel “Quadro di insegnamento”, un raro documento che pubblichiamo. Tre anni di elementari,sette di ginnasio e liceo, un percorso di apprendimento graduato sullo sviluppo cognitivo degli allievi, basato sull’idea che le conoscenze sono strumenti per esprimere le peculiarità dell’uomo, in relazione a sé, agli altri, alla realtà, a Dio. A 17 anni lo studente era pronto per l’Università. Gli Scolopi e gli altri ordini religiosi furono costretti a chiudere le scuole quando il Regno delle Due Sicilie fu invaso. Quando, anni dopo, le scuole riaprirono, ebbero programmi, libri, materie e contenuti di studio determinati dal nuovo regno italiano. Era nata la scuola statale.

Tutto ciò che era pubblico doveva essere abolito e così le scuole!! Nel 1734 il Sud andò a Carlo III di Borbone che, avendo in dote 28 milioni di ducati, pensò bene ricomporre lo Stato attraverso la cultura. Nacque così il ’700 napoletano. La scuola fu l’ istituzione realizzata per imporsi e per rinnovare il sapere della gente. Ogni città, ogni villaggio doveva essere provvisto di scuole pubbliche. Ogni provincia doveva avere una scuola per uomini ed una per donne, ove potessero apprendere le scienze primarie e le belle arti e, per i nobili, esercizi di colta società. Le spese per l’istruzione pubblica ammontavano a circa un milione di ducati all’anno.

Il Villardi, che era stato mandato nella capitale a smantellare l′apparato scolastico napoletano, così ricorda: “ Pareva che si volesse levar tutto a Napoli. Oggi per esempio, noi abbiamo sciolto l’Accademia delle Belle Arti, mentre si pagano tutti i professori; per l’istruzione secondaria, in una città di cinquecentomila anime, non abbiamo che un liceo di sessanta alunni e questo con un ministro intelligente e pieno di volontà… “.

Ecco come, il Regno delle Due Sicilie era finito nelle mani degli eredi di Vittorio Emanuele I, della dinastia più reazionaria d’Europa; quella cioè che, abolendo il Codice Napoleonico, ristabilì l’antica legislazione complicata e senza unità, i privilegi fiscali e l’antica legislazione penale con la fustigazione e, cosa più terribile, proibì i culti ai cattolici perseguitando anche mortalmente ebrei e valdesi e, cosa ancora più abominevole, ridiede tutta l’istruzione nelle mani delle scuole religiose a pagamento, abolendo quelle pubbliche istituite da Napoleone.

LE ORIGINI RISORGIMENTALI della CORRUZIONE italiana

Quella dei Savoia fu una monarchia democratica fondata sulle tangenti e su una spregiudicata brutalità. Il nuovo stato fu travagliato da molti scandali, che ebbero come autori financo ministri e lo stesso Re, definito da Lord Clarendon: “ignorante, bugiardo, intrigante che nessuno poteva servire senza danno per la propria reputazione”. Di contro quella dei Borbone fu dignitosa e rispettabile (nonostante le calunnie interessate dei massoni e risorgimentali in genere), con leggi giudicate tra le migliori del tempo. Vittorio Emanuele II, rivolgendosi al plenipotenziario inglese August Paget dichiarò esplicitamente: “Ci sono due modi per governare gli italiani: con le baionette o con la corruzione”. Fece usare le une e l’altra con spregiudicata brutalità e così nacque l’Italia: una monarchia poco democratica fondata sulle tangenti. Il nuovo stato fu travagliato da molti scandali, dal crack della Banca Romana allo scandalo delle Regie Tabaccherie, dove alcuni innocenti pagarono per colpe mai commesse (mentre il re poco prima si era appropriato di 20 milioni dell’epoca come “residuo” di bilancio), sino alle grandi truffe delle ferrovie dove negli elenchi dei soci e nei bilanci c’erano ripetizioni e imprecisioni tali da meritare l’apertura di qualche fascicolo giudiziario. L’avvenimento più imbarazzante fu però l’affare dei lavori del canale Cavour in cui fu coinvolto Gustavo Cavour, fratello del presidente del consiglio Camillo, uno dei maggiori azionisti della Cassa di Sconto, che se n’era accaparrato l’appalto grazie a capitali inglesi. I Cavour erano affaristi abilissimi e spregiudicati. Per esempio durante una carestia, quando il prezzo del pane era altissimo, la famiglia Cavour rappresentava la maggioranza degli azionisti dei mulini di Collegno che facevano incetta di farina e grano. Ferdinando Petruccelli della Gattina, giornalista abile e sarcastico, ne diede un lucido resoconto nel suo libro “I moribondi di Palazzo Carignano”. Il Petruccelli era all’opposizione e non tollerava gli inutili rituali della retorica parlamentare. Nel suo libro leggiamo che la camera, composta da 443 deputati, era in realtà un esercito di principi, duchi, conti, marchesi, generali, ammiragli, avvocati, cavalieri e commendatori. C’erano anche un bey dell’impero Ottomano, qualche legion d’onore ed infine Giuseppe Verdi. Mancava invece Carlo Cattaneo il quale, pur essendo stato eletto per tre volte, si rifiutò di giurare fedeltà ai Savoia. Il centro del parlamento era definito la “zattera della Medusa, dove tutti i naufraghi sono aggrappati, tutti i superstiti, tutti gli sbandati. Essa è un ospizio degli invalidi”. La sinistra sembrava un arcipelago di anime in pena: mazziniani, garibaldini, pseudofederalisti e oltremontani ed infine gli “uccelli da passeggio” cioè l’estrema sinistra, così definita perché sempre sul punto di passare sui banchi della destra. Intanto le tasse continuavano a crescere e i giornali del 1866 rilevarono che 22 milioni d’italiani avevano pagato il doppio delle tasse rispetto a 19 milioni di prussiani. A giudizio degli ambasciatori inglesi —in una nota diplomatica destinata a Londra— il più debole di tutti era il ministro degli esteri conte Campello: “La sua intelligenza è così limitata e appare così totalmente ignaro dei problemi del suo dicastero che tentare di avere una conversazione con lui equivale a perdere tempo”. Seguiamo lo scandalo della Banca Romana nel resoconto del giornalista Pietro Sbarbaro. Sin dai tempi della Repubblica Romana di Mazzini era a capo dell’oligarchia della Banca un certo Tanlongo, che fu incaricato dai vari capi di governo (da Cavour a Giolitti fino a Crispi) di offrire somme considerevoli ad alcuni prelati che avrebbero dovuto ammorbidire il Vaticano sulla questione Unità d’Italia e di assecondare i fratelli della massoneria. A questi furono concessi prestiti personali estesi anche ad amici degli amici con l’emissione in eccedenza di banconote. Giolitti tentò di nascondere lo scandalo, comprese sei buste voluminose che riguardavano Crispi, ma l’affare fu scoperto. Il Tanlongo fu arrestato il 18/1/1893 e la sua difesa sostenne che le irregolarità erano state sollecitate dallo stesso governo. Alla caduta del governo Giolitti fu nominato Crispi il quale, per coprire lo scandalo, d’accordo con il re governò per un anno intero a camera blindata, cioè convocandola solo undici giorni. Fu dimostrato che la Banca Romana aveva consegnato illegalmente a Crispi 718.000 lire dell’epoca (13 miliardi d’oggi). Nessuno tuttavia osò intralciare lo statista che stravinse le elezioni e governò con ampi poteri. La fine politica di Crispi fu segnata dalla cattiva avventura coloniale in Africa, ma non mancarono altri moribondi ad occupare le aule del palazzo. Roma divenuta la capitale del Regno, la Banca Romana, sviluppa il proprio pericoloso giro di affari e diviene, presto, un centro di corruzione politica.

Dal 1881, a questa attività dà particolare slancio Bernardo Tanlongo, un ex-fattore, un affarista divenuto governatore dell’istituto grazie a potenti amicizie. Accreditato per la sua “onestà laboriosa”, questo intrallazzatore di primo ordine, privo di scrupoli e di qualsiasi nozione di economia finanziaria, è deciso a difendere una posizione così avventurosamente conquistata. Nel 1881, è, pertanto, generoso di milioni a giornalisti, deputati, economisti, perché ritardino l’approvazione di una legge che, abolendo il regime di concessione valutaria, condannerebbe a morte la sua banca, che si regge solo in virtù delle proprie emissioni. E, anche quando la legge del 1883 viene approvata, Tanlongo non demorde. Per tenere in piedi una impresa così redditizia è pronto a mettersi fuori legge e a stampare biglietti bancari in grande segreto. Per maggiore sicurezza, li ordina in Inghilterra e in serie doppia, per meglio confondere eventuali investigatori. Poi, con tenacia tutta artigianale, li firma a casa, ad uno ad uno, con un torchietto, prima di rimpinguarne le casse della banca.

L’ingegnosa intraprendenza di Tanlongo non è, tuttavia, la sola ad animare, in quegli anni, la vita economica dell’Italietta. Speculazioni edilizie e audaci iniziative industriali trovano facile sostegno nel sistema bancario, in particolare nelle banche di emissione. Alla lunga, si dà luogo a una inchiesta amministrativa, che investe anche la Banca Romana. Rivalità politiche all’interno della maggioranza ministeriale la generano, Francesco Crispi [1818-1901], allora presidente del consiglio, l’approva, il ministro Luigi Miceli [1824-1906] la sovraintende, l’ignaro senatore Giuseppe Giacomo Alvisi [1825-1892] la dirige, e l’incorruttibile funzionario Gustavo Biagini la esegue. Ma, quando i risultati della indagine giungono sul tavolo del ministro dell’industria, sono tali da spaventarlo e indurlo a rappezzare la situazione. Biagini è trattato da pazzo visionario ed è ordinata una nuova ispezione, che verifica come il deficit di 10 milioni di biglietti falsi rilevato, sia, miracolosamente, svanito. Ve ne è abbastanza per lodare l’eccesso di zelo del funzionario inquirente, promuoverlo al altro incarico e seppellire la relazione che Biagini inoltra a chi di dovere.

A cercare di denunciare lo scandalo rimane solo il senatore Alvisi, ma inutilmente!

Appena un anno dopo la sua morte, il repubblicano Napoleone Colajanni [1847-1921] può dare lettura della relazione Biagini, che il senatore ha legato in punto di morte ad alcuni amici. Lo fa il giorno in cui la Camera è chiamata a discutere la proposta avanzata da Giovanni Giolitti [1842-1928] di prorogare di altri sei anni il regime delle concessioni monetarie alle banche “chiacchierate”.

La requisitoria dell’ex-garibaldino siciliano è anche diretta contro il neoeletto presidente del consiglio ed è tanto più vibrante di indignazione in quanto, poco più di un mese prima, l’uomo di Dronero, anche lui legato da vincoli di riconoscenza al disinvolto trasteverino, lo ha fatto nominare senatore.

Il rapporto suscita le violente ire della maggioranza, Colajanni è coperto di ingiurie e contro di lui volano anche alcuni sgabelli. Miceli lo accusa di falso e giura sull’onorabilità di Tanlongo. A sentire questi signori, non è vero che il banchiere distribuisse “omaggi” in lire; che a diversi notabili del Regno rinnovasse cambiali senza fine; che prestasse, generosamente e a tassi agevolati, a molti, tra i quali anche Crispi; che fosse, perfino, il canale attraverso cui Umberto I [1844-1900], da pioniere della fuga di capitali all’estero, mandava i propri risparmi alla Banca di Inghilterra. Infine, l’accusato sembra essere Colajanni. Pochi giorni dopo, tuttavia, Giolitti non può esimersi dal nominare una commissione di inchiesta amministrativa, anche se, lo stesso giorno, fa nominare Tanlongo, cittadino al di sopra di ogni sospetto, membro della commissione di vigilanza del debito pubblico!

Questo è troppo anche per i più pavidi, mentre per i più increduli giunge la denuncia della commissione di inchiesta, che, nella Banca Romana, ha rilevato 70 milioni clandestini, 40 a serie doppia, 20 di deficit, come risultato di una serie di falsi che durano da oltre venti anni. Tanlongo è arrestato, e non finisca su un freddo tavolaccio di un carcere di Fenestrelle ma in una accogliente cella a pagamento, riscaldata e arredata con i mobili fatti venire da casa.

Fuori, intanto, continua la battaglia politica e parlamentare; mentre, foglio a foglio, i documenti più compromettenti nell’istruttoria si perdono per strada.

Quelli che rimangono a disposizione della seconda commissione di inchiesta, quella parlamentare “dei sette”, sono sufficienti per determinare la caduta del Governo Giolitti, ma non hanno la forza di mandare in prigione altri onorevoli o ministri.

Troppi sono i politici coinvolti e molti di loro i potenti. In ultimo, lo stesso Tanlongo “se la cava”. E non può essere altrimenti! È depositario di troppi segreti perché possa marcire in galera. Al processo viene assolto. Per i giudici togati è difficile condannare un banchiere di regime e un falsario di Stato!

“I veri colpevoli passeggiano impunemente per le città d’Italia e le loro vittime sono nel reclusorio di Regina Coeli”

«È tanto più deplorevole che non si siano pubblicate le inchieste fatte finora, perché non si può dire che il Parlamento non le abbia domandate. Il paese ne ha domandata la pubblicazione, e in questa Camera e da questi banchi soprattutto, ripetutamente è stata domandata la pubblicazione delle inchieste fatte pel passato […] E guardate, una di queste inchieste, quella i cui risultati credo di conoscere, e credo di non essere il solo possessore della verità, è passata attraverso tre Ministeri.»
(Discorso di Colajanni alla Camera, seduta del 20 dicembre 1892)

Il processo si concluse con l’assoluzione totale degli imputati dato che nel frattempo sparirono numerose prove, ma le banche d’emissione vennero liquidate dalla nascente Banca d’Italia, affiancata dal Banco di Napoli e dal Banco di Sicilia che poi vennero a loro volta inglobate da Banca d’Italia nel 1926.

“Quanto al merito delle imputazioni dico innanzi tutto che io non mi sono approfittato di un centesimo durante la mia gestione della Banca Romana; anzi, posso dire di averci rimesso del mio; può ciò facilmente desumersi dalle condizioni del mio stato patrimoniale che non è migliorato da che io andai a dirigere la banca, anzi mi ha peggiorato.”
Bernardo Tanlongo

CARCERI BORBONICHE…. LA NEGAZIONE DI DIO?

Nel 1851, per screditare e distruggere l’immagine di Ferdinando II di Borbone, un rappresentante dell’Università inglese di Oxford, Lord Gladstone, aveva diffuso in Europa, sotto forma di due lettere, false e calunniose notizie sulla completa assenza di legalità e sulle sofferenze di tanti infelici, rinchiusi nelle carceri del Regno delle Due Sicilie. Fin dalla sua salita al trono, avvenuta nel 1830, già prima che negli altri regni italiani, Ferdinando II aveva provveduto a riformare le prigioni. Le modifiche iniziarono nel 1832, quando furono colmate orribili e crudeli segrete e dettate norme affinché man mano le prigioni fossero condotte ad uno stato migliore sotto il rapporto igienico, religioso, morale, ed economico.

Lord Gladsone non sapeva che nel 1839 al termine del suo viaggio in Italia, Alphonse Cerfeberr scrisse: «A Napoli vi hanno prigioni speciali per le diverse categorie de’ condannati. Una ve ne ha per le donne, una pei giovani detenuti, quella di S. Francesco e quelle della Vicarìa. La prigione delle donne, detta di S. Maria d’Agnone, è stimata un modello nel suo genere […]. Le detenute vi dividono il tempo tra il lavoro, la preghiera, e gli esercizi religiosi […]. Nella prigione de’ giovani detenuti, non si vede che ordine, pulitezza e disciplina, e i prigionieri, eccetto la libertà che non hanno, vi stanno assai meglio che fuori. […]. La Vicarìa, che sir Gladstone ha appellata un Carnaio, il colmo dell’orrore e del sucidume, è invece una prigione pulitissima, secondo il sig. Gondon che l’ha visitata. Il cibo vi è variato, sufficiente e di ottima qualità».

Ulteriori modifiche strutturali furono apportate alle prigioni negli anni successivi. L’anno prima dell’invasione garibaldina e piemontese, Francesco Durelli scriveva: «Le famose luride prigioni di Castel Capuano sono state tramutate in sale spaziose, piene di abbondevole luce e di libera, aperta atmosfera, ammirande per ogni maniera di nettezza, e fornite di quanto è d’uopo per la conservazione sanitaria de’ detenuti… Il carcere per donne di S. Maria ad Agnone, è stimata un modello nel suo genere […]. e quello che, non più carcere, ma sala d’istruzione e di lavoro, va oggi distinto col nome d’Instituto Artistico per gli imberbi [adolescenti] e pe’ giovanetti di S. Aniello: e farne la descrizione rileverebbe tale lavoro da compiere un volume».

Significativo sul carcere di San Francesco è il giudizio di Luigi Settembrini, che nelle Ricordanze scrisse: «Usciti dalla Vicarìa, [il carcere] S. Francesco ci parve piuttosto una casa che un carcere: si passeggiava pei corridoi, si usciva fuori una loggia. scoperta, si vedevano persone umane e civili, si aveva visite di parenti e di amici, io vedevo mia moglie e i miei cari bambini e Raffaele che mi portava i suoi esemplari di scuola, e la piccola Giulietta che allora moveva i primi passi».

Ma se anche le calunnie mosse da Gladstone e dai liberali a Ferdinando II in merito alle carceri e ai prigionieri politici fossero state vere in parte, che cosa fecero i rigeneratori dopo l’annessione al Piemonte e l’unità d’Italia? Liberarono tutti i detenuti politici regolarmente processati e per lo stesso principio di giustizia e libertà buttarono nelle prigioni, senza processo, migliaia di persone sospettate. Rivelatore e significativo è l’articolo Visitare i carcerati pubblicato il 30 aprile 1861 dal giornale liberale di Napoli “Che Tuoni”, che con sarcasmo scriveva: «Ora il paternissimo governo attuale, come liberalissimo e giusto, non può in alcun modo imitare quello che faceva il governo passato, ingiusto e nemico dei liberali. Quello, per non venir meno all’alta sua riputazione di misericordia, tollerava che si facessero delle opere di misericordia. Questo non ha misericordia per chi pratica le opere di misericordia». Ma facciamo un salto in avanti e vediamo che cosa scriveva un giornale di Napoli nel marzo 1868. «Fortunatamente, tu non saprai mai come si sono ridotte le carceri in quest’epoca di libertà, e beato te se per misericordia del cielo non ci sei ancora entrato. Ma c’è bisogno di mettere in chiaro lo strazio tremendo al quale sono soggetti quegli sventurati che vanno a popolare le prigioni del nostro paese, possono così avere un’idea di quanto di buono si è fatto di sollievo da otto anni in qua per queste nostre povere carni battute, che dopo essere state portate allo stato di marcire per mancanza d’alimenti vanno a morire. Si dice che il fuoco della terra, ossia quello che serve per tutti i nostri bisogni, non è altro che un semplice dipinto a paragone di quello che si trova nell’inferno. E alla stessa maniera tutto quello che si può dire in merito alle torture che ti regalano le carceri moderne, è davvero una pittura che non potrà mai descrivere la verità. Preparati a fremere, o napoletano che mi leggi: sono cose che fanno arricciare i capelli in testa, quelle che vado a raccontare, sono tormenti che faranno vergognare tutti i Neroni, e i più barbari tiranni della terra, se tornassero a nascere. Oggi il carcere è la sepoltura dell’uomo, non più una casa di correzione dove si va a scontare un reato o una pena. Chi ci entra, deve avere proprio un miracolo particolare per uscirne vivo, tanto sono le sevizie e i maltrattamenti che gli vengono fatti dai moderni civilizzatori. Cominciamo dall’esterno: il carcerato non deve più vedere la bella luce del sole. Ai tempi di Ferdinando II la luce era libera, l’aria poteva entrare e uscire dal carcere a suo piacere, ma oggi no. Oggi il carcerato non deve avere più aria. Un tavolato, che impedisce pure la vista del cielo, è stato messo in faccia alle cancellate. Appena un filo di luce, che dall’alto scende come un’elemosina, permette al carcerato di distinguere la notte dal giorno, la luce dalle tenebre. Del resto non c’è altro inferno aperto, che il carcere d’oggi, dove sono di permanenza tutte le sofferenze del mondo, tutte le sevizie più atroci. Dentro al carcere d’oggi non c’è alcuna distinzione come una volta. Qua, ai perduti malfattori, ai ladri più schifosi, agli assassini più feroci, ai falsari più ributtanti si uniscono i giovani virtuosissimi, gli onesti padri di famiglia, i veri patrioti, i galantuomini più distinti. Si fa d’ogni erba un fascio e non si ha nessun riguardo di mischiare la lana con la seta, l’onestà con la svergognatezza, il delitto con l’innocenza. Tanti poveri signori, per un semplice sospetto, sono presi per un braccio e uniti ai malfattori! Se non altro l’uguaglianza si fa consistere solo in questo!

Lo sbirro deve stare a cassetta con un vescovo o un parroco, il ladruncolo con un onesto negoziante conosciuto, la prostituta attaccata alla gonna di una donzella. La moderna Babilonia per moltiplicare i vizi, tenta tutti i mezzi che possono corrompere la gente buona.

Non credete alle parole di fraternità, civiltà, progresso e via dicendo: le carceri ne sono una prova. Se la civiltà esistesse davvero, non vedremmo mischiare la gente onesta con la feccia del popolo, assoggettata quest’ultima agli stessi riguardi della prima.

Se il progresso non fosse addirittura una parola scema, non vedremmo lo strazio della carne umana, i sacrifici che si fanno soffrire alla gente, i flagelli a sangue che si adoperano a danno dei poveri carcerati. Sentite quando c’è di terribile in una prigione in questo momento in cui scrivo. Mettetevi una mano sul cuore, per non sentirlo scoppiare, a leggere tante barbarie, e dopo armatevi d’attenzione e rassegnazione, e seguitemi.

Correva il mese di agosto, narra il Popolo (al quale ringraziamo di averci dato queste notizie che noi riportiamo parola per parola) era il secondo anno della rigenerazione, di Cristo 1862.

“ ….Correva il mese di agosto dell’anno 1862; Napoli era comandata a bacchetta allora da quello abbietto che oggi, più abbietto ancora, perché messo in disparte dalla consorteria, puttaneggia coi repubblicani, Filippo de Blasio (nominato dal Gen. Cialdini, Prefetto di Polizia di Napoli il 2 Luglio 1862).

Erano le 2 p.m., i detenuti quale leggendo, quale sonnecchiando, quale tirando moccoli, stavano tutti facendo il chilo sui rispettivi letti. Ecco tutto ad un tratto un batter di cancelli, un correre un gridare, un minacciare, un diavolo da non vedersi. Che è, che non è: era un povero detenuto che faceva di riparare nella prima stanza che trovava aperta e quattro manigoldi, due dei quali armati di staffili, uno di un mazzo di chiavi e l’ultimo della daga sguainata, che lo inseguivano furibondi, minacciosi, terribili. L’infelice correva, si voltava, piangeva, si contorceva di spavento e quando non ebbe più dove fuggire, cadendo sulle ginocchia: “Per pietà, in nome di Maria Santissima” si dette a gemere “non m’uccidete, ho due figli, poveri figli miei!”. Le grida strazianti di questo sfortunato erano soffocate non più dalle minacce né dalle bestemmie de’ carcerieri, ma dai loro colpi. Gli staffili, rompendo l’aria fischiando, andavano a lacerare le pelle del collo e della faccia di quell’infelice prostrato; il sangue schizzava sul muro e vi gocciolava, e quelli a dare senza misericordia in testa, in faccia, in petto, sulle spalle, da per tutto. Era orribile; quel misero non piangeva più, non pregava più, cadeva, pareva che spirasse. E tuttavia a dargliene ancora, a dargliene sempre, aggiungendo a’ colpi, i calci co’ loro tacchi di ferrati. E con tutto ciò lo battevano ancora, a dargliene sempre, aggiungendo alle mazzate i calci con i loro tacchi ferrati.

Non era un uomo aggredito da quattro assassini: era un agnello che cacciava sangue tra le grinfie di quattro lupi. Non era un uomo aggredito da quattro assassini: era un agnello che sanguinava fra le zampe di quattro lupi. I detenuti spettatori di questa scena di sangue, atterriti, indignati, tremanti, non osavano fiatare…”

(G.Gervasi Sulle prigioni di Napoli – Rocco-Napoli-1869)

Chi scrive questo fatto, ricorda molti nomi di quelli che erano compagni suoi di carcere; e all’occorrenza potrei fare i loro nomi.

Ma il governo non è Argo, si dirà; queste cose non le sa, che diavolo! Vi pare che se qualcuno gliele avesse rivelate, quei bricconi non sarebbero stati castigati? La colpa è dei carcerati che sono vili tanto da temere di denunciare i torti che si fanno loro.

E va bene: il governo non è Argo: voi avete ragione. Ma dite un poco, se loro, i signori governanti, ispirassero fiducia, quale sarebbe il vile, vile tanto da lasciarsi battere e non dire niente?

E se egli si sta zitto, non significa che i sudditi governanti, più che fiducia mettono paura ai carcerati? E in questo caso di chi è la colpa? Quante volte essi non mettono nelle le prigioni appositamente spie per i detenuti? Ebbene perché non ne tengono qualcuna pure per i carcerieri?

Ammettiamo pure che i governanti non siano complici dei carcerieri, ammettiamo invece che siano addirittura angeli in fatto di moralità; ma allora non sarebbero sempre degli stupidi abbandonando all’arbitrio feroce della feccia degli uomini, dalla quale escono i custodi delle prigioni, quei poveri sfortunati, molti dei quali sono innocenti, parecchi dei quali potrebbero ritornare onorati, liberi e affrancati alle loro case?

Ma andiamo avanti. Questo che abbiamo detto è quello che non dovevamo dire. Prendetela come una parentesi, e cambiamo dolore.

Dì un poco, governo rigeneratore, il cascione, la palla e la camicia di forza anche questi sono arbitrii dei carcerieri? Sono loro, i carcerieri che a spese proprie e per far dispetto a Beccaria, hanno arricchito le carceri di questo strumento di tortura?

Sono loro, i custodi, che hanno fatto cucire quelle camicie, fondere quelle palle e piallare quei cassoni?

Ma i lettori vorranno sapere che diavolo sono questi oggetti. Ed eccoci a servirvi.

La camicia così detta di forza è una specie di giacchetta come una maglia, di tela grossolana, che abbraccia il petto, dalla parte inferiore del collo fino alle ultime costole. Questa giacchetta ha le maniche molto lunghe, di modo che tirate con forza dalla parte di sopra, non solo incrociano molto strette le braccia della vittima attorno al collo, ma le stringono tanto il petto da fargli mancare il respiro. Lo stringere di più o di meno non dipende dalla più o meno carità che i guardiani hanno nel cuore, ma dalla più o meno forza che hanno dentro ai polsi. E questo è il più leggero dei supplizi, è il supplizio cortese, roba da signorine.

C’è di peggio ancora. C’è la palla. Questo castigo consiste nell’avvicinare il carcerato in faccia al muro, dove all’altezza di 8 palmi ci sono due forti anelli di ferro. Si incrociano le braccia dell’individuo con una cinghia di cuoio, la quale passando sopra i gomiti va ad essere legata dietro ai reni. Una volta posizionato il detenuto in questa maniera, gli si attaccano ai polsi due piccole catene, le quali passando dentro agli anelli di ferro, che abbiamo detto incastrati sulla parete del muro, cadono a piombo per il peso delle due palle di circa dieci chili, che sono legate alla punta delle medesime catene. Il condannato a questa tortura non ci resta meno di 12 ore, e lo dicesse Dio per noi in mezzo a quale martirio. Resta il cascione. Questo poi è un ritrovato sublime. Noi non sappiamo veramente chi ne sia stato l’inventore, ma crediamo Spaventa. Spaventa di fatto fu uno dei più attivi riformatori del sistema carcerario. A ogni modo se egli per modestia non ha cercato un brevetto di invenzione, questa non è una buona ragione perché noi non avessimo a chiederlo per lui.

Si legge nelle storie che a Fàlaride, tiranno d’Agrigento, si presentò un giorno un Silvio Spaventa di quell’epoca, il quale sperando d’ottenere una grossa ricompensa dal tiranno (il nostro Spaventa più magnanimo l’aspetta dalla patria) gli mostrò un toro di bronzo, dentro il cui ventre si poteva rinchiudere una vittima e bruciarla a fuoco lento. Falaride da uomo di talento che era, ammirò il bel lavoro, ma ordinò che si facesse il primo esperimento sul suo inventore.

La patria dalla quale l’onorevole Spaventa spetta la ricompensa, l’ingegnoso filantropo, non ha avuto il talento di Falaride. A ogni modo un uomo che ha saputo inventare il Cassone ha provato che aveva ragione d’inventarlo. Lasciamo dunque fare a Dio, che dice il proverbio è un santo vecchio.

Noi passiamo a descriverlo.

Il cascione è né più né meno che una cassa da morto, una semplice bara, della lunghezza di un uomo di statura regolare, e larga quanto basta perché quello che si impizza dentro tocchi con le due spalle l’una e l’altra tavola laterale.

A la parte di sotto vi è stato fatto un buco affinché il paziente potesse adempire, senza incomodare nessuno, a tutti i suoi bisogni.

Altre piccole aperture sono praticate a tutte e due le parti laterali, da dove passano forti cinghie di cuoi, che servono a dare all’uomo che ci sta rinchiuso l’immobilità del cadavere.

Queste cinghie stanno a una certa distanza l’una dall’altra, di modo che le prime due vengono a stringere i piedi sopra il Malleolo, le altre due le gambe sopra le ginocchia, le terze stringono il petto, e le ultime lo cannarone (la gola). Delle braccia non ne parliamo, perché nessuno viene posto dentro al cassone, se prima le braccia non sono state chiuse dentro la camicia di forza. L’immobilità è dunque di assoluta necessità, una cosa terribile; è l’immobilità del cadavere; non si può fare nessun movimento possibile, neppure quello della testa, poiché non appena cercaste di muoverla in un modo qualunque, le cinghie che avete tutto intorno al collo vi strangolerebbero — il che in certi casi potrebbe anche sembrare, e essere pure una risorsa — ma vi provocherebbe terribili spasimi, più insopportabili degli altri. Il trattamento ordinario di chi sta dentro al cassone è il pane ed acqua, e l’uno e l’altra gli sono dati con la carità di cui è capace il carceriere, dal guardiano, il quale lo spezza e glielo infila nella bocca come si metterebbe un carbone dentro una fornacella; del modo come gli danno l’acqua non e parliamo, se lo raffigurerà chiunque si volesse dare la pena di riflettere alla difficoltà che, stando in quella posizione, l’uomo ha, se vuol bere.

Abbiamo parlato delle tre torture, la Camicia di forza, la Palla e il Cascione: ce ne sono delle altre. Tenteremo di descrivere anche queste.

C’è il Puntale. È un collare di ferro che si chiude alla gola dell’individuo con un apposito catenaccio. Questo collare, mediante una corta catena, è attaccato a un anello che sta ficcato dentro il muro.

Il minimo della durata di questa tortura è di due giorni e due notti. Bisogna perciò mangiare in piedi, dormire in piedi, completare stando così tutti gli atti necessari… morire in piedi, caso mai il cuore di chi vi è condannato fosse sorpreso da una sincope, caso mai il suo cervello fosse colto da un tocco apoplettico.

Ma questo non basta: per i nostri rigeneratori è poca cosa la forca; vili come i conigli, stupidi come oche, non possono è vero, come pure vorrebbero, essere feroci come le tigri, ma s’industriano, le buone creature, fanno tutto il possibile per sembrarlo. Una volta che si sentono tanti contro uno, che si sentono al sicuro della vendetta delle loro vittime, che sono certi che non subiranno nulla, diventano, per fare del male ai loro simili, industriosi di tal maniera, come, per giovare al proprio figlio, diventa industriosa la mamma.

Ci sta una quinta tortura, e diciamo quinta e non sesta e non settima e non decima, perché non ci sembra che ne valesse la pena in tanto lusso di crudeltà, in tanta quantità di ferocia, tener conto delle manette, polsini, del pane ed acqua, dei sotterranei, e d’altre cose più o meno civili, ingegnose e degne di questi schifosissimi che hanno schiacciato i pidocchi che avevano dentro le camice loro con le monete d’oro che stavano dentro le tasche nostre.

Questa quinta tortura è chiamata dei Ferri corti. Consiste nel legare l’individuo mani e piedi e tenerlo così accovacciato, accartocciato e arravogliato a terra come un gomitolo sulla nuda terra.

Le diverse torture non sono nate tutte da un pensiero: una ne ha scoperta un’altra.

Un uomo accovacciato così, ha mostrato che la testa si poteva mantenere diritta; ebbene bisognava fargliela abbassare; è un dolore di più? E perché non approfittarne?

E ne hanno approfittato.

Serrano il collo del paziente dentro un collare di ferro. Nella parte superiore di questo collare ci legano una forte cinghia di cuoio; ve la passano sopra la testa e quando la barba tocca il petto, legano l’altra estremità della cinghia al ceppo dove sono legati le mani e i piedi vostri.

Questo ingegnoso meccanismo si sperimenta ordinariamente dentro la camera contrassegnata, se la memoria non ci fa sbagliare, col numero 44. Questa camera sta vicino a la fontana al secondo piano del carcere della Vicarìa.

Il cassone del quale abbiamo parlato nell’articolo precedente, se lord Gladstone volesse avere la bontà di venire a vederlo, — affinché potesse poi dichiarare per quello che è quest’altro governo — lo troverebbe dentro una piccola camera situata vicino alle cosiddette Scuole Vecchie.

A chi si è obbligati per l’invenzione di queste torture, lo ripetiamo, nessuno lo sa, ma noi insistiamo sempre col crederle opera di Spaventa. Quando Dio dà a un soggetto una faccia come quella che ha dato a Spaventa, non può, certo, non avergli posto dentro al cuore qualche cosa che spiegasse il perché di quella faccia.

E di fatto, guardate con un poco d’attenzione quest’uomo e poi venitemi a dire — ancorché non foste Levater — se non vi sembra nato per impiccare o essere impiccato.

Sia come si voglia, certo si è, che, dicemmo nell’articolo precedente, egli ebbe una parte per nulla indifferente, dentro alla cosiddetta riforma del sistema carcerario.

Ma voi esagerate — si dirà — queste cose non sono possibili nel 1868. Che si cammini come i gamberi dentro l’Italia? Con un governo galantuomo? Con un governo civilizzatore, riparatore, moralizzatore, e per giunta redentore?

Ma va! Questa è una calunnia troppo materiale; è una pazzia di cattivo genere.

Sì, è vero, noi calunniamo, noi lo diciamo per pazzia.

E affinché le calunnie nostre avessero più aria di verità, perché le pazzie nostre sembrassero le cose più serie di questo mondo, daremo forza alle une e alle altre, se piace a Dio, citando date, e nominando soggetti. Chi lo può ci smentisse.

Verso la fine del 1865, nelle vicinanze di Monteforte fu arrestato un individuo. Era di bassa statura poteva avere una trentina d’anni, aveva una barba nera e un aspetto da burlone.

Interrogato da quelli che l’arrestarono non rispose: interrogatolo di nuovo, accompagnarono le domande con le minacce, s’ebbe lo stesso silenzio e un muovere d’occhi disordinato, incerto, stupido, pauroso.

Chi lo conosceva disse ch’era sordomuto. Ma questa giustificazione non piacque; e lo inviarono per l’accertamento al carcere della Vicarìa.

E di prova in prova, vale a dire da tortura a tortura, s’arrivò al marzo 1866.

Lo tennero così per dieci giorni dentro al cassone, poi ai ferri corti, poi di nuovo al cassone, poi con la testa in giù — e sempre a pane e acqua.

E poiché tutto questo non era sufficiente a completare tutti gli esperimenti; – i carcerieri che sono uomini di coscienza — gli buttavano di tratto in tratto una quantità d’acqua addosso servendosi di un secchio!

Non sappiamo come finì: forse fu liberato, forse soccombette ai dolori; sappiamo solo come fino a quell’epoca non si parlasse di giudizio e ancora meno, per conseguenza, di difesa.

Andiamo avanti.

Un certo Vito Monte, del quartiere Mercato, arrestato per reato comune — crediamo per furto qualificato, addirittura — nell’aprile del 1866, il mattino del 3 giugno, mentre con gli altri passeggiava dentro il cortile del carcere fu preso e posto sottochiave.

A chi chiese sue notizie dopo qualche giorno, fu detto trovarsi in punizione per essersi lamentato del trattamento dei carcerati.

Da lì a poco tempo, fu tolto da quel porcile, dove sembra che protestasse ancora, e fu posto nel Cascione.

L’infelice piangeva, pregava, scongiurava per tutti i santi del paradiso, imprecava per tutti i diavoli dell’inferno che lo togliessero da quel supplizio.

Le lacrime che si piangono restano in prigione, sono come quelle che si gettano per i morti, sono lacrime perse. Il carceriere non si commuove per virtù del pianto: le preghiere non arrivano mai alle orecchie sue. Il carceriere è come il poeta, nasce per il mestiere; se avesse orecchie sarebbe carcerato, se avesse cuore diventerebbe pazzo.

Il 10 giugno, Vito Monte, aveva una febbre da cavallo che bruciava. Tolto dal cascione fu portato all’ospedale. Disgraziatamente per lui stette bene, e diciamo disgraziatamente, perché dopo l’ospedale lo rimisero nel cassone.

Le grida di questo disgraziato straziavano; le bestemmie sue atterrivano, le minacce che faceva mettevano orrore:

«Infami, strillava il poverello, è questa la ricompensa che mi date per i servizi resi alla rivoluzione! Non mi mettevate allora nel cassone, quando mi pagavate per abbattere gli stemmi dei Borboni, eh? Non mi mettevate, briganti, dentro al cassone, quando mi pagavate per andare a saccheggiare i posti di polizia? … Cani! Assassini! Figli di scrofa! Avanzi di forca! eccetera eccetera». Sembrava che stesse per diventare pazzo.

Un giorno dai suoi custodi fu – certo per inavvertenza – lasciata aperta la porta della camera del supplizio.

Alcuni detenuti politici, vuoi per pietà, vuoi per altro, entrati di nascosto, dopo avergli detto di non dire nulla, lo sciolsero.

«Un’arma, cominciò a strillare allora quel pazzo, datemi un’arma per carità; per le anime dei vostri morti, un’arma! Un pezzo di legno, una pietra, un pezzo di vetro, un chiodo…. Ah, che possa aprire il cuore di questi infami; bere un sorso dei loro cervelli, che possa ficcare la testa nel loro ventre e dare un morso, un morso solo al loro intestino! E si alzò.

In un angolo della cameretta c’era una grossa scopa di saggina; la vide. Il suo aspetto era triste, terribile; le narici del naso s’erano allargate tanto che sembravano di sentire l’odore del sangue; sbatté i denti gli contro gli altri, farfugliò non so che bestemmia, e come una belva che si butta sui figli per salvarli dall’insidia del cacciatore, si lanciò sulla scopa e con un movimento compulsivo la prese come se volesse colpire quegli stessi che l’avevano salvato. Le membra sue s’erano gelate, le articolazioni senza moto, le forze gli vennero meno; la commozione della gioia gli avevano risvegliato addosso la commozione del dolore, le ginocchia si piegarono sotto il peso del suo corpo, tremò per un momento, traballò e cadde. I suoi salvatori pensarono di ritirarsi per non essere scoperti. I custodi quando tornarono nella camera trovarono la loro vittima sciolta e fuori del cassone, ma non più minacciosa né in atto di chi vuol vendicarsi, ma distesa lunga a terra, tremante, supplichevole, affannosa, con la bocca sporca di schiuma sanguigna, la fronte bagnata di sudore gelato. Il povero Monte, il povero torturato non aveva più la minaccia sulla bocca; L’infelice aveva solamente la morte al cuore. Debitamente battuto, debitamente interrogato e schiaffeggiato e preso a calci per giunta, fu nuovamente posto dentro la cassa.

È finita per me, esclamò il Monte, chiuse gli occhi e lasciò fare.

La fronte gli si distese: era il riflesso di un’idea che gli era venuta in testa.

Aveva deciso di lasciarsi morire di fame.

Al carceriere che più tardi gli portò il pane e l’acqua disse di non volerne.

Per trentasei ore non toccò cibo.

Il carceriere sospettò il suo pensiero.

— Tu vuoi morire, gli disse, non è così?

— Si, rispose il Monte, è la mia volontà.

— Aspetta però (disse il carceriere) che ora io ti faccia sperimentare prima la mia volontà.

E così dicendo, si dette a picchiarlo sulla bocca con quanta forza avesse nel braccio, con lo stesso pane duro che teneva tra le mani.

— Apri la bocca, marmotta; apri la bocca, briccone, diceva ad ogni colpo e batteva sempre.

Le labbra rotte, rotte le gengive, i denti rotti, dalla bocca di quel poverello usciva una schiuma di sangue.

— Magna carogna, ripeteva sempre con rabbia crescente il carceriere, mangia carogna!

E la carogna mangiò. Mangiò più per il dolore che per volontà, mangiò pane e sangue e denti rotti.

Caduto malato un’altra volta, fu di nuovo mandato in ospedale: guarito di nuovo, fu un’altra volta posto nella cassa…

Era il mattino dell’8 agosto. Dentro la camera del Monte regnava un silenzio profondo.

I carcerieri, sorpresi di non sentire i soliti strilli, entrarono.

Un rantolo sordo, cupo, sinistro era l’unico suono che rompeva il silenzio del carcere. L’infelice agonizzava.

Tolto in fretta dalla cassa fu portato dentro la camera numero 42.

Dopo un’ora, la vittima aveva cessato di soffrire, perché il suo cuore aveva smesso di battere. Era morto.

Nel 1868 si scomodò persino il Times scrivendo: «Nelle prigioni di Napoli si pratica qualcosa di turpe, di feroce, d’immondo, di barbaro e d’infame», e si riferivano alle torture, ripristinate dai generali piemontesi per “educare i terroni”.

In un clima politico e culturale, di modernità, nel 1845, subito dopo l’inaugurazione del nuovo carcere di Palermo, l’Ucciardone, ritenuto dal punto di vista architettonico il più moderno d’Europa, veniva promulgato dai Borboni un decreto sulla legislazione carceraria che rendeva il sistema penitenziario borbonico il più moderno del mondo. Il decreto, infatti, prevedeva: la classificazione dei carcerati in varie categorie, a seconda dell’età e del delitto commesso e la loro separazione in strutture diverse, per evitare contaminazioni. La destinazione al lavoro dei condannati alla reclusione, fino ad allora abbandonati nel più terribile ozio, presso manifatture da costituirsi all’interno degli stessi penitenziari; l’istruzione religiosa e morale ai carcerati. Il decreto conteneva, altresì, norme sulla struttura architettonica del carcere che avrebbe dovuto rispondere ai requisiti della vigilanza, della sicurezza, della salubrità, della capacità e del contenimento della spesa.
Fra le carceri palermitane, prima dell’inaugurazione dell’Ucciardone, il principale e più affollato era la Vicaria, nome, peraltro, con cui venivano chiamati i carceri delle principali città del regno. Il carcere sito al di là della Porta Felice e affacciantesi sull’odierna via Vittorio Emanuele, occupava i locali oggi adibiti ad uffici dell’amministrazione delle Finanze, ospitava, nei primi anni dell’Ottocento, tra i 1000 e i 1500 detenuti, la maggior parte dei quali in attesa di processo. Gli altri carceri cittadini erano Castellammare, fin quando non fu distrutto e la Quinta casa, già convento dei gesuiti, sito nell’odierna via dei Cantieri.
Nel regno di Sicilia l’amministrazione della giustizia era influenzata dalle leggi del periodo normanno e svevo e poteva considerarsi apprezzabilmente funzionante. Pur essendo la vendetta privata ancora praticata, gradualmente veniva sostituita col risarcimento in denaro, mentre si cominciava a diffondere la pena detentiva come alternativa alle sanzioni corporali particolarmente cruente. Sul finire del XVI secolo, pur restando la pena di morte la sanzione applicata per i delitti più gravi, le altre pene come i castighi fisici, le mutilazioni e la gogna cominciarono ad essere sostituiti con altri tipi di sanzioni capaci di assicurare allo stato un ritorno economico, pur mantenendo la loro funzione di terribile castigo per il reo. Si cominciò, allora, a ritornare a tre tipi di pene già note nell’antichità classica: l’utilizzo dei rei nelle galere, la deportazione e i lavori forzati.
Fu, l’Inghilterra a farsi promotrice di tali riforme; si comprese, infatti, che invece di relegare i rei in putride carceri a marcire per la sporcizia, la mancanza di cibo o le epidemie che in quei luoghi, fin troppo spesso, scoppiavano, sarebbe stato ben più utile impiegarli ai remi, servendosi della loro forza per il trasporto di merci e persone o, meglio, utilizzarli nei lavori più duri, ai quali soltanto i disperati avrebbero potuto sottomettersi. Così nella “civilissima” Inghilterra furono fatti i primi esperimenti di prigioni galleggianti; si trattava di vecchie navi, quasi sempre in disarmo, che venivano ancorate in determinati punti del Tamigi e che arrivavano ad ospitare fino a trecento prigionieri, i quali ogni mattina venivano trasportati su chiatte dove, per lo più venivano impiegati nel terribile lavoro del dragaggio del fiume. Malgrado si trattasse di fatiche durissime sostenute in condizioni ambientali terribili, i rei preferivano tale tipo di castigo, nonostante fossero costretti a lavorare tutto l’anno all’aperto con qualsiasi tipo di clima, senza riparo alcuno, alla prigionia nell’ozio, senza mai poter vedere il cielo e respirare un’aria che non fosse quella puzzolente e malsana degli ambienti chiusi sporchi e superaffollati dove erano stati costretti a vivere. Sempre gli inglesi sperimentarono la pena della deportazione che consisteva nel condannare i rei ai lavori forzati nelle colonie inglesi d’oltremare. Alla fine del settecento questo tipo di sanzione permise alla Corona inglese di colonizzare con pochissima spesa un intero continente come l’Australia.
Tuttavia, in tutta l’Europa, agli albori del Seicento, i rei cominciarono ad essere adibiti ai lavori forzati, non solo nelle colonie o all’esterno delle prigioni, ma anche al loro interno dove vennero costruiti vari tipi di manifatture. Il prigioniero così veniva tolto dall’ozio, imparava un mestiere e nello stesso tempo diventava economicamente produttivo.
Nel Settecento cominciavano a diffondersi le teorie dei Lumi che, non solo predicavano l’eguaglianza davanti alla legge, ma miravano anche al raggiungimento di legislazioni più giuste e che prevedessero trattamenti più umanitari anche per il reo che, nonostante la colpa commessa, non meritava né la morte, né tantomeno di veder calpestata la sua dignità d’uomo. Fu il Granduca Pietro Leopoldo di Toscana a rendere applicabili nella realtà i più moderni principi illuministici senza limitarsi soltanto ad approvarli come fecero gli altri sovrani europei. Il Codice Leopoldino del 1786 prevedeva addirittura, l’abolizione della pena di morte.
Con lo scoppio della rivoluzione francese i dibattiti sul rispetto dei diritti umani e sulla riforma anche del sistema carcerario, si fecero sempre più accesi e frequenti. Fu l’economista inglese Bentham, noto come caposcuola della corrente di pensiero detta utilitarismo, ad essere attratto dai problemi connessi al sistema carcerario, problemi che divenivano sempre più pressanti, non solo per l’imperversare dei dibattiti e degli scritti in materia, ma anche per il sovraffollamento delle carceri, da cui, peraltro, si diffondevano anche all’esterno spaventose epidemie. Dopo anni di riflessione l’economista inglese pensò di aver risolto ogni problema presentando il progetto del suo Panopticon, carcere di forma circolare dotato di celle individuali, disposte lungo la circonferenza ” le cui finestre e la cui illuminazione fossero gestite in maniera tale che gli occupanti fossero chiaramente visibili da una torre centrale di controllo […] Un simile sistema di vigilanza incessante avrebbe impedito i nocivi contatti tra i detenuti, e avrebbe reso superflue le catene e altre similari anacronistiche strutture. Sorvegliati di continuo, i carcerati avrebbero potuto (e dovuto) lavorare fino a sedici ore al giorno nelle proprie celle, con grande profitto dell’imprenditore privato cui sarebbe toccato promuovere e dirigere l’istituzione in condizioni di grande vantaggio rispetto ai concorrenti costretti a far ricorso alla manodopera libera.[…] Il meccanismo del libero mercato doveva quindi essere messo in condizione di regolare senza intralci un’alternanza di terrore e di umanità all’interno del Panopticon, che andava gestito alla stregua di un’impresa capitalistica.”
Alle obiezioni che gli vennero rivolte in relazione allo sfruttamento che i rei avrebbero subito da parte degli imprenditori, Bentham rispose proponendo, non solo che la prigione fosse aperta alla visita e all’ispezione di chiunque nutrisse dubbi sul trattamento dei prigionieri, ma suggerì, che si imponesse agli imprenditori il pagamento di cinque sterline per ogni detenuto deceduto, quando i decessi superassero il tasso medio di mortalità a Londra. Anche se da tutto ciò si evince che il sistema prospettato da Bentham non partiva certo da ideali umanitari, il suo progetto di prigione circolare affascinò la maggior parte degli architetti del tempo e i governanti più illuminati.
Un ulteriore apporto delle idee illuministe fu quello di rendere l’esecuzione della pena capitale meno disumana, adottando metodi più indolori come, per esempio, la ghigliottina.
Fra i sovrani europei che accolsero positivamente le proposte di riforma carceraria si distinsero fra tutti proprio i Borbone che diedero prova di maggiore sensibilità rispetto agli stessi governanti inglesi, i quali si limitavano ad approvare i progetti dei riformatori, guardandosi bene, tuttavia, dal metterli in atto, con la conseguenza che le loro carceri, malgrado una propaganda mirante a tesserne gli elogi, risultavano le più terribili e disumane di tutta l’Europa.
Nel 1817 Ferdinando I di Borbone emetteva un decreto sulle carceri assolutamente all’avanguardia per i tempi. Il provvedimento prevedeva, innanzi tutto, la costituzione di una speciale Commissione per ogni valle, che vigilasse sul regolare funzionamento delle carceri, sulla salubrità e sicurezza dei locali e sulla qualità del cibo somministrato ai prigionieri. Inoltre, conteneva norme relative alla concessione di appalti che provvedessero, all’interno delle carceri, alle più elementari necessità dei detenuti, come la pulizia, la rasatura, il lavaggio della biancheria sporca, il ricovero dei malati in apposite strutture sanitarie. Ogni prigione sarebbe stata, inoltre, fornita di un cappellano, di un medico e di un cerusico. Un successivo decreto del 1822 introduceva per la risoluzione dei procedimenti giacenti, l’istituto della transazione, l’odierno patteggiamento, tra il pubblico ministero e il reo, nel contesto di un procedimento abbreviato.
Il regime borbonico si dimostrò all’avanguardia, nel settore, soprattutto per la progettazione e poi per la costruzione del primo carcere che si rifaceva ai criteri architettonici suggeriti dal Bentham: si trattava del carcere palermitano dell’Ucciardone inaugurato nel 1840.
Due anni prima, sulla scia di una serie di studi e ricerche in materia, inaugurate dai francesi Tocqueville e Beaumont che si erano recati negli Stati Uniti d’America per analizzare il locale sistema carcerario, Filippo Valpolicella pubblicava, su incarico dei sovrani di Napoli, un suo ponderoso lavoro dal titolo Delle prigioni e del loro migliore ordinamento. In tale opera sembra superato l’uso della pena di morte e delle pene corporali, mentre l’esilio e la prigionia vengono ritenute le uniche pene da applicarsi contro i rei, mentre il lavoro, l’igiene, il silenzio, la divisione dei detenuti, la loro educazione religiosa, diventano i cardini del progetto di riforma. E, invero, con la costruzione dei carceri di Avellino e Palermo, ambedue a pianta circolare, alla stregua delle più moderne teorie, si dimostra che il Regno delle Due Sicilie mira alla concreta applicazione dei progetti di riforme e non alla sterile disquisizione sugli stessi. Già nel 1812 Ferdinando I di Borbone aveva sentito la necessità di sostituire il vecchio carcere di Palermo, la Vicaria, con una nuova struttura più salubre e più sicura dove i prigionieri potessero essere sottratti all’ozio ed avviati ad un mestiere. La Vicaria, infatti, presentava una pluralità d’inconvenienti: il suo sovraffollamento rendeva la vita dei carcerati simile a quella dei dannati nei gironi dell’inferno dantesco, favorendo, oltre ai vizi derivanti dalla promiscuità, il sorgere di frequenti epidemie che, per la posizione del carcere, al centro della città, facilmente uscivano dalla prigione diffondendosi fra i rioni cittadini. Inoltre la sua collocazione in centro, rendeva poco sicuro il carcere, essendo molto facilitate le comunicazioni tra l’interno e l’esterno: così com’era più semplice evadere, era altrettanto facile che, soprattutto in periodo d’insurrezioni e rivolte, il seme della ribellione penetrasse all’interno del luogo di pena.
Tutto ciò aveva distolto i governanti dal trasformare una vecchia struttura conventuale come lo Spasimo, anch’esso al centro della città, in nuovo carcere, o dal trasferire i detenuti nell’altra prigione, detta Quinta Casa. Si reputava necessario costruire il nuovo carcere fuori del centro cittadino, in luogo salubre e soprattutto su una pianta a raggiera che rispondesse ai criteri enunciati dal Bentham. Anzi il decreto del 1845, sulla divisione dei carcerati per categorie in relazione ai reati commessi e all’età, sulla fornitura di vitto accettabile, sull’adozione di celle individuali, sull’impiego dei reclusi in attività lavorative da esercitarsi all’interno della stessa prigione, sull’accettazione dell’introduzione del metodo correttivo nella pena, andava al di là dei progetti di riforma circolanti nel resto dell’Europa.
Il progetto borbonico, tuttavia, rimase un’utopia, infatti “non si era prevista la mancanza di una burocrazia fedele, onesta e zelante del pubblico bene, attenta alle nuove riforme, conseguentemente le modifiche apportate al sistema carcerario, pur tendenti a un utilizzo più produttivo e moderno della forza-lavoro detenuta, vengono in realtà inapplicate da amministratori locali, nonostante il cambiamento di gestione riluttanti verso qualsiasi novità proveniente da Napoli e tendente ad un accentramento statale”.
L’apertura del regime borbonico nel campo della politica carceraria contrasta con la fama che esso acquistò in Europa per merito del liberale Gladstone che, nel 1851, recatosi a Napoli per motivi di salute, essendo andato a visitare le carceri di Nisida, definì il regime borbonico ” la negazione di Dio, la sovversione d’ogni idea morale e sociale eretta a sistema di governo”. Si seppe ahimè! troppo tardi che Gladstone non era mai andato a visitare le carceri borboniche e che quelle sue famose lettere pubblicate da tutti i giornali inglesi e discusse nel parlamento britannico, non erano state altro che il frutto di un accordo tra il politico liberale e il governo di Sua Maestà, per mettere in cattiva luce davanti all’Europa intera, la dinastia borbonica, colpevole di aver favorito una penetrazione russa nel mediterraneo a discapito degli interessi commerciali inglesi. In compenso agli occhi degli osservatori stranieri le carceri inglesi si rivelarono ben peggiori di quelle napoletane!
Nemmeno con l’unità nazionale cambiarono i sistemi nelle carceri della penisola, “[…]lo stato liberale continuò ancora a comportarsi come uno stato di polizia, al cui confronto quello borbonico appariva addirittura più rispettoso dei diritti umani”

In ogni città, del Regno delle due Sicilie, non manca , sopravvissuto ai tempi ed alle guerre, un edificio che dappertutto viene definito “carcere borbonico”. Nessun altro edificio, seppur costruito nello stesso periodo, ed adibito a fini istituzionali, gode di tale aggettivo. Non un museo, una villa, un teatro, un’accademia, un ospedale, una scuola; solo le carceri.
Triste eredità degli effetti della lettera di William Gladstone, dove il leader dei liberali inglesi, reduce nel 1851 di una supposta visita al carcere di Nisida, definisce il sistema carcerario ed in genere giudiziario del Regno, “la negazione di Dio eretta a sistema”, subito ripresa e diffusa da quanti tramavano ai danni del governo borbonico. Viene ignorato il fatto che nel 1852 lo stesso Gladstone si rimangiò molto di quanto aveva scritto e confessò di essere stato anch’egli raggirato. A supporto riportiamo quanto Domenico Razzano scrisse: “Gladstone tornato a Napoli nel 1888 1889 fu ossequiato e festeggiato dai maggiorenti del così detto Partito Liberale, i quali non mancarono di glorificarlo per le sue famose lettere con la negazione di Dio, che tanto aiutarono la nostra rivoluzione; ma a questo punto Gladstone versò una secchia d’acqua gelata addosso ai suoi glorificatori. Confessò che aveva scritto per incarico di Palmerston, con la buona occasione che egli tornava da Napoli; che egli non era stato in alcun carcere, in nessun ergastolo; che aveva dato per veduto da lui quello che gli avevano detto i nostri rivoluzionari”. Questa ritrattazione non ebbe, però, alcun effetto di recupero. La lettera e la frase in essa contenuta continua ad essere il leit motiv che descrive la giustizia borbonica fino ai giorni nostri. E così nonostante i sui suoi primati civili e culturali, sulla sua supremazia sui mari, al sistema giustizia non si riesce a superare i luoghi comuni che per più di un secolo e mezzo hanno contribuito a trasmettere l’idea di un regno e di un governo occhiuto, poliziesco e oppressivo, dove non aveva luogo il minimo rispetto delle libertà individuali e dove al sistema carcerario era quasi preferibile una condanna all’inferno. L’aggettivo più diffuso che affianca i nomi è “famigerato”. Ferdinando II venne definito Re Bomba per aver consentito il bombardamento di alcune baracche a Messina, dove si erano rifugiati delinquenti comuni durante i moti de ’48, mentre Vittorio Emanuele II, dopo aver fatto bombardare fino alla distruzione Sestri Levante e parte di Genova, venne gratificato dell’epiteto di Re Galantuomo.
La più trita retorica risorgimentale, ignora che sotto i Borbone fu compiuta la prima riforma carceraria che tenne conto dell’umanità del condannato, considerando che i luoghi di detenzione dovevano essere anche luoghi di redenzione, e che comunque si doveva passare dagli incivili e inumani luoghi dove i condannati soffrivano la reclusione nella più bieca ed inumana promiscuità, ammassati in locali senza servizi igienici e dove convivevano molte volte donne, bambini e uomini. Si rese evidente la necessità di assicurare locali adeguati per spazio e cubatura, igienici e dove i condannati separati per sesso e per tipologia di reato avessero anche assistenza sanitaria, religiosa, e un’attività lavorativa.
I “famigerati Borboni” realizzarono un regime penitenziale fra i meno disumani d’Europa, e progettarono, prima d’ogni altro stato europeo, una riforma in tal campo che teneva conto delle esigenze elementari dei carcerati e della necessità di educarli, al fine di permettere loro di iniziare una nuova vita, una volta espiata la pena. Se tale riforma che vengono considerate utopia non diede luogo agli effetti desiderati, ciò fu dovuto essenzialmente all’ostruzionismo della burocrazia ed alle continue rivoluzioni che il Regno dovette subire dal 1820 al 1860.
Essi furono fra i sovrani europei che per primi avviarono una riforma carceraria e si distinsero fra tutti dando prova di maggiore sensibilità rispetto per esempio agli stessi governanti inglesi, i quali si limitavano ad approvare i progetti dei riformatori, guardandosi bene, tuttavia, dal metterli in atto, con la conseguenza che le loro carceri, malgrado una propaganda mirante a tesserne gli elogi, risultavano le più terribili e disumane di tutta l’Europa.
Nel 1817 Ferdinando I di Borbone emetteva un decreto sulle carceri assolutamente all’avanguardia per i tempi. Il provvedimento prevedeva, innanzi tutto, la costituzione di una speciale Commissione per ogni valle, che vigilasse sul regolare funzionamento delle carceri, sulla salubrità e sicurezza dei locali e sulla qualità del cibo somministrato ai prigionieri. Inoltre, conteneva norme relative alla concessione di appalti che provvedessero, all’interno delle carceri, alle più elementari necessità dei detenuti, come la pulizia, la rasatura, il lavaggio della biancheria sporca, il ricovero dei malati in apposite strutture sanitarie. Ogni prigione sarebbe stata, inoltre, fornita di un cappellano, di un medico e di un cerusico. Un successivo decreto del 1822 introduceva per la risoluzione dei procedimenti giacenti, l’istituto della tran-sazione, l’odierno patteggiamento, tra il pubblico ministero e il reo, nel contesto di un procedimento abbreviato.
Il regime borbonico si dimostrò all’avanguardia, nel settore, soprattutto per la progettazione e poi per la costruzione del primo carcere che si rifaceva ai criteri architettonici suggeriti dal Bentham: si trattava del carcere palermitano dell’Ucciardone inaugurato nel 1840. 

Nel 1850 Antonio Panizzi, un esule che sin dal 1831 ricopriva un posto di riguardo nella Biblioteca del British Museum di Londra, convinse lo statista inglese William Gladstone a visitare Napoli.
L’intento del Panizzi era duplice: da un lato, infatti, il suo invito era dettato dall’amichevole sollecitudine per la salute della figlia dell’uomo politico britannico, affetta da una malattia agli occhi che si sperava potesse essere combattuta grazie al clima mite del suolo partenopeo. Ma il viaggio di Gladstone, nelle intenzioni del bibliotecario italiano, avrebbe avuto anche uno scopo politico preciso. Spesso, infatti, Panizzi aveva parlato all’amico inglese delle critiche condizioni dei prigionieri incarcerati nelle galere del Regno delle Due Sicilie dopo i fatti del 1848: il soggiorno napoletano avrebbe dato pertanto a Gladstone la possibilità di constatare personalmente cosa stava accadendo nel regno di Ferdinando II di Borbone.
Nell’ottobre del 1850, prima di partire per Napoli, sir William fece visita a Londra all’ambasciatore borbonico Paolo Ruffo, principe di Castelcicala, per informarlo del suo imminente viaggio. Dopo questo incontro, il principe di Castelcicala indirizzò una lettera al ministro degli Esteri Giustino Fortunato, raccomandandogli di accogliere Gladstone con la sua solita cortesia e bontà. Alla fine di quello stesso ottobre, lo statista inglese giunse a Napoli, prendendo alloggio alla casa Dupont, al numero 5 di via Chiatamone. Nei quattro mesi del suo soggiorno colse fra l’altro l’occasione di visitare i luoghi più rinomati della città, fra cui la tomba di Giacomo Leopardi, del quale era profondo ammiratore e studioso.
Il 16 novembre Lord Leven offrì un pranzo all’Albergo delle Crocelle. Qui Gladstone conobbe Giacomo Lacaita da Manduria, patrocinatore in Corte civile e consigliere presso la Legazione britannica a Napoli. Nel corso delle loro conversazioni, Lacaita, intimo amico ed estimatore di Carlo Poerio, raccontò che questi, per aver sostenuto l’applicazione nel Regno delle istituzioni costituzionali moderate di tipo inglese, era rinchiuso in carcere e sottoposto al processo che si discuteva presso la Gran Corte della Vicaria. Gladstone, vivamente interessato, volle assistere assiduamente alle udienze: udì la requisitoria del procuratore generale Angelillo il 4, 6 e 7 dicembre e, successivamente, ascoltò sia le arringhe degli avvocati difensori sia le autodifese di Agresti, Nisco, Pironti, Settembrini e Poerio. Al termine del processo, quando ormai ai prigionieri era stata comminata la pena, Gladstone fu anche testimone del trattamento da loro subito in galera. Egli, infatti, ebbe modo di far visita clandestinamente a Carlo Poerio all’interno del carcere di Nisida nel mese di febbraio del 1851.
Tornato in Inghilterra, il 7 aprile indirizzò al Primo Ministro Lord Aberdeen una lettera in cui descriveva con accenti di accorata indignazione la condizione deplorevole dei condannati e delle prigioni del Regno borbonico, sperando che ciò avrebbe potuto indurre il governo napoletano a migliorare la situazione dei reclusi. Dal canto suo Lord Aberdeen, dopo aver ricevuto la lettera, ritenne opportuno informare immediatamente l’ambasciatore del Regno delle Due Sicilie a Londra, prospettando la possibilità di impedirne la stampa se Ferdinando II si fosse impegnato a mitigare la condizione carceraria dei patrioti: in tal senso, il 22 maggio, inviò una missiva al principe di Castelcicala accludendo una copia della lettera scrittagli da Gladstone. Castelcicala, a sua volta, scrive subito a Napoli al ministro degli Esteri Giustino Fortunato e al segretario particolare del re, Leopoldo Corsi. Fortunato, subito dopo aver ricevuto la lettera di Castelcicala, si accinse a preparare una smentita alle affermazioni di Gladstone; ritenne inoltre opportuno informare di quanto avvenuto i rappresentanti dei vari governi europei.
Verso la fine di giugno Lord Aberdeen chiese di incontrare il principe di Castelcicala per discutere del problema evidenziato da Gladstone. Il 24 giugno Castelcicala indirizzò una lettera a Giustino Fortunato accludendo il biglietto di Aberdeen con la richiesta di un colloquio e riferendogli quanto sir William aveva recentemente dichiarato allo stesso Lord Aberdeen: lo statista britannico continuava a sostenere di aver visto personalmente ciò che aveva descritto. Quindi, se entro la prima settimana di luglio non avesse ricevuto alcun riscontro, egli non avrebbe più aspettato a rendere nota la questione al pubblico e alle Camere. Se invece il governo napoletano avesse liberato Carlo Poerio, Gladstone si sarebbe sentito soddisfatto e avrebbe taciuto. Dopo aver a lungo atteso, visto che la sua lettera a Lord Aberdeen non aveva conseguito il risultato sperato, Gladstone si rese conto che era arrivato il momento di renderla pubblica e scrisse al Panizzi: «Devo assolutamente stampare la prossima settimana, a meno che non venga a sapere che qualcosa di buono sia stato fatto». La pubblicazione, come è noto, avvenne; anzi: l’autore diede alle stampe, insieme con la prima, una seconda lettera indirizzata al medesimo destinatario. Lo scandalo internazionale che ne derivò fu enorme: il danno inflitto all’immagine del governo di Ferdinando II nelle cancellerie e nell’opinione pubblica europea, e perfino americana, si rivelò ben presto irreparabile. Da allora ebbe larga fortuna lo stereotipo del regime vigente in Napoli come «negazione di Dio».

DIAVOLI e/o SANTI?

Ci sono vicende che hanno fortemente influenzato la condizione, tutt’ora persistente, di un Paese “a due marce” come il nostro. Prima fra queste proprio l’Unità d’Italia, che ha esacerbato nelle popolazioni del sud l’ostilità nei confronti di un nord che fu a tutti gli effetti invasore. La storia, quando non è narrata dai vincitori, cambia però direzione, restituendoci un racconto diverso, che tiene conto anche del punto di vista di quelli che hanno lottato, seppur invano, contro l’annessione a uno stato percepito allora come tiranno. Intorno al 1860 in Italia c’era una guerra, non regolamentata da leggi internazionali, senza regole né trincee, combattuta da militari e da civili, gente del popolo, sud contro nord. La guerra dei briganti, battezzata da alcuni “la guerra dei cafoni”, forse la prima guerra civile italiana.

Sono passati trent’anni da quando Claudio Pavone usò l’espressione “guerra civile” per la resistenza del ‘43-‘45, e ancora oggi gli storici su questa definizione scrivono libri, organizzano convegni, discutono. Figuriamoci quanti possono accettare di chiamare guerra civile quello che accadde nel Sud in rivolta contro coloro che venivano considerati stranieri invasori – detti “i Piemontisi,” ma in realtà nelle fila di soldati e ufficiali c’erano moltissimi italiani provenienti da altri parti della penisola, e anche non pochi stranieri. Effettivamente fu davvero una guerra civile, anche se la si volle occultare, mistificare. Le cifre ufficiali dei morti completamente sbagliate, il fenomeno del brigantaggio spacciato per semplice criminalità finanziata dalla Chiesa e dai Borbone per i propri fini, l’ostilità del popolo visto come ribellione di bifolchi ottusi davanti a ogni prospettiva di cambiamento, ufficialmente veniva raccontato questo. Tanto si volle negare che si stesse combattendo una guerra, che addirittura all’inizio del 1861 i soldati mandati al Sud si videro togliere l’indennità per la cosiddetta “entrata in campagna”. Malcontento e delusione alle soglie dell’Unità d’Italia. Leva obbligatoria per i contadini, esercito borbonico allo sfascio, tra i motivi che incitarono alla rivolta e al brigantaggio, secondo gli storici. Ma quale fu il peso dell’ignoranza della classe dirigente settentrionale sulle reali condizioni del meridione in questa vicenda? L’ignoranza della classe dirigente politica e di alcuni intellettuali del nord nasceva dal pregiudizio. Antonio Scialoja già nel ’55 aveva parlato degli abitanti della Sicilia come di «otto milioni e mezzo di pecore», il deputato della Sinistra Aurelio Saffi diceva dell’intero Sud che era un lascito della barbarie, e i meridionali in genere venivano considerati, da tutti, razza inferiore e infetta. Voci autorevoli dissertavano sul “sangue africano” della razza meridionale contrapposto a quello “ariano” dei settentrionali. Menabrea, prima di diventare capo del governo, aveva stilato un progetto per deportare in Argentina vagabondi, scontenti e miserabili del Sud. Le condizioni in cui vivevano i contadini, i minatori, i pescatori – ovvero la stragrande maggioranza della popolazione del Meridione – erano del tutto ignorate o liquidate come una conseguenza ovvia della loro inferiorità. Vivevano nei tuguri, non si lavavano, avevano stili di vita bestiali perché era nella loro natura.

La storia contemporanea si è sempre più allontanata dal concetto di brigantaggio come mero fenomeno criminale, e dall’altra parte, personaggi considerati eroi dalla storia ufficiale oggi potrebbero essere considerati criminali di guerra, come Nino Bixio. Garibaldi era all’oscuro sulle feroci rappresaglie e violenze dell’esercito sabaudo a danno anche dei civili? Certo che non ne era all’oscuro. La spedizione dei Mille non fa affatto accolta con quel tripudio che ci hanno fatto credere. All’inizio sicuramente c’era stato dell’entusiasmo dettato dalla speranza, perché i contadini si aspettavano quelle terre che erano state loro promesse, ma che la realtà fosse un’altra divenne presto chiaro. Bixio era il braccio destro di Garibaldi, e del massacro di Bronte, con la strage di civili che nulla avevano da spartire con i ribelli briganti, si gloriò. Ci furono eccidi ovunque, la storia riporta solo casi eclatanti come quello Bronte. Garibaldi era all’oscuro di altro: di tutte le manovre politiche che si ordivano e nelle quali lui rappresentava soltanto una figura di volta in volta giudicata scomoda o manovrabile. Su Nino Bixio c’è una cosa che pochi sanno. Si era formato nella marina militare, e dopo la presa di Roma ricominciò a navigare. Morì – non si sa bene di cosa: forse colera, forse febbre gialla, in Malesia, nell’isola di Sumatra, tre anni dopo che era partito sulla nave che lui stesso aveva costruito. Chissà se ebbe qualche rimorso. Farebbe piacere pensarlo.

Poi venne istituita la Commissione Massari, e la legge Pica.

La Commissione venne istituita alla fine del 1862 per studiare il fenomeno del brigantaggio, quindi anche indagarne le cause, e la relazione venne consegnata nel maggio del 1863. Rilievo massimo venne dato alla convinzione di Massari che Borboni e agenti clericali fossero i principali responsabili che, oltre a sobillare la popolazione, fecero arrivare ai briganti aiuti in denaro e informazioni. Per suffragare la tesi, Massari citò persino omelie di sacerdoti in appoggio ai briganti e contro gli usurpatori. Molta parte ebbero le testimonianze delle abitudini dei briganti, della loro estrema devozione di tipo superstizioso. Massari non accennò mai, neppure vagamente, a responsabilità governative, e spinse perché venisse immediatamente approvata una legge speciale fortemente repressiva: quella che sarà di lì a breve la legge Pica. Da notare questo passaggio dell’inchiesta: «Tra nemici di indole sì diametralmente opposta non sono praticabili le regole dell’arte della guerra. A combattere con efficacia il brigante è d’uopo adoperare le sue arti». Questo dava via libera a ogni sorta di crudeltà, con i soldati trasformati a loro volta in quei briganti che venivano definiti bruti. Ma a questo punto bisogna dire un’altra cosa fondamentale sull’inchiesta. Nonostante non venisse lambito l’onore del governo, ricordiamoci che Massari era un filocavouriano di ferro, nonostante vi fosse detto chiaramente che si trattava di una lotta tra civiltà e barbarie, e i briganti venissero descritti come bestie assetate di sangue, la relazione preoccupò chi la fece, sicuramente perché vi erano descritte le condizioni miserrime della popolazione, che dovevano essere ben terribili per far preferire a qualcuno la rischiosa vita del brigantaggio. La lettura della relazione avvenne, come si direbbe oggi, a porte chiuse. La lettura dei documenti fu impedita agli stessi deputati. Buona parte dell’enorme materiale dell’inchiesta sparì. Può sembrare pazzesco, ma non abbiamo ancora oggi la relazione integrale.

La legge Pica arriva, come richiesto da Massari, in tempi brevissimi. È operativa già dal 15 agosto del 1863, votata anche da non pochi deputati di Sinistra. Essendo ormai acclarato che il brigantaggio fosse una malattia da combattere con ogni mezzo e tutti coloro che lo appoggiavano non meritassero alcuna pietà: bastava un sospetto, una parola, per finire in galera o fucilati, vennero dichiarate in stato di brigantaggio molte province ad esclusione di alcune grandi città, in buona parte del Sud, con provvedimenti inumani: le condanne erano inappellabili, i fiancheggiatori condannati ai lavori forzati ma più spesso fucilati. Nasce qui il fenomeno del pentitismo: molti si consegnarono “spontaneamente” per avere salva la vita propria e dei congiunti, denunciando spesso persone che nulla di male avevano compiuto, ma erano semplicemente nemici personali. Così si consumarono legalmente, vendette, ritorsioni, usurpazioni. Solo nei primi mesi ci sarebbero state oltre 5 mila fucilazioni, e interi paesi distrutti, dati alle fiamme. La legge Pica, che avrebbe dovuto avere validità limitata, resterà invece in vigore fino alla fine del 1865.

L’unità d’Italia peggiorò la situazione del sud, in termini economici, determinando paradossalmente un divario sfociato nella questione meridionale, tutt’altro che risolta!

Dal punto di vista economico, sì. Le cifre sono molto chiare. Le riserve auree del Regno delle Due Sicilie costituivano, prima dell’annessione, quasi i due terzi dell’oro posseduto da tutti gli altri Stati, e furono letteralmente depredate dal Nord, senza che ne fosse restituito al Sud l’equivalente sotto forma di opere pubbliche o aiuti all’agricoltura. Le terre non vennero distribuite, ma finirono in mano ai soliti latifondisti o a una nuova borghesia che già si era o si stava arricchendo, come sempre accade nelle guerre. Cominciò presto l’esodo verso il Nord di chi non poteva più nemmeno mangiare, e le campagne si impoverirono ulteriormente mancando di cure, di nuove tecnologie. Poco più tardi ci furono terribili carestie e l’aggravarsi della situazione degli agricoltori a causa del protezionismo, che comportò l’impossibilità di esportare. Ferdinando II e Francesco II di Borbone diventarono quasi dei santi, nel ricordo. Perché distribuivano il pane quando andava male il raccolto, perché la leva militare non era così rigida da portare le famiglie alla fame. L’inchiesta di Stefano Jacini (1877-1886) mette perfettamente in luce lo stato di miseria, di denutrizione in cui versavano le popolazioni del Sud, le malattie. Ma nel ’69 non si era trovato di meglio che imporre la famigerata “tassa sul macinato” per raggiungere l’agognato pareggio di bilancio. A soffrirne, come di tutte le altre tasse che erano soprattutto indirette (mai inimicarsi i ricchi!), erano stati i poveri, quelli che vivevano di solo pane.

Molte le figure di briganti del centro e sud Italia divenute miti per le popolazioni locali. Tra queste Carmine Crocco. Può essere considerato prototipo dell’uomo che si ribella all’ingiustizia sociale e alle violenze dei potenti contro i poveri.

Non c’era in realtà solo questo afflato ideale, nei briganti, e ciascuno fa caso a sé. Crocco è stato il più famoso, “il Generalissimo”, anche perché ha avuto una vita avventurosissima, per le memorie che scrisse in carcere, e anche perché riuscì a vivere a lungo: in genere i briganti morivano presto, solo un po’ prima dei contadini e degli operai… Emblematica la sua storia personale. Un ricco prepotente aveva preso furiosamente a calci la madre di Crocco incinta, lei aveva abortito e non si era ripresa più, finendo in manicomio. In seguito il padre era stato accusato, senza alcuna prova, di aver sparato a don Vincenzo, il prepotente scalciatore. Da quel momento, la famiglia visse nella miseria. Le vicende di Crocco sono veramente incredibili, sembrerebbero eccessive persino per la trama di un film. Tradimenti, pentimenti, misteri svelati, riconciliazioni, intrighi, vendette, fughe. E gesti d’onore e d’amore: salvò la vita a un nobile che stava annegando, con la ricompensa fece uscire di galera il padre. Inoltre, non accettò il denaro che avrebbe voluto dargli il figlio del nobile responsabile dell’aborto e della follia della madre, che avrebbe voluto riparare al torto fatto. Crocco è famoso anche perché conobbe tutti i protagonisti di quell’epopea: a un certo punto si unì persino a Garibaldi, poi pensò di poter contare su Francesco II e sul papa. Gli avrebbero addebitato 67 omicidi. Nel 1870 fu condannato a morte, pena poi commutata in ergastolo.

Anche le donne ebbero il loro ruolo nel brigantaggio, con la differenza tra “donna del brigante”, e “brigantessa”.

Le donne dei briganti aspettavano a casa i loro uomini, li nascondevano, cercavano per loro cibi e informazioni. Se poi anche loro finivano alla macchia era per necessità, non avendo altra via d’uscita dato che erano sorvegliate, ridotte alla fame, isolate. Le brigantesse erano proprio come i briganti, perché i loro compagni erano briganti, ma sono anche state protagoniste di furti, rapine, saccheggi e omicidi al pari degli uomini.

Michelina De Cesare, è stata probabilmente la più bella e la più oltraggiata. Ribelle fin da bambina, presto vedova, si unisce al brigante Francesco Guerra e si dimostra abilissima nel progettare piani di rivolta. Venne tradita e uccisa insieme al suo uomo, di sera, mentre cercava riparo sotto una quercia. Le spararono alle spalle e, nuda, la esposero insieme a Guerra sulla piazza centrale di Mignano. Uno spettacolo vile e osceno che suscitò grida di ammirazione e che eccitò la morbosità della gente.

Francesca La Gamba si unì ai briganti per vendicarsi di un uomo che aveva respinto: un ufficiale francese. Lei lavorava in una filanda e aveva tre figli, per punirla del suo rifiuto, l’ufficiale fece affiggere per il paese (Palmi) manifesti che incitavano alla ribellione, e denunciò come loro autori i figli di Francesca, che vennero fucilati. La povera donna perse in maniera orribile anche un altro figlio, ancora lattante. Il brigante Francesco Moscato con cui si accompagnava e che ne era il padre, quando un giorno si accorse di un militare vicino al loro nascondiglio e il bambino cominciò a piangere, non ebbe remore a sfracellare il piccolo contro la roccia per non farsi scoprire. Francesca allora aspettò che si addormentasse, gli sparò, lo decapitò, e ne portò la testa fino a Catanzaro, dove chiese al Governatore la taglia su Moscato. Si racconta che il Governatore fosse a pranzo, e la donna rovesciasse la testa sulla tavola imbandita.

Nelle biografie delle brigantesse cambiano i nomi e i luoghi, i particolari e i volti, ma ci sono sempre disgrazie, soprusi, terribili ingiustizie che nessuno si preoccuperà mai di riparare se non la persona colpita, la quale, considerata la mentalità, l’ambiente, le condizioni in cui opera, crede che l’unico modo per reagire alle offese sia quello di lavarle nel sangue.

Ce ne furono molte, di brigantesse. Su di loro e su quello che di mostruoso erano capaci di compiere si favoleggiava. Venivano considerate spesso adoratrici di Satana, streghe, oltre che crudeli sanguinarie. E particolarmente si ricamava sulle loro sfrenatezze sessuali, sulla loro lussuria. Nessuno scrupolo, quindi, a esporre il cadavere nudo di Michelina al ludibrio: le brigantesse non erano considerate veramente “umane”.

Dall’epoca della capitolazione nel 1861 di Gaeta, ultima roccaforte borbonica, non si è mai spento il risentimento delle popolazioni locali verso tante repressioni e violenze. Sarà mai possibile arginare il divario tra nord e sud, in termini economici e… mentali?

Ma il divario rischia di colmarsi perché la crisi economica potrebbe mettere in ginocchio anche il Nord. Ma è ovvio che niente potrà migliorare finché si continuerà a considerare il Sud come un “problema”, un’appendice malata di questo Paese – in modo quindi non diverso da come lo consideravano i Piemontesi – da curare con elemosine a pioggia, investimenti destinati ad arricchire i soliti invece che ad apportare reali benefici a tutti, grandi opere che poi si rivelano inutili. I più intraprendenti lasciano la loro terra e risalgono la penisola, oppure vanno all’estero. È intollerabile che ancora debba continuare questo esodo. Ci vogliono tante cose: un’amministrazione efficiente, infrastrutture, soprattutto trasporti! Un serio piano per risollevare l’agricoltura e il turismo è fondamentale. Mancano gli ospedali, le università. Ci sarebbe anche l’opzione del federalismo: non si vuole sentire questa parola, ma non esiste alcun ragionevole motivo per non consentire al Sud di fare da solo, di spendere le proprie risorse come vuole, di darsi ciò di cui ha bisogno. Con l’aiuto del governo centrale? Aiuto si ma non la carità penosa. Non elargizioni per conquistarsi consenso elettorale.

“Molti si illusero di poterci usare per le rivoluzioni, le loro rivoluzioni, ma la libertà non è cambiare padrone” (dalle memorie di Carmine Crocco)

LA FACCIA NASCOSTA DEL RISORGIMENTO

di Loreto Giovannone by altaterradilavoro

Sotto ogni militarismo, colonialismo, corporativismo sta la volontà precisa, da parte di una classe, di sfruttare il lavoro altrui, e ad un tempo di negargli ogni valore umano. (Centro internazionale di studi Primo Levi)

Negli anni 2011/2012 la ricerca storica portò alla scoperta dei documenti governativi inediti, dell’Unità italiana, sulla deportazione di civili meridionali internati in campi di concentramento ai lavori forzati. Il libro che ne seguì, “Deportati”, del 2014 trovò posto nelle Università di Harvard, Princeton, Yale, Indiana, Library of Congres, Brithish Library nella sezione Political and Economic Science, ecc… In Inghilterra, in Francia, in Germania, in Italia all’Università Cattolica di Milano, polo bibliotecario di Camera e Senato. Seguirono tra il 2017 e 2018 la seconda edizione del libro Deportati e l’uscita della poderosa opera in tre libri della ricostruzione dell’intera vicenda del decennio di repressione del Brigantaggio con la misura di polizia del domicilio coatto.

A fine giugno 2020 la pubblicazione di “La faccia nascosta del Risorgimento” che riassume sinteticamente fatti personaggi ma soprattutto una serie di documenti e prove inoppugnabili compreso la lettera di Spaventa a Peruzzi che esplicitamente ammette la deportazione di 12.000 civili nei primi 10 mesi dopo l’agosto 1863. La mole di documenti rinvenuta dimostra che a partire dal 1863 i governi liberali del monarca Vittorio Emanuele II organizzarono la deportazione di migliaia di civili dall’ex Regno Due Sicilie. Il 15 agosto 1863 il Parlamento approvò la legge 1409, nota come “Legge Pica”, il 25 agosto 1863 entrò in vigore il Regolamento di attuazione della Legge 1409, secondo atto governativo della “deportazione” interna di civili meridionali. Alla fine del 2020 viene pubblicato “Deportazione e domicilio coatto in Italia” con il conteggio definitivo dei 160.000 sottoposti alla repressione di polizia.

La guerra civile Italiana per l’annessione del sud e la creazione della colonia interna del meridione.

L’impianto ideologico che giustificava queste misure coercitive fu fornito dei teorici della colonizzazione e darwinismo sociale di scuola ligure (Lessona, Garelli, Cerruti) e da Marco Ezechia Lombroso, con i suoi discepoli, con le loro teorie frenologiche. Questi furono poi affiancati da Alfredo Niceforo con le teorie della “razza Aria” e “razza Mediterranea“, (Alfredo Niceforo. Italiani del nord Italiani del sud, 1902). Perché storici ed accademici italici non si sono interessati alla deportazione di civili messa in atto 70 anni prima della deportazione tedesca del ‘900? Perché dopo 160 anni non si ammette l’operato della Divisione 1 Sezione 1 del ministero Interni del regno d’Italia? La deportazione coatta di popolazioni civili, intere famiglie, uomini, donne, bambini, non fu un crimine contro intere popolazioni del meridione d’Italia? Dal 1863 fu attuata la deportazione politica di massa nei “luoghi di relegazione“, il confine per i manutengoli degli insorgenti oppositori al nuovo regime risorgimentale. L’azione esecutiva dei governi post unitari, dopo la prima fase di demolizione dello stato sociale dell’ex Regno Due Sicilie, passò ad una seconda fase con il domicilio coatto di neo italiani del sud. Obiettivo della repressione politica sui civili era fiaccare l’enorme diffusa insorgenza popolare di vasta parte della popolazione a difesa dei propri territori, dei propri paesi con la guerriglia partigiana. Al ministero dell’Interno dell’Italia unita fu creato un intero reparto (Divisione 1° Sezione 1°) per spostare parte delle popolazioni meridionali e snaturarne l’assetto sociale produsse diffuso pauperismo ed emigrazione.

I neo italiani, annessi con l’invasione militare armata, una parte dei deportati, furono impiegati come schiavi nelle miniere, nelle saline o nei campi dei monopoli tabacchi o dai privati, sotto controllo repressivo ed amministrativo delle autorità governative. Domiciliati coatti come prigionieri politici ai lavori forzati nell’unità d’Italia, una realtà taciuta ed oscurata da storici, accademici. La deportazione di popolazione civile deportata dal sud fu taciuta dallo storico Pasquale Villari contemporaneo ai fatti, ma anche dal deputato all’opposizione Domenico Guerrazzi che dalla sua Livorno vide per anni il traffico  di esseri umani deportati (uomini, donne, bambini, famiglie) transitare per il porto della sua città ammassati in quarantena nei Lazzaretti di S. Iacopo, S. Rocco e carceri. Nel 1861 iniziò l’insorgenza dei civili del sud, fu la guerra dei civili contro l’esercito italiano dell’invasore piemontese nel Regno delle Due Sicilie. La resistenza organizzata in piccoli gruppi con tecnica di guerriglia nel 1862 stava determinando l’imminente fallimento della operazione militare diretta, finanziata, diretta, assistita da Inghilterra, Francia, Stati Uniti d’America. Nel marzo 1863 venne deposto il governo Farini sostituito dal governo Minghetti I, rimasero confermati sia il ministro dell’Interno Ubaldino Peruzzi, che il segretario generale Silvio Spaventa. In settembre questi iniziarono la deportazione degli oppositori civili e familiari degli insorgenti, detti spregiativamente briganti, dalle province del meridione.  Domiciliati coatti, deportati per Decreto Regio e determina del ministro dell’Interno, detenuti politici mai sottoposti ad alcun tribunale. Nel 1863 sotto il governo Minghetti, iniziarono le misure repressive di Silvio Spaventa, ideatore del piano e firmate dal ministro Ubaldino Peruzzi. Emersi dai documenti degli Archivi di Stato 25 luoghi di relegazione, tra isole e terraferma. A questi vanno aggiunte le altre isole della Sicilia che successivamente furono luogo di invio al domicilio coatto. Silvio Spaventa (Zio di Benedetto Croce) già ministro di Polizia nelle luogotenenze napoletane ideò il piano delle deportazioni e nel dicembre 1862 ne diede comunicazione per lettera al fratello Beltrando. Luigi Settembrini, il suo ex compagno di cella a S. Stefano, fu il suo ispiratore nell’istituire il taglione e le società d’assassini (gruppi di cacciatori di taglie). La lettera del suo ex compagno di ergastolo è del 13 febbraio 63: «Caro Silvio… Le tue circolari e gli atti governativi che riguardano queste province piacciono: ci si sente dentro senno e forza d’animo. Chi non ti ama, tace: chi parlava per parlare, oggi canta le tue lodi». Settembrini si riferisce all’accentramento dei poteri operato con le nomine dirette dei prefetti, fedelissimi al regime, che agirono con la repressione spietata sui civili meridionali insorgenti «I Borboni seguitarono le loro cospirazioni impotenti. E, finirebbero anche queste, se si spegnesse il brigantaggio, e per ispegnerlo io ti proporrei di promettere premio e impunità a chi da vivo o morto un capo brigante».

Settembrini, cospiratore, e sovversivo, condannato a morte da un tribunale borbonico poi graziato con l’esilio, vedeva i civili che si opposero alla annessione manu militari come il nemico da distruggere con modi spicci di uccisione e taglie: «10.000 £. a chi sta vivo o morto Pilone, Crocco, Ninco Nanco e un passaporto per uscire dall’Italia. In un mese o due e il brigantaggio sparisce, vi si getta dentro la diffidenza». Cinico e spietato suggerisce il mezzo del denaro, della corruttela, del comprare la vita altrui con l’odio sociale «E, e se si spende un po’ di denaro per una via, si risparmia per l’altra. Se il governo non può e non può adoperare questo mezzo, lo faccia adoperare dai consigli provinciali, o da una società privata». Settembrini che è stato considerato dalla mitologia risorgimentale un patriota, letterato, in realtà fu uno sgherro smaliziato che suggerì l’azione repressiva da regime totalitario all’hegelista patriota Silvio «Io so poi che in tutti paesi civili anche in Inghilterra, si mette il taglione sui malfattori: sarebbe uno scrupolo puerile il nostro». Settembrini e Spaventa, ridussero la questione meridionale in atto che comprendeva la demolizione dei numerosi provvedimenti a favore della popolazione compiuti dai Borboni e a fronte di un enorme movimento d’insorgenza alla occupazione militare, alle fucilazioni di massa come si trattasse di delinquenza di malfattori.  «Insomma, io credo che brigantaggio si spegnerebbe meglio con i denari che con la forza. E bisogna, Silvio mio, affrettarsi, perché di cose di Europa si imbrogliano: mutare, l’Italia non è ancora parte per far da sé, e non dobbiamo avere questo canchero che ci rode, e che divora tanti Prodi soldati e tanto denaro». L’inadeguatezza estrema degli elementi a cui fu affidata la politica interna è evidenziata dall’operato del regime che s’era instaurato dopo il 1860. Settembrini e Spaventa pensarono di sbarazzarsi di una consistente parte della società e «non dobbiamo avere questo canchero che ci rode» alla spicciolata, comprando i consensi con il denaro, con la corruzione diffusa e generalizzata. «Tu li conosci gli uomini nostri e sai che il mezzo che io ti ricordo è stato sempre efficacissimo. Panizzi (1) è qui: ha visto molti anche l’indispettiti come Spinelli e de Martino e Crisci e dei nemici come Savarese e Torella» (Silvio Spaventa, Lettere politiche, Laterza, Bari 1926, pag. 48).

Il nuovo modello sociologico del “fare l’Italia e fare gli italiani” insieme all’idea che ormai si stava affermando secondo cui “Ognuno vale non in quanto è, ma in quanto produce” si traducono per Silvio Spaventa nel deportare civili meridionali ai lavori forzati assunto a modello di “correzione”, di sradicamento della cultura in uso nella tradizione popolare delle popolazioni del sud e imposizione del modello di vita anglosassone dove l’esistenza umana ha ragione di esistere solo se disposta allo sfruttamento, solo se funzionale alla ricchezza economica. Silvio scrisse di suo pugno a Ubaldino Peruzzi che in soli 10 mesi, da ottobre 1863 a Luglio 1864, avevano arrestato 12.000 oppositori politici, ed altre liste circolavano nel ministero dell’Interno. È urgente chiedersi perché una coltre abbia coperto l’operato di Silvio Spaventa (nelle istituzioni fino ad essere 1° presidente della 4ª sezione del Consiglio di Stato) e poi anche le omissioni del nipote Benedetto Croce fondatore dell’Istituto Storico napoletano che mai chiamò in causa le terribili responsabilità degli zii Silvio e Beltrando, uno l’artefice e l’altro teorico dell’hegelismo italiano dell’800.

(1) Antonio Panizzi, esule in Inghilterra, massone, bibliotecario e bibliografo italiano, ricordato anche per essere stato direttore della biblioteca del British Museum e senatore del regno d’Italia.

Il libro “La faccia Nascosta del Risorgimento” fa emergere decine di migliaia di persone “deportate” dimenticate e negate dagli storici, idealmente attendono di avere un posto nella memoria, un riscatto dal degrado della vita umana relegata al domicilio coatto. La responsabilità di Silvio Spaventa deportatore e suo nipote Benedetto Croce storico, è un gigantesco problema di etica storica e morale per tutta la società civile avendo obliato decine di migliaia di meridionali deportati, negati, nascosti da 160 anni.  Domiciliati coatti che attendono la verità, la dignità di “esistiti” e con essa una simbolica forma di risarcimento, per la doppia barbarie subita.

IL TELEGRAFO NEL REGNO

Il 1º settembre 1851 viene inaugurata la prima linea del Regno delle Due Sicilie tra Caserta e Capua, estesa l’anno seguente sino a Gaeta. In Italia i primi cavi sottomarini furono tra Reggio Calabria e Messina nel 1858. Il Regno delle Due Sicilie lasciò in eredità alla nuovo governo ben 86 stazioni telegrafiche, 2.874 Km di linee, suddivise in dorsale adriatica in cui era usato il sistema Morse e dorsale tirrenica con il sistema Henley. L’introduzione del servizio telegrafico nel Regno delle Due Sicilie nacque dall’esigenza di evitare l’isolamento telegrafico del regno. Nemmeno a dirlo, i maggiori oppositori furono gli inglesi, guarda caso i costruttori ed installatori dei “Telegrafi ottici Chappe” nati in Francia durante la Rivoluzione, che con l’avvento di questo nuovo ed affidabile strumento di comunicazione, vedevano svanire un altro loro monopolio. Ma la certezza e l’immediatezza a qualsiasi ora dei messaggi trasmessi e la potenziale capillarità del sistema abbattè ogni concorrenza ed il telegrafo elettrico, superate le prime resistenze, dilagò da un capo all’altro del Regno.

La rete telegrafica del Regno delle Due Sicilie fu, per estensione e difficoltà di realizzazione, un’impresa avveniristica di eccezionale importanza per quel tempo che, oltre a segnare un nuovo primato tra i tanti già annoverati, determinò una serie di innovazioni tecnologiche che ancor oggi costituiscono per la scienza delle telecomunicazioni un fondamento imprescindibile. Va innanzitutto detto che l’utilizzo ed il potenziamento della “telegrafia elettrica” corse parimenti allo sviluppo delle macchine a vapore, sia su rotaia che sul mare, ed ebbe un’importanza eccezionale anche per tutte le altre innovazioni tecnologiche. Oggi c’è chi, addirittura, lo paragona all’importanza di internet. Nell Aprile 1855 fu possibile inoltrare dispacci telegrafici con altri stati stranieri. Ferdinando II, intuendo l’importanza di questo nuovo strumento di comunicazione, aveva commissionato lo studio per la realizzazione di una complessa rete telegrafica che collegasse tutti gli uffici postali delle province e delle principali città del Regno, Sicila compresa. Considerata l’urgenza e la totale novità di quanto si voleva realizzare, Ferdinando II ritenne di affidare l’incarico al Corpo Militare di Strade e Ponti che già in passato si era particolarmente distinto e fatto apprezzare per l’estrema preparazione e competenza, come ad esempio la realizzazione dei ponti in ferro. Col Regio Decreto del n°3087 del 18 Giugno 1852 si posero le basi per la costruzione della prima linea telegrafica elettrificata nel Regno delle Due Sicilie nei domini “Al di qua del faro”, che grazie agli accordi postali con lo Stato Pontificio collegava Napoli a Terracina, località sul confine in territorio pontificio. A seguire venne eretta la linea da Napoli a Salerno e da Nola ad Avellino, tali linee comprendevano delle stazioni telegrafiche di 2a e di 3a classe che inizialmente non davano accesso al pubblico, salvo casi specifici, in quanto era di esclusiva prerogativa alle stazioni di 1a classe. Il 5 Dicembre del 1857 tale competenza fu estesa anche alle stazioni di 2a classe. L’apertura ufficiale del servizio avvenne il 23 Settembre 1854. Le inaugurazioni delle stazioni telegrafiche di Nocera, Salerno ed Avellino vengono riportate dalla Gazzetta Ufficiale n°222 15 Agosto 1953. A firma dell’Intendente Giuseppe Velia venne affisso, in data 30 Luglio 1853, il manifesto con cui si proclamavano i festeggiamenti civili e religiosi per l’inaugurazione del servizio telegrafico elettromagnetico ed il successivo 31 Luglio 1853 veniva benedetta ed inaugurata la nuova stazione operativa che alloggiò nella casina di fronte al palazzo dell’Intendenza (Palazzo Sant’Agostino). Col successivo Regio Decreto del 9 Ottobre 1854 del “Regolamento per la telegrafia elettrica” si prevedeva che il Servizio Telegrafico Magnetico venisse ripartito in linee e le stesse in divisioni che possono estendersi da 80 ad un massimo di circa 100 miglia napoletane (pari a circa 1.850 metri). La linea Napoli Salerno formava la IIa Divisione che comprendeva le seguenti stazioni: Nola 2a classe, Sarno 3a classe, Nocera 3a classe, Salerno 2a classe. Temporaneamente alla Divisione di Salerno venne aggregata la linea Nola – Avellino comprensiva anche delle stazioni di Avellino 2° classe e di Ariano 3° classe. Come detto gli ufizi di 2a classe non potevano far accedere al servizio i privati cittadini, questo distinguo è basilare per la composizione degli addetti al servizio telegrafico di cui all’art. 4 del Regio Decreto del 19 Ottobre 1854 che così sanciva: per la stazione di 2a classe che poteva accettare i dispacci dei privati era previsto il seguente personale: un Capo, un Ufficiale aiutante, quattro Segnalatori ed un Pedone. Nel caso che il servizio non era esteso alla corrispondenza dei privati l’organico postale era così suddiviso: un Capo, un Ufficiale aiutante, due Segnalatori ed un Pedone. Il Pedone svolgeva anche l’uffizio di inservienti. Ovviamente si previde anche il personale tecnico come i macchinisti ed gli artefici nonché il corpo Ispettivo atto a sorvegliare l’andamento del servizio telegrafico ed in mancanza degli Ispettori, presso l’officina centrale di Napoli erano stanziati degli Ufficiali che potevano supplire a tale ufficio. Il Regio Decreto n°4602 del 15 Dicembre 1857 promulgò il tariffario del servizio telegrafico ed Il successivo Regio Decreto n°4638 del 23 Dicembre 1857 approvava il relativo regolamento telegrafico nei domini “Al di qua del faro”, all’art. 1 che sanciva la ripartizioni delle linee telegrafiche in divisioni. Le divisioni ricadenti nella provincia salernitana: IIIa Divisione da Nocera a Potenza pari 63 miglia napoletane e IVa Divisione da Eboli a Castrovillari in miglia 95 napoletane. Le stazioni ricadenti nella provincia di Salerno: Nocera 2a classe, Cava 3a classe, Salerno 2a classe, Eboli 3a classe e Sala 2a classe.

Nonostante le serie difficoltà affrontate nel collocare pali e stendere fili su e giù per rocce e monti impervi, le principali città erano state già tutte collegate da più di anno con telegrafi del tipo ad aghi. Ciò che però attirò l’attenzione degli scienziati internazionali sull’impresa napoletana, realizzata al limite delle possibilità tecnologiche del tempo, furono due fattori: la lunghezza delle tratte tra i punti di allaccio e l’attraversamento del mare. Questa seconda caratteristica, strettamente collegata alla prima, attirò l’interesse soprattutto dell’Inghilterra. Alcuni documenti accennano della presenza a Napoli di Samuel Morse (l’inventore americano del telegrafo via filo) lasciando pensare ad un’applicazione fuori brevetto di qualche singolarità tecnica ancora segreta, allo stato attuale non si hanno ancora notizie precise sulle caratteristiche di costruzione dei primi cavi telegrafici sottomarini e sulle modalità di “amplificazione” degli impulsi in conduttori molto lunghi, ma una cosa è certa, il tutto fu studiato e realizzato felicemente a Napoli e precisamente a Pietrarsa, in quell’opificio che tanto aveva tormentato e tanto tormentava gli inglesi. Probabilmente non si adottò un cavo unico, ma, come si fece in larga scala dopo, dei “canapi sottomarini particolari” costituiti da una coppia di “anime conduttrici in rame puro”. Inoltre l’isolamento non fu realizzato come si era fatto fino a quel momento e cioè in legno di ciliegio e gomma naturale, ma in porcellana grezza di Capodimonte e catrame denso e gelatinoso “contenuto da una guaina catramata non rigida”. Con questo accorgimento, l’acqua marina anche a grandi profondità non avrebbe mai raggiunto l’anima dei cavi (immersi nel catrame) alterandone la conducibilità elettrica. l’attraversamento sottomarino telegrafico della Manica avvenne solo dopo che (in ordine) Capri, Procida, Ischia e la Sicilia erano state collegate alla terraferma.

Non solo l’attraversamento marino inglese avvenne molto dopo rispetto a quello napoletano, ma si interruppe dopo qualche giorno dalla sua pomposa inaugurazione.

Fu una grande brutta figura per chi deteneva il monopolio industriale e commerciale mondiale. Ufficialmente la causa dell’avaria fu addossata ad un danneggiamento involontario da parte di un pescatore, ma sta di fatto che quel collegamento restò interrotto per sempre e solo una nuova posa di un nuovo e diverso cavo (napoletano?) riuscì a collegare i due estremi. Nel 1857 le ultime isole ad essere collegate alla rete telegrafica del Regno delle Due Sicilie furono Ponza e Ventotene e ciò avvenne con un cavo subacqueo lungo 30 miglia marine, che è quasi il doppio della distanza che divide la Francia dall’Inghilterra. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una vera e propria impresa per quel tempo e sicuramente un altro primato se si considera la grande profondità del tratto di mare attraversato. A dispetto dell’avaria inglese, il cavo di Ponza fu dismesso solo 70 anni dopo quando, ancora perfettamente funzionante, fu abbandonato dal regime fascista e sostituito da un nuovo impianto, considerata la vetustà della tratta sottomarina borbonica e temendo una sua improvvisa interruzione con un insostenibile isolamento del confino politico insediato sull’isola. Nel 1942 la nuova tratta si interruppe per un ancoraggio errato di una unità da guerra ed il vecchio cavo borbonico continuò a fare il suo lavoro. C’è chi afferma che quella tratta, se rimessa in opera, oggi potrebbe funzionare ancora. Mentre l’Inghilterra impazziva nel far funzionare il suo telegrafo della Manica, nel 1859 Ferdinando II firmava l’inizio dei lavori di posa del cavo telegrafico tra la Sicilia e Malta. Una notizia di un’impresa colossale che fece il giro del mondo e che fece sognare i fautori di una posa oceanica tutta napoletana.

Nel 1859 i telegrafi del Veneto, della Lombardia, dello Stato Pontificio e, incredibile, del Piemonte erano gestiti da personale austriaco appartenente alla suddetta compagnia. Solo nel Regno delle Due Sicilie il personale era nazionale e militare.

Ma vi è anche un’altra caratteristica. Aperto il servizio al pubblico, il Regno delle Due Sicilie fu l’unico stato (avverrà solo in seguito anche nello Stato della Chiesa) dove era obbligatorio il “mittente certificato”. Perché con lo sviluppo del telegrafo pubblico ci fu chi, approfittando di questo strumento di comunicazione senza firma, inviava messaggi dai contenuti spesso falsi o con false firme, con gravi conseguenze per i destinatari.

Emblematico, curioso e poco noto il caso che interessò Crispi. Il 27 aprile del 1860, a pochi giorni dalla partenza di Garibaldi da Genova per Marsala, Crispi ricevette da Malta, con comunicazione telegrafica a firma di Nicola Fabrizi, il seguente telegramma: “Completo insuccesso nella provincia e nella città di Palermo. Molti profughi raccolti nelle navi inglesi giunti in Malta. Non vi muovete”. Era falso. Ordini di Garibaldi prima dello sbarco :

• impadronirsi repentinamente delle quattro porte della città,

• non lasciare entrare o uscire alcuno,

• intimare la resa e far prigioniero il presidio,

• prendere possesso dell’ufficio postale,

• impadronirsi dell’ufficio telegrafico. Nell’ufficio telegrafico, i Garibaldini trovano l’addetto (Federico Fortini) trasmette a Trapani la notizia dello sbarco di gente armata da due vapori di nazionalità ignota. Il garibaldino Giovan Battista Pentasuglia, pistola alla mano, gli impone di rettificare il messaggio e di telegrafare che si trattava invece di uno scarico di merci. Dall’altro capo del telegrafo rispondono: “Voi siete un imbecille”. Dopo di che, i Garibaldini interrompono le linee telegrafiche e mettono fuori servizio il telegrafo ottico che era montato in cima al castello di Marsala. Liborio Romano, Ministro dell’Interno del Regno di Napoli, corrisponde segretamente con Cavour mediante il telegrafo installato nel suo ufficio ma, apparentemente in contrasto con le istruzioni ricevute, fa entrare Garibaldi a Napoli, senza sparare un colpo.

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Il Regno delle due Sicilie era dotato di un’efficiente rete di comunicazione : il primo telegrafo elettrico dell’Italia preunitaria.

Fu adottato il sistema Henley che, a parte l’utilizzo dello stesso alfabeto, per il resto era completamente differente dal sistema Morse: senza “zona”, cioè fugace, a lettura ottica o acustica; funzionava con la macchina ad induzione di Clarke; probabilmente la manipolazione, che avveniva su una grossa pedaliera era stancante; e doveva essere anche problematica la ricerca di guasti nelle linee. Un esemplare del telegrafo di Henley (di circa 60 x 60 cm, con una massiccia calamita a fascio) è conservato al Museo Storico delle Poste del Ministero delle Comunicazioni.

Gli altri apparecchi si trovavano nelle stazioni ferroviarie di Napoli, di Caserta, di Cancello, di Maddaloni, nella Reggia casertana. In seguito altri telegrafi furono messi in servizio nelle stazione ferroviarie di Capua, Nola, Torre Orlando, Terracina, Avellino, Ariano Irpino, Nola, Sarno, Nocera, Salerno e nel quartiere militare capuano. Nel 1854 il servizio venne impiantato anche a Lecce, a L’Aquila e Pescara. Con decreto regio del 9 ottobre 1854 il servizio dei telegrafici elettrici passò alle dipendenze del Ministero delle Finanze. Nel 1855 il servizio telegrafico arrivò a Potenza e a Reggio Calabria. Nel marzo del 1855 Napoli fu collegata attraverso una linea telegrafica con Roma, Parigi e Londra. Nel 1856 fu inaugurata la prima linea telegrafica sottomarina che da Reggio arrivava a Messina e dopo un anno a Trapani.

Antica cartina del 1860 “indicante le linee telegrafiche nel Regno delle Due Sicilie” e che segnala tutto il coordinamento degli edifici dove erano installate le vedette del futuristico telegrafo visivo di Chiappe; inoltre illustra uno snodo intercomunicativo all’avanguardia rispetto agli altri regni del tempo. Nella cartina telegrafica del Regno delle Due Sicilie, si vedono le due linee rosse che ad esempio attraversano il Canale di Sicilia; esse rappresentano i cavi telegrafici sottomarini che collegavano la Sicilia, tramite Marsala e Pozzallo, a Malta. Il sud del dopo unità è stato capovolto nella sua realtà. I savoia ci dissero che il sud era “nato stanco”. La realtà è che quel nord ci ha rubato tutto. E ha depauperato anche i nostri snodi comunicativi, ferroviari, intellettuali …

L’unità sporca di sangue del sud: stragi piemontesi in Sicilia.

”Devo esprimere a voi fatti miserandi e sui quali il ministero non accetta inchiesta. Eppure non si tratta di partiti politici; ma dei diritti, della giustizia e dell’umanità orrendamente violati! I siciliani non hanno mai avuto leva militare, e repugnano ad essere arruolati… il Governo ha fatto una legge eccezionale, che è eseguita con ferocia… il comandante piemontese Frigerio, il 15 di agosto del 1863, intima al Comune di Licata, 22 mila abitanti, di far presentare entro poche ore i renitenti alla leva privando l’intera città di acqua, vieta ai cittadini di uscire di casa pena la fucilazione istantanea e di altre più severe misure. A Licata vennero chiusi in carceri le madri, le sorelle, i parenti dei contumaci alla leva, sottoposti a tortura fino a spruzzare il sangue delle carni; uccisi i giovinetti a colpi di frusta e di baionetta; fatta morire una donna gravida! Della stessa barbarie e degli stessi delitti si macchiarono i militari di Trapani, di Girgenti, di Sciacca, di Favara, di Bagheria, di Calatafimi, di Marsala e di altri Comuni… Un altro comandante piemontese dispone l’arresto di tutti coloro dai cui volti si sospetti d’essere coscritti di leva, e anche l’arresto dei genitori e dei maestri d’arte dei contumaci: questo avveniva a Palermo. Il prefetto, interpellato, rispose che nulla sapeva e nulla poteva. A Petralia una capanna fu circondata dalla truppa, non per prendere un coscritto ma per chiedere informazioni; gli abitanti erano tre, padre, figlio e figlia, furono bruciati vivi per non aver voluto aprire”. Questa la tremenda testimonianza alla Camera del deputato siciliano Vito D’Ondes Reggio.

Il comandante Frigerio, piemontese, taglia l’acqua a Licata (ventiduemila abitanti), fa arrestare e torturare madri, sorelle, parenti di chi si sottrae alla leva: «Uccisi giovinetti a colpi di frusta e di baionetta; fatta morire una donna gravida» verrà inutilmente denunciato in Parlamento.

L’intera popolazione obbligata a restare chiusa nelle case, pena…, la solita fucilazione «istantanea», ci mancherebbe, ove non fosse necessario ricorrere ad «altre più severe misure»! E cioè? Dopo che l’hai ammazzato una volta, che altro gli vuoi fare? In Parlamento, qualche voce onesta si levò, per dire che almeno quelli che dovevano essere scarcerati per ordine e sentenza dei tribunali fossero rimessi in libertà. Ma i militari preferirono fare a modo loro, e lasciarli dentro.

Non si sapeva più dove stivare gli arrestati; si cominciò a chiuderli in grotte o, come a Potenza, «nella sepoltura di un’antica chiesa», dove per asfissia morivano a decine.

In un solo mese, denuncia Crispi in Parlamento, nella sola provincia di Girgenti (Agrigento), vengono incarcerate trentaduemila persone: che è poco meno della capienza di tutti gli istituti di pena italiani messi insieme, oggi.

I militari obbligano a tenere in galera anche gli imputati che vengono assolti; e il generale La Marmora ordina che non siano scarcerati quelli che hanno finito di scontare la pena. E se li lasciano liberi, può succedergli di esser fucilati alle spalle, appena fuori. La sola legge Pica (quella che consentiva di imprigionare chiunque “sembrasse” dissentire dal nuovo corso) si calcola abbia fatto circa sessantamila vittime.

Ancora dodici anni dopo l’unificazione, l’Italia, con una popolazione inferiore a quella degli altri paesi, ha la maggior quantità di detenuti in Europa.

“Questa è una piccolissima sintesi di un faldone di carte che il Governo italiano chiese ufficiosamente a quello americano di distruggere ma, grazie a Dio, ciò non avvenne ed oggi, recuperandolo, lo si può far conoscere a tutti coloro che lo vorranno”.

Il deputato siciliano, Vito D’Ondes Reggio, nella tornata del 5 dicembre del 1863, degli Atti Ufficiali n° 285, pagina 1089, descriveva le atrocità governative, commesse nel nome del Regno D’Italia sulle sventurate popolazioni della Sicilia, descrivendo: “Sottolineo uno stato di fatto, e devo esporre a voi, onorevoli signori, accadimenti miserevoli e rei, sui quali il Ministero non accetta l’inchiesta.

I Siciliani non hanno mai avuto leva militare e ripugnano essere arruolati.

Il Governo ha fatto per la Sicilia una legge eccezionale non scritta, eseguita con ferocia”.

Dà lettura quindi, di un documento ufficiale, nel quale risulta esservi dato l’ordine, nella sera del 15 agosto 1863 dal Maggiore Frigerio, Comandante piemontese del Comune di Licata, di doversi presentare in poche ore i renitenti di leva, in pena di privare dell’acqua tutta la popolazione a una città di 22000 abitanti.

Ebbe istituito un coprifuoco senza averne apparente autorità, vietando ai cittadini di uscire di casa per far rifornimento di viveri, pena l’immediata fucilazione e di altre più severi misure.

Fu un eccidio spaventevole, quando dopo giorni la gente chiedeva pane, e caddero a migliaia. Furono ritenuti i parenti contumaci della leva, sottoposti a tortura, fino a spruzzare il sangue dalle carni, uccidendo i bambini e i ragazzi a frustate e a baionettate infilzati. Furono violentate le donne e scannate donne gravide fucilandone i congiunti e tutti quelli che osavano protestare. Questa incredibile condotta militare, fu immediatamente imitata da altri battaglioni piemontesi ed applicata a: Trapani, Girgenti, Sciacca, Favara, Bagheria, Calatafimi, Marsala saccheggiando i raccolti, e bruciando gli impianti anche nei piccoli comuni limitrofi ai grossi centri poco fa citati. Dà lettura in aula di un altro documento, di altro comandante piemontese, il quale emette ai suoi sottoposti un bando: arrestate tutti coloro dal cui volto, si sospetti di essere coscritti di leva, ed arrestate i loro genitori e i loro maestri d’arte, dove sono impiegati i sospettati e i loro contumaci.. Questo avvenne a Palermo, dove furono seviziati migliaia di malcapitati, su una città di 230.000 abitanti, mentre il Governo nulla sa, nulla può? Altri abomini furono compiuti a Petralia Sottana, bruciando vive intere famiglie nelle loro case.

Nella tornata successiva del 10 dicembre del 1863 il deputato Francesco Crispi, enumerando le esorbitanze stesse dice: l’unico vantaggio ottenuto dal governo di Torino in Sicilia è quello di avere riempito le carceri di disgraziati.

In quel frangente, il deputato Bixio, rispondendo alla platea contrastante, alludendo agli eccessi, della ribellione siciliana del 1860 affermava fra lo sgomento generale di aver veduto i cadaveri arrostiti e mangiati, e i cuori strappati dal petto dei vivi, confessa apertamente, la Sicilia sarebbe rimasta pacifica sotto i Borboni, se la rivoluzione non fosse stata ivi portata, dalle altre province d’Italia, ossia dal Piemonte.

In quei giorni di rivelazioni orrende, la stampa indipendente deplorava quelle discussioni e le considerava, come una vera sventura nazionale; un grave pericolo per l’unità italiana. Un giornale più di tutti, “Il diritto di Torino” concludeva un articolo scrivendo: “aveva forse ragione Re Francesco II se definisce i Piemontesi come tiranni ed usurpatori del suo reame!”.

Vari deputati delle province meridionali rinunciano a far parte della Camera di Torino. Questa è una piccolissima sintesi di un faldone di carte che il Governo italiano chiese ufficiosamente a quello americano di distruggere ma, grazie a Dio, ciò non avvenne ed oggi, recuperandolo, lo si può far conoscere a tutti coloro che lo vorranno. Io ho esemplificato al massimo i contenuti degli atti, dove leggevo eccidi e malefatte senza pari, dove le madri venivano scannate davanti ai figli e i padri fucilati seduta stante. Dove come dice un’altra fonte, un certo signore entrando nel Comune di Torre Faro, di nome Giuseppe Garibaldi, ordinava a cuor leggero e senza processo, di fucilare gente disarmata perché non abbracciava la causa italiana.

Un ragazzo di Palermo, conosciuto da molti in città per il suo handicap, rinchiuso nell’ospedale e stimmatizzato con 154 ferite fatte da ferro rovente; la madre potrà finalmente vedere suo figlio, inzuppare un fazzoletto nel sangue di lui, dargli un po’ di pane perché lo avevano affamato (Carlo Alianello, Ibidem, pag.201)- dice D’Ondes Reggio alla Camera- volevano che parlasse, magari che dicesse dove fossero gli amici della sua età. Il ragazzo era muto dalla nascita. I piemontesi volevano fare il miracolo, quello di farlo parlare, usarono la tortura, botte da orbi, ma niente.

Le atrocità commesse in Sicilia e nei territori delle Due Sicilie durarono almeno fino al 1872. Nella tornata del 7 dicembre del 1863, il deputato Nocedal, alle Cortes di Spagna, il parlamento di Madrid, arringa contro il Piemonte, contro le barbarie che giornalmente vengono commesse contro la popolazione delle Due Sicilie: “ L’Italia è diventata campo vastissimo di esecrabili delitti; l’Italia paese classico di imperiture memorie, dove oggi giacciono prostrati al suolo e conculcati tutti i diritti; l’Italia, dove per sostenere quanto gli usurpatori hanno denominato liberalismo, si stanno sbarbicando dalle radici tutti i diritti manomettendo quanto vi ha di più santo e di sacro sulla terra…Italia,Italia! Dove sono devastati i campi, incenerite le città, fucilati a centinaia i difensori della loro indipendenza”. (Carlo Alianello, La conquista del Sud, Rusconi Editori, 1972, pag 207).

Facendo giustizia di una damnatio memoria cui ci ha condannato, da 162 anni a questa parte, la storiografia ufficiale e di maniera, molto spesso abbiamo ricordato episodi e avvenimenti caratterizzati da eccidi, stragi e saccheggi di cui furono vittime agli albori dell’Unità d’Italia, ad opera dei piemontesi, le popolazioni meridionali e la Sicilia.

Vito d’Ondes Reggio nacque a Palermo il 12 novembre 1811 da una nobile famiglia di rango baronale: suo padre era infatti il barone Bartolomeo d’Ondes, procuratore nobile del Banco di Sicilia e sergente maggiore della milizia urbana, mentre sua madre, Gioacchina Reggio, apparteneva alla famiglia dei principi di Aci e Catena. Convinto cattolico, contrario alla politica ecclesiastica del governo, di stampo anticlericale, da lui considerata troppo aggressiva verso la Chiesa. Fu anche molto critico verso il sistema annessionistico operato dal Piemonte tra il 1859 e il 1860, a seguito della seconda guerra d’indipendenza italiana e della Spedizione dei Mille, tramite il sistema dei plebisciti, che egli, convinto sostenitore dell’autonomia siciliana, considerava troppo semplicistico e sregolato, tanto che, nel 1860, dopo la conquista della Sicilia, rifiutò la carica di procuratore generale della Gran Corte dei conti e quella di membro del Consiglio straordinario di Stato, offertagli dal prodittatore Antonio Mordini per cercare di analizzare i problemi della realtà siciliana e applicare le necessarie modifiche all’annessione. Tuttavia, Vito d’Ondes Reggio partecipò alle elezioni politiche del 27 gennaio 1861, venendo eletto deputato all’VIII legislatura del Regno d’Italia per il collegio di Canicattì. Nel 1863 presentò un’interrogazione parlamentare sull’applicazione alla Sicilia della Legge Pica, tesa a combattere il brigantaggio meridionale, che secondo lui ledeva i diritti costituzionali dello Statuto Albertino, mentre il 27 marzo 1861 presentò un ordine del giorno che vietasse il discorso di Cavour nel quale si proclamava Roma capitale d’Italia.

“IN RICORDO DI Don JOSE’ BORGES”

Josè Borgès, catalano, nelle guerre civili del suo paese generale carlista, si era conquistato la fama di coraggioso, di audace, di energico. Fu arruolato in Francia dai Comitati borbonici. Questo è il testo delle istruzioni che ricevé dal generale Clary. L’originale scritto in francese, e sottoscritto dal generale borbonico, trovasi oggi a Torino nell’archivio del ministero degli affari esteri.
ISTRUZIONI AL GENERALE BORGÈS
All’oggetto di animare e proteggere i popoli delle Due Sicilie traditi del governo piemontese che li ha oppressi e disingannati. Per secondare gli sforzi di questi popoli generosi che richiedono il loro legittimo Sovrano e padre. Per impedire l’effusione di sangue dirigendo il moto nazionale. Per impedire le vendette private che potrebbero condurre a funeste conseguenze. Il signor generale Borgès si recherà nelle Calabrie per proclamarvi l’autorità del legittimo re Francesco II. In conseguenza osserverà le istruzioni seguenti, bene inteso, che le modificherà secondo le circostanze e la prudenza, perché è impossibile stabilire regole fisse, ma soltanto i principii generali che determineranno la sua condotta.
1°. Dopo aver riunito il maggior numero di uomini che potrà in ragione dei mezzi che gli verranno forniti, il signor generale s’imbarcherà per rendersi a un punto di sbarco sulle coste di Calabria, che possa offrire minori pericoli ed ostacoli.
2°. Appena egli si sarà impadronito di qualsiasi luogo e dopo aver preso le precauzioni militari più adatte, vi stabilirà il potere militare di Francesco II colla sua bandiera. Nominerà il sindaco, gli aggiunti, i decurioni e la guardia civica. Sceglierà sempre uomini di una completa devozione al Re e alla Religione, prendendo cura speciale di evitare gli individui, che sotto le apparenze di devozione, non vogliono che soddisfare ai loro odii e alle loro vendette private; cosa che in tutti i tempi ha meritato la speciale attenzione del governo, attesa la fierezza di quelle popolazioni.
3°. Il generale proclamerà il ritorno alle bandiere di tutti i soldati, che non hanno ancora compiuto il termine di servizio, e di coloro che vorranno volontari servire il loro amatissimo sovrano e padre. Avrà cura di dividere i soldati in due categorie: 1° quelli che appartenevano ai battaglioni dei Cacciatori; 2° quelli dei reggimenti di linea e d’altri corpi. Aumentando il loro numero, formerà i quadri delle armi diverse, artiglieria, zappatori, in fanteria di linea, gendarmeria e cavalleria. Avrà cura di non ammettere antichi officiali, in proposito de’ quali riceverà ordini speciali. Darà il comando de’ diversi corpi agli officiali stranieri che l’accompagnano; sceglierà un officiale onesto e capace, che sarà il Commissario di guerra, e successivamente officiali amministrativi e sanitari. Il generale Clary invierà poco a poco delle guide di Borbone, che, sebbene armate di carabina, serviranno da officiali d’ordinanza e di stato maggiore. I battaglioni saranno di quattro compagnie; aumentando le forze, verranno portate a Otto. L’organamento definitivo di questo corpo sarà stabilito da S.M. il Re. I battaglioni prederanno i seguenti nomi: 1° Re Francesco; 2° Maria-Sofia; 3° Principe Luigi; 4° Principe Alfonso. La loro uniforme sarà simile al modello che invierà il Generale Clary.
4°. Appena egli avrà una forza sufficiente, comincerà le operazioni militari.
5° Avendo per scopo la sommissione delle Calabrie, questo fine sarà raggiunto quando esse saranno assoggettate. il generale Borgès farà noto al generale Clary tutti i suoi movimenti, i paesi che avrà occupato militarmente, le nomine dei funzionari da lui fatte in modo provvisorio, riservandone l’approvazione, la modificazione e il cambiamento alla sanzione reale.
6°. Non nominerà i governatori delle province, perché S.M. per mezzo del generale Clary invierà le persone che debbono sostenere questi alti uffici. Il generale si darà cura di ristabilire i tribunali ordinari, escludendo coloro che senza dare la loro dimissione son passati al servizio dell’usurpatore. Il generale Borgès potrà far versare nella cassa della sua armata tutte le somme di cui avrà bisogno, redigendo ogni volta de’ processi verbali regolari. Si servirà di preferenza: l° delle casse pubbliche; 2° dei beni de’ corpi morali; 3° dei proprietari che hanno favorito l’usurpatore.
7°. Farà un proclama, del quale manderà copia al generale Clary, e prometterà in nome del Re un’amnistia generale a tutti i delitti politici. Quanto ai reati comuni, saranno deferiti ai tribunali. Farà intendere che ognuno è libero di pensare come più gli piace, purché non cospiri contro l’autorità del Re e contro la dinastia. Un proclama stampato sarà inviato dal generale Clary per esser pubblicato appena sbarcherà in Calabria.
8°. All’oggetto di evitare la confusione e gli ordini dubbi, resta in massima stabilito che il generale Borgès e tutti coloro che dipendono da lui, non obbediranno che agli ordini del generale Clary, anche quando altri si facessero forti di ordini del Re. Questi ordini non gli giungeranno che per mezzo del generale Clary. Gli ordini che il generale e i suoi sottoposti non dovranno seguire, anche provenienti dal generale Clary, sono soltanto quelli che tenderebbero a violare i diritti del nostro augusto Sovrano e della nostra augusta Sovrana e della loro dinastia. In questi tempi al primo splendido successo, il generale Borgès si vedrà circondato da generali e da officiali che vorranno servirlo; egli li terrà tutti lontani, perché S. M. gli manderà gli officiali che essa stimerà degni di tornare sotto le bandiere.
9°. In Calabria debbono esservi molte migliaia di fucili, e di munizioni. Il generale Borgès li farà restituire immediatamente al deposito di Monteleone; e punirà severamente ogni individuo che non ne facesse consegna dentro un breve spazio di tempo. La fonderia di Mongiana, le fabbriche d’armi di Stilo e della Serra saranno immediatamente poste in attività.
10°. Il signore generale Borges farà le proposizioni per gli avanzamenti e le decorazioni per gli individui, che più si distingueranno nella campagna.
11°. Avrà i più grandi riguardi per i prigionieri, ma non darà ad essi libertà, né lascierà liberi gli officiali sotto la loro parola. Se un individuo commette insolenze o offende i prigionieri nemici, sarà giudicato da un Consiglio di guerra subitaneo e immediatamente fucilato. Il signor generale Borgès non ammetterà scuse in questo proposito; pure di fronte ai Piemontesi userà del diritto di rappresaglia.
12°. Di ogni modificazione che l’urgenza e le circostanze renderanno necessaria alle presenti istruzioni sarà reso conto al generale Clary.
Marsiglia, 5 luglio 1861. G. CLARY
PS. – Non appena avrete riunita la vostra gente a Marsiglia o altrove, e sarete pronto ad imbarcare in ordine alle relazioni e all’aiuto de’ nostri amici di Marsiglia, voi mi scriverete per telegrafo a Roma, posto che io mi ci trovi sempre, ne’ seguenti termini: Langlois, Via della Croce, 2. “Giuseppina gode sanità, si rimette parte del giorno”.
Era il giorno dell’Immacolata del 1861 nevicava a Sante Marie, un piccolo paese degli Abruzzi, ora in provincia dell’Aquila, un gruppo di uomini, in parte a cavallo, in parte appiedati conclusero a Sante Marie una vicenda poco conosciuta e molto mistificata dell’unità d’italia. A guidare il manipolo di uomini che cercava di raggiungere lo stato pontificio per mettersi in salvo era uno spagnolo, un generale spagnolo, il cabecilla José Borges; che era sbarcato l’11 settembre a Brancaleone, lembo estremo delle Calabrie, con il compito di raccogliere un grosso esercito in difesa dei Borboni e fronteggiare l’invasione savoiarda. Nei quasi novanta giorni della sua spedizione percorse l’intera Italia meridionale, braccato dalle truppe piemontesi, ripetutamente tradito, collegandosi con le bande brigantesche che scorrevano la campagna anche in nome di Re Francesco II e fallendo nel suo insostenibile tentativo. A Sante Marie, appena a dieci miglia dalle salvezza, decise di fermarsi per far riposare i suoi uomini, anzi ad essere più precisi, per far riposare i pochi seguaci italiani che non lo avevano abbandonato e che, contrariamente agli spagnoli che lo accompagnavano, erano appiedati. Pagò con la vita l’ennesimo atto di lealtà: verso le dieci del mattino un reparto di bersaglieri ed uno della Guardia Nazionale di Sante Marie gli furono addosso, lo raggiunsero alla cascina Mastroddi, presso l’inghiottitoio Luppa, lo circondarono, ingaggiando una violenta battaglia e lo catturarono. Portato a Tagliacozzo, insieme ai suoi sfortunati compagni, fu frettolosamente fucilato alla schiena come il peggiore dei banditi.
Il suo diario fu subito utilizzato dal governo piemontese, tramite Marc Monnier – un giornalista francese prezzolato dai Savoia – per giustificare in Europa la brutalità della repressione del dissenso politico e del disagio sociale delle popolazioni meridionali, il cosiddetto “brigantaggio”.
A ricordo della battaglia della Luppa, l’8 dicembre 1966 l’ amministrazione comunale pensò bene di porre nei pressi di Cascina Mastroddi una stele commemorativa in cui si inneggiava alla vittoria della legalità piemontese e si bollavano spregiativamente come “mercenari” Borges e i suoi eroici compagni. Nel pieno dell’esaltazione della retorica risorgimentale di una quarantina d’anni fa si affermava che gli uomini del maggiore Franchini avevano “prodemente debellato l’ardita banda mercenaria”. Sarebbe bastato agli amministratori dell’epoca consultare documenti coevi e pubblicazioni già esistenti per capire che la “prodezza” del maggiore Franchini era in realtà il frutto del tradimento di chi doveva aiutare Borges, come il vice console francese J. Rotrou e che l’interesse mercenario semmai era di chi depredò Borges del denaro che aveva addosso al momento della cattura. Fortunatamente quella lapide è stata sostituita con l’attuale e come si legge sul nuovo cippo, Borges e i suoi compagni possono veramente “riposare in pace”, avendo vinto 142 anni dopo la battaglia in difesa del proprio onore e dei propri ideali. 

La “primula rossa borbonica”: Giovanni Maria D’Alessandro, Duca di Pescolanciano.

Ci hanno raccontato molte storie strane: che i briganti fossero tutti comuni delinquenti, che gli ufficiali borbonici erano venduti, che la nobiltà del Regno accolse i piemontesi compiacendoli. Poco si sa dei nobili che combatterono strenuamente i savoiardi, puniti dal nuovo governo con la confisca di tutti i beni, socialmente cancellati e costretti all’esilio. Tra questi, Giovanni Maria D’Alessandro, Duca di Pescolanciano, detto « la primula rossa » perché imprendibile, astuto, estremamente pericoloso per il nuovo stato. Perse tutto, tutto gli fu confiscato, ma non si piegò mai.
Giovanni Maria d’Alessandro di Pescolanciano (Napoli, 19 maggio 1824 – Napoli, 8 gennaio 1910) è stato un politico, archeologo e militare napolitano. Tredicesimo barone ed ottavo duca di Pescolanciano, nobile del Regno delle Due Sicilie e legittimista borbonico, fù protagonista di diversi eventi di ribellione anti-unitaria, tra cui la rivolta di Isernia. Ebbe nel corso degli anni una serie di importanti incarichi ed onorificenze nell’ambito della provincia di Molise, tra cui capo plotone della guardia cittadina (1847); consigliere provinciale per Campobasso (1851); capo plotone della regia Guardia d’Onore del Contado di Molise (1854) e successivamente capo squadrone (1855). Gentiluomo di camera di Sua Maestà Ferdinando II, per la sua sentita passione archeologica fu scelto dalla Corte napoletana per dare ospitalità, tra il 1846-1847, allo storico tedesco ed archeologo (poi premio Nobel nel 1902) Teodoro Mommsen, durante la visita agli scavi di Pietrabbondante. Il duca seguì con grande impegno ed interesse questi lavori di recupero di resti monumentali sannitici (riuscì a far emergere l’antico teatro sannita), tanto da esserne nominato Sovrintendente Regio, ottenendo nel 1858 l’onorificenza delle “chiavi d’oro”, e nello stesso anno fu nominato presidente del consiglio per il distretto d’Isernia.
Il 19 febbraio 1860 fu insignito del titolo di Balì Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine costantiniano di San Giorgio, una delle massime onorificenze del Regno delle Due Sicilie. A seguito dell’invasione del Regno delle Due Sicilie da parte dell’esercito piemontese nell’ottobre 1860, il duca d’Alessandro lasciò la famiglia e i propri beni per organizzare moti legittimisti nella regione, dove il 28 settembre era scoppiata la Rivolta di Isernia. La città, nodo strategico di comunicazione sia per Gaeta, da dove si organizzava l’estrema difesa del regno, che per L’Aquila, era insorta contro le forze liberali filo-sabaude, con l’appoggio morale del vescovo Saladino. Durante gli scontri di Isernia fu in particolare linciato Raffaele Falciari, addetto municipale alla distribuzione del grano (ruolo conferitogli dai garibaldini), il quale era accusato dai rivoltosi di aver usato il suo potere per abusare di donne del circondario. Fu inoltre assaltato e incendiato il palazzo del deputato liberale Stefano Jadopi, molto odiato perché usurpatore di terreni demaniali dell’agro isernino, negli scontri trovò la morte suo figlio Francesco. Il duca fu a Isernia tra il 2 e il 3 ottobre, e qui il suo segretario Giacomo Cece preparò un incontro con i legittimisti Melogi, De Lellis e monsignor Saladino per preparare la “controrivoluzione” in Molise. Con l’appoggio di altri aristocratici locali, tra cui Teodoro Salzillo (nota1), di militari borbonici e di gruppi numerosi di abitanti, d’Alessandro contribuì alla riconquista delle città di Pontecorvo, Sora, Venafro, Teano e di tutti i comuni vicini a Pescolanciano (Pietrabbondante, Chiauci, Carovilli, Civitanova), già suoi feudi. L’esempio di Isernia, successivamente, fu seguito da numerosi focolai di rivolta anti-liberali che scoppiarono in tutto il Molise. Da Carpinone, Macchia d’Isernia, Roccasicura, Monteroduni, Macchiagodena fino a Cantalupo. Il duca stabilì in questo periodo forti legami con il comandante borbonico Kleischt (meglio noto come Lagrange). Secondo i piani, quest’ultimo avrebbe dovuto intervenire con un forte gruppo di insorti negli episodi suddetti e, passando per Isernia, ricongiungersi a nord con le truppe comandate dal generale Scotti Douglas, per poi procedere alla riconquista degli Abruzzi. Le attività del duca divennero presto note al governatore sabaudo della provincia di Molise Nicola De Luca, il quale nell’autunno 1860 telegrafò al Ministero della polizia di Napoli: « Dopo la ribellione di Isernia la reazione si è manifestata vittoriosa nei Comuni di Civitanova, Carovilli, Pietrabbondante, Pescolanciano e Chiauci. Mi si dice suscitata e capitanata dal Duca di Pescolanciano, che tiene in agitazione il restante dei comuni del distretto d’Isernia. » (Nicola De Luca, governatore della provincia di Principato Ultra)
Con la battaglia del Macerone e la cattura del generale Scotti Douglas i piani di controffensiva legittimista verso gli Abruzzi furono vanificati. Così la rivolta popolare fu sedata con l’uso della violenza e della paura, spargendo il sangue di molti ribelli molisani. Il re Francesco II nutrì speranze su quella insurrezione fino alla resistenza dell’ultimo bastione di difesa molisano, carezzando forse il sogno di poter ripetere gli eventi del 1799, quando guidate dal cardinale Ruffo, le popolazioni meridionali riportarono sul trono la dinastia borbonica. Dopo la sconfitta borbonica nella battaglia del Volturno e la successiva resa della fortezza di Gaeta, il duca d’Alessandro si ritrovò isolato in Molise e fu costretto a lasciare la zona, rifugiandosi prima a Tauro e quindi seguendo il re Francesco II nell’esilio di Roma. Qui apprese della caduta della fortezza di Civitella del Tronto, ultimo baluardo delle Due Sicilie, avvenuta il 20 marzo 1861. Nonostante la caduta delle Due Sicilie, d’Alessandro mantenne come proprio obiettivo quello di fomentare moti di rivolta legittimista in Molise. In quest’ambito, fece affiggere a più riprese nei territori dei suoi ex feudi manifesti con lo stemma della propria famiglia, nei quali si inneggiava al ritorno di Francesco II. L’opera di sollevazione conseguì un certo successo, dato che presto il Molise fu una delle provincie maggiormente interessate dal fenomeno del brigantaggio. Già nell’autunno del 1862 la prefettura della provincia di Molise segnalava alle autorità centrali la presenza di circa 213 briganti. La repressione, però, non si fece attendere ed anzi fu alquanto cruenta e sanguinaria seguendo le procedure adottate dal generale Pinelli, con il suo proclama di repressione (che fece scandalo in tutta Europa) emanato ai tempi della battaglia di Civitella del Tronto. La legge Pica, approvata con urgenza nell’agosto del 1863, servì a legalizzare la violenta repressione con l’illegale istituzione dei tribunali militari, le fucilazioni sommarie, gli arresti a lavori forzati etc. In soli cinque mesi di attività, il tribunale militare di Campobasso pronunciò una cinquantina di condanne contro persone (in prevalenza di ceto contadino) sospettate di brigantaggio e ben presto il carcere di questa cittadina divenne uno dei carceri più affollati del Mezzogiorno (nel 1863 ospitava 1.013 detenuti contro 1.000 circa del carcere di Napoli. Il Berlingieri scrisse che in quell’anno nelle carceri di Campobasso ed Isernia “i detenuti erano ammocchiati come bestie immonde”). Caddero, così, fucilati i briganti della banda di Domenico Fuoco, del Giangagnoli, dei Guerra e Giuliani.
Tornato a Napoli nel 1865 dall’esilio romano, il duca fu inserito nella lista dei sorvegliati speciali in quanto sicuro sostenitore del passato regime. I legami con la dinastia borbonica rimasero sicuramente forti nel tempo, tanto che lo stesso Francesco II gli scrisse nel 1892 una lettera di condoglianze in occasione della morte della moglie. Isolatosi dalla vita sociale del nuovo stato, tra il 1890 ed il 1892 subì il progressivo esproprio dei beni di famiglia presenti in Molise e a Napoli. Dopo la morte di Francesco II, avvenuta nel 1894, il duca d’Alessandro divenne assiduo corrispondente della deposta regina Maria Sofia, per la quale pare svolgesse missioni segrete. Costantemente sorvegliato dalla polizia durante i governi Crispi e Giolitti, rimase sempre libero, mancando prove certe per un suo arresto in quanto attivista filoborbonico. In questo stesso periodo iniziarono a sorgere circoli legittimisti clandestini, cui aderivano generalmente aristocratici ed esponenti della piccola e alta borghesia, la cui nascita era soprattutto legata al crescente processo di piemontesizzazione ed allo scoppio della cosiddetta questione meridionale. Si isolò, dalla nobiltà cittadina dei cosiddetti “voltagabbana” e dalla vita sociale del nuovo regno.
Tra il 1890-1892 dovette subire, anche con il consenso occulto dei nuovi governanti, l’esproprio di gran parte del suo patrimonio di beni posseduti in Molise (numerose terre, tra cui l’esteso bosco di Collemeluccio di circa 58 mila are) ed a Napoli (tra cui palazzo Pescolanciano al corso Vittorio Emanuele, edificato nel 1870 e posto in vendita all’asta nel 1891) facendo soltanto salvi l’onestà, l’onore, la di lui lealtà e probità, che avevano distinto nel passato sempre gli appartenenti a questo Casato. La fedeltà al suo re Francesco II, dal quale ricevette personalmente in dono un album di fotografie di corte durante l’esilio capitolino e una preziosa pistola regalata dal Conte di Trani, lo portò anche dopo la caduta di Roma a continui spostamenti verso le provvisorie residenze reali. Il sospetto circa l’esistenza di una “primula rossa” al servizio della causa legittimista cominciò a trasparire nei rapporti di polizia dei governi umbertini del Crispi e Giolitti, seppur mancavano prove certe per confermare un fermo od un arresto.
Del resto, l’epoca dei fatti è quella post-unitaria di fine XIX secolo, allorquando il brigantaggio partigiano, fedele al giglio borbonico,era stato quasi debellato dalla massiccia repressione militare e Roma si accingeva a diventare la capitale del Regno d’Italia. La generazione dei nostalgici dell’ex regno Due Sicilie, nata o cresciuta nella prima metà dell’ottocento, era formata dai fedelissimi di casa Borbone o dai delusi della regnanza dei Savoia. Professori, medici, ex militari impiegati, esponenti della piccola e alta borghesia, nonché numerosi aristocratici, nella più completa clandestinità (causa le repressive leggi contro qualsiasi forza destabilizzante, dalle leggi del 29/10/1860 del ministro di Polizia Raffaele Conforti e suoi poteri straordinari contro coloro che turbavano la “pubblica tranquillità” perché “traditori della Patria” fino alla legge Pica contro il brigantaggio e successive) continuarono a sviluppare iniziative politiche di contestazione e delegittimazione della impresa unitaria, rea di aver trasformato le province del Sud in una sorta di colonia del regno di Sardegna e generato la triste “questione meridionale”, la cui tesi relativa all’esistenza di due Italie considerava il Nord motore trainante dello sviluppo economico nazionale, in quanto sfruttatore delle risorse produttive e sociali del Sud. Nei settanta anni successivi alla caduta della roccaforte di Gaeta, tali esponenti legittimisti fondarono associazioni, circoli, comitati con propria attività politica di propaganda e proselitismo, utilizzando i mezzi di comunicazione di allora (giornali, manifesti, volantini, lettere). Le forze di governo additarono, cosi, nel “partito borbonico” quel raggruppamento di intellettuali, legati ai rispettivi sovrani spodestati, S. M. Francesco II (fino al 1894 data del decesso) con l’eroica consorte Maria Sofia e successivamente S. A. D. Alfonso conte di Caserta. Questi borbonici post-unitari, schierati contro l’occupazione dello Stato Pontificio e fedeli alla Santa Sede, auspicarono, fino all’epoca dell’esilio romano degli ex Reali, il raggiungimento di un accordo diplomatico, grazie all’interessamento delle più importanti nazioni cattoliche (Austria, Russia), finalizzato a ristabilire un governo autonomo ed indipendente con propria capitale nelle province meridionali.
La “Nazione Italiana” avrebbe dovuto nascere, come da proclama di re Francesco II del 15 luglio 1860, con accordi tra le corone senza far uso delle armi o sollevazioni popolari fratricide, alla stregua di una sorta di “Alleanza Italiana” delle esistenti monarchie sul territorio italico (Savoia/Asburgo nel centro Nord, Papa al centro, Borboni nel Sud). La breccia di porta Pia, con la presa militare di Roma ad opera dell’esercito piemontese, tradì quest’ultima speranza sia tra i fedeli legittimisti nonché anche tra gli illusi dell’Italia sabauda (da annoverare molti filo-garibaldini, repubblicani e rivoluzionari del partito d’azione).
La contro-rivoluzione borbonica, sul piano ideologico doveva essere perseguita in nome dell’autonomismo ed indipendenza, mentre sul piano d’azione -visti i fallimenti diplomatici- si perpetuò ancora l’uso opportuno delle armi, continuando con le imprese di guerriglia “brigantesca” dei partigiani fedeli al giglio delle Due Sicilie.
L’ideale di autonomia (etichettato da taluni pensatori dell’epoca come “regionalismo sanfedista”), tra l’altro, si confaceva con il modello federalista dei repubblicani filo-Cattaneo (quale aggregazione degli Stati preunitari nella Repubblica Italiana con conservazione delle reciproche autonomie governative) o con quello sociofederale dei radicali ispirati al Proudhon, Pisacane e Bakunin (organizzazione “Libertà e Giustizia napoletana”, 1867).
Borbonici, repubblicani, socialisti rivoluzionari si trovarono in più occasioni a condividere la lotta di piazza in diversi episodi d’insorgenza contro il governo reale accentratore ed assolutista.

– nota 1: « Questi volontari, parte guardie urbane e parte soldati congedati, formavano un battaglione di 1000 individui, da noi organizzato, senza il minimo concorso monetario del governo. Esso si distinse nell’occupazione di Venafro e di Fornelli; nell’attacco di Isernia con De Luca e Ghirelli; nell’attacco di Pettoranello e Carpinone col colonnello garibaldino Nulli (…). Nell’attacco al Macerone col Generale piemontese Griffini, comandante due battaglioni d’avanguardia, questi volontari mostrarono sommo valore, a già prima avevano liberato Forli da 200 garibaldini, prendendovi il procaccio con oltre a 7000 ducati, che trasportarono a Gaeta »
(Teodoro Salzillo)