L’ E.V.I.S.

L’Esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia (EVIS), in siciliano Esèrcitu vuluntariu pâ nnipinnenza dâ Sicilia, fu una formazione paramilitare clandestina, creata da Antonio Canepa (conosciuto con lo pseudonimo Mario Turri), che ne fu il primo comandante, nel febbraio del 1945. Rappresentò la formazione armata separatista fiancheggiatrice del Movimento Indipendentista Siciliano (MIS).
Si prefiggeva il sabotaggio del governo italiano con azioni di guerriglia, e di imprimere al processo indipendentista siciliano una soluzione repubblicana. Nel novembre del 1944, durante il primo congresso del Movimento Indipendentista Siciliano che si celebrò a Taormina, venne presa la decisione di utilizzare anche la lotta armata clandestina, anche sulla scorta di fatti di sangue, come ad esempio la strage del pane, avvenuta a Palermo nell’ottobre precedente. L’EVIS nacque così nel febbraio 1945 a Catania, su impulso di Antonio Canepa, come gruppo di lotta armata, ma anche primo nucleo di quello che sarebbe dovuto diventare l’esercito regolare di una futura Repubblica Siciliana. La sua costituzione, essendo clandestina, non verrà ufficialmente riconosciuta dal MIS. Organizzato in gruppi, inizialmente formato da circa cinquanta giovani; si riuniva e operava in clandestinità. Il modello applicato era quello dell’Esercito popolare di liberazione dei partigiani jugoslavi, ma Canepa, purtroppo non ne ebbe il tempo di organizzarsi, perché morì un paio di mesi dopo.
Infatti insieme a cinque compagni, fu intercettato il 17 giugno del 1945 da una pattuglia di tre carabinieri in contrada Murazzo Rotto vicino Randazzo (CT) e fu ucciso in un conflitto a fuoco insieme con altri due militanti, in circostanze non del tutto chiare e ancora oggi al centro di un dibattito scaturito dalle interpretazioni delle diverse versioni dei verbali ufficiali. Insieme a lui morirono il braccio destro, Carmelo Rosano di 22 anni, e Giuseppe Lo Giudice, di 18 anni. Una pattuglia composta dal carabiniere Calabrese, dal vicebrigadiere Cicciò e comandata dal maresciallo Rizzotto, intimò l’alt al mezzo che non si fermò. Nella sparatoria – conclusa con l’esplosione di una bomba a mano – Lo Giudice morì sul colpo, Rosano e Canepa, in ospedale. Nando Romano sarebbe riuscito a sopravvivere, Antonino Velis e Pippo Amato, fuggirono nelle campagne circostanti. Secondo recenti studi si fa strada l’idea che nell’omicidio del leader dell’EVIS vi sia la mano combinata di servizi segreti internazionali perché gli accordi di Yalta avevano già stabilito che la Sicilia dovesse far parte dell’Italia pertanto era necessario neutralizzare i focolai separatisti. Con la sua morte, l’EVIS subì uno sbandamento. Il comando fu affidato brevemente a un altro leader del Mis, Attilio Castrogiovanni, e dopo il suo arresto, a Concetto Gallo (pseudonimo Secondo Turri o Turri II). Gallo, con i vertici del Mis, sia i separatisti catanesi come Andrea Finocchiaro Aprile, legati ai nobili Guglielmo e Ernesto Paternò Castello di Carcaci e Paternò Castello – Marchese di San Giuliano, sia dell’ala palermitana, dove emergevano il barone Lucio Tasca Bordonaro d’Almerita, il barone Stefano La Motta di Monserrato e il principe Giovanni Alliata Di Montereale, avallarono nell’agosto 1945 l’alleanza con Salvatore Giuliano, che fu nominato tenente colonnello dell’Evis. Contemporaneamente partecipò anche Calogero Vizzini, capo della cosca mafiosa di Villalba, il quale assoldò la banda dei “Niscemesi”, guidata dal bandito Rosario Avila, che incominciò la guerriglia compiendo imboscate contro le locali pattuglie dei Carabinieri.In realtà dopo la morte di Canepa al posto dell’EVIS fu fondata la GRIS (Gioventù Rivoluzionaria per l’Indipendenza della Sicilia) ma i documenti ufficiali indicano genericamente EVIS le formazioni paramilitari separatiste. Il 29 dicembre 1945 nelle montagne intorno a Caltagirone ci fu l’ultimo scontro a fuoco, detto Battaglia di San Mauro, tra circa 60 militanti evisti e i reali carabinieri insieme con militari della divisione Sabauda, che provocò 58 morti tra gli indipendentisti e 2 morti tra i militari italiani, tra cui un carabiniere. Circa 3.000 uomini, comandati dal generale Fiumara dotate di mezzi e di armi pesanti. Un evento che ebbe riconoscimento politico anche in campo internazionale.
La battaglia si protrasse dalle 9,30 del mattino fino al tardo pomeriggio e si concluse dopo che Concetto Gallo fece defilare tutti i suoi uomini attraverso sentieri inaccessibili con lo scopo di restare solo ad affrontare, con il suo suicidio, la resa finale. Contravvenendo agli ordini dello stesso Gallo, due giovani “evisti”, Giuseppe La Mela e Amedeo Bonì, restarono al fianco del loro comandante fino alla fine, rappresentata dalla cattura. Mentre il suicidio, tentato, non era riuscito.Il giovane palermitano Raffaele Di Liberto ferito gravemente perse la vita dopo un lungo e vano peregrinaggio da un posto all’altro in cerca di soccorso. Al di là del coraggio e del valore dei combattenti siciliani, la battaglia, fù una sconfitta per l’Evis ma dal punto di vista politico e storico fu, invece, una grande vittoria anche per la risonanza e il riconoscimento riscossi in campo internazionale.
E le azioni di guerriglia continuarono, al punto tale da indurre il governo italiano ad aprire una trattativa con i dirigenti del Separatismo Siciliano, fra i quali Antonino Varvaro e Andrea Finocchiaro Aprile che, con Francesco Restuccia, erano stati internati nell’isola di Ponza. Così fra i rappresentanti del separatismo armato e i rappresentanti del governo italiano, furono tracciati i contenuti dello Statuto Siciliano redatto per le vie istituzionali e successivamente, legittimato formalmente con specifico decreto legislativo, dal Re d’Italia Umberto II e da tutti i componenti del governo italiano in data 15 maggio 1946. Dal gennaio 1946 le ultime formazioni eviste furono di fatto sciolte e concessa l’autonomia speciale alla Sicilia, e gli evisti in carcere furono amnistiati e liberati. Giuliano invece, rifiutò di deporre le armi e continuò con la sua banda, per quattro anni, gli scontri sia con le forze dell’ordine.
Oggi quei valorosi combattenti sono stati dimenticati e quel sangue versato per ottenere uno Statuto speciale è stato vano perchè in effetti lo statuto non è mai stato integralmente applicato. Una vanificazione concreta della specialità che lo caratterizza, nonché il tradimento unilaterale del patto, in forza del quale era stata abbandonata, da parte separatista, la lotta armata per l’indipendenza della Sicilia. Così anche la Sicilia come tutto il sud è stato totalmente asservito agli interessi del Nord-Italia. Un asservimento ininterrotto dal 1860.
Ascarismo, corruzione e antisicilianismo della quasi totalità dei partiti e degli uomini che hanno governato la Sicilia da quel 15 maggio 1946 fino a oggi. Così la Sicilia come tutto il sud è ancora oggi, di fatto, una colonia interna dello Stato Italiano.

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Bandiera dell’EVIS, febbraio 1945 – gennaio 1946
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Il cippo di Monte San Mauro in ricordo della battaglia dell’Evis


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Antonio Canepa, noto anche con lo pseudonimo di Mario Turri (Palermo, 25 ottobre 1908 – Randazzo, 17 giugno 1945), è stato un docente e politico italiano, fu comandante dell’Esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia (EVIS).
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Concetto Gallo (Catania, 11 gennaio 1913 – Palermo, 1º aprile 1980) è stato un politico italiano, esponente del Movimento Indipendentista Siciliano (MIS). Nell’agosto 1943 partecipò alla costituzione del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia, di cui presto divenne uno dei leader, capofila, insieme a Antonio Canepa, di chi sosteneva la lotta armata clandestina. Morto Canepa, nell’agosto del 1945 fu messo a capo dell’EVIS, il cosiddetto esercito separatista, con lo pseudonimo di Secondo Turri. Fu alle sue dipendenze quindi il bandito Salvatore Giuliano che nominò tenente colonnello dell’EVIS. Il 29 dicembre fu arrestato dopo uno scontro a fuoco con i Carabinieri. Quando nel giugno 1946 fu eletto deputato all’Assemblea Costituente nelle liste del MIS, fu scarcerato il 1º luglio. Nel settembre 1946 fu richiesta l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti come “responsabile di insurrezione armata nei confronti dello Stato”, per l’omicidio di un sottufficiale dei Carabinieri e il ferimento di altri militi dell’Arma. La Camera concesse l’autorizzazione, ma negò l’arresto.
Nell’aprile 1947 fu eletto deputato all’Assemblea regionale siciliana. Nel 1951 si ricandidò con il MIS all’Ars ma non fu rieletto.
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Andrea Finocchiaro Aprile (Lercara Friddi, 26 giugno 1878 – Palermo, 15 gennaio 1964) è stato un politico italiano, leader del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia (MIS).
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Salvatore Giuliano, noto come il bandito Giuliano, il Re di Montelepre, detto “Turiddu” (Montelepre, 16 novembre 1922 – Castelvetrano, 5 luglio 1950 ?). A capo di una banda armata, per alcuni mesi sfruttò la copertura dell’EVIS, il braccio armato del Movimento Indipendentista Siciliano attivo a partire dalla fine della seconda guerra mondiale. Tanti i misteri che ruotano attorno alla sua figura: Turiddu, come lo chiamavano i suoi, era al tempo stesso uomo amato dalla sua terra e bandito terribile di cui persino i servizi segreti internazionali si occuparono. Nel secondo dopoguerra la Sicilia deteneva il deprimente primato nazionale di uccisioni, rapine, sequestri ed estorsioni e le Forze dell’Ordine, anche per i tristi trascorsi siciliani, spesso erano “strumento di oppressione e soprusi ai servizi del signore più forte”. Montelepre era un piccolo paesino su un colle nella Sicilia occidentale e aveva sempre covato il seme della ribellione e dell’insofferenza al potere, imposto con la forza, sin dai tempi della carboneria mazziniana. la seconda guerra mondiale aveva lasciato tanta miseria e le elezioni italiane del giugno 1946 avevano messo la DC con il governo De Gasperi alla guida del paese: ovunque in Sicilia serpeggiava il malcontento della popolazione, affamata e senza lavoro, che si fece sentire da più parti, il contrabbando diviene un’alternativa di sopravvivenza, così inizia la storia di Salvatore Giuliano. La storia e che destano numerosi interrogativi ai quali ancora nessuno sa o vuole rispondere, come quello sulla strage di Portella della Ginestra:- “ Ero la vedetta di Salvatore Giuliano, andavo a prendere il pane, gli portavo le sigarette e Giuliano non ha mai sparato a Portella della Ginestra. L’ho visto Giuliano a Portella, l’ho visto quando è andato e l’ho visto quando è tornato, lui era un bandito, non era cattivo, se aveva un pezzo di pane lo dava a chi aveva più fame di lui”. Secondo quanto dice l’uomo la strage venne ordinata dalla mafia e dalla politica di allora –“per mettere il popolo siciliano contro Giuliano, la mafia doveva consegnare alla giustizia Giuliano morto perché sapeva troppe cose”. Nel 2016 si sarebbe dovuta attuare la desecretazione degli atti relativi alla strage di Portella ma ad oggi siamo ancora in attesa. Accanto a Salvatore Giuliano gravitavano pezzi della mafia, dello Stato e dei servizi segreti: qual è la verità sul suo conto e sulla sua morte? Tanti gli interrogativi che non trovano risposta come quello che ruota attorno alla morte del bandito ed ecco che il testimone racconta di un appuntamento a Borgetto al quale Turiddu si presentò vestito in abiti eleganti il 6 luglio del 1950 ma la morte di Giuliano risalirebbe al 5 luglio 1950 e le foto mostrano una scena che è molto lontana simile a una scenografia. Il corpo ritrovato era davvero il suo? L’Europeo, nel 1950 titolava ‘Di sicuro, c’è solo che è morto’, eppure neanche questa è mai stata una certezza.

BRIGANTI SIETE VOI!

“Per quei vieni la violenza è un diritto, per tanti vieni la violenza è un delitto .. Voi potete rubare, violentare, uccidere, e nessuno vi condannerà.”. Per più di un secolo e mezzo, ben 159 anni, in cui bugie, menzogne e verità nascoste, hanno azionato quel subdolo meccanismo di denigrazione della popolazione meridionale, talmente oliato un dovere da aver coinvolto anche alcune persone abitanti del Sud. La storia o meglio gli “illustri” storiografi che l’hanno riportato e pubblicato sui libri di scuola, ha sempre raccontato l’unico colpevole dei problemi del Meridione, è stato il Regno Borbonico e il governo dei Borbone, era supportato dal carattere superficiale e indolente dei suoi sudditi che con la filosofia della vita “bast’ che c’è sta ‘o sol”, i meridionali pigri e svogliati quali erano, trascorrevano le giornate da nullafacenti in attesa che qualche miracolo gli procurasse di che vivere. Invece al “buon” Piemonte non interessava per niente l’Unità d’Italia, ai Piemontesi interessava la conquista delle ricchezze del Sud, delle sue riserve auree, delle sue fabbriche. Dal 1860 al 1870 i nuovi pirati, i piemontesi, riuscirono a depredare tutto quel che c’era da prendere, svuotarono le casse dei comuni, quelle delle banche, quelle dei poveri contadini, quelle delle comunità religiose, dei conventi; saccheggiarono le chiese e le campagne; smontarono i macchinari delle fabbriche per montarli al Nord; rubarono opere d’arte di valore inestimabile, quadri, vassoi, statue. Le miniere di ferro, il laboratorio metallurgico della Mongiana in Calabria; le industrie tessili della Ciociaria; le manifatture di Terra di Lavoro; i cantieri navali sparsi per tutto il Mezzogiorno; la magnifica fabbrica di Pietrarsa, i monti frumentari, le scuole pubbliche e soprattutto la dignità e la libertà furono tolte ai meridionali. Il 1861 è un anno che ogni UOMO al mondo sta pensando, non per la pseudo unità di Italia imposta con la forza, ma perché è il Savoia iniziarono il massacro del Sud. Questa è la verità, ed ecco comparire i Briganti. Cannoni contro città indifese; baionette conficcate nelle carni di giovani, preti, contadini; donne violentate e sgozzate; vecchi e bambini trucidati. Case e chiese saccheggiate, monumenti abbattuti, libri bruciati, scuole chiuse. La fucilazione di massa divenne pratica quotidiana. Dal 1861 al 1871, un milione di contadini furono abbattuti; anche se i governi piemontesi su questo massacro non fornivano dati, perché nessuno doveva sapere. Col termine Briganti, coloro che hanno raccontato la storia, hanno voluto volontariamente mortificare tutta quella parte di popolo, che si era ribellata, ancora una volta, all’invasore: “Combattemmo, nella nostra terra, una guerra legittima di liberazione e di resistenza contro una cultura ed un popolo stranieri, difendemmo palmo a palmo, case, terre e famiglie da una rivoluzione che non poteva e non doveva essere nostra, uccidemmo e morimmo come i tanti e sconosciuti eroi di una contro-rivoluzione che ci aveva già visto combattere e morire in Francia o in Spagna, nel 1799 come nel 1820, nel 1848 come nel 1860. ”Una delle più crudeli accuse e più inique è dire che i contadini meridionali amano l’ozio; ho visto molta gente lavorar meglio, nessuno lavorar più. La miseria crudele non ha ucciso le intime energie della razza, l’anima essenziale della stirpe; il brigante e l’emigrante con la rivolta e con l’esodo sono la prova di una mirabile capacità espansiva. – Che cosa farai? – io chiedevo al vecchio contadino che partiva. – Chi lo sa! – egli mi rispondeva. Non chiedeva nulla, non voleva nulla. Andava a lottare, a soffrire; aspirava alla sazietà. In altri tempi sarebbe stato brigante o complice; ora andava a portare la sua forza di lavoro, il suo misticismo doloroso nella terra lontana, a costituire forse con i suoi compagni quella che dovrà essere la nuova Italia. O povera gente così forte e così infelice, così buona e così calunniata! (Francesco Saverio Nitti 1899). Voi mi chiederete, perché il brigantaggio non esiste più quando molte cause permangono? Perché noi mandiamo ogni anno fuori di Europa, dal solo Mezzogiorno continentale, un vero esercito di quasi cinquanta mila persone e i contadini di Basilicata, delle Calabrie, del Cilento, che non chiedono nulla allo Stato, nemmeno bonifiche derisorie, nemmeno consorzi mentitori, nemmeno tariffe di protezione, danno il contingente più largo. Io vorrei fare, io farò forse un giorno una carta del brigantaggio e una dell’emigrazione e l’una e l’altra si completeranno e si potrà vedere quali siano le cause di entrambi. In tutto il resto le cose non sono mutate. La massa degli intermediari è cresciuta, è altresì strabocchevolmente aumentato il numero dei professionisti. Vi erano nel regno di Napoli centomila ecclesiastici un tempo: maggiore è forse oggi, nelle province che lo componevano, il numero dei professionisti laureati e diplomati. E almeno gli ecclesiastici non si sposavano e non chiedevano alle amministrazioni impieghi per i figliuoli. Le terre pubbliche sono state usurpate, usurpate contro la legge, e noi abbiamo assistito spettatori silenziosi a tanto male. Le imposte sono cresciute e cresciute su chi non può pagarle: e sono insostenibili e crudeli. Non una parola di amore ha portato la civiltà nuova a tante sofferenze, non una parola di pace. I contrasti sono ancora stridenti; e così assorbiti come siamo dalle nostre miserie, dalle nostre vanità, dalle nostre preoccupazioni, noi chiudiamo gli occhi a tutto e non vediamo. In un’ora difficile, in un’ora di periglio, il male sopito ora potrebbe divampare. Abbiamo costruito alcune ferrovie ed è stato un bene anche quando non rappresentano un’attività; abbiamo imposta, sia pure con poca efficacia, l’istruzione obbligatoria, e il popolo, se ha imparato molte cose inutili, alcune utili ha appreso. L’esercito, per fortuna nostra non ancora basato sull’ordinamento territoriale, che vorrebbe dire la fine dell’unità, ha avuto un vantaggio: centinaia di migliaia dei nostri contadini sono usciti dai loro paesi, hanno visto nuove città, hanno sopra tutto dimenticato. Gli odii trasmessi per eredità, acuiti dalla vicinanza, esacerbati dalla ingiustizia, sono qualche volta diminuiti. Il contadino ha acquistato un più alto concetto di sé; chi ricorre a lui, sia pure per il voto, per la sovranità fittizia del momento, non può esser sempre inumano. V’ho detto che cosa sia stato il brigantaggio: vi ho raccontato tutta una storia di dolore. Ora permettete che io mi chieda: abbiamo noi rimosse le cause del male? La stessa domanda si rivolgeva venti anni or sono Pasquale Villari, e rispondeva con tristezza che le cause esistono tuttavia. Alcune, e le principali, non solo non sono state eliminate, ma in qualche punto si sono inacerbite. L’Italia nuova non ha avuto il suo Manhès; ma le persecuzioni sono state terribili, qualche volta crudeli. Ed è costata assai più perdite di uomini e di danaro la repressione del brigantaggio di quel che non sia costata qualcuna delle nostre infelici guerre dopo il 1860. Nei nostri Parlamenti si fa sovrastare ora il pericolo dei dinamitardi; allora non v’era la dinamite e si parlava con terrore dei fuochisti, miserabili contadini che a ogni agitazione volevano riprender le terre che gli altri usurpava. E la monarchia trovava la difesa appunto nel divampare degli odii popolari. Così Francesco II cercò di salvarsi nel 1860, impiegando la stessa politica che più di sessant’anni prima avea salvata la corona del suo bisavolo. L’esercito disciolto, proprio come nel 1799, fu il nucleo del brigantaggio, come la Basilicata ne fu il gran campo di azione. Anche allora uomini di fede pura lasciarono la vita miseramente. I briganti entrarono nelle borgate e nelle città, ebbero i loro generali, i loro capi, i loro protettori, i loro sfruttatori; fu l’esplosione di tutti gli odii, fu il divampare di tutte le vendette. Sopra tutto al sorgere del brigantaggio nel nord-est della Basilicata, fra i trucidati furono alcuni uomini che erano per la virtù della vita e la nobiltà delle idee onore della loro terra. Ma più tardi la politica entrò solo in parte, come mezzo di unione e di rallegamento. Il popolo non comprendeva l’unità, e odiava sopra tutto i ricchi, e riteneva che il nuovo regime fosse tutto a loro benefizio.

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Carmine Donatelli, detto Crocco (Rionero in Vulture, 5 giugno 1830 – Portoferraio, 18 giugno 1905), è stato un partigiano duosiciliano, tra i più noti e rappresentativi del periodo risorgimentale. Era il capo indiscusso delle bande del Vulture, sebbene agissero sotto il suo controllo anche alcune dell’Irpinia e della Capitanata.

Nel giro di pochi anni, da umile bracciante divenne comandante di un esercito di duemila uomini e la consistenza della sua armata fece della Basilicata uno dei principali epicentri del brigantaggio post-unitario nel Mezzogiorno continentale. Dapprima militare borbonico, disertò e si diede alla macchia. In seguito, combatté nelle file di Giuseppe Garibaldi, poi per la reazione legittimista borbonica, distinguendosi da altri briganti del periodo per chiara e ordinata tattica bellica e imprevedibili azioni di guerriglia, qualità che vennero esaltate dagli stessi militari sabaudi.
Alto 1,75 m, dotato di un fisico robusto e un’intelligenza non comune, fu uno dei più temuti e ricercati partigiani del periodo post-unitario, guadagnandosi appellativi come “Generale dei Briganti”, “Generalissimo”, “Napoleone dei Briganti”, su di lui pendeva una taglia di 20.000 lire.





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Giuseppe Caruso, soprannominato Zi’ Beppe (Atella, 18 dicembre 1820 – Atella, 1892), è stato un partigiano duosiciliano, tra i più distintivi del brigantaggio lucano. Assieme a Giovanni “Coppa” Fortunato e a Ninco Nanco fu uno dei più spietati luogotenenti di Carmine Crocco ma, dopo essersi consegnato alle autorità sabaude nel 1863, fu anche uno dei responsabili della repressione del brigantaggio nel Vulture. Stando a quanto affermato da Crocco, Caruso uccise 124 persone in circa quattro anni di latitanza.
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Teodoro Gioseffi, soprannominato Caporal Teodoro (Barile, 1825 – …), partigiano duosiciliano. Nel mese di aprile 1861, periodo di massima esplosione del brigantaggio in Basilicata, Teodoro si arruolò nella banda di Carmine Crocco, per poi passare sotto il comando di Ninco Nanco e quindi del generale spagnolo José Borjes (alleato di Crocco), partecipando all’occupazione dei comuni di Trivigno, Vaglio, Bella, Ruvo del Monte, Pescopagano e Pietragalla nel periodo autunnale del 1861. Quando Crocco ruppe la coalizione con Borjès, Caporal Teodoro prese il comando della banda di Botte, suo compaesano, avendo sotto il suo controllo San Fele, Ruvo del Monte, Rapone e Monticchio.

L’Olocausto duosiciliano: quel grande massacro targato Italia in nome del sacco bancario.

Il sangue sparso dal governo italiano è più antico di quello che pensi, ma non ha mai smesso di scorrere. Una storia di banche e sangue, massoneria e intrighi di palazzo, traditori ed eroi guerrieri, non solo semplice storia!

BRIGANTI COME PARTIGIANI – « Il governo italiano ci manda contro la forza a perseguitarci; ebbene, facciamogli vedere fin da oggi che noi non abbiamo intenzione di prestargli obbedienza. » Potevano essere le parole di un patrigiano e invece erano parole di un brigante, il capitano Ninco Nanco, trucidato dall’esercito sabaudo dopo l’occupazione piemontese all’età di 31 anni. Ninco Nanco era considerato “imprendibile”, fu raggiunto dalla gendarmeria solo a seguito del tradimento del brigante Michele Caruso.

Ninco Nanco e Carmine Crocco (quest’ultimo Generale dei Briganti, unico a non esser morto in guerra, ma arrestato e morto ergastolano nel 1905 presso Portoferraio in provincia di Livorno), non furono gli unici due briganti a rendere difficoltosa la colonizzazione del Sud Italia, che rese al regno d’Italia il 90% dell’oro poi confluito nella Banca Nazionale del regno d’Italia (poi Banca d’italia). I Briganti che misero a ferro e fuoco il Regno delle Due Sicilie dal 1860 al 1870 per liberarlo dai dominatori furono circa 85 mila facenti parte in modo diretto di bande che contavano dai 5 agli 800 guerriglieri e che destabilizzarono un esercito di 250.000 ufficiali del Regio Esercito. Tanti erano anche coloro che combattevano in modo indipendente e separatamente da bande di briganti, in difesa della propria terra dall’occupazione sabauda.

DONNE GUERRIERE – Un esercito di brigantesse, donne guerrigliere per la difesa del regno delle due sicilie. Solo poche presero parte al brigantaggio vero e proprio, imbracciando fucili e combattendo con coraggio, come farebbe un uomo. Ma tante lavoravano come staffette, esattamente come facevano le partigiane impegnate a fronteggiare il fascismo. Tra le brigantesse, donne guerrigliere del XIX secolo possiamo annoverare:
Filomena Pennacchio, Filomena Cianciarulo, Teresa Ciminelli, Reginalda Cariello, Mariarosa Marinelli, Carolina Casale, Maria Capitanio.

MARTIRI DELL’OLOCAUSTO – Anche “baby-guerriere” (o perlomeno ritenute tali) furono trucidate martiri dal regio esercito sabaudo. E’ quanto accadde alla piccola Angelina Romano, uccisa il 3 gennaio del 1862 dal criminale colonnello Quintini dell’esercito piemontese.

SOLO STORIA? – Se qualcuno di voi pensa che sia “solo storia”, allora dovrebbe spiegarci:
a) Come mai parenti della classe nobiliare di un tempo ancora guidano l’Italia? Non ci riferiamo solo a “Re Giorgio”, sulle cui origini tanto si dice, ma anche ad altri massacratori del sud ad esempio il Luogotenente Massimo Cordero di Montezemolo che guidò il “massacro di Bronte”, uno dei peggiori dell’olocausto duo-siciliano. Questo nome vi è familiare?
b) Come mai la vera storia dell’Unità d’Italia è stata nascosta fino ad oggi, perchè i libri non ne parlano affatto, come mai tutto ciò che attiene al cosiddetto “revisionismo storico” viene censurato? In merito alla censura dobbiamo annoverare il film “Li chiamavano … briganti!” del regista Pasquale Squitieri. Questa pellicola , a detta di qualcuno, fu ritirata dalle sale cinematografiche “perchè offendeva il regio esercito sabaudo”. Correva l’anno 1998.
c) Infine perchè, ancor oggi, qualche revisionista storico viene arrestato dopo aver esposto la bandiera borbonica duosiciliana che viene sequestrata “come prova di reato”. Un reato a manifestare per chiedere che la vera storia venga scritta, pubblicata, raccontata chiedendo scusa ai napoletani, calabresi, siciliani, lucani sciolti nella calce viva all’interno del Lager dei Savoia di Fenestrelle? Oppure per chiedere scusa a tutte quelle famiglie di poveri e innocenti contadini uccisi perchè meridionali e, dunque, potenziali briganti? Perchè non chiedere almeno scusa anche a loro, così come è stato chiesto scusa agli ebrei dopo l’olocausto nazista?

A queste domande è difficile rispondere anche perchè bisognerebbe interpellare i vari capi di governo. E riaprire dei casi (anche economici) su cui qualcuno ha tentato di intentare cause per recuperare parte del bottino saccheggiato.

UN INTRIGO DI BANCHE E DI FINANZA – Dietro al grande massacro del meridione infatti, dietro alle parole sprezzanti nei confronti dei meridionali da parte dei veritici dell’esercito piemontese, ancora prima che furono fatte le leggi contro i meridionali e decisamente prima l’occupazione garibaldina, l’obiettivo era unificare gli stati della penisola in un unico Regno. A tal proposito l’occupazione e la colonizzazione meridionale era FONDAMENTALE per rimettere in sesto le finanze Piemontesi e del Regno Sabaudo.

Il Carlo Bombrini, Governatore della Banca Nazionale nel Regno d’Italia dal 1861 al 1882 disse: “Il Mezzogiorno non dovrà più essere in grado di intraprendere“. E’ una frase sprezzante che mira logicamente a tagliare le gambe a quella che era a tutti gli effetti quello che la Germania è oggi per l’Europa, con l’unica differenza che il Regno delle Due Sicilie vantava vari primati: si tratta della prima ferrovia al mondo, del primo esempio di raccolta differenziata (Napoli, 1835), ma anche regno autarchico con sartoria fiorente, fabbriche di seta, arsenali, armerie, laboratori di ceramica, sartorie pontifice e cantieri navali dove, prima dell’Unità d’Italia, arrivavano persone da tutto il Nord Italia per potervi lavorare. Un regno ricchissimo, tra le prime flotte navali d’Europa soggiogato

Del Regno delle due Sicilie bisognava cancellare tutto e questa resta ancora la parola d’ordine. Perfino Montanelli ha negato l’esistenza dei lager dei Savoia, ma i lager esistevano e come! Fenestrelle racconta una storia di sangue in cui furono sciolti nella calce viva 51 giovani tra i 20 e i 32 anni, uccisi perchè maschi e quindi dei “potenziali briganti”. Sempre a Fenestrelle furono deportati 24000 soldati ex borbonici e briganti che si opposero all’annessione del Regno delle 2 Sicilie al Regno Sabaudo.

QUANTO VALEVA IL SUD? In “Scienze delle finanze” di Francesco Saverio Nitti, edizioni Pierro 1903 pagina 292, è stata pubblicato l’elenco dei milioni corrisposti dalle casse dei vari stati preunitari al neo-accorpato Regno d’Italia. L’elenco è il seguente: Regno di Modena 0,4; Parma e Piacenza 1,2; Romagna-Marche e Umbria 55,3; Roma 35,3 ; Sardegna 27,0 ; Toscana 85,2; Venezia 12,7; Lombardia 8,1 e il Regno delle Due Sicilie 443,2. Il totale di 668,4 milioni confluì tutto nelle casse piemontesi del Regno d’Italia. Come si evince oltre l’80% della ricchezza del Regno d’Italia proviene dal Regno delle due Sicilie. A ciò si deve aggiungere che ben oltre il 90% dell’oro del Regno d’Italia è stato prelevato dal Regno delle Due Sicilie.

Se questi numeri vi stupiscono, sappiate che non stupiscono chi la storia dell’economia del Regno d’Italia la conosce bene. Un articolo de Il Sole 24 ore del 2012 incentrato sulle misure Europee volte a salvare il regno di Angela Merkel titolava così: “Gli eurobond che fecero l’Unità d’Italia quando il Regno di Napoli era come la Germania”.

In questo articolo è ben spiegata la potenza economica del Regno delle Due Sicile: «Come il Regno di Napoli prima dell’integrazione del debito sovrano, la Germania di oggi è l’economia più forte dell’eurozona e beneficia del costo del debito più basso in assoluto» scrive Collet.

COSA SIGNIFICA L’UNITA’ D’ITALIA PER IL SUD? Significa solo un prezzo molto alto: 5212 condanne a morte, 6564 arresti, 54 paesi rasi al suolo e 1 milione di morti. Tanto è costata al Sud l’Unità di questa “democratica Italia”. Quanto ci costerà invece la “democratica Europa” che ci chiede di produrre il formaggio con latte in polvere?

Vi lasciamo alle parole di qualcuno che l’Italia la creò per poi pentirsi subito dopo. Suo figlio, non a caso, combattè assieme ai briganti duosiciliani: « Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Non rifarei oggi la via dell’italia meridionale temendo di esser preso a sassate, essendosi cagionato colà solo squallore e solo odio » (Giuseppe Garibaldi)

COLONIZZAZIONE EUROPEA DEL XXI SECOLO – Soffermatevi su questa storia che nessuno vi ha mai raccontato. E pensate fermamente a quanto sta accadendo all’Italia con l’annessione all’Europa. Adesso non c’è la pistola con cui sparare, non ci sono i cavalli, i cannoni. Perfino le armi si sono evolute e la monarchia ha lasciato il posto ad una democrazia fittizia dove persino la schiavitù indossa il frac.

OLTRE ALLE FONTI GIà CITATE NELL’ARTICOLO

http://www.ilsole24ore.com/…/eurobond-fecero-unita-italia-1…
Nando, indipendentista arrestato dalla Digos: “ci hanno presi per terroristi”
http://www.beppegrillo.it/2006/11/siamo_tutti_bor.html
http://blog.you-ng.it/…/fenestrelle-il-genocidio-non-racco…/

L’AUTORE
MARIA MELANIA BARONE
https://youtu.be/fe3OsiYgxnU

tratto da <https://you-ng.it/>

Risultato immagini per Olocausto duosiciliano
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NINO BIXIO VERO EROE?

Non era un tipo simpatico, anzi, a dire il vero, quando gli girava storta ce la metteva tutta per rendersi odioso. Anche perché, scontroso e irascibile per natura, quando la “benda sanguigna” gli calava sugli occhi, e cioè non capiva più niente a causa della rabbia sorda che lo prendeva, diventava talmente aggressivo e violento da non esitare a uccidere. Come, appunto, fece. Eppure, nonostante queste sgradevoli spigolosità del carattere, il luogotenente di Garibaldi durante la Spedizione dei Mille nel 1860, divenne uno dei personaggi più illustri del Risorgimento. Un marinaio genovese che divenne uno dei più stimati generali del suo tempo, senatore del Regno e, infine, armatore di una nave che lo condurrà verso il suo ultimo appuntamento con il destino. Gerolamo Bixio, che fin da piccolissimo venne subito chiamato Nino, nacque a Genova il 2 ottobre 1821, irruento e aggressivo fin da bambino, ottavo e ultimo figlio di Tomaso e di Colomba Caffarelli. Nino non venne battezzato per il disinteresse del padre verso il bambino, ma la vera tragedia affettiva avvenne quando aveva otto anni e la madre morì. Questa perdita lo segnò per tutta la vita. E non fu un caso, visto che anche gli altri fratelli, non appena poterono, si allontanarono da casa, tagliando i rapporti con il padre e la sua nuova moglie. In aula Nino era irrequieto ed un osso duro tanto per i maestri, quanto per i compagni. Lo chiamavano “il terrore della scuola” e nel 1834, a 13 anni, lasciò per sempre i banchi. Il padre, che voleva sbarazzarsi di lui, prima lo fece battezzare, poi lo imbarcò come mozzo su una nave. Fu questo evento, con tutte le spiacevoli conseguenze che il bambino dovette affrontare da solo, a forgiare il carattere di ferro. Amò il mare ed in seguito si arruolò nella Regia Marina Sarda e, crescendo, divenne fervente mazziniano. Partecipò come volontario nel 1848 alla guerra in Lombardia e nel 1849 a Roma, insieme all’amico Goffredo Mameli. Nel 1850, dopo aver speso buona parte del suo tempo sui libri, superò brillantemente l’esame di capitano di prima classe. Dunque, marinaio, soldato e fiero sostenitore dell’unità d’Italia. Quanto bastava per diventare nel 1860 secondo di Garibaldi nella Spedizione dei Mille, dove si distinse per coraggio, capacità di comando ma anche eccesso. In Sicilia, durante una sosta della marcia su Palermo, Bixio passando a cavallo, vede dei volontari siciliani che si stanno riposando. Imprecando, comincia a urlare: “Ma chi comanda qui?”. Allora si fa avanti il capo dei volontari, uno dei più noti garibaldini della prima ora, e risponde: “Sono io che comando, il generale La Masa”. “Macché generale La Masa, lei è il generale la merda”, gli grida in faccia. Quello, senza pensarci due volte, sfodera la sciabola e si avventa contro Bixio, cominciando a duellare. Soltanto l’intervento del colonnello Sirtori, con la sua pacatezza lombarda, fece interrompere il duello prima che si arrivasse all’irreparabile.
Una decina di giorni dopo, altro increscioso episodio. A Palermo si stavano svolgendo i funerali del volontario ungherese Luigi Tukory e Bixio, passando accanto ad un colonna di garibaldini che stavano trasportando un grosso carico di armi, li ferma e ordina loro di seguire il corteo funebre. Il loro comandante, Carmelo Agnetta, lo guarda e replica che lui prende ordini solo da Garibaldi. E gli chiede: “E lei chi è?”. Non l’avesse mai fatto. Bixio scende da cavallo, gli si avvicina e gli assesta un poderoso manrovescio. Agnetta sfodera la sciabola e i due cominciano a scambiarsi fendenti, fino a quando non interviene Garibaldi in persona che mette Bixio agli arresti. “Come potete comandare diecimila uomini – gli dirà severo – voi che non sapete comandare a voi stesso?”. Per inciso, Agnetta non volle passare sopra all’incidente e il 17 novembre 1861, a Brissago, in Svizzera, i due si Nino Bixio in divisa da generale dell’esercito italiano sfidarono a duello. Il colpo di pistola di Agnetta fracassò la mano destra di Bixio, che da quel giorno perse la normale mobilità delle dita. Ancora peggio fu quello che accadde a Paola, in Calabria, l’11 settembre 1860. Un vapore, l’Elettrico, doveva trasportare truppe garibaldine a Napoli. Per fare imbarcare tutti, Bixio aveva ordinato che ognuno stesse in piedi. Quando però arrivò sul ponte della nave, vide che alcuni volontari bavaresi, erano seduti per terra. Prese allora una carabina e, urlando e imprecando, cominciò a colpirli selvaggiamente. Un giovane trombettiere ungherese, colpito alla testa, morì con il cranio sfondato. Gli altri si avventarono su quella furia umana e poco ci mancò che Bixio non venisse cacciato in mare. Garibaldi, in seguito, lo fece mettere agli arresti dicendo agli ufficiali che chiedevano la sua testa: “Trovatemi un altro Bixio, e io faccio subito fucilare questo”.
Alla storia passarono anche i fatti di Bronte. Dal momento che i Borbone avevano regalato la cittadina all’ammiraglio inglese Nelson, i britannici si rivolsero a Garibaldi per mettere fine alla rivolta contadina che aveva insanguinato la zona. Gli insorti, guidati dall’avvocato Lombardo, avevano già ammazzato quindici persone tra ricchi proprietari terrieri e ora si temeva il peggio. Così Garibaldi inviò Bixio, il quale fece allestire un processo, individuò cinque presunti responsabili, tra i quali Lombardo, e li fece fucilare. La fretta con cui tutto questo avvenne, fu tale che si parlò apertamente di strage di innocenti, in quanto i veri responsabili erano già fuggiti da un pezzo. Comunque sia, Bronte restò per sempre una macchia nella carriera di Bixio. Quindi Nino Bixio, non fù un grande eroe così come ce lo dipinge una storia scritta dai vincitori per nascondere la verità che era un criminale di guerra tra i più efferati e feroci, da solo, eseguì 700 fucilazioni. Dobbiamo dedurre che, sempre da solo, uccise più di 3.000 contadini se consideriamo che, raramente si fucilava una sola persona per volta. Quando il nome di questo bieco assassino verrà cancellato dalle lapidi dei paesi meridionali, quando si distruggeranno i monumenti innalzati al Garibaldi, che approvava dette fucilazioni?
Dal momento in cui i piemontesi varcarono il Tronto, in circa un mese furono massacrati più uomini che i traditori puniti in 30 anni da tutti i governi chiamati “dispotici” dai liberal-massoni. Costoro:“… fatto compiuto per restar monumento di stoltezza. Una gretta minoranza invoca il suffragio universale; impone la sua volontà con le baionette di due eserciti stranieri e li fa combattere e votare; inventa un diritto di moltitudine che calpesta; un finto diritto unanime e della finzione si fa clava per schiacciare il diritto popolare. Come conseguenza la menzogna troneggia e come libertà mascherata è servaggio orrendo. Sono pochi, e si dicono tanti; e, perché pochi, sono paurosi e spietati; e a contenere i cittadini hanno bisogno di eserciti stranieri, di magistrati aguzzini, di assediare, di disarmare, di bombardare, di mettere a ferro e fuoco i paesi e fucilare contadini,; i liberali, atterriti comandano col terrore; i soldati, si associano con i camorristi; corrotti, corrompono; odiati in patria rendono la patria serva dello straniero perché essa li respinge. Quel plebiscito fu come una tazza di cicuta per il Reame, come quella propinata ad Atene da Focione; dove fugati gli onesti dal voto, i votanti erano schiavi, infami e forestieri”.
Dopo il 1860 Bixio diventò generale dell’esercito italiano, e poi senatore del Regno ma un bel giorno, stanco di ciondolare in Parlamento, gli tornò la voglia di riprendere il mare. Indebitandosi, si fece costruire in Inghilterra una grande nave mista motore-vela che guidò verso l’Oriente, per stabilire una linea commerciale con l’Italia. Non tornò mai più. Colpito dal colera, alle 9 del 16 dicembre 1873 morì tra atroci dolori sulla sua nave. Il corpo infetto, chiuso in una cassa metallica, fu sepolto nell’isola di Pulo Tuan, che nella lingua locale significa Isola del Signore. Tre indigeni disseppellirono la cassa, denudarono il cadavere e poi lo riseppellirono alla buona vicino ad un torrente. Due di loro, infettati dal colera, morirono in 48 ore. Pochi resti di Nino Bixio, vennero rintracciati, grazie al terzo indigeno, e nel giugno del 1866. Le ossa vennero cremate il 10 maggio del 1877 nel consolato italiano di Singapore. Il 29 settembre le ceneri giunsero infine a Genova dove la moglie e i quattro figli accompagnarono l’urna al cimitero di Staglieno, dove “l’eroe” si trova tuttora.

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POLITICA e CRIMINALITA’ ORGANIZZATA NELL’ITALIA UNITA

Probabilmente già esisteva una intesa cordiale tra la «Bella Società Riformata» e il regime borbonico che si era interrotta nel 1849, quando, dopo la partecipazione degli adepti della società criminale ai moti rivoluzionari, Ferdinando II decise di avviare una vigorosa offensiva poliziesca e giudiziaria contro i camorristi che si sarebbe prolungata fino alla stretta repressiva del 1858. Durante questo periodo, la «mala setta» si trasformò in «camorra liberale» e si pose al servizio del movimento costituzionale, proteggendone le riunioni clandestine, assicurando l’assistenza ai detenuti politici e facilitandone la fuga dalle prigioni. Il passaggio di campo di una forza potentemente insediata nel tessuto della capitale non mancò d’impensierire Francesco II. Il giovane monarca, infatti, fu a tal punto intimorito dal pericolo costituito da questa «opposizione criminale» da riferire, il 7 novembre 1859, all’ambasciatore austriaco, Anton von Martini, che molti degli sforzi del suo governo erano in quel momento concentrati a impedire che i suoi capi organizzassero, d’intesa con il partito unitario, una massa di manovra per attuare un’insurrezione a Napoli.
Non si trattava di timori infondati. Il 31 luglio 1860, l’ambasciatore britannico, Henry George Elliot, bene informato del radicamento territoriale della consorteria delinquenziale, informava il Foreign Office che numerose bande camorristiche erano pronte a scendere in campo per contrastare, armi alla mano, la mobilitazione dei popolani napoletani restati fedeli alla dinastia borbonica. I camorristi si erano, infatti, impegnati con i capi del movimento unitario a presidiare il porto della città in modo da facilitare, in caso di bisogno, uno sbarco delle truppe piemontesi e a controllare le vie d’accesso alla capitale del Regno al fine di rendere possibile l’ingresso dell’esercito dei volontari. Proprio questo accadde, a metà agosto, quando i membri dell’«onorata società», inquadrati dal ministro degli Interni e direttore di Polizia, Liborio Romano nella «Guardia cittadina», in cambio dell’amnistia incondizionata, di uno stipendio governativo e di un ruolo pubblicamente riconosciuto, divennero i veri padroni della città in attesa dell’arrivo di Garibaldi.
Come avrebbe ricordato, il russo Lev Illič Mečnikov, uno dei foreign fighters che parteciparono alla spedizione dei Mille, soltanto l’intervento della camorra (guidata Salvatore De Crescenzo e dalla sua «sanguinaria» sorella, Marianna, detta la Sangiovannara) riuscì a impedire in quel frangente una sommossa lealista, grazie a una serie di atti d’intimidazione violenta contro i sostenitori di Francesco II, e poi ad assicurare al «partito italiano» il controllo sistematico delle zone strategiche della città. Una testimonianza, questa di Mečnikov, che è avvalorata non solo dalla memorialistica e dalla propaganda borboniche (Giacinto De Sivo, Giuseppe Buttà, Francesco Durelli, Pietro Calà Ulloa), ma anche dalla lettera del 10 settembre 1860, scritta dal colonello garibaldino, Hugh Forbes, secondo il quale «le dimostrazioni di tripudio che accolsero il Generale, il 7 settembre, nella bella Partenope altro non furono che una frenetica mascherata imposta da lenoni e camorristi».
Nulla da stupirsi, allora, che «dopo aver reso questi servigi», come Elliot avrebbe annotato nelle sue memorie, la consorteria criminale acquistasse «una potenza e un’autorità spaventevole» destinata ad accrescersi nel periodo successivo, quando la camorra fu incaricata di assicurare il successo del Plebiscito di annessione, vigilando le urne a voto palese (21 ottobre 1860). Questa «autorità» e questa «potenza» non sarebbero diminuite neppure dopo la nomina di Silvio Spaventa alla carica di Segretario generale del dicastero d’Interno e Polizia della Luogotenenza delle Provincie napoletane perché anche Spaventa utilizzò guardaspalle e mazzieri, reclutati in ambienti contigui all’«onorata società», per garantire sì l’ordine pubblico ma anche per utilizzarli come attori di una strategia volta a intimidire avversari politici e nemici del nuovo ordine. Per Maxime Du Camp, un importante letterato francese, arruolatosi nel 1860 come volontario nelle milizie garibaldine delle quali cantò l’epopea in un libro di ricordi dedicato alla spedizione dei Mille ( M. Du Camp, Expédition des Deux-Siciles. Souvenirs personnels, Paris, Librairie Nouvelle, 1861.), l’intesa tra nuovo regime e camorra si sviluppò soprattutto grazie all’iniziativa di Garibaldi che, durante il periodo della Dittatura (7 settembre-ottobre 1860), decise di inglobare i membri della setta nell’assetto istituzionale post-borbonico per utilizzarli nel controllo delle carceri e contestualmente per distoglierli (?) dalla loro abituale attività delinquenziale. Fu proprio il fallimentare progetto del duce dei Mille a permettere alla camorra di compiere un salto di qualità sul piano organizzativo e gerarchico. Secondo Du Camp, dopo il 1860, la setta criminale riuscì a sottomettere i suoi aderenti a un’inflessibile tavola delle leggi, il cui rispetto era assicurato da un vero e proprio sistema giudiziario e da draconiane punizioni, e a fornirsi di una struttura di comando molto funzionale per capillarità e presenza territoriale estesa nell’intera città di Napoli e in tutta la Campania. Lo Stato italiano, dall’unificazione è incapace di fornire una risposta efficace e univoca alla piaga della delinquenza organizzata. Il potere statale, allora come nel futuro, oscillò troppo frequentemente, tra atteggiamenti di scarsa comprensione e sottovalutazione, tolleranza e rigore, strumentalizzazione e tentativi d’intesa verso «mafiusi» e «uomini di parola», cui fece spesso riscontro la capacità delle organizzazioni criminali d’infiltrare e di condizionare l’apparato amministrativo, giudiziario, poliziesco a livello locale e centrale. Non del tutto chiariti sono anche l’entità e il significato politico del contributo militare che le squadre della mafia agraria (i cosiddetti «picciotti»), utilizzate come guardia privata e «armata baronale» da latifondisti e «gabellotti», offrirono alle formazioni garibaldine, durante la campagna siciliana del 1860- Un contributo, che secondo alcune stime, si elevò a diverse migliaia di uomini, già prima dell’ingresso di Garibaldi a Palermo, e che finì per trasformare, fino al passaggio in Calabria, l’«Esercito meridionale», originariamente composto da 1162 uomini, tra volontari settentrionali e «combattenti stranieri», in una sorta di «milizia feudale» di ben più vaste proporzioni. Quello che appare evidente, in questa congiuntura, è che la convenzione tra il movimento anti-borbonico e le mafie, già sperimentata nel 1848-1849, fu siglata ancora prima dello sbarco a Marsala. Nell’opuscolo del 1864, Cenni sullo stato della sicurezza pubblica in Sicilia, il «barone Niccolò Turrisi Colonna» parlava esplicitamente del patto d’azione tra criminali e oppositori del gabinetto napoletano, sostenendo che, come nel 1848, anche nel 1860, contro il regime borbonico «era scesa in armi tutta la vecchia setta dei ladri, tutta la gioventù che viveva col mestiere di guardiani rurali e la numerosa classe dei contrabbandieri dell’agro palermitano». Ma la testimonianza della brochure non si arrestava qui. Niccolò Turrisi Colonna, di cui ormai sono noti i legami organici con il sistema mafioso, sosteneva, infatti, che dopo la partenza di Garibaldi dall’isola, a causa dell’incapacità del nuovo governo a mantenere l’ordine, i grandi proprietari terrieri si erano trovati costretti a siglare una «componenda» con la «setta» alla quale si erano affiliati delinquenti comuni, faccendieri, trafficanti di poco scrupolo e il numeroso esercito dei guardiani rurali della provincia palermitana.
Il legame assai stretto con la congiuntura politica dimostra, che la formazione delle organizzazioni criminali si struttura entro e non contro il sistema, formale e informale, di gestione dell’ordine pubblico vigente. Mafiosi e camorristi sono solo dipendenti dalla congiuntura o imitano il modello politico, le funzioni stesse dello Stato moderno? Se l’intreccio politica-crimine è un tratto costitutivo e condizionante dello Stato nato dal Risorgimento, e allora che valore etico-politico innovativo ha avuto lo Stato liberale e democratico italiano? Liborio Romano e Silvio Spaventa e i loro metodi di lotta politica esauriscono il senso e la realtà del Risorgimento, dello Stato unitario italiano? Un passato, snodatosi in una tragica e contorta dinamica, che va dalla strage di Portella delle Ginestre (1947), evento su cui grava il sospetto di aver sancito il primo patto tra Stato e mafia dell’Italia repubblicana, al tentativo di Salvatore Greco di creare, nel 1970, le condizioni per favorire il colpo di Stato progettato da Junio Valerio Borghese, alla decisione di un altro boss di Cosa Nostra, Luciano Liggio, di scatenare una strategia della tensione, culminata con l’assassinio del capo della Procura di Palermo, Pietro Scaglione, idonea a dimostrare la potenza della fratellanza delinquenziale e a condizionare il mondo politico siciliano, infine, alla trattativa Stato-mafia sviluppatasi dopo la cosiddetta «locuzione delle bombe» del biennio 1992-1993.

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Già nel 1978 Rocco Chinnici, magistrato vittima di cosa nostra e ideatore del pool antimafia, durante un incontro di studio per magistrati organizzato dal Consiglio Superiore della Magistratura a Grottaferrata, si esprimeva così: «Riprendendo il filo del nostro discorso, prima di occuparci della mafia del periodo che va dall’unificazione del Regno d’Italia alla prima guerra mondiale e all’avvento del fascismo, dobbiamo brevemente, ma necessariamente premettere che essa come associazione e con tale denominazione, prima dell’unificazione, non era mai esistita in Sicilia». Più avanti aggiunge: «La mafia … nasce e si sviluppa subito dopo l’unificazione del Regno d’Italia».

In pratica la mafia, che esisteva in Sicilia prima dell’unità nazionale è da paragonarsi a quella descritta dal Manzoni in I promessi sposi: la differenza è puramente di carattere etimologico. Inoltre nel romanzo Don Rodrigo aveva i suoi “bravi” mentre i baroni siciliani avevano i “picciotti”, una diversità di carattere geografico, ma anche temporale: il Manzoni ambientò la storia intorno al 1630.

Una delle poche, forse l’unica, associazione criminale, nata prima dell’unità d’Italia è la camorra. Era un’organizzazione piramidale con al vertice il capintesta, ma veniva così strettamente controllata dalla polizia borbonica che i suoi traffici e interessi si limitavano a cose di scarsa importanza. I camorristi temevano così tanto i poliziotti borbonici da soprannominarli “i feroci”.

Ma come, quando e perché, questa organizzazione ha iniziato ad acquisire fama e potere, fino a diventare quel cancro sociale che oggi conosciamo?

Alla vigilia del 7 settembre 1860 Garibaldi doveva entrare a Napoli per prendere possesso della Capitale del Regno delle Due Sicilie. Il Re Francesco II di Borbone era partito il giorno prima per risparmiare ai suoi sudditi una guerra civile, lasciando l’incarico di salvaguardare l’ordine pubblico al Prefetto di Polizia Liborio Romano, il quale però già da tempo aveva attuato le sue contromisure per permettere alnizzardo di entrare indisturbato in città.
Il capintesta della camorra Tore ‘e Criscienzo, alias Salvatore De Crescenzo, ebbe senz’altro un ruolo chiave in quel frangente, ma il fatto che fosse un malvivente fa di lui un personaggio “scomodo” per la storiografia ufficiale. Sarebbe stato infatti imbarazzante ammettere l’importanza del suo contributo alla causa unitaria, avrebbe significato avallare la collusione Stato – camorra.

E proprio a lui si rivolse Liborio Romano per evitare disordini nel passaggio dei poteri dal governo borbonico al dittatore Garibaldi, tant’è che gli affidò l’incarico di comandante della nuova Polizia.

Grazie a Tore ‘e Criscienzo l’ordine pubblico a Napoli fu ripristinato totalmente e in breve tempo, a parte alcuni foschi episodi frutto di vendette personali. Così Garibaldi poté giungere indisturbato da Salerno a Napoli in treno.

In un brano tratto da La fine di un Regno, un saggio pubblicato nel 1909 da Raffaele De Cesare, senatore del Regno d’Italia, si legge: «Garibaldi, richiesto dove volesse alloggiare a Napoli, rispose: Io vado dove voglio; solo desidero, appena arrivato, di visitar San Gennaro.

Dopo Portici, il treno si fermò bruscamente. Tutti si affacciarono agli sportelli per vedere che cos’era, e videro un ufficiale di marina che s’avanzava, correndo e gridando: Dov’è Garibaldi? Garibaldi rispose: Dev’essere il capitano del Calatafimi, lo facciano venire. Appena giunto, il capitano, che non era quello del Calatafimi, ansante per la corsa fatta, disse al dittatore: Lei dove va? È impossibile ch’entri in Napoli; vi sono i cannoni borbonici puntati contro la stazione. E Garibaldi, tranquillo: Ma che cannoni! Quando il popolo accoglie in questo modo, non vi son cannoni; avanti… Presso alla stazione di Napoli, il De Sauget, vedendo molti operai ferroviari, disse al Rendina: È imprudente far discendere Garibaldi in mezzo a costoro, che son tutti soldati congedati e impiegati borbonici; appena il treno si fermerà, corri fuori la stazione e fa entrare il primo battaglione di guardia nazionale, che troverai, perché faccia cordone; io pregherò Garibaldi di attendere.

Ma, fermato appena il treno, Garibaldi disse: Scendo un momento per soddisfare un piccolo bisogno; e mentre Rendina saltava giù da uno sportello, per eseguire l’ordine del De Sauget, Garibaldi scese dallo sportello opposto; e celatesi per un momento, ricomparve in mezzo a tutti, calmo e bonario.

Don Liborio era alla stazione coi direttori De Cesare e Giacchi, e nessun ministro. Era il tocco e mezzo dopo mezzogiorno. Domenico Ferrante li presentò a Garibaldi; e il Romano recitò i primi periodi di un indirizzo, che poi fu stampato e diffuso.

Già fin dalle 10 della mattina si raccoglievano nelle vie, che da Toledo e da Chiaia vanno alla stazione, gruppi di popolani con bandiere d’ogni grandezza, armi e bastoni enormi. Si assisteva a scene esilaranti e un po’ grottesche.

La nota popolana, detta la Sangiovannara, al secolo Marianna De Crescenzo cugina di Tore ‘e Criscienzo, andava anche lei in carrozza alla ferrovia, seguita da gran folla di gente della Pignasecca e di donne armate e convulse: tutte scene, che ricordavano i momenti più folli della rivoluzione francese …»

Tra le suddette “signore” spiccano i nomi di:Rosa ’a pazza (per via delle sue stranezze), Luisella lun’aggiorno (perché riceveva i clienti in una stanza dove i lumini erano sempre accesi, anche di giorno), Nannarella quattro rane (perché le bastavano quattro monetine, appunto, per saldare il conto della prestazione) e, inghirlandata come un albero di Natale, la già citata Marianna De Crescenzo, la Sangiovannara, perché era nata nel rione di San Giovanni a Teduccio, sulla strada per Portici.

Delle quattro donne, la più importante era lei. Giovane vedova di un soldato borbonico, aveva messo su nel quartiere Pignasecca una taverna, diventata ben presto il covo della criminalità e del malaffare.

Per dimostrare la sua riconoscenza a queste donne, Garibaldi concesse loro un vitalizio di 12 ducati mensili (circa 5,4 milioni di lire). Insieme ad esse vanno citate anche Antonietta Pace, Carmela Fucitano, Costanza Leipnecher e Pasquarella Proto.

Marianna De Crescenzo, per non arrecare offesa a Tore ‘e Criscienzo, sul documento ufficiale della concessione del vitalizio venne indicata con il solo soprannome di Sangiovannara, dato che il cognome De Crescenzo era ad uso esclusivo di Tore in quanto capo dell’organizzazione. Questo si evince sia dai documenti custoditi nell’archivio storico di Napoli sia dal libro di Aldo Servidio edito da Guida, L’imbroglio nazionale – Unità e unificazione dell’Italia, 1860-2000.

Inoltre, lo stesso Garibaldi, operando sulle rendite confiscate con il decreto del 23 ottobre del 1860 alla famiglia Borbone (leggi: patrimonio familiare, restato distinto, come sempre in 126 anni, dalle pur fornite casse statali, al punto da contenere persinole doti nuziali delle figlie di Ferdinando II) mise a disposizione della camorra un asse di 75mila ducati, (quasi 34 miliardi di lire) da distribuire in tre anni ai bisognosi del popolo. La cifra di per sé non era particolarmente rilevante, soprattutto se confrontata con gli sperperi perpetrati in poco più di 50 giorni di dittatura.

Nei mesi, e negli anni a seguire, Tore ‘e Criscienzo divenne un personaggio sempre più scomodo per il neonato regno d’Italia, al punto che anche lui cadde nelle maglie della legge Pica, nata per reprimere il così detto brigantaggio post unitario.

Ma Tore, sebbene semianalfabeta, era stato abbastanza furbo da conservare documenti compromettenti che testimoniavano appunto gli accordi tra il nuovo stato e la camorra. Così fu scarcerato e inviato a domicilio coatto dove poté curare gli affari della sua organizzazione.

Possiamo quindi dire che in quel fatidico 7 settembre 1860 non solo furono aperte le porte di Napoli a Garibaldi ma che rese possibile che la camorra man mano assumesse un potere tale da diventare l’organizzazione spietata, il cancro sociale che oggi conosciamo. Come la mafia in Sicilia, anche la camorra campana è figlia di questa Italia, nata male e cresciuta peggio.
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L´ingresso nella grande capitale ha più del portentoso, che della realtà. Accompagnato da pochi aiutanti, io passai frammezzo alle truppe borboniche ancora padrone, le quali mi presentavano l´armi con più ossequio certamente, che non lo facevano in quei tempi ai loro generali. Il 7 settembre I860!”. La “grande capitale” è Napoli, “io” è Giuseppe Garibaldi e “il 7 settembre 1860” è la data in cui il generale fece il suo ingresso nella città partenopea mentre il re Francesco II di Borbone si recava a Gaeta per organizzare l’ultima resistenza. L’eroe dei due mondi arrivò a Napoli a bordo di un treno accompagnato da tutte le personalità che erano andate a Salerno per accoglierlo. In testa al corteo Liborio Romano, Ministro di Polizia e Salvatore De Crescenzo, capo della camorra dell’epoca, detto “Tore ‘e Criscienzo”, i cui uomini mantennero l’ordine pubblico. Dopo aver percorso via Marina, essere passato dinanzi il Maschio Angioino ed essersi fermato al Duomo per ascoltare il “Te Deum “e a Largo di Palazzo, l’attuale piazza del Plebiscito, per fare un breve discorso, Garibaldi si diresse fino a Palazzo Doria D’Angri, dal cui balcone proclamò l’annessione delle province meridionali al Regno sabaudo. Questa data segnò l’inizio della fine. La fine del Regno delle due Sicilie e l’inizio del patto tra Stato e Camorra a Napoli. A sostegno di quest’ultima tesi le carte che dimostrano che il 26 ottobre 1860 Garibaldi pagò una pensione vitalizia di 12 ducati mensili a nome di Antonietta Pace, Carmela Faucitano, Costanza Leipnecher, Pasquarella Proto e Marianna De Crescenzo, le principali esponenti femminili della Camorra napoletana. Quest’ultima era sorella proprio di quel De Crescenzo che aveva camminato accanto a Garibaldi al suo ingresso a Napoli. Il losco personaggio aveva acquistato il ruolo di intermediario tra politica e camorra quando Liborio Romano per contrastare le sommosse nate sulla scia di quella siciliana del 1848 lo chiamò per chiedergli di radunare tutti i capi-quartieri della città e stipulare un patto di aiuto reciproco. Di De Crescenzo si racconta che avesse fatto sgozzare da una banda di camorristi Totonno ‘a Port’ ‘e Massa, il famoso contrabbandiere e capo del quartiere di Porto, quando si trovava all’interno delle carceri dell’antico castello della Vicaria. Ma Romano non reclutò solo “Tore”, già nel luglio 1860 altri camorristi furono nominati funzionari di polizia. Il ministro iniziava quindi a preparare l’accoglienza di Garibaldi dotando inoltre coloro che appoggiavano la sua causa di coccarda tricolore.


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IL RISORGIMENTO TRADITO

Elenco dei 479 Partigiani delle Due Sicilie fucilati nei primi anni di occupazione sabauda-unitarista.

Cognome /Nome/Soprannome/Comune di nascita/Luogo e data dell’esecuzione o morte

1. non leggibile Michele Micheluccio Ascoli fucilato il 13 marzo 1862 a Torremaggiore
2. non leggibile Pasquale Macchiarolo Macchia (CB) fucilato il 24 maggio 1862 a Roseto
3. non leggibile Luigi Caporal Luigi Roma fucilato il 12 settembre 1861 a Roseto
4. non leggibile Carlo Antonio Torremaggi…ore ucciso in masseria Fucicchia Poggio Imperiale il 7/11/62
5. Abruzzese Donato Sannicandro ucciso a Monte Sant’Angelo il 18 marzo 1862
6. Alessio Teodoro Casalnuovo fucilato il 23 marzo 1863 a Troia
7. Altieri Maria Antonia Castel Baronia (AV) fucilata a Santagata il 7 agosto 1862
8. Altieri Leopoldo Celenza fucilato il 15 febbraio 1863 a San Severo
9. Andreaccio Francesco San Fele (PZ) fucilato il 6 aprile 1863 a Deliceto
10. Andreano Vincenzo Casalvecchio fucilato il 7 febbraio 1863 ad Acquaviva Collecroce (CB)
11. Angelillis Michele Sannicandro fucilato nel 1862 a Monte Sant’Angelo
12. Aprile Giovanni Chiarodda Vico fucilato il 23 agosto 1861 a Vico
13. Argentino Pietro San Marco in Lamis fucilato a San Marco in Lamis il 28 giugno 1862
14. Armiento Giovanni Monte S. Angelo fucilato a Monte Sant’Angelo il 18 marzo 1862
15. Aucello Pietro San Marco in Lamis fucilato a San Marco in Lamis il 6 luglio 1862
16. Barone Nicandro Licandruccio Apricena ucciso il 4 giugno 1863 in contrada Valle Farina presso Apricena
17. Bartoletti Matteo Torremaggiore ucciso il 7 dicembre 1863 presso Montefalcone (BN)
18. Bartucci Filippo Castiglione (CH) fucilato a Serracapriola nel 1862
19. Bartucci Felice Trani (BA) fucilato il 15 aprile 1862 in Ascoli
20. Basso Vincenzo Rodi fucilato a Rodi il 3 giugno 1862
21. Beccia Michele Casalnuovo fucilato a Serracapriola nel 1862
22. Bianco Nicola Casalvecchio fucilato a Torremaggiore il 21 aprile 1863
23. Biano Francesco Acquaviva Collecroce (CB) fucilato il 21 maggio 1863 a Palata (CB)
24. Bilancia Leonardo Volturara fucilato il 4 luglio 1863 in Castelnuovo
25. Bisaccia Salvatore Panni fucilato a Bovino nel 1862
26. Biscotti Nicola San Marco in Lamis fucilato nel 1862 in Sannicandro
27. Biscotti Matteo Vico fucilato nel 1862 a Sannicandro
28. Bonfitto Matteo Acquaviva Collecroce (CB) fucilato il 21 maggio 1863 a Palata (CB)
29. Borraccino Ruggiero Barletta (BA) fucilato il 15 aprile 1862 in Ascoli
30. Borrelli Michele Torremaggiore fucilato a Foggia il 9 gennaio 1863
31. Brigadiere Domenico Torremaggiore ucciso il 7 dicembre 1863 presso Montefalcone (BN)
32. Bruno Domenico Apricena ucciso il 21 marzo 1863 in tenimento di Castelnuovo
33. Bucasso Domenicantonio Casalvecchio fucilato il 21 aprile 1863 a Torremaggiore
34. Buccino Aniello Bagnoli fucilato a Troia il 19 marzo 1862
35. Buccino Michelangelo Bovino fucilato a Bovino il 10 febbraio 1862
36. Cagnano Francesco Celenza fucilato il 24 marzo 1863 a Torremaggiore
37. Calici Nicolangelo San Marco in Lamis fucilato a San Marco in Lamis il 13 maggio 1863
38. Calò Giovanni Montefalcone (BN) fucilato il 20 aprile 1862 a Biccari
39. Camarca Angelo Mirabella (AV) fucilato il 24 febbraio 1863 a San Severo
40. Camarco Angelo San Severo fucilato a Torremaggiore il 20 maggio 1862
41. Camerotta Urbano Troia fucilato a Lucera il 12 gennaio 1863
42. Campanozzi Antonio Serracapriola fucilato a Serracapriola il 12 agosto 1862
43. Campese Ruggiero Barletta (BA) fu Ignazio fucilato in Ascoli il 25 aprile 1862
44. Capobianco Antonio Motta fucilato nel giugno 1863 a Castelfranco (BN)
45. Capossio Domenico Pellegrino San Severo fucilato il 20 maggio 1862 in Torremaggiore
46. Capozzo Giovanni Volturara fucilato a Roseto il 26 settembre 1862
47. Caputo Simone Cerignola fucilato il 19 dicembre 1862 a Trinitapoli
48. Caputo Pasquale Monte S. Angelo fucilato a Monte Sant’Angelo il 17 febbraio 1862
49. Caraffa Angelo San Marco in Lamis fucilato a Torremaggiore il 20 maggio 1862
50. Cardascia Serafino Serracapriola fucilato a Serracapriola il 17 gennaio 1863
51. Cardinale Vincenzo Panni fucilato a Bovino nel 1863
52. Carlozza Francesco Celenza fucilato il 23 luglio 1861 a San Paolo
53. Carozza Giovanna Carlantino fucilata nel carcere di Lucera nell’ottobre del 1861
54. Carusiello Antonio Faeto fucilato a Torremaggiore il 20 maggio 1862
55. Caruso Domenico Sant’Agata fucilato a Sant’Agata il 3 gennaio 1863
56. Caruso Michele Occhioscarciato Torremaggiore Fucilato il 13 dicembre 1863 a Benevento
57. Cassasco Nicola Casalvecchio fucilato l’8 novembre 1862 a Caserta
58. Castaldi Luigi Campomarino (CB) fucilato a Serracapriola il 1° luglio 1862
59. Caterino Alfonso Torremaggiore fucilato nel 1863 a San Marco in Lamis
60. Ceci Vincenzo San Severo fucilato a San Severo il 19 marzo 1863
61. Celeste Salvatore Torremaggiore fucilato a Torremaggiore nel 1863
62. Celeste Vincenzo Torremaggiore fucilato a Torremaggiore nel 1863
63. Centofanti Antonio Tiriolo (CB) fucilato a Serracapriola nel 1863
64. Cerase Federico Castelnuovo fucilato a Serracapriola il 1° luglio 1862
65. Cerreto Michele Castelnuovo fucilato il 21 giugno 1862 a Serracapriola
66. Cerreto Michele Torremaggiore ucciso a Torremaggiore il 1° gennaio 1863
67. Cerrito Raffaele Torremaggiore fucilato a Torremaggiore il 1° gennaio 1863
68. Cerucci Leonardo Casalnuovo fucilato a Casalnuovo il 21 giugno 1862
69. Cerullo Domenico Cerignola fucilato a Cerignola il 23 agosto 1863
70. Cesariello Angelo Rocchetta fucilato il 21 aprile 1862 ad Ascoli
71. Chiulli Raffaele Castiglione Messer Marino ucciso in tenimento di Lesina il 2 febbraio 1862
72. Ciaborri Salvatore Castelnuovo fucilato in Torremaggiore il 20 maggio 1862
73. Cianci Paolo San Giuliano (CB) fucilato il 25 luglio 1861
74. Ciaramella Gaetano Bovino fucilato a Bovino il 24 marzo 1863
75. Cilla Andrea San Paolo fucilato il 14 giugno 1863 a Castelfranco (BN)
76. Cilla Aurelia San Paolo fucilata a Torremaggiore il 20 maggio 1862
77. Cilla Giuseppe Zecchino San Paolo fucilato il 14 giugno 1863 a Castelfranco (BN)
78. Cimaglia Michele Bovino fucilato a Bovino il 24 marzo 1863
79. Cioffariello Michele Laviano (SA) fucilato il 25 aprile 1862 ad Ascoli
80. Ciuffreda Pasquale Monte S. Angelo fucilato il 28 aprile 1862 a Manfredonia
81. Ciuffreda Domenico Torremaggiore fucilato nel 1862 a Manfredonia
82. Civitavecchia Luigi Ciannarella San Marco in Lamis fucilato ad ischitella l’8 settembre 1861
83. Codianni Giuseppe Bufalaro Castelnuovo fucilato il 20 maggio 1862 in Torremaggiore
84. Codipietro Salvatore Torremaggiore fucilato a Torremaggiore il 6 gennaio 1862
85. Colacchio Antonio Celenza fucilato il 23 luglio 1861 a San Paolo
86. Colangelo Michele Rocchetta fucilato a Serracapriola il 17 gennaio 1863
87. Colantonio Pietro Casalanguida (CH) ucciso in agro di Lesina il 2 febbraio 1862
88. Colucci Domenico Giardino Casalnuovo fucilato il 21 giugno 1862
89. Colucci Giuseppe Casalnuovo fucilato a Casalnuovo il 24 febbraio 1862
90. Consa Domenico Volturino fucilato a Volturara il 16 luglio 1861
91. Consoletti Cosmo Pietramontecorvino ucciso a Baselice (BN) l’11 febbraio 1863
92. Conte Mattia Deliceto fucilato ad Ascoli il 25 aprile 1862
93. Conversi Salvatore Saline di Barletta fucilato il 28 aprile 1862 a Manfredonia
94. Corno Francesco Casalvecchio ucciso l’8 novembre 1862
95. Corridore Vincenzo Ruvo (BA) fucilato a Bovino il 23 gennaio 1862
96. Corsino Lorenzo Vallata (AV) fucilato ad Ascoli il 25 aprile 1862
97. Corvelli Michele Alberona ucciso il 28 liglio 1861 a Biccari
98. Cotturelli Giuseppe Coppola Rossa Castelnuovo fucilato a Foggia il 12 dicembre 1863
99. Croce Leonardo Panni fucilato a Bovino nel 1863
100. Curci Achille Candela fucilato il 20 maggio 1862 in Torremaggiore
101. Cursi Saverio San Marco in Lamis fucilato a San Severo il 26 febbraio 1862
102. D’Adamo Francesco San Paolo fucilato il 28 maggio 1863 a Candela
103. D’Adamo Giovanni Serracapriola fucilato a Troia il 23 marzo 1863
104. D’Agostino Pasquale Celenza fucilato a Celenza il 19 gennaio 1862
105. D’Aiuto Beniamino San Bartolomeo fucilato il 25 marzo 1864 a Lucera
106. D’Aiuto Giovanni Torremaggiore fucilato il 23 marzo 1863 a Troia
107. D’Alessandro Luigi Monte S. Angelo fucilato il 23 marzo 1863 a Troia
108. D’Alessio Giuseppe Alberona fucilato il 20 aprile 1862 a Biccari
109. D’Aloia Gaetano Apricena fucilato il 23 marzo 1863 a Troia
110. D’Aloia Leonardo l’Aloia Poggio Imperiale ucciso il 7 nov. 1862 in agro di Poggio Imperiale
111. D’Amato Gaetano Monteleone fucilato il 25 aprile 1862 ad Ascoli
112. D’Ambrosio Pasquale Pietramontecorvino fucilato a Castelnuovo il 3 ottobre 1863
113. D’Amico Giuseppe Carpino fucilato ad ischitella il 22 aprile 1862
114. D’Andele Michele Torremaggiore fucilato il 23 marzo 1863 a Troia
115. D’Angeli MicheleSessano (IS) fucilato il 23 marzo 1863 a Troia
116. D’Angelo Nicola Reino (BN) fucilato il 20 luglio 1861 a Chieti
117. Daniele Cosimo Buchiccio San Marco in Lamis ucciso l’8 gen. 1862 nel tenimento di Carpino
118. D’Audisio Leonardo Serracapriola fucilato il 23 marzo 1863 a Troia
119. D’Aulisio Ferdinando Rocchetta fucilato a Torremaggiore l’8 luglio 1862
120. De Carolis Emanuele San Marco in Lamis fucilato a Torremaggiore il 20 maggio 1862
121. De Felice Angelo Maria San Marco in Lamis ucciso il 7 sett. 1862 in tenimento di Rignano
122. De Finis Leonardo Vieste fucilato a Vieste il 12 settembre 1862
123. De Maria Giuseppe Santa Croce di Morcone (BN) fucilato il 5 lug. 1862 a S. Marco la Catola
124. De Meo Salvatore Nardillo Torremaggiore ucciso il 7 dic. 1863 a Montefalcone (BN)
125. De Nisi Alessandro San Marco in Lamis fucilato a San Marco in Lamis il 15 luglio 1862
126. De Nittis Michele San Marco in Lamis fucilato il 26 aprile 1863 a Monte Sant’Angelo
127. De Paola Carminantonio Sardello Casalanguida (CH) fucilato il 30 aprile 1863 ad Apricena
128. De Simone Francesco Fammiluce Apricena morto a masseria Pontone agro di Lesina il 7 nov. 1862
129. De Simone Berardino Mirabella (AV) fucilato il 25 aprile 1862 ad Ascoli
130. De Stefano Nicola Rocchetta fucilato il 13 novembre 1861 a Cerignola
131. De Troia Antonio San Ferdinando fucilato a Canosa (BA) il 24 aprile 1861
132. Del Conte Raffaele Torremaggiore fucilato il 1° gennaio 1863 a San Marco in Lamis
133. Del Grosso Giuseppe Santa Croce di Morcone (BN) fucilato il 14 luglio 1862 a Castelnuovo
134. Del Nobile Giuseppe Carmosino Monte S. Angelo fucilato a Mte S. Angelo il 26 apr. 1863
135. Del Sambro Antonio Angelou Zambr San Marco in Lamis fucilato a S. M. in Lamis il 29 giu. 1862
136. D’Errico Pasquale Mattinata fucilato nel 1862 a Monte Sant’Angelo
137. Di Carlo Matteo Motta fucilato a Lucera il 26 gennaio 1862
138. Di Cecco Michele Alberona fucilato il 17 luglio 1861 a Volturino
139. Di Costanzo Francesco San Severo fucilato a San Severo l’8 marzo 1862
140. Di Donato Evangelista Pietramontecorvino fucilato nel febbraio del 1862 a San Marco in Lamis
141. Di Fine Francesco Vico fucilato a Vico nel febbraio del 1862
142. Di Furia Giuseppe Ariano (AV) fucilato ad Ascoli il 25 aprile 1862
143. Di Gregorio Potito Ascoli fucilato a Santagata il 27 dicembre 1861
144. Di Iorio Baldassarre Carlantino fucilato nel maggio del 1862 nel carcere di Lucera
145. Di Iuzzi Francesco San Paolo fucilato il 2 ottobre 1862 a San Severo
146. Di Maria Donatantonio Alberona fucilato ad Alberona il 16 agosto 1861
147. Di Mattia Vincenzo Martiniello Bovino fucilato a Bovino il 24 febbraio 1863
148. Di Paola Domenico Macchiagodena (IS) fucilato il 22 febbraio 1863 a Serracapriola
149. Di Pumpo Michele Torremaggiore fucilato a Torremaggiore nel maggio del 1862
150. Diamante Giuseppe San Marco in Lamis ucciso il 27 feb. 1863 in tenimento di San Marco
151. Diamante Nicola Sannicandro fucilato nel febbraio del 1862 a San Marco in Lamis
152. D’Onofrio Antonio Montefalcone (BN) fucilato il 31 giugno 1863 a Caserta
153. Esposito Antonio Briella Apricena fucilato ad apricena il 2 marzo 1862
154. Esposito Vincenzo Laviano Apricena fucilato ad apricena il 4 marzo 1863
155. Esposito Matteo Guardia Lombardi fucilato il 13 febbraio 1863 a San Severo
156. Falceto Fedele Castelluccio Valmaggiore fucilato il 12 gennaio 1863 a Lucera
157. Falcone Giuseppe Monte S. Angelo fucilato il 26 sett. 1861 a San Giovanni Rotondo
158. Falcone Matteo Monte S. Angelo fucilato a Vico nel 1862
159. Falcone Giambattista Vico fucilato il 20 maggio 1862 in Torremaggiore
160. Farasco Antonio Ariano (AV) fucilato il 14 dicembre 1862 a Troia
161. Farsa Pasquale Vallata (AV) fucilato il 20 maggio 1862 in Torremaggiore
162. Fascia Fedele Casalvecchio fucilato l’11 febbraio 1863 a Casyelnuovo
163. Favala Clemente Cerignola fucilato il 20 maggio 1862 in Torremaggiore
164. Favatà Pasquale Candela fucilato nel 1862 a Cerignola
165. Ferrante Pasquale Castelnuovo fucilato il 20 maggio 1862 in Torremaggiore
166. Ferrucci Vincenzo Castelnuovo fucilato a Castelnuovo l’11 febbraio 1863
167. Festa Fedele Montecalvo fucilato ad Ascoli il 25 aprile 1862
168. Fiorillo Antonio San Bartolomeo fucilato nel 1861 a San Severo
169. Fiorino Nicola Messina fucilato il 30 luglio 1862 a Manfredonia
170. Fiorito Antonio San Giuliano (CB) fucilato il 23 luglio 1861 a San Paolo
171. Fortezza Giuseppe Ascoli fucilato il 7 settembre 1862 ad Alberona
172. Francavilla Savino San Ferdinando fucilato il 28 aprile 1862 a Manfredonia
173. Franchini Giuseppe Merì fucilato l’11 agosto 1862 a Manfredonia
174. Fulgaro Liborio San Marco in Lamis ucciso il 7 set. 1862 nel tenimento di Apricena
175. Fusiani Luigi Torremaggiore fucilato il 20 maggio 1862 in Torremaggiore
176. Gaggiano Carlo San Marco in Lamis fucilato a San Marco in Lamis il 16 aprile 1861
177. Gaggiano Carlo Corliciello San Marco in Lamis ucciso nel tenimento di S. M. in Lamis il 19 dic. 1862
178. Gala Fabiano San Marco in Lamis fucilato a Cagnano nel settembre del 1862
179. Gallo Antonio Carpino fucilato a Carpino il 18 luglio 1863
180. Gambuto Domenico Monte S. Angelo fucilato il 9 ottobre 1862 a Manfredonia
181. Gammino Gerardo Melfi (PZ) fucilato il 12 settembre 1862 a Vieste
182. Gaudioso Leonardo Sant’Andrea (AV) fucilato il 17 aprile 1862 a Serracapriola
183. Genicolo Severo San Severo fucilato a San Severo l’8 marzo 1862
184. Giambattista Vincenzo Alberona fucilato ad Alberona il 16 agosto 1861
185. Giandomenico Giuseppe Lecce nei Marsi fucilato il 18 gennaio 1863 a Cerignola
186. Giliberti Giacomo Trani (BA) fucilato il 25 aprile 1862 ad Ascoli
187. Giona Salvatore Castelnuovo fucilato il 1° giugno 1862 in Serracapriola
188. Giordano Michele Mattinata fucilato il 12 settembre 1862 a Vieste
189. Giordano Giuseppe Monte S. Angelo fucilato l’11 agosto 1861 a Gambatesa (CB)
190. Giottariello Vito Laviano (SA) fucilato il 12 settembre 1862 a Vieste
191. Girolamo Luigi fucilato il 12 settembre 1862 a Vieste
192. Gisonni Marco Bovino fucilato il 10 febbraio 1862 a Bovino
193. Golino Giuseppe Ragusa fucilato il 12 settembre 1862 a Vieste
194. Grampone Domenico Motta fucilato il 12 settembre 1862 a Vieste
195. Granata Giuseppe Maria San Paolo fucilato il 14 luglio 1862 a Castelnuovo
196. Grassi Nicola Santagata fucilato il 12 settembre 1862 a Vieste
197. Graziano Luigi San Marco in Lamis fucilato il 12 settembre 1862 a Vieste
198. Grimaldi Michele Cagnano fucilato nell’ottobre 1862 in Monte Sant’Angelo
199. Grosso Michelantonio Carpino fucilato il 16 luglio 1863 in Monte Sant’Angelo
200. Gualano Michele San Marco in Lamis ucciso in tenimento di S. M. in Lamis il 17 agosto 1863
201. Guerrieri Potito Candela ucciso in contrada Canestrello il 9 ottobre 1861
202. Guglielmo Pasquale Vulpiano Santa Croce di Magliano (CB) ucciso nel 1862 a Lucera
203. Guidone Francesco Andreone Apricena ucciso il 17 ago. 1863 a S. Marco in Lamis
204. Iaconelli Graziano Canosa (BA) fucilato il 2 settembre 1862 in San Paolo
205. Iacovangelo Francesco Vico fucilato a Vico il 7 settembre 1861
206. Iacovangelo Pietro u Pezzente Vico ucciso nel tenimento di Vico il 2 settembre 1862
207. Iacovelli Gianfilippo Casalvecchio ucciso nei pressi di San Paolo il 2 settembre 1862
208. Iadarola Giambattista Pietramontecorvino ucciso l’11 febb. 1863 a Castelnuovo dalla banda Caruso
209. Iamarino Serafino Spezzaferro Pietramontecorvino fucilato il 2 settembre 1862 a Castelnuovo
210. Iannantuoni Liberato Casalvecchio fucilato il 2 settembre 1862 a Castelnuovo
211. Ianzito Baldassarre Molinara (BN) ucciso il 7 dicembre 1863 nei pressi di Montefalcone (BN)
212. La Croce Martino Apricena fucilato il 6 marzo 1863 a San Marco in Lamis
213. La Serpe Michele San Paolo ucciso il 29 settembre 1863 a San Marco in Lamis
214. La Torre Domenico Monte S. Angelo fucilato a Monte S.’Angelo il 29 gen.1862
215. Laccone Giuseppe Maria Celenza fucilato il 18 gennaio 1862 a San Marco la Catola
216. Lallo Fabiano San Marco in Lamis ucciso a San Marco in Lamis il 12 luglio 1862
217. Languzzi Giuseppe Bovino fucilato a Bovino il 16 luglio 1861
218. Lanzilli Pellegrino Monte S. Angelo fucilato a Torremaggiore il 24 marzo 1863
219. Lanzone Domenico San Severo ucciso il 17 agosto 1863 presso San Marco in Lamis
220. Lanzone Severo San Severo ucciso nel 1863 presso San Marco in Lamis
221. Laviano Domenico Santagata fucilato a Santagata il 10 novembre 1861
222. Laviano Gaetano Santagata fucilato a Santagata il 10 novembre 1861
223. Leggiero Nicola San Marco in Lamis ucciso a San Marco in Lamis il 21 marzo 1863
224. Lenna Francesco Avellino fucilato il 24 marzo 1863 a Bovino
225. Leuzzi Francesco San Paolo fucilato nel settembre 1862 in San Severo
226. Licurci Leonardo Casalnuovo fucilato il 24 marzo 1863 a Bovino
227. Lionardo Nicola Volturara fucilato a Volturara il 3 agosto 1861
228. Lisbona Antonio Ferrariello Baselice ucciso il 25 marzo 1861 presso Biccari
229. Lo Mastro Giovanni Alberobello (BA) fucilato il 31 ottobre 1862 in Alberona
230. Lombardi Antonio Baselice ucciso nel 1862 presso Apricena
231. Lombardi Pasquale Casalnuovo fucilato il 4 agosto 1862 in Castelnuovo
232. Lombardi Ludovico Pietramontecorvino ucciso il 6 marzo 1863 presso Serracapriola
233. Lombardi Giuseppe San Marco in Lamis fucilato il 24 marzo 1863 a Bovino
234. Longo Carmine Antonio Pietramontecorvino fucilato il 6 marzo 1863 a San Marco in Lamis
235. Longo Saverio Rignano fucilato il 6 marzo 1863 a Foggia
236. Longo Michele San Paolo fucilato a San Paolo il 14 giugno 1863
237. Longo Raffaele San Paolo ucciso a San Paolo nel 1863
238. Lotti Giovanni Torremaggiore fucilato il 24 marzo 1863 a Bovino
239. Lotti Giuseppe Torremaggiore fucilato a Torremaggiore il 24 marzo 1863
240. Luca Michele Montefusco ucciso il 24 marzo 1863 a Bovino
241. Luciano Giuseppe Castelvetere fucilato a Bovino il 24 marzo 1863
242. Luiso Francesco San Giorgio La Molara fucilato il 25 aprile 1862 ad Ascoli
243. Madonna Nicola Casalnuovo fucilato a San Severo nel 1861
244. Magnatta Pasquale Bovino fucilato a Bovino il 24 febbraio 1863
245. Mainardo Lorenzo Sannicandro fucilato il 13 marzo 1862 a Torremaggiore
246. Malamisura Antonio Sannicandro fucilato il 13 marzo 1862 a Torremaggiore
247. Malcongi Tommaso Cerignola fucilato il 25 aprile 1862 ad Ascoli
248. Mancini Antonio San Giuliano (CB) fucilato il 17 giugno 1862 a Serracapriola
249. Manduzio Michele Sannicandro fucilato il 13 gennaio 1863 a Rodi
250. Manelli Giuseppe Lupo San Marco la Catola fucilato nel luglio del 1861 a Torremaggiore
251. Manes Mercurio Portocannon ucciso il 16 marzo 1863 in masseria Rivolta in agro di Lesina
252. Manes Vincenzo Ururi ucciso il 25 febbraio 1863 nel Bosco Isola di Marina di Lesina
253. Mangiacavallo Nicola Portocannone ucciso a masseria Rivolta in agro di Lesina il 16 marzo 1863
254. Mangiacotto Antonio San Giovanni Rotondo fucilato il 18 maggio 1862 a San Marco in Lamis
255. Mansueto Nicola Montefalcone (BN) fucilato il 25 gennaio 1863 a Lucera
256. Marano Gaetano Montaguto fucilato il 25 aprile 1862 ad Ascoli
257. Maraschillo Michelantonio Cagnano fucilato il 13 marzo 1862 a Torremaggiore
258. Marasco Domenico Vietri di Potenza fucilato il 10 novembre 1861 a Santagata
259. Marinaccio Michele Savignano fucilato il 25 aprile 1862 ad Ascoli
260. Marrafino Michele Lupacchio Volturara fucilato a Volturara il 16 luglio 1861
261. Marrone Giuseppe Passarello Apricena fucilato il 5 marzo 1864 a San Marco in Lamis
262. Marrone Giuseppe Riccia fucilato il 23 aprile 1863 a San marco in Lamis
263. Martino Francesco Isernia fucilato il 2 ottobre 1862 a San Severo
264. Martino Vincenzo Isernia fucilato il 13 marzo 1862 a Torremaggiore
265. Marucci Domenico Ripabottoni fucilato il 21 giugno 1862 a Serracapriola
266. Maschili Michelangelo San Paolo fucilato a San Paolo il 17 gennaio 1863
267. Mascolo Matteo Sannicandro fucilato il 13 marzo 1862 a Torremaggiore
268. Mastroianni Vincenzo Castelnuovo fucilato il 16 luglio 1861 a Casalnuovo
269. Mastrolitti Giorgio San Paolo fucilato in San Marco in Lamis
270. Mastrolitto Domenico Torremaggiore fucilato a Torremaggiore il 24 marzo 1863
271. Mastrolitto Luigi Torremaggiore ucciso il 7 dicembre 1863 presso Montefalcone (BN)
272. Mastromatteo Giuseppe Spaccante Vico fucilato a Vico il 13 agosto 1861
273. Mazzamurro Angelo Monte S. Angelo fucilato a Monte Sant’Angelo il 12 ottobre 1862
274. Megola Giuseppe Apricena fucilato nel giugno 1863 a San Severo
275. Melchiorre Domenicantonio Busso fucilato il 13 marzo 1862 a Torremaggiore
276. Merla Giuseppe Apricena fucilato il 23 aprile 1863 a San marco in Lamis
277. Metta Carminantonio Torremaggiore fucilato nel 1863 a Poggio Imperiale
278. Mezzacappa Giovanni Campobasso fucilato il 13 marzo 1862 a Torremaggiore
279. Mimmo Matteo San Marco in Lamis fucilato a San Marco in lamis il 23 aprile 1863
280. Minelli Domenico Tupporosso Casalnuovo ucciso nel maggio del 1862 in Santagata
281. Minischetti Antonio San Severo fucilato a san Severo nel 1862
282. Minotti Luigi Santa Croce di Magliano (CB) fucilato nell’agosto del 1861 a Serracapriola
283. Miucci Antonio Vaccaro Apricena fucilato il 5 marzo 1863 a san Marco in Lamis
284. Miucci Giambattista Monte S. Angelo fucilato a torremaggiore il 13 marzo 1862
285. Modula Domenico Biccari fucilato a lucera il 25 gennaio 1863
286. Modula Michelangelo Biccari fucilato a Biccari il 13 gennaio 1863
287. Moffa Michele Riccia fucilato il 5 luglio 1862 a San Marco la Catola
288. Monaco Giuseppe Castelvetere fucilato a Deliceto il 1° aprile 1862
289. Montagano Giovanni Celenza fucilato il 13 marzo 1862 a Torremaggiore
290. Monteforte Angelo Volturino fucilato a volturino il 17 luglio 1861
291. Morale Vito Carbonara di Bari fucilato il 19 dicembre 1861 ad Ascoli
292. Moretti Gaetano Apricena fucilato a San Marco in Lamis nel 1862
293. Moretti Luca Apricena fucilato ad Apricena nel novembre 1862
294. Moritti Angelo Monacilioni fucilato il 13 marzo 1862 a Torremaggiore
295. Morritti Angelo Raffaele Ischitella fucilato il 18 gennaio 1862 a Rodi
296. Mortella Nicola Rodi fucilato l’8 settembre 1862 a Vico
297. Morzillo Michelangelo Cagnano fucilato a Cagnano nell’agosto del 1861
298. Moscatello Angelo Andria fucilato il 1° aprile 1862 in Deliceto
299. Motta Pasquale Monacilioni fucilato a torremaggiore il 13 marzo 1862
300. Mucci Filippo Alberona fucilato ad Alberona il 16 agosto 1861
301. Mucci Angelantonio Zeza Biccari fucilato a Biccari il 12 luglio 1862
302. Murgo Giuseppe Monte S. Angelo fucilato in Monte Sant’Angelo il 6 marzo 1862
303. Muscio Giuseppe Cicciolo San Giovanni Rotondo fucilato il 18 gennaio 1863 in Cerignola
304. Nardella Agostino Potecaro San Marco in Lamisucciso il 4 giugno 1861 presso Rignano
305. Nardella Marco San Marco in Lamis fucilato a San Marco in Lamis il 9 ottobre 1862
306. Nardella Matteo Giuseppe San Marco in Lamis fucilato a San Marco in Lamis il 2 marzo 1862
307. Nardella Vincenzo San Paolo fucilato il 14 marzo 1863 a Sannicandro
308. Nascente Raffaele Greci fucilato il 31 ottobre 1862 in Alberona
309. Occhionero Nicola Ururi fucilato il 31 giugno 1863 a San Severo
310. Olivieri Antonio Sciusciello San Marco la Catola fucilato il 16 marzo 1863 in San Severo
311. Orlando Giovanni San Sossio fucilato il 18 dicembre 1861 in Ascoli
312. Orsollino Antonio Casalvecchio fucilato il 31 giugno 1863 a Caserta
313. Pacifico Donato il Monachello San Bartolomeo fucilato il 6 marzo 1863 in Alberona
314. Paganelli Raffaele San Paolo fucilato il 14 aprile 1862 in San Severo
315. Paglia Donato Casalvecchio fucilato il 2 agosto 1862 in Celenza
316. Paglialonga Pasquale Bovino fucilato a Lucera l’11 gennaio 1863
317. Palconi Pietro Monte S. Angelo fucilato il 21 luglio 1864 a Bari
318. Palperio Marco San Giorgio La Molara fucilato il 17 luglio 1861 a Volturino
319. Palumbo Giovanni Greci fucilato il 6 marzo 1863 presso Troia
320. Palumbo Francesco Ignicco Monte S. Angelo fucilato in Cagnano il 7 Maggio 1862
321. Pannone Giacomo Montefalcone (BN) fucilato il 9 novembre 1861 in Biccari
322. Panzone Giovanni Chieuti(FG) fucilato il 13 novembre 1861 in San Severo
323. Panzone Giovanni San Marco in Lamis fucilato in S. Marco in Lamis il 4 giugno 1861
324. Panzone Giuseppe San Marco in Lamis fucilato in S. Marco in Lamis il 4 giugno 1861
325. Paolo Carminantonio Apricena fucilato il 21 luglio 1864 in Bari
326. Paolo Domenico Macchiagodena (IS) fucilato il 21 luglio 1864 in Bari
327. Papicchio Enrico Acquaviva Collecroce (CB) fucilato il 3 marzo 1864 a Caserta
328. Parlapiano Paolo Castelnuovo fucilato il 21 luglio 1864 in Bari
329. Pennacchia Giuseppe Cicognitto San Paolo fucilato il 21 luglio 1864 in Bari
330. Pepe Giovanni Motta fucilato il 26 gennaio 1862 in Lucera
331. Perifano Nicola Foggia fucilato il 28 giugno 1862 in San Marco in Lamis
332. Perrella Michele Celenza ucciso a Celenza il 19 gennaio 1862
333. Perrella Michele Celenza fucilato il 21 luglio 1864 in Bari
334. Petrella Giuseppe Deliceto fucilato il 13 aprile 1864 in Santagata
335. Petrozzi Antonio Ascoli fucilato il 3 gennaio 1863 in Deliceto
336. Pietrucci Francesco Castelnuovo fucilato il 18 dicembre 1863 in Casalvecchio
337. Piacquadio Alessandro Volturino fucilato il 26 gennaio 1862 in Lucera
338. Piancone Michele Maulone Torremaggiore fucilato a Torremaggiore il 4 marzo 1862
339. Piccirilli Domenicantonio Motta fucilato il 21 luglio 1864 a Bari
340. Pinzo Salvatore Saline fucilato il 21 luglio 1864 a Bari
341. Pirro Lorenzo Castelluccio Valmaggiore ucciso il 7 settembre 1862 presso Alberona
342. Pisani Pasquale Carlantino ucciso a Carlantino il 1° agosto 1863
343. Pisani Antonio Torremaggiore fucilato nel 1863 in San Marco la Catola
344. Pisani Giuseppe Torremaggiore fucilato il 18 marzo 1863 in San Marco la Catola
345. Pizzarelli Michelangelo Carpino fucilato nell’agosto del 1863 in Cagnano
346. Placentino Antonio San Giovanni Rotondo fucilato a San Giovanni Rotondo il 26 sett. 1862
347. Polignone Giuseppe San Marco in Lamis ucciso nel tenimento di S. Marco in Lamis il 15 apr. 1863
348. Polignone Nicandro Licandrone S. M. Lamis ucciso a Difesa Barone agro S. M. Lamis il 15 apr.1863
349. Polve Francesco Volturino fucilato il 21 luglio 1864 a Bari
350. Pontonio Giuseppe San Severo fucilato il 21 luglio 1864 a Bari
351. Ponzano Giovanni Alberona ucciso presso Roseto il 12 settembre 1861
352. Premucci Donatantonio Bovino fucilato il 21 luglio 1864 a Bari
353. Premucci Leonardantonio Palazzo San Gervaso fucilato il 19 marzo 1863 in San Severo
354. Prencipe Angelo Mattinata fucilato il 10 maggio 1861 a Vico
355. Prencipe Orazio Monte S. Angelo fucilato il 5 ottobre 1862 in Manfredonia
356. Principe Antonio Apricena fucilato il 21 luglio 1864 a Bari
357. Principe Orazio Monte S. Angelo fucilato il 21 luglio 1864 a Bari
358. Prota Domenico Monte S. Angelo ucciso a Monte Sant’Angelo il 26 gennaio 1862
359. Prota Matteo Monte S. Angelo fucilato il 21 luglio 1864 a Bari
360. Radatti Giuseppe San Marco in Lamis fucilato il 5 aprile 1863 in Rignano
361. Ragosa Nicola Vico fucilato il 24 agosto 1861
362. Rafino Pasquale Barletta fucilato il 25 aprile 1864 in Ascoli
363. Rago Michelangelo Panni ucciso nel 1862 presso Lucera
364. Rago Pasquale San Marco in Lamis fucilato a San Marco in Lamis il 19 giugno 1861
365. Rambone Tommaso Barletta fucilato nel 1863 a Sant’Elia (CB)
366. Rasportelli Leonardo Cerignola fucilato nel 1863 a Sant’Elia (CB)
367. Rasto Giuseppe Casaltrinità fucilato nel 1863 a Sant’Elia (CB)
368. Recchia Michele Casalnuovo ucciso nel 1862 presso Volturara
369. Recchiullo Sergio Bisceglie fucilato il 17 luglio 1861 a Volturino
370. Rendina Felice San Marco in Lamis fucilato a San Marco in Lamis il 9 giugno 1862
371. Ricci Antonio Casalvecchio fucilato il 2 febbraio 1863 ad Acquaviva (CB)
372. Rignanese Pasquale Scazzuso Monte S. Angelo fucilato a Monte Sant’Angelo nel 1862
373. Rinaldi Antonio Manfredonia fucilato il 5 aprile 1863 presso San Marco in Lamis
374. Rivellino Michele Carpino fucilato l’8 novembre 1863 in Sannicandro
375. Roberti Leone Candela fucilato nel 1863 a Sant’Elia (CB)
376. Roberto Vito Panni ucciso nel 1862 presso Lucera
377. Romano Domenicantonio Vacri fucilato il 1° giugno 1862
378. Romilo Antonio Torremaggiore fucilato nel 1863 a Sant’Elia (CB)
379. Rosino Pasquale Barletta fucilato nel 1863 a Sant’Elia (CB)
380. Russo Giuseppe Trinitapoli fucilato il 28 aprile 1862 a Manfredonia
381. Russo Giuseppe Chieuti fucilato nel maggio del 1863 in Foggia
382. Russo Carmine Piscopio ucciso il 7 dicembre 1863 presso Montefalcone (BN)
383. Sacchetti Francesco San Marco la Catola fucilato il 14 luglio 1862 a Castelnuovo
384. Salcuni Pietro Monte S. Angel fucilato a Monte Sant’Angelo il 4 ottobre 1862
385. Salvatore Giuseppe Antonio Ischitella fucilato a Ischiatella il 22 aprile 1862
386. Sannicandro Michele Casalvecchio fucilato nel settembre del 1861 in Castelnuovo
387. Santarelli Pasquale Antonio Trinitapoli fucilato il 25 aprile 1862 in Ascoli
388. Santomauro Giovanni Maiorano di Monte fucilato il 30 luglio 1862 a Santagata
389. Santoro Michele Bovino fucilato a Bovino il 2 maggio 1862
390. Santoro Michele Bovino fucilato il 29 settembre 1863 in San Marco in Lamis
391. Saporito Lorenzo Pratola Peligna fucilato il 29 settembre 1863 in San Marco in Lamis
392. Savastio Giuseppe fucilato il 29 settembre 1863 in San Marco in Lamis
393. Scamolenga Michele fucilato il 29 settenbre 1863 in San Marco in Lamis
394. Scavoncelli Vincenzo u Fattore Casalanguida (CH) fucilato il 5 maggio 1863 a San Marco in Lamis
395. Sceppacerca Giuseppe Trivento ucciso ad Alberona il 31 ottobre 1862
396. Schiavone Michele Abruzzesello San Paolo fucilato il 14 giugno 1862 in Torremaggiore
397. Sciarra Giuseppe Rodi ucciso nel tenimento di Vico il 23 agosto 1862
398. Sciarrilli Generoso Ascoli fucilato ad Ascoli il 18 dicenbre 1861
399. Scirpoli Vincenzo Coppolafratta Vico ucciso il 13 ottobre 1861 in Rodi
400. Scotifazio Michele Ascoli fucilato il 2 maggio 1862 a Candela
401. Selvaggio Francesco Vico ucciso il 29 settenbre 1863 in San Marco in Lamis
402. Semmola Michele San Severo fucilato il 29 settenbre 1863 in San Marco in Lamis
403. Sena Francesco Andretta fucilato in Ascoli il 25 aprile 1862
404. Senicoli Severo San Severo fucilato il 29 settenbre 1863 in San Marco in Lamis
405. Seppe Sabatino Marigliano fucilato il 29 settenbre 1863 in San Marco in Lamis
406. Serio Filippo San Severo fucilato il 29 settenbre 1863 in San Marco in Lamis
407. Siciliani Vincenzo Bovino fucilato il 29 settenbre 1863 in San Marco in Lamis
408. Siciliano Giuseppe Bovino fucilato a Bovino il 3 gennaio 1862
409. Silvestre Giovannangelo Carlantino fucilato il 5 giugno 1864 nelle carceri di Lucera
410. Silvestro Luigi Maria Acquaviva Collecroce fucilato il 29 settenbre 1863 in San Marco in Lamis
411. Simone Gerardo Mirabella (AV) fucilato il 29 settenbre 1863 in San Marco in Lamis
412. Simonelli Gennaro Celenza ucciso il 16 marzo 1862 in Colletorto
413. Spallone Marcellino San Bartolomeo fucilato il 5 marzo 1863 a San Marco in Lamis
414. Specchiulli Matteo Apricena ucciso o il 7 nov. 1862 a masseria Fucicchia agro di Poggio Imperiale
415. Speranza Antonio Casalnuovo ucciso nel tenimento di Casalnuovo il 4 agosto 1862
416. Speranza Pasquale Casalnuovo ucciso nel tenimento di Casalnuovo il 4 agosto 1862
417. Speranza Stefano Casalnuovo ucciso nel tenimento di Casalnuovo il 4 agosto 1862
418. Spinelli Giuseppe Casalnuovo ucciso il 7 dicembre 1863 presso Montefalcone (BN)
419. Spinelli Francesco Castelnuovo fucilato il 29 settenbre 1863 in San Marco in Lamis
420. Spinelli Beniamino Luogosano (AV) fucilato il 25 aprile 1862 in Ascoli
421. Staffa Antonio San Paolo fucilato il 17 gennaio 1863 in San Severo
422. Staffa Salvatore San Paolo fucilato l’8 ottobre 1862 in San Severo
423. Stefania Giuseppe Cagnano ucciso nel tenimento di Cagnano nell’agosto 1861
424. Tancredi Pietro San Marco in Lamis ucciso nel tenimento di San Marco in Lamis il 24 aprile 1862
425. Tantimonaco Michele Vieste fucilato a Vieste il 17 ottobre 1862
426. Tartaglia Matteo Savinello Apricena fucilato ad Apricena nel 1863
427. Tavaglione Giuseppe Rodi fucilato il 23 agosto 1861 a Vico
428. Tavano Pasquale Ragusa ucciso il 24 aprile in tenimento di San Marco in Lamis
429. Tefano Antonio San Marco la Catola ucciso il 24 aprile 1862 presso San Marco in Lamis
430. Tenace Michele San Marco in Lamis ucciso il 24 giugno 1862 presso San Giovanni Rotondo
431. Testa Francesco Torremaggiore fucilato il 12 dicembre 1863 a Benevento
432. Tiritiello Pasquale San Ferdinando ucciso il 24 aprile 1862 presso San Marco in Lamis
433. Tomaiuolo Giovan Battista Terranera Mattinata ucciso nel 1862 a Monte Sant’Angelo
434. Torella Gaetano Torre le Nocelle ucciso in tenimento di San Marco in Lamis il 24 aprile 1862
435. Torraca Matteo Monte S. Angelo ucciso il 24 aprile 1862 presso San Marco in Lamis
436. Torsinonsino Cosmo San Giovanni Rotondo fucilato in Ischiatella l’8 gennaio 1862
437. Torzillo Vincenzo Laviano (SA) ucciso il 18 dicembre 1861 in Ascoli
438. Tosano Tommaso Troia fucilato a Biccari il 24 giugno 1862
439. Tosches Nicola Maria Casalvecchio ucciso a Casalvecchio il 14 settembre 1861
440. Totaro Antonio Monte S. Angelo fucilato il 4 aprile 1863 in San Marco in Lamis
441. Tranasi Gianbattista Ischitella ucciso ad ischitella il 30 dicembre 1861
442. Travisani Vitantonio Laviano fucilato il 18 dicembre 1861 in Ascoli
443. Tricarico Vincenzo Gabriele San Marco in Lamis ucciso ad Apricena il 26 marzo 1863
444. Troiano Pasquale Monte S. Angelo ucciso il 24 aprile 1862 presso San Marco in Lamis
445. Tronca Paolantonio Celenza fucilato a Benevento il 12 dicembre 1863
446. Trotta Francesco Monte S. Angelo fucilato a Vieste il 5 ottobre 1862
447. Tufarolo Antonio San Marco la Catola fucilato in San Marco la Catola il 5 luglio 1862
448. Tullo Francesco Palo del colle?
449. Turco Angelo San Marco in Lamis ucciso presso San Marco in Lamis 24 aprile 1862
450. Tusano Felice Casalvecchio ucciso a Casalvecchio il 14 settembre 1861
451. Tusiani Luigi Torremaggiore ucciso il 7 dicembre 1863 presso Montefalcone (BN)
452. Tutalo Giuseppe San Marco la Catola fucilato il 14 luglio 1862 a Castelnuovo
453. Valente Michele Gambatesa fucilato il 26 gennaio 1862 in Lucera
454. Valentino Angelo Zapponeta fucilato in Ascoli il 19 dicembre 1861
455. Varanelli Gianbattista Fittariello Celenza ucciso il 22 ottobre 1863 presso San Bartolomeo
456. Vardaro Giovanni il Gagliardo Celle ucciso il 12 settembre 1861 presso Roseto
457. Vecera Michele lo Spietato Vico ucciso a Vico il 22 ottobre 1863
458. Venditti Nicola Maria Pietramontecorvino fucilato il 5 luglio 1862 in Castelnuovo
459. Villani Michele Casalnuovo fucilato a Castelnuovo nel settembre 1861
460. Villani Angelo Raffaele Recchiomozzo San Marco in Lamis ucciso a S. M. in Lamis il 17 ago. 1863
461. Villani Leonardantonio San Marco in Lamis ucciso a San Marco in Lamis il 21 marzo 1863
462. Vincitorio Giovanni Fiore San Marco in Lamis fucilato a San M. in Lamis il 28 giugno 1862
463. Vincitorio Giuseppe Antonio San Marco in Lamis fucilato a S. M. in Lamis il 28 giugno 1862
464. Vinnolo Rocco Anzan fucilato il 19 dicembre 1861 in Ascoli
465. Virgilio Agostino Montefalcone (BN) ucciso il 22 ottobre 1863 presso San Bartolomeo
466. Vitagliano Nicola Casalnuovo fucilato a Casalnuovo il 16 luglio 1861
467. Vitale Diodato Apricena fucilato a San Severo il 24 giugno 1863
468. Vitale Michele Ururi ucciso il 18 marzo 1863 nei pressi di Ripalta
469. Vocino Luigi Inferno Apricena ucciso ad Apricena il 4 marzo 1863
470. Volpe Berardino Cagnano fucilato il 10 agosto 1862 in San Marco in Lamis
471. Volpe Nicola Cagnano ucciso nel tenimento di Cagnano nell’agosto 1861
472. Volpe Lorenzo Monteleone fucilato a Panni il 22 febbraio 1863
473. Volpi Donato Castiglione fucilato il 19 dicembre 1861 in Ascoli
474. Voto Gianbattista Ischitella ucciso in c.da Isola Varano agro di Ischiatella il 18 genn.1862
475. Zaccaria Domenico Trecennato San Paolo fucilato a San Paolo il 5 febbraio 1863
476. Zappatore Francesco Torremaggiore fucilato a Torremaggiore il 30 giugno 1863
477. Zeni Giacomo Tiriolo (CZ) fucilato il 1° giugno 1862 a Serracapriola
478. Zenoli Giovanni Tiriolo (CZ) fucilato il 1° giugno 1862 a Serracapriola
479. Zullo Francesco Agnusdei Casalnuovo fucilato il 31 agosto 1861 a Volturino

Ricerca del Dott. Giovanni Saitto, pubblicata sul libro “La Capitanata, fra briganti e piemontesi” elenco, in ordine alfabetico, degli insorgenti (cosiddetti briganti, secondo l’agiografia risorgimentale) “giustiziati”, nei primi anni successivi all’unità, in terra di Capitanata o ivi definitivamente catturati e poi giustiziati in altra provincia. La ricerca del Dott. Saitto è veramente encomiabile per la dovizia di dati raccolti inerenti le generalità delle vittime, sulla loro provenienza e sul luogo dell’esecuzione. Certo questo elenco di ca. cinquecento insorgenti non può considerarsi esaustivo, giacchè il numero complessivo dovrebbe superare le duemila unità ( nella sola Capitanata!) secondo altri ricercatori attualmente impegnati in tali studi, ma è comunque un buon inizio per ricostruire la vera memoria storica. Ma l’occhio non può non cadere sulle date delle esecuzioni, alcune troppo vicine a quella dell’unità. Quando si legge maggio, giugno o luglio del 1861, non si può non pensare a ragazzi sbandati e renitenti alla nuova leva. Quando poi si ritrovano nomi di ragazze . . . non si può che INORRIDIRE! Riprendiamo a questo punto un passo di “Per chi suona la campana”, lo riteniamo utile………” tutte queste vittime non sono mai state ricordate. Non c’è un solo cimitero in tutta la penisola , non una via, un vicolo, che riporti con una semplice lapide al ricordo di questi giovani martiri . .” A tutti loro vanno i rintocchi della campana.

LA DIFFICOLTÀ DI RICONOSCERE UN GENOCIDIO

Nessuno metterebbe in discussione un dogma nazionale tanto radicato nella nostra Cultura se non ci fossero prove, ormai evidenti, di un altro Risorgimento occultato, fatto di dolore, di crudeltà, di ferocia, ma soprattutto di fango. L’altra faccia di un’epopea i cui protagonisti principali furono partigiani ante litteram, briganti e banditi, milioni di innocenti a cui furono strappate, nel giro di pochi mesi, identità e dignità. Una storia rimossa dai libri, cancellata dalle coscienze, epurata dei ricordi per non scalfire l’immagine di chi credette, forse in buona fede, chissà, di combattere per unire un popolo, e che invece si ritrovò a salvaguardare gli interessi di una ristretta élite, causando un grave mutamento economico-culturale attraverso cui furono gettate le basi per il totalitarismo che devastò l’Italia e l’Europa nel XX secolo.
Era la primavera del 1860. Erano passati più di settecento anni dalla notte di Natale del 1130, da quando il normanno Ruggero II di Altavilla, dopo aver sconfitto gli arabi e con l’appoggio di papa Anacleto II, divenne re di Sicilia, Puglia e Calabria dando vita al terzo stato più grande d’Europa, unificato, nel 1815, da Ferdinando II di Borbone. Seicento Natali e più erano invece trascorsi dalla salita al trono di Federico II di Svevia.
Il paese di Federico II era avanzato sotto ogni punto di vista intellettuale, artistico e politico. Era il centro del mondo, il catalizzatore di culture diverse tra loro, con una popolazione che parlava tre lingue, il latino, il greco e l’arabo e seguiva in pace fedi religiose differenti tra loro.
Con l’Università di Napoli era stato fondato il più importante polo culturale d’Europa e del Medioevo, un punto d’incontro tra le tradizioni greca, araba ed ebraica. Fu proprio a Napoli, infatti, che nacque la Scuola poetica Siciliana, una corrente filosofica-letteraria che dette vita alla lingua romanza, mezzo secolo prima della Scuola Toscana. Il fior fiore della Cultura e dell’Arte, si è detto, con la più alta percentuale di medici per abitanti e la più bassa percentuale di mortalità infantile d’Italia.
Dopo Federico II, il Mezzogiorno visse un periodo di prosperità con i Borbone, famiglia alla quale appartennero sovrani quali Enrico IV, detto anche Enrico il Grande, e Luigi XIV, Le Roi Soleil, grandi protagonisti della Storia d’Europa.
Nel 1737 era stato creato il Teatro di San Carlo, il primo teatro lirico sul globo terrestre, e negli stessi anni istituita la prima cattedra di Economia al mondo. Furono costruiti castelli, fortezze, rocche, palazzi, luoghi di culto, ed emanate le prime leggi alla cui redazione lavorò Pier delle Vigne, il più grande maestro dell’Ars Dictandi. Venne realizzata la Napoli-Portici, il primo tratto di Ferrovia nel nostro Paese, aperto il primo istituto per sordomuti, creata la prima compagnia di navigazione a vapore di tutto il Mediterraneo e persino la prima fabbrica italiana per operai.
La Storia ci racconta che, nella notte tra il 5 e il 6 maggio 1860, Garibaldi partì da Quarto alla volta del Regno Duosiciliano a capo di un esercito di mille volontari, che poi mille non erano. Con l’occupazione di Palermo, il generale si ritrovò circa ventimila uomini al suo seguito, per lo più stranieri e malavitosi al soldo della criminalità organizzata e pertanto ben foraggiati di armi e denaro, con i quali si mosse verso Napoli distruggendo tutto nel suo avanzare trionfante: Calatafimi, Milazzo, Palermo, Messina, Siracusa, Reggio, Cosenza, Salerno, Napoli. Obiettivo: scacciare i Borbone ed unificare l’Italia. Questo è ciò che ci è stato insegnato. Ed in effetti… tutto fu distrutto. Quello che non ci è stato detto, invece, è che il Regno delle Due Sicilie fu conquistato con la forza e pagato con il sangue di chi, in quelle terre, ci viveva in pace. Giuseppe Garibaldi nasce a Nizza da genitori liguri. A quattordici anni decide di arruolarsi come mozzo, deludendo le aspettative del padre che lo voleva dedito alla carriera di medico o avvocato. Dopo qualche decennio di esperienza sui mercantili, approda in sud America partecipando in prima persona alle guerre di indipendenza. Imprese che faranno la sua formazione e gli regaleranno l’appellativo di eroe dei due mondi. Tornato in Italia, Garibaldi si avvicina ai movimenti patriottici europei ed italiani ed entra in contatto con Giuseppe Mazzini. Fu per scongiurare una reazione delle forze cattoliche davanti ad una possibile invasione degli Stati ancora appartenenti alla Chiesa, reazione che avrebbe distrutto la politica di Cavour – all’epoca presidente del Consiglio dei ministri – che il condottiero fu distratto dai suoi obiettivi internazionalisti e coinvolto in quella che avrebbe dovuto essere inizialmente l’annessione del Regno delle Due Sicilie al Piemonte e alla Lombardia. I suoi ideali di libertà ed indipendenza, ma non solo quelli, lo spinsero a condurre la spedizione dei Mille in direzione Marsala, e ad assumere, in quel di Salemi, la dittatura in nome di Vittorio Emanuele II, il quale desiderava, più che l’unificazione nazionale, pagare i debiti contratti dal Piemonte.
“O la guerra o la bancarotta“ scrisse Pier Carlo Boggio, deputato alla Camera del Regno di Sardegna e braccio destro del Conte di Cavour
Vani furono gli sforzi di Re Francesco II per contrastare l’avanzata che coinvolgerà buona parte degli Stati della penisola. L’ultimo baluardo borbonico a cadere, dopo Messina e Gaeta, fu la fortezza di Civitella del Tronto. Venne espugnata il 20 marzo 1861, tre giorni dopo l’incoronazione di Vittorio Emanuele II, a Re d’Italia.
Quel 1860 arrivò pertanto come una maledizione. Furono cancellate dal Regno le istituzioni politiche e sociali, sventrato completamente il tessuto industriale e mercantile per favorire la crescita di un nord in miseria ed affamato, e senza alcuna attività economica avanzata. Depredato l’oro e l’argento del Banco di Napoli e del Banco di Stato di Sicilia – le casse contenevano circa 400 milioni di lire, una cifra impressionante per quell’epoca – smontati i macchinari di officine e industrie manifatturiere, meccaniche, cantieristiche, minerarie, siderurgiche, militari e ferroviarie e trasportati nei territori di Terni, La Spezia, Genova, Torino, Milano, Brescia e Bergamo. Tutto razziato per pagare i debiti del Piemonte e per finanziare patrimoni privati. Sparirono in un colpo ministeri, ambasciate, la Zecca; 30mila posti di lavoro cancellati da un giorno all’altro. Furono annullati tutti gli accordi di scambio tra il regno borbonico e l’estero, costretto il sud ad importare dal nord, ma non viceversa, tanto che la lana abruzzese fu rimpiazzata con quella neozelandese. Fu introdotta la tassa sul macinato e persino per mangiare un agnello del proprio allevamento bisognava pagare un dazio. 22 nuove tasse introdotte contro le precedenti 5 imposte dai Borbone. Dulcis in fundo, il meridione, ormai in ginocchio, dovette accollarsi anche le spese di guerra.
5.212 condanne a morte, 500.000 persone arrestate, 62 paesi rasi al suolo, fucilazioni di massa, contadini morti di fame perché veniva impedito loro di recarsi nei campi a procurarsi del cibo, violenze disumane e stupri efferati dei quali vi risparmio i crudeli ed orripilanti dettagli.
O si moriva di stenti o si finiva ammazzati e spesso la seconda scelta appariva quella meno dolorosa. Un’alternativa era quella di darsi al brigantaggio.
40mila deportati, delinquenti insieme ad innocenti, uomini di chiesa, contadini, intellettuali, ex soldati dell’esercito borbonico, civili accusati di brigantaggio, prigionieri politici, ex garibaldini disertori, lasciati morire deliberatamente di fame, sevizie, maltrattamenti inenarrabili, segregati in campi di concentramento ante litteram dove la temperatura era quasi sempre sotto lo zero. A Fenestrelle, 1.350.000 mq di struttura a 2000 metri di altezza sulle Alpi Cozie, vennero smontati i vetri e gli infissi per rieducare con il freddo polare i prigionieri.
Vi entrarono in migliaia. E in migliaia scomparvero nel nulla, forse disciolti nella calce viva per cancellarne il ricordo e la memoria. Di tale obbrobrio non vi sono prove ufficiali, e gli autori revisionisti che hanno definito Fenestrelle un campo di concentramento hanno incontrato un fervido quanto improbabile debunking a smentire ogni tesi, ma presso lo Stato Maggiore dell’Esercito si conservano 150.000 pagine, 140 dossier, che contengono la verità, ancora e stranamente protetta dalla censura di guerra. Dopo oltre 150 anni. (Fonte: “Le stragi e gli eccidi dei Savoia: Esecutori e mandanti” di Antonio Ciano). Neppure l’interpellanza parlamentare del senatore Angelo Manna, il 25 settembre 1990, è riuscita ad accendere i riflettori sui crimini del Risorgimento.
Tacciati di inciviltà e bollati come selvaggi, gli abitanti del Sud, definiti una razza inferiore, dovevano essere annientati. Il folle disegno era appoggiato dalla ‘alta scuola’ del criminologo Cesare Lombroso, medico, antropologo, sociologo, filosofo e giurista – un genio insomma – sostenitore accanito delle follie teoriche della Frenologia che, visitando la Calabria per poche settimane, si convinse di conoscere tutto sui meridionali. Grazie inoltre ad una legge promossa dall’aquilano Giuseppe Pica, che il 15 agosto 1863 introdusse il reato di brigantaggio, fu resa legale ogni forma di violenza e permesso che un tribunale militare giudicasse, senza cognizione di causa, chiunque e senza un regolare processo. Chi si ribellava veniva seviziato e alla fine sepolto vivo e senza alcuna lapide affinché non vi fosse traccia dei crimini compiuti.
Il caso più eclatante accadde a Bronte, nel catanese. Sperando nelle terre promesse da Garibaldi e nell’aiuto dei Mille, in paese scoppiò una sommossa di contadini. Garibaldi inviò Bixio a reprimerla, e con un processo sommario durato poche ore, che si risolse con l’esecuzione di 150 cittadini tra cui il sindaco del paese, completamente innocente, e persino un giovane demente.
A Gaeta, negli anni ’60, durante gli scavi per la costruzione di una scuola media, furono rivenuti 2000 cadaveri di soldati borbonici e persone comuni. E chiuso ancora una volta il sipario. Mezzo milione di persone sparite, volatilizzate, e paesi interi come Contessa Entellina, Ustica, Cefalù, Corleone, Palazzo Adriano, Trabia, Gibellina, Vallelunga, Alia, Sambuca, Gibellina, Caccamo, Bisacquino, svuotati dei loro abitanti. (Fonte: Storia vera e terribile tra Sicilia e America di Enrico Deaglio)
O briganti o emigranti!
Dal 1870 al 1913, furono imbarcati sui velieri diretti al ‘nuovo mondo’, chi con la forza e chi con l’inganno, milioni di italiani per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero e nei campi di cotone al fine di rimpiazzare i neri finalmente liberati. Una delle più grandi truffe perpetrate ai danni di una popolazione intera dai governi moderni. Lì, ad accoglierli, miseria, soprusi, fatica e linciaggi a morte.
O briganti o emigranti era il motto. In effetti, di armate brigantesche post-unitarie ne nacquero a centinaia, appoggiate incondizionatamente dalle popolazioni civili, e alla cui ferocia l’esercito sabaudo rispose con brutali rappresaglie che colpivano familiari fino al terzo grado di parentela. Solo in Abruzzo, terra che non fu risparmiata dall’eccidio, se ne contavano 39 di bande.
Quando il governo sabaudo cominciò ad avere difficoltà a placare le sommosse che scoppiavano continuamente nelle prigioni, sorvegliate ormai dalle poche truppe restanti al nord, poiché la maggior parte era concentrata a reprimere il brigantaggio nel meridione, fu decisa una sorta di “soluzione finale”: la deportazione dei prigionieri in un’isola portoghese in mezzo all’Oceano Atlantico. Al rifiuto del Portogallo, i sabaudi tentarono di trovare accordi con altri governi, in particolare con l’Argentina per la concessione della Patagonia, un territorio desertico e totalmente inospitale che avrebbe dovuto ‘accogliere’ i prigionieri, ma fortunatamente il piano non poté essere attuato.
Sette secoli di splendore andati perduti
Il piemontese Alessandro Bianco di Saint Jorioz, capitano nel Corpo di Stato Maggiore Generale che prese parte alla distruzione del Regno delle Due Sicilie scrisse: “Ero convinto di combattere la povertà dei coloni agricoli, la rapacità e la protervia dei nobili, l’ignoranza turpe, la superstizione, il fanatismo, l’idolatria, la sregolatezza dei costumi, l’immoralità, le corruttele di impiegati, magistrati e pubblici funzionati, la rapina, il malversare. Insomma: il male. Questo, mi avevano raccontato, era il Sud. Quel popolo invece era, nel 1859, vestito, calzato, industre, con riserve economiche. Il contadino possedeva una moneta. Egli comprava e vendeva animali; corrispondeva esattamente gli affitti; con poco alimentava la famiglia, tutti, in propria condizione, vivevano contenti del proprio stato materiale. Adesso è l’opposto».
Un divario fra Nord e Sud tuttora non sanato e cominciato proprio con l’Unità d’Italia. Un declino inarrestabile che inizialmente sembrò trovare sollievo grazie all’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno, definitivamente chiusa nei primi anni ’90, ma che finì di incrementare la criminalità organizzata.
Questa è l’altra faccia del Risorgimento, quella che si deve tacere per evitare di essere politicamente scorretti. Un genocidio cancellato non soltanto dai libri di Storia ma anche dalla coscienza collettiva; un’onta talmente infamante che il figlio stesso di Garibaldi, Ricciotti, venuto a conoscenza dei fatti, si schierò dalla parte dei briganti. La pronipote Anita, durante la trasmissione Porta a Porta condotta da Bruno Vespa, conferma il fatto: ”Mio nonno si indignò talmente tanto dello sfruttamento del Meridione da parte della nuova Italia, che andò a combattere con i briganti”.

Vorrei contribuire, con quelle che sono le mie conoscenze, ricavate da letture e da lunghe ricerche personali e approfittando della potenza di divulgazione dei nuovi mezzi di comunicazione, a ridisegnare i contorni di un genocidio che meriterebbe almeno un giorno di commemorazione e che sancirebbe la vera unità della nostra gente, da nord a sud. Sono i silenzi storici e le verità negate che frammentano i Paesi e fomentano rancori tra le popolazioni.
Accendere i riflettori su una realtà storica insabbiata è un atto di democrazia o, se mi è consentito, di onestà intellettuale. Gli eroi a cui intitolare piazze, ponti e strade sono certamente altri.

di Alina Di Mattia tratto da il faro 24.it/il-mito-di-garibaldi-e-il-risorgimento-che-non-abbiamo-mai-studiato/

I PREGIUDIZI UNITARI: L’INFERIORITA’ MORALE DEL SUD E LA CUPIDIGIA BORBONICA

Il Regno delle Due Sicilie, dal 1816, è durato circa 125 anni, inframmezzati dal cosiddetto decennio francese (1806-1815). Ebbe termine con l’Unità, con tutte le ricadute sociali ed economiche per le sue popolazioni.
Il risultato conseguito avvenne con modalità criticabili, come la propaganda antiborbonica e antimeridionalista che, subito dopo la nascita del nuovo Stato, fu ingenerosamente orchestrata nei confronti di un regno, che, accanto ai suoi innegabili e gravi difetti, aveva avuto notevoli pregi e conseguito diversi primati.
Si volle presentare l’Italia Meridionale come un territorio arretrato e feudale, retto da una monarchia reazionaria e incapace, da denigrare e ridicolizzare: ciò forse per giustificare l’annessione al Piemonte e poi con il brigantaggio, per dare un senso alle azioni repressive esercitate con estrema durezza. Quest’atteggiamento dello stato unitario continuò a manifestarsi per lungo tempo, anche nei primi decenni del Novecento, e contribuì, anche psicologicamente, a far aumentare il divario economico tra il Mezzogiorno e il resto del Paese, ancor oggi drammaticamente esistente.
I molti primati, di natura tecnica, che furono conseguiti dallo Stato borbonico, sono un’innegabile realtà che dovrebbero scalfire i tanti pregiudizi negativi che si sono accumulati a svantaggio di un regno che, pur con le sue gravi pecche, non fu peggiore di diversi altri stati pre-unitari del nostro Paese.
All’accusa che spesso si rivolge alla monarchia borbonica di aver tesaurizzato grandi ricchezze e di non averle utilizzate per elevare le precarie condizioni di vita delle popolazioni del Mezzogiorno, si potrebbe contrapporre quella, rivolta ai governi di impronta piemontese, i quali, anziché incamerare nel 1860 quelle ricchezze per risanare i loro precari bilanci, avrebbero potuto e dovuto utilizzarle per migliorare le condizioni delle nuove province di cui essi stessi ne denunciavano l’arretratezza. Il regno borbonico fu concepito come stato indipendente dopo i lunghi periodi di dominazione straniera sotto i vicerè spagnoli (1503-1707) e austriaci (1707-1734). Nel suo sviluppo si possono idealmente individuare almeno tre distinti periodi. Il primo comprende il regno di Carlo, il quale, salito al trono nel 1734, vi rimase fino al 1759 (quando divenne Re di Spagna con il nome di Carlo III) e la prima parte del regno di Ferdinando (IV di Napoli e III di Sicilia) estesa fino al 1799, quando il Re fu costretto a un breve esilio a Palermo a seguito del costituirsi a Napoli della Repubblica napoletana (durata dal gennaio al giugno di quell’anno). Il secondo periodo va dal 1799 al 1830 e comprende la seconda parte del regno di Ferdinando (divenuto nel 1816 Ferdinando I, Re delle Due Sicilie), morto nel 1825 e quello del suo successore Francesco I, morto a sua volta nel 1830; il periodo è inframmezzato dal cosiddetto decennio francese (1806-1815). Il terzo periodo comincia con l’ascesa al trono di Ferdinando II (1830) e comprende il breve regno di Francesco II, subentrato nel 1859 alla morte del padre, fino alla conquista piemontese del 1860. Nel l primo periodo, Carlo III fu un sovrano illuminato che condusse una considerevole opera riformatrice, consolidando l’indipendenza del Paese; ne modernizzò le strutture, ridimensionò lo strapotere dei baroni e contenne quello della Chiesa. In questa opera egli si giovò dell’aiuto del toscano Bernardo Tanucci (1698- 1783), che fu suo uomo di fiducia, ricoprì diverse cariche governative e continuò a esercitare la sua positiva influenza come presidente del consiglio di reggenza, insediatosi durante la prima parte del regno di Ferdinando, salito al trono a soli nove anni di età. Durante tutto il periodo il Paese, che formalmente era suddiviso in due regni, quelli di Napoli e di Sicilia, ebbe un grande sviluppo, notevole specialmente se si tien conto dello stato di grave precarietà in cui esso inizialmente si trovava. Grandi opere pubbliche trasformarono Napoli affancandola alle altre capitali europee; le scoperte di Pompei ed Ercolano ebbero un’influenza enorme sulla cultura mondiale e contribuirono, insieme ad altre attrattive del Paese, a incrementare le arti e un turismo di eccezionale rilievo. La Capitale divenne il centro di studi filosofici, economici e finanziari e sede di un movimento che si sviluppò ad armi pari con i più progrediti ambienti dell’Illuminismo europeo. Giambattista Vico (1668- 1744), Pietro Giannone (1676-1757), Bartolomeo Intieri (1678-1757), Celestino Galiani (1681-1753), Antonio Genovesi (1713-1769), Ferdinando Galiani (1728- 1787), Gaetano Filangieri (1752-1788), sono solo alcuni dei pensatori, degli economisti, degli studiosi che fecero di Napoli uno dei più importanti centri del rinnovamento culturale. Il Genovesi fu, nel 1755, il primo in assoluto a ricoprire una cattedra universitaria in Economia.
Fu costruita la Reggia di Caserta, con il collegato Acquedotto Carolino, da ritenere un capolavoro di ingegneria idraulica, di circa 38 km, lungo il cui percorso si estendevano giardini e tenute reali destinate sia allo svago che a fini produttivi ; lo sviluppo agricolo, edilizio, industriale, manifatturiero dell’area casertana divenne una delle maggiori attrattive dello stato.
L’esercito, e particolarmente la marina, furono riorganizzati ed ebbero un ruolo importante nel tenere alto il prestigio del Paese. La seconda disponeva di una flotta tra le più potenti dell’epoca, che controllò per un certo periodo il Mediterraneo occidentale, senza sfigurare nei confronti delle marinerie inglese e spagnola, esercitando tra l’altro la funzione di opporsi alla dilagante pirateria: essa fu la prima a dotarsi di truppe da sbarco ben addestrate (marines). Un gioiello architettonico di grande rilievo fu il Teatro San Carlo, progettato a partire dal 1736, costruito dal marzo 1737 all’autunno dello stesso anno. Nel 1738 furono iniziati i lavori per il Palazzo di Capodimonte, destinato a ospitare le collezioni d’arte, nel 1751 fu avviata la costruzione del Real Albergo dei poveri, un immenso edificio da impiegare per ospitare orfani abbandonati, vagabondi, mendicanti, scuole di arti e mestiri per i più poveri. Vennero create fabbriche per la produzione di articoli di lusso come una manifattura di arazzi, una di pietre dure, e infine, la più importante, quella famosa delle ceramiche di Capodimonte. L’antistoricità del governo borbonico è solo retorica unitaria. Il riformismo napoletano non adottò in toto il modello dei i filosofi inglesi, che mirava alla formazione di un universo di proprietari esclusivi, e di un numero di esclusivi nullatenenti elevato all’ennesima potenza. La secolare fedeltà dei contadini verso i Borbone prova la giustezza del modello borbonico, ispirato alle riflessioni di Antonio Genovesi e Gaetano Filangieri.
Il secondo periodo comincia subito dopo la fine della repubblica napoletana del 1799, che rappresentò una discontinuità nello sviluppo dello Stato; per la repressione di frange contrarie alla monarchia. Fu inframmezzato dai regni dapprima di Giuseppe Bonaparte (1806-1808) e poi di Gioacchino Murat (1808-1815): il decennio francese, da essi rappresentato, risultò positivo per gli interventi sull’economia che ricevette una forte spinta in senso borghese e produsse una modernizzazione della società. Dopo la restaurazione, fino alla morte di Ferdinando I, avvenuta nel 1825, e durante la breve parentesi di Francesco I durata fino al 1830, il regno, pur rispettando molte delle innovazioni apportate dai francesi, non tornò più ai livelli di sviluppo sociale e culturale che aveva vissuto nel Settecento. Si trattò di un periodo in cui si badò più che altro a gestire l’ordinaria amministrazione.
Il terzo periodo si identifica quasi completamente con il regno del nuovo sovrano Ferdinando II (1830-1859), il quale, pur nell’ambito di un modello assolutistico del potere, adottò una politica di incoraggiamento dell’economia. Investì in infrastrutture, nei cantieri navali, nelle bonifiche delle aree paludose in varie zone del Regno. Promosse un notevole sviluppo industriale del Paese: le Officine di Pietrarsa, che erano il maggior complesso industriale italiano dell’epoca.
Nel decennio 1830-1840, il Regno delle Due Sicilie fu insomma tutt’altro che un paese arretrato, privo di ogni forma di sviluppo come è stato descritto nel seguito dai vincitori; esso ebbe infatti dei sussulti positivi persino negli anni immediatamente precedenti alla sua fine. Ma negli anni ‘40 imboccò un periodo travagliato, specialmente dopo che i moti rivoluzionari del 1848 che rafforzarono la visione assolutistica del Sovrano, portato prima a concedere e poi a ritirare la costituzione. Lo stato fu spinto verso un isolamento sempre maggiore il cui epilogo si ebbe nel corso dei noti avvenimenti del 1860. Le forze armate e la stessa marina si macchiarono di tradimenti, di trame e complotti che contribuirono al disfacimento del Regno. Il Re Francesco II, appena insediato, fu abbandonato dalle potenze europee e, dopo l’epica resistenza di Gaeta, fu costretto a lasciare il Paese.
La Repubblica Partenopea, il regno dei Napoleonidi e lo Stato italiano, rifiutando il riformismo, innescano uno dei fondamenti della Questione meridionale, quello che è costato più sangue e più lacrime, la povertà contadina.
Non v’è dubbio che l’unificazione politica della penisola italiana ha prodotto un risultato disastroso per le popolazioni del sud e delle isole. Il carattere coloniale dello Stato nazionale fu evidente sin dalla Dittatura di Garibaldi. La creazione di uno Stato borghese, fondato sulle eguaglianze economiche contemplate dal diritto civile può sembrare un passo avanti, ma, in mancanza dello sviluppo industriale, fu un passo indietro per l’equilibrio fra le classi sociali e per l’equa divisione del prodotto interno. L’eguaglianza giuridica dei cittadini, o meglio dei soggetti di diritto, la degradazione degli aristocratici a borghesi venne compensata economicamente, permettendo ai baroni di far passare (o di acquistare per pochi soldi, o sgraffignare sottobanco) i beni assoggettati a diritti promiscui (con i contadini) come beni in piena proprietà (terre). Questo, per non parlare del passaggio in mano privata dei beni ecclesiastici. Gli antichi diritti dei contadini non ebbero, alcun compenso. Si ebbe una versione meridionale della questione della povertà, al fine di delineare la nascita del proletariato, dei nullatenenti, nella mirabolante liberazione dell’uomo-contadino feudale realizzata ad opera dello Stato di diritto. Per giustificare sé stessa, la borghesia meridionale ha cancellato la storia del paese, o peggio ha trasformato in negativo ciò che era positivo (i Borbone, il Cardinale Ruffo, il brigantaggio, etc), ed essendo la classe addetta alla gestione del sapere e all’alfabetizzazione interclassista, è riuscita nell’opera di mettere sugli altari il nemico della nazione; ha costruito altresì dei miti autolesionisti, tipo quello che porta in cielo un incosciente e ambiguo artefice dell’unità, come Garibaldi, o come la Juventus, specchio di ogni imbroglio circa il primato torinese.

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La Guerra tra Italiani

Proibita la caccia, proibito andare nei boschi, proibita la pastorizia, obbligo di abbattere entro 48 ore gli stazzi e le capanne nei boschi. Condanna a morte “con rito sommario” anche per “gli spargitori di voci allarmanti”; per chi inducesse “i villici” al lamento, alla protesta; per chi insultasse il ritratto del Re, lo stemma dei Savoia e la bandiera italiana. A morte chi vede un brigante e non lo denuncia, chi gli presta qualsiasi forma di aiuto o indicazione. Come dire: “Se obbedisci al brigante, ti uccidiamo noi; se non obbedisci, ti uccide lui”.

In Calabria, il maggiore piemontese Pietro Fumel, noto torturatore, condannava a morte, poi annotava di aver fatto fucilare “trecento briganti e non briganti”.
Ordinò ai proprietari di bruciare i pagliai, di murare e scoperchiare le case isolate, di abbattere gli animali, di chiudere tutti i forni di campagna: niente più pane.
Sennò? Faceva incendiare tutto lui, e chi non aveva obbedito veniva fucilato.

Un pastorello di 17 anni, che non capiva le domande

dell’ufficiale che lo interrogava, fu “giustiziato” come brigante perché trovato a calzare “scarpe in dotazione all’esercito sardo”.
Garibaldi aveva promesso ai contadini del Sud l’assegnazione delle terre demaniali, ma il nuovo Stato italiano, oltre a non mantenere la promessa, li aggredì con le vessazioni anti-brigantaggio accennate, con una tassazione esosa e con coscrizioni militari obbligatorie per almeno cinque anni, che toglievano braccia al lavoro dei campi e senza deroghe per motivi familiari.
La pseudo Unità d’Italia realizzata “a spese del Sud” non debellò
il brigantaggio, ma lo generò “quale fioritura opportunistica di delinquenti in una stagione di grande illegittimità e confusione”; come guerra civile, fra i “cafoni” derubati delle terre demaniali già liberamente coltivabili nel regno dei Borbone e i “galantuomini”
voltagabbana che le avevano usurpate con licenza dei piemontesi; e come guerriglia di resistenza di ex militari napoletani, patrioti e cittadini che non accettavano la fine delle libertà, del relativo benessere e dei diritti goduti (e solo con l’invasione scoperti) sotto il re Francesco II, e l’avvento di un regime di terrore, di spoliazione
e arbitrio, instaurato nel Mezzogiorno da occupanti che parlavano francese o dialetti mai uditi.
Vincenzo Padula, liberale e favorevole alla causa unitaria, scrisse nel libro “Calabria. Prima e dopo l’unità”: “Finora avevamo i briganti, ora abbiamo il brigantaggio;
tra l’una e l’altra parola corre grande divario. Vi hanno briganti quando il popolo non li ajuta, quando si ruba per vivere o morire con la pancia piena; e vi ha il brigantaggio quando la causa del brigante è la causa del popolo”.
E’ stato stimato che a opporsi in armi al nuovo regime furono dagli 80.000 ai 135.000 meridionali definiti briganti; e che almeno altrettanti si prestarono a sostenerli, rifornirli, spiare per loro; e potevano farlo perché avevano l’appoggio di buona parte della popolazione.