Il Demanio e gli Usi Civici

Il diritto napoletano introdusse una netta distinzione nella “publica civitatum” (proprietà pubblica). Furono chiamati “patrimoniali” i beni che la Pubblica Amministrazione possedeva come propria dotazione (immobili, navi da guerra, ambasciate, ecc); “demaniali” i beni pubblici, disponibili all’uso immediato della collettività nazionale (boschi, strade, fiumi, ecc). Il termine “demanium”, di derivazione medioevale (indicava i beni posseduti dal nobile, in quanto tale, per esprimere lo splendore della sua dignità), nella giurisprudenza napoletana (sviluppatasi fin dal XVI secolo), venne quindi a significare “terra libera”. Furono detti demani universali quelli statali/comunali, la cui proprietà e l’uso appartenevano a ogni singolo cittadino; demani feudali quelli derivanti dalle proprietà conferite alla nobiltà per l’esercizio delle proprie funzioni. L’istituto degli “Usi Civici” del Regno delle Due Sicilie, garantiva il libero uso per tutti i cittadini delle terre del demanio per piantare, coltivare, pascolare greggi, far legna nei boschi.
La giurisprudenza degli Usi Civici è tutta propria del Diritto Napoletano ed è ritenuto una gloria del diritto italiano, per il suo carattere liberale che la differenziava di gran lunga da quelle di Francia e Germania. A seguito dell’invasione napoleonica, insediatosi sul trono Gioacchino Murat, fu promulgata il 2 agosto 1806 la legge per abolire la feudalità, ma non gli usi civici: le popolazioni conservarono tutti i diritti. Il 20 settembre 1836 Ferdinando II di Borbone, riconfermò gli Usi Civici con una “Prammatica” in cui si affermava: “… Doversi presumere usurpato in danno del demanio comunale tutto quel territorio che non si trovasse compreso nel titolo d’infeudazione;” [si doveva cioè considerare occupato abusivamente dai feudatari (e/o dai municipi) tutto il terreno non espressamente patrimoniale); “di doversi considerare come libera ogni terra posseduta dai privati o dai Comuni, finché non si fosse dal feudatario giustificata una servitù costituita con pubblici istrumenti; (si noti che è il feudatario, nobile o municipio, a dover dimostrare la proprietà della terra e non il colono o chi la coltivava gratuitamente per se). “di doversi consolidare la proprietà dell’erbe e quella della semina, compensando l’ex feudatario mediante un canone redimibile ove apparisse aver egli riserbato il pascolo in suo favore. (Anche quest’altro passaggio è significativo: nel caso si fosse dimostrato che il colono coltivava terre non libere il “feudatario” non poteva scacciare coloro che le avevano coltivate impossessandosi del raccolto e delle “erbe” ma poteva solo pretendere il pagamento d’un affitto.
La legge, in tal modo, salvaguardava il lavoro dei contadini e impediva che venissero privati, d’un botto, dei mezzi di sussistenza. Nel Diritto Napoletano la salvaguardia dei diritti dei più deboli era un principio ispiratore); “di doversi considerare come inamovibili quei coloni che per un decennio avessero coltivate le terre feudali, ecclesiastiche o comunali, e come assoluti proprietari delle terre coloniche sulle quali è loro accordata la pienezza del dominio e della proprietà senza poter essere mai tenuti a una doppia prestazione…” (cioè i coloni che per un decennio avessero coltivato terreni patrimoniali di feudatari, enti religiosi o municipi non potevano essere rimossi, scacciati o costretti a prestazioni servili e dovevano esserne considerati come legittimi proprietari). Nel 1860 giunsero i piemontesi e la “festa” finì: i terreni demaniali furono venduti ai privati, per rastrellare il risparmio del Sud e trasferirlo altrove.
Si crearono nel contempo improduttivi latifondi. Terre, boschi, pascoli e frutteti finirono in mano ai liberali borghesi non “compromessi” con i Borbone. Migliaia di famiglie finirono, dall’oggi al domani, alla fame, senza più alcun sostentamento. Iniziò la più grande diaspora della storia italiana: quella meridionale, che ha costituito, e continua a costituire, una risorsa enorme per le casse erariali italiane e una fonte di manodopera a basso prezzo per il nord. Perciò è sempre fomentata. Ma questa è un’altra storia!

Ferdinando IV di Borbone, con la Prammatica XXIV De administratione Universitatum del 23 febbraio 1792, nell’intento di farne dei piccoli coltivatori diretti, aveva disposto l’assegnazione ai contadini di appezzamenti di terra nella misura in cui essi potevano coltivarli con la propria opera. Le terre pubbliche venivano concesse in uso a chi le lavorava, per il sostentamento della propria famiglia, dietro pagamento al fisco della cosiddetta decima sul raccolto. Esercitando i cosiddetti usi civici e beneficiando dell’istituto dell’enfiteusi, i contadini erano detentori ed usufruttuari dei terreni demaniali, che restavano però sempre di proprietà dello Stato. Amministrare con giustizia ed equità, tutelare i più deboli, governare con grande responsabilità, efficienza e competenza, furono le prerogative essenziali di tutti i re Borbone, che applicarono puntualmente le norme vigenti nel Regno, con onore e dignità, mirando sempre al conseguimento dell’autentico benessere dei popoli delle Due Sicilie.
Purtroppo, tutto finì nel 1860, allorquando calarono i piemontesi, i quali di «demani» e di «usi civici» non sapevano un bel niente, e, mentre il Governo borbonico non si era mai permesso di alienare i beni demaniali, quello sabaudo lo fece sistematicamente per riscuotere liquidità. Dopo l’unificazione, queste selve vennero in massima parte sdemanializzate e vendute all’asta, per essere acquistate dai soliti loschi speculatori.

Un’altro lato oscuro del Risorgimento: I Carderari.

Tutti abbiamo sentito parlare della Carboneria, il che per una società segreta è quantomeno strano, e si tratta forse dell’unica società segreta al mondo ad avere un commento positivo sui libri di storia, per il ruolo patriottico svolto in preparazione del Risorgimento. Ma chi erano i Carbonari? Le origini della Carboneria sono oscure, si pensa che sia nata alla fine del 700”, modellata sulla falsariga delle Compagnonnage, con una forte affiliazione massonica e illuministica. Dapprima favorevole al messaggio della Rivoluzione Francese, diventa poi acerrima nemica dell’imperialismo francese prima, di Bonaparte poi. La Carboneria patriottica, quella celebrata dai libri di storia e dei ricordi di Mazzini, si sviluppa in Campania agli inizi dell’800” in funzione antibonapartistica, (Giuseppe Bonaparte era Re di Napoli, ed i Borbone, in esilio in Sicilia), Gioacchino Murat, il successivo re di Napoli, si dimostra un abile politico, e riesce ad ingraziarsi la società, così alla sua morte, con la Restaurazione gli amici di un tempo si dividono, e la Carboneria applica una politica antiborbonica che la rende sgradita ai vincitori dell’orco corso.

Proscritta e bandita da tutti gli stati italiani, la Carboneria si espande, e nel 1819, secondo un rapporto di polizia austriaco, conta circa 300.000 iscritti, di cui 200.000 nel regno di Napoli e 60.000 negli Stati pontifici. Tutta Europa conobbe allora forme di organizzazione e di lotta politica di questo tipo: in Russia, le due Società detta l’una del Nord e l’altra del Sud; in Francia, la Carboneria, gli Adelfi e i Filadelfi; in Grecia la Eteria; in Spagna, i Carbonari, i Massoni, i Comuneros. Queste associazioni operavano in segreto ma avevano contatti e canali di comunicazione. Potevano così organizzare moti e insurrezioni contemporaneamente in diversi stati come avvenne nel 1820.

I Carbonari avevano una organizzazione molto rigida, con strutture di comando ben definite. La loro organizzazione era diretta dal centro, da una “grande vendita” di cui facevano parte pochi membri. Gli ordini venivano trasmessi da questa a varie “baracche” o “vendite locali”, composte di venti affiliati, detti anche “cugini”. I “cugini”, all’atto della loro entrata nella Carboneria, erano detti “apprendisti” e conoscevano solo in parte la struttura e gli scopi dell’organizzazione. Dopo un periodo di prova, entravano a far parte del grado superiore, diventando “maestri” . Nella Carboneria vigeva il gradualismo, per cui il programma dell’associazione veniva rivelato solo gradualmente all’adepto via via che dai superiori era ritenuto degno di essere iniziato ai segreti. Questa gradualità non era dovuta solamente alla necessità di mantenere la segretezza ma aveva principalmente una funzione di iniziazione pedagogica. Di solito la Carboneria era divisa in tre gradi: apprendista, maestro e gran maestro. Il loro obiettivo era, in generale, la conquista di una costituzione; ma nell’Italia settentrionale – il Lombardo-Veneto – si lottava anche per la conquista dell’indipendenza dalla dominazione austriaca; nello Stato Pontificio si chiedeva, invece, un governo laico dopo tanti anni di governo ecclesiastico; i carbonari della Sicilia esigevano che l’isola diventasse uno Stato separato da quello di Napoli contrariamente a quelli di Napoli che volevano tenerla unita al regno. La Carboneria aveva due grandi difetti: la mancanza di un’organizzazione centrale, capace appunto di collegare fra loro le diverse iniziative regionali secondo criteri unitari e organici e il carattere misterioso dell’associazione i cui membri ignoravano talora persino i programmi e l’identità dei loro capi e dovevano spesso sottoporsi a riti strani ed incomprensibili. Inoltre, l’origine degli associati faceva della Carboneria un’associazione troppo chiusa e ristretta per poter formulare vasti programmi a carattere nazionale. L’assenza delle classi popolari fu infatti una delle principali cause degli insuccessi, ai quali fra il 1821 e il 1831 andarono incontro i moti carbonari in Italia.

Non c’erano solo sette organizzate per affermare nella società le idee liberali e quelle democratiche radicali. Anche coloro che volevano combattere fino in fondo le conseguenze della Rivoluzione francese e dell’Illuminismo si organizzarono in società segrete. Già in Francia, negli anni della Rivoluzione, c’erano state organizzazioni di questo genere. Anche in Italia si diffusero negli anni della Restaurazione società segrete dello stesso genere. Si conoscono vari nomi: i “Calderari”, che operavano nel Regno delle Due Sicilie, le Amicizie Cristiane, di ispirazione cattolico-rivoluzionaria, i Cavalieri della Fede attivi in Francia.

A differenza delle sette rivoluzionarie quelle reazionarie si servirono del segreto solo per combattere meglio i progressisti giacobini; esse lavoravano al servizio della polizia, del clero e dei governi e ne ottennero mezzi e protezione. I Calderari erano i più agguerriti e decisi, tra di loro si chiamavano Leviti, ed utilizzavano Parole di Passo, speciali parole da utilizzare come parole d’ordine, da inserire casualmente nelle frasi. Le parole di passo erano sempre ispirate al Credo Cattolico. Il segno di riconoscimento era un rasoio con incisi alcuni geroglifici, al contempo arma rituale, strumento magico e segno di riconoscimento. Con il rasoio ed una speciale mannaia i Leviti dovevano infatti “ Preparare la Mensa”, cioè eliminare i Carbonari, da loro definiti Apostati. I membri di tutte le altre società segrete per loro erano dei nemici che dovevano essere distrutti, ma i Carbonari erano i loro più acerrimi nemici, e li ricambiavano di un uguale odio. Cominciò così una guerra notturna di agguati, uccisioni e sparizioni, in cui la polizia e le autorità restavano da parte se ad agire erano i Calderai, intervenivano se i loro alleati non ufficiali erano in difficoltà. Figure ammantate si scontravano in luoghi isolati, cadaveri mutilati venivano ritrovati al mattino, qualcuno spariva come se non fosse mai esistito, e strani simboli si vedano scritti con il sangue sulle porte. La gente aveva paura a parlare persino con amici e familiari, poiché si sapeva che chi parlava troppo rischiava dei guai, nella migliore delle ipotesi riceveva un avvertimento sulla propria porta, nella peggiore spariva. Le squadre di assassini delle due organizzazioni colpivano anche fuori dai confini dello stato, inseguendo le personalità eminenti ed i bersagli designati anche all’estero. La loggia calderara era accresciuta anche da ex componenti della carboneria, dalla quale erano stati allontanati in epoca murattiana, ed era suddivisa in curie. Gli affiliati erano tripartiti gerarchicamente in Amico Cavaliere, Principe e Gran Principe. Tra di essi era in uso un linguaggio criptico e un ricco catalogo gestuale finalizzato al riconoscimento degli aderenti e alla loro comunicazione. Poco tempo dopo la sua formazione l’associazione crebbe in importanza e potere. Godendo del favore del governo agì spesso senza controllo. Quindi i Calderari erano i componenti di un’associazione segreta esistente nel Regno di Napoli durante la Restaurazione, ed il suo scopo era di difendere contro massoni, carbonari e giansenisti la religione cattolica e la monarchia dei Borboni. È certamente legata alle ‘unioni’ segrete borboniche del 1799 e del 1806-08. Ebbe vita breve: il principe di Canosa tentò invano di ravvivarla nel 1816 e nel 1821. La società dei Calderari, definita anche «del contrappeso», perché la loro attività era contrapposta a quella dei carbonari, è conosciuta come società reazionaria, che perseguì una politica finalizzata al controllo del territorio. Fu istituita nel 1816 per volere di Antonio Capece Minutolo, principe di Canosa e ministro di polizia del Regno delle Due Sicilie. La setta conobbe tuttavia un rapido declino: ambasciatori di Austria e Russia fecero sì che il 14 giugno del 1816 il Minutolo fosse esautorato e che riprendesse vigore la legge del 4 aprile 1814, che proibiva la creazione di società segrete.

Per quanto privata del suo fondatore e delegittimata, l’organizzazione calderara proseguì la propria attività clandestina fino alla dissoluzione definitiva. I suoi membri confluirono in altre associazioni, alcune anche vicine alla carboneria.

Alla fine i Carbonari, più numerosi e meglio organizzati prevalsero, eliminando fisicamente quasi tutti i Calderai, tranne i capi di spicco, che decisero che era più salubre occuparsi d’altro, lasciando l’organizzazione. Nel frattempo Garibaldi si preparava a Quarto, e le armate piemontesi mostravano i segni di un appetito da sorvegliare. Ma per circa un ventennio, il Risorgimento aveva mostrato un volto cupo e sanguinario, con figure più simili ad incubi seriali che a inamidati signori in tuba, impegnati a discutere di ideali filosofici ed insurrezioni romantiche stile Pisacane. Il Risorgimento aveva mostrato le zanne, e le zanne grondavano sangue, un calcolo esatto sui caduti di questa guerra segreta non è mai stato fatto, ma si parla di diverse migliaia di morti, un tributo taciuto dai libri di storia, che hanno stilizzato in pochi gesti e pochi fatti un periodo in cui la vita umana valeva tanto quanto oggi, e con la stessa noncuranza veniva spenta.

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Quella dei Calderari fu un’associazione segreta reazionarialegittimista e filo-borbonica, costituita agli inizi del XIX secolo in opposizione alle sette antimonarchiche e filo-francesi della Carboneria e affini, queste ultime di matrice illuminista e liberale.Il movimento si mosse in difesa del cattolicesimo e del monarchismo napoletano, delle realtà locali contro l’azione livellatrice esercitata dal bonapartismo.
L’organizzazione avrebbe, secondo fonti del Ministro Donato Tommasi, garantito l’ordine nel momento del passaggio da Murat a Ferdinando I e poi sarebbe finita in sonno fino al 1816 quando il Principe di Canosa l’avrebbe riorganizzata ponendosene a capo per guidarla nella lotta contro la Carboneria.
 Il Principe di Canosa, Antonio Luigi Raffaele Capece Minutolo, probabilmente a capo della setta dei Calderari. Politicoscrittore e nobile italiano. Definito spregiativamente da Benedetto Croce «il Don Chisciotte della Reazione italiana», fu il più importante pensatore controrivoluzionario e legittimista delle Due Sicilie. Definito spregiativamente da Benedetto Croce «il Don Chisciotte della Reazione italiana». La fede ed il blasone lo portarono presto ad essere ascritto quale fratello del Real Monte e Arciconfraternita di San Giuseppe dell’Opera di Vestire i Nudi, istituzione benefica e gentilizia di Napoli, portandolo alla carica di Sopraintendente nel 1797. All’arrivo dei francesi nel regno di Napoli Canosa si unì, finanziando la leva e l’armamento di truppe, alla resistenza attuata dai Lazzari; propugnò anche l’antico diritto della città (ovvero alle assemblee aristocratiche dette sedili) di rappresentare il re. Arrestato dai francesi, scampò tuttavia alla condanna a morte solo per la brevissima durata della Repubblica Napoletana. Al momento della seconda discesa francese, rimase al fianco del re, trasferendosi in Sicilia. Venne incaricato della difesa degli ultimi lembi del territorio ancora in suo possesso, le isole di PonzaVentotene e Capri; nonostante la perdita di Capri, conquistata da Gioacchino Murat, riuscì a mantenere le altre isole. Alla fine del decennio francese, nel 1816, quando Ferdinando ritornò sul trono di Napoli, venne nominato ministro della polizia. Canosa cercò di opporsi alle correnti sovversive, non tanto attraverso la repressione, che pure attuò, quanto con un’opera di propaganda di stampo reazionario, culminata con la costituzione della società segreta dei Calderari. Ma le sue iniziative ebbero scarso successo, e lo resero diffusamente inviso, tanto che fu alla fine sollevato dall’incarico ministeriale. 

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L’Inghilterra, il Regno delle due Sicilie e l’unità d’Italia: come creare uno stato satellite.

Secondo la «logica della scacchiera», un’Italia unita faceva comodo a Londra come contraltare a Parigi. Ma prima occorreva demolire il Regno delle Due Sicilie, non disposto a fare «l’ascaro» di Sua Maestà Britannica. Protesa nel Mediterraneo, con migliaia di chilometri di coste da difendere, l’Italia unita voluta e sostenuta da Londra sarebbe stata sempre sotto ricatto della potente flotta inglese. Un progetto che non andò però sempre per il verso giusto (per gli inglesi). Questa è l’immagine che emerge dal colloquio di Eugenio Di Rienzo, ordinario di Storia contemporanea all’Università di Roma «La Sapienza» e direttore della «Nuova Rivista Storica». Di Rienzo si è occupato dei problemi relativi ai rapporti fra le potenze europee e lo Stato italiano pre-unitario dalla posizione più strategica: il Regno delle Due Sicilie. Per questo con lui verranno esaminati in questa intervista argomenti che sono più ampiamente trattati nel suo volume Il Regno delle Due Sicilie e le Potenze europee, 1830-1861, d’imminente pubblicazione per i tipi di Rubbettino.

Durante il XVI e il XVII secolo l’Italia esercita un grande fascino sull’Inghilterra. Questa fascinazione continua nei secoli successivi e si estende anche al Mezzogiorno. Per tutti i viaggiatori inglesi, l’Italia del Sud appare come un museo a cielo aperto abitato, però, da popolazioni incivili. Nasce allora un pregiudizio anti-italiano e in particolare anti-meridionale? Un pregiudizio fondato?

«Anche se l’espressione un “paradiso abitato da diavoli” riferita a Napoli e alla Campania fu coniata, come ricordava Benedetto Croce, da Daniele Omeis, professore di morale presso l’Università di Altdorf in Germania che, nel 1707, pronunciò una prolusione accademica, intitolata appunto “Regnun Neapolitaum Paradisus est, sed a Diabolis habitatus”, questo giudizio ritorna come un motivo ricorrente nei diari e nelle corrispondenze dei gentlemen inglesi. Lo spettacolo delle meraviglie artistiche e naturali del Mezzogiorno era, infatti, oscurato dall’arretratezza, dalla povertà, dal degrado morale delle popolazioni e dall’inadeguatezza delle classi dirigenti. Se nel passato quelle regioni erano state la culla della civiltà classica, ora, esse apparivano il terreno di coltura di una plebe indocile, ignorante, superstiziosa, tendenzialmente delinquente: i lazzaroni di Napoli e i briganti della Calabria. Ricordiamo, però, che questo giudizio, pur basato su dati di fatto, era potentemente rafforzato da un pregiudizio religioso e anti-cattolico. Il culto di San Gennaro a Napoli e la fastosa e paganeggiante processione in onore di Santa Rosalia a Palermo apparivano, infatti, la testimonianza vivente di come il Papato e il clero avessero mantenuto volutamente le masse del Sud in una situazione di soggezione e di subalternità, utilizzando nel modo più spregiudicato, il precetto di Machiavelli, soprannominato dagli inglesi Old Nick (Vecchio Diavolo), secondo il quale la religione doveva essere instrumentum regni. Aggiungiamo, però, che i rapporti tra Regno di Napoli e Gran Bretagna non si limitarono a questi aspetti. Nel 1842, come illustrava un denso articolo, pubblicato sull’autorevolissimo “Journal of the Statistical Society of London”, una quota rilevante della bilancia commerciale britannica era rappresentata dall’importazione di materie prime provenienti dalla Sicilia. L’ingente traffico era costituito da vino, olio d’oliva, agrumi, mandorle, nocciole, sommacco, barilla e soprattutto dallo zolfo (utilizzato per la preparazione della soda artificiale, dell’acido solforico e della polvere da sparo), che copriva il 90% della richiesta mondiale e di cui venti ditte inglesi avevano ottenuto, di fatto, la prerogativa esclusiva, per l’estrazione e lo sfruttamento, grazie al pagamento di un modico compenso».

Quando i Borbone furono ridotti al possesso della sola Sicilia dall’invasione napoleonica (1805) si trovarono sotto una pesante tutela inglese. Quanto durò l’influenza britannica su Napoli dopo il Congresso di Vienna, e come si manifestò?

«Dopo il 1815, Londra non prese in considerazione la possibilità di un intervento indirizzato a guadagnarle una presenza politico-militare nella Penisola. Il principio della non ingerenza negli affari italiani registrò, tuttavia, una clamorosa eccezione per quello che riguardava il crescente interesse inglese a rafforzare la sua egemonia nel Mediterraneo e quindi a riguadagnare quella posizione di vantaggio, acquisita nel 1806 e ulteriormente incrementatasi poi, tra 1811 e 1815, grazie al protettorato politico-militare instaurato da William Bentick in Sicilia. Protettorato che aveva portato ad ampliare la colonizzazione economica dell’isola già avviata dalla fine del XVIII secolo, poi destinata a irrobustirsi nei decenni seguenti grazie all’attività delle grandi dinastie commerciali dei Woodhouse, degli Ingham, dei Whitaker e di altri mercanti-imprenditori angloamericani. Molto indicativa, a questo riguardo era la presa di posizione del primo ministro, Visconte Castlereagh che, il 21 giugno 1821, aveva ricordato che il dominio diretto o indiretto della Sicilia costituiva, ora come nel passato, un “indispensabile punto d’appoggio” per rendere possibile il controllo dell’Inghilterra sull’Europa meridionale e l’Africa settentrionale. Come, infatti, avrebbe sostenuto Giovanni Aceto, nel volume del 1827, “De la Sicile et de ses rapports avec l’Angleterre”, “quest’isola non rappresenta per l’Inghilterra soltanto un importante avamposto strategico, da preservare, ad ogni costo, da una possibile occupazione della Francia che la minaccia dalle sue coste, ma costituisce anche il centro di tutte le operazioni militari e politiche che il Regno Unito intende intraprendere nell’Italia e nel Mediterraneo”».

Il controllo del Mediterraneo centrale fu tra i principali motivi di conflitto tra Napoli e Londra: prima l’occupazione britannica di Malta, strappata a Napoleone (che a sua volta l’aveva tolta ai Cavalieri di San Giovanni, che riconoscevano la sovranità siciliana sull’isola) ma mai restituita ai Borbone, poi l’incidente dell’Isola Ferdinandea, infine la questione degli «Zolfi». Furono solo questioni geopolitiche o contarono anche altre considerazioni?

«Sicuramente interessi strategici e geopolitici dominarono la politica della Corte di San Giacomo verso le Due Sicilie dalla metà dell’Ottocento al 1860. Nel 1840, Palmerston usò tutta la forza della gunboat diplomacy per mantenere il monopolio inglese sugli zolfi siciliani, ordinando alla Mediterranean Fleet di catturare il naviglio napoletano e di condurlo nelle basi di Malta e di Corfù con un vero e proprio atto di pirateria. Nel 1849, sempre Palmerston, sostenne la rivoluzione separatista siciliana con l’obiettivo di fare dell’isola uno Stato autonomo retto da un principe di Casa Savoia. Nel corso della Guerra di Crimea, ancora Palmerston, propose più volte agli Alleati di effettuare azioni intimidatorie contro il Regno di Ferdinando II, il quale aveva mantenuto una neutralità indulgente e più che benevola verso la Russia. Soltanto l’opposizione della Regina Vittoria impedì nel settembre del 1855 una “naval demonstration” nel golfo di Napoli che, nelle intenzioni del primo ministro, avrebbe dovuto favorire un’insurrezione destinata a rovesciare i Borbone. Il ricorso alla politica delle cannoniere, per ridurre o azzerare la sovranità delle Due Sicilie, trovò, invece, il pieno consenso dell’opinione pubblica del Regno Unito. Un editoriale del “Times” sostenne, infatti, che la visita della flotta britannica doveva ottenere gli stessi risultati delle missioni in Giappone guidate dal Commodoro Matthew Calbraith Perry, nella baia di Edo, tra 1853 e 1854, per ridurre a ragione la resistenza dello shogun, Ieyoshi Tokugawa, che si era opposto alla penetrazione commerciale statunitense. Così come gli Stati Uniti in Estremo Oriente, terminava l’articolo, anche la Gran Bretagna non poteva tollerare l’esistenza di “un Giappone mediterraneo posto a poche miglia da Malta e non eccessivamente distante da Marsiglia”. Naturalmente l’ingerenza inglese si ammantava di pretesti umanitari: la volontà di smantellare il regime dispotico di Ferdinando II e di sostituirlo con un sistema costituzionale e liberale nel quale fossero garantiti i diritti politici e civili. Prendendo a pretesto la denuncia di Gladstone che, nelle “Two Lettersto the Earl of Lord Aberdeen” del 1851, aveva definito il regime di Ferdinando II “la negazione di Dio”, Palmerston si servì di fondi riservati del Tesoro britannico, per finanziare una spedizione destinata a liberare Luigi Settembrini (autore, nel 1847, della virulenta “Protesta del popolo delle due Sicilie”), Silvio Spaventa e Filippo Agresti condannati a morte nel 1849, la cui pena era stata commutata nel carcere a vita da scontare nell’ergastolo dell’isolotto di Santo Stefano. L’operazione, progettata per la tarda estate del 1855, non arrivò a compimento ma il Secret Service Fund sarebbe stato utilizzato negli anni successivi e fino al 1860 per destabilizzare il Regno delle Due Sicilie».

Quale ruolo ebbe l’Inghilterra nella caduta del Regno di Napoli?

«Rosario Romeo nella sua biografia di Cavour definì l’azione inglese di sostegno allo sbarco dei Mille e alla campagna di Garibaldi come una “leggenda risorgimentale”. Si tratta però di un’interpretazione sbagliata. Il supporto militare, economico, diplomatico del Regno Unito fu, invece, indispensabile alla cosiddetta “liberazione del Mezzogiorno”. Come rivelò il dibattito, svoltosi nella Camera dei Comuni, il 17 maggio 1860, la presenza delle fregate inglesi nella rada di Marsala, che impedì la reazione della squadra borbonica, non fu una semplice coincidenza ma un atto deliberato deciso con piena cognizione di causa dal gabinetto britannico. Il sostegno di Londra non si esaurì in questo episodio. In aperta violazione al Foreign Enlistment Act del 1819, che proibiva appunto il reclutamento di sudditi inglesi in eserciti stranieri, Palmerston e il ministro degli Esteri Russell tollerarono e incoraggiarono “the subscription for the insurrectionists in Sicily” promossa dal pubblicista italiano Alberto Mario, alla quale aderirono esponenti del partito whig e alcuni ministri tutti egualmente disposti a elargire “ingenti somme da utilizzare nella guerra contro il Regno delle Due Sicilie” e quindi a sostenere economicamente una campagna di arruolamento destinata a ingrossare le fila dei ribelli in camicia rossa. Inoltre la flotta inglese collaborò tacitamente con quella piemontese nella protezione dei convogli che trasportarono rinforzi di uomini e materiali destinati a raggiungere Garibaldi. E non basta! Dalla corrispondenza tra Cavour e l’ammiraglio Persano dei primi del luglio 1860, apprendiamo, infatti, che alla preparazione del “pronunciamento” contro Francesco II, che sarebbe dovuto scoppiare a Napoli per prevenire un’insurrezione mazziniana, doveva fornire un apporto fondamentale “il signor Devicenzi, amico di Lord Russell e di Lord Palmerston, che avrà mezzo d’influire sull’ambasciatore di Sua Maestà britannica Elliot e l’ammiraglio comandante della squadra inglese”. Fu solo, poi, grazie al veto posto da Londra che Napoleone III rinunciò ad attuare un blocco navale nello stretto di Messina che avrebbe potuto impedire a Garibaldi di raggiungere le coste calabre. Non si trattava evidentemente di favori disinteressati. Alla fine di settembre del 1860, Palmerston avrebbe ricordato, infatti, all’esule italiano Antonio Panizzi (divenuto direttore della biblioteca del British Museum) che “se Garibaldi aveva potuto occupare Napoli ed esser causa che il Re scappasse a Gaeta, ciò fu dovuto all’Inghilterra che, invitata dalla Francia a impedire che dalla Sicilia si venisse ad attaccare gli Stati di terraferma, vi si rifiutò”, aggiungendo che “l’aiuto morale e l’influenza britannica non furono meno utili all’Italia delle armi francesi e che sarebbe stata mera ingratitudine per parte dell’Italia lo scordarselo”».

E’ possibile dire, quindi, che con l’unità il Regno d’Italia eredita sostanzialmente la stessa posizione di debolezza geopolitica delle Due Sicilie e che Londra acquista, dopo il 1861, una sorta di protettorato sulla politica mediterranea del nostro Paese?

«Sicuramente sì. Anche se forse il termine “protettorato” rappresenta un’espressione troppo forte, non si può non riconoscere che gli argomenti con i quali Palmerston giustificava l’azione inglese a favore della conquista piemontese delle Due Sicilie miravano proprio a quest’obiettivo. E credo che valga la pena di ricordarli alla fine di questa intervista. Nella lettera inviata alla Regina Vittoria, il 10 gennaio 1861, Palmerston sosteneva che, considerando “la generale bilancia dei poteri in Europa”, uno Stato italiano esteso da Torino a Palermo, posto sotto l’influenza della Gran Bretagna ed esposto al ricatto della sua superiorità navale, risultava “il miglior adattamento possibile” perché “l’Italia non parteggerà mai con la Francia contro di noi, e più forte diventerà questa nazione più sarà in grado di resistere alle imposizioni di qualsiasi Potenza che si dimostrerà ostile al Vostro Regno”. Parole profetiche che, se si esclude l’intervallo della politica estera fascista, la Storia, fino ai nostri giorni, non ha mai completamente smentito. Il Trattato d’alleanza con gli Imperi Centrali, firmato dal governo italiano nel maggio del 1882, non modificò a nostro favore lo status quo mediterraneo che si era venuto creando con l’insediamento francese in Tunisia e di conseguenza rafforzò la nostra situazione di dipendenza dal Regno Unito. Considerato che, nei problemi mediterranei, Germania e Austria non si ritenevano impegnati ad alcuna solidarietà con il suo alleato, l’Italia, per arginare l’espansionismo di Parigi, si trovò obbligata ad orbitare nella sfera d’influenza di Londra, la quale si mostrava desiderosa di stringere un patto di collaborazione con il nostro Paese che le avrebbe consentito, ad un tempo, di mettere in minoranza le forze francesi e di impedire una possibile intesa franco-italiana, il cui effetto avrebbe potuto rendere difficili le comunicazioni tra Gibilterra, Malta e l’Egitto. Il 12 febbraio del 1887 veniva firmato così un accordo con il quale il governo britannico e quello italiano s’impegnavano a “mantenere l’equilibrio mediterraneo e a impedire ogni cambiamento che, sotto forma di annessione, occupazione, protettorato, modifichi la situazione attuale con detrimento delle due Potenze segnatarie”. Con questa convenzione, se l’Italia s’impegnava ad appoggiare la penetrazione inglese in Egitto, la Gran Bretagna si dichiarava disposta “a sostenere, in caso d’ingerenza di una terzo Stato, l’azione italiana su qualunque punto del litorale settentrionale africano e particolarmente in Tripolitania e Cirenaica”. Rinnovato, nel 1902, questo accordo ci avrebbe consentito di portare a termine l’impresa libica nel 1911. Anche dopo questo successo, l’Italia rimase, comunque, per Londra un “volenteroso secondo”, destinato a svolgere un ruolo di sostegno al suo sistema marittimo, ma al quale non poteva essere consentito una più ampia espansione nell’area mediterranea. Che questo fosse il ruolo riservato alla nostra Nazione lo dimostrava, in tutta evidenza, nel 1913, la ferma di presa posizione del Regno Unito che escludeva in linea di principio “la possibilità della conservazione delle isole dell’Egeo, già appartenenti ai domini turchi, da parte del governo di Roma, perché una simile soluzione minaccerebbe di rompere l’equilibrio politico nella parte orientale del Mediterraneo”. Una dichiarazione, questa, che conteneva in nuce le linee maestre della politica inglese successive alla fine della Prima guerra mondiale, quando Londra, d’intesa con Parigi, operò instancabilmente per impedire la realizzazione integrale delle aspirazione italiane sull’Adriatico, appoggiando e fomentando le ambizioni della Iugoslavia, dellAlbania e della Grecia in questo cruciale settore strategico».

(di Emanuele Mastrangelo Pubblicato in «Storia in Rete» – numero 73-74, Novembre-Dicembre 2011, pp. 30-35).

Fu per la regia dell’Inghilterra che il più antico e florido Stato della penisola italiana poté essere cancellato dalla storia. Fu per colpa della Gran Bretagna, dei suoi finanziamenti, della sua protezione e dei suoi apporti che i traditori si vestirono da eroi, i vigliacchi ebbero i gradi del comando e l’infamia si mascherò da virtù. Il controllo del Mediterraneo centrale fu tra i principali motivi di conflitto tra Napoli e Londra: prima l’occupazione britannica di Malta, strappata a Napoleone (che a sua volta l’aveva tolta ai Cavalieri di San Giovanni, che riconoscevano la sovranità siciliana sull’isola) ma mai restituita ai Borbone, poi l’incidente dell’Isola Ferdinandea, infine la questione degli «Zolfi». Furono solo questioni geopolitiche o contarono anche altre considerazioni?

«Sicuramente interessi strategici e geopolitici dominarono la politica della Corte di San Giacomo verso le Due Sicilie dalla metà dell’Ottocento al 1860. Nel 1840, Palmerston usò tutta la forza della gunboat diplomacy per mantenere il monopolio inglese sugli zolfi siciliani, ordinando alla Mediterranean Fleet di catturare il naviglio napoletano e di condurlo nelle basi di Malta e di Corfù con un vero e proprio atto di pirateria. Nel 1849, sempre Palmerston, sostenne la rivoluzione separatista siciliana con l’obiettivo di fare dell’isola uno Stato autonomo retto da un principe di Casa Savoia. Nel corso della Guerra di Crimea, ancora Palmerston, propose più volte agli Alleati di effettuare azioni intimidatorie contro il Regno di Ferdinando II, il quale aveva mantenuto una neutralità indulgente e più che benevola verso la Russia. Soltanto l’opposizione della Regina Vittoria impedì nel settembre del 1855 una “naval demonstration” nel golfo di Napoli che, nelle intenzioni del primo ministro, avrebbe dovuto favorire un’insurrezione destinata a rovesciare i Borbone. Il ricorso alla politica delle cannoniere, per ridurre o azzerare la sovranità delle Due Sicilie, trovò, invece, il pieno consenso dell’opinione pubblica del Regno Unito. Un editoriale del “Times” sostenne, infatti, che la visita della flotta britannica doveva ottenere gli stessi risultati delle missioni in Giappone guidate dal Commodoro Matthew Calbraith Perry, nella baia di Edo, tra 1853 e 1854, per ridurre a ragione la resistenza dello shogun, Ieyoshi Tokugawa, che si era opposto alla penetrazione commerciale statunitense. Così come gli Stati Uniti in Estremo Oriente, terminava l’articolo, anche la Gran Bretagna non poteva tollerare l’esistenza di “un Giappone mediterraneo posto a poche miglia da Malta e non eccessivamente distante da Marsiglia”. Naturalmente l’ingerenza inglese si ammantava di pretesti umanitari: la volontà di smantellare il regime dispotico di Ferdinando II e di sostituirlo con un sistema costituzionale e liberale nel quale fossero garantiti i diritti politici e civili. Prendendo a pretesto la denuncia di Gladstone che, nelle “Two Lettersto the Earl of Lord Aberdeen” del 1851, aveva definito il regime di Ferdinando II “la negazione di Dio”, Palmerston si servì di fondi riservati del Tesoro britannico, per finanziare una spedizione destinata a liberare Luigi Settembrini (autore, nel 1847, della virulenta “Protesta del popolo delle due Sicilie”), Silvio Spaventa e Filippo Agresti condannati a morte nel 1849, la cui pena era stata commutata nel carcere a vita da scontare nell’ergastolo dell’isolotto di Santo Stefano. L’operazione, progettata per la tarda estate del 1855, non arrivò a compimento ma il Secret Service Fund sarebbe stato utilizzato negli anni successivi e fino al 1860 per destabilizzare il Regno delle Due Sicilie».

Il supporto militare, economico, diplomatico del Regno Unito fu indispensabile alla cosiddetta “liberazione del Mezzogiorno”. Come rivelò il dibattito, svoltosi nella Camera dei Comuni, il 17 maggio 1860, la presenza delle fregate inglesi nella rada di Marsala, che impedì la reazione della squadra borbonica, non fu una semplice coincidenza ma un atto deliberato deciso con piena cognizione di causa dal gabinetto britannico. Il sostegno di Londra non si esaurì in questo episodio. In aperta violazione al Foreign Enlistment Act del 1819, che proibiva appunto il reclutamento di sudditi inglesi in eserciti stranieri, Palmerston e il ministro degli Esteri Russell tollerarono e incoraggiarono “the subscription for the insurrectionists in Sicily” promossa dal pubblicista italiano Alberto Mario, alla quale aderirono esponenti del partito whig e alcuni ministri tutti egualmente disposti a elargire “ingenti somme da utilizzare nella guerra contro il Regno delle Due Sicilie” e quindi a sostenere economicamente una campagna di arruolamento destinata a ingrossare le fila dei ribelli in camicia rossa. Inoltre la flotta inglese collaborò tacitamente con quella piemontese nella protezione dei convogli che trasportarono rinforzi di uomini e materiali destinati a raggiungere Garibaldi. E non basta! Dalla corrispondenza tra Cavour e l’ammiraglio Persano dei primi del luglio 1860, apprendiamo, infatti, che alla preparazione del “pronunciamento” contro Francesco II, che sarebbe dovuto scoppiare a Napoli per prevenire un’insurrezione mazziniana, doveva fornire un apporto fondamentale “il signor Devicenzi, amico di Lord Russell e di Lord Palmerston, che avrà mezzo d’influire sull’ambasciatore di Sua Maestà britannica Elliot e l’ammiraglio comandante della squadra inglese”. Fu solo, poi, grazie al veto posto da Londra che Napoleone III rinunciò ad attuare un blocco navale nello stretto di Messina che avrebbe potuto impedire a Garibaldi di raggiungere le coste calabre. Non si trattava evidentemente di favori disinteressati. Alla fine di settembre del 1860, Palmerston avrebbe ricordato, infatti, all’esule italiano Antonio Panizzi (divenuto direttore della biblioteca del British Museum) che “se Garibaldi aveva potuto occupare Napoli ed esser causa che il Re scappasse a Gaeta, ciò fu dovuto all’Inghilterra che, invitata dalla Francia a impedire che dalla Sicilia si venisse ad attaccare gli Stati di terraferma, vi si rifiutò”, aggiungendo che “l’aiuto morale e l’influenza britannica non furono meno utili all’Italia delle armi francesi e che sarebbe stata mera ingratitudine per parte dell’Italia lo scordarselo”».

Il 12 febbraio del 1887 veniva firmato così un accordo con il quale il governo britannico e quello italiano s’impegnavano a “mantenere l’equilibrio mediterraneo e a impedire ogni cambiamento che, sotto forma di annessione, occupazione, protettorato, modifichi la situazione attuale con detrimento delle due Potenze segnatarie”. Con questa convenzione, se l’Italia s’impegnava ad appoggiare la penetrazione inglese in Egitto, la Gran Bretagna si dichiarava disposta “a sostenere, in caso d’ingerenza di una terzo Stato, l’azione italiana su qualunque punto del litorale settentrionale africano e particolarmente in Tripolitania e Cirenaica”. Rinnovato, nel 1902, questo accordo ci avrebbe consentito di portare a termine l’impresa libica nel 1911. Anche dopo questo successo, l’Italia rimase, comunque, per Londra un “volenteroso secondo”, destinato a svolgere un ruolo di sostegno al suo sistema marittimo, ma al quale non poteva essere consentito una più ampia espansione nell’area mediterranea. Che questo fosse il ruolo riservato alla nostra Nazione lo dimostrava, in tutta evidenza, nel 1913, la ferma di presa posizione del Regno Unito che escludeva in linea di principio “la possibilità della conservazione delle isole dell’Egeo, già appartenenti ai domini turchi, da parte del governo di Roma, perché una simile soluzione minaccerebbe di rompere l’equilibrio politico nella parte orientale del Mediterraneo”. Una dichiarazione, questa, che conteneva in nuce le linee maestre della politica inglese successive alla fine della Prima guerra mondiale, quando Londra, d’intesa con Parigi, operò instancabilmente per impedire la realizzazione integrale delle aspirazione italiane sull’Adriatico, appoggiando e fomentando le ambizioni della Iugoslavia, dellAlbania e della Grecia in questo cruciale settore strategico

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ATTERRITE QUESTE POPOLAZIONI

BRIGANTAGGIO

1860 – 1870

“… ho l’istinto che avremo a sopportare tremenda tempesta”.
(Lettera di Cavour a Farini, 8 gennaio 1861)

“Io temo che i Prefetti delle Province Meridionali 

si abitueranno a governare con tale sistema ed avere a loro disposizione tanto potere.

Il ritorno alla libertà, al regime normale, costerà più tardi uno sforzo immenso,

incontrerà ostacoli pressoché insormontabili”.

(Deputato Mancini)

“Imporre l’Unità alla parte più corrotta.
Sui mezzi non vi è dubbiezza:
la forza morale e, se questa non bastasse, quella fisica”.
(Camillo Benso Conte di Cavour)

“Posso assicurare alla Camera che specialmente in alcune province, quasi non vi è famiglia,
la quale non tremi dell’onnipotenza dell’autorità di polizia, dei suoi errori ed abusi.
Sotto la fallace apparenza della persecuzione del brigantaggio
si vuole avere in mano la facoltà di arrestare o mandare al domicilio coatto
ogni specie di persone al Governo sospette”.
(Deputato Pasquale Stanislao Mancini)

“Snidateli! Siate inesorabili come il destino.
Contro i nemici la pietà è delitto.
Schiacceremo il sacerdotal vampiro
che con le sue sozze labbra succhia da secoli

il sangue della madre nostra”.
(Generale Ferdinando Augusto Pinelli)

“Il brigantaggio genera una condizione di cose
che non è punto dissimile da quella prodotta da uno stato di guerra.
Il brigantaggio è una vera guerra,
anzi è la peggiore sorta di guerra che possa immaginarsi;
è la lotta tra la barbarie e la civiltà“.
(Deputato Giuseppe Massari)

“Per distruggere il brigantaggio noi abbiamo fatto scorrere il sangue a fiumi:
ma ai rimedi radicali abbiamo poco pensato”.
(Deputato Pasquale Villari)

“Ammetto che nella repressione al brigantaggio
un Generale possa talvolta procedere con misure energiche
che oltrepassino gli stretti confini della legalità seguita scrupolosamente in tempi normali,
ma è bene usare in ciò molta riservatezza astenendosi da pubblicità”.
(Ministro della Guerra del Regno di Italia)

“Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce
che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole,
squartando, fucilando, seppellendo vivi i contadini poveri
che scrittori salariati tentarono di infamare col marchio di briganti”.

(Antonio Gramsci)

“Si sono condannati alla morte
e colla fucilazione anche alle spalle (il che è contro la legge)

individui volontariamente presentati.
Si sono condannati a morte i minori non nell’atto dell’azione …
si sono passati per le armi individui non punibili per il brigantaggio …
si sono condannate per manutengole di briganti con complicità di primo grado
le mogli dei briganti ai ferri a vita, e i figli e minori di 12 anni a 10 e a 15 anni di pena”.
(Deputato Luigi Minervini)

“Tanti erano i ribelli che numerose furono le fucilazioni.
Da Torino mi scrissero di moderare queste esecuzioni riducendole ai soli capi
ma i miei comandanti, in certe regioni dove non era possibile governare se non incutendo terrore,
vedendosi arrivare l’ordine di fucilare solo i capi, telegrafavano con questa formula:
‘Arrestati armi in pugno, nel tal luogo, tre, quattro, cinque capi briganti’.
E io rispondevo: ‘Fucilate!’ “.
(Generale Enrico Morozzo Della Rocca)

“Non usare misericordia ad alcuno, uccidere tutti quanti se ne avessero tra le mani”.
(Generale Enrico Cialdini)

“Non si perda tempo a far prigionieri”.
(Generale Enrico Morozzo Della Rocca)

“Sicuramente [i mezzi adoperati] non sono troppo legali, anzi dirò un po’ barbari”.
(Maggiore Pietro Fumel)

“L’ingerenza assoluta è sovente illegale, io lo riconosco, e qualche volta anche perniciosa;
ma nelle circostanze eccezionali di questo paese
la truppa ha dovuto e deve necessariamente ingerirsi ancora e per lungo tempo
in modo autocratico di molte cose che non le spettano,
nel solo scopo di evitare mali maggiori e più funeste conseguenze”.
(Capitano Alessandro Bianco di Saint-Jorioz)

“Un sistema di sangue è stato stabilito nel Mezzogiorno d’Italia.

Ebbene, non è col sangue che i mali esistenti saranno eliminati.

C’è del vero in ciò che l’onorevole Miceli ha detto:

è evidente che nel Mezzogiorno non si domanda che sangue,

ma il Parlamento non può adottare gli stessi sistemi.

C’è l’Italia, là, o signori, e se vorrete che l’Italia si compia,

bisogna farla con la giustizia, e non con l’effusione del sangue”.

(Deputato Nino Bixio)

“Sotto gli stracci disgustosi che coprono le contadine,

non si riconosce più questa bella razza italiana,

che sembra finire nel territorio romano”.

(Generale Luigi Federico Menabrea)

“E’ possibile, come il governo vuol far credere, che 1.500 uomini comandati da due o tre vagabondi
possano tenere testa a un intero Regno, sorretto da un esercito di 120.000 regolari?
Perché questi 1.500 devono essere semidei, eroi!
Ho visto una città di 5.000 abitanti [Pontelandolfo] completamente distrutta.
Da chi? Non dai briganti”.
(Deputato Giuseppe Ferrari)

“Il nostro governo in queste province è debolissimo …
non ha altri partigiani sicuri che i battaglioni di cui dispongo”.
(Generale Enrico Cialdini)

“Le misure che impiego non sono miti,
ma il Ministro mi mandò qui senza troppe istruzioni.
Io mi guardai dal chiederne e pensai che il meglio era riuscire.
Vedremo se poi si scatenerà una burrasca”.
(Generale Giuseppe Govone)

“Dal mese di maggio 1861 al mese di febbraio 1863
noi abbiamo ucciso o fucilato 7.151 briganti.
Non so niente altro e non posso dire niente altro”.

(Generale Alfonso La Marmora)

“Lo stato di brigantaggio è un stato a parte, uno stato sui generis:
affinché cessi è mestieri ricorrere a provvisioni speciali”.
(Deputato Giuseppe Massari)

“Non potete negare che intere famiglie sono arrestate senza il minimo pretesto;

che vi sono, in quelle province, degli uomini assolti dai giudici e che sono ancora in carcere.

Si è introdotta una nuova legge in base alla quale ogni uomo preso con le armi in pugno è fucilato.

Questa si chiama guerra barbarica, guerra senza quartiere.

Se la vostra coscienza non vi dice che state sguazzando nel sangue,

non so più come esprimermi”.

(Deputato Giuseppe Ferrari)

 “Con la Legge Pica, le vendette non ebbero migliore opportunità per avere libero sfogo”.

(Deputato Luigi Dragonetti)

“Lo stato d’assedio qui s’eterna.
Si viola il domicilio, si arresta, si deporta.
Ogni libertà è morta”.
(Giulio Benso Duca della Verdura)

“La strage dei briganti ha espiato queste nostre dolorose perdite con immane ecatombe.
Non si è dato quartiere a nessuno e bene sta. E’ ora di liberare i paesi da questi irochesi”.
(Il Giornale “La Bandiera italiana”)

“Il Governo di S.M. crede suo debito di richiamare l’attenzione di V.E.
sull’importante argomento del cessato Ministero degli Esteri napoletano …
che contengono carte di somma rilevanza politica.
La consegna di queste all’Archivio generale potrebbe essere sommamente pericolosa,
specialmente ove si consideri che per la legge del 1818 l’Archivio generale è aperto al pubblico,
e ciascuno può liberamente prendervi copia di qualunque documento.
Ora il Governo del Re il cui desiderio è di chiudere l’epoca delle dissensioni italiane,
non può permettere che si getti un continuo pascolo alle recriminazioni retrospettive,
mediante una pubblicità di cui egli solo può determinare l’opportunità e le forme”.
(Lettera del 28 ottobre 1861 del Primo Ministro Ricasoli al Generale La Marmora,
per sensibilizzare alla censura dei documenti diplomatici del decaduto Regno delle Due Sicilie)

“Qui, o Signora, io sento battere con la stessa veemenza il mio cuore,
come nel giorno, in cui sul monte del Pianto dei Romani, i vostri figli eroici
faceanmi baluardo del loro corpo prezioso contro il piombo borbonico!
E Voi, donna di alti sensi e d’intelligenza squisita, volgete per un momento il vostro pensiero
alle popolazioni liberate dai vostri martiri e dai loro eroici compagni.
Chiedete ai cari vostri superstiti delle benedizioni,
con cui quelle infelici salutavano e accoglievano i loro liberatori!
Ebbene, esse maledico oggi coloro che li sottrassero dal giogo di un dispotismo,
che almeno non condannava all’inedia per rigettarli sopra un dispotismo più orrido assai,
più degradante e che li spinge a morire di fame”.
(Giuseppe Garibaldi)

“La natura del brigantaggio è essenzialmente sociale e, per accidente, politica.
La causa radicale e permanente è la misera condizione
de’ braccianti lavoratori della campagne e de’ pastori;
e lo scoraggiamento dei proprietari, unito alla depressione del partito liberale,
depressione cagionata dalla falsa politica del Governo”.
(Aurelio Saffi)

“La popolazione in massa detesta il Governo d’Italia”.
(Francesco Crispi)

“Il governo borbonico aveva almeno il gran merito

di preservare le nostre vite e le nostre sostanze,
merito che l’attuale governo non può vantare.
Le gesta alle quali assistiamo possono essere paragonate
a quelle di Tamerlano, Gengis Khan e Attila”.
(Deputato Giovanni Nicotera)


“I reclami giungono perché si sono veduti favori ed ingiustizie,

perché il metodo usato non approda a nulla …

… da sette otto mesi cosa vediamo?

Fucilazioni, guasti alle proprietà, 300 mila abitanti martorizzati, e nient’altro,

eppure Milon dispone di cinque battaglioni di bersaglieri, di soldati di linea, di oltre 400 capimandria,

ha sotto le armi la popolazione di quasi tre circondari!

Tutto ciò per dieci briganti!

… in ogni cosa un limite è necessario e le attuali fucilazioni sono perfettamente inutili.

… che Milon sia un ufficiale di onore lo credo, e debbo crederlo quando l’asserisce Lei,

ma i fatti che le ho narrati sono veri, troppe le fucilazioni d’innocenti …

forse ho potuto ingannarmi nell’apprezzamento dei motivi d qualche fatto, ma i fatti esistono …

   … per ora si dovrebbe assolutamente bandire il sistema delle fucilazioni,

che sono un’onta al paese, alla libertà, e all’umanità,

e smettere tante misure di rigore inutili”.

(Deputato Vincenzo Sprovieri)

“Il brigantaggio è una guerra civile,
uno spontaneo movimento popolare contro l’occupazione straniera,
simile a quello avvenuto nel Regno delle Due Sicilie dal 1799 al 1812,
quando il grande Nelson, sir John Stuart e altri comandanti inglesi
non si vergognarono di allearsi ai briganti di allora 

e al loro capo, il il Cardinale Ruffo,
allo scopo di scacciare gli invasori francesi”.
(William Henry Cavendish-Bentinck)

“Desidero sapere in base a quale principio discutiamo delle condizioni della Polonia
e non ci è permesso di discutere su quelle del Meridione italiano.
E’ vero che in un Paese gli insorti sono chiamati briganti e nell’altro patrioti,
ma, al di là di questo, non ho appreso da questo dibattito nessuna altra differenza fra i due movimenti”.
(Benjamin Disraeli)

“Ho scritto a Torino le mie rimostranze;
i dettagli di cui veniamo a conoscenza sono tali da far ritenere
che essi alieneranno tutti gli onesti dalla causa italiana.
Non solo la miseria e l’anarchia sono al culmine,
ma gli atti più colpevoli e indegni sono considerati normali espedienti:
un generale, di cui non ricordo il nome,
avendo proibito ai contadini di portare scorte di cibo quando si recano al lavoro nei campi,
ha decretato che siano fucilati tutti coloro che sono trovati in possesso di un pezzo di pane.
Borboni non hanno mai fatto cose simili”.
(Napoleone III)

“Sento il debito di protestare contro questo sistema.
Non mi curo se fatti tenebrosi come questi abbiano avuto luogo
sotto il dispotismo di un Borbone, o sotto lo pseudo liberalismo di un Vittorio Emanuele.
Ciò che è chiamata unità italiana deve principalmente la sua esistenza
alla protezione e all’aiuto morale dell’Inghilterra
– deve più a questa che non a Garibaldi, che non agli eserciti stessi vittoriosi della Francia –

e però, in nome dell’Inghilterra, denuncio tali barbare atrocità,
e protesto contro l’egida della libera Inghilterra così prostituita”.
(Henry Lennox)

“L’Italia, dove per sostenere quanto gli usurpatori hanno denominato liberalismo,

si stanno sbarbicando dalla radice tutti i diritti,

manomettendo quanto vi è di santo e sacro sulla terra.

Italia, dove sono devastati i campi, incenerite le città,

fucilati a centinaia i difensori della loro indipendenza”

(Candido Nocedal)

“Non vi può essere storia più iniqua di quella dei piemontesi nell’occupazione dell’Italia meridionale.
In luogo di pace, di prosperità, di contento generale
che si erano promessi e proclamati come conseguenza certa dell’unità italiana,
non si ha altro di effettivo che la stampa imbavagliata, le prigioni ripiene, le nazionalità schiacciate
ed una sognata unione che in realtà è uno scherno, una burla, un’impostura”.
(McGuire)

“Noi abbiamo tolto gli uomini, ma ho la ferma convinzione che le Calabrie troveranno altri Palma,
se le cause materiali e morali che ingenerano il brigantaggio non siano combattute
dallo sviluppo del benessere materiale e morale di queste popolazioni”.
(Generale Gaetano Sacchi)

I nostri nipoti studieranno con stupore il fenomeno,
che un decennio di governo nazionale sia stato un decennio di debolezze,
di perplessità, di empirismo, e rispetto a queste province starei per dire 
di completo abbandono di ogni arte di governare“.
(Il Prefetto di Cosenza, 1870)

“Atterrite queste popolazioni”.

(Colonnello Bernardino Milon)

Cos’era successo? E perché era successo?

Che ne era di quella “scena commovente” di “un Re d’Italia senz’altro corteggio che i popolani con i rami d’ulivo intorno al cocchio“, di quel continuo “agitare di fazzoletti e di bandiere che facevano le signore e signorine dai balconi“, di una piazza che era tutta “un urtarsi, un pigiarsi della folla, un batter di mani, un gridare, un piover di mazzolin di fiori“?

Dov’era finito l’entusiasmo meridionale per l’arrivo a Napoli di Re Vittorio Emanuele?

“… pioggia sfuriata, freddo umido ecc. ecc.

I poveri soldati e le Guardie Reali che facevano ala, furono alla lettera inzuppati d’acqua.

Ma comunque piovesse al suo comparire era una scena commovente

vedere un Re d’Italia entrare in Napoli senz’altro corteggio 

che i popolani con i rami d’ulivo intorno al cocchio, e poche guardie a cavallo,

e un agitare di fazzoletti e di bandiere che facevano le signore e signorine dai balconi,

ed un urtarsi, un pigiarsi della folla immensa a piedi, un batter di mani, 

un gridare, un piover di mazzolin di fiori, ecc.:

Garibaldi seduto accanto al Re, commosso da tanti applausi,

e nello stesso cocchio Mordini e Pallavicino, i due prodittatori.

Ieri sera gran galà in S. Carlo, ma non abbiamo potuto andarci,

perché i biglietti trovansi da due giorni prima esauriti.

Le feste però saran prolungate fino a domenica,

perché l’inetto Municipio (tutti i Municipi sono gli stessi)

non aveva appronto gli apparecchi necessari.

Te ne continuerò in dettaglio in altre mie.

Assicurasi che Farini rimarrà in Napoli come Luogotenente ad organizzarci il governo,

e che il Re abbia intenzione di girare un poco per la Sicilia e pel continente napoletano.

Cecco Bombino?

Sta rinchiuso ancora in Gaeta, ma credesi che tra pochi altri giorni ne partirà.

Auguriamo tutto il bene possibile e preghiamo Iddio fervidamente

che voglia benedire la grande, insperata, ricostruzione della nazionalità italiana”.
(Lettera scritta a Napoli l’8 novembre 1860, spedita il 10 e giunta a Cittanuova  – Palmi – il 14)

Perché quell’esultanza incontrollata aveva lasciato il posto a “atti brutali e feroci fino alla follia“, a “amari commenti“, a “invocazioni rivolte a Garibaldi“, dopo appena un anno dalla proclamazione del Regno d’Italia?

Nel 150° anniversario dell’unificazione il Presidente della Repubblica Napolitano tirò una stoccata contro chi “con fuorvianti clamori e semplicismi continua a immaginare un possibile arrestarsi del movimento per l’Unità poco oltre il limite di un Regno dell’Alta Italia di contro a quella visione più ampiamente inclusiva dell’Italia unita, che rispondeva all’ideale del movimento nazionale“.Sarà pure così, ma intanto Cavour non era mai stato più a sud di Firenze, e Vittorio Emanuele, una volta a Napoli, sentì tutta l’insofferenza di uno straniero: “Lei resta a Napoli” – dirà al Colonnello Thaon di Revel, direttore del Ministero della Guerra della Luogotenenza di Farini – “ma io per fortuna me ne vado“.

Cosa immaginavano di trovare in quel territorio ribattezzato Mezzogiorno italiano? Forse un Piemonte un po’ più triste e povero. Scoprirono invece un altro mondo, un’altra cultura, e intuirono allora di aver ragionato su un’illusione: che bastasse proclamare un nuovo Regno affinché il popolo sentisse di appartenervi; che si potessero seppellire conflitti endemici sotto un’artificiosa valanga di “SI” plebiscitari; che sarebbe bastato un prolungamento meccanico della legislazione sarda, senza bisogno di alcuno sforzo di penetrazione nel contesto sociale, senza necessità di interventi strutturali nell’economia, nell’istruzione, nelle finanze.

(Raffaele de Cesare)

E’ certo un grave limite per la classe dirigente erede del Cavour non aver compreso a tempo la gravità delle condizioni economico-sociali del Mezzogiorno” – scriverà nel 1961 lo storico Ruggero Moscati -“e, soprattutto, l’aver imposto frettolosamente al Mezzogiorno sistemi doganali, tariffe daziarie ed un complesso di leggi estranee alla tradizione giuridico-amministrativa dell’ex regno, alimentando quella insoddisfazione determinata da esigenze non poco confuse e contraddittorie fatte di insofferenza, di delusioni, di disagio, di aspettativa []. In sostanza, il Mezzogiorno era stato pronto a sacrificarsi per l’unità in uno slancio di entusiasmo generoso, ma riluttava ora a divenire una provincia e, nel travaglio profondo della crisi unitaria, constatava come i suoi miraggi di una floridezza economica si risolvessero, almeno per il momento, nella realtà di un impoverimento“.

Il popolo meridionale percepì il nuovo Stato geograficamente lontano e culturalmente estraneo, e la classe politica preferì adagiarsi sull’idea di un’intrinseca inferiorità dei meridionali, piuttosto che indagare le cause del malcontento e impegnarsi a rimuoverle. Il Governo italiano tagliò i nodi con violenza, anziché scioglierli con pazienza. Marchiò il contadino come brigante, e fu il più tragico degli errori, perché le ragioni del brigante diventarono le ragioni del contadino, e del popolo tutto, che aiutò il brigante in ogni modo possibile. La stessa parola brigantaggio (per indicare il fenomeno generale) subì uno slittamento di significato rispetto al termine brigante (che avrebbe dovuto materializzare il fenomeno). “Ci sono i briganti quando dei tristi usano la violenza per riempirsi la pancia” – dirà il patriota Vincenzo Padula – “Si ha il brigantaggio quando quella violenza viene condivisa dal popolo contro una minaccia“.

Una minaccia: questa era l’Italia unita per le masse contadine. E le masse reagirono attraverso il loro braccio armato: i briganti. Ne seguì una guerra civile unica nel suo genere, per intensità, persistenza, estensione sociale e ampiezza territoriale. Gli ideali risorgimentali bruciavano assieme ai villaggi, morivano con gli uomini e le donne fucilati per rappresaglia e senza processo. Questa guerra diventò presto motivo di imbarazzo per l’immagine etno-culturale degli italiani e per la stessa legittimità del nuovo Stato. Era impossibile relazionare sui motivi per cui un popolo che aveva tanto bramato di esser liberato dai Borbone, si opponesse ora con tanta fierezza e determinazione all’opera dei suoi liberatori: “a Torino si capì subito che le ex Due Sicilie sarebbero state un osso molto più duro della Toscana, delle legazioni o dei ducati” – scrive Gigi Di Fiore – “Troppi morti, troppi ‘ribelli’. Che figura avrebbero fatto di fronte all’Europa cui bisognava dare l’idea di un Paese che aspettava solo l’unità d’Italia è l’arrivo di Vittorio Emanuele?“.

Già nel novembre del 1860 – pochi giorni dopo l’incontro di Teano tra Vittorio Emanuele e Garibaldi – un inquietante proclama compariva sui muri dei paesi intorno ad Avezzano, a firma del Generale Pinelli: “… chiunque sarà colto con arma da fuoco, coltello, stili od altra arma qualunque da taglio o punta e non potrà giustificare di essere autorizzato dalle autorità costituite sarà fucilato immediatamente … chiunque verrà riconosciuto di aver con parole o con denari o con altri mezzi eccitato i villici a insorgere sarà fucilato immediatamente … eguale pena sarà applicata a coloro che con parole od atti insultassero lo stemma dei Savoia, il ritratto del Re o la bandiera italiana … Deponete le armi, rientrate tranquilli nei vostri focolari, senza di che state certi che tardo o tosto sarete distrutti“.

Perché così tanto terrore? La risposta è implicita nelle parole di Rovot Carboni, Procuratore del Re a Rossano, in Calabria, in una lettera al Generale Sacchi: “il brigantaggio è un reato sui generis da non potersi confondere coll’associazione di malfattori. Di tali associazioni ve ne hanno dappertutto, ma non minano la base della società: il brigantaggio invece è una vera setta costituita per rovesciare l’ordine, per conseguire in fatto il comunismo dei beni che non si osa proclamare apertamente, strappando per vie segrete con potenti intimidazioni, con esecuzioni di danni minacciati, ciò che l’alta classe non vuole concedere all’infima. Il brigantaggio è una potenza che spiega influenza in tutti gli ordini sociali e là ha i suoi sudditi, i suoi impiegati in ogni uomo che mancante di mezzi o di animo pravo ha bisogno di esser sostenuto, o vuole arricchirsi, o vendicarsi a danno dei suoi simili“.

Lo Stato italiano spenderà i suoi anni cruciali in unaincessante lotta ai briganti, proprio quando inizieranno a strutturarsi nuove organizzazioni contro la legge, capaci di scrivere proprie leggi e inventare linguaggi e modi di pensare, di elaborare una propria visione del mondo e delle relazioni con persone e istituzioni. Verso queste organizzazioni – MafiaCamorra, ‘Ndrangheta – lo Stato sarà tollerante, indulgente, perché non percepite come destabilizzanti. Le conseguenze sono sotto i nostri occhi.

 
“Tu che stai lì, prigioniera, perché sei donna del Sud,
sul tuo cuore una bandiera che non hai tradito mai,
sul tuo viso un sorriso che per sempre porterai, porterai …”.

“… tu sei il sorriso di Michela e così ti metti in posa
  e il vestito che tu indossi non è un abito da sposa,
  e il fucile che tu porti è un fucile vero e non una rosa”.

“Tu che stai lì, prigioniera, perché sei donna del Sud,

così bella, così fiera, nella consapevolezza
che più forte del brigante non può esserci che la sua brigantessa”.

“Tu che stai lì, prigioniera, della tua fotografia
che il nemico ti ha scattato per la sua vigliaccheria.
Lui confuso nei trofei non si accorge di chi sei, di chi sei …”.

“Tu sei il sorriso di Michela che non ti sei mai arresa

Sei il sorriso che combatte la retorica infinita
di chi ha invaso la tua terra per rubare il tuo sorriso …
… e la tua vita”.

(Eugenio Bennato)

Brigante è una parola medioevale, che al principio indica un soldato a piedi, un fante di ventura. Entra nel linguaggio comune col vocabolo francese brigand, usato per identificare chi si oppone con le armi all’ordine stabilito dalla Rivoluzione, chi difende l’ancien régime, e perciò anche chi combatte per i Borbone spodestati da Napoleone.

Il brigante ha la colpa di brigare, di lottare per una cosa a cui tiene, che ha a cuore, un significato arrivato sino a noi con l’espressione prendersi la briga. E siccome a combattere per riportare i Borbone sul trono – col Cardinale Ruffo, nell’Esercito della Santa Fede – erano anche avventurieri armati, sbandati e uomini d’incerta posizione sociale – tra cui Fra Diavolo, Panedigrano e Mammone – il brigante conservò la sua immagine fosca anche per i napoletani.

Ma i briganti avevano per lungo tempo restituito anche un’immagine romantica e leggendaria, per le loro battaglie contro gli abusi di potere.

Il brigante entrava di prepotenza nelle memorie locali, le sue gesta consegnavano a quei luoghi un motivo di vanto, di fama e distinzione, da evocare nei racconti e nelle canzoni popolari.

Il brigante come simbolo universale della lotta contro l’ingiustizia, la versione poetica del ribelle, l’incarnazione oleografica e manieristica del combattente per la libertà.

Il brigante Domenico Straface, detto “Palma”:

il Robin Hood delle Calabrie.

Il brigante post-unitario assomma questa stratificazione secolare di percezioni, è un’icona polimorfa con un indice valoriale che cambia di continuo, da stigmate a dato sociale da rivendicare. Legittimisti, soldati del disciolto esercito borbonico, contadini disperati, nuclei di fuorilegge e persino garibaldini delusi, sono tutti indistintamente briganti. Non hanno una prospettiva sul futuro, una coscienza di classe o una strategia politica, ma posseggono il terrificante potere di chi non ha nulla da perdere.

Col terrore i generali piemontesi cercavano di spezzare la solidarietà dei ‘cafoni’ con i briganti” – scrive Aldo De Jaco -“Ma il terrore non è stata mai arma sufficiente e valida per isolare i combattenti dalla popolazione che li sostiene; così le fucilazioni non liquidarono ma aumentarono la solidarietà popolare per le vittime. La leggenda che faceva dei briganti tanti eroi popolari, paladini e unica speranza dei miseri contro i prepotenti e ricchi, trovava così mille riprove e questa fama assumeva subito due volti opposti: il volto del giustiziere implacabile, per pastori e plebi, quello della belva feroce per i benestanti; erano i ricchi, infatti, ad aver paura dei rapimenti di persona con richiesta di relativo riscatto, dei saccheggi, dell’incendio delle messi, del tagli delle viti, delle uccisioni, mentre gli zappatori non avevano niente da perdere, anzi ottenevano dal brigante qualche protezione contro i mille soprusi e i patimenti di cui era piena la loro giornata“.

“Sono due casupole annerite dal tempo e più ancora dal fumo.
Una serve da fienile e da stalla per le bestie, nell’altra dormiamo noi.
Vedi quel misero letto sostenuto da asticelle fradice? Là dormono mia madre e mio padre.
Nell’altro lettuccio vicino dormiamo noi tre fratellini tutti in fascio come tre stoccafissi. 
Vedi quel grosso canestro? Là dorme la sorella piccina.
E nelle culla di vimini dorme l’ultimo nato, Marco, di pochi mesi.
Eccoti mia madre che si strugge a cardar lana.
Osserva com’è tutta unta e bisunta d’olio”. 

(Carmine Crocco)

Il brigantaggio post-unitario è un fenomeno complesso, con numerose diramazioni e sfaccettature, ampiamente documentato nella letteratura storica e tuttavia – osserva il Professor Barbero – “in gran parte da studiare e su cui ci sono immensi fondi di archivio su cui mettere le mani“. Delinquenza, criminalità, rivolta contadina, opposizione politica, lotta di classe e guerra civile sono realtà eterogenee e irriducibili a un’unica dimensione. C’è un livello di complessità incomprimibile, quando si ricerca una cornice interpretativa del brigantaggio. La stilizzazione falsa il fenomeno, ne restituisce non già un quadro semplificato, ma una visione semplicistica e distorta.

Sicuramente, però, il nucleo del brigantaggio è la miseria contadina. “Qui è il santuario dei dannati, la miseria aizza i diavoli, nel reparto agitati“, avrebbe cantato Edoardo Bennato dopo più d’un secolo.

Lo Stato italiano – annota Giulio Bollati – “si rivela subito di mano estremamente pesante con i figli della terra“: non sollecita le quotizzazioni e le assegnazioni dei beni demaniali, evita il conflitto con i latifondisti, esclude le masse contadine dalla vita politica e sociale, le tiene ai margini della riallocazione delle ricchezze favorita dai nuovi equilibri di potere, e per colmo d’impostura matura la convinzione che il meridione sia un territorio abitato da selvaggi, contro cui la violenza è più che giustificata.

La classe contadina risponde con la lotta armata: la miseria, l’ignoranza, l’incertezza sul futuro – e, sì, anche gli istinti perversi – spingono in molti al malaffare, a porsi fuori dalla legge, a soddisfare ciechi impulsi di vendetta. Ma i briganti non sono né buoni né cattivi. Esprimono solo le ragioni di una massa di disperati, rappresentano idealmente i poveri, con i loro asini, le loro famiglie numerose, i loro debiti, in contrappsizione ai ricchi, i nuovi padroni, con i loro affari, i loro avvocati, i loro clienti e i casinò da gioco.

Carmine Crocco  – uno dei capibanda più famosi – è un caso paradigmatico. E’ un contadino lucano, con una famiglia già distrutta dai soprusi di un signorotto locale. La sorella respinge la corte di un altro signorotto, subisce per ripicca uno sfregio in volto, e lui la vendica in modo definitivo: uccide l’uomo e si dà alla macchia. Gli promettono l’amnistia, purché combatta per Garibaldi, ma la promessa rimane lettera morta, una volta cacciati i Borbone. Lo cercano per arrestarlo, e non può che fuggire di nuovo, vittima di una nuova ingiustizia. Trova riparo nei boschi e diventa il Generalissimo della resistenza, con oltre duemila uomini al seguito. Le sue doti di stratega, la sua ordinata tattica bellica e le sue imprevedibili azioni di guerriglia, saranno esaltate dagli stessi militari sabaudi: “se avesse vissuto nell’età di mezzo, sarebbe forse salito a condizione di condottiero di ventura“, dirà Eugenio Massa, un capitano dell’esercito regio che lo aiutò a redigere l’autobiografia. Servirà il tradimento del suo braccio destro, Giuseppe Caruso, per catturarlo.

“… ancor oggi sento entusiasmarmi pensando ai primi giorni dell’aprile 1861,

quando dalla boscaglia di Lagopesole per tutto il Melfese ero acclamato quale novello liberatore”.

(Carmine Crocco)

Si diventa briganti come Crocco, perché si cerca vendetta per i torti subiti, o perché non si ha denaro per pagare i debiti o non si vuol servire nell’esercito, o perché Re Francesco ora promette le terre. Poi si può discutere su un brigante o sull’altro – su chi era assassino e ladro, e su chi invece rivoluzionario e protettore dei poveri – ma tutti erano mossi da circostanze che non lasciavano alternative tra vivere in ginocchio o morire in piedi. Chi osserva oggi il loro mondo non ha il diritto di giudicarlo. Deve solo sforzarsi di comprenderlo: l’unico modo per rispettarne le sofferenze.

L’articolo 24 dello Statuto Albertino non necessitava di interpretazioni: “Tutti i regnicoli, qualunque sia il loro titolo o grado, sono eguali dinanzi alla legge. Tutti godono egualmente i diritti civili e politici“. L’articolo 71 vantava la stessa chiarezza: “Niuno può essere distolto dai suoi Giudici naturali. Non potranno perciò essere creati Tribunali o Commissioni straordinarie“.

Ma di fronte alla veemenza della resistenza meridionale, davanti a un fenomeno endemico ora mutato per dimensione e carattere, lo Stato italiano trovò naturale calpestare quei principi liberali sbandierati in aperta polemica col regime dei Borbone. La politica rinunciò alla sua funzione – il ruolo di mediatore tra ceti sociali, di conciliatore di interessi conflittuali – per mostrare il volto feroce del potere assoluto e incontrollato – delle leggi speciali, dello stato d’assedio, dei militari conquistatori – scavando un solco tra le popolazioni meridionali e le istituzioni, la simbologia e i valori nazionali. Il politico passò il testimone al militare, e il militare, per vocazione, è poco incline alle buone maniere e decisamente più propenso a uccidere, distruggere e devastare. “Nessuno riusciva a sentirli come soldati del proprio Stato in cui riconoscersi” – scrive Gigi Di Fiore – “Per tutti erano conquistatori che volevano imporre usanze e culture lontane“.

Nell’agosto del 1863 la Camera approvò la cosiddetta “Legge Pica”, un insieme di misure eccezionali, manifestamente incostituzionali, ma necessarie per riportare dentro una cornice di legalità formale gli abusi di soldati e politici, una via per istituzionalizzare quel potere militare che controllava il Meridione da almeno un anno. Tribunali militari, collegi di difesa pro-forma, condanne inappellabili, prerogative della magistratura azzerate, sovrapposizione tra organi di polizia e organi giudiziari, tutto per contrastare un reato di brigantaggio volutamente lasciato generico. Strumenti abberranti per una società civile, non solo secondo i valori odierni, ma anche in base ai parametri di allora. Disposizioni temporanee, nelle intenzioni, e poi prorogate sino a tutto il 1865.

Le “Legge Pica”orrenda in sé, diventò persino atroce, per la crudeltà con con cui fu applicata. Conteneva in nuce la teoria per cui le cose si possono fare, ma non si devono dire, che può esistere una giustizia priva di legalità. Sdoganava il fascino della scorciatoia, l’attitudine a formulare disposizioni ambigue, da applicare con ordini appena sussurrati. Introduceva un inquietante duplice livello di legittimità e verità nel cuore dello Stato. Inaugurava una serie di stagioni politiche scellerate, che si ripresenteranno in ogni fase di emergenza della storia nazionale.

Violenza e illegalità diventarono un abito mentale e uno schema di azione. Atterrire le popolazioni, compiere stragi, radere al suolo interi villaggi, non erano più azioni singole e sconnesse. La loro sistematicità segnalava uno stile, un modo di intendere la lotta che accomunava politici e militari a livello locale e nazionale.

Il 3 dicembre 1864 il Procuratore del Re della Corte di Appello delle Puglie parlò del “salutare terrore che le leggi eccezionali ànno ispirato” nelle popolazioni meridionali. Terrore è una parola angosciante – oggi come ieri – se a pronunciarla sono militari e magistrati.

“Ella avrà senza dubbio udito parlare del doloroso e infame fatto di Casalduni e Pontelandolfo;
orbene il Generale Cialdini non ordina, ma desidera che di quei due paesi
non rimanga più pietra su pietra …
Ella è autorizzata a ricorrere a qualunque mezzo,
e non dimentichi che il Generale desidera che siano vendicati quei poveri soldati
dando la più severa lezione a quei due paesi.
Ha ella ben capito?”
Il Generale Piola Caselli è il latore di un messaggio,
il Maggiore Carlo Melegari ne è il destinatario.
“Generale so benissimo come si devono interpretare i desideri del Generale Cialdini
– risponde il Maggiore –
“ho fatto la Campagna di Crimea e della del 1859 sotto i suoi ordini,
e so per prova come egli sia uso a comandare e ad essere ubbidito”
Ne uscirono fuori le due pagine più nere e infamanti della lotta al brigantaggio.
 Il Colonnello Gaetano Negri – poi sindaco di Milano – scriverà al padre:
“Probabilmente anche i nostri giornali avranno parlato degli orrori di Pontelandolfo
Gli abitanti di questo villaggio commisero il più nero tradimento e degli atti di mostruosa barbarie;
ma la punizione che gli venne inflitta, quantunque meritata, non fu per questo meno barbara  
Un battaglione di bersaglieri entrò nel paese, uccise quanti vi erano rimasti,
saccheggiò tutte le case, e poi mise il fuoco al villaggio intero,
che venne completamente distrutto.
La stessa sorte toccò a Casalduni, i cui abitanti si erano unit a quelli di Pontelandolfo.
Sembra che gli aizzatori della insurrezione di questi due paesi fossero i preti;
in tutte le province, e specialmente nei villaggi della montagna, i preti ci odiano a morte,
e, abusando infamemente della loro posizione, spingono gli abitanti al brigantaggio e alla rivolta.
Se invece dei briganti che, per la massima parte, son mossi dalla miseria e dalla superstizione,
si fucilassero tutti i curati (del Napoletano, ben inteso!), il castigo sarebbe più giustamente inflitto
e i risultati più sicuri e più pronti …”.

Tra il 1860 e il 1870 – e in special modo tra il il 1861 e il 1865 – un fenomeno sbrigativamente etichettato brigantaggio pervase le province meridionali del neonato Regno d’Italia.

Sulle prime sembrò una rivolta politica, perché i briganti si dichiararono fedeli ai Borbone – per avere la copertura di un’autorità superiore, per sentirsi dentro un potere legittimo – e specularmente la reazione borbonica-clericale si sovrappose agli spontanei movimenti popolari, imprimendogli un’orientamento politico. Poi il fenomeno mostrò la sua dimensione sociale, di ribellione verso il nuovo regime. I contadini tolleravano la povertà economica, perché era una povertà socialmente sostenibile, mitigata da un costo della vita moderato e da una lieve pressione fiscale. All’improvviso fronteggiarono disposizioni insostenibili. Videro per di più la privatizzazione delle terre demaniali, a vantaggio di vecchi e nuovi proprietari. Influì probabilmente anche il sentimento religioso della classe rurale, tenuto vivo dal basso clero a diretto contatto con le popolazioni, in opposizione a un movimento risorgimentale di marcata connotazione anti-cattolica. E sicuramente non mancò una componente di ordinaria delinquenza, di brigantaggio comune, se così si può dire.

Qualsiasi cosa fosse il brigantaggio, quali le sue cause prossime e remote, lo Stato italiano vi schierò contro più della metà del proprio esercito, per quasi dieci anni: 120.000 uomini – 52 reggimenti di fanteria, 10 reggimenti di granatieri, 5 reggimenti di cavalieri, 19 battaglioni di bersaglieri – a cui si sommarono circa 7.000 carabinieri e gli 80.000 della Guardia Nazionale, una formazione di civili sorta bell’apposta, una milizia nativa dei luoghi, pronta a cacciare i propri stessi conterranei, a difesa degli interessi della borghesia meridionale.

Sul versante opposto c’erano loro, i briganti, stimati in oltre 80.000 nel decennio 1860-1870. Organizzati in “comitive” o “bande”, animati da uno spirito anarcoide, poco inclini a collaborare e perciò con limiti esiziali nel coordinamento e nell’unità d’azione, ma tutti sorretti dal manutengolismo, quel movimento popolare di fiancheggiamento alla guerriglia, così ampio e ramificato da non poter essere stroncato con la sola legislazione penale, pur eccezionale.

Iniziò una guerra in cui le nefandezze dell’esercito italiano furono indistinguibili dalle azioni di quei briganti percepiti come selvaggi incapaci di apprezzare la civiltà e il progresso.

I briganti sotterravano vivi i militari piemontesi, li decapitavano, giocavano a bocce con i crani, assaltavano convogli, minacciavano di morte i proprietari delle masserie e i sindaci di paese. I soldati italiani impiccavano i briganti, li lasciavano penzolare per giorni sulla forca, inchiodavano i cadaveri sui portoni dei palazzi, posizionavano le carcasse nelle piazze o sui gradini delle chiese, a scopo intimidatorio.

L’ombra dei boschi era il manto della legalità. Fucilazioni ovunque, per i motivi più disparati e con una frequenza impressionante, anche di persone catturate senza armi in mano, per il capriccio o la paura di un capitano, di un sergente, di un caporale. Arresti senza consegna alla magistratura, reclusioni senza processo, esecuzioni durante il tragitto da un luogo all’altro. E poi indulti, condoni e amnistie, per indurre a cambiare casacca, a tradire la banda.

Cambiò pure la propaganda, che rivolta a un popolo d’analfabeti deveva essere più visiva che scritta, e arrivarono così le più macabre fotografie a raccontare le gesta dei soldati e la miseria dei briganti.

Non vengo a imporvi la mia volontà, ma a ripristinare la vostra“, aveva detto Re Vittorio Emanuele al popolo delle Due Sicilie, dopo l’ingresso in Abruzzo. Non doveva avere granché chiara la volontà dei meridionali, se quel che ne venne fu un conflitto che nessuno sa dire quando iniziò né quando finì, perché non vi fu mai una dichiarazione di guerra, né fu mai siglato un trattato di pace. Persino gli effetti materiali, per quanto visibili, rimasero incerti nelle quantificazioni. Non conosciamo il tributo di vite umane riscosso da questa guerra civile camuffata da gigantesca operazione di polizia, ma chiunque si sia industriato nel conteggio delle perdite le ha sempre stimate superiori a quelle di tutti i i moti risorgimentali dal 1820 al 1860.

Abbiamo due sole certezze.

La prima: la Guida alle fonti per la storia del brigantaggio post-unitario conservate negli Archivi di Stato – Volume I e Volume II, per complessive 679 pagine – che da sola restituisce l’immagine più nitida e impressionante dello spiegamento di forze messo in campo dal Governo italiano per la repressione del brigantaggio.

La seconda: la contabilità delle onorificenze militari. “Della tremenda stagionedel brigantaggio, di quella guerra civile spesso rimossa, o addirittura sconosciuta, si fregiarono per anni i militari” – documenta Gigi Di Fiore – “Vennero assegnate infatti un totale di 7931 ricompense. Si trattava di 4 medaglie d’oro, 2375 d’argento e 5012 menzioni onorevoli. Il Regno di Italia saldava il conto con chi aveva tenuto il Sud attaccato alle altre regioni. Per tenere in vita quell’unione, si era in realtà diviso subito il paese in due. Nelle leggi, nei comportamenti, nelle incomprensioni, nella distanza di culture e tradizioni“.

 “Il brigantaggio nel Melfese è ora completamente distrutto”.

(Lettera del Generale Govone, 6 marzo 1865)

Il 19 gennaio 1870 il Ministro dell’Intero e Presidente del Consiglio Lanza comunicava la cessazione delle zone militari a L’Aquila, Benevento, Campobasso, Caserta, Avellino, Potenza, Salerno, Cosenza, Catanzaro e Chieti. I briganti non erano più un pericolo, il brigantaggio aveva esaurito la sua spinta di rivolta politica e sociale, la rabbia era scemata, non si sentivano più lamenti.

E tuttavia ogni osservatore critico rimane ancor oggi obbligato a riflettere, e a farlo con tanta più attenzione quanto più rassegnato è il dolore, quanto più tranquillo è il suono della nota triste: perché peggio della brutale insurrezione dell’anima c’è solo l’afflosciarsi di chi dispera.

“… il prodotto inesorabile di un ambiente 

che trova normale devastare un pronto soccorso e sparare contro una caserma dei carabinieri,

perché considera ancora quella caserma e quel pronto soccorso i palazzi del nemico”.

To stroke hatred

L’odio inglese per le Due Sicilie, che si manifestò in tutta la sua virulenza nel 1860 col sostegno armato agli invasori piemontesi e garibaldini (anch’essi piemontesi), aveva una radice molto antica, era cominciato nel 1836 con la questione degli zolfi, una questione di altissimi interessi che aprí una crisi profondissima, duratura e insanabile tra Napoli e Londra, nonostante anche i successivi accomodamenti diplomatici, e rischiò di portare allo scontro bellico i due Stati. La vicenda è raccontata egregiamente da Alianiello nel suo libro «La conquista del Sud».

«La questione degli zolfi, per chi non la conoscesse, è presto detta. Fin dal 1816 vigeva tra Londra e Napoli un trattato di commercio, dove l’una nazione accordava all’altra la formula della «nazione piú favorita». Subito ne approfittarono i mercanti inglesi per accaparrarsi l’intera, o quasi, produzione degli zolfi, allora fiorente in Sicilia. Compravano per poco e rivendevano a prezzi altissimi. Di questo traffico poco o nulla si avvantaggiava il Reame e meno ancora i minatori e i lavoranti dello zolfo. Ferdinando II volle reagire a questo sfruttamento, tanto piú che, avendo sollevato la popolazione dalla tassa sul macinato, aveva bisogno di ristorare le casse dello Stato in altro modo. Fece perciò un passo forse audace: diede in concessione il commercio degli zolfi a una società francese che lo avrebbe pagato almeno il doppio di quanto sborsavano gli inglesi. Inde irae. Palmerston nel 1836 mandò la flotta nel golfo di Napoli, minacciando bombardamenti, sbarchi e peggio. Ferdinando II non si smarrí, e ordinò a sua volta lo stato d’allarme nei forti della costa e tenne pronto l’esercito nei luoghi di sbarco. Pareva dovesse scoppiare la scintilla da un momento all’altro. Ci si mise fortunatamente di mezzo Luigi Filippo e la Francia prese su di sé la mediazione. Il risultato fu che lo Stato Napolitano dovette annullare il contratto con la società francese e pagare gli inglesi per quel che dicevano d’aver perduto e i francesi per il guadagno mancato. È il destino delle pentole di terracotta costrette a viaggiare tra vasi di ferro. Chi ci rimise fu il povero Regno Napoletano; ma l’Inghilterra se la legò al dito come oltraggio supremo.»

Vediamo in merito il pensiero di Ferdinando II manifestato ai suoi ministri:

«Oggi trattasi di decidere la questione se si deve o no cedere alle pretenzioni e alle minacce che ci dirigono; si tratta di una questione d’onore e di dignità. Io per me sono pronto a respingere le une come le altre. Vi fu un tempo in cui Napoli fece tremare l’Europa. Non dico che possa farla tremare oggi; ma non per questo dobbiamo noi tremare … Vi sono taluni che ci consiglierebbero di cedere; ma sanno che cosa guadagneremmo noi con ciò, oltre la perdita della dignità e la macchia dell’onore? Bisognerebbe assoggettarsi alle instancabili richieste dell’Inghilterra; e cedendo oggi, dovremmo cedere nel futuro ad altri … State tranquilli e non temete nulla. La fermezza è il partito che ci conviene contro ingiuste pretenzioni.»

Ferdinando II – alla fine dovette piegarsi alla volontà del governo britannico, la sua resistenza valse a far apparire la pressione inglese come una vera e propria prepotenza.

Prima fu Phalero, poi divenne Parthenope

La storia di Napoli: Eumelo Falero, l’eroe che fondò Napoli.

E’ bene supporre che ci siano stati diversi momenti della fondazione di Napoli tra insediamenti, popolamenti, nuove conquiste e migrazioni; la città fu abitata prima da popoli trogloditi di razza egeo-pelesgica (neolitica) poi gli antenati dei greci come gli Ausoni e gli Apudi e altri come gli Achei e gli Opici e successivamente giunsero popoli ellenici come i Rodii, Calcidesi o Cumani, Teleboi, Corinzi e probabilmente i Fenici di cui si hanno testimonianze archeologiche.
Riguardo ai Micenei, si hanno labili testimonianze e si ipotizzano quattro insediamenti ad Ischia, Vivara, Afragola e al centro antico di Napoli, ma scarse sono le notizie sulla presunta Torre di Falero e della sua città, costruita circa cento – duecento anni prima della distruzione di Troia e prima di Parthenope.
L’autore dell’Illiade e dell’Odissea Omero, colloca la fondazione di Parthenope dopo la distruzione di Troia, localizzata attorno all’isolotto di Megaride (Castel dell’Ovo) antichissimo approdo costiero che dominava fino al monte Echia, l’attuale Pizzofalcone.

Recente è la notizia di uno studio di archeologia austriaca che rimetterebbe in discussione la datazione di alcuni eventi della Storia dell’antica Grecia avvenuti 50 0 150 prima di quanto si creda.

Sembra che i popoli italici, o almeno quelli che hanno sviluppato le loro civiltà sulle aree costiere della penisola, discendano quasi tutti dai coloni greci che, tra l’800 e il 700 a.C. diedero il via alla prima grande emigrazione nel mondo allora conosciuto alla ricerca di nuove e inesplorate terre di conquista e di commercio.

Nelle località occupate si stabiliva in permanenza un nucleo di abitanti che dava vita a una nuova comunità ellenica in mezzo alle popolazioni indigene lì dove erano presenti e tante città, anche quelle che oggi mostrano una grande rilevanza, ebbero origine dai loro primordiali villaggi.

Ogni città ha nella sua storia, una leggenda che ne ipotizza in maniera fantastica, la nascita. Ma Napoli è l’unica città greca che continua a vivere sui resti del suo primordiale villaggio, come si può immaginare la sua nascita a più di 2500 anni di distanza con poche testimonianze che non fanno altro che alimentare le sue leggende. Partiamo dal primo nome del nucleo abitato che non sembra essere “Partenope”, la madre genitrice non è la bellissima sirena che poi tanto “mezzo pesce e mezzo donna” non era, ma da un nobile valoroso avventuriero cretese, l’argonauta “Phalero”.

Egli era famoso per la sua partecipazione alla spedizione degli Argonauti guidati da Giasone con la sua nave Argo, alla ricerca del Vello d’Oro, un “leggendario manto dorato di un ariete alato capace di curare ogni ferita”, ma che in realtà probabilmente non erano altri che mercanti greci alla ricerca di guadagni. Quindi il primo insediamento che giunse a popolare l’attuale Borgo Marinaro di Santa Lucia e l’isolotto di Megàride, è associato al mito degli Argonauti che chiamarono il loro primo villaggio “Phalero” dal nome del loro condottiero, posticipando l’arrivo dei Cumani che, essendo di diversa fazione, ne cambiarono poi il nome in Parthenope.

In onore di Phalero fu costruita, circa cento o duecento anni prima della distruzione di Troia, una torre, un monumento a lui dedicato e realizzato nei pressi del nascente porto greco di Napoli.

Probabilmente la torre fungeva da faro (una sorta di “insegna pubblicitaria”) ai numerosi naviganti che percorrevano il Mediterraneo in tutte le sue rotte, e li aiutava a localizzare il piccolo insediamento, poichè Phalero inizialmente non era una vera e propria città ma solo un piccolo emporio, una sorta di stazione marittima dove le navi che si apprestavano ad affrontare l’ignoto o lunghi viaggi, sostavano qualche giorno per fare rifornimento di vettovaglie e scambiare la loro mercanzia.

Il golfo di Napoli costituiva la base migliore per l’espansione mercantile verso l’estremo Occidente, le rotte dirette verso la Sardegna, la Corsica, la penisola iberica e le attuali coste dell’Italia settentrionale e francesi erano preziose per il rifornimento di materiali pregiato, e nello stesso momento l’insenatura con le sue isole garantiva un ricovero sicuro alle navi ormeggiate.

E tutto questo sull’isolotto di Megàride, quella lingua di terra che sembra essersi staccata dal promontorio di Pizzofalcone e che da più di XV secoli ospita il Castel dell’Ovo.

Immaginate quest’isolotto come un mercato a cielo aperto dove chiunque proveniente da ovunque si fermava a trattare lo scambio di materie conosciute o ancora sconosciute e tutt’intorno, sulla terra ferma, la vista della rigogliosa vegetazione con i numerosi fiumi e ruscelli che dalla collina di Pizzofalcone, dal Vomero e da Capodimonte scendevano a valle riversandosi nelle acque del golfo.

Il Vesuvio ancora non era conosciuto, si credeva fosse un normale tipico monte ancora lontano dal presentarsi come uno dei più crudeli scherzi della natura. Le testimonianze dell’approdo di Phaleros sono riconducibili ad alcuni versi di Licofrone e di altri storici e letterati napoletani successivi; a parte il rinvenimento del villlaggio di Afragola (un villaggio miceneo risalente a questa epoca fu infatti scoperto nelle campagne afragolesi durante la realizzazione della stazione dell’Alta Velocità) e ad alcuni sporadici frammenti disseminati qua e là lungo la costa, non esistono ad oggi tracce archeologiche oggettive precedenti all’ondata calcidese. Recenti ritrovamenti collocano infatti l’insediamento di quest’ultimi sull’isola di Pithecusa nel IX secolo a.C.; di lì a poco, gli abitanti dell’isola delle scimmie – l’attuale Ischia – attraversarono la lingua di mare per sbarcare nei campi ardenti e fondare una delle maggiori città della Magna Grecia: Cuma. Chiunque sia stato lungo il promontorio di Posillipo, conosce la costa di Napoli per essere alta e rocciosa. La natura di queste roccie è vulcanica, di tipo tufaceo. Il mare aveva provveduto a scavare grotte naturali abitate già in epoca preistorica da un popolo che i primi greci non seppero come meglio definire se non “abitatori di grotte”, Opikoi.
Nel tratto di mare prospiciente la città di Napoli si erge un isolotto roccioso, sul quale s’innalza oggi il Castel dell’Ovo, che servì da approdo già ai naviganti fenici, se si vuole riconoscere nel nome di Megaris (Megaride) una derivazione dal punico. Se fu fenicio, Megaris non fu comunque mai uno stanziamento stabile ma piuttosto un emporio, una vera e propria piazza di mercato nella quale si riunivano i mercanti punici e le popolazioni autoctone per scambiarsi merci. Sarebbe difficile, infatti, giustificare altrimenti la successiva denominazione di Phalero, il primo nome vero e proprio di Napoli, se non pensando ad una guerra tra i preesistenti fenici ed i nuovi arrivati greci. La storia, normalmente generosa nel tessere le lodi di nuovi e vincitori dominatori, non ci lascia traccia di episodi cruenti, ma narra solo della colonizzazione guidata dall’eroe ateniese Eumelo Phalero, compagno di Giasone durante la sua ricerca del vello d’oro, arciere formidabile, in suo onore fu eretta una torre nel centro del porto dell’insediamento fondato sulla collina di Pizzofalcone, che da lui prese il nome. La Torre di Falero con il suo faro tingeva le acque di Napoli. C’è davvero qualcosa di particolare dietro questa mitica torre. D’altronde, Napoli è una delle città più antiche dell’Occidentee non è un caso che secondo la mitologia, le imprese di alcuni eroi siano partite spesso da qui. Lascia di stucco all’interno della chiesa di Sant’Eligio, una breve epigrafe su un busto di marmo che racconta le origini del misterioso eroe che fondò Napoli e la governò, Eumelo Falero.

Il porto di Napoli si dice fosse diorigine Micenea, ancora prima dei Cumani quindi. Eumelo Falero apparteneva proprio all’antica civiltà dei Micenei. Egli era il figliodell’eroico arciere cretese Alcone.Acquistando le doti del padre, il figlio Eumelo partecipò all’impresa degli Argonauti, guidati da Giasone alla ricerca del vello d’oro, il manto capace di curare ogni ferita. La torre di Phaleros è stata citata da diversi autori greci e latini, essa doveva presentarsi come una sorta di monumento al fondatore della città, un tributo di grande valore che sorgeva accanto al primordiale porto greco di Napoli e di cui si sono perse le tracce. Non si conosce la funzione di questa torre ma si suppone che serviva ai naviganti del Mediterraneo per orientarsi e localizzare la città, come una specie di faro, un simbolo, un punto di riferimento per chi giungeva sulle nostre coste. Intorno a questa mitica torre nacque la città di Phaleros. Stefano Bizantino che è stato un grande geografo bizantino ci fa sapere che Falero era una città degli Opici (antico popolo indoeuropeo che abitava in Campania) dove gettata dal mare, trovò ricovero la Sirena Parthenope. Secondo il grammatico bizantino Giovanni Tzetze commentando l’opera di Licofrone sostiene che questo Falero era un Tiranno di Sicilia che venne a fondare la città di Napoli attorno ad una torre ma secondo altri autori, Tzetze fece un mirabile errore, confondendo Faliride il Tiranno di Agrigento con il nostro eroe Falero …

Scrisse il poeta e drammaturgo greco Licofrone da Calcide nel IV sec. a.C.: «Poi che Ulisse avrà vinte le sirene, le tre figliuole di Acheloo, Parthenope (Napoli), Leucosia (Punta Licosa) e Ligea (Terina, Lamezia Terme in Calabria), una di esse sbattuta dal mare, accoglieranno la torre di Falero e le rive del Clani (Sebeto), e sul sepolcro che le sarà innalzato dagli abitatori di quelle contrade, le vergini, ogni anno, verranno a libare e a far sacrifici di buoi in onor di Parthenope, la Dea-uccello». In questi versi è citata la Torre di Falero in riferimento alla città e ai suoi abitanti che accoglieranno i resti mortali della sirena Parthenope, innalzandole un sepolcro. Il poeta romano Publio Papinio Stazio, nato e vissuto fino alla morte a Napoli nel I sec. d.C. cita l’eroe Falero, nelle Silvae: «e tu, Apollo, capo di quel popolo esiliato lontano, del quale la colomba, ancora accoccolata sulla sua spalla sinistra, Eumelo adora con amorevole culto». In questa versione viene citato Eumelo quindi Falero (eroe o città?) prediletto e devoto al culto del Dio del Sole.

Un’epigrafe di epoca medioevale rinvenuta nella Chiesa di Sant’Eligio e che un tempo doveva trovarsi sotto il busto di «Marianna ‘a capa ‘e Napule» (assoggettata a Parthenope) reca incise queste parole:

PARTHENOPAE . EUMELI . PHAERAE TESSALIAE .REGIS . FILIAE . PHARETIS . CRETIQUE REGUM .NEPTIS . QUAE EUBOEA . COLONIA .DEDUCTA CIVITATI . PRIMA . FUNDAMENTA IECIT . ET DOMINATA. ESTORDO . ET . POPULUS . NEAPOLITANUS . MEMORIAM AB ORCO . VINDICAVIT
Qui la storia si complica poiché recita: «A Parthenope, figlia di Eumelo re di Fera della Tessaglia, nipote di Farete e dei re di Creta, che con coloni partiti dall’Eubea (regione che comprende Calcide), diede alla città le prime fondamenta e la governò. Il popolo napoletano pose la sua memoria». Qui il mito di Falero si fonde con quello di Parthenope, dove la fanciulla (non sirena) è la principessa della Tessaglia, figlia dell’eroico Eumelo, discendente di una nobile stirpe imperiale cretese che fondò e governò Napoli.
Il fondatore della geografia storica Filippo Cluverio, riprende l’ipotesi di Falero nel 1600 e ne deduce: Neapolis urbs ante Parthenopes dicta est prius Phalerum– La città di Napoli prima era chiamata Parthenope e in principio Falero. Lo stesso Carlo Celano riprende il mito dell’Argonauta Falero nella storia delle origini di Napoli.

Ma il termine “Phalero” restò per un periodo di tempo relativamente breve, era il nome scelto dai primi insedianti, ma questa prima colonizzazione fu però talmente antica che, quando nel VII sec. a.C. i coloni di Kyme (Cuma) giunsero a Phalero per impiantarvi un emporio, la città si chiamò Parthenope.
Tra Phalero e Parthenope altri coloni greci erano passati (Ulisse fu solo uno dei tanti, il più famoso forse), e il luogo era stato ribattezzato.
Il fatto che il luogo sia stato ribattezzato non è evento di poco conto perché testimonia il passaggio da un gruppo di coloni, orgogliosi delle loro origini e dei loro antenati, ad un altro gruppo, devoto a quella figura mitologica che era la “sirena dalla voce virginale” Parthenope.
I due gruppi sarebbero provenuti da Atene e da Rodi, nell’Egeo orientale, dove il culto della sirena era diffuso, quindi sono certe almeno due colonizzazioni diverse. Il sopraggiungere di coloni Rodii è datato al IX sec. a.C., mentre tracce micenee rimontano a prima del XII sec. a.C.
Certamente non furono i cumani a dare il nome di Parthenope alla città: essi, di antenati calcidesi (da Chalkis, in Eubea), erano devoti ad Apollo, il massimo nume degli oracoli nel Pantheon greco, mentre abbiamo visto in un post precedente che la Sirena Parthenope era probabilmente legata ad un’altra tradizione oracolare, e pertanto in aperto contrasto con quella cumana. Quella dei cumani, nel VII sec. a.C., fu dunque la terza ondata di colonizzazione greca, ma non certo l’ultima. Anche i cumani si limitarono ad occupare la collina di Pizzofalcone, magari estendendo le mura dell’abitato preesistente, ma pare che anche sotto di loro Parthenope continuò ad essere un emporio, un mercato e non una vera polis. Ancora la leggenda dice che i cumani fondarono Parthenope per poi soffrire d’invidia nel vedere che la loro colonia diventava immensamente ricca. Secondo questa leggenda, i cumani decisero di radere al suolo Parthenope, salvo poi essere puniti per quest’azione fratricida con una terribile pestilenza. I cumani, terrorizzati dal morbo, andarono a chiedere un oracolo al tempio di Apollo a Delfi, e ne trassero l’istruzione di ricostruire la città.
Non c’è in realtà alcun bisogno di chiamare in ballo qualcosa di tanto odioso come il fratricidio: la storia cominciava a fare capolino sul suolo di Neapolis quando i Tyrrhenoi (gli Etruschi) raggiunsero la Campania e, conquistatone l’entroterra, trovarono i greci sulle sue coste. Parthenope, che non era un grande borgo, dovette essere temporaneamente abbandonata a sé stessa, perché troppo impegnativa da difendere. Ma nel 524 a.C., il tiranno cumano Aristodemos sconfisse gli Etruschi per terra, e nel 474 a.C., nelle acque di Cuma, la flotta cumana, appoggiata in maniera determinante da Gerone I di Siracusa, sconfisse quella etrusca, ricacciando definitivamente dal Tirreno meridionale le mire espansionistiche estrusche.
I siracusani chiesero una giusta ricompensa per l’aiuto prestato. Accanto alla vuota Parthenope sorgeva un altopiano assai scosceso su tutti e quattro i lati. A nord era protetto dal vallone dell’attuale Via Foria, ad ovest scorreva il Sepeithos (Sebeto), a est c’erano paludi, a sud era il mare.
Su quell’altura, dove preesisteva già qualche edificio, venne fondato un nuovo quartiere che ospitò un gran numero di coloni siracusani. Era nata Neapolis.

La leggenda narra che la Sirena Partenope si innamorò follemente di un centauro di nome Vesuvio. Ma purtroppo il loro amore venne interrotto da Zeus, che a sua volta era innamorato della splendida sirena. E così, la divinità greca trasformò Vesuvio in un vulcano, in modo che Partenope non sarebbe riuscita a toccarlo.

Se la data della fondazione di Phaleros e di Parthenope è tutt’ora celata dai tortuosi anfratti della mitologia, la nascita di Neapolis non solo è ampiamente documentata ma la sua testimonianza si palesa ancor oggi nell’assetto urbano del centro storico della città, esempio unico al mondo di stratificazione delle epoche. La nuova città germogliò su di una terrazza scoscesa sul mare, racchiusa tra il fiume Sebeto ad est, il mare a sud e da una vallata a nord oggi solcata da via Foria. Neapolis fu dunque fondata dai Cumani verso la fine del VI secolo a.C., e si rafforzò solo a seguito della guerra vinta contro la flotta Etrusca, grazie all’appoggio determinante degli alleati Siracusani.

I due nuclei urbani collocati nella baia di Napoli erano uno di fianco all’altro e abitati dal medesimo popolo; Partheope già mostra i segni del tempo e viene “ribattezzata” Palepolis, mentre il nuovo insediamento, in contrapposizione alla “vecchia città”, verrà chiamato Neapolis. Alla fine del V secolo a.C. vi furono alcuni eventi determinanti per lo sviluppo e la crescita della città: nel 423 l’espansionismo Osco provocò la caduta di Capua, e nel 421 capitolò anche Cuma. Gli abitanti in fuga trovarono rifugio tra le mura di Neapolis che resistette all’assedio grazie a un compromesso con le élite osche.

La città ebbe una crescita esponenziale assorbendo i rifugiati cumani e una folta colonia di siracusani e ateniesi che a più riprese popolarono la città. Da quel momento Neapolis si affermò sul golfo e sul Tirreno favorita dal rapporto privilegiato con Atene, al punto che lo stesso Pericle, il più celebre politico ateniese, favorì la crescita degli scambi commerciali tra le città, attingendo dalla Campania felix per ovviare al fabbisogno di derrate elleniche. Un flusso proficuo di cultura e di tradizioni che contribuì alla fioritura della civiltà occidentale. Dalla sua nascita, e per molti secoli ancora, Napoli fu da tutti considerata la città più ellenica della Magna Grecia.

La celebre scultura in marmo di Donna Marianna, l’erma dalla testa grande adornata da un’acconciatura prominente stile ellenico. ll busto in marmo fu rinvenuto attorno al 1594 nell’Anticaglia, la zona più antica di Napoli nel Decumano Superiore e secondo le prime ricostruzioni storiche, si ipotizzò che si trattasse della testa raffigurante il volto della sirena Partenope, il simbolo femminile per eccellenza della città. Se fosse umana avrebbe avuto gli occhi grandi neri e profondi, labbra piccole e carnose e un’età media che oscillerebbe sui trent’anni o poco più. Al tempo doveva essere molto bella. 
Che funzione aveva? Secondo gli studi effettuati da Carlo Celano nel suo volume “Notitie del bello, dell’antico e del curioso della città di Napoli” e quello del suo collega Giovanni Antonio Summonte in “Dell’historia della città e regno di Napoli” affermarono che molto probabilmente, trattatasi dell’antico busto della dea greca Afrodite l’allegoria della bellezza e dell’amore (che la città incarnava sin dai tempi remoti) individuati poi nello spirito di Partenope e doveva assolvere alla funzione religiosa, di culto. 
Infatti la scultura, secondo ipotesi, doveva esser collocata all’interno di un tempio pagano di origine greco-romano che sorgeva nel cuore del centro storico, votato alla dea Afrodite; la testa quando fu rinvenuta, possedeva un volume maggiore rispetto alle altre statue ritrovate di epoca classica sempre in zona, attribuite probabilmente ai culti per uso privato 
Storici, letterati e semplici curiosi sono alla ricerca della tomba di Partenope. Giovanni Boccaccio, nel Ninfale d’Ameto, risalente intorno al 1341-1342, racconta che il popolo dei cumani, durante gli scavi per la fondazione della città di Napoli, si era imbattuto in una tomba regale, che recava una scritta:
“QUI PARTENOPE, VERGINE SICULA, MORTA GIACE”. 
Suggestiva la storia che vorrebbe la tomba di Partenope scoperta e poi occultata sotto il tetto del teatro San Carlo, tanto che la statua che la raffigura si trova proprio sul tetto del massimo napoletano, nell’atto di incoronare due entità alate, rappresentate dalla musica e dalla poesia. Se invece ci rivolgiamo agli studiosi, tutti puntano il dito su una lapide millenaria, presente ancora oggi in San Giovanni Maggiore, che riporta l’iscrizione: “Omnigenum Rex Aitor Scs Ihs Partenopem tege fauste” (O Sole, generatore di tutti i beni, che passi nel segno del mese di gennaio, proteggi felicemente Partenope).
Napoli è una città in cui anche le favole danno il nome ai luoghi. Il Mito delle Origini vuole che la città sia stata edificata sul sepolcro di Partenope, la dea Sirena. Dunque a Megaride, dove si narra che Partenope (dal greco: vergine con voce di fanciulla) venne a morire. A Partenope – lo scrigno-madre, demone marino o uccello antropomorfo, umanizzata al punto da morire per amore e per questo simbolo di un destino tragico – i fondatori della città dedicarono un grande sepolcro, oggi perduto, che infiamma da sempre la fantasia degli storici, degli archeologi e dei poeti.
Fior di studiosi, da Bartolommeo Capasso a Mario Napoli, si sono interrogati in passato sul tempio perduto di Partenope e sulla sua esatta ubicazione. E nel corso dei secoli sono stati indicati vari siti. Caponapoli, l’Acropoli della città greco-romana, dove si veneravano gli dei, si combattevano i dèmoni, si officiavano sacrifici rituali; o la zona ai piedi del Monte Echia, che sarebbe poi diventata Santa Lucia inglobando molti misteri dell’antica Megaride; o, ancora, il vasto pianoro dove ora si trova il teatro San Carlo. La leggenda del «sepolcro perduto» si incrocia con il mito stesso della fondazione di Napoli, trasfigurato dalla fantasia e dalle tradizioni popolari.
Leggende a parte, un tempio dedicato al culto della Sirena venne realmente innalzato ma fuori le Mura, sulla fascia costiera, nella zona orientale di Napoli. Ed è sugli abissi del genius loci che si affaccia la nuova stazione Duomo del metrò, in piazza Nicola Amore, già definita la stazione-museo più bella del mondo proprio perché offrirà ai passeggeri la possibilità di ammirare i tesori del passato ritrovati nel sottosuolo. L’apertura della stazione, con annesso polo museale, è prevista per questa estate.
Anche se lo stato della ricerca non consente ancora di dare risposte definitive, gli studiosi sono concordi nell’ipotizzare che un luogo di culto dedicato a Partenope sorgesse nel luogo dove si svolgevano le gare più famose della Napoli greca: le corse lampadiche. È lo stesso sito dove l’imperatore Augusto, nel I secolo dopo Cristo, fece edificare un nuovo tempio (romano) che accolse i famosi Giochi Isolimpici.
L’appuntamento – per viaggiare ancora una volta nel tempo con L’Uovo di Virgilio – è dunque all’interno del cantiere, ormai quasi ultimato, della stazione firmata dagli architetti Massimiliano e Doriana Fuksas. Un’opera colossale (e travagliata, proprio per i continui ostacoli derivanti dal ritrovamento di preziosissimi reperti archeologici) che si sviluppa fino a una profondità di 40 metri sotto il livello stradale. Il tempio dei Giochi Isolimpici di Augusto si trova a una decina di metri di profondità. Era costruito su un podio posto al centro di un corridoio, o ambulacro, affacciato su uno spazio aperto, delimitato da un portico, identificabile con l’antico Ginnasio dove si allenavano gli atleti. Un luogo delle meraviglie affacciato sul mare.
I Giochi Isolimpici furono istituiti dall’imperatore proprio a imitazione dei Giochi che si svolgevano in Grecia, nel santuario di Olimpia, come è ormai accertato proprio grazie allo straordinario lavoro degli archeologi della Soprintendenza. Durante gli scavi sono venuti infatti alla luce, di questo tempio, colonne e decorazioni di marmo e un bellissimo pavimento a mosaico. Alla metà del II sec. d.C. l’edificio sacro è stato ricostruito (come gran parte della città, semidistrutta dall’eruzione del Vesuvio del 62 e 64 d.C. e dal terremoto del 78 d.C.) e circondato da un ambulacro rivestito in lastre marmoree. Il piano del tempio fu allungato, le mura del podio ricostruite e la prima decorazione architettonica sostituita. Il complesso si affacciava su un grande spazio aperto sul mare, forse destinato agli allenamenti degli atleti, bordato, come dicevamo, da un portico colonnato

La farsa dello sbarco a Marsala l’11 Maggio 1860

“Non una vela all’orizzonte”, 9 maggio. “Nessuna vela sull’orizzonte”, 10 maggio. Cosi scrive Cesare Abba. Le due navi, il Piemonte e il  Lombardo, hanno dunque lasciato Talamone e si si sono messe  “per l’alto mare aperto”. Il viaggio è tranquillo, sono soli. Soli? In quei due  giorni il mare tra la Sardegna e la Sicilia è più trafficato di un autostrada, o meglio, è in corso una gigantesca partita a scacchi. Cavour si è inventato che in Sicilia corrono voci di maltrattanti  a sudditi piemontesi e ha inviato la pirocorvetta Governolo, che è diretta a Palermo. Nel mare di Sardegna  incrociano altre  due navi da guerra, la Authion e  la Malfatano, nonché, tra Cagliari e Palermo, tre pirofregate, la Maria Adelaide, la Vittorio Emanuele  e la Carlo Alberto. E poi ci sono gli inglesi, ovviamente. In rada a Napoli c’è l’Hannibal, al comando dell’ammiraglio Rodney Mundy; a Marsala l’Argos e l’Intrepid e in rada c’è l’Amphion, comandata dal capitano Cokran. E i francesi? Anche loro danno un piccolo contributo: a Palermo staziona la nave da guerra  Vauban. Re Francesco schiera, fà pattugliare le coste con quattro navi da guerra, la Valoroso, la Stromboli, la Partenope e la Capri. Ma tutto è nelle  mani di un solo uomo, il brigadiere Francesco  Cossovich (ne avete mai sentito parlare nei gloriosi libri di storia?) il quale aveva il compito di intercettare il Piemonte e il Lombardo, le due navi che tutto il mondo  sapeva dove erano. L’alto ufficiale della Marina borbonica “si veste da burocrate  e scrive al luogotenente Castelcicala di avere “scarsi mezzi a disposizione per assolvere cos’importante mandato, sollecitando con urgenza di colmare le deplorate manchevolezze”. E cosi le navi borboniche accumularono un ingiustificato ritardo sulle due navi che portavano Garibaldi e la sua fortuna. Con Francesco Cossovich comincia la serie degli alti ufficiali borbonici messi sotto inchiesta per alto tradimento. Cossovich aderì alla marina italiana appena quattro mesi dopo lo sbarco di Garibaldi che non aveva impedito. Il ritardo “scientifico” provocato dal brigadiere Francesco Cossovich produce i suoi effetti. Le navi borboniche sono a distanza di “sicurezza”. Non potranno più impedire lo sbarco. Per “rassicurare i liberatori”, una nave commerciale inglese incrocia l’eroico convoglio.

Scrive Cesare Abba: “Un piccolo naviglio veniva da terra. Bandiera inglese”.

Che scopo ha questo incrocio? Da un lato di confermare ai mille che la strada è libera, dall’altro di  notificare a Torino che ormai lo sbarco è virtualmente cosa fatta. E se ne occupa personalmente Nino Bixio. Abba riporta le parole di Bixio: “Dite a Genova (non può dire Torino, ovviamente) che il Generale Garibaldi è sbarcato a Marsala oggi a un ‘ora pomeridiana”. Veramente non è ancora sbarcato, ma ormai è solo una questione di tempo. Perché  Marsala? Per due motivi: il primo, perché non è presidiata da truppe borboniche le quali, soffocata la rivolta del 7 Aprile dello stesso anno, hanno lasciato Marsala tra le acclamazioni della folla e i ringraziamenti  del sindaco della città che, dopo poche ore, si metterà a disposizione di Garibaldi. Il secondo motivo è che Marsala è virtualmente in mani inglesi ed i rapporti con il governo borbonico non sono certo idilliaci. Le navi  Argos e Intrepid, presidiano il porto. Su tanti, capannoni ed edifici garrisce l’Union Jack, la bandiera britannica e prenderla a cannonate, anche se per errore, non è una buona idea. Scrive Abba, al quale la cosa pare normale: “Su molte case sventolano bandiere di altre nazioni. Le più sono inglesi” e si chiede  stupito: “Che vuol  dire questo?” Al riparo degli inglesi, i “nostri” sbarcano senza problemi e solo dopo lo sbarco il comandante della spedizione napoletana,  Guglielmo Acton, che ha già in saccoccia i trenta denari, informa gli inglesi Ingram e Cossins che è costretto a fare fuoco sui ribelli. Gli inglesi acconsentono garbatamente, purché non si spari sulle loro bandiere, che, ricordo, sventolano ovunque. Unica vittima del cannoneggiamento di Acton risulterà essere un cane. Acton, altro traditore, fu poi sottoposto al consiglio di guerra. Passò con la marina sabauda il 7 Settembre 1860 e non si fece scrupolo di partecipare agli assedi di Ancona e Gaeta contro i suoi stessi ex commilitoni. Ovviamente un gentiluomo come lui non poteva che diventare senatore del regno d’Italia. Chiudiamo questa fase ‘cruciale’ dell’epopea riferendo dell’accoglienza che ricevettero i “liberatori”. C’era ad accoglierli meno gente di quanta ce ne la mattina a Marsala a fare la spesa. Scrive Abba: “La città non aveva capito nulla; ma la ragazzaglia era già venuta in turba”. E finalmente l’incontro tra i mille e l’esercito regolare. I Borbone? No, gli inglesi! Ecco ancora Abba: “Alle porte della città comparvero gli ufficiali di marina in calzoni bianchi e venivano giù al porto”. La testa di ponte piemontese per le successive spedizioni in Sicilia era operativa.

Briganti o resistenti a casa loro?

Per almeno un ventennio dopo la disgraziata, falsa, truffaldina e mafiosa unificazione italiana del 1860 un esercito di meridionali e siciliani ha combattuto contro gli invasori di casa Savoia. Li chiamavano ‘Briganti’ ma in realtà i veri Briganti sono sempre stati i piemontesi. Per quasi un ventennio nel Sud Italia e in Sicilia è andata in scena una guerra civile contro gli invasori italiani.

A cavallo tra il 1861 ed il 1862 la Reazione borbonica è ormai ben organizzata, da Palazzo Farnese a Roma, sede del governo borbonico in esilio, Francesco II comanda e dirige la guerriglia contro l’invasore piemontese”. Questo dimostra che tanta gente del Sud non aveva accettato la conquista truffaldina e mafiosa ad opera di Garibaldi e dei suoi sodali piemontesi. “Approfittando della copertura pontificia , viene eretto un corridoio di rifornimenti tra Roma ed il cuore degli Abruzzi e di Terra di Lavoro, che si estendeva fino alla Basilicata. E’ per questo che più ci si allontanava da Roma e più il fenomeno del cosiddetto brigantaggio diminuiva, infatti Calabria e Sicilia, essendo troppo lontani dall’appoggio logistico pontificio, registrarono più che altro delle cellule isolate, come ad esempio la banda dei Fratelli Ribera, che operava a Pantelleria, ma che aveva però come appoggio il Comitato Borbonico di Malta. Fu così che decine di ex soldati borbonici e legittimisti siciliani, piuttosto che ritornare a casa, entrare nell’esercito italiano o starsene con le mani in mano, si arruolarono nelle varie bande del continente, per dare manforte all’operazione di riconquista della Patria. Come il Sig. Politini, farmacista di Palermo, incaricato dai Comitati Borbonici ad eseguire un piano secondo il quale doveva essere eliminato il generale piemontese Cialdini”. Anche la Sicilia, benché lontana da Roma, non si rassegnava alla conquista da parte dei piemontesi e, quando poteva, dava vita a vere e proprie rivolte come, appunto, la ‘Rivolta del sette e mezzo’ nel 1866 e come la ‘Rivolta dei Cutrara’ a Castellammare del Golfo.

Per quasi un ventennio nel Sud Italia e in Sicilia è andata in scena una guerra civile contro gli invasori italiani

“Francesco II da Roma, operando in sinergia con il generale Clary che gestiva da Marsiglia la Reazione estera, aveva organizzato un piano per la riconquista del Regno che prevedeva lo sbarco in Sicilia della banda Pischitiello. Tale compagnia sarebbe stata comandata da un generale spagnolo e secondo i piani avrebbe avuto il supporto di diversi contadini siciliani ben armati. Una delle bande meglio organizzate della provincia di Frosinone, era quella del brigante Conti. Del suo gruppo vi faceva parte un ex soldato borbonico siciliano, il quale dopo la resa di Gaeta si era rifugiato a Roma, da li successivamente si era recato a Fondi, dove era entrato nella compagnia del Conti. Nella banda di Livio Mancini, giovane ma intraprendente brigante, militava un certo Zugaro Antonio di Palermo. La compagnia era solita operare tra il frosinate e la provincia de L’Aquila, dove il 7 aprile del 1862, il Zugaro fu fucilato dal maggiore piemontese Reverberi del 44° Fanteria, per l’esattezza a Civitella Roveto”. E ancora: “A Terracina si dava alla macchia un certo Nusco da Messina, anche lui superstite di Gaeta, fu assoldato dal Conte di Trapani per il quale combattè contro i piemontesi, entrando ed uscendo dal territorio papalino. Ma tra i vari guerriglieri siciliani, quello che si distinse di più fu certamente Pasquale Salinas da Siracusa, il quale ebbe l’onore di combattere fianco a fianco con il generale legittimista Josè Borges, forse il miglior capo militare che vide impegnati i borbonici contro i piemontesi durante il periodo della repressione del brigantaggio. Pasquale Sallines combattè fianco a fianco con il Borges con onore, con spirito di sacrificio ed abnegazione, fino a quando l’8 dicembre 1861 (Giorno dell’Immacolata), i due, insieme agli altri componenti della compagnia furono fucilati dai bersaglieri del maggiore Franchini (1°BTG) a Tagliacozzo, negli Abruzzi. Questi nomi sono ciò che i libri attualmente a nostra disposizione, ci hanno permesso di ritrovare, chissà quanti altri eroi, dimenticati tra le pagine polverose di una falsa e crudele storia che non ci appartiene, aspettano non di essere onorati, ma almeno ricordati. Purtroppo le nostre belle terre soffrono un malgoverno che sembra endemico e sono sferzate da una corruzione strisciante, ma se oggi noi del Sud possiamo ancora camminare a testa alta lo dobbiamo esclusivamente a questi eroi, che disprezzando la morte, tennero sempre alto il vessillo della loro Patria”. Questa ed altre testimonianze che vanno emergendo piano piano man mano che l’Italia si va sfaldando, raccontano che almeno nel primo ventennio post unità d’Italia (o quasi…), nel Sud Italia e in Sicilia è andata in scena una vera e propria guerra civile che i leccaculo italici hanno cercato invano di nascondere, ma che va venendo fuori alla faccia di chi ha cercato di nascondere la storia per interessi di parte.

I Mille? Quasi tutti del Nord!

La storia ufficiale ha sempre cercato di accreditare l’impresa dei Mille con tanti siciliani ed in generale, con tanti meridionali pronti a fare la rivoluzione per ‘cacciare il Borbone’. Tutte bugie. I siciliani erano appena 31. Ancora più esigua fu la presenza dei meridionali: 25 in tutto, dei quali solo 5 napoletani. Gli unici siciliani che, in Sicilia, daranno una mano a Garibaldi saranno i ‘picciotti’ della mafia. Così nasce l’Italia: con la prima ‘trattativa’ con i mafiosi. Nino Bixio che a Talamone fa il ‘galletto’ con le donne. Lo scrittore garibaldino, Giuseppe Cesare Abba, sottolinea che fra gli accenti dei volontari spicca soprattutto quello lombardo. Per la verità quasi tutti gli altri accenti sono pure settentrionali. Sembra strano, ma è così: tutti partivano alla conquista del Mezzogiorno e della Sicilia, tranne, appunto, i Meridionali ed i Siciliani. Le minime percentuali di questi, che comunque vi aderirono, non dovrebbero fare testo e sono quasi sempre spiegabili in modo specifico. La totalità dei volontari, con pochissime eccezioni, proveniva dal Nord-Italia. E non a caso. Dalla sola città di Bergamo ne provenivano ben 160: da Genova 156, inclusi i Carabinieri; da Milano 72; da Brescia 59; da Pavia 58. «Poi vi erano in buon numero gli esuli della Venezia… “Austriaca”», ci ricorda in una nota il commentatore Luigi Russo. Numerosi, fra loro, i nuovi volontari che erano soldati di carriera in servizio presso l’Esercito Sabaudo. Erano stati convinti a partire con Garibaldi e a spacciarsi per volontari, interrompendo soltanto formalmente il rapporto con l’esercito. Anche questa circostanza conferma che il Governo Sabaudo partecipava attivamente all’operazione. Per l’immagine e l’economia della Spedizione (perché ne garantivano la spontaneità), i volontari erano, nella pubblicistica risorgimentale, classificabili per metà operai e per metà: «studenti, avvocati (!), dottori (!), ingegneri (!), farmacisti (!), capitani di mare, pittori e scultori (sic!), ex-preti (!), benestanti, impiegati, scrittori, professori e giornalisti (sic!)». Questa esibizione di titoli e di professioni ci crea un dubbio: erano i Garibaldini che si spacciavano per tali o era soltanto una esagerazione per fini propagandistici, regolarmente prevista nel copione?Propendiamo per la seconda ipotesi, anche se né Luigi Russo, né altri commentatori la prendono molto in considerazione. Lo stesso Russo ci ricorda la presenza di un «nucleo di stranieri fra i quali quattro ungheresi e fra loro il Türr». Non ci spiega, però, che questo nucleo è solo una piccolissima rappresentanza della massiccia presenza di mercenari ungheresi inviati alla conquista del Sud. Vi sarà, infatti, in campo la
«Legione Ungherese», comandata dal Colonnello Eber. Un’Armata mercenaria che il Governo Inglese aveva già da tempo organizzato in Piemonte, e che poi metterà – con migliaia di uomini – a disposizione di Garibaldi a mo’ di zoccolo duro, di forza d’urto e… di forza di occupazione della Sicilia.

Si tratta di mercenari, di soldati professionisti, ottimamente addestrati (talvolta di eccezionale crudeltà e violenza), che salveranno in diverse occasioni le sorti delle battaglie – simulate o no – le cui vittorie e le cui azioni risolutive vengono attribuite all’Eroe dei Due Mondi ed alle sue camicie rosse. La Legione Ungherese sarebbe stata riutilizzata, dal giovane Regno d’Italia, dal 1861 e, questa volta, con contratto ufficiale a durata pluriennale, allo scopo di contrastare, di reprimere i moti e di massacrare, se necessario, i patrioti e le popolazioni della Napolitania (che si sarebbero ribellati all’occupazione piemontese della loro vera Patria ed alla riduzione in schiavitù, conseguenti alla conquista ed alla successiva annessione).

Lo scarso numero di volontari del Sud delegittima la Spedizione. Vogliamo soffermarci, però, ancora sulla irrisoria presenza di Siciliani (e di Napoletani). È vero che l’Abba, per mettere una pezza, fa capire che i Siciliani hanno tutti incarichi importanti, ma il problema della mancata partecipazione di esponenti delle popolazioni del Sud all’impresa garibaldina appare in tutta la sua evidenza e rimane sul tappeto. Sarà confermata in Sicilia ed in Napoletania prima, durante e dopo l’occupazione anglo-piemontese, sabaudo, mafiosa e camorristica.

Stiracchiando i dati, il Russo ci parla di quarantasei Meridionali. Ci dimostra, quindi, sia pure involontariamente, che dalla parte continentale del Regno delle Due Sicilie sono partiti meno volontari che non dalla sola città di Pavia (58) o dalla sola città di Brescia (59). Analoga considerazione vale per la Sicilia, dalla quale, a seguito delle vicende rivoluzionarie degli anni 1848-49, erano emigrate verso il Regno Sabaudo alcune centinaia di persone compromesse con la dinastia dei Borbone. Questi esuli ebbero accoglienza ottima, prebende, cariche, incarichi, posti di sottogoverno, cattedre universitarie ed onorificenze varie. Pagavano, però, a loro volta, un prezzo altissimo: abbandonavano, cioè, la causa siciliana e la loro fede indipendentista ed abbracciavano, più o meno sinceramente, la causa dell’Unità d’Italia e, per meglio dire, quella di Vittorio Emanuele di Savoia. Il fatto che a Quarto mancassero quasi tutti all’appello, significava che non se la sentivano proprio di compiere altri atti contrari alla loro fede sicilianista ed ai loro convincimenti politici… Oppure, più semplicemente, non volevano fare altri sacrifici e neppure correre altri rischi.

Per concludere le nostre osservazioni, diciamo che la Spedizione dei Mille verso la Sicilia partiva, senza la legittimazione di volontari Siciliani. Le poche eccezioni, registrate ed esaltate al massimo, confermavano la regola. Sarebbero diventati, pertanto, sempre più preziosi i picciotti della mafia e che – machiavellicamente, ma opportunamente dal proprio punto di vista – i Servizi Segreti Britannici avevano da tempo agganciato e che ora si accingevano ad utilizzare pienamente per creare, quantomeno, un consenso chiassoso, oltre che inquietante. E che avrebbe paradossalmente legittimato, agli occhi dell’opinione pubblica internazionale, l’occupazione prima e la riduzione in colonia, interna e non dichiarata, di quella che era stata per diversi secoli una Nazione indipendente e sovrana.

QUANTI ERANO I GARIBALDINI? – Abbiamo ancora il tempo, dato che il viaggio è appena all’inizio, di rispondere a questa domanda. Secondo il Montanelli, il numero preciso delle camicie rosse sarebbe stato di 1088; più una donna, la moglie di Francesco Crispi, Rosalia Montmasson. Secondo Renda, i Garibaldini in questione erano 1087. E precisa: «Dei 1087 Garibaldini sbarcati a Marsala (secondo l’elenco ufficiale pubblicato a suo tempo nella Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia) solo 31 furono Siciliani, ed ancora più esigua fu la presenza dei Meridionali (25 in tutto, dei quali solo 5 Napoletani). Altra circostanza non meno significativa fu che nessuno dei Siciliani e Meridionali arruolati nell’esercito dei Mille apparteneva alla vecchia nobiltà o all’alta borghesia, e solo un ristrettissimo gruppo, che non superava le dita di una mano, aveva funzioni di comando generale. Fra questi, l’unico ad emergere fu l’agrigentino Francesco Crispi, il quale dal principio alla fine rimase in posizione chiave nella direzione politica dell’impresa».
Il numero esatto dei Garibaldini varia, per la verità, da autore ad autore, ma di poco. Nell’insieme dobbiamo trarre la conclusione che il dato ufficiale coincide, o quasi, (una volta tanto) con quello reale. Fatto salvo qualche piccolo arrotondamento in più o in meno e sempre a ridosso del numero di mille. Nome e numero, questi, con i quali gli storici hanno battezzato con eccezionale celerità la Spedizione: i Mille, appunto. La denominazione dei Mille sarebbe rimasta per sempre, ma riferita al primo nucleo, in quanto il numero reale dei Garibaldini sarebbe cresciuto a dismisura, perché altre spedizioni si accingevano a partire dal Continente e perché altri reclutamenti sarebbero stati effettuati da lì a poco.

In Sicilia, in particolare, saranno reclutate diverse migliaia di picciotti agli ordini dell’Onorata Società. Soprattutto dopo che si era capito che Garibaldi era comunque predestinato ad avere la meglio. Su questi Garibaldini, considerato il fatto che nessuna commissione antimafia ha mai indagato, avremo modo di fornire, via via, qualche altra indiscrezione.

PRIMA TAPPA: TALAMONE – La mattina di lunedì 7 maggio 1860, dopo diverse ore di navigazione, i due piroscafi sono in vista di Talamone, il piccolo centro marinaro della Maremma (Toscana), nel quale Garibaldi dovrà fornirsi di armi. Poco prima ai Garibaldini è stato letto un ordine del giorno che li ribattezza «Cacciatori delle Alpi». Una denominazione non nuova, già anticipata e già inflazionata. E, per la verità, tutt’altro che azzeccata per un esercito che deve andare a conquistare la Sicilia, millantando di condividerne i destini e vantando una certa fratellanza. Un nome che, in pratica, evidenzia maggiormente le diversità e gli effetti «scomodi» della distanza geografica fra la Sicilia ed il Piemonte. E non solo… Primo aiutante viene nominato il Colonnello ungherese Stefano Türr; Capo di Stato Maggiore viene nominato il Colonnello Giuseppe Sirtori. In vista di Talamone, Garibaldi si affretta ad indossare la divisa di Generale del Regio Esercito Sardo (cioè Piemontese). Perché tale deve apparire al presidio militare di Talamone. Sui due piroscafi viene issata la bandiera del Regno Sabaudo (tricolore italiano con lo scudo sabaudo al centro, sulla banda bianca). Le navi si fermano a poca distanza dalla costa. Dalla piccola banchina di Talamone, dopo circa mezz’ora, si distacca una lancia con un equipaggio costituito da timoniere, tre rematori e due ufficiali. Si avvicina al Piemonte. Poi, faticosamente, gli ufficiali salgono a bordo. Garibaldi li riceve nella propria cabina. Parla loro affabilmente. Recita la parte del Generale che deve compiere una missione per conto di Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele. Una missione segreta, ovviamente, della quale non deve restare niente di scritto. I due ufficiali toscani recitano, a loro volta, la parte di coloro che, per carità di patria, credono facilmente alla parola di un superiore. Per giunta ufficiale e gentiluomo (quale il Nizzardo certamente non è). La fama di Garibaldi, peraltro, è vastissima. È stata alimentata in ogni modo. Garibaldi è già l’Eroe per antonomasia. Tutti lo mitizzano e, nello stesso tempo, ne conoscono i movimenti ed i piani. Anche a Talamone. Nessun sospetto, ma solo certezze, dunque. Si capisce fin troppo bene che Garibaldi snocciola una serie di bugie. Del resto le armi, i viveri e le munizioni non sono lì proprio per lui? Perché perdere altro tempo? A Talamone gli sarà dato, pertanto, tutto quello che è disponibile. Assicurano, premurosi, i due ufficiali. Uno dei quali, il più anziano, si chiama De Labar. Il grosso delle forniture, però, è custodito presso i magazzini di Orbetello, dove comanda il Colonnello Giorgini. Questi sicuramente non mancherà di mettersi, a sua volta, a disposizione. Orbetello dista da Talamone circa quindici chilometri. A Stefano Türr viene dato l’incarico di andare con dei carri a ritirare tutto ciò che serve. Garibaldi gli affida a tale scopo una lettera per il Colonnello Giorgini. Evidentemente si è già dimenticato di avere affermato che non bisogna lasciare traccia. Ma si sa: si recita a soggetto. I primi attori possono inserire le battute che credono più adatte.  Per dare un’idea del clima umano e politico nel quale si svolgono questi eventi, riportiamo un piccolissimo passaggio della cronaca elaborata con disinvoltura da Giancarlo Fusco, dopo più di un secolo. Il Fusco è credibile, soprattutto quando si avvale, riprendendone fedelmente il testo, delle memorie del tenente Giuseppe Bandi. Questi è persona di fiducia di Garibaldi ed è un prezioso testimone oculare, dal quale anche noi attingeremo molte notizie di prima mano.

«Guidati dal tenente De Labar, Garibaldi e i suoi ufficiali, ai quali si è aggiunto Bixio, salgono verso il castello, dove l’anziano ufficiale di artiglieria abita con la moglie molto più giovane. La signora, avvisata da un ragazzetto ch’è corso avanti, ha indossato il suo vestito migliore. Di seta viola, con un mazzetto di fiori finti ficcati nel fisciù, a nascondere, in piccola parte, la scollatura molto ampia e profonda”. È una donna sui trenta, non proprio bella, ma molto piacente. Anni dopo, in un volumetto di ricordi, Bandi la descriveva così: «[…] Per quanto l’abito che indossava fosse assai ricco, saltano subito all’occhio le sue rigogliose rotondità. Aveva pupille scure e vivacissime. La freschezza delle sue labbra e il candore dei suoi denti mettevano in risalto la sua giovinezza, a petto della quale, per contrasto, il povero marito appariva addirittura decrepito. Il Generale le fece i suoi complimenti, mentre Bixio, secondo il suo solito, cercò subito d’arrembarla, torcendosi il baffo. Senza perdersi in convenevoli, le chiede subito se potesse accompagnarlo a visitare la cima della torre, con l’evidente speranza di trovarsi seco lei a tu per tu e allungar le mani… Ma il Generale, avvedutosi di quelle manovre, dopo una degustazione di ottimo ratafià, pose fine alla visita». Ma non finisce qui. Arrivato mezzogiorno la generosa signora De Labar, nonostante fosse in agitazione per le occhiate audaci del Bixio, invita gli ospiti a restare a colazione. Ci riferisce ancora il bravo narratore: «Ma Garibaldi, con gentile fermezza, declina l’invito. Accetta, invece, che l’attempato marito lo accompagni, assieme agli altri, a mangiare un boccone alla buona, dall’Annina. La vedovella di un marinaio che tiene osteria nel Borgo Vecchio di Talamone. […] Mangiammo riso in brodo, manzo bollito con contorno di saporitissimi fagioli bianchi e, alla fine, una frittata di cipolle da ricordare – ci racconta il Bandi -. Ma, essendo l’ostessa, certa Anna Mazzocchi, poco più in là della trentina, belloccia e pronta alla battuta, il solito Bixio attaccò subito a mangiarla con gli occhi, a sussurrarle parole conturbevoli e a farle la mano morta ogni volta che le passasse a tiro. Così che, a un certo punto, pizzicata con la forza nel posteriore, la donna non poté trattenere un grido e si rifugiò in cucina, tuttavia avvampata in volto e con gli occhi umidi. Al che, il Generale, assai contrariato, richiamò all’ordine Bixio, rammentandogli che non s’era partiti da Quarto per un viaggio di piacere e per dare la caccia alle femmine, ma per un motivo ben più nobile e serio». Il Colonnello Giorgini, intanto, arriva a Talamone per conferire personalmente con Garibaldi. È molto rispettoso dell’Eroe e durante il colloquio rimane sempre sull’attenti. Dichiara, tuttavia, di volere alcune assicurazioni. Vorrebbe, cioè, garanzie che le armi che gli saranno consegnate non verranno utilizzate, ad esempio, per sferrare un attacco al confinante Stato della Chiesa. Deve fargli capire che, in quanto ufficiale anch’egli di S.M. Vittorio Emanuele, non può avere incidenti, né complicazioni, con la diplomazia straniera. Garibaldi lo rassicura. La verità è però alquanto diversa, perché è già stata programmata, per poi essere smentita in alto loco, un’azione di penetrazione verso lo Stato di Pio IX. Si tratta di poca cosa, per la verità, decisa in parte nella speranza che le popolazioni si ribellino, in parte per depistare l’opinione pubblica ed eventuali spie Duo-siciliane sugli effettivi scopi di quella Spedizione. Ed in parte per fare bella figura con gli Inglesi, ai quali lo Stato Pontificio appare come il più pericoloso degli avversari della politica espansionistica dell’Impero di S.M. Britannica. Ed infine perché uno sgarbo in più, verso quell’antipatico del Papa, non guasterà certamente. di Giuseppe Sciano

La casa di Talamone dove dormì Garibaldi
Giuseppe Cesare Abba

Una sera nel porto di Genova…

La sera del 5 maggio 1860 dal porto di Genova fu allontanata la polizia portuale e furono allontanati anche curiosi e «perditempo». C’era nell’aria qualcosa di grosso che tutti ben conoscevano, ma della quale era assolutamente vietato fare cenno. Due piroscafi, il Lombardo ed il Piemonte, si dondolavano tranquillamente nella rada.
Avevano da poco cambiato proprietario. Il loro acquisto era stato trattato ed operato riservatamente da emissari del Governo Piemontese con il sig. Fauchet, amministratore della Società Armatrice Rubattino. Quei due piroscafi servivano, infatti, per trasportare in Sicilia Garibaldi ed un migliaio di uomini. Si trattava del primo nucleo di quell’Armata che avrebbe conquistato la Sicilia.
Agli occhi del corpo diplomatico, dell’opinione pubblica e di non pochi cronisti e dei futuri storici, il Lombardo ed il Piemonte, tuttavia, dovevano apparire catturati, nel corso di una imprevista ed audace azione piratesca, dai Garibaldini. Il finto colpo di mano verrà affidato a Nino Bixio e collaborato dal Capitano Castiglia (uno dei pochissimi Siciliani che partecipavano alla Spedizione garibaldina).
I due eroi, con un manipolo di volontari, penetrarono, quindi, nel porto, avanzando nell’oscurità. Successivamente, utilizzando una tartana, provvidenzialmente trovata ormeggiata nella banchina antistante a quel tratto di mare, si avvicinarono ai bastimenti.
A bordo del Piemonte e del Lombardo, in quel momento, si trovavano, al completo, i rispettivi equipaggi, che, però, guarda caso, stavano dormendo fin troppo sodo…
Il tutto con assoluta fedeltà al copione. Ovviamente.

LA ‘CATTURA’ DEI PIROSCAFI PIEMONTE E LOMBARDO – I volontari si arrampicarono sui due vapori (non casualmente privi di sentinelle) e, armati di revolver, finsero di svegliare dal loro sonno i marinai, compresi gli uomini che avrebbero dovuto fare la guardia. Quindi costrinsero «i fuochisti ad accendere le caldaie, i marinai a salpare l’ancora, i macchinisti a prepararsi al loro mestiere», «tutti a sgomberare, a pulire il bastimento, ad allestirlo in fretta per la partenza. E così avrebbero fatto col massimo ordine e silenzio e non senza molti sorrisi d’ironia per quella farsa con cui l’epopea esordiva». Aggiungiamo che Bixio, subito dopo, avrebbe fatto un discorsetto ai marinai, i quali, peraltro, avevano provveduto per tempo a salutare le rispettive famiglie, lasciando un gruzzoletto di soldi, maggiore di quello che di solito lasciavano per le frequenti lunghe assenze che la vita di marittimo comportava.
Quando si dice le coincidenze! In sostanza, il braccio destro avrebbe detto agli stessi marinai che potevano scegliere fra tornare a casa o arruolarsi con Garibaldi per conquistare (anzi: per liberare) il Regno delle Due Sicilie e per fare l’Unità d’Italia. I marinai, entusiasti, avrebbero detto di scegliere, seduta stante, la seconda opzione. Non a caso si erano portati anche la biancheria di ricambio.
Quarto, nella notte fra il 5 e il 6 maggio 1860, si parte!…
Le operazioni di messa in moto dei due piroscafi sarebbero state lente, complicate, confuse. E avrebbero richiesto diverse ore. Garibaldi, nella vicinissima borgata di Quarto, attende nervoso e preoccupato. Comincia già a sospettare che Bixio abbia fatto fiasco, nonostante tutto fosse stato preparato, per filo e per segno. Nei minimi dettagli, insomma.
Tuttavia, c’è da dire che anche la presenza a Quarto di Garibaldi, alloggiato a Villa Spinola, e la concentrazione di quegli oltre Mille volontari, con non pochi accompagnatori, erano ufficialmente un segreto. Così come era un segreto il fatto che gli alberghi di Genova e dintorni erano zeppi di clienti e che non tutti vi avevano trovato alloggio. Molti bivaccavano nei dintorni. Erano quei segreti all’italiana che avrebbero tanto affascinato i lettori dei giornali Inglesi in tutto il mondo. E avrebbero in seguito dato modo all’agiografia risorgimentale di avvalorare la tesi della spontaneità dell’iniziativa.
Finalmente, al largo dello «scoglio di Quarto», comparvero, sbuffando, i due piroscafi che si fermarono, però, prudentemente a debita distanza dalla riva. Non vi saranno problemi, perché, fortunatamente, sono già belle e pronte tante barche di ogni tipo per portare i Mille a bordo dei due colossi del mare. A questo punto entra in scena Garibaldi.
Ecco cosa scrive in proposito l’Abba:
«… Dinanzi, sullo stradale che ha il mare lì sotto, v’era gran gente e un bisbiglio e un caldo che infocava il sangue. La folla oscillava: “Eccolo! No, non ancora!”. E invece di Garibaldi usciva dal cancello qualcuno che scendeva verso il mare, o spariva per la via che mena a Genova. Verso le dieci la folla fece largo più agitata, tacquero tutti, era Lui!». “Le numerose barche, poterono, così, avere l’ordine di procedere al traghettamento dei volontari sui piroscafi. Anche questa operazione durerà diverse ore. Ma non c’è fretta. Nessuno insegue i Garibaldini o minaccia di interromperne le manovre maldestre. Una sola condizione: la consegna del silenzio. Nessuno deve sapere niente… (quantomeno ufficialmente).
La prima sosta è prevista a Talamone, in Toscana. Ed in tale direzione i due piroscafi procedono tranquillamente. Appena si sono allontanati abbastanza dalle acque di Quarto, il Piemonte ed il Lombardo vengono seguiti con discrezione da alcune navi da guerra Piemontesi, agli ordini dell’Ammiraglio Persano. Ufficialmente le navi da guerra Piemontesi dovrebbero inseguire e catturare quei pirati, che hanno avuto l’ardire di rubare le due navi. Ma i veri ordini in merito li ha dati riservatamente e per iscritto il Capo del Governo, Camillo Benso conte di Cavour, allo stesso Persano e sono fin troppo chiari, anche per il politichese dell’epoca:
«Vegga di navigare – gli scrive – tra Garibaldi e gli incrociatori napolitani. Spero m’abbia capito».
In sostanza, la flotta piemontese non dovrà assolutamente raggiungere né bloccare la spedizione garibaldina. La dovrà soltanto proteggere da eventuali attacchi della Marina da Guerra Duosiciliana. L’Ammiraglio Persano non è certamente un’aquila, ma sa comprendere fin troppo bene ciò che Inglesi e Governo Piemontese gli ordinano di fare, di volta in volta. Prescindendo dall’affidabilità del Cavour e del Persano, gli Inglesi, a loro volta, avevano adottato già qualche precauzione. A debita distanza della flotta piemontese, infatti, vi erano alcune navi da guerra britanniche che avevano preso sotto protezione i nostri eroi e le navi Piemontesi. E li scorteranno fino alle acque territoriali siciliane. Qui avrebbero trovato altre navi britanniche. Insomma: le precauzioni del Governo di Londra non sono mai troppe. E saranno sempre utili, se non necessarie.
Il giorno 7 maggio 1860, l’Abba ci descrive, con i soliti intenti agiografici, il momento della lettura dell’ordine del giorno:
«La missione di questo corpo sarà, come fu, basata sull’abnegazione, la più completa davanti alla rigenerazione della patria. I prodi Cacciatori servirono e serviranno il loro paese colla devozione e disciplina dei migliori corpi militanti, senza altra speranza, senz’altra pretesa che quella della loro incontaminata coscienza. Non gradi, non onori, non ricompensa, allettarono questi bravi; essi si rannicchiarono nella modestia della vita privata, allorché scomparve il pericolo; ma suonando l’ora della pugna, l’Italia li rivede ancora in prima fila ilari, volenterosi e pronti a versare il loro sangue per essa. Il grido di guerra dei Cacciatori delle Alpi è lo stesso che rimbombò sulle sponde del Ticino or sono dodici mesi: “Italia e Vittorio Emanuele!”, e questo grido ovunque pronunziato da noi incuterà spavento ai nemici dell’Italia».
Un particolare poco evidenziato: i Garibaldini sono a tutti gli effetti incorporati nell’Esercito Sabaudo, nel Corpo dei «Cacciatori delle Alpi».
Ed è questa una situazione a dir poco scandalosa.
Dai punti di vista morale, politico, giuridico e costituzionale resta il fatto che il proclama, che tanto fa commuovere l’Abba, altro non era che un’altra dimostrazione di come, fin dall’inizio, si fosse progettato di imporre alla Sicilia l’annessione al Regno di Vittorio Emanuele II. A prescindere dalla volontà dei Siciliani ed a prescindere dal plebiscito che, falso e spudorato, si sarebbe svolto soltanto il 21 ottobre di quell’anno.
Alcuni repubblicani intransigenti, indignati (pochissimi, per la verità), avrebbero successivamente tagliato la corda e se ne sarebbero andati. Altri, ben sistemati nella macchina unitaria, sarebbero rimasti.
Per Garibaldi il problema non esisteva. Fra l’altro il Nizzardo era legato, oltre che dalle tante affinità culturali e morali, anche da sincero affetto a Vittorio Emanuele II. Con questi aveva addirittura un filo diretto di costante intesa e di reciproca complicità. Senza però escludere qualche rivalità per il ruolo di prima donna del Risorgimento. Rivalità che però non riusciva a scalfire l’amicizia né i vincoli di consorteria… se non per brevi periodi.

ANCHE I REPUBBLICANI SUL LIBRO PAGA DEI BRITANNICI – Luigi Russo così scrive: «Il proclama fondeva in una sola unità i Mille ed i Volontari della campagna alpina dell’estate precedente; ma non tutti furono contenti delle parole del Generale. Il motto “Italia e Vittorio Emanuele!” garbò poco ai mazziniani, i quali avevano sperato che in Garibaldi, una volta in mare e con la camicia rossa, risorgesse la fede e l’istinto repubblicano.» […]
E lo stesso Abba, giudicando quell’episodio a distanza di anni, così lo racconta con la sua consueta benigna equanimità:
«Molti non si sapevano liberare da certo scontento che aveva lasciato loro il motto monarchico; ma la disciplina volontaria era forte. Difatti si staccarono poi dalla spedizione e se ne tornarono di là, alle loro case, soltanto sei o sette giovani cari. Seguivano il sardo Bruno Onnis che del motto “Italia e Vittorio Emanuele!” era rimasto quasi offeso. Repubblicano inflessibile, si era imbarcato a Genova sperando forse che Garibaldi, una volta in mare, si ricordasse d’essere anche egli repubblicano; ma deluso, ora se ne andava e se ne andavano con lui quei pochi, però senza che fosse fatto a loro nessun rinfaccio. Rinunciavano per la loro idea ad una delle più grandi soddisfazioni che cuor di allora potesse avere, e il sacrificio meritava rispetto».
Quello che i memorialisti omettono, talvolta, di puntualizzare è che non pochi repubblicani, taluni diventati poi Padri della Patria, erano (pure loro!), nel libro paga del Governo Britannico già da tempo. Non si possono più dissociare, quindi, dal grande progetto unitario, proprio nel momento in cui questo sta per essere realizzato.
E sono costretti a fare buon viso a cattiva sorte…