L’ECONOMIA A SENSO UNICO Il trasferimento di risorse dal Sud al Nord dopo l’Unità di Enrico Fagnano.

Dopo l’annessione cominciò un trasferimento di risorse verso il nord, che fu massiccio e riguardò tutti i settori. A questo proposito Antonio Gramsci è molto esplicito, quando nel decimo dei Quaderni dal Carcere (Einaudi, 1948-51, e poi edizione critica a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, 1975) scrive: “Le masse popolari del nord non capivano che l’unità non era avvenuta su una base di eguaglianza, ma come egemonia del Nord sul Mezzogiorno, cioè che il Nord concretamente era una piovra che si arricchiva alle spese del Sud e che il suo incremento economico-industriale era in rapporto diretto con l’impoverimento dell’economia e dell’agricoltura meridionale.”
Le tappe fondamentali di questo processo furono la vendita dei terreni demaniali, iniziata nel 1862, la vendita dei terreni ecclesiastici, iniziata nel 1867, la legge del 1866 sul corso forzoso, la legge del 1887 sui dazi doganali e infine l’utilizzo delle rimesse degli emigrati.
I terreni demaniali, che erano esclusivamente nel sud, e i terreni della Chiesa, che erano quasi esclusivamente nel sud, fruttarono rispettivamente 300 e 620 milioni, che furono utilizzati in parte per fronteggiare l’enorme debito pubblico del nuovo Stato, ereditato dal Regno di Sardegna, e in parte per finanziare gli sventramenti di Firenze e di Roma, nel 1870 diventata finalmente la capitale d’Italia.
Enormi vantaggi, poi, furono assicurati all’economia piemontese con la legge sul corso forzoso del 1866, con la quale si stabilì che le vecchie monete d’oro e d’argento del Banco di Napoli (pari a ben 443 milioni) potevano essere cambiate nelle nuove monete italiane di carta solo dalla torinese Banca Nazionale, garantendo così alla stessa un forte incremento delle proprie riserve di metallo prezioso e quindi di liquidità.
La situazione nel sud, però, divenne realmente insostenibile dopo il 1887, quando venne approvata una legge che introduceva pesanti dazi sui prodotti industriali provenienti dall’estero. Grazie alle nuove tariffe protezionistiche le imprese italiane (del nord) non dovevano più sopportare la concorrenza straniera, ma la conseguenza fu che l’agricoltura meridionale perse la maggior parte dei sui mercati. Infatti gli Stati che importavano i prodotti delle terre del sud per ritorsione applicarono analoghi, pesanti, dazi sulle merci italiane.
Ridotti a quel punto senza più risorse, ai cittadini delle regioni danneggiate non rimase altra via che andare a cercare altrove un modo per sopravvivere. Fu solo allora che nel Meridione cominciò la vera emigrazione, quella che nell’immaginario collettivo viene vista come un esodo. Dagli ultimi anni dell’Ottocento fino al 1914, quando con lo scoppio della guerra mondiale si interruppero tutti i flussi migratori, furono più di 4 milioni i cittadini del sud che partirono (dei quali quasi 1.000.000 dalla Campania e addirittura più di 1.100.000 dalla Sicilia).
Non era ancora finita, però, perché adesso c’erano nuove risorse, alle quali si poteva attingere. Gli emigrati, infatti, inviavano in patria i loro risparmi, le famose rimesse, che in buona parte finivano nelle casse postali. Queste alimentavano la Cassa depositi e prestiti, che concedeva mutui ai comuni per la costruzione di opere pubbliche e per l’istituzione di scuole. E i comuni che potevano permettersi di indebitarsi all’epoca erano quasi esclusivamente quelli settentrionali.
Altra parte delle rimesse veniva investita, invece, nei Buoni del Tesoro, offerti dallo Stato con interessi allettanti, con i quali si finanziavano le industrie, tutte oramai comprese nel cosiddetto triangolo industriale, ovvero tra Torino, Genova e Milano. Le somme che arrivavano dall’estero erano ingenti e dai circa 200 milioni del 1900, si passò ai 300 di media tra il 1901 e il 1905 e ai quasi 500 di media per il quinquennio successivo, per arrivare addirittura ai circa 700 milioni del 1913.
Lo studioso molisano Gino Massullo nel saggio Economia delle rimesse (in Storia dell’emigrazione italiana a cura di Piero Bevilacqua, Andreina De Clementi e Emilio Franzina, Donzelli, 2001) ricorda come gli osservatori dell’epoca parlassero di “una fantastica pioggia d’oro” e per dare un’idea della sua reale portata lo storico Stefano Pelaggi ne L’altra Italia. Emigrazione storica e mobilità giovanile a confronto (Nuova Cultura, 2011) scrive: “Basti pensare che nei primi 15 anni del Novecento gli importi delle rimesse sono stati superiori al gettito derivato dalle imposizioni fiscali dello Stato, ossia gli emigranti hanno generato un flusso economico superiore alle tasse percepite nella intera Italia.” E forse vale la pena di sottolineare come proprio in quegli gli anni le maggiori industrie del Paese cominciavano a raggiungere la dimensione internazionale, che presentano ancora ai giorni nostri.
In conclusione, se l’Italia nel Novecento è diventata uno dei paesi più industrializzati al mondo (fu il sesto attorno al 1920 ad acquisire le caratteristiche per poter essere definito in questo modo), lo deve al contributo determinante, o sarebbe meglio dire al sacrificio, del sud. Le sue ricchezze hanno consentito la nascita della grande industria nazionale, concentrata nel nord, i suoi consumi hanno dato la possibilità alle imprese settentrionali di crescere e, infine, sono state le rimesse dei suoi emigranti, che hanno permesso a queste imprese di consolidarsi, per poi affrontare i mercati internazionali senza restarne schiacciate.
La parte più progredita del Paese finalmente unito deve molto al Meridione e ai Meridionali e sarebbe bene non dimenticarsene.

Brano tratto dal capitolo XII del libro di Enrico Fagnano La Storia dell’Italia Unita (pubblicato e distribuito da Amazon)
Un ringraziamento all’autore per l’articolo.

Il giorno della memoria dei meridionali

IL NOSTRO GIORNO DELLA MEMORIA:
Cinquemiladuecentododici condanne a morte, 6564 arresti, 54 paesi rasi al suolo, 1 milione di morti. Queste le cifre della repressione consumata all’indomani dell’Unità d’Italia dai Savoia. La prima pulizia etnica della modernità occidentale operata sulle popolazioni meridionali dettata dalla Legge Pica, promulgata dal governo Minghetti del 15 agosto 1863 “… per la repressione del brigantaggio nel Meridione”.

Questa legge istituiva, sotto l’egida savoiarda, tribunali di guerra per il Sud ed i soldati ebbero carta bianca, le fucilazioni, anche di vecchi, donne e bambini, divennero cosa ordinaria e non straordinaria. Un genocidio la cui portata è mitigata solo dalla fuga e dall’emigrazione forzata, nell’inesorabile comandamento di destino: “O briganti, o emigranti”.

Lemkin, che ha definito il primo concetto di genocidio, sosteneva: “… genocidio non significa necessariamente la distruzione immediata di una nazione…esso intende designare un piano coordinato di differenti azioni miranti a distruggere i fondamenti essenziali della vita dei gruppi nazionali. Obiettivi di un piano siffatto sarebbero la disintegrazione delle istituzioni politiche e sociali, della cultura, della lingua, dei sentimenti nazionali, della religione e della vita economica dei gruppi nazionali e la distruzione della sicurezza personale, della libertà, della salute, della dignità e persino delle vite degli individui…non a causa delle loro qualità individuali, ma in quanto membri del gruppo nazionale”.

Deportazioni, l’incubo della reclusione, persecuzione della Chiesa cattolica, profanazioni dei templi, fucilazioni di massa, stupri, perfino bambine (figlie di “briganti”) costretti ai ferri carcerari.
Una pagina non ancora scritta è quella relativa alle carceri in cui furono rinchiusi i soldati “vinti”. Il governo piemontese dovette affrontare il problema dei prigionieri, 1700 ufficiali dell’esercito borbonico (su un giornale satirico dell’epoca era rappresentata la caricatura dell’esercito borbonico: il soldato con la testa di leone, l’ufficiale con la testa d’asino, il generale senza testa) e 24.000 soldati, senza contare quelli che ancora resistevano nelle fortezze di Gaeta, Messina e Civitella del Tronto.

Ma il problema fu risolto con la boria del vincitore, non con la pietas che sarebbe stata più utile, forse necessaria. Un primo tentativo di risolvere il problema ci fu con il decreto del 20 dicembre 1860, anche se le prime deportazioni dei soldati duosiciliani incominciarono già verso ottobre del 1860, in quanto la resistenza duosiciliana era iniziata con episodi isolati e non coordinati nell’agosto del 1860, dopo lo sbarco dei garibaldini e dalla stampa fu presentata come espressione di criminalità comune. Il decreto chiamava alle armi gli uomini che sarebbero stati di leva negli anni dal 1857 al 1860 nell’esercito delle Due Sicilie, ma si rivelò un fallimento. Si presentarono solo 20.000 uomini sui previsti 72.000; gli altri si diedero alla macchia e furono chiamati “briganti”. (nel ’43, dopo l’8 settembre, accadde quasi la stessa cosa, ma dato che vinsero (gli anglo -americani) la lotta la chiamarono di “resistenza” , e gli uomini “partigiani”. Ndr.)

A migliaia questi uomini furono concentrati dei depositi di Napoli o nelle carceri, poi trasferiti con il decreto del 20 gennaio 1861, che istituì “Depositi d’uffiziali d’ogni arma dello sciolto esercito delle Due Sicilie”.
La Marmora ordinò ai procuratori di “non porre in libertà nessuno dei detenuti senza l’assenso dell’esercito”.
Per la maggior parte furono stipati nelle navi peggio degli animali (anche se molti percorsero a piedi l’intero tragitto) e fatti sbarcare a Genova, da dove, attraversando laceri ed affamati la via Assarotti, venivano smistati in vari campi di concentramento istituiti a Fenestrelle, S. Maurizio Canavese, Alessandria, nel forte di S. Benigno in Genova, Milano, Bergamo, Forte di Priamar presso Savona, Parma, Modena, Bologna, Ascoli Piceno ed altre località del Nord.

Presso il Forte di Priamar fu relegato l’aiutante maggiore Giuseppe Santomartino, che difendeva la fortezza di Civitella del Tronto. Alla caduta del baluardo abruzzese, Santomartino fu processato dai (vincitori) Piemontesi e condannato a morte. In seguito alle pressioni dei francesi la condanna fu commutata in 24 anni di carcere da scontare nel forte presso Savona. Poco dopo il suo arrivo, una notte, fu trovato morto, lasciando moglie e cinque figli. Si disse che aveva tentato di fuggire. Un esempio di morte sospetta su cui non fu mai aperta un’inchiesta per accertare le vere cause del decesso.

In quei luoghi, veri e propri lager, ma istituiti per un trattamento di “correzione ed idoneità al servizio”, i prigionieri, appena coperti da cenci di tela, potevano mangiare una sozza brodaglia con un po’ di pane nero raffermo, subendo dei trattamenti veramente bestiali, ogni tipo di nefandezze fisiche e morali. Per oltre dieci anni, tutti quelli che venivano catturati, oltre 40.000, furono fatti deliberatamente morire a migliaia per fame, stenti, maltrattamenti e malattie.

Quelli deportati a Fenestrelle, fortezza situata a quasi duemila metri di altezza, sulle montagne piemontesi, sulla sinistra del Chisone, ufficiali, sottufficiali e soldati (tutti quei militari borbonici che non vollero finire il servizio militare obbligatorio nell’esercito sabaudo, tutti quelli che si dichiararono apertamente fedeli al Re Francesco II, quelli che giurarono aperta resistenza ai piemontesi) subirono il trattamento più feroce.

Fenestrelle più che un forte, era un insieme di forti, protetti da altissimi bastioni ed uniti da una scala, scavata nella roccia, di 4000 gradini. Era una ciclopica cortina bastionata cui la naturale asperità dei luoghi ed il rigore del clima conferivano un aspetto sinistro. Faceva tanto spavento come la relegazione in Siberia. I detenuti tentarono anche di organizzare una rivolta il 22 agosto del 1861 per impadronirsi della fortezza, ma fu scoperta in tempo ed il tentativo ebbe come risultato l’inasprimento delle pene con i più costretti con palle al piede da 16 chili, ceppi e catene.

Erano stretti insieme assassini, sacerdoti, giovanetti, vecchi, miseri popolani e uomini di cultura. Senza pagliericci, senza coperte, senza luce. Un carcerato venne ucciso da una sentinella solo perché aveva proferito ingiurie contro i Savoia. Vennero smontati i vetri e gli infissi per rieducare con il freddo i segregati. Laceri e poco nutriti era usuale vederli appoggiati a ridosso dei muraglioni, nel tentativo disperato di catturare i timidi raggi solari invernali, ricordando forse con nostalgia il caldo di altri climi mediterranei.

Spesso le persone imprigionate non sapevano nemmeno di cosa fossero accusati ed erano loro sequestrati tutti i beni. Spesso la ragione per cui erano stati catturati era proprio solo per rubare loro il danaro che possedevano. Molti non erano nemmeno registrati, sicché solo dopo molti anni venivano processati e condannati senza alcuna spiegazione logica.

Pochissimi riuscirono a sopravvivere: la vita in quelle condizioni, anche per le gelide temperature che dovevano sopportare senza alcun riparo, non superava i tre mesi. E proprio a Fenestrelle furono vilmente imprigionati la maggior parte di quei valorosi soldati che, in esecuzione degli accordi intervenuti dopo la resa di Gaeta, dovevano invece essere lasciati liberi alla fine delle ostilità.
Dopo sei mesi di eroica resistenza dovettero subire un trattamento infame che incominciò subito dopo essere stati disarmati, venendo derubati di tutto e vigliaccamente insultati dalle truppe piemontesi.

La liberazione avveniva solo con la morte ed i corpi (non erano ancora in uso i forni crematori) venivano disciolti nella calce viva collocata in una grande vasca situata nel retro della chiesa che sorgeva all’ingresso del Forte. Una morte senza onore, senza tombe, senza lapidi e senza ricordo, affinché non restassero tracce dei misfatti compiuti. Ancora oggi, entrando a Fenestrelle, su un muro è ancora visibile l’iscrizione: “Ognuno vale non in quanto è ma in quanto produce”.
(ricorda molto la scritta dei lager nazisti “

Non era più gradevole il campo impiantato nelle “lande di San Martino” presso Torino per la “rieducazione” dei militari sbandati, rieducazione che procedeva con metodi di inaudita crudeltà. Così, in questi luoghi terribili, i fratelli “liberati”, maceri, cenciosi, affamati, affaticati, venivano rieducati e tormentati dai fratelli “liberatori”.

Altre migliaia di “liberati” venivano confinati nelle isole, a Gorgonia, Capraia, Giglio, all’Elba, Ponza, in Sardegna, nella Maremma malarica. Tutte le atrocità che si susseguirono per anni sono documentate negli Atti Parlamentari, nelle relazioni delle Commissioni d’Inchiesta sul Brigantaggio, nei vari carteggi parlamentari dell’epoca e negli Archivi di Stato dei capoluoghi dove si svolsero i fatti.

Francesco Proto Carafa, duca di Maddaloni, sosteneva in Parlamento: “Ma che dico di un governo che strappa dal seno delle famiglie tanti vecchi generali, tanti onorati ufficiali solo per il sospetto che nutrissero amore per il loro Re sventurato, e rilegagli a vivere nelle fortezze di Alessandria ed in altre inospitali terre del Piemonte…Sono essi trattati peggio che i galeotti. Perché il governo piemontese abbia a spiegar loro tanto lusso di crudeltà? Perché abbia a torturare con la fame e con l’inerzia e la prigione uomini nati in Italia come noi?”.

Ma della mozione presentata non fu autorizzata la pubblicazione negli Atti Parlamentari, vietandosene la discussione in aula. Il generale Enrico Della Rocca, che condusse l’assedio di Gaeta, nella sua autobiografia riporta una lettera alla moglie, in cui dice: “Partiranno, soldati ed ufficiali, per Napoli e Torino…”, precisando, a proposito della resa di Capua, “…le truppe furono avviate a piedi a Napoli per essere trasportate in uno dei porti di S.M. il Re di Sardegna. Erano 11.500 uomini” .

Alfredo Comandini, deputato mazziniano dell’età giolittiana, che compilò “L’Italia nei Cento Anni (1801-1900) del secolo XIX giorno per giorno illustrata”, riporta un’incisione del 1861, ripresa da “Mondo Illustrato” di quell’anno, raffigurante dei soldati borbonici detenuti nel campo di concentramento di S. Maurizio, una località sita a 25 chilometri da Torino. Egli annota che, nel settembre del 1861, quando il campo fu visitato dai ministri Bastogi e Ricasoli, erano detenuti 3.000 soldati delle Due Sicilie e nel mese successivo erano arrivati a 12.447 uomini.

Il 18 ottobre 1861 alcuni prigionieri militari e civili capitolati a Gaeta e prigionieri a Ponza scrissero a Biagio Cognetti, direttore di “Stampa Meridionale”, per denunciare lo stato di detenzione in cui versavano, in palese violazione della Capitolazione, che prevedeva il ritorno alle famiglie dei prigionieri dopo 15 giorni dalla caduta di Messina e Civitella del Tronto ed erano già trascorsi 8 mesi. Il 19 novembre 1860 il generale Manfredo Fanti inviava un dispaccio al Conte di Cavour chiedendo di noleggiare all’estero dei vapori per trasportare a Genova 40.000 prigionieri di guerra. Cavour così scriveva al luogotenente Farini due giorni dopo: “Ho pregato La Marmora di visitare lui stesso i prigionieri napoletani che sono a Milano (Fonte: lettera di Cavour a Farini, luogotenente a Napoli, datata 21 novembre 1860, n. 2551 vol. III:) ammettendo, in tal modo, l’esistenza di un altro campo di prigionia situato nel capoluogo lombardo per ospitare soldati napoletani.

Questa la risposta del La Marmora: “…non ti devo lasciar ignorare che i prigionieri napoletani dimostrano un pessimo spirito. Su 1600 che si trovano a Milano non arriveranno a 100 quelli che acconsentono a prendere servizio. Sono tutti coperti di rogna e di verminia…e quel che è più dimostrano avversione a prendere da noi servizio. Jeri a taluni che con arroganza pretendevano aver il diritto di andare a casa perché non volevano prestare un nuovo giuramento, avendo giurato fedeltà a Francesco Secondo, gli rinfacciai altamente che per il loro Re erano scappati, e ora per la Patria comune, e per il Re eletto si rifiutavano a servire, che erano un branco di car…che avessimo trovato modo di metterli alla ragione”.

Le atrocità commesse dai Piemontesi si volsero anche contro i magistrati, i dipendenti pubblici e le classi colte, che resistettero passivamente con l’astensione ai suffragi elettorali e la diffusione ad ogni livello della stampa legittimista clandestina contro l’occupazione savoiarda. Particolarmente eloquente è anche un brano tratto da Civiltà Cattolica: “Per vincere la resistenza dei prigionieri di guerra, già trasportati in Piemonte e Lombardia, si ebbe ricorso ad un espediente crudele e disumano, che fa fremere. Quei meschinelli, appena coperti da cenci di tela, rifiniti di fame perché tenuti a mezza razione con cattivo pane ed acqua ed una sozza broda, furono fatti scortare nelle gelide casematte di Fenestrelle e d’altri luoghi posti nei più aspri luoghi delle Alpi. Uomini nati e cresciuti in clima sì caldo e dolce, come quello delle Due Sicilie, eccoli gittati, peggio che non si fa coi negri schiavi, a spasimare di fame e di stento per le ghiacciaie”.

Ancora possiamo leggere dal diario del soldato borbonico Giuseppe Conforti, nato a Catanzaro il 14.3.1836 (abbreviato per amor di sintesi): “Nella mia uscita fu principio la guerra del 1860, dopo questa campagna che per aver tradimenti si sono perduto tutto e noi altri povere soldati manggiando erba dovettimo fuggire, aggiunti alla provincia della Basilicata sortí un prete nemico di Dio e del mondo con una porzione di quei giudei e ci voleva condicendo che meritavamo di essere uccisi per la federtà che avevamo portato allo notro patrone. Ci hanno portato innanzi a un carnefice Piemontesa condicendo perché aveva tardato tanto ad abbandonare quell’assassino di Borbone. Io li sono risposto che non poteva giammai abbandonarlo perché aveva giurato fedeltà a lui e lui mi à ditto che dovevo tornare indietro asservire sotto la Bandiera d’ Italia. Il terzo giorno sono scappato, giunto a Girifarchio dove teneva mio fratello sacerdote vedendomi redutto a quello misero stato e dicendo mal del mio Re io li risposi che il mio Re no aveva colpa del nostri patimenti che sono stato le nostri soperiori traditori; siamo fatto questioni e lo sono lasciato”.
“Allo mio paese sono stato arrestato e dopo 7 mesi di scurre priggione mi anno fatto partire per il Piemonte. Il 15 gennaio del 1862 ci anno portato affare il giuramento, in quello stesso anno sono stato 3 volte all’ospidale e in pregiona a pane e accua. Principio del 1863 fuggito da sotto le armi di vittorio, il 24 sono giunto in Roma, il giorno 30 sono andato alludienza del mio desiderato e amato dal Re’, Francesco 2 e li ò raccontato tutti i miei ragioni”

Vittorio Emanuele II, il re vittorioso…

…e Francesco II, il re vinto, nella fortezza di Gaeta

Un ulteriore passo avanti nella studio di questa fase poco “chiara” del post unificazione è stato fatto recentemente, quando un ricercatore trovò dei documenti presso l’Archivio Storico del Ministero degli Esteri attestanti che, nel 1869, il governo italiano voleva acquistare un’isola dall’Argentina per relegarvi i soldati napoletani prigionieri, quindi dovevano essere ancora tanti
Questi uomini del Sud finirono i loro giorni in terra straniera ed ostile, certamente con il commosso ricordo e la struggente nostalgia della Patria lontana. Molti di loro erano poco più che ragazzi

Era la politica della criminalizzazione del dissenso, il rifiuto di ammettere l’esistenza di valori diversi dai propri, il rifiuto di negare ai “liberati” di credere ancora nei valori in cui avevano creduto. I combattenti delle Due Sicilie, i soldati dell’ex esercito borbonico ed i tanti civili detenuti nei “lager dei Savoia”, uomini in gran parte anonimi per la pallida memoria che ne è giunta fino a noi, vissero un eroismo fatto di gesti concreti, ed in molti casi ordinari, a cui non è estraneo chiunque sia capace di adempiere fedelmente il proprio compito fino in fondo, sapendo opporsi ai tentativi sovvertitori, con la libertà interiore di chi non si lascia asservire dallo “spirito del tempo”.

[STEFANIA MAFFEO]

I LAGER DEI SAVOIA

Fulvio Izzo, insegnante e ricercatore, ha firmato “I lager dei Savoia” dove, dopo aver messo insieme una documentazione imponente, descrive «la storia “infame” del Risorgimento – i campi di concentramento per i soldati Borbonici” ( tutti quei militari che non vollero finire il servizio militare obbligatorio nell’esercito sabaudo e quelli che si dichiararono apertamente fedeli al Re Francesco II), nei forti del Nord. Il fatto che nella storiografia ufficiale si parli poco o troppo, del brigantaggio, per parte presa e non si sia mai accennato alle deportazioni e alle sofferenze dei prigionieri meridionali, dei quali molti deceduti nei campi di Finestrelle e San Maurizio in Piemonte, non è comprensibile e soprattutto non è giustificabile. Il forte di Fenestrelle, iniziato nel 1727 e terminato completamente nel 1854 si sviluppa per oltre 3 km. di lunghezza su 650 mt. di dislivello. 1.300.000 metri quadri di superficie con 1.700 uomini di presidio. Una scalinata coperta di oltre 4.000 gradini collega la piazza principale del forte San Carlo con il forte delle Valli attraverso fortini ridotte e batterie. In quasi tre secoli di vita, questa maestosa macchina da guerra non ha mai sparato un solo colpo. I detenuti meridionali tentarono anche di organizzare una rivolta, il 22 agosto del 1861, per impadronirsi della fortezza, ma fu scoperta ed il tentativo ebbe come risultato l’inasprimento delle pene. Fulvio Izzo , I lager dei Savoia, 1999, 8°, Ed. Controcorrente “… Si arrestano da Cialdini soldati napoletani in grande quantità, si stipano ne’ bastimenti peggio che non si farebbe degli animali, e poi si mandano in Genova. Trovandomi testé in quella città ho dovuto assistere ad uno di que’ spettacoli che lacerano l’anima. Ho visto giungere bastimenti carichi di quegli infelici, laceri, affamati, piangenti; e sbarcati vennero distesi sulla pubblica strada come cosa da mercato. Alcune centinaia ne furono mandati e chiusi nelle carceri di Fenestrelle: un ottomila di questi antichi soldati Napoletani vennero concentrati nel campo di S. Maurizio”.

. .. Recenti ricerche sottolineano le pessime condizioni in cui nel 1861 furono «ospitati» a Fenestrelle i soldati di Francesco II: laceri e poco nutriti era usuale vederli appoggiati a ridosso dei muraglioni, nel tentativo disperato di catturare i timidi raggi solari invernali, ricordando forse con nostalgia il caldo di altri climi mediterranei. La fortezza di Fenestrelle non ebbe altri reclusi se non militari: ufficiali condannati agli arresti di fortezza e particolari reparti di disciplina, il più noto dei quali è l’VIII, al quale furono aggregati i commilitoni del caporale Pietro Barsanti, l’organizzatore della fallita rivolta militare di Pavia, nel marzo del 1870. Uno di questi fu Augusto Franzoi che cadde dalle mura nel tentativo di evadere in una notte del novembre 1870. Il ferito fu abbandonato dai compagni e tosto nuovamente imprigionato. Durante la grande guerra vennero concentrati a Fenestrelle anche prigionieri austroungarici e italiani condannati dal tribunale di guerra. Tra questi, nel 1916, anche il generale Giulio Douhet ex bersagliere: reo di essersi contrapposto alle strategie ante Caporetto di Cadorna. [F.IZZO]

LA DEPORTAZIONE DEI MERIDIONALI

Una vera e propria deportazione di civili taciuta ed oscurata nel sordo rumore di centosessantanni anni di silenzi. Domicili coatti, come per i prigionieri politici, ai civili meridionali nell’unità d’Italia, che con le teorie di Cesare Lombroso, assunse connotazione razziale, una triste realtà dei fratelli d’italia. Uomini e donne deportati per Decreto Regio, ma mai giudicati da alcun tribunale. Misure coercitive cruente, a scopo repressivo, firmate da Ubaldino Peruzzi durante il governo Minghetti.
Il 25 agosto 1863, con la pubblicazione del Regolamento d’Attuazione della legge Pica, il governo Minghetti e il ministro dell’Interno Ubaldino Peruzzi nominarono Silvio Spaventa segretario generale e iniziarono la deportazione di civili dalle province del meridione. Migliaia di persone nascoste e dimenticate, da oltre un secolo attendono un ritorno alla luce, attendono di riavere una identità ed un riconoscimento dal degrado della vita umana relegata al domicilio coatto. Migliaia di uomini negati dalla storia, nascosti e coperti da 158 anni, uomini che attendono il riscatto della dignità di esistiti. Migliaia di persone attendono dal purgatorio dove sono state gettate una forma simbolica di rivalsa per la barbarie subita. Il 20 agosto 2013 la cancelliera Angela Merkel visitando l’ex campo di concentramento di Dachau dove fra il 1933 e il 1945 vi furono internati oltre 200.000 detenuti, di cui quasi un quarto morirono, ha dichiarato: “La memoria di questi destini mi riempie di profondo dolore e vergogna”.

Quel sentimento civile della vergogna in senso morale che la politica italiana non ha mai avuto. Nessuno dei governanti italiani ha mai rivolto parole in memoria delle migliaia di deportati dai governi del regno. Nessuna parola dei presidenti della repubblica italiana di riconoscimento morale per migliaia di deportati, al contrario nel 2010 lo stato italiano ha speso 4 miliardi di euro per celebrare il 150° dell’unità. Si è celebrato con tutti gli onori i risorgimentali che alla guida del paese furono responsabili della deportazione politica, e che oggi la propaganda li dà per fondatori della patria. Lo stato italiano, in nome dell’unità, ha così festeggiato la guerra civile e gli eccidi dell’esercito ordinata dai governi unitari contro le popolazioni civili delle province meridionali. Fu la deportazione politica di massa del Regno, fu un massiccio confino politico sin dal 1863 perchè furono confinati gli avversari fiancheggiatori, “reagenti” al nuovo regime. E’ l’agire politico a livello di esecutivo, del governo, che produsse il confino coatto e tutte le conseguenze che ne derivarono, le tante iniziative per la deportazione all’estero e infine l’emigrazione, i deportati non avevano una tessera o una fede politica di partito. È urgente chiedersi perché hanno taciuto, e cosa aspettarsi dalle generazioni di governanti italiani che hanno coperto la vergogna e l’infamia della deportazione di civili messa in atto 70 anni prima della deportazione razziale tedesca. Lo stato italiano, in nome dell’unità, festeggia la guerra civile e gli eccidi dell’esercito ordinata dai governi unitari contro le popolazioni civili delle province meridionali? Perché la politica, le istituzioni, i governi italiani da più di 150 anni continuano a coprire con il segreto i documenti dell’epoca, non vogliono ammettere l’immane tragedia, il crimine contro l’uomo di una intera classe politica e militare che deportò al domicilio coatto nelle isole di tutti gli arcipelaghi, nelle carceri, nei forti, negli edifici ecclesiasti requisiti, negli stanzoni e nelle case prese in affitto da privati migliaia di civili inermi? Perché i governi usarono una parte dei deportati come schiavi per le miniere, per le saline, per i campi di coltivazione delle manifatture tabacchi o di privati? Schiavi di stato, purtroppo è così. Una parte dei 150.000 documenti segretati erano sotto gli occhi di tutti, bastava cercare negli archivi. Ma si sa gli storici sono allergici alla polvere degli archivi. Al lettore, al cittadino italiano, spetta il giudizio sulla politica e le istituzioni passate e le attuali da cui discendono e che in diverse forme governano da oltre 150 anni. Gli storici salariati italiani non vogliono ammettere l’immane tragedia, il crimine contro l’uomo di una intera classe politica e militare. E’ urgente pretendere la verità dai governi, e sui documenti taciuti, oscurati negati, urge conoscere vicende storiche gravi e drammatiche che videro protagonisti i governanti post unitari e tutti i governanti succeduti. Urge abbandonare la retorica statalista che ha deportato i nostri avi, pretendere verità dai governi, urge studiare i documenti dell’epoca e conoscere i fatti reali, urge conoscere vicende storiche gravi e drammatiche che videro protagonisti i governanti post unitari, urge raccontare gli accadimenti così come si sono verificati, senza avere più timore di soffermarsi su episodi che possono apparire spiacevoli o discutibili. E’ questa la forza di un paese, di una democrazia che vuole essere compiuta.

Una parte della verità storica è emersa grazie ai nuovi studi sul risorgimento del ricercatore indipendente Loreto Giovannone. Ora capiamo le fondamenta distorte su cui è nata l’unità italiana. Capiamo pure perchè solerti e gonfi cattedratici continuano a nascondere questa vergona nazionale dove tutti hanno taciuto. Finalmente è emerso il ruolo di Silvio Spaventa (zio di Benedetto Croce) nei fatti storici unitari.
Castellammare fu teatro di esecuzioni e deportazione, ci sono le prove. C’è Teresina Crocco sorella di Carmine Crocco insieme ad altre donne, c’è Luigia Cannalonga la madre del Brigante Tranchella, di Giffoni Vallepiana, c’è Stabile Teresa con i suoi due bambini… Pubblicate le prime 10 pagine dei nomi di deportati del Risorgimento. Migliaia di deportati, uomini, donne, bambini, lattanti nei lager degli arcipelaghi e nella terraferma. Dal rapporto del Delegato Gallo: coatti messi ai ferri come galeotti. Esisteva un vero e proprio regolamento per la deportazione ai luoghi di relegazione. Lo stato monarchico italiano, li mise in atto deportando migliaia di individui. Finalborgo, in provincia di Savona, divenne CITTÀ CARCERARIA: l’ex convento di Santa Caterina, Castel San Giovanni e Castelfranco a Finalmarina si trasformarono in luoghi di detenzione e case di lavoro. Tra i primi internati vi furono i deportati dall’ex Regno delle Due Sicilie, secondo le disposizioni della Legge Pica sulla repressione del brigantaggio, di pari passo al crescente arrivo di prigionieri destinati a “domicilio coatto” soprattutto a Finalmarina. Dai documenti emergono i nomi di 600 donne, deportate all’isola del Giglio, quasi tutte in età fertile, deportate per sradicarne il senso di appartenenza ad una terra, ad una comunità, cancellandole come persone e traslocandole come individui con i loro bambini e i loro lattanti.
Il Giglio è nel nostro immaginario il tragico naufragio del Risorgimento e di un paese naufragato sin dall’inizio dell’unità.

Il naufragio al Giglio come il naufragio dell’unità.

LA FESTA di SANT’ANTUONO

LA FESTA DI

Oggi ricorre Sant’Antonio abate, detto anche sant’Antonio il Grande o sant’Antonio del Fuoco, fondatore del monachesimo cristiano e il primo degli abati. Nell’Italia meridionale Sant’Antonio Abate è comunemente chiamato “Sant’Antuono”, per distinguerlo da Sant’Antonio di Padova. A Serracapriola, ridente paese al nord della Puglia, è ancora viva la tradizione di portare il “Sent’ Endon”, cioè di girare per i negozi e le abitazioni suonando strumenti tipici della tradizione paesana e cantando in vernacolo, canti dedicati al Santo, inneggianti il riso, il ballo e i prodotti derivati dalla lavorazione del maiale, quali mezzi per “svernare”; a capo della comitiva c’è un volontario vestito da frate a simboleggiare il Santo che con la propria forcinella (lunga asta terminante a forcina) raccoglie dolci e salumi che vengono donati per ingraziarsi i favori del Santo… In alcuni paesini dell’agro aversano (PORTICO DI CASERTA / MACERATA CAMPANIA) in onore al santo i fedeli costruiscono carri detti battuglie di past’ellessa. Molto spesso questi “carri” vengono costruiti in maniera da sembrare delle barche o dei vascelli rifacendosi all’antica leggenda in cui Sant’Antuono avrebbe compiuto il suo viaggio dall’Africa su un vascello. La popolazione del posto e molto attaccata a questa tradizione e ogni anno ne prendono parte più di 1000 giovani che con strumenti grotteschi (botti tini e falci) suonano canti popolari in onore al santo. Alla devozione popolare del santo sono associate benedizioni agli animali domestici, nonché ai prodotti dell’agricoltura e la sacra rappresentazione della sua vita, soprattutto nell’Italia centrale. La narrazione, con varianti territoriali, si svolge su questo schema: la scelta dell’eremitaggio nel deserto, la tentazione da parte dei diavoli, rossi e neri, e della donzella, interpretata da un uomo come nel teatro elisabettiano e un particolare elemento buffo. Infine l’arrivo risolutore dell’angelo dal caratteristico cappello conico, tipico delle figure con contatti soprannaturali come fate e maghi. Nel finale, attraverso la spada, elemento simbolico mutuato dalla devozione all’Arcangelo S. Michele, l’angelo aiuta il Santo a sconfiggere il male e a tornare alla sua vita di preghiera. Sempre presente al termine della rappresentazione la questua, richiesta di “offerte” in vino e salsicce per i figuranti. Esistono numerose versioni nei dialetti locali e una versione in forma di operetta dei primi anni del Novecento. In Abruzzo si svolge la competizione del campanello d’argento, premio alla migliore rievocazione tradizionale, vinto nell’ultima edizione dal gruppo di Caramanico Terme. Oltre al Campanello d’argento nella regione abruzzese, dall’anno 2009 vi è anche Lu festival di Sant’Andonie che si svolge a Tocco da Casauria (PE), vinta nell’edizione 2012 dal gruppo di Ortona (CH). A Nicolosi (Ct) il culto di S. Antonio Abate è molto sentito. La festa del 17 gennaio è una celebrazione liturgica, mentre ogni prima domenica di luglio, viene celebrata la “Festa Grande” dove il Simulacro ligneo di S. Antonio, posto su di un artistico fercolo, procede in processione per le vie del paese tirato dai giovani nicolositi da lunghi cordoni. Tradizionale è la benedizione degli animali che si svolge la domenica mattina dopo l’uscita del Santo, dove gli animali domestici (cani, gatti, tartarughe ma anche cavalli ed asini) vengono portati davanti la statua del Santo e benedetti. Altro momento particolare della festa e molto sentito dagli abitanti di Nicolosi e ” A’cchianata a Sciara” (La salita della sciara) dove S. Antonio con il suo pesante fercolo viene tirato da due lunghi cordoni gremiti di devoti in corsa su una ripida salita per rievocare i tragici eventi dell’eruzione del 1886 che minacciava di travolgere e seppellire il paese sotto la lava. In quella occasione i nicolositi che videro arrivare il fronte lavico a pochi metri dal centro abitato, con fede portarono la Statua e le Reliquie di S. Antonio di fronte la lava che pian piano travolgeva tutto, e miracolosamente per intercessione del Santo il fronte lavico si arrestò risparmiando il paese. Su quel fronte lavico, alla fine della salita alla sciara è stato eretto un altarino votivo in onore di S. Antonio per ricordare gli eventi del 1886, dove ogni anno a fine della faticosa salita i nicolositi ringraziano il loro Patrono della sua protezione. All’alba del 17 gennaio, Tricarico è svegliata dal suono cupo dei campanacci agitati dalle maschere delle mucche e dei tori che, dopo essersi radunate nel centro storico, si dirigono verso la chiesa di Sant’Antonio abate dove le attende il parroco che celebra la messa, aperta anche agli animali, e che al termine impartisce la benedizione, dopo la quale si compiono tre giri rituali intorno alla chiesa. La singolare “mandria”, subito dopo, parte per la “transumanza” verso l’abitato. A Collelongo (AQ) nella notte tra il 16 ed il 17 di gennaio. La festa inizia la sera del 16 alle 18,00 con l’accensione dei due “torcioni”, torce in legno di quercia alte oltre 5 metri che arderanno tutta la notte. Contemporaneamente in apposite case del paese allestite per l’occasione con arance ed icone del santo viene posta sul fuoco la “cottora”, un enorme pentola nella quale viene messo a bollire parte del mais raccolto durante l’anno. La sera, chi ha la fortuna di essere invitato da qualche famiglia del paese potrà gustare intorno alla tavola la “pizza roscia”, una pizza cotta sotto la cenere composta da un impasto di farina di grano e di mais, condita con salsicce ventresca e cavolo ripassato in padella. Alle 21 una fiaccolata con fisarmoniche e cantanti che intonano la canzone del santo accompagna il parroco del paese a benedire queste case ove, sopra il fuoco del camino, fuma per tutta la notte la cottora. Chiunque entra nella cottora, fa gli auguri alla famiglia che la gestisce e gli viene offerto vino, companatico, mais bollito condito con olio e peperoncino, e dolci. Per tutta la notte, fino al mattino, il paese è animato da gente che canta, suona e gira di cottora in cottora. Alle cinque del mattino del 17, spari annunciano la sfilata delle conche “rescagnate”, si tratta di conche in rame, una volta usate per attingere l’acqua alla fonte, che addobbate con luci, piccole statue e scene di vita contadina, vengono portate in sfilata da giovani del paese vestiti nei tradizionali costumi popolari di festa. Alle sette inizia la santa messa e viene distribuito il mais benedetto bollito delle cottore per distribuirlo agli animali domestici. La festa si conclude il pomeriggio con i classici giochi popolari. Sempre in Abruzzo, è da ricordare la rievocazione de “Lu Sant’Andonie” che si svolge ogni anno a Villa San Giovanni di Rosciano, nel campagne del pescarese, a cura della locale Associazione culturale La Panarda. Nel pomeriggio del sabato precedente al 17 gennaio sul sagrato della chiesa parrocchiale si ripropone la sacra paraliturgia per la benedizione degli animali e dei prodotti della terra, mentre in serata, nella piazza principale del paese, attorno ad un grande fuoco si esibiscono gruppi di teatranti popolari rievocanti le scene de “Le tentazioni di Sant’Antonio”, con canti e poesie dialettali sul Santo e sulle tradizioni contadine del periodo invernale. Al termine, porchetta, salsicce e vino per tutti gli intervenuti. Ancora in Abruzzo, a Lettomanoppello si rievoca ogni anno “lu Sant’Andonije” che è una rappresentazione sacra della vita del santo composta e musicata da un poeta dialettale lettese (di Lettomanoppello), il Prof. Gustavo De Rentiis, scomparso nel 1994. Si tratta di una vera e propria storia sacra (a differenza delle altre rappresentazioni abruzzesi a volte goliardiche) che vede la partecipazione degli eremiti, di Sant’Antonio Abate, di due angeli e di due demoni che dopo alcune tentazioni agli anacoreti vengono cacciati all’inferno, grazie alla preghiera. A Scanno (Aq), il 17 gennaio viene festeggiato Sant’Antonio Abate con l’appellativo di Barone, dopo la Santa Messa solenne celebrata nella chiesa dedicata al Santo, viene benedetta una tipica minestra locale “Le sagne con la ricotta”, una pietanza distribuita anticamente ai poveri del paese. Essa è formata da una pasta a forma di striscioline condita con ricotta, lardo ecc. Anticamente subito dopo la festa di Sant’Antonio Abate venivano dichiarati aperti i festeggiamenti per il Carnevale. A Tufara, un paesino al confine tra Molise e Puglia, la notte tra il 16 e 17 gennaio vengono accesi dei grandi falo’ dedicati al santo e vengono chiamati i Fuochi di sant’ Andone. E’ una festa molto sentita nel paese. A Troina (En) Sant’Antonio Abate viene festeggiato con due feste durante l’anno, la festa liturgica che si svolge il 17 gennaio con i “Pagghiara” enormi falò che vengono eretti in tutti i quartieri del paese e dove si allestiscono tavolate con molte leccornie tipiche del paese che vengono offerte alle persone che visitano i falò. La seconda festa, con solenne processione del fercolo e della Reliquia di Sant’Antonio Abate, si svolge nella seconda settimana di luglio con la partecipazione di molte Confraternite di Sant’Antonio Abate di altri paesi limitrofi.
A San Marco in Lamis (Foggia), presso la parrocchia a lui intitolata, dopo la celebrazione vespertina sul sagrato della Chiesa vi è la benedizione degli animali domestici. Secondo antica tradizione la festa di Sant’Antonio abate segna l’inizio del Carnevale. Da qui un detto: “A Sant’Antonio maschere e suoni”. A Napoli, “Sant’Antuono” viene festeggiato con un falò fuori alla sua antica chiesa, durante la benedizione degli animali, i “cippi”, che venivano accesi ai crocicchi e agli angoli di tante strade cittadine, pur cadendo nel pieno della stagione invernale, in qualche modo è il primissimo segnale di luce, il primo timido sguardo verso la primavera, ancora lontana ma tuttavia prossima, con le giornate che sia pure impercettibilmente cominciano ad allungarsi e la sensazione di lasciare qualcosa alle spalle, il vecchio che viene bruciato in falò augurali e propiziatori.

IL REAL MUSEO MINERALOGICO

Tra le aule e i cortili dell’Università Federico II di Napoli, si nasconde un tesoro a molti sconosciuto, spesso anche agli stessi studenti che affollano i piani dell’edificio di Via Mezzocannone 8. Voluto nel 1801, per volontà del sovrano illuminato Ferdinando IV di Borbone, il Real Museo è il primo museo del suo genere ad essere stato istuito, non sono in Italia, ma nel mondo. Il sovrano voleva dar vita ad un centro di interesse scientifico, un luogo dove favorire scambi culturali, in cui illustrare i risultati di campagne di ricerca finalizzate allo sfruttamento delle risorse minerarie. Gli stessi minerali presenti nel museo sono frutto di spedizioni volute dallo stesso sovrano, che già nel 1789 inviò sei ricercatori in altrettanti distretti minerari europei per la raccolta, la quale si arricchì poi nel corso del tempo, grazie anche a numerose donazioni.
Numerosi importanti studiosi vi hanno operato, fra questi Matteo Tondi, Carminantonio Lippi, Arcangelo Scacchi e Ferruccio Zambonini. Non bisogna dimenticare che il re incaricò ad organizzare il museo a Giuseppe Melograni, professore della cattedra di mineralogia all’ateneo partenopeo. Nel 1845, il Museo ospitò il VII Congresso degli Scienziati Italiani, che vide la partecipazione di ben 1611 scienziati.
Il Museo conserva circa 30.000 campioni, tra i quali alcuni molto rari per dimensioni o bellezza. All’ingresso del museo vi è la collezione dei Grandi Cristalli, per le eccezionali dimensioni e grandezza che vi sono ospitati, tra essi spiccano una coppia di cristalli di quarzo provenienti dal Madagascar e dal peso di circa 482 kg, tra i più grandi al mondo nel loro genere.
Ma il grosso della collezione mineraria è ospitato nella monumentale Biblioteca del Collegio dei Gesuiti, dove più di 6000 minerali provenienti da tutto il mondo sono stati catalogati in 38 vetrine verticali e 18 bacheche orizzontali.
La sala successiva, infine, ospita un’apposita collezione di minerali provenienti dall’area vesuviana tra cui anche diverse “bombe vulcaniche”, sparate dal Vesuvio durante le diverse eruzioni.
Una nota merita anche il cosiddetto “Medagliere”, il quale raccoglie delle vere e proprie medaglie, la cui particolarità è quella di essere state coniate utilizzando la lava appena emessa dal Vesuvio durante le eruzioni o prelevata dal lago di lava all’interno del cratere, fino al 1944. Entrare nel salone monumentale, che occupa gli splendidi ambienti dell’antica Biblioteca del Collegio Massimo dei Gesuiti, provocherà un immediato moto di meraviglia. Nella Collezione dei Meteoriti è esposto anche un frammento di siderite di sette chili e mezzo, rinvenuto nel 1784 a Toluca (Messico). Affascinanti e singolari alcuni cammei tipici dell’artigianato napoletano intagliati su pietra lavica, e le medaglie coniate con la lava del Vesuvio, fra cui risaltano quelle del 1805 riproducenti i profili di Ferdinando IV e Maria Carolina (sorella di Maria Antonietta). È inoltre esposta una testa di satiro in marmo bianco di Carrara, scolpita da Antonio Canova, dalla cui bocca spunta come una zanna un cristallo di quarzo. Questa meraviglia, testimonia il ruolo fondamentale della città di Napoli nella promozione della scienza e della cultura nel mondo. Una meraviglia imperdibile.

COLPEVOLI di ESSERE NATI a SUD!

L’invasione piemontese del pacifico Stato delle Due Sicilie fu ben più di una semplice sconfitta militare e si può affermare che essa ha tanto inciso sulla nostra vita sociale ed economica che ancora oggi viviamo nell’atmosfera creata da quell’evento, dal quale sono nati tutti i nostri mali presenti. Gli effetti di una sconfitta militare, infatti, per quanto terribili, col tempo vengono sanati se il territorio e la popolazione non vengono annessi a quelli del vincitore. Per le Due Sicilie, invece, a causa della particolare posizione geografica, senza soluzione di continuità territoriale con il resto della penisola italiana, l’annessione ha prodotto effetti così devastanti che la coscienza del popolo stesso ne è stata alterata. La storia più che millenaria del Sud, ricca di immense glorie e di immani tragedie, prima dell’occupazione piemontese era stata la storia di un popolo che non aveva mai perso, nel bene e nel male, la propria identità nazionale. E’ stata, dunque, questa perdita, causata dalla forzata unione con gli altri popoli della penisola; il più grave danno inferto al Popolo Duosiciliano. Il Regno delle Due Sicilie proprio nel 1860 si stava trasformando in un grande Stato moderno. C’erano tutte le premesse, perché allora era una tra le più progredite nazioni d’Europa, ma la delittuosa opera delle sette che governavano la Francia e l’Inghilterra e la sete di conquista savoiarda ne distrussero i beni e le tradizioni, compiendo un vero e proprio genocidio umano e spirituale. Come fu precisato da Lemkin, che definì per primo il concetto di genocidio, esso “non significa necessariamente la distruzione immediata di una nazione…. esso intende designare un piano coordinato di differenti azioni miranti a distruggere i fondamenti essenziali della vita dei gruppi nazionali…… Obiettivi di un piano siffatto sarebbero la disintegrazione delle istituzioni politiche e sociali della cultura, della lingua, dei sentimenti nazionali della religione e della vita economica dei gruppi nazionali e la distruzione della sicurezza personale, della libertà, della salute, della dignità e persino delle vite degli individui… non a causa delle loro qualità individuali ma in quanto membri del gruppo nazionale”. Si dice, inoltre, che vi sono due metodi per cancellare l’identità di un popolo: il primo, quello di distruggere la sua memoria storica; il secondo, quello di sradicarlo dalla propria terra per mischiarlo con altre etnie. Noi Duosiciliani abbiamo subito entrambi i soprusi, ma fortunatamente, per la nostra storia di quasi tremila anni, il nostro inconscio collettivo ci ha salvati in parte dalla distruzione della nostra identità nazionale. La principale causa del crollo delle Due Sicilie va, senza dubbio, inquadrata nel marciume generato dalla corruzione massonica. Esso era dappertutto: nelle articolazioni statali, nell’esercito, nella magistratura, nell’alto clero (fatta salva gran parte dell’episcopato), nella corte del Re, vera tana di serpenti velenosi. Infatti, come ha esattamente analizzato Eduardo Spagnuolo: “addebitare ai piemontesi le colpe del nostro disastro e’ vero solo in parte e contrasta anche con i documenti dell’epoca. La responsabilità della perdita della nostra indipendenza e della nostra rovina è per intero della classe dirigente duosiciliana, che si fece corrompere in ogni senso. Non a caso le bande guerrigliere più motivate, come quella del generale Crocco e del sergente Romano, si muovevano per colpire, innanzitutto, i collaborazionisti e gli ascari delle guardie nazionali”. L’opposizione armata, tuttavia, fu soltanto un aspetto della più vasta resistenza all’invasione piemontese, perché la resistenza si sviluppò per anni in modo civile. Numerose furono le proteste della magistratura e dei militari, le resistenze passive dei dipendenti pubblici e i rifiuti della classe colta a partecipare alle cariche pubbliche. Moltissime le manifestazioni di malcontento della popolazione, soprattutto nell’astensione alla partecipazione ai suffragi elettorali, e la diffusione, ad ogni livello, della stampa legittimista clandestina contro l’occupazione piemontese. Mai, nella sua storia, lo Stato delle Due Sicilie aveva subito una così atroce invasione. Quante ricchezze, inoltre, furono distrutte insensatamente, che avrebbero potuto fare veramente grande l’Italia. L’economia dell’Italia meridionale, poi, ebbe un crollo verticale non solo perchè il centro propulsore fu spostato al Nord, che ne venne privilegiato, ma anche perché la concezione dogmatica del liberoscambismo imposto dal Piemonte, impedì in seguito di porvi dei ripari. Il miope colonialismo dei piemontesi, come poi si rivelò l’occupazione dei “liberatori”, divenne una vera e propria tragedia, che dura ancora ai nostri giorni e che solo il conciliante e forte temperamento della gente del Sud ha impedito che divenisse una catastrofe irreversibile. Gli abitanti delle Due Sicilie furono usati, prima come carne da cannone per le altre guerre coloniali dei Savoia, poi come mercato per i prodotti delle industrie del Nord e come serbatoio di voti per quei ciechi politici meridionali, spesso solo servi sciocchi delle lobby del cosiddetto “triangolo industriale”. La classe dirigente meridionale, inoltre, allo scopo di conservare piccoli vantaggi domestici, ha fiancheggiato sempre tutti i governi che si sono avvicendati in Italia dall’inizio dell’occupazione, governi che pur definendosi “italiani”, hanno curato solo e sempre gli interessi di alcuni, i quali per questo mantengono eterna la ” questione meridionale “. Il Popolo delle Due Sicilie, in tutta la sua lunghissima storia, non ha mai fatto una guerra d’aggressione contro altre genti. Ha dovuto, invece, sempre difendersi dalle aggressioni degli altri popoli, che lo hanno assalito con le armi o con le menzogne. Ancora oggi dal Nord dell’Italia, per una congenita ignoranza, alimentata continuamente dalla propaganda risorgimentale avallata dallo Stato “italiano”, siamo ancora puerilmente aggrediti con violenze verbali, con luoghi comuni sui “meridionali”. Nella considerazione di tutti gli avvenimenti succedutisi dopo il 1860 fino ad oggi si può senza dubbio affermare che proprio a causa di quel violento movimento nato nel Nord, il cosiddetto “risorgimento”, si originò un processo autodistruttivo, che, passando attraverso continue guerre, per lo più suggestivamente etichettate, culminò nel fascismo, che, con la sua fine, ridusse a una sciatta repubblica tutta la penisola italiana, così ricca di valori prima del “risorgimento”. I Duosiciliani veraci, tuttavia, sanno di far parte di un paesaggio unico e inconfondibile, sanno che il loro animo immutabile e viscerale, proprio per questo, dovunque si troveranno, si porteranno sempre dietro questa loro contraddizione: quella di essere diventati forzatamente “italiani”.

GLI ZAMPOGNARI L’EMBLEMA DELLE DUE SICILIE

Lo zampognaro è il suonatore di zampogna, un’antico strumento a fiato diffuso nell’Italia centro-meridionale, in pratica in tutto il territorio appartenuto al Regno delle Due Sicilie. La zampogna, da non confondere con la cornamusa diffusa nel nord Italia e in altre regioni europee, è uno strumento tradizionale caratterizzato dalla presenza di più canne sonore. Insieme alla zampogna suona la ciaramella uno strumento a fiato ad ancia doppia che puo’ considerarsi un antenato dell’oboe.
Le regioni dove è presente la zampogna sono: Lazio (province di Frosinone e Latina), Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia.
Comunemente con il termine di zampognari si definiscono quei musicisti o figuranti che con l’arrivo del Natale (in particolare durante il periodo della Novena dell’Immacolata Concezione e del Natale), percorrono le vie cittadine, in abiti tipici, suonando motivi natalizi tradizionali, quali ad esempio Tu scendi dalle stelle di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori. Generalmente gli zampognari suonano in coppia, uno la zampogna vera e propria ed un altro la ciaramella, si tratta di pastori o contadini che si trasferiscono temporaneamente in città per il periodo natalizio. Sono secoli che con l’approssimarsi del Natale, gli zampognari, lasciano i loro paeselli e si recano a portare il messaggio musicale della natività in tutta Italia, e spesso anche all’estero. In termini culturali sono un patrimonio di tradizione millenaria altrove introvabile e si può facilmente intuire che forse sarebbe opportuno non pensare ad essa solo a Natale.
La “coppia” di zampognari rappresenta anche una presenza fissa del presepe e in particolare del presepe napoletano, dove generalmente trova posto nelle immediate vicinanze della “capanna” o “grotta” della Sacra Famiglia. Per il popolo meridionale, zampogna e zampognaro sono l’immagine stessa del Natale, così come il presepe, ci fanno rivivere l’autentico Natale della tradizione, che altrimenti non avrebbe il medesimo sapore, ed è la zampogna che da sola ci fa provare certe sensazioni che altrimenti non percepiremmo più.
Se è vero che la zampogna nei grandi centri urbani si usa solo nel periodo natalizio, in ambito rurale/pastorale questa accompagna tutti gli accadimenti dell’anno. Oggi l’impiego della zampogna e degli zampognari in ambito rurale (processioni, rituali, feste e balli) è praticato in Campania (provincia di Salerno), Basilicata, Calabria, Sicilia (provincia di Messina) Abruzzo.
È importante ricordare come, in seguito alla migrazione dal sud verso l’industriale nord, oggi in grandi città come Milano si trovano zampognari (di diverse provenienze) che mantengono viva la tradizione sia esecutiva, sia costruttiva. Quindi la zampogna e soprattutto l’arte del suonarla corrisponde ad un ricco patrimonio di tradizioni, storia ed è parte essenziale di una cultura storica meridionale che non deve andare perduta, bisogna tramandare questa cultura mediante la conoscenza alle future generazioni, non possiamo perdere la nostra identità di popolo!
La presenza della zampogna – come tale – in altre regioni d’Italia è dovuta alla passione di alcuni musicisti di altre regioni che l’hanno fatta propria, ma non è espressione di tipicità ne di tradizione.
“I pifferari scendono dalle selvagge montagne degli Abruzzi per suonare i loro rustici strumenti dinnanzi alle immagini della Madonna. Vestono un’ampia cappa di panno scuro e portano il cappello a punta come i briganti”. Così Hector Berlioz, nel 1832, ci rappresenta gli zampognari dai quali apprese, l’aria che poi volle inserire, secondo il gusto dell’epoca, come Sérénade d’un Montagnard des Abruzzes à sa maîtresse, nell’Aroldo in Italia. La letteratura romantica ha costruito l’immagine dello zampognaro vagabondo, musico di piazza, metà pastore, metà mendicante, secondo uno stereotipo consolidato che ancora resiste.

SEGRETI ed OMISSIONI sulla PAGINA PIÙ BUIA della STORIA italiana!

La pagina più nera della storia d’Italia é ancora celata, coperta dal segreto della vergogna da oltre 160 anni, per quegli avvenimenti che condannarono a morte 5.212 persone, con più di 500.000 persone arrestate. Per la maggior parte furono stipati nelle navi peggio degli animali (anche se molti percorsero a piedi l’intero tragitto), fatti sbarcare a Genova, da dove, attraversando laceri ed affamati la via Assarotti, venivano smistati in vari campi di concentramento istituiti a Fenestrelle, S. Maurizio Canavese, Alessandria, nel forte di S. Benigno in Genova, Milano, Bergamo, Forte di Priamar presso Savona, Parma, Modena, Bologna, Ascoli Piceno ed altre località del Nord. Una storia taciuta, insabbiata, distorta. E tale sarebbe rimasta se negli anni la tenacia di ricercatori instancabili, alieni da qualsivoglia logica politica, decisero di far conoscere vicende sepolte sotto la densa polvere del tempo, e la coltre della vergogna. E’ venuta fuori così un’altra storia, diversa, inedita, sorprendente: la prima pulizia etnica dell’età moderna. Deportazioni, facile reclusione, persecuzione alla Chiesa cattolica, profanazioni dei templi, fucilazioni di massa, stupri, perfino bambine (figlie di “briganti”) costretti ai ferri carcerari e ben 62 paesi furono rasi al suolo!
Una pagina che non si vuole scrivere è quella relativa alle carceri in cui furono rinchiusi i soldati “vinti”. Il governo piemontese dovette affrontare il problema dei prigionieri, e di 1700 ufficiali dell’esercito borbonico.
Il Risorgimento è stato sempre visto e narrato come ha voluto la parte vincitrice: questa dei buoni, l’altra, la perdente, dei cattivi. Ma c’è un altro Risorgimento fatto di lutti, di sangue, di fango, dolore, crudeltà, ferocia. Non vi si sottrassero i piemontesi e neanche i meridionali. Fu il tempo dei briganti: banditi o guerriglieri? Combattenti di una rivolta contadina, partigiani ante litteram, movimento di liberazione contro l’invasore o banditi spinti da generici impulsi delinquenziali?
Nel 1860, alla caduta del regno borbonico, sconfitto dall’esercito di volontari garibaldini, il Meridione veniva annesso agli altri stati già sotto il dominio di Casa Savoia e si presentò all’appuntamento unitario in condizioni di grande squilibrio sociale. La distribuzione della ricchezza, che traeva la sua unica fonte dalla produzione agricola, era iniquamente spartita tra un ristrettissimo numero di latifondisti, mentre la massa dei braccianti agricoli era ridotta alla fame. I borbone erano caduti anche per l’iniziativa garibaldina di tipo rivoluzionario che aveva alimentato nelle masse meridionali concrete speranze di un radicale rinnovamento della società, ma il nuovo governo che nel 1861 prese le redini del potere era l’espressione della borghesia, quella Destra storica che affrontò la questione meridionale con un patto di alleanza tra i ricchi possidenti del nord e proprietari terrieri del sud, eludendo la promessa garibaldina della tanto agognata riforma agraria che doveva destinare la terra ai contadini. Le strutture economiche e sociali rimasero immutate, le condizioni per i più deboli finirono addirittura per peggiorare. Questo è il motivo per cui i briganti godevano dell’incondizionata simpatia delle masse rurali che li identificavano alla stregua di veri e propri eroi, paladini di una giustizia che prendeva la spada contro i soprusi dei ricchi e contro le autoritarie imposizioni del nuovo padrone: il Regno d’Italia.
Fin dai primi mesi del 1860 il fenomeno del brigantaggio assunse dimensioni dilaganti e costrinse i Piemontesi a portare il numero dei soldati impiegati nel Sud dagli iniziali 22.000 a un contingente di 50.000 nei 1861, aumentato a 105.000 l’anno successivo fino a raggiungere il numero di 120.000 uomini nel 1863. La lotta armata fra briganti meridionali e truppe dell’esercito regolare in cinque anni fece un’ecatombe di vittime, assumendo le proporzioni di una guerra civile. Si calcola che fra il 1861 e il 1865 rimasero uccisi in combattimento, o passati per le armi, 5.212 briganti e che ne siano stati tratti in arresto 5.044. Occorsero misure severissime per stroncare definitivamente il brigantaggio: venne proclamato lo stato d’assedio, con rastrellamenti di renitenti alla leva, di sospetti, di evasi e pregiudicati. Le rappresaglie furono atroci e sanguinose da entrambe le parti. Spesso le masse furono coinvolte loro malgrado negli scontri, pagando con la distruzione di interi villaggi, con le fucilazioni senza processo di centinaia di contadini ritenuti fiancheggiatori dei briganti. Vicende che si ripeteranno nel corso della storia della Resistenza fino al Vietnam. Per crimini così aberranti, la verità storica è riuscita a emergere ed ha fatto sapere come effettivamente sono andate le cose. Gli accadimenti della nostra storia post-unitaria sono stati, invece, artatamente occultati, nascosti, sepolti sotto una spessa coltre di oblio, quasi cancellati. Nessuno realmente conosce, la triste sorte riservata a migliaia e migliaia di meridionali rinchiusi nel campi di concentramento del nord Italia dopo il dissolvimento dello stato borbonico e l’avvento dei Piemontesi nel Sud. Eppure in tanti sono morti fra gli stenti, le privazioni, i maltrattamenti, le esecuzioni sommarie, nei lager allestiti dai Savoia che, sicuramente, assai poco diversi dovevano essere da quelli approntati, meno di un secolo dopo, dagli aguzzini nazisti.
Una storiografia di parte, scorretta e compiacente, che si è impegnata, per tanti lunghi interminabili decenni, a tenere nascosta una verità scomoda. In quei luoghi, veri e propri lager, ma istituiti per un trattamento di “correzione ed idoneità al servizio”, i prigionieri, appena coperti da cenci di tela, potevano mangiare una sozza brodaglia con un po’ di pane nero raffermo, subendo dei trattamenti veramente bestiali, ogni tipo di nefandezze fisiche e morali. Per oltre dieci anni, tutti quelli che venivano catturati, oltre 40.000, furono fatti deliberatamente morire a migliaia per fame, stenti, maltrattamenti e malattie. Quelli deportati a Fenestrelle, una fortezza situata a quasi duemila metri di altezza, sulle montagne piemontesi, ufficiali, sottufficiali e soldati borbonici che non vollero finire il servizio militare obbligatorio nell’esercito sabaudo, tutti quelli che si dichiararono apertamente fedeli al Re Francesco II, quelli che giurarono aperta resistenza ai piemontesi, subirono il trattamento più feroce. Le persone imprigionate non sapevano nemmeno di cosa fossero accusati e non erano nemmeno registrati, sicché solo dopo molti anni venivano processati e condannati senza alcuna spiegazione logica. Furono vilmente imprigionati la maggior parte di quei valorosi soldati che, in esecuzione degli accordi intervenuti dopo la resa di Gaeta, dovevano invece essere lasciati liberi alla fine delle ostilità.
Dopo sei mesi di eroica resistenza dovettero subire un trattamento infame che incominciò subito dopo essere stati disarmati, venendo derubati di tutto e vigliaccamente insultati dalle truppe piemontesi. Pochissimi riuscirono a sopravvivere: la vita in quelle condizioni, anche per le gelide temperature che dovevano sopportare senza alcun riparo, non superava i tre mesi. Non era più gradevole il campo impiantato nelle “lande di San Martino” presso Torino per la “rieducazione” dei militari sbandati, rieducazione che procedeva con metodi di inaudita crudeltà. Così, in questi luoghi terribili, i fratelli “liberati”, maceri, cenciosi, affamati, affaticati, venivano rieducati e tormentati dai fratelli “liberatori”. Altre migliaia di “liberati” venivano confinati nelle isole, a Gorgonia, Capraia, Giglio, all’Elba, Ponza, in Sardegna, nella Maremma malarica. Tutte le atrocità che si susseguirono per anni sono documentate negli Atti Parlamentari, nelle relazioni delle Commissioni d’Inchiesta sul Brigantaggio, nei vari carteggi parlamentari dell’epoca e negli Archivi di Stato dei capoluoghi dove si svolsero i fatti. Francesco Proto Carafa, duca di Maddaloni, sosteneva in Parlamento: “Ma che dico di un governo che strappa dal seno delle famiglie tanti vecchi generali, tanti onorati ufficiali solo per il sospetto che nutrissero amore per il loro Re sventurato, e rilegagli a vivere nelle fortezze di Alessandria ed in altre inospitali terre del Piemonte… Sono essi trattati peggio che i galeotti. Perché il governo piemontese abbia a spiegar loro tanto lusso di crudeltà? Perché abbia a torturare con la fame e con l’inerzia e la prigione uomini nati in Italia come noi?”.
Ma della mozione presentata non fu autorizzata la pubblicazione negli Atti Parlamentari, vietandosene la discussione in aula! Il 19 novembre 1861 il generale Manfredo Fanti inviava un dispaccio al Conte di Cavour chiedendo di noleggiare all’estero dei vapori per trasportare a Genova 40.000 prigionieri di guerra. Cavour così scriveva al luogotenente Farini due giorni dopo: “Ho pregato La Marmora di visitare lui stesso i prigionieri napoletani che sono a Milano”, ammettendo, in tal modo, l’esistenza di un altro campo di prigionia situato nel capoluogo lombardo per ospitare soldati napoletani.
Questi uomini del Sud finirono i loro giorni in terra straniera ed ostile, con il commosso ricordo e la struggente nostalgia della Patria lontana, non dimentichiamo che molti di loro non erano che ragazzi.
Questa è stata l’unità, fatta con la politica della criminalizzazione del dissenso, con il rifiuto di ammettere l’esistenza di valori diversi dai propri, il rifiuto di negare ai “liberati” di credere ancora nei valori in cui avevano creduto. I combattenti delle Due Sicilie, i soldati dell’ex esercito borbonico ed i tanti civili detenuti nei “lager dei Savoia”, uomini in gran parte anonimi per la pallida memoria che ne è giunta fino a noi, vissero un eroismo fatto di gesti concreti, adempiendo fedelmente al proprio compito fino in fondo, opponendosi ai sovvertitori, con la libertà interiore di chi non si lascia asservire!