La Guerra tra Italiani

Proibita la caccia, proibito andare nei boschi, proibita la pastorizia, obbligo di abbattere entro 48 ore gli stazzi e le capanne nei boschi. Condanna a morte “con rito sommario” anche per “gli spargitori di voci allarmanti”; per chi inducesse “i villici” al lamento, alla protesta; per chi insultasse il ritratto del Re, lo stemma dei Savoia e la bandiera italiana. A morte chi vede un brigante e non lo denuncia, chi gli presta qualsiasi forma di aiuto o indicazione. Come dire: “Se obbedisci al brigante, ti uccidiamo noi; se non obbedisci, ti uccide lui”.

In Calabria, il maggiore piemontese Pietro Fumel, noto torturatore, condannava a morte, poi annotava di aver fatto fucilare “trecento briganti e non briganti”.
Ordinò ai proprietari di bruciare i pagliai, di murare e scoperchiare le case isolate, di abbattere gli animali, di chiudere tutti i forni di campagna: niente più pane.
Sennò? Faceva incendiare tutto lui, e chi non aveva obbedito veniva fucilato.

Un pastorello di 17 anni, che non capiva le domande

dell’ufficiale che lo interrogava, fu “giustiziato” come brigante perché trovato a calzare “scarpe in dotazione all’esercito sardo”.
Garibaldi aveva promesso ai contadini del Sud l’assegnazione delle terre demaniali, ma il nuovo Stato italiano, oltre a non mantenere la promessa, li aggredì con le vessazioni anti-brigantaggio accennate, con una tassazione esosa e con coscrizioni militari obbligatorie per almeno cinque anni, che toglievano braccia al lavoro dei campi e senza deroghe per motivi familiari.
La pseudo Unità d’Italia realizzata “a spese del Sud” non debellò
il brigantaggio, ma lo generò “quale fioritura opportunistica di delinquenti in una stagione di grande illegittimità e confusione”; come guerra civile, fra i “cafoni” derubati delle terre demaniali già liberamente coltivabili nel regno dei Borbone e i “galantuomini”
voltagabbana che le avevano usurpate con licenza dei piemontesi; e come guerriglia di resistenza di ex militari napoletani, patrioti e cittadini che non accettavano la fine delle libertà, del relativo benessere e dei diritti goduti (e solo con l’invasione scoperti) sotto il re Francesco II, e l’avvento di un regime di terrore, di spoliazione
e arbitrio, instaurato nel Mezzogiorno da occupanti che parlavano francese o dialetti mai uditi.
Vincenzo Padula, liberale e favorevole alla causa unitaria, scrisse nel libro “Calabria. Prima e dopo l’unità”: “Finora avevamo i briganti, ora abbiamo il brigantaggio;
tra l’una e l’altra parola corre grande divario. Vi hanno briganti quando il popolo non li ajuta, quando si ruba per vivere o morire con la pancia piena; e vi ha il brigantaggio quando la causa del brigante è la causa del popolo”.
E’ stato stimato che a opporsi in armi al nuovo regime furono dagli 80.000 ai 135.000 meridionali definiti briganti; e che almeno altrettanti si prestarono a sostenerli, rifornirli, spiare per loro; e potevano farlo perché avevano l’appoggio di buona parte della popolazione.

PROSPETTO ECONOMICO DEL REGNO

A Napoli la stessa cultura meridionalista ha ignorato sistematicamente il mare, non lo ha vissuto come risorsa, non lo ha rivendicato come diritto. Però è un fatto che fino a tutto il Settecento e oltre la flotta borbonica fu seconda soltanto a quella inglese. Qualche raro libro di storia racconta la passione di re Ferdinando per la navigazione a vapore allora ai suoi esordi. Sempre il medesimo Ferdinando, fanatico della propulsione a vapore, istituì a Pietrarsa il Real Opificio Meccanico Militare che fu la prima scuola di ingegneri meccanici d’Italia. (Ermanno Rea, Napoli Ferrovia, 2007).
La marina napoletana nei primi anni del regno di Carlo III era definita “povera”, la “navigazione né mari del nostro regno facevasi con legni stranieri in difetto dè nazionali” (L. Bianchini). Per questo anche il commercio languiva, i porti erano chiusi e per l’esportazione ci volevano dei permessi speciali che erano difficili da ottenere. Ma sia Carlo III che Ferdinando IV, capirono che solo con una moderna marineria mercantile e militare si poteva migliorare il commercio. Grazie al ministro Acton si creò una flotta navale che nel 1793 era la maggiore di tutti gli stati italiani, fù ingrandito e riadattato il porto di Napoli, si costruirono arsenali, si fondarono scuole nautiche. Bisogna ricordare però che molte difficoltà incontravano le navi mercantili, che dovevano quasi sempre essere scortate da navi militari, perché i pirati barbareschi, francesi e successivamente greci infestavano le coste predando i mercantili fino all’imboccatura dei porti. Dal Regno di Napoli si potevano esportare prodotti e manufatti gran parte dei quali godevano dello smercio nel Levante come i ricami e i preziosi galloni, le pannerie e le seterie, le telerie, la carta, i coralli, le terraglie, i vini, lo zolfo, la cenere di soda, i frutti secchi, la pasta, i legnami, l’olio, il lino ed altro ancora. Dal Levante i mercanti napoletani potevano importare quei generi che più gli conveniva come ogni sorta di droga, l’avorio, il caffè moka, ed ogni sorta di commestibile, carbon fossile e vari minerali, e li avrebbero avuti così di prima mano senza dover ricorrere ad altre piazze d’Italia o di Francia, come fino all’ora avevano fatto, acquistandoli tutti di seconda e terza mano. Inoltre avendo l’Egitto riaperte le relazioni con l’India e la Cina per mezzo del Mar Rosso, sui mercati del Cairo e di Alessandria si potevano acquistare i prodotti importati dall’Oriente come pepe, zenzero, zuccheri, telerie, mussolina di cotone, ami, Cassia lignea, cannella, rabarbaro, thè, macchine, ed ogni sorta di manifattura cinese ed altro. Aprendo i maggiori porti napoletani al transito delle merci, osservava Riccardo Fantozzi, si sarebbe avuta la ricorrenza generale non solo dei bastimenti nazionali ma anche degli Esteri, i quali invitati non solo dalla felice situazione centrale del Mediterraneo e delle piazze di Napoli e di Messina, ma anche dal porto franco e di dogana di transito, non mancherebbero di approdarvi sia per prendere notizie commerciali, quanto per scaricarne le loro mercanzie da tale traffico e lascerebbe così la formazione di depositi indette due piazze ponendolo in condizione di provvedere ad altre nazioni. La felice situazione geografica del Regno delle Due Sicilie, centrale del Mediterraneo, voleva il porto di Napoli e non solo di poter primeggiare nel commercio del Levante sopra tutte le altre nazioni europee, ma anche di gareggiare con le maggiori città commerciali della Grecia e degli altri stati italiani, della Francia e della Spagna. Ma per fare ciò bisognava dare un nuovo impulso ed occorreva eliminare gli ostacoli che si frapponevano. Così il console napoletano in Egitto, R. Fantozzi, aveva avuto uno scambio di vedute con il pashà Mohamed Ali sul modo di aprire delle relazioni dirette di Commercio appunto fra l’Egitto e il Regno di Napoli, e sulla possibilità di concedere ai napoletani il libero transito per l’Egitto delle merci che avrebbero voluto importare dall’India. Il viceré espresso il suo gradimento al Fantozzi, e per dare un incoraggiamento al suo progetto sarebbe stato il primo a spedire a Napoli quei carichi che gli sarebbero stati indicati, assicurando poi la massima protezione al commercio di transito con l’India e favorendo i mercanti napoletani che non avrebbero pagato più di quello che pagavano gli inglesi sui diritti e avrebbero goduto degli stessi privilegi. Arrivato a Napoli il progetto del Fantozzi veniva trasmesso dal ministero degli Esteri a quello degli Interni.
Nel 1818 il governo borbonico, contrariamente a quanto avveniva in altri stati europei, aveva imboccato la strada di una politica doganale ispirata a criteri piuttosto liberistici. Si sopprimevano le dogane “baronali” che dipendevano ora solo dalla Gran Dogana della Capitale, che istituì una scala franca per le navi e le merci provenienti dall’estero. Si approvò un “codice di commercio” regolato dal Ministero della Marina, e a Napoli venne istituita la direzione generale per la navigazione (a cui dipendevano 10 commissioni marittime: Napoli, Gaeta, Salerno, Amantea, Pizzo, Gallipoli, Barletta, Manfredonia, Pescara e Giulianova. Per la Sicilia Palermo, che dipendeva da Napoli, Catania, Messina, Siracusa, Girgenti, e Trapani. Controllavano il movimento delle navi nei porti, riscuotevano i dazi ed esplicavano varie formalità.) che rendeva conto al ministero della marina e a quello delle finanze. Questo richiamò nel Regno un gran numero di commercianti, industriali e banchieri stranieri. Così, mentre la maggior parte dei governi europei attuava una politica doganale protettrice delle industrie nazionali, il governo borbonico proseguiva una politica liberista. Dal 1817 si favorì l’importazione di merci straniere con un dazio che non superava il 3%, solo poche merci raggiungevano il 25%. Ciò aggravò però un ristagno dei prodotti nazionali e così su alcuni prodotti fu attuata nel 1823 una politica più protezionistica. Si mantenne una tassa del 3% sulle merci grezze mentre si aumentò al 30% su quelle lavorate, ma le merci che viaggiavano sulle navi napoletane venne ridotto il dazio. Si istituì il porto franco a Messina e si stabilì che il cabotaggio lungo le coste dei reali domini di qua e di là del faro fosse libero ed immune da qualsiasi formalità e pagamento. Queste nuove tariffe contribuirono ad alleviare gli ostacoli che si contrapponevano al commercio estero con il regno e a stimolare la nascita di una borghesia commerciale ed industriale. Il 16 ottobre 1827 si stipulò una convenzione tra il Regno delle Due Sicilie e Costantinopoli per il libero passaggio delle navi napoletane nel mar Nero. Il Regno di Napoli, nel periodo che va dal 1830 al 1860 superò la crisi economica causata dalle vicende del governo napoleonico e dalla Restaurazione. Tale progresso era dovuto al formarsi una nuova borghesia agiata sorta gli inizi del secolo e irrobustitasi negli anni successivi. Si trattava di borghesi agiati, avvocati, notai, medici, affittuari che disponevano di capitali facendo largo ad una borghesia industriale e commerciale che cominciò a sorgere col blocco continentale che stimolò lo sviluppo di alcune industrie, come quelle del cotone e della lana e si diffuse ancora più dopo il 1824 con la protezione doganale accordata alle industrie del Regno ed in particolare a quella della stoffa, della seta, della carta, dei tessuti di cotone, della canapa, del lino e dei panni di lana. Si diede così impulso all’attività industriale la quale migliorò grazie ai capitali stranieri, svizzeri e tedeschi, che cominciarono ad affluire nel regno. 
Si costituirono alcune società come la società enologica, la società industriale partenopea, la società per la navigazione a vapore, ed una rete di società economiche che si adoperarono per migliorare le condizioni economiche del paese. L’esportazione della seta grezza consentita nel 1824, invogliò la cultura del gelso e l’allevamento del baco e i 2/3 di tale produzione (1.200.000 libbre) veniva esportato negli Stati Uniti. La produzione di seta napoletana soddisfaceva tutti i bisogni interni tanto da sospenderne l’importazione dall’estero. Manifatture di seta sorgevano in diverse province del regno e Catanzaro era da considerarsi il centro di tale manifatture, dove nel 1845 si contavano 19 case con 52 telai. Altre sorgevano a Napoli, Reggio, Monteleone, Matera, Cosenza, Trapani, Messina e Palermo. I Rasi ed i velluti del grandioso” stabilimento di San Leucio a Caserta, avevano una fama universale. Nel 1835 a Napoli, ad Isola del Liri e ad Arpino sorgevano fabbriche di tessuti di lana bene attrezzate che davano un’eccellente produzione e facevano largo uso della materia prima locale, tanto che l’esportazione della lana grezza aumentò e ne diminuì la sua importazione. Molte industrie del cotone erano sorte in Campania, in Calabria, in Abruzzo ed in Sicilia e lavoravano ogni genere di tessuto, potendo gareggiare con i prodotti svizzeri francesi e inglesi. Avevano introdotto la forza motrice del vapore nella filatura e nella tessitura, e i macchinari Inglesi e svizzeri per i fusi erano aumentati tanto che nel 1840 ve ne erano 30.000 e producevano 2 milioni di libbre di filati, impiegando ben 60.300 operai! Notevole fu anche lo sviluppo dell’industria della carta e in dieci anni dalla quasi totale importazione del fabbisogno interno si arrivò all’esportazione in molti paesi europei, nel levante e in Brasile. Buoni furono i progressi dell’industria meccanica che nel 1859 contava 100 opifici e 12.000 operai. In agricoltura le reali società economiche (erano sorte già dal 1810 come società di agricoltura) si erano adoperate molto per diffondere i nuovi metodi di coltivazione e per incoraggiare l’introduzione dell’avvicendamento agrario per fare abbandonare l’antico sistema di riposo della terra avevano acquistato macchine e avevano importato semi e piante per sperimentare l’andamento di nuove culture, diffondevano nozioni utili sulla qualità dei terreni e promuovevano l’uso dei concimi minerali e nuovi metodi per la cura delle malattie delle piante, stabilendo premi di incoraggiamento per coloro avessero ottenuto una maggiore produzione o introdotti nei propri campi macchine e nuovi metodi di coltivazione. Questi sforzi iniziavano a dirottare le menti dei proprietari terrieri e di alcuni contadini. La produzione del grano crebbe di molto a confronto dell’inizio del secolo, tanto che la maggioranza della popolazione mangiava pane di grano e ciò non accadeva in tutta la penisola! La produzione cerealicola e del granturco era divenuta la più alta di molti stati preunitari ed anche la produzione di olio aumentò grazie all’estensione delle colture e al miglioramento dei metodi di raccolta e molitura delle olive. La produzione di vino venne quadruplicata, si coltivò il cotone che era molto richiesto dalle industrie. Larga era l’esportazione di agrumi specie dalla Sicilia verso i paesi nordici ricercati per le proprietà antiscorbutiche. Dopo il 1845 si abbandonò la politica protezionistica e si intensificarono le relazioni commerciali con l’estero, stipulando trattati con Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia, Belgio, Austria, Danimarca, Prussia, Sardegna, Paesi bassi e Impero ottomano. Furono emanati tre decreti che riducevano le tasse sui prodotti di importazione, con riduzioni tra il 15 e il 60%. Ed ancora meglio fece Francesco II che a marzo del 1860 ridusse i dazi fino al 70% su molti generi di consumo e materie prime. La marina mercantile raddoppiò il numero dei legni con nuove navi ad elica che erano “atti grandemente al trasporto delle merci in brevissimo tempo e quindi con tenui noli” (L. Bianchini). Il governo contribuì a tale sviluppo migliorando porti e fari, fondando scuole nautiche e favorendo la costituzione di compagnie di assicurazione marittime.
La politica economica del Regno per molti storici ed economisti è vista solo come protezionistica e fine a se stessa, ma in realtà era da supporto ad una identità nazionale in campo economico necessaria per favorire un fattore di prosperità della nazione, necessaria visti anche i progressi che venivano attuati in altri paesi. (A. Lepre). 
Ma i fasti del Settecento e dell’Ottocento sono ormai solo un ricordo, l’unità della penisola avvierà una decadenza post- unitaria per la marina mercantile, per i cantieri navali, per il Porto di Napoli e tutti i porti del Regno, per i traffici , per il commercio, per le industrie e per la stessa agricoltura nulla sarà più come prima: l’economia che lentamente si stabilizzava verso un futuro di floridità viene annegata in quel mare che come dice Rea non verrà più visto come una grande risorsa.

L'immagine può contenere: oceano, cielo, spazio all'aperto, acqua e natura
La storia “architettonica” del porto durante la fine dell’Ottocento è fatta di nuovi ampliamenti e costruzioni tutte relative ai moli. Il molo di San Vincenzo raggiunge una lunghezza di 800 metri, la banchina interna al molo di San Gennaro viene sistemata per alloggiarvi un deposito franco per i Magazzini Generali. I nuovi moli sono tre, denominati rispettivamente molo Orientale, molo a Martello e molo Curvilineo, si realizzarono anche l’area di Porta di Massa, la lussureggiante Villa del Popolo ed una linea ferroviaria interna. Nelle vedute settecentesche, così come in molte fotografie dell’Ottocento, Napoli appare adagiata sulle pendici di rilievi che giungono fino al mare, protesa verso le acqua con poche lingue di terra artificiale: il lunghissimo molo San Vincenzo, il molo grande con la Lanterna e, solo verso la fine dell’Ottocento, il molo Orientale. Il tessuto edilizio compatto e stratificato, punteggiato dal bagliori delle cupole e dalle rare macchie verdi, si affacciava dai dirupi tufacei o giungeva spesso a lambire le acque del Golfo, solcate da silenziosi velieri.
Con la realizzazione ella Litoranea, il compimento della colmata di Santa Lucia, il prolungamento di via Caracciolo e l’allargamento di via Posillipo, anche il litorale occidentale diventa parte dell’intervento che, in continuità con quelli ottocenteschi, modificherà definitivamente la naturale linea di costa. Non più spiagge, caseggiati o costoni tufacei, da Posillipo fino al Piliero, un ampio e continuo solco viario separa il tessuto urbano dalle acque del Golfo e definisce il margine della città sul mare.
L'immagine può contenere: cielo e spazio all'aperto

L’enorme quantità di naviglio nel porto del Piliero sulla omonima via.

L'immagine può contenere: cielo, spazio all'aperto e acqua
La Società d’Incoraggiamento per le Scienze e le Arti Utili, nasceva con due propositi piuttosto dissimili tra loro: da un lato, raccogliere l’eredità di una settecentesca e defunta istituzione accademica, la Reale Accademia delle Scienze e Belle-Lettere di Napoli, che aveva esaurito la sua breve stagione negli anni dal 1780 al 1788; dall’altro, la fondazione si proponeva, per mano dello stato, di promuovere e indirizzare gli studi teorici verso innovazioni ritenute utili dalla società. L’Istituto aveva una propria pubblicazione istituzionale, edita periodicamente con il nome di “Atti”. A essa si affiancò l’emissione di un “Rendiconto”. L’istituto si dedicava ad incidere concretamente nei tentativi di dare vita ad una struttura industriale nell’economia del Regno all’altezza dei tempi. 
L'immagine può contenere: spazio all'aperto
La Marina Mercantile delle Due Sicilie vantava una tradizione secolare che, per traffici, attività cantieristiche e qualità della flotta, al momento del trapasso unitario, aveva pochi eguali nel vecchio continente, è napoletano il piroscafo “Ferdinando I”, consegnato alla storia come il primo bastimento con propulsore a vapore per la navigazione marittima, che fu varato il 24 giugno 1818 e salpò per il suo viaggio inaugurale il 27 settembre dello stesso anno. Fu a Napoli che iniziò così la navigazione a vapore d’altura, allorché questo sistema pionieristico di solcare i mari non era stato neppure messo in pratica in Francia ed in altri Paesi europei ad eccezione dell’Inghilterra ove era stato adottato per la navigazione fluviale. Fu napoletana la prima Compagnia di navigazione a vapore del Mediterraneo, che assunse il nome di “Amministrazione Privilegiata dei pacchetti a vapore delle Due Sicilie”, con un servizio regolare di linea, fornendo anche il primo esempio di convenzione marittima in Italia, poiché assunse dal Governo di S.M. Siciliana la concessione in privativa del trasporto della corrispondenza postale.Fu napoletana anche la prima crociera turistica della storia preparata nel 1833 con il piroscafo “Francesco I” ed antesignana di oltre mezzo secolo rispetto ad analoghe iniziative intraprese in seguito da altri Paesi industrializzati; una crociera cui parteciparono i più bei nomi dell’aristocrazia europea e che, in poco più di tre mesi, toccò alcuni tra i più suggestivi porti del Mediterraneo fino ad Istanbul, sbalordendo il mondo civile per accuratezza ed efficienza organizzativa. Ferdinando IV, dette incarico al giurista Michele De Jorio di redigere un codice della navigazione di respiro internazionale, destinato a divenire una pietra angolare della legislazione regolante il commercio marittimo e tutti i rapporti privatistici e pubblicistici ad esso inerenti. 

CONTROSTORIA IN SINTESI

Da qualche anno vengono pubblicati senza più “vergogna” diversi libri che analizzano il Risorgimento e l’Unità d’Italia senza alcuna mistificazione, ma nella loro drammatica verità storica. Si è ritenuto utile proporre una sintesi di quanto ricostruito dagli autori di alcune opere. La finalità è quella di mostrare che una serena lettura della verità dei fatti ed un pacato dibattito privo di toni polemici siano di grande vantaggio alla maturazione civile e democratica di ognuno di noi. 
«La pronipote dell’eroe dei due mondi, Ana Maria de Jesus, figlia di Ricciotti Garibaldi e di Costanza, sostiene che in famiglia la storia è: “Il bisnonno e il re si incontrarono a Vairano, perchè a Teano non ci è andato proprio, nemmeno a dormire. Aveva passato la notte alla taverna Catena di Vairano, si era alzato presto e, invece di partire, aveva deciso di aspettare Vittorio Emanuele. Ma quando arrivò, non scese da cavallo e gli disse in francese (perchè nel regno sabaudo l’italiano era poco comune): “Majestè, je vous remets l’Italie” ( Maestà, vi porto l’Italia) ed ”Insieme si diressero verso sud” ….». Col racconto sulla verità circa il presunto e mitizzato incontro a Teano fra Garibaldi e Vittorio Emanuele II, il piemontese Lorenzo Del Boca a pag. 8 del suo volume “Maledetti Savoia” (Piemme, 1998), comincia ad elencare i falsi episodi, i luoghi comuni, le leggende costruite dall’iconografia ufficiale circa la storia del Risorgimento italiano come viene ancora oggi studiata da scolari e studenti sui testi scolastici. Nel medesimo volume si scopre così ad esempio, come il Regno Borbonico delle Due Sicilie non fosse affatto arretrato e sottosviluppato come la propaganda successiva all’unificazione volle dipingerlo. Scrive sempre Del Boca: «…Il Meridione riceveva gli ospiti in saloni arricchiti da arazzi, serviva vini pregiati in cristallerie delicate, proponeva tavole imbandite con pizzi e vasellame di Capodimonte. A Torino usavano ancora i piatti di legno. Il Sud conservava la raffinatezza culturale greca e araba e l’Università di Filosofia – fra docenti e studenti – poteva annoverare il meglio dell’”intelligentia” del tempo. Al Nord parlavano un dialetto venuto dai barbari d’oltralpe. Nelle province napoletane si lavorava il ferro, la ceramica, i filati. Le fabbriche di Pietrarsa e l’Opificio Reale rappresentavano il maggior complesso siderurgico dell’Europa del sud, in grado di reggere la concorrenza con Austria e Prussia. Erano dotati di un motore a vapore capace di sprigionare energia per 160 cavalli. Ci lavoravano 1000 operai e altri 7000 vivevano dei manufatti dell’indotto. La fonderia Orotea di Palermo, di proprietà della famiglia Florio, era conosciuta nel mondo per i prodotti di precisione e impegnava 600 operai. Venne poi smantellata per lasciare spazio all’Ansaldo di Genova. Il mercato tessile era saldamente in mano al Meridione. Lo stabilimento di Piedimonte d’Alife, dello svizzero Egg contava 1300 operai, 36 filatoi e 500 telai. Mentre la maggiore filanda del Nord, la Conti di Milano, impiegava 415 operai.
“ll sud aveva costruito le industrie di Scafati di Mayer e Zollinger, quella di Pallenzano e quella di Salerno. A San Leucio, su 80 ettari di terreno, sorse la più imponente seteria di quei tempi. Il gruppo industriale Guppy, con il socio d’affari Pattison, avviò un’azienda a Napoli per la costruzione di macchine agricole e locomotive a vapore: trovarono posto 1200 dipendenti. Cinquecento metalmeccanici operavano nella Real Fonderia di Castelnuovo, altrettanti nella Reale Manifattura di armi a Torre Annunziata.
“Il cantiere navale di Castellammare era una piccola città di 2000 impiegati. D’altra parte la flotta del regno delle due Sicilie contava 40.000 uomini di equipaggio. Le aziende calabresi a Mongiana, a Cardinale, a Monteleone e a Catanzaro, quelle di Matera, Palermo e Catania esportavano in Brasile e negli Stati Uniti.
Il Napoletano era di gran lunga la regione italiana più industrializzata. Il censimento, promosso in occasione dell’Unità d’Italia le accreditò un milione e 189.000 operai pari al 37 per cento degli attivi, contro i 345.000 del Piemonte che rappresentavano il 17 per cento…» (Maledetti Savoia, p. 234-235). Anche per Giuseppe Ressa in “Il sud e l’Unità d’Italia” (2003, liberamente scaricabile) «la regione Calabria annoverava, insieme ad altri stabilimenti siderurgici minori: industrie tessili con 11 mila telai complessivi (solo quella della seta impiegava tremila persone), estrattive (sale a Lungro, con più di mille operai, liquirizia, tannino dal castagno), industria manifatturiera (cappelli, pelletteria, mobili, saponi, oggettistica in metallo, fino ai fiori artificiali), distillerie di vino e frutta; tutto questo ne faceva la seconda regione più industrializzata del Sud dopo la Campania….. Si avete capito bene la Calabria!
“Il Meridione possedeva una flotta mercantile pari ai 4/5 del naviglio italiano ed era la quarta del mondo, ne facevano parte più di 9800 bastimenti per oltre 250mila tonnellate ed un centinaio di queste navi (incluse le militari) erano a vapore. Erano attivi circa quaranta cantieri di una certa rilevanza e “tanto prosperò il commercio in 30 anni, che nel 1856 solo a Napoli vi erano 25 Compagnie di trasporto, che capitalizzavano oltre 20 milioni di ducati”. Allo scopo di favorire il commercio, furono stipulati, dai re meridionali, numerosi trattati commerciali con tutte le principali potenze.
“Il primo mezzo navale a vapore del Mediterraneo (una goletta) fu costruito nelle Due Sicilie e fu anche il primo al mondo a navigare per mare e non su acque interne: era il Ferdinando I, realizzato nel cantiere di Stanislao Filosa al Ponte di Vigliena presso Napoli, fu varato il 24 giugno del 1818…». Se è vero che la situazione scolastica nel Regno delle Due Sicilie era carente, con solo il 10 per cento di alfabetizzati (il dato peggiore nell’Italia pre-unitaria), lo stato borbonico era all’avanguardia nel campo del sistema previdenziale e pensionistico (introdotto nel 1813) nonché per l’organizzazione medica e ospedaliera, con 22 grandi ospedali in tutta la nazione e con il tasso più basso di mortalità infantile in Italia. (Il sud e l’Unità d’Italia, p. 166).
Contrarie a qualsiasi stereotipo sono i retroscena relativi ai veri motivi all’origine della spedizione garibaldina che sempre Lorenzo Del Boca trae dalle ricerche dello storico inglese Raleigh Trevelyan: «…La Gran Bretagna voleva giocare un ruolo di primo piano nelle questioni internazionali e vedeva con sospetto l’amicizia troppo forte che legava Francia e Piemonte. Contemporaneamente i diplomatici inglesi segnalavano con preoccupata apprensione l’avvicinamento dei Borbone all’impero russo che cercava una sbocco marittimo sul Mediterraneo. Aiutare il Piemonte a prendersi il Sud dell’Italia avrebbe avuto, per Londra, due risultati positivi. Innanzitutto si sarebbe accreditata a Torino come alleata affidabile almeno quanto i francesi, togliendo loro un’egemonia psicologica e politica su quello staterello governato dai Savoia. Poi avrebbero levato di mezzo un regno che poteva offrire i suoi porti ai concorrenti dell’Europa dell’Est. Le coste meridionali d’Italia, in vista dell’apertura del canale di Suez, sarebbero diventate un punto di riferimento importante delle rotte via mare e, quindi, un attracco strategico per i commerci. Da ultimo gli Inglesi sentivano la necessità di garantire le immense proprietà immobiliare e finanziarie che avevano acquistato e investito in Sicilia… Fra le imprese che gli industriali di Londra gestivano con profitto in Sicilia c’era quella dell’estrazione dello zolfo. Almeno metà della produzione di questo minerale prendeva il mare diretto in Inghilterra. Il resto era destinato a Francia, Olanda, Russia e stati Uniti. Attorno a questi accordi nel 1838, esplose una questione dai contorni allarmanti. Il Re di Napoli, Ferdinando II, ruppe le intese passate e concesse alla compagnia Taix e Aycard, francesi di Marsiglia una serie di agevolazioni tali da affidare loro una specie di monopolio nel settore. Gli inglesi si trovarono, in qualche modo, espropriati… 
Gli industriali danneggiati si rivolsero al tribunale per un risarcimento colossale, ma non riuscirono a convincere i giudici della bontà dei loro argomenti e persero la causa. Il governo di Londra a quel punto (aprile 1840) scelse l’azione di forza e decise di assediare i porti siciliani, bloccando le navi con bandiera borbonica. Il re di Napoli mobilitò 12.000 soldati minacciando rappresaglie terribili nei confronti dei possedimenti inglesi. La guerra commerciale fu a un passo dal trasformarsi in guerra vera e soltanto l’intervento degli stati della Santa Alleanza (Russia, Austria e Prussia) impedì una degenerazione della contesa. Il 21 luglio 1840 venne raggiunto un accordo che, praticamente, ripristinava le condizioni economiche di due anni prima. L’amicizia e la fiducia, però, erano del tutto compromesse. Inutile tentare di rabberciarle. Nessuno, per la verità, nemmeno fra diplomatici avvezzi a transazioni apparentemente disperate, tentò di chiedere ai contraenti dell’accordo un gesto formale di reciproca stima. La decisione degli Inglesi di scaricare il Borbone ebbe, in quegli episodi sulla contesa dello zolfo, una conferma decisiva. Si trattò di organizzarsi opportunamente e poi attendere l’occasione più propizia… » (Maledetti Savoia, pp. 62-65).
L’attenta studiosa Angela Pellicciari in diversi volumi quali Risorgimento anticattolico (Piemme 2004), I panni sporchi dei Mille (Liberal, 2003), L’altro Risorgimento (Piemme 2000) e Risorgimento da riscrivere (Ares, 1998), aggiunge un’altra motivazione soltanto accennata da altri autori, ovvero l’avversione dell’Inghilterra anglicana e protestante contro la sudditanza psicologica e culturale da parte degli italiani nei confronti della Chiesa Cattolica. Motivazione sostenuta anche da Elena Bianchini Braglia in Risorgimento. 
Le radici della vergogna. Psicanalisi dell’Italia (CSR Edizioni Terra e Identità, Reggio Emilia 2009) che riporta anche le denunce dei Gesuiti nella loro rivista La Civiltà Cattolica. Fra il 1825 ed 1832 inoltre il governo Borbonico scatenò una forte repressione contro le logge massoniche in Sicilia che turbò non solo i massoni anglosassoni ma anche quelli italiani, fra cui Garibaldi, Mazzini e Cavour. Quest’ultimo tuttavia, secondo Giuseppe Ressa aveva un motivo molto più pratico e pressante per estendere la sovranità dei Savoia anche al ricco Regno Borbonico, la medesima all’origine della Seconda Guerra d’Indipendenza, ovvero il dissesto finanziario del Regno di Sardegna ed il concreto rischio di bancarotta: «Nella discussione del 9 febbraio 1859 il marchese Costa di Beauregard denuncia: “Il Conte di Cavour vuole la guerra e farà gli estremi sforzi per provocarla. Nella pericolosa condizione in cui ci ha collocati la sua politica, la guerra si presenta al suo pensiero come l’unico mezzo per liberarsi onorevolmente dal debito spaventoso che ci schiaccia, e di rispondere agli impegni che ha preso”, il bilancio del regno di Sardegna di quell’anno “ha un deficit di 24 milioni di lire che porta il debito pubblico complessivo ad un totale spaventoso di 750 milioni di lire” . Era quindi sull’orlo della bancarotta sia a causa della bilancia commerciale, da anni in passivo, sia soprattutto per la costosissima politica estera, in questa situazione l’unica possibilità per evitare il tracollo finanziario era la conquista di nuovi territori e come disse l’influente deputato sabaudo Boggio : “Ecco dunque il bivio: o la guerra o la bancarotta”.» (Il sud e l’Unità d’Italia, p. 55).
L’occasione più propizia per tutti venne naturalmente dopo che nel 1859 la II Guerra d’indipendenza fece guadagnare al Regno Sabaudo la Lombardia, l’Emilia e la Toscana. Londra invitò caldamente Cavour a togliere di mezzo anche i Borbone e lo Stato Pontificio, ed anche Garibaldi da parte sua all’inizio del 1860 era impaziente di tornare sul campo di battaglia per distrarsi da una cocente delusione sentimentale: a gennaio di quell’anno infatti doveva convolare a nozze con la marchesa Giuseppina Raimondi già da lui conosciuta più che intimamente ed in attesa di un figlio. Ma in prossimità dell’altare a guastargli la festa gli era arrivata la notizia che il padre del nascituro non era lui bensì un suo luogotenente in camicia rossa: la sposina si beccò un’esclamazione poco galante, una sedia ebbe l’onore di essere distrutta dall’eroe dei due mondi, e la conquista del Sud avrebbe avuto anche il merito di salvare l’immagine storica del Peppino nazionale (cfr. Maledetti Savoia, cit. pp. 49-50).
Tutte le opere sin qui citate abbondano di dettagli storici, frutto di ricerche su documenti d’archivio, diari, testimonianze poco note sui retroscena dietro le quinte della spedizione dei Mille: ovvero il ben documentato coinvolgimento di Cavour e della monarchia sabauda, il fondamentale sostegno, sia finanziario che in navi, uomini e mezzi da parte di Inghilterra ed anche Stati Uniti, la ricerca di appoggi presso la malavita organizzata e la costante opera di corruzione di generali e ufficiali borbonici come il settantenne generale Francesco Landi «che nella battaglia di Calatafimi, ad un passo dalla vittoria, fece ritirare i suoi uomini. Lo storico De Sivo sostiene che al generale avessero promesso una ricompensa di 14 mila ducati per la sua ritirata, somma depositata presso il Banco di Napoli. Quando, però, si recò a riscuotere il frutto del tradimento, trovò soltanto 14 ducati». (Ricciardi F., 1860: quei generali napoletani felloni e vigliacchi, 2009). «Morì l’anno successivo, nel 1862, ma i cinque figli non ebbero problemi: tutti ufficiali superiori nell’esercito del Nord. A Calatafimi – luogo eroico del “qui o si fa l’Italia o si muore” – furono uccisi trenta garibaldini. Non tutti per mano nemica.” (Maledetti Savoia, cit. p. 74).
Anche sui fatti di Bronte, tra il luglio e l’agosto del 1860, esiste una ricca documentazione. La fonte più autorevole e dettagliata è l’opera del brontese e testimone oculare Benedetto Radice le cui Memorie storiche di Bronte (1927) sono state riversate in rete a cura dell’ “Associazione Bronte Insieme” e liberamente consultabile nel sito dell’associazione. Vengono così ripercorse le vicende della cittadina, a quel tempo “feudo” inglese dei discendenti di Orazio Nelson, dall’agitazione dei nullatenenti per la mancata distribuzione delle terre secondo il proclama di Garibaldi dittatore a Salemi, agli eccidi dei possidenti e dei sostenitori della famiglia Nelson, fino all’intervento di Nino Bixio, chiamato urgentemente dalle autorità inglesi nell’isola, che una volta ristabilito l’ordine dopo un breve processo sommario fa fucilare cinque brontesi fra i meno colpevoli di tutti: tra essi un povero malato di mente e l’Avv. Nicola Lombardo, rappresentante dei nullatenenti, che in realtà si era prodigato per tenere a freno i suoi compaesani. C’è poi chi ha letto la severa e sbrigativa repressione di Bronte anche come una clamorosa svolta ideologica da parte dei generali garibaldini: «Fu il dramma di una parte della sinistra impegnata a decidere in Sicilia il nodo dell’egemonia politica del nuovo stato, ovvero se dovesse essere governato dalla sinistra o dalla destra. Bixio a Bronte reprime i suoi stessi compagni: l’avvocato Lombardo era dalla parte di Bixio» ha scritto Giuseppe Giarrizzo (cit. da Gino Saitta). Senza scomodare Antonio Gramsci, la questione storica di fondo è capire in che misura, nelle originarie intenzioni di Garibaldi e Bixio, quella spedizione militare dovesse e potesse rappresentare una guerra di classe: certamente dovevano rendersi conto che chi aveva organizzato e sostenuto quella spedizione (Cavour e l’Inghilterra) non avrebbe consentito che a livello sociale le cose mutassero più di tanto. A tal proposito un altro brontese ma dei nostri giorni, Antonino Radice, che nel suo libro Risorgimento perduto allarga la sua analisi ai protagonisti storici dell’unificazione, evidenzia proprio come Cavour dichiarasse al parlamento subalpino «non solo di aver fino allora creduto che in Sicilia si parlasse arabo ma che di quest’isola ben poco egli conosceva, essendogli invece più familiare la storia dell’Inghilterra. Il Cavour piemontese apparteneva alla ricca classe terriera e nobiliare, della quale egli in fondo condivideva pensieri e umori. Per tali motivi la sua mente era ben lontana dalla ipotesi di rivolgimenti e di avanzamenti sociali apportatori di capovolgimenti di vita in una regione come la Sicilia, e tale sua convinzione alimentava in misura esasperata la diffidenza verso i propugnatori di cambiamenti di natura sociale che da tempo erano invece desiderati dai siciliani» (Antonino Radice, Risorgimento perduto, origini antiche del malessere nazionale, De Martinis & C., Catania 1995).
Una volta conquistata a cannonate la fortezza di Gaeta, ultimo rifugio di Francesco II di Borbone, il 13 febbraio del 1861, cominciarono realmente i guai per il Sud, e gli incalcolabili danni, a cominciare dalle vittime militari e civili. Non soltanto Lorenzo del Boca e Giuseppe Ressa, ma anche Gigi di Fiore nel suo saggio I vinti del Risorgimento (Utet De Agostini, 2004) citano i campi di prigionia del Nord, a cominciare da quello di San Maurizio del Canavese, ove vennero rinchiuse le decine di migliaia di prigionieri, soprattutto soldati borbonici ed anche nello Stato Pontificio, una volta completata l’unificazione. Riporta Del Boca: «I prigionieri aumentavano di numero in modo esponenziale. Il generale Manfredo Fanti scrisse a Cavour per chiedergli di noleggiare all’estero dei vapori perchè c’erano 40.000 prigionieri da spedire al Nord e la Marina non era in grado di fare da sola. Fu necessario attrezzare altri campi: uno poco distante da San Benigno Canavese, un altro ad Alessandria e un altro ancora a Fenestrelle, all’imbocco della Val Chisone che, dai tempi antichi, era stata fortificata con un sistema di caserme appollaiate come nidi d’aquila a 1.200 metri per resistere a possibili invasioni a opera dei francesi. Per essere certi che lassù, accanto ai ghiacciai, la vita dei prigionieri fosse davvero dura, i piemontesi si preoccuparono di strappare le finestre dei dormitori.» (Maledetti Savoia, p. 145). Nelle opere citate vengono anche riportate alcune testimonianze pubblicate sulla rivista La Civiltà Cattolica del 1861: «Per vincere la resistenza dei prigionieri di guerra, già trasportati in Piemonte e in Lombardia, si ebbe ricorso a un spediente crudele e disumano che fa fremere. Quei meschinelli, appena coperti da cenci di tela, e rifiniti di fame perché tenuti a mezza razione con cattivo pane e acqua e una sozza broda, furono fatti scortare nelle gelide casematte di Fenestrelle e d’altri luoghi posti nei più aspri luoghi delle Alpi. Uomini nati e cresciuti in clima sì caldo e dolce, come quello delle Due Sicilie, eccoli gittati, peggio che non si fa coi negri schiavi, a spasimar di fame e di stento fra le ghiacciaie. E ciò perché fedeli al giuramento militare ed al legittimo Re». (Il Sud e l’Unità d’Italia, p. 137).
Largo spazio da tutti gli autori viene poi dato alla reazione della popolazione del Sud Italia, etichettata poi dalla storiografia ufficiale come semplice “brigantaggio”. Sempre secondo Del Boca «la rudezza disumana dei conquistatori finì per accrescere il senso di ostilità delle popolazioni locali. Di conseguenza aumentò la durezza della repressione. Il numero degli sbandati crebbe proporzionalmente agli abusi.
“I fuorilegge riuscirono a costituire 400 bande agguerrite. Con un calcolo meticoloso Tarquinio Maiorino ha potuto stabilire che contavano 80.702 combattenti. Almeno altrettanti coloro che facevano parte delle organizzazioni ausiliarie: gli informatori, i vivandieri, gli agenti di collegamento, i conviventi, i familiari e le amanti. I banditi godevano di solidarietà diffusa fra la gente e, quando arrivavano nei paesi, era festa grande. “Molti vennero uccisi. Dalle zone di guerriglia pochi riuscirono ad arrivare al carcere. Gli altri vennero sterminati in massa. Quanti? Michele Topa cita i giornali stranieri che, in quegli stessi anni, tentarono un bilancio di questa guerra nascosta e dimenticata. Risultò che, dal settembre 1860 all’agosto 1861 – poco meno di un anno solare – vi furono 8.968 fucilati, 10.604 feriti, 6.112 prigionieri. Vennero uccisi 64 sacerdoti e 22 frati, 60 giovani sotto i 12 anni e 50 donne. Le case distrutte furono 918, sei paesi cancellati dalla carta geografica. Cifre naturalmente provvisorie e ampiamente parziali per difetto.
“Con il ferro e con il fuoco distrussero Guardiaregia e Campochiaro nel Molise; Pontelandolfo e Casalduni nella provincia di Benevento…
“Il Meridione pagò l’Unità con 700.000 vittime, quindi la parola “massacro” non è né gratuita né esagerata.» (Maledetti Savoia, pp. 156-158). Molti autori riportano anche soluzioni “estreme” progettate, ma in realtà mai realizzate, per disfarsi definitivamente dei “briganti” meridionali, come la proposta dell’allora Presidente del Consiglio Luigi Menabrea nel 1868 di deportarli in Patagonia, progetto poi non andato in porto per l’opposizione del governo argentino.
«La visione dell’Unità come conquista dell’Italia da parte dei piemontesi si è affermata anzitutto come stato d’animo. I Meridionali, si sentirono infatti “conquistati”, non unificati in una patria comune. Ai loro occhi, prima Garibaldi e poi Vittorio Emanuele II apparvero come conquistatori stranieri, nè più nè meno di quelli che erano approdati nel corso dei secoli sulle spiagge del “bel regno” di Sicilia. Mentre agli occhi degli italiani più politicizzati in senso democratico e, anche, repubblicano, quale che fosse la regione d’Italia da cui provenivano, il processo che aveva condotto all’Unità si configurava piuttosto come una “conquista regia”, come il frutto di un’abile e spregiudicata politica dinastica condotta nello stile e con i metodi dell’ ancien régime, che la Rivoluzione dell’89 aveva reso per sempre improponibili» afferma Girolamo Arnaldi in L’Italia e i suoi invasori, (Laterza, 2002, pag. 179) ed in effetti la monarchia sabauda fece ben poco per smentire tale impressione, dal momento che Vittorio Emanuele continuò a definirsi “II” per non far torto ai propri antenati, la legislatura uscita dalle elezioni nazionali del 1861 venne denominata l’ottava dopo le precedenti sette del Piemonte pre-unitario, e la capitale rimase a Torino. Costituzione, leggi, istituzioni e sistema finanziario del Regno sabaudo vennero poi estese a tutto il resto d’Italia.
Il peggioramento delle condizioni economiche e sociali dei residenti nel Sud, specie delle classi più povere, conseguenza di una errata politica agraria, fiscale ed economica da parte del neo-stato italiano nei confronti del Mezzogiorno – origine della “questione meridionale” – viene largamente documentato in cifre da molti autori che ne analizzano dettagliatamente i diversi aspetti: l’ingrandimento dei latifondi con le terre demaniali e della Chiesa, l’appesantimento delle imposte dirette e indirette gravanti su proprietà e popolazione; il peso dei gravosi debiti del Piemonte scaricato sulle regioni finanziariamente in attivo – Lombardia, Marche Umbria, e soprattutto le regioni del Sud – dopo l’unificazione del bilancio e del debito pubblico; le industrie siderurgiche di Mongiana in Calabria e Atina (Frosinone) chiuse dopo pochi anni dall’unificazione; le industrie metalmeccaniche, tessili e della carta boicottate dal governo di Torino che preferì assegnare commesse e appalti alle industrie del nord; e via dicendo (cfr. Giuseppe Ressa, Il Sud e l’Unità d’Italia, pp. 176 – 192). Si riconferma insomma quanto già espresso dallo storico contemporaneo Pasquale Villari nel 1868: «Il Risorgimento non portò affatto alcuna profonda trasformazione … E l’Italia nuova si trovò formata dagli stessi elementi di cui era composta l’Italia vecchia, solo disposti in ordine e proporzione diversi.» (P. Villari, Saggi di storia, critica e politica, Firenze 1868), mentre anche sotto l’aspetto politico, lo storico inglese Denis Mack Smith nella sua Storia d’Italia 1861 – 1958 (Bari, 1959) si dimostra – in termini, ancora attuali – ancora più pessimista: «Il connubio Cavour-Rattazzi, secondo lo Smith, inaugurò in Italia quel sistema di governo di coalizione che ben presto diede luogo al trasformismo del Depretis e al parlamentarismo del Giolitti. Il sistema fondato sul compromesso d’interessi personali tra gli uomini più influenti di partiti avversi, eliminando il controllo e la critica della opposizione, paralizzò la lotta politica e la sostituì con gretti opportunismi di cricche, abilmente mascherati col principio che l’interesse nazionale deve prevalere sugli interessi dei gruppi. La vita parlamentare fu così ridotta a un coacervo di uomini dalle idee più opposte, ma legati assieme da meschini interessi contingenti.» (Carmelo Bonanno, L’età contemporanea nella critica storica, Liviana 1973, p. 40).
«Insomma, fra le righe di una storia ufficiale ne esiste un’altra controcorrente che casa Savoia prima e il fascismo poi, per motivi diversi ma alla fine convergenti, hanno concorso in modo determinante a soffocare. “Mai parlare male di Garibaldi” ha significato mettere la museruola alla libertà di indagine e a nascondere la verità. Presentarono il Risorgimento come un tripudio di fanfare, bandiere, fiori lanciati dai balconi, entusiasmi di piazza. Quei vent’anni abbondanti che portarono all’Unità diventarono acriticamente un’epopea e Rosario Romeo fu mal sopportato quando cominciò a sostenere che, per l’Italia, furono assai più determinanti le beghe internazionali fra Inghilterra e Francia» dice Lorenzo del Boca a conclusione del suo volume Maledetti Savoia (pp. 250-251).

L'immagine può contenere: spazio all'aperto
L'immagine può contenere: una o più persone e testo
Nessuna descrizione della foto disponibile.
L'immagine può contenere: una o più persone, testo e spazio all'aperto

La VERITA’ sul Regno d’italia

“Quella che io espongo è la storia di tutte le rivoluzioni. Esse sono quasi sempre l’opera di qualche uomo a cui due o tre funzionari comprati aprono le porte e di cui il popolo, per lo più indifferente alle questioni che si agitano, diventa il complice senza saperlo, prestando loro, per curiosità o per desiderio di rumore, il soccorso imponente delle sue masse”.
“Insomma io non avevo scorto da nessuna parte quell’entusiasmo per l’unità italiana, che imbevuto dalle illusioni piemontesi io mi ero atteso di vedere manifestarsi ovunque…da per tutto infine il Piemonte era riguardato come uno straniero e come un conquistatore. In faccia a tali sentimenti, sono obbligato di riconoscere che il vero stendardo del movimento italiano non aveva mai cessato di essere l’indipendenza e non era mai stato l’unità, di cui l’idea non era anche matura!…L’unità di una nazione non si crea: bisogna aspettare che nasca alla sua ora. Allora solamente può essere forte e durevole.” (considerazioni molto esplicative Filippo Curletti, una spia assoldata da Cavour). 
Vi fu allora, così come succede spesso oggi, una palese e gigantesca manipolazione mediatica, ai danni della nazione ‘canaglia’ di turno. Lo stato sabaudo era la “personificazione dello stato liberale” per Palmerston, che il 21 maggio 1852 ricorda i “grandi interessi politici e commerciali che ha l’Inghilterra per la conservazione dell’indipendenza della Monarchia sarda e della sua prosperità”. Il Regno di Sardegna è lo Stato perfetto agli occhi di Palmerston e della Corona britannica: monarchia costituzionale e governo liberale, con una politica economica liberista ed una politica estera filo-britannica. Ma anche filo-francese. Il 15 agosto 1853, il duca di Guiche, inviato francese a Torino, scrive al suo Ministro degli Esteri Thouvenel che in Piemonte “il governo è parlamentare e costituzionale in apparenza, in realtà è una macchina difficile a definire ma i cui ingranaggi obbediranno sempre al ministro di Francia se questi vuole darsene la pena e fare uso delle forme”. Per i governi di Londra e Parigi, dunque, un modello da esportare in tutta la penisola italiana. Alla sponda offerta dalla politica di Palmerston, il giornalismo salariato tesseva le lodi dell’unica monarchia costituzionale d’Italia, contrapposta all’assolutismo dei Borbone, dei Lorena, degli Asburgo e alla teocrazia pontificia. I paesi dispotici così miserabili, come gli stati papeschi, devono al despotismo la vergognosa loro inferiorità.
” In realtà, la condizione economica e sociale degli ‘stati papeschi’, cioè lo Stato Pontificio e il ‘cattolicissimo’ Regno delle Due Sicilie, poteva difficilmente essere ritenuta ‘miserabile’. In entrambi gli Stati, le strutture assistenziali ecclesiastiche, gli ordini monastici, le parrocchie, gli ospedali (spesso gestiti dal clero) garantivano un welfare eccellente rispetto al Piemonte, dove l’abolizione di tali strutture porterà, invece, ad una povertà generalizzata e graverà ulteriormente sul debito, già enorme, della nazione. Il 7 agosto 1855, di fronte alla Camera dei Comuni, Palmerston sferra un attacco frontale al regno borbonico, che “aveva dimostrato sfrontatamente la sua ostilità alla Francia e all’Inghilterra vietando l’esportazione di merci che il suo stato di neutrale gli avrebbe consentito tranquillamente di continuare a trafficare”. Una “palese violazione del diritto internazionale”, tanto più grave perché “perpetrata da un governo che si era macchiato di atti di crudeltà e di oppressione verso il suo popolo, assolutamente incompatibili con i progressi della civiltà europea”. Non importa se gli “atti di crudeltà” borbonici non siano mai stati confermati, anzi smentiti (come le lettere di Gladstone), né se fosse stata proprio Londra ad armare i rivoluzionari siciliani. Come non importerà, 150 anni dopo, se Gheddafi avesse veramente bombardato manifestazioni pacifiche di suoi cittadini (fatto smentito dalle rilevazioni satellitari russe). Il Regno delle Due Sicilie era diventato ufficialmente uno ‘stato-canaglia’ e gli serviva una tirata d’orecchi. Non con un intervento ‘diretto’ di Londra, ma attraverso il Piemonte, debitore della City: una nazione indebitata non è una nazione libera. Non potendo più privatizzare nulla per ripagare parte del debito contratto, per il governo sabaudo era necessario invadere stati sovrani dal Tesoro prospero, come le Due Sicilie, lo Stato Pontificio, i granducati di Toscana, Modena, Parma. Sono i Rothschild, manovratori della City, i veri beneficiari di quella vasta operazione che verrà chiamata dai posteri ‘Risorgimento‘. L’eliminazione di stati sovrani economicamente e politicamente indipendenti dagli influssi d’oltremanica e oltralpe, significò non solo l’eliminazione di potenziali nemici, ma l’estensione in tutta Italia del modello economico piemontese. Il Piemonte era, infatti, non solo l’unico stato completamente nelle mani dei banchieri inglesi, ma anche l’unico ad essersi quasi privato del tallone aureo per l’emissione della moneta. Il modello economico duosiciliano prevedeva che il Banco delle Due Sicilie, emettesse solamente ducati d’oro e d’argento. Non vi erano banconote, ma titoli di fede emessi esclusivamente a fronte di un avvenuto deposito. A unità compiuta, infatti, dei 607,4 milioni di lire a cui equivalevano le riserve auree del neonato Regno d’Italia, ben 443,2 milioni erano rappresentati dalle riserve borboniche e solamente 27 dal Piemonte. Nelle Due Sicilie il tallone aureo andava di pari passo con una politica economica autarchica e protezionistica: la produzione dei beni era funzionale al soddisfacimento della domanda interna e solo il surplus rimanente poteva essere esportato. La popolazione godeva inoltre della rete di strutture assistenziali già nominate. Questo rendeva il Sud borbonico decisamente sgradevole all’alta finanza. Il suo progresso era lento ma sicuro, la borghesia era impegnata nell’attività commerciale ed imprenditoriale (che crea sviluppo) e non in attività finanziarie (che sottraggono ricchezza alla collettività), la politica estera lontana da mire espansionistiche. Il regime ‘costituzionale’ che gli intellettuali europei sbandieravano contro Napoli, Roma e Firenze era, quindi, la copertura ideologica di un sistema economico che garantiva a pochi (i proprietari privati degli istituti di emissione monetaria) il potere su molti (il popolo) attraverso il monarca, il governo, il parlamento e il monopolio della violenza legittima di cui questi disponevano (per conto terzi). Non si trattava quindi di una guerra tra stato liberale e monarchia assoluta, ma tra monarchie legittime e usurocrazie cioè regimi in cui il potere è esercitato dai prestatori di denaro. Il piemonte si veste di una ‘guerra di liberazione’ o ‘umanitaria’ agli occhi dell’opinione pubblica europea, altrimenti l’ingresso dei soldati piemontesi in territorio straniero sarebbe parso per ciò che era: un’invasione. Le modalità con cui ciò avvenne ci vengono appunto descritte da Filippo Curletti, l’agente segreto di Cavour che, incarcerato dal conte quando non più utile, decise di vendicarsi rivelando per iscritto molti particolari scomodi sulle vicende ‘risorgimentali’. Coinvolto nei moti che portarono alla destituzione dei Lorena nel Granducato di Toscana, Curletti descrive la ‘rivoluzione’ fiorentina non come un moto popolare nato spontaneamente, bensì come un’operazione condotta da un gruppo di ottanta carabinieri travestiti da popolani, data l’indisponibilità dei fiorentini a ribellarsi ai Granduchi. Scrive Curletti: “la propaganda secreta dei Piemontesi nelle Romagne e nella Toscana cominciava a produrre i suoi frutti; tutto era pronto per una rivoluzione; i comitati che agitavano gli spiriti in questi due paesi sotto la direzione del Conte Cavour, domandavano al ministro il segnale dell’azione e qualche uomo sicuro per operare il movimento”. Una guerra sotterranea, come si può notare, fondata sulla propaganda e l’organizzazione segreta. Di fatto, i ‘ribelli’ erano armati da una potenza straniera (il Piemonte), come conferma anche l’epistolario dell’ammiraglio Persano, che scriveva a Cavour: “noi continuiamo, con massima segretezza, a sbarcare armi per la rivoluzione, a tergo delle truppe napoletane”. A Napoli come a Firenze, il metodo è lo stesso usato dieci anni prima a Palermo dagli inglesi. Tornando a Curletti, l’agente spiega come le modalità con cui si sarebbero svolti i moti furono decise a tavolino da lui e dall’ambasciatore piemontese. Gli agenti, mascherati da popolani, avrebbero formato una compagine numerosa che, al grido di “Viva l’Indipendenza! Abbasso i Lorena!”, si sarebbe diretta verso Palazzo Pitti. Mentre il clamore così suscitato riusciva a coinvolgere alcuni fiorentini, Curletti ed i suoi uomini correvano a sequestrare le casse pubbliche del Granducato: “alle 4 del pomeriggio Buoncompagni era installato nel palazzo del Sovrano presso il quale era accreditato; alla stessa ora tutte le casse pubbliche erano vuote, senza che una sola lira sia entrata nel tesoro piemontese. Quelli che non avevano potuto prendere parte al saccheggio si installarono chi alle poste chi ai ministeri. (…) Io ricevetti per mia parte dalle mani stesse di Buoncompagni una gratificazione di seimila franchi”. Si è trattato, quindi, di una vera e propria rapina, condotta da agenti cavouriani ai danni del Granducato di Toscana. Ma Firenze non è stato un caso isolato. Curletti fornisce i suoi servigi di stato in stato: Toscana, Parma, Modena, Stato Pontificio, Due Sicilie e le modalità di sovversione e rapina che descrive sono le stesse in ogni stato. Rapine che superano i limiti della decenza se ci si attiene a quanto Curletti testimonia relativamente al ducato di Modena. Qui il plenipotenziario sabaudo La Farina, che aveva sostituito il duca, avrebbe ordinato all’uomo fidato di Cavour di raccogliere tutto l’oro e l’argento del duca e di farlo fondere. Ma non prima di aver scritto un articolo sul quotidiano locale in cui dichiarava che il duca si era portato via tutto, in modo che nessuno si chiedesse che fine avessero fatto i preziosi della nobile famiglia. L’oro e l’argento, assunta una nuova forma, non sarebbero più stati esigibili da parte dei duchi ad un loro eventuale ritorno. Non paghi di ciò, lo stesso Curletti, insieme ad altri, si è reso autore di vere e proprie estorsioni. Usufruendo del nuovo ruolo di tutore dell’ordine pubblico, aveva il dovere di stilare una lista di proscrizione di tutti i fedelissimi del duca. Tra questi vi erano sempre (casualmente?) i personaggi più ricchi della città, ai quali venivano estorte laute somme di denaro in cambio della cancellazione dalla lista (che li avrebbe salvati dall’arresto o dalla confisca dei beni). Vere e proprie azioni banditesche, che trovano paragone solo con quelle di…Giuseppe Garibaldi. Non si può parlare di Risorgimento, infatti, senza citare il Generale dei Mille. Ma l’Unità d’Italia sarebbe stata “impossibile senza la Massoneria”, proprio per la capacità di collegamento operativo tra le logge. In realtà la fedeltà non era rivolta al Re ma al Maestro. Quel Maestro era probabilmente Lord Palmerston, primo ministro inglese e fondatore dell’Ordine Reale di Sion, a cui facevano capo le logge massoniche italiane e le vendite carbonare. Le prime erano state represse su volontà di Ferdinando II nel periodo dal 1825 al 1832 e costrette a sopravvivere in segreto, le seconde avevano in passato mostrato fedeltà ai Borbone. Durante la Repubblica Partenopea, infatti, il loro ruolo fu determinante nel 1813-14, quando furono alla base di sollevazioni filo-borboniche in Calabria ed Abruzzo. Ma la fedeltà a Londra era più vincolante. Gli 800mila affiliati alla Carboneria nelle Due Sicilie scelsero di tradire la monarchia e forse fu questo a decretarne la fine. L’organizzazione delle società segrete e delle logge era tale da garantire una sovversione interna, comprando, delegittimando o uccidendo chi ostacolava i loro piani. Le rapine effettuate da Garibaldi ai danni del Regio Banco di Sicilia, erano analoghe a quelle di Curletti a Firenze, Parma, Modena e in altre città. Le appropriazioni indebite di Garibaldi provocarono non pochi danni al Banco delle Due Sicilie, che si ritrovò, ad unificazione compiuta, quasi privo di riserve auree o argentee con cui concedere prestiti. Situazione aggravata dal comportamento del neonato governo unitario. L’istituto, che era l’unico deputato all’emissione monetaria nel regno borbonico, non solo fu scisso in due istituti diversi (Banco di Napoli e Banco di Sicilia), ma gli fu esplicitamente proibito di ritirare dalla circolazione i ducati d’oro e d’argento duosiciliani, che costituivano oltre il 65% della moneta circolante nella penisola. A provvedere ad un loro graduale ritiro ci pensò la Banca Nazionale degli Stati Sardi (poi Banca Nazionale del Regno d’Italia) insieme ad altri istituti di credito nati ad hoc: il Banco di Sconto e Sete (creato nel 1863 attraverso fondi Rothschild), il Credito Mobiliare di Torino, la Cassa di Sconto di Torino e la Cassa Generale di Genova. Insieme, le quattro banche costituirono una cordata guidata da Carlo Bombrini, amico di Cavour e direttore della banca centrale sabauda, che le utilizzerà per spostare al Nord le commesse imprenditoriali meridionali. In pratica, le uniche due banche meridionali si trovarono impossibilitate a fornire credito nel Meridione, non potendo ritirare le monete d’oro e d’argento da loro stesse emesse, che sarebbero servite come garanzia per i prestiti. Tutte le monete borboniche furono ritirate da banche settentrionali, fondate proprio negli anni dell’unificazione, che le usarono come garanzia per concedere prestiti ad imprenditori settentrionali. Un perfetto esempio di capitalismo di rapina, che rispondeva ad un piano di spoliazione e spartizione progettato sin nei minimi dettagli. “I napolitani non dovranno essere mai più in grado di intraprendere”, scrisse Bombrini. E così fu. Tra i beneficiari di questo sciacallaggio, ci fu anche Francesco Cirio, che grazie ai finanziamenti del Credito Mobiliare di Torino diede vita alla prima industria conserviera italiana. Cirio approfitterà dell’impossibilità per le imprese meridionali di usufruire dei prodotti della loro terra per creare un giro d’affari che lo porterà ad ottenere dapprima concessioni ferroviarie agevolate per il trasporto di alimenti all’estero (grazie alla legge Cirio del 1885) e poi addirittura una posizione di monopolio sulla Società Ferroviaria dell’Alta Italia. Contratti agevolati proprio dal Bombrini, che attraverso la cordata bancaria di cui sopra riuscirà ad ottenere almeno tredici concessioni ferroviarie. Un’operazione non da poco se si pensa che il suo stesso amico Cavour era azionista della Società Anonima Molini Anglo-Americani e non poteva non nutrire interesse nell’esportazione del grano tramite via ferrata. Un conflitto d’interessi notevole, che si aggiunge al suo comportamento durante la crisi granaria del 1853. In quell’occasione, mentre l’autarchia borbonica impediva l’esportazione di grano per assicurare il cibo a tutti i cittadini, il Piemonte liberista la favoriva apertamente, mettendo il profitto del primo ministro davanti al sostentamento del popolo.
Il popolo veneto, nel 1866, si oppose all’invasione sabauda, e contrariamente alla vulgata della storiografia ufficiale, l’esercito ‘asburgico’ si chiamava Austro-Veneto e vide i veneti combattere a difesa degli Asburgo contro i ‘tajani. Come a Lissa, nell’alto Adriatico, quando il 20 luglio 1866 la Imperial Veneta Marina sconfiggerà la Regia Marina italiana. La nave ammiraglia Re d’Italia verrà rovinosamente affondata dalla Ferdinand Max, grazie al capotimoniere Vincenzo Vianello di Pellestrina, incitato così dall’ammiraglio Tegetthoff: “Daghe dosso, Nino, che la ciapèmo!”. Gli equipaggi erano infatti veneti, parlavano veneto e festeggiarono quella vittoria urlando “Viva San Marco!”. Come si può, dunque, parlare di ‘guerra d’indipendenza’ e non di ‘guerra d’invasione’? I libri di storia non spiegheranno mai, infatti, come avrebbe potuto una nazione priva di sbocchi al mare come l’Austria sconfiggere l’Italia in campo marittimo: ma la memoria storica è scritta sulla sabbia, lo spirito critico una moda d’altri tempi.

L'immagine può contenere: una o più persone e testo
L'immagine può contenere: testo
L'immagine può contenere: testo

155°anniversario della morte del guerrigliero legittimista “NINGHE NANGHE”

Il 13 Marzo 1864 a Frusci (AVIGLIANO) il capo banda legittimista Giuseppe Nicola Summa alias “Ninco Nanco” viene giustiziato dalla Guardia Nazionale. Il capitano Ninco Nanco è uno dei più devoti luogotenenti di Carmine Crocco, protagonista di numerose rappresaglie ai danni di ricchi possidenti e militari sabaudi. Era conosciuto per le sue brillanti doti di guerrigliero, per la sua freddezza e brutalità, attributi che lo resero uno dei briganti più temuti di quel tempo. Nonostante la sua efferatezza, viene da alcuni considerato un eroe popolare, da parte di quella schiera di popolani che si ribellarono ai soprusi e alle repressioni sabaude. In una rissa venne pestato e pugnalato ad una gamba da quattro o cinque persone che lo costrinsero a tre mesi di guarigione. Giuseppe, anziché denunciare l’accaduto alla polizia, preferì la vendetta personale. Qualche mese dopo, uccise uno dei suoi aggressori a colpi di ascia.
L’omicidio gli costò dieci anni di carcere a Ponza, ma riuscì ad evadere nell’agosto 1860. Recatosi a Napoli, tentò di arruolarsi nell’esercito di Giuseppe Garibaldi per poter ricevere la grazia ma fu scartato. Tentò la stessa cosa sia presentandosi a Salerno da Nicola Mancusi, comandante della colonna insurrezionale di Avigliano, e sia facendo domanda di arruolamento nella Guardia Nazionale ma entrambi gli esiti furono negativi. Costretto al brigantaggio, Ninco Nanco iniziò a vivere di rapine e furti, rifugiandosi nei boschi del Vulture. Il 7 gennaio 1861, incontrò Carmine Crocco, del quale divenne uno dei più fidati subalterni. Il brigante aviglianese, assieme a Crocco, partecipò a numerosi saccheggi, conquistando prima tutto il Vulture, senza mai riuscire a prendere la sua città natia, Avigliano, poi gran parte della Basilicata, spingendosi fino all’avellinese e il foggiano. Si distinse soprattutto nella battaglia di Acinello, comandando la cavalleria dei briganti e dimostrando la sua padronanza in campo bellico. Non esitava ad aggredire le famiglie borghesi, ricorrendo al sequestro, all’omicidio e alla devastazione delle proprietà in caso di mancato sostegno. Nel gennaio 1863, isieme ad alcuni membri della sua banda uccisero brutalmente il delegato Costantino Pulusella, il capitano Luigi Capoduro di Nizza e alcuni suoi soldati, dopo che Capoduro, sperando di indurre il brigante alla resa, si era avviato con i suoi uomini nel bosco di Lagopesole. I loro cadaveri furono scoperti alcuni giorni dopo. Il 12 marzo 1863 nei dintorni di Melfi, massacrò un gruppo di cavalleggeri di Saluzzo, guidati dal capitano Giacomo Bianchi. All’agguato parteciparono anche le bande di Crocco, Caruso, Giovanni “Coppa” Fortunato, Caporal Teodoro, Marciano, Sacchetiello e Malacarne. Solamente due soldati piemontesi sopravvissero, mentre il capitano Bianchi venne ucciso da Coppa con una pugnalata alla nuca e la sua testa fu troncata dal busto. La falcidia avvenne in risposta alla morte di alcuni briganti avvenuta nei pressi di Rapolla, i quali vennero catturati, uccisi e i loro cadaveri bruciati dai regi soldati.
Carmine Crocco durante un interrogatorio, negò torture e scempi da parte del brigante aviglianese ai danni dei militari prigionieri, asserendo che era «terribile solo per la propria defesa», infatti Ninco Nanco si rese protagonista anche di atti generosi. Aiutava economicamente le sue sorelle, le quali versavano in condizioni misere ed, essendo profondamente religioso, mandava soldi ai preti affinché celebrassero messe in onore della Madonna del Carmine, la cui effigie portava sempre con sé al collo. Durante l’assedio di Salandra, risparmiò un sacerdote che, in passato, aveva aiutato la sua famiglia e gli garantì la sua protezione. Ninco Nanco depositò alcuni oggetti di valore nella cappella del Monte Carmine, che furono sequestrati e venduti per ordine della commissione antibrigantaggio nel 1863; con il ricavato vennero effettuati lavori di ristrutturazione dell’edificio.
Una volta, fermò un mercante di panni di Potenza confiscandogli una manciata di ducati ma, subito dopo, gli restituì la somma. L’antropologo di scuola lombrosiana Quirino Bianchi, autore di una biografia su Ninco Nanco, nonostante lo considerasse un «brigante tanto feroce e di indole perversa», appartenente ad una «famiglia degenerata», sostenne che, avendo pietà della miseria, intimò il capobrigante Giuseppe Pace, detto il Castellanese, di smettere di minacciare di morte i poveri, i quali non avevano la possibilità di sostenere le bande. Per cinque anni in tutto il Vulture-Melfese e la valle di Vitalba (da Atella fino al castello di Lagopesole) non ci fu un viaggio non disturbato dai briganti o che non sfuggisse alla loro vigilanza.
Chi si avventurava senza una adeguata scorta armata (per esempio agli operai addetti ai lavori di costruzione della strada Moliterno-Montalbano fu predisposta una scorta armata) veniva sistematicamente depredato, come capitó al corriere postale ai primi di giugno 1861 nel territorio di Venosa, o a quello proveniente da Melfi nell’aprile 1864, o al saccheggio effettuato a scapito di un carretto carico di sale e tabacco nel luglio 1862 ad opera delle bande di Ninco Nanco e di Tortora. L’attività di Ninco Nanco iniziò a perdere colpi l’8 febbraio 1864, quando la sua banda fu decimata presso Avigliano e 17 dei suoi uomini furono uccisi. Il 15 febbraio dello stesso anno, venne emessa una taglia di 15.000 lire sul brigante. Circa un mese dopo, il 13 marzo, Ninco Nanco e 2 dei suoi fedeli (uno di questi era suo fratello Francescantonio) furono braccati nei pressi di Lagopesole dalla Guardia Nazionale di Avigliano. Vennero giustiziati subito presso Frusci (frazione di Avigliano) e Ninco Nanco morì per mano del caporale della G.N., Nicola Coviello, con due colpi di cui uno dritto nella gola, per vendicarsi dell’assassinio del cognato compiuto dal brigante aviglianese il 27 giugno 1863. Tuttavia, altre ipotesi ritengono che il brigante venne ucciso per ordine del comandante della G.N. aviglianese, Don Benedetto Corbo, appartenente ad una delle maggiori famiglie gentilizie della zona, per evitare che venissero alla luce sue presunte connivenze con le bande. Due mesi dopo, lo stesso Corbo fu coinvolto in un’altra vicenda di complicità con i briganti e venne accusato dal generale Baligno, comandante delle truppe di Basilicata, di aver rilasciato senza permesso alcuni briganti della banda Ninco Nanco. Carmine Crocco raccontò nelle sue memorie che, venuto a conoscenza della morte del suo luogotenente, decise di vendicarlo e, trovandosi nelle vicinanze del posto in cui avvenne l’assassinio, preparò la punizione da infliggere ai suoi esecutori ma, vedendo l’arrivo di un reggimento di soldati, dovette abbandonare il piano. La salma di Ninco Nanco fu trasportata, il giorno dopo, ad Avigliano e fu appesa all’Arco della Piazza come monito. Il giorno seguente, il suo corpo fu portato a Potenza, ove venne seppellito. Deceduto il brigante, i suoi uomini confluirono nella banda di Gerardo De Felice detto “Ingiongiolo”, brigante di Oppido Lucano.
Per la morte di Ninco Nanco l’avv. De Carlo che ricopriva all’epoca la carica di Sindaco del Comune di Avigliano, compose questo originale acrostico:
Ero e non son più, di sangue intriso
Corsi i campi ove sorge il Sacro Monte
Col ferro, il fuoco, lo sterminio e l’onte
O’ l’uman diritto e quel di Dio deriso.

Nessun mi guardi con pietade in viso
Il nome di Cain mi bolle in fronte ;
Non rispettai del mio battesimo il fonte;
Crudel mi son su cento tombe assiso
Or del Carmelo la Patrona e Diva,

Non più soffrendo la mia fausta sorte,
Arcano, ausilio ad AViglian largiva;
Negar non posso che Colei può molto,
Che al di qua di quel Monte ebb’io la morte.
Oltre quel Monte è mio fratelsepolto.

L'immagine può contenere: 1 persona

«Il governo italiano ci manda contro la forza a perseguitarci; ebbene, facciamogli vedere fin da oggi che noi non abbiamo intenzione di prestargli obbedienza.» (Ninco Nanco)

IL SERGENTE ROMANO

Pasquale Domenico Romano nacque a Gioia del Colle il 24 Agosto 1833 da Giuseppe e Angela Concetta Lorusso. Ebbe un’educazione semplice, sana, ma rigida che ne forgiò il carattere. Fin dall’adolescenza aiutò il padre nella pastorizia che gli permise una particolare conoscenza di quei boschi e di quelle contrade che poi lo videro quale dominatore incontrastato. Nel 1851 si arruolò nell’Esercito Borbonico dove intraprese una brillante carriera assumendo ben presto il grado di “primo sergente” e dove, per le sue particolari doti militari, ebbe l’onore di diventare “Alfiere” della Prima Compagnia del 5° di Linea. Disciolto l’Esercito del Regno delle Due Sicilie non si diede per vinto diventando comandante del Comitato Clandestino Borbonico di Gioia del Colle Tuttavia, avvertendo i tempi stretti, la gravità della situazione e mai sopportando l’inoperosità degli adepti del Comitato, dopo poco tempo abbandonò i “salotti” e passò senza esitare alla lotta armata, dando il via alla sua guerra partigiana contro i piemontesi. Nel giro di qualche settimana costituì una prima squadra formata esclusivamente da militari del disciolto Esercito Borbonico. Il 26 luglio 1861 si rifornì di armi e munizioni assaltando e prendendo progioniera l’intera guarnigione di Alberobello nonché i militari del presidio di Cellino. Il 28 luglio del 1861 con i suoi militi attaccò Gioia del Colle dove s’impegnò in una vera e propria battaglia, travolgendo le truppe del maggiore piemontese Francesco Calabrese, costringendole a ripiegare nel Borgo San Vito. Alla vista della fuga dei militi piemontesi si sollevò l’intera cittadina di ventimila abitanti. Nella confusione furono molti i gioiesi che si unirono ai ribelli, tra essi Vito Romano di soli anni 17, fratello minore del Sergente. Fu questa la rima vera e propria azione con la quale il Sergente Romano inaugurò la lunga serie di colpi contro le truppe piemontesi, la Guardia Nazionale e i nemici liberali, ma fu anche l’inizio delle vendette trasversali, da parte di questi ultimi, ai suoi amici ed alla sua famiglia che, subito dopo la ritirata da Gioia del Colle, venne colpita duramente. Ciò non fece altro che inasprire ulteriormente il suo risentimento infondendogli maggiore risolutezza e rabbia contro chi considerava senza mezzi termini: “usurpatori, invasori, senza Dio, oppressori del popolo”. Le azioni di guerra fulminee ed imprevedibili, la spietatezza e nel contempo la lealtà e l’alto senso dell’onore, la ferrea disciplina militare a cui erano sottoposti i suoi uomini, le motivazioni legittimiste e religiose che lo spingevano a lottare con coraggio e determinazione, l’assoluta fedeltà al suo sovrano Francesco II ed al Papa lo fecero diventare un mito: l’eroe che difendeva gli oppressi, la giusta rivalsa sui conquistatori, il partigiano imprendibile e coraggioso, il guerriero invincibile, la volpe dei monti e dei boschi, il “brigante” degno dell’ammirazione delle popolazioni meridionali. Effettivamente fu un grosso problema per carabinieri, esercito e guardia nazionale che a migliaia gli diedero la caccia giorno e notte, d’estate e d’inverno. Mentre con veloci apparizioni distoglieva l’attenzione della truppa nemica colpendo nello stesso momento in località tra loro distanti, nel frattempo reperiva armamenti, munizioni e vettovagliamenti, reclutava uomini, stringeva accordi con altri guerriglieri, contattava sindaci e patrioti, pianificava colpi micidiali in tutta la regione. Il 24 Febbraio 1862 insieme a Carmine Donatelli, soprannominato “Crocco”, bloccò le strade di accesso ad Andria e Corato, tese un’imboscata alla guardia nazionale e, dopo averne avuto la meglio, ebbe via libera nell’assalire tutte le masserie di liberali ed ex garibaldini della zona, seminando il panico e facendo strage tra i “traditori del Popolo meridionale”. Qualche giorno dopo toccò alla strada fra Altamura e Toritto dove furono intercettati e colpiti il corriere postale e la scorta armata. Tra Maggio e Luglio 1862 il sergente Romano entrò più volte in Alberobello con la sua truppa, immobilizzando la guardia nazionale, rifornendosi di armi e munizioni, innalzando i vessilli borbonici e sparendo puntualmente nel nulla. Il 9 Agosto 1862, dopo la solita scorribanda per Alberobello, assaltò la fattoria di un certo Vito Angelini accusandolo di essere il delatore che aveva permesso l’assassinio della sua fidanzata Lauretta d’Onghia. Dopo averlo “processato” lo fece fucilare sull’aia. Qualche giorno dopo il Romano, dopo essersi unito nel bosco Pianella con i capibanda Laveneziana e Trinchera, si accampò nel cuore della penisola Salentina da dove avrebbe potuto colpire con maggior sicurezza. I primi di Ottobre assaltò nuovamente il presidio di Cellino ma questa volta ne fucilò tutti i militi. Il 24 ottobre 1862 verso le ore 12 la compagnia al completo puntò nuovamente sulla masseria Angelini, forse per completare la vendetta, quando gli si pararono davanti due squadre di guardia nazionale accompagnate da carabinieri a cavallo e comandate da due ufficiali anch’essi a cavallo. Lo scontro fu inevitabile e violentissimo. Accortasi chi aveva davanti, la guardia nazionale si disimpegnò scappando verso Cellino mentre i carabinieri cercarono di proteggerne in qualche modo la ritirata. Dopo un accanito inseguimento vennero però raggiunti e sopraffatti: dodici di essi caddero prigionieri. Due vennero fucilati immediatamente, mentre gli altri furono liberati dopo aver subito il taglio dei lobi auricolari. Nel frattempo la masseria Angelini venne data alle fiamme. Il 21 novembre 1862 il Sergente Romano e la sua truppa entrarono trionfanti in Carovigno dove, dopo una travolgente scorribanda per le vie del paese, si concentrarono nella piazza principale per abbattere i simboli Sabaudi ed innalzare quelli Borbonici. Qui il Sergente Romano dall’alto di un balcone tenne un appassionato discorso alla folla in delirio, invitando tutti alla rivolta contro gl’invasori piemontesi ed i traditori liberali loro alleati. A questo punto il resto del paese scese tumultuante per le strade inneggiando a Francesco II, le case dei liberali vennero date alle fiamme, fu devastato il comune, distrutto il presidio militare, poi l’intera popolazione si portò in processione al santuario della Madonna del Belvedere per un solenne “Te Deum”. Lasciato Carovigno con l’aiuto di Cosimo Mazzei e la sua squadra che, rimasta di guardia nelle campagne circostanti si avventò con incredibile ardimento sui soldati piemontesi accorsi dai dintorni, il Romano ed i suoi uomini si diressero sicuri verso sud marciando tutta la notte per raggiungere la masseria Santoria nei pressi di Santa Susanna. Il massaro era un certo Giuseppe de Biase, liberale e consigliere comunale di Oria. Senza perder tempo si rifornirono di cibo e foraggio; presero come ostaggio il – de Biase, onde evitare delazioni da parte dei parenti, e ripartirono per raggiungere i vari centri abitati della zona dove contadini festosi li acclamarono quali liberatori. I loro spostamenti diventarono rapidissimi onde evitare prima il frontale e poi l’accerchiamento delle truppe piemontesi che con marce forzate, fin dal giorno precedente, cercavano di agganciare la formazione. Intuendo come le volpi il pericolo imminente, i guerriglieri si rifugiarono nel bosco di Avertrana dove uccisero l’ostaggio che aveva tentato di avvertire le truppe sabaude. Ormai il sergente Romano era diventato un mito, la sua fama aveva raggiunto ogni angolo della regione tanto che poteva girare sicuro come un trionfatore, ma fu questa sicurezza che poi gli fu fatale. Disturbato dall’accresciuto numero di soldati piemontesi nella zona, verso la fine di Novembre decise di rientrare nel bosco Pianella marciando per chilometri attraverso campagne e paesi spavaldamente, in formazione militare, con in testa tanto di bandiera, tamburino e tromba. Ovunque lasciava simboli Borbonici, abbatteva linee telegrafiche, bruciava fattorie di liberali, rincorreva e colpiva squadriglie della guardia nazionale, bruciava archivi comunali. Il 1 Dicembre presso la fattoria Monaci, poco distante da Alberobello, l’intera armata dei ribelli era intenta a bivaccare tranquilla riposandosi dopo la lunga campagna effettuata nel sud della regione. Ma il rientro in grande stile, ed il clamore delle gesta avevano fatto spostare in zona anche le truppe piemontesi che da mesi cercavano invano un vero e proprio scontro militare. Il sergente Romano non immaginando minimamente cosa si stava preparando di li a poco non si preoccupò di attivare spie e vedette, come era solito fare, consentendo così all’avanguardia della 16″ compagnia del 10″ Reggimento di fanteria di scorgere il campo senza essere avvistata. Il capo pattuglia intuendo l’importanza della scoperta, senza esitare avverti il grosso della compagnia. Dopo poco l’intero reparto si scagliò sui guerriglieri sorprendendoli disarmati e nel sonno: fu una carneficina. Il Romano ed i suoi uomini cercarono di abbozzare una resistenza ma essendo la situazione estremamente critica l’unica via d’uscita restava il disimpegno veloce. Abbandonarono in fretta la zona perdendo il grosso degli uomini, dei cavalli e degli armamenti. Aiutati dalle tenebre e dalla perfetta conoscenza dei luoghi il Romano ed i suoi uomini riuscirono a riparare nel bosco Pianelle dove curarono i feriti, recuperarono gli sbandati e soprattutto si contarono. Erano rimasti in 50. Ma il Sergente non si scoraggiò per il duro colpo e subito dopo mandò in giro i suoi uomini a reclutare altre forze ed a metà Dicembre riprese nuovamente le ostilità. Più velocità negli spostamenti e soprattutto più spietatezza negli scontri che dovevano essere esclusivamente agguati. Ormai li aveva tutti addosso, veniva braccato senza tregua da migliaia di uomini, tra soldati, guardia nazionale e carabinieri. Le campagne di Alberobello, Fasano, Castellana, Putignano, Cisternino e Gioia del Colle, venivano percorse solo di notte o nei temporali, con assalti brevi ma incisivi alle masserie e solo a piccole squadriglie di carabinieri e guardia nazionale, evitando con rapidissime ritirate ed audacissirni aggiramenti le grosse formazioni piemontesi. La notte di Natali tutta la compagnia la trascorse presso la masseria Antonio Surico, amico di famiglia del Romano, ma i carabinieri avendo sistemato lungo le vie di accesso alle massarie dei non liberali propri uomini con il compito di segnalare ogni spostamento sospetto, localizzarono i guerriglieri. L’area di azione ormai era stata individuata ed il Romano aveva perso un fattore fondamentale della sua guerra: la segretezza negli spostamenti. Il 30 Dicembre, mentre i Borbonici erano intenti a mangiare, gli piombò addosso una squadra di guardia nazionale comandata dal dott. Lino Romeo. La risposta però fu immediata ed addirittura la situazione si ribaltò a favore dei legittimisti quando improvvisamente arrivò un intero reparto di cavalleggeri di Saluzzo che, richiamato dagli spari, era accorso prontamente. Per il Romano e la sua squadra fu nuovamente sconfitta e l’unica via di salvezza fu la fuga precipitosa lasciando sul terreno morti, feriti, armi ed attrezzature. Per evitare un facile inseguimento, appena fuori la mischia, la truppa legittimista si divise in più squadriglie con la promessa di riunirsi in tempi migliori. Quindi il grosso della compagnia mosse alla volta delle alture delle Murge, zona più sicura. Ma il Sergente non si fece attendere molto. Il 4 Gennaio lungo la strada che porta al Santuario del Melitto, nei pressi di Cassano, tese un’imboscata alla guardia nazionale di Altamura. Nello scontro furibondo che ne scaturì i militi fatti letteralmente a pezzi dai partigiani che si abbandonarono a violenze indescrivibili dettate da un odio e da un desiderio di rivalsa profondi ed incolmabili. Sapendo di avere addosso tutte le truppe della zona il Sergente, a notte fonda si sposto nel bosco di Vallata presso Gioia del Colle nello stesso posto da dove nel 1861 erano partite le sue prime incursioni. Ma anche questo suo spostamento fu intercettato e nel giro di qualche ora il bosco fu circondato da un intero reparto di cavallegeri di Saluzzo, comandato dal capitanp Bolasco, e da un plotone di guardie nazionali accorse in forze da Gioia del Colle. Il Sergente Romano ed i suoi uomini sentendo i nemici addentrarsi nella fitta vegetazione da tutte le direzioni intuirono la grave situazione e aspettarono immobili nei loro nascondigli fino all’ultimo momento. Lo scontro a fuoco fu micidiale e, terminate le scariche di fucileria, seguìun furioso corpo a corpo all’arma bianca. Uno alla volta i Borbonici caddero sotto i colpi sferzanti della soverchiante truppa nemica. Il Romano circondato dai militi piemontesi si battè con forza sovraumana fino a quando, coperto di sangue e ferito al grido di “Evvivorre!”, cadde gloriosamente. Alla sua morte gli uomini smisero di combattere e si lasciarono arrestare. Il corpo del partigiano fu miseramente spogliato della divisa borbonica e, issato come una preda ad un palo sopra un carretto, fu portato a Gioia del Colle, in via della Candelora, sotto le finestre della sua abitazione dove rimase esposto per una settimana. Nonostante ciò la popolazione ne non volle credere alla morte del proprio eroe e continuò a raccontare le sue gesta, ad aspettare il suo ritorno, a sperare in un futuro di giustizia. Ma il Sergente Romano era effettivamente morto e con lui era finita la resistenza armata all’invasore piemontese in terra di Puglia.
di Antonio Lucarelli – da: “AVVENTURE ITALIANE” Vallecchi Editore, Firenze, 1961

Nessuna descrizione della foto disponibile.

Cippo funerario nel bosco tra Gioia del Colle e Santeramo in onore del sergente Romano
Ogni anno nel giorno della sua morte si celebra presso il luogo dello scontro un evento che per molti meridionalisti è occasione per ricordare quanto avvenne a seguito dell’unità d’Italia.

Nessuna descrizione della foto disponibile.

Caverna del Sergente Romano nel bosco di Martina Franca.
Era conosciuto, ai tempi del brigantaggio, non come il sergente Romano, ma come Enrico La Morte.
Anche suo fratello, Vito Romano, fu patriota, arruolatosi nella legione del fratello a soli 17 anni!

LA STRAGE di FAGNANO CASTELLO (la Pontelandolfo Calabrese)

L’esercito invasore savoiardo o neo-italiano nel tentativo di reprimere chiunque non accettasse di buon grado l’invasione e la vessazione italiana, decise di sedare le ribellioni di intere città dove le popolazioni si erano permesse di ribellarsi alle sevizie e all’arroganza dei soldati conquistatori, all’oppresione fiscale dei politici italiani da poco insediatisi ma già abbondantemente farabutti. Così si diede sfogo ai più bassi istinti su popolazioni inermi con decapitazioni, sevizie, roghi umani e tutto ciò che l’immaginazione di questi “eroi” creava si trasformata in realtà ed ha dato origine a una delle infinite pagine ingloriose dell’esercito italiano incapace di vincere con i forti ed arrogante e forte con i deboli. Una pagina che gli storici si ostinano a chiamare “risorgimento” per l’attesa fiduciosa in un giorno in cui l’Italia “inerme, divisa, avvilita, non libera, impotente” sarebbe risorta “virtuosa, magnanima, libera e una”, ma che a tutt’oggi così non è! Si censurò la vera storia e non per vergogna, ma per la paura che in Europa si sapesse che quello che si definiva “lotta al brigantaggio” era solo una sporca guerra di conquista combattuta non con un esercito ad armi pari ma con un esercito di contadini straccioni che volevano solo difendere quello che era loro. Ricordiamo che a tutt’oggi l’esercito proibisce l’accesso pubblico ai loro archivi storici. Si è trattato di un vero e proprio genocidio attuato su ordini ben precisi e compiuto contro i popoli del sud della penisola italica. Eppure di questi soldati, dei loro sovrani, dei loro politici, molti dei quali non conoscevano nemmeno il resto della Penisola e si esprimevano quasi sempre in francese, si parla come di liberatori del popolo meridionale dall’oppressione o come di patrioti italiani preoccupati del destino dei fratelli del Sud sotto il giogo straniero dei Borbone, nati questi, quasi tutti a Napoli e che, oltre all’italiano, parlavano da sempre correntemente il napoletano. Successivamente alla nefasta unità d’Italia, si accese una violenta risposta del popolo all’occupazione militare del Regno perché tutti si accorsero che la situazione era profondamente peggiorata. E così l’esercito invasore rispose con i suoi uomini peggiori “i macellai” come il col. Pietro Fumel che fu mandato in Calabria (nel Cosentino) per domare il “brigantaggio”. E la repressione attuata da Fumel fu spietata, perché usò i metodi più estremi per eliminare i partigiani delle Due Sicilie , ricorrendo alla tortura e al terrore, senza distinzioni tra “briganti” e “manutengoli” o presunti tali e a prescindere dalla minima osservanza di qualsiasi garanzia legale o umana. Egli decimò le bande di Palma, Schipani, Ferrigno, Morrone, Franzese, Rosacozza, Molinari, Bellusci e Pinnolo. Le esecuzioni comandate da Fumel avvenivano in pubblica piazza e lungo le strade. Le vittime venivano decapitate e le loro teste venivano impalate come avvertimento per chi aderiva o appoggiava le “bande brigantesche” , altri cadaveri venivano gettati nei fiumi. A Cirò il 12 febbraio del 1862, Fumel scrisse un proclama sulla risoluzione del problema del brigantaggio: « Io sottoscritto, avendo avuto la missione di distruggere il brigantaggio, prometto una ricompensa di cento lire per ogni brigante, vivo o morto, che mi sarà portato. Questa ricompensa sarà data ad ogni brigante che ucciderà un suo camerata; gli sarà inoltre risparmiata la vita. Coloro che in onta degli ordini, dessero rifugio o qualunque altro mezzo di sussistenza o di aiuto ai briganti, o vedendoli o conoscendo il luogo ove si trovano nascosti, non ne informassero le truppe e la civile e militare autorità, verranno immediatamente fucilati. Tutte le capanne di campagna che non sono abitate dovranno essere, nello spazio di tre giorni, scoperchiate e i loro ingressi murati. È proibito di trasportare pane o altra specie di provvigione oltre le abitazioni dei Comuni, e chiunque disubbidirà a questo ordine sarà considerato come complice dei briganti ». L’eco di questo bando arrivò anche a Londra, dove il parlamentare lord Alexander Baillie-Cochrane affermò che «un proclama più infame non aveva mai disonorato i giorni peggiori del regno del terrore in Francia». Persino il suo più stretto collaboratore, l’ufficiale Auguste de Rivarol, rimase sconcertato dalle azioni di Fumel, tanto da annotare nelle sue memorie (Nota storica sulla Calabria) i suoi pensieri sulle atrocità volute dal colonnello. Il deputato Giuseppe Ricciardi disse alla Camera il 18 aprile 1863: «Questo colonnello Fumel si vanta d’aver fatto fucilare circa trecento briganti e non briganti». Anche il macellaio garibaldino di Bronte Nino Bixio ebbe a dire: ‘Si è inaugurato nel Mezzogiorno d’Italia un sistema di sangue’, così come molti altri comandanti dell’esercito, presero le distanze dalle decisioni di Fumel. Ma balzò agli onori (e disonori) della cronaca nell’inverno del 1863 a causa della fucilazione di un centinaio di cittadini di Fagnano Castello ritenuti briganti dalle forze armate. Erano tutti briganti? Certamente molti erano poveri contadini inermi, di 27 cittadini fucilati sono stati ritrovati i certificati di morte ed erano alcune personalità della comunità fagnanese che godevano di indubbia onorabilità come l’ex sindaco nonchè notaio e un paio di possidenti terrieri. Ma il temibile e temuto Colonnello Fumel, ebbe anche un’altra funzione, indiretta ma non meno incisiva, con la sua feroce repressione di “briganti” e “fiancheggiatori”, di indubbia crudele efficacia, ha senz’altro contribuito a ingrossare il flusso migratorio che dalle Due Sicilie, strette nella morsa della povertà, dell’occupazione e della paura (denunce, delazioni, azioni di polizia brutali, oltre all’ostilità ed al timore nei riguardi di quell’oggetto misterioso, remoto ma sempre pronto a colpire, il nuovo governo sabaudo) si è riversato nelle Americhe. I metodi brutali del colonnello attirarono lo sdegno dell’opinione pubblica europea e, spinto principalmente dalle proteste del parlamento italiano e britannico, il governo decise di rimuoverlo dall’incarico. Vittorio Emanuele II, altro rozzo macellaio, difese il suo operato e lo decorò con la medaglia d’argento al valor militare. Ma molto più grave fù la gratitudine dei liberali voltagabbana meridionali, che in tre cittadine calabresi gli conferirono la cittadinanza onoraria: Roseto Capo Spulico e Amendolara nel 1862, San Marco Argentano nel 1863. Fumel soggiornò poi a Roma nella speranza di essere eletto senatore a vita dal sovrano sabaudo, ma il diavolo tre anni dopo la strage lo chiamò a sé tra i più validi suoi collaboratori e così morì prima di poter sperare nel ricevere la nomina.
A Fagnano Castello 1863, cento persone furono massacrate nell’arco di una sola giornata. A distanza di oltre 152 anni il 16 agosto 2015 Fagnano ha ricordato le vittime dell’assurda barbarie piemontese con una targa posta in loro onore nella speranza che ciò possa almeno dare loro un poco di sollievo a queste povere anime. Oggi che conosciamo la nostra storia abbiamo l’obbligo morale e identitario di lottare per ricostruire l’appartenenza al nostro territorio, identità che fù strappata, squartata, disonorata nel momento in cui avvenne l’invasione garibaldesca e savojarda.

Nessuna descrizione della foto disponibile.

Il terrore dei contadini il pluridecorato Col. Pietro Fumel eroe nazionale!
Nessuna descrizione della foto disponibile.

Targa a ricordo della strage piemontese del 1863 — presso Fagnano Castello.