I Mille? Quasi tutti del Nord!

La storia ufficiale ha sempre cercato di accreditare l’impresa dei Mille con tanti siciliani ed in generale, con tanti meridionali pronti a fare la rivoluzione per ‘cacciare il Borbone’. Tutte bugie. I siciliani erano appena 31. Ancora più esigua fu la presenza dei meridionali: 25 in tutto, dei quali solo 5 napoletani. Gli unici siciliani che, in Sicilia, daranno una mano a Garibaldi saranno i ‘picciotti’ della mafia. Così nasce l’Italia: con la prima ‘trattativa’ con i mafiosi. Nino Bixio che a Talamone fa il ‘galletto’ con le donne. Lo scrittore garibaldino, Giuseppe Cesare Abba, sottolinea che fra gli accenti dei volontari spicca soprattutto quello lombardo. Per la verità quasi tutti gli altri accenti sono pure settentrionali. Sembra strano, ma è così: tutti partivano alla conquista del Mezzogiorno e della Sicilia, tranne, appunto, i Meridionali ed i Siciliani. Le minime percentuali di questi, che comunque vi aderirono, non dovrebbero fare testo e sono quasi sempre spiegabili in modo specifico. La totalità dei volontari, con pochissime eccezioni, proveniva dal Nord-Italia. E non a caso. Dalla sola città di Bergamo ne provenivano ben 160: da Genova 156, inclusi i Carabinieri; da Milano 72; da Brescia 59; da Pavia 58. «Poi vi erano in buon numero gli esuli della Venezia… “Austriaca”», ci ricorda in una nota il commentatore Luigi Russo. Numerosi, fra loro, i nuovi volontari che erano soldati di carriera in servizio presso l’Esercito Sabaudo. Erano stati convinti a partire con Garibaldi e a spacciarsi per volontari, interrompendo soltanto formalmente il rapporto con l’esercito. Anche questa circostanza conferma che il Governo Sabaudo partecipava attivamente all’operazione. Per l’immagine e l’economia della Spedizione (perché ne garantivano la spontaneità), i volontari erano, nella pubblicistica risorgimentale, classificabili per metà operai e per metà: «studenti, avvocati (!), dottori (!), ingegneri (!), farmacisti (!), capitani di mare, pittori e scultori (sic!), ex-preti (!), benestanti, impiegati, scrittori, professori e giornalisti (sic!)». Questa esibizione di titoli e di professioni ci crea un dubbio: erano i Garibaldini che si spacciavano per tali o era soltanto una esagerazione per fini propagandistici, regolarmente prevista nel copione?Propendiamo per la seconda ipotesi, anche se né Luigi Russo, né altri commentatori la prendono molto in considerazione. Lo stesso Russo ci ricorda la presenza di un «nucleo di stranieri fra i quali quattro ungheresi e fra loro il Türr». Non ci spiega, però, che questo nucleo è solo una piccolissima rappresentanza della massiccia presenza di mercenari ungheresi inviati alla conquista del Sud. Vi sarà, infatti, in campo la
«Legione Ungherese», comandata dal Colonnello Eber. Un’Armata mercenaria che il Governo Inglese aveva già da tempo organizzato in Piemonte, e che poi metterà – con migliaia di uomini – a disposizione di Garibaldi a mo’ di zoccolo duro, di forza d’urto e… di forza di occupazione della Sicilia.

Si tratta di mercenari, di soldati professionisti, ottimamente addestrati (talvolta di eccezionale crudeltà e violenza), che salveranno in diverse occasioni le sorti delle battaglie – simulate o no – le cui vittorie e le cui azioni risolutive vengono attribuite all’Eroe dei Due Mondi ed alle sue camicie rosse. La Legione Ungherese sarebbe stata riutilizzata, dal giovane Regno d’Italia, dal 1861 e, questa volta, con contratto ufficiale a durata pluriennale, allo scopo di contrastare, di reprimere i moti e di massacrare, se necessario, i patrioti e le popolazioni della Napolitania (che si sarebbero ribellati all’occupazione piemontese della loro vera Patria ed alla riduzione in schiavitù, conseguenti alla conquista ed alla successiva annessione).

Lo scarso numero di volontari del Sud delegittima la Spedizione. Vogliamo soffermarci, però, ancora sulla irrisoria presenza di Siciliani (e di Napoletani). È vero che l’Abba, per mettere una pezza, fa capire che i Siciliani hanno tutti incarichi importanti, ma il problema della mancata partecipazione di esponenti delle popolazioni del Sud all’impresa garibaldina appare in tutta la sua evidenza e rimane sul tappeto. Sarà confermata in Sicilia ed in Napoletania prima, durante e dopo l’occupazione anglo-piemontese, sabaudo, mafiosa e camorristica.

Stiracchiando i dati, il Russo ci parla di quarantasei Meridionali. Ci dimostra, quindi, sia pure involontariamente, che dalla parte continentale del Regno delle Due Sicilie sono partiti meno volontari che non dalla sola città di Pavia (58) o dalla sola città di Brescia (59). Analoga considerazione vale per la Sicilia, dalla quale, a seguito delle vicende rivoluzionarie degli anni 1848-49, erano emigrate verso il Regno Sabaudo alcune centinaia di persone compromesse con la dinastia dei Borbone. Questi esuli ebbero accoglienza ottima, prebende, cariche, incarichi, posti di sottogoverno, cattedre universitarie ed onorificenze varie. Pagavano, però, a loro volta, un prezzo altissimo: abbandonavano, cioè, la causa siciliana e la loro fede indipendentista ed abbracciavano, più o meno sinceramente, la causa dell’Unità d’Italia e, per meglio dire, quella di Vittorio Emanuele di Savoia. Il fatto che a Quarto mancassero quasi tutti all’appello, significava che non se la sentivano proprio di compiere altri atti contrari alla loro fede sicilianista ed ai loro convincimenti politici… Oppure, più semplicemente, non volevano fare altri sacrifici e neppure correre altri rischi.

Per concludere le nostre osservazioni, diciamo che la Spedizione dei Mille verso la Sicilia partiva, senza la legittimazione di volontari Siciliani. Le poche eccezioni, registrate ed esaltate al massimo, confermavano la regola. Sarebbero diventati, pertanto, sempre più preziosi i picciotti della mafia e che – machiavellicamente, ma opportunamente dal proprio punto di vista – i Servizi Segreti Britannici avevano da tempo agganciato e che ora si accingevano ad utilizzare pienamente per creare, quantomeno, un consenso chiassoso, oltre che inquietante. E che avrebbe paradossalmente legittimato, agli occhi dell’opinione pubblica internazionale, l’occupazione prima e la riduzione in colonia, interna e non dichiarata, di quella che era stata per diversi secoli una Nazione indipendente e sovrana.

QUANTI ERANO I GARIBALDINI? – Abbiamo ancora il tempo, dato che il viaggio è appena all’inizio, di rispondere a questa domanda. Secondo il Montanelli, il numero preciso delle camicie rosse sarebbe stato di 1088; più una donna, la moglie di Francesco Crispi, Rosalia Montmasson. Secondo Renda, i Garibaldini in questione erano 1087. E precisa: «Dei 1087 Garibaldini sbarcati a Marsala (secondo l’elenco ufficiale pubblicato a suo tempo nella Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia) solo 31 furono Siciliani, ed ancora più esigua fu la presenza dei Meridionali (25 in tutto, dei quali solo 5 Napoletani). Altra circostanza non meno significativa fu che nessuno dei Siciliani e Meridionali arruolati nell’esercito dei Mille apparteneva alla vecchia nobiltà o all’alta borghesia, e solo un ristrettissimo gruppo, che non superava le dita di una mano, aveva funzioni di comando generale. Fra questi, l’unico ad emergere fu l’agrigentino Francesco Crispi, il quale dal principio alla fine rimase in posizione chiave nella direzione politica dell’impresa».
Il numero esatto dei Garibaldini varia, per la verità, da autore ad autore, ma di poco. Nell’insieme dobbiamo trarre la conclusione che il dato ufficiale coincide, o quasi, (una volta tanto) con quello reale. Fatto salvo qualche piccolo arrotondamento in più o in meno e sempre a ridosso del numero di mille. Nome e numero, questi, con i quali gli storici hanno battezzato con eccezionale celerità la Spedizione: i Mille, appunto. La denominazione dei Mille sarebbe rimasta per sempre, ma riferita al primo nucleo, in quanto il numero reale dei Garibaldini sarebbe cresciuto a dismisura, perché altre spedizioni si accingevano a partire dal Continente e perché altri reclutamenti sarebbero stati effettuati da lì a poco.

In Sicilia, in particolare, saranno reclutate diverse migliaia di picciotti agli ordini dell’Onorata Società. Soprattutto dopo che si era capito che Garibaldi era comunque predestinato ad avere la meglio. Su questi Garibaldini, considerato il fatto che nessuna commissione antimafia ha mai indagato, avremo modo di fornire, via via, qualche altra indiscrezione.

PRIMA TAPPA: TALAMONE – La mattina di lunedì 7 maggio 1860, dopo diverse ore di navigazione, i due piroscafi sono in vista di Talamone, il piccolo centro marinaro della Maremma (Toscana), nel quale Garibaldi dovrà fornirsi di armi. Poco prima ai Garibaldini è stato letto un ordine del giorno che li ribattezza «Cacciatori delle Alpi». Una denominazione non nuova, già anticipata e già inflazionata. E, per la verità, tutt’altro che azzeccata per un esercito che deve andare a conquistare la Sicilia, millantando di condividerne i destini e vantando una certa fratellanza. Un nome che, in pratica, evidenzia maggiormente le diversità e gli effetti «scomodi» della distanza geografica fra la Sicilia ed il Piemonte. E non solo… Primo aiutante viene nominato il Colonnello ungherese Stefano Türr; Capo di Stato Maggiore viene nominato il Colonnello Giuseppe Sirtori. In vista di Talamone, Garibaldi si affretta ad indossare la divisa di Generale del Regio Esercito Sardo (cioè Piemontese). Perché tale deve apparire al presidio militare di Talamone. Sui due piroscafi viene issata la bandiera del Regno Sabaudo (tricolore italiano con lo scudo sabaudo al centro, sulla banda bianca). Le navi si fermano a poca distanza dalla costa. Dalla piccola banchina di Talamone, dopo circa mezz’ora, si distacca una lancia con un equipaggio costituito da timoniere, tre rematori e due ufficiali. Si avvicina al Piemonte. Poi, faticosamente, gli ufficiali salgono a bordo. Garibaldi li riceve nella propria cabina. Parla loro affabilmente. Recita la parte del Generale che deve compiere una missione per conto di Sua Maestà il Re Vittorio Emanuele. Una missione segreta, ovviamente, della quale non deve restare niente di scritto. I due ufficiali toscani recitano, a loro volta, la parte di coloro che, per carità di patria, credono facilmente alla parola di un superiore. Per giunta ufficiale e gentiluomo (quale il Nizzardo certamente non è). La fama di Garibaldi, peraltro, è vastissima. È stata alimentata in ogni modo. Garibaldi è già l’Eroe per antonomasia. Tutti lo mitizzano e, nello stesso tempo, ne conoscono i movimenti ed i piani. Anche a Talamone. Nessun sospetto, ma solo certezze, dunque. Si capisce fin troppo bene che Garibaldi snocciola una serie di bugie. Del resto le armi, i viveri e le munizioni non sono lì proprio per lui? Perché perdere altro tempo? A Talamone gli sarà dato, pertanto, tutto quello che è disponibile. Assicurano, premurosi, i due ufficiali. Uno dei quali, il più anziano, si chiama De Labar. Il grosso delle forniture, però, è custodito presso i magazzini di Orbetello, dove comanda il Colonnello Giorgini. Questi sicuramente non mancherà di mettersi, a sua volta, a disposizione. Orbetello dista da Talamone circa quindici chilometri. A Stefano Türr viene dato l’incarico di andare con dei carri a ritirare tutto ciò che serve. Garibaldi gli affida a tale scopo una lettera per il Colonnello Giorgini. Evidentemente si è già dimenticato di avere affermato che non bisogna lasciare traccia. Ma si sa: si recita a soggetto. I primi attori possono inserire le battute che credono più adatte.  Per dare un’idea del clima umano e politico nel quale si svolgono questi eventi, riportiamo un piccolissimo passaggio della cronaca elaborata con disinvoltura da Giancarlo Fusco, dopo più di un secolo. Il Fusco è credibile, soprattutto quando si avvale, riprendendone fedelmente il testo, delle memorie del tenente Giuseppe Bandi. Questi è persona di fiducia di Garibaldi ed è un prezioso testimone oculare, dal quale anche noi attingeremo molte notizie di prima mano.

«Guidati dal tenente De Labar, Garibaldi e i suoi ufficiali, ai quali si è aggiunto Bixio, salgono verso il castello, dove l’anziano ufficiale di artiglieria abita con la moglie molto più giovane. La signora, avvisata da un ragazzetto ch’è corso avanti, ha indossato il suo vestito migliore. Di seta viola, con un mazzetto di fiori finti ficcati nel fisciù, a nascondere, in piccola parte, la scollatura molto ampia e profonda”. È una donna sui trenta, non proprio bella, ma molto piacente. Anni dopo, in un volumetto di ricordi, Bandi la descriveva così: «[…] Per quanto l’abito che indossava fosse assai ricco, saltano subito all’occhio le sue rigogliose rotondità. Aveva pupille scure e vivacissime. La freschezza delle sue labbra e il candore dei suoi denti mettevano in risalto la sua giovinezza, a petto della quale, per contrasto, il povero marito appariva addirittura decrepito. Il Generale le fece i suoi complimenti, mentre Bixio, secondo il suo solito, cercò subito d’arrembarla, torcendosi il baffo. Senza perdersi in convenevoli, le chiede subito se potesse accompagnarlo a visitare la cima della torre, con l’evidente speranza di trovarsi seco lei a tu per tu e allungar le mani… Ma il Generale, avvedutosi di quelle manovre, dopo una degustazione di ottimo ratafià, pose fine alla visita». Ma non finisce qui. Arrivato mezzogiorno la generosa signora De Labar, nonostante fosse in agitazione per le occhiate audaci del Bixio, invita gli ospiti a restare a colazione. Ci riferisce ancora il bravo narratore: «Ma Garibaldi, con gentile fermezza, declina l’invito. Accetta, invece, che l’attempato marito lo accompagni, assieme agli altri, a mangiare un boccone alla buona, dall’Annina. La vedovella di un marinaio che tiene osteria nel Borgo Vecchio di Talamone. […] Mangiammo riso in brodo, manzo bollito con contorno di saporitissimi fagioli bianchi e, alla fine, una frittata di cipolle da ricordare – ci racconta il Bandi -. Ma, essendo l’ostessa, certa Anna Mazzocchi, poco più in là della trentina, belloccia e pronta alla battuta, il solito Bixio attaccò subito a mangiarla con gli occhi, a sussurrarle parole conturbevoli e a farle la mano morta ogni volta che le passasse a tiro. Così che, a un certo punto, pizzicata con la forza nel posteriore, la donna non poté trattenere un grido e si rifugiò in cucina, tuttavia avvampata in volto e con gli occhi umidi. Al che, il Generale, assai contrariato, richiamò all’ordine Bixio, rammentandogli che non s’era partiti da Quarto per un viaggio di piacere e per dare la caccia alle femmine, ma per un motivo ben più nobile e serio». Il Colonnello Giorgini, intanto, arriva a Talamone per conferire personalmente con Garibaldi. È molto rispettoso dell’Eroe e durante il colloquio rimane sempre sull’attenti. Dichiara, tuttavia, di volere alcune assicurazioni. Vorrebbe, cioè, garanzie che le armi che gli saranno consegnate non verranno utilizzate, ad esempio, per sferrare un attacco al confinante Stato della Chiesa. Deve fargli capire che, in quanto ufficiale anch’egli di S.M. Vittorio Emanuele, non può avere incidenti, né complicazioni, con la diplomazia straniera. Garibaldi lo rassicura. La verità è però alquanto diversa, perché è già stata programmata, per poi essere smentita in alto loco, un’azione di penetrazione verso lo Stato di Pio IX. Si tratta di poca cosa, per la verità, decisa in parte nella speranza che le popolazioni si ribellino, in parte per depistare l’opinione pubblica ed eventuali spie Duo-siciliane sugli effettivi scopi di quella Spedizione. Ed in parte per fare bella figura con gli Inglesi, ai quali lo Stato Pontificio appare come il più pericoloso degli avversari della politica espansionistica dell’Impero di S.M. Britannica. Ed infine perché uno sgarbo in più, verso quell’antipatico del Papa, non guasterà certamente. di Giuseppe Sciano

La casa di Talamone dove dormì Garibaldi
Giuseppe Cesare Abba

Una sera nel porto di Genova…

La sera del 5 maggio 1860 dal porto di Genova fu allontanata la polizia portuale e furono allontanati anche curiosi e «perditempo». C’era nell’aria qualcosa di grosso che tutti ben conoscevano, ma della quale era assolutamente vietato fare cenno. Due piroscafi, il Lombardo ed il Piemonte, si dondolavano tranquillamente nella rada.
Avevano da poco cambiato proprietario. Il loro acquisto era stato trattato ed operato riservatamente da emissari del Governo Piemontese con il sig. Fauchet, amministratore della Società Armatrice Rubattino. Quei due piroscafi servivano, infatti, per trasportare in Sicilia Garibaldi ed un migliaio di uomini. Si trattava del primo nucleo di quell’Armata che avrebbe conquistato la Sicilia.
Agli occhi del corpo diplomatico, dell’opinione pubblica e di non pochi cronisti e dei futuri storici, il Lombardo ed il Piemonte, tuttavia, dovevano apparire catturati, nel corso di una imprevista ed audace azione piratesca, dai Garibaldini. Il finto colpo di mano verrà affidato a Nino Bixio e collaborato dal Capitano Castiglia (uno dei pochissimi Siciliani che partecipavano alla Spedizione garibaldina).
I due eroi, con un manipolo di volontari, penetrarono, quindi, nel porto, avanzando nell’oscurità. Successivamente, utilizzando una tartana, provvidenzialmente trovata ormeggiata nella banchina antistante a quel tratto di mare, si avvicinarono ai bastimenti.
A bordo del Piemonte e del Lombardo, in quel momento, si trovavano, al completo, i rispettivi equipaggi, che, però, guarda caso, stavano dormendo fin troppo sodo…
Il tutto con assoluta fedeltà al copione. Ovviamente.

LA ‘CATTURA’ DEI PIROSCAFI PIEMONTE E LOMBARDO – I volontari si arrampicarono sui due vapori (non casualmente privi di sentinelle) e, armati di revolver, finsero di svegliare dal loro sonno i marinai, compresi gli uomini che avrebbero dovuto fare la guardia. Quindi costrinsero «i fuochisti ad accendere le caldaie, i marinai a salpare l’ancora, i macchinisti a prepararsi al loro mestiere», «tutti a sgomberare, a pulire il bastimento, ad allestirlo in fretta per la partenza. E così avrebbero fatto col massimo ordine e silenzio e non senza molti sorrisi d’ironia per quella farsa con cui l’epopea esordiva». Aggiungiamo che Bixio, subito dopo, avrebbe fatto un discorsetto ai marinai, i quali, peraltro, avevano provveduto per tempo a salutare le rispettive famiglie, lasciando un gruzzoletto di soldi, maggiore di quello che di solito lasciavano per le frequenti lunghe assenze che la vita di marittimo comportava.
Quando si dice le coincidenze! In sostanza, il braccio destro avrebbe detto agli stessi marinai che potevano scegliere fra tornare a casa o arruolarsi con Garibaldi per conquistare (anzi: per liberare) il Regno delle Due Sicilie e per fare l’Unità d’Italia. I marinai, entusiasti, avrebbero detto di scegliere, seduta stante, la seconda opzione. Non a caso si erano portati anche la biancheria di ricambio.
Quarto, nella notte fra il 5 e il 6 maggio 1860, si parte!…
Le operazioni di messa in moto dei due piroscafi sarebbero state lente, complicate, confuse. E avrebbero richiesto diverse ore. Garibaldi, nella vicinissima borgata di Quarto, attende nervoso e preoccupato. Comincia già a sospettare che Bixio abbia fatto fiasco, nonostante tutto fosse stato preparato, per filo e per segno. Nei minimi dettagli, insomma.
Tuttavia, c’è da dire che anche la presenza a Quarto di Garibaldi, alloggiato a Villa Spinola, e la concentrazione di quegli oltre Mille volontari, con non pochi accompagnatori, erano ufficialmente un segreto. Così come era un segreto il fatto che gli alberghi di Genova e dintorni erano zeppi di clienti e che non tutti vi avevano trovato alloggio. Molti bivaccavano nei dintorni. Erano quei segreti all’italiana che avrebbero tanto affascinato i lettori dei giornali Inglesi in tutto il mondo. E avrebbero in seguito dato modo all’agiografia risorgimentale di avvalorare la tesi della spontaneità dell’iniziativa.
Finalmente, al largo dello «scoglio di Quarto», comparvero, sbuffando, i due piroscafi che si fermarono, però, prudentemente a debita distanza dalla riva. Non vi saranno problemi, perché, fortunatamente, sono già belle e pronte tante barche di ogni tipo per portare i Mille a bordo dei due colossi del mare. A questo punto entra in scena Garibaldi.
Ecco cosa scrive in proposito l’Abba:
«… Dinanzi, sullo stradale che ha il mare lì sotto, v’era gran gente e un bisbiglio e un caldo che infocava il sangue. La folla oscillava: “Eccolo! No, non ancora!”. E invece di Garibaldi usciva dal cancello qualcuno che scendeva verso il mare, o spariva per la via che mena a Genova. Verso le dieci la folla fece largo più agitata, tacquero tutti, era Lui!». “Le numerose barche, poterono, così, avere l’ordine di procedere al traghettamento dei volontari sui piroscafi. Anche questa operazione durerà diverse ore. Ma non c’è fretta. Nessuno insegue i Garibaldini o minaccia di interromperne le manovre maldestre. Una sola condizione: la consegna del silenzio. Nessuno deve sapere niente… (quantomeno ufficialmente).
La prima sosta è prevista a Talamone, in Toscana. Ed in tale direzione i due piroscafi procedono tranquillamente. Appena si sono allontanati abbastanza dalle acque di Quarto, il Piemonte ed il Lombardo vengono seguiti con discrezione da alcune navi da guerra Piemontesi, agli ordini dell’Ammiraglio Persano. Ufficialmente le navi da guerra Piemontesi dovrebbero inseguire e catturare quei pirati, che hanno avuto l’ardire di rubare le due navi. Ma i veri ordini in merito li ha dati riservatamente e per iscritto il Capo del Governo, Camillo Benso conte di Cavour, allo stesso Persano e sono fin troppo chiari, anche per il politichese dell’epoca:
«Vegga di navigare – gli scrive – tra Garibaldi e gli incrociatori napolitani. Spero m’abbia capito».
In sostanza, la flotta piemontese non dovrà assolutamente raggiungere né bloccare la spedizione garibaldina. La dovrà soltanto proteggere da eventuali attacchi della Marina da Guerra Duosiciliana. L’Ammiraglio Persano non è certamente un’aquila, ma sa comprendere fin troppo bene ciò che Inglesi e Governo Piemontese gli ordinano di fare, di volta in volta. Prescindendo dall’affidabilità del Cavour e del Persano, gli Inglesi, a loro volta, avevano adottato già qualche precauzione. A debita distanza della flotta piemontese, infatti, vi erano alcune navi da guerra britanniche che avevano preso sotto protezione i nostri eroi e le navi Piemontesi. E li scorteranno fino alle acque territoriali siciliane. Qui avrebbero trovato altre navi britanniche. Insomma: le precauzioni del Governo di Londra non sono mai troppe. E saranno sempre utili, se non necessarie.
Il giorno 7 maggio 1860, l’Abba ci descrive, con i soliti intenti agiografici, il momento della lettura dell’ordine del giorno:
«La missione di questo corpo sarà, come fu, basata sull’abnegazione, la più completa davanti alla rigenerazione della patria. I prodi Cacciatori servirono e serviranno il loro paese colla devozione e disciplina dei migliori corpi militanti, senza altra speranza, senz’altra pretesa che quella della loro incontaminata coscienza. Non gradi, non onori, non ricompensa, allettarono questi bravi; essi si rannicchiarono nella modestia della vita privata, allorché scomparve il pericolo; ma suonando l’ora della pugna, l’Italia li rivede ancora in prima fila ilari, volenterosi e pronti a versare il loro sangue per essa. Il grido di guerra dei Cacciatori delle Alpi è lo stesso che rimbombò sulle sponde del Ticino or sono dodici mesi: “Italia e Vittorio Emanuele!”, e questo grido ovunque pronunziato da noi incuterà spavento ai nemici dell’Italia».
Un particolare poco evidenziato: i Garibaldini sono a tutti gli effetti incorporati nell’Esercito Sabaudo, nel Corpo dei «Cacciatori delle Alpi».
Ed è questa una situazione a dir poco scandalosa.
Dai punti di vista morale, politico, giuridico e costituzionale resta il fatto che il proclama, che tanto fa commuovere l’Abba, altro non era che un’altra dimostrazione di come, fin dall’inizio, si fosse progettato di imporre alla Sicilia l’annessione al Regno di Vittorio Emanuele II. A prescindere dalla volontà dei Siciliani ed a prescindere dal plebiscito che, falso e spudorato, si sarebbe svolto soltanto il 21 ottobre di quell’anno.
Alcuni repubblicani intransigenti, indignati (pochissimi, per la verità), avrebbero successivamente tagliato la corda e se ne sarebbero andati. Altri, ben sistemati nella macchina unitaria, sarebbero rimasti.
Per Garibaldi il problema non esisteva. Fra l’altro il Nizzardo era legato, oltre che dalle tante affinità culturali e morali, anche da sincero affetto a Vittorio Emanuele II. Con questi aveva addirittura un filo diretto di costante intesa e di reciproca complicità. Senza però escludere qualche rivalità per il ruolo di prima donna del Risorgimento. Rivalità che però non riusciva a scalfire l’amicizia né i vincoli di consorteria… se non per brevi periodi.

ANCHE I REPUBBLICANI SUL LIBRO PAGA DEI BRITANNICI – Luigi Russo così scrive: «Il proclama fondeva in una sola unità i Mille ed i Volontari della campagna alpina dell’estate precedente; ma non tutti furono contenti delle parole del Generale. Il motto “Italia e Vittorio Emanuele!” garbò poco ai mazziniani, i quali avevano sperato che in Garibaldi, una volta in mare e con la camicia rossa, risorgesse la fede e l’istinto repubblicano.» […]
E lo stesso Abba, giudicando quell’episodio a distanza di anni, così lo racconta con la sua consueta benigna equanimità:
«Molti non si sapevano liberare da certo scontento che aveva lasciato loro il motto monarchico; ma la disciplina volontaria era forte. Difatti si staccarono poi dalla spedizione e se ne tornarono di là, alle loro case, soltanto sei o sette giovani cari. Seguivano il sardo Bruno Onnis che del motto “Italia e Vittorio Emanuele!” era rimasto quasi offeso. Repubblicano inflessibile, si era imbarcato a Genova sperando forse che Garibaldi, una volta in mare, si ricordasse d’essere anche egli repubblicano; ma deluso, ora se ne andava e se ne andavano con lui quei pochi, però senza che fosse fatto a loro nessun rinfaccio. Rinunciavano per la loro idea ad una delle più grandi soddisfazioni che cuor di allora potesse avere, e il sacrificio meritava rispetto».
Quello che i memorialisti omettono, talvolta, di puntualizzare è che non pochi repubblicani, taluni diventati poi Padri della Patria, erano (pure loro!), nel libro paga del Governo Britannico già da tempo. Non si possono più dissociare, quindi, dal grande progetto unitario, proprio nel momento in cui questo sta per essere realizzato.
E sono costretti a fare buon viso a cattiva sorte…

“e nel maggio del 1860 LA SICILIA DIVENTO’ COLONIA” 

Titolo del libro di Giuseppe Scianò, figura storica dell’Indipendentismo siciliano, che sintetizza in modo efficace la storia di un volgare imbroglio, contrabbandato come grande impresa epica. In realtà, nell’impresa non di Garibaldi, ma degli inglesi che lo foraggiavano e gli impartivano ordini, non c’è proprio nulla di eroico. ‘L’impresa dei Mille’ fu, in verità, un’operazione di immane corruzione morale ed economica. Senza la corruzione operata dagli inglesi e dai piemontesi e, soprattutto, senza il tradimento di generali, ammiragli e alti ufficiali del Regno delle Due Sicilie Garibaldi e i suoi ‘Mille’ non avrebbero nemmeno messo piede in Sicilia.

Nel 1860, fra gli avvenimenti che caratterizzano la politica e gli equilibri internazionali, emerge su tutti la rapida e precipitosa attuazione del caparbio e lungimirante progetto inglese di completare, pressoché totalmente, la unificazione (anzi l’unità) d’Italia. Nel periodo che va dal 1849 agli inizi del 1860 sono infatti non pochi gli stati e gli staterelli preunitari che, volenti o nolenti, con l’aiuto sottobanco della Gran Bretagna, in un modo o nell’altro, direttamente e/o indirettamente, sono finiti sotto lo scettro di Vittorio Emanuele II di Savoia, Re di Sardegna (leggi: Piemonte).

L’Inghilterra è decisamente contraria ad ogni ipotesi di indipendenza della Sicilia. Eventualità, questa, che era stata già messa in forse durante la rivoluzione indipendentista del 1848. Ma che, da qualche anno, è irrimediabilmente incompatibile con la determinazione di inglobare tutte le realtà geo-politiche preunitarie nel costruendo Stato Italiano monoblocco. Anche l’intero Regno delle Due Sicilie, che ancora era uno Stato libero ed indipendente.

Paradossalmente avviene che la sola ipotesi di un eventuale Stato Siciliano sovrano – proprio per la posizione strategica della Sicilia nel Mediterraneo – venga vista con diffidenza dal Governo di Londra. Ciò nonostante la tradizionale amicizia ed i trascorsi sostanzialmente filo-inglesi di gran parte di Indipendentisti Siciliani ancora presenti sulla scena politica.

La Sicilia, insomma, viene considerata dal Gabinetto di Londra come un fattore di instabilità e di pericolo proprio per la pax britannica. Vale a dire proprio per quel progetto più grande di nuovo ordine che la stessa Inghilterra, maggiore potenza del mondo in quel momento, vuole instaura- re nel Mediterraneo ed in Europa.

La conquista della Sicilia diventa, pertanto, il primo obiettivo da raggiungere, senza darle alcuna via di scampo. Ovviamente facendola inglobare nello Stato sardo-piemontese saldamente in mano a Vittorio Emanuele II. Il tutto con l’inganno, con la violenza e… soprattutto manu militari. Ed a prescindere dalla volontà e dalle aspirazioni del Popolo Siciliano.

Il premier inglese Lord Palmerston, leader dei Whigs, forte di un fresco successo elettorale è, infatti, da sempre sostenitore dell’utilità di quel grande Stato Italiano, da costruire, facendolo estendere, come abbiamo già detto, dalle Alpi al centro del Mediterraneo. E che diventi forte e credibile fagocitando due realtà statuali importantissime: lo Stato Pontificio ed il Regno delle Due Sicilie. Da aggiungere alle altre realtà geopolitiche del Centro e del Nord-Italia, già fagocitate e che ci permettiamo di definire minori (rispettosamente), soprattutto in rapporto all’incidenza sulla grande strategia imperialista della Gran Bretagna.

Il Governo Inglese ha un suo ben definito programma che vuole attuare al più presto. Teme, infatti, che quel facilista di Napoleone III, Imperatore dei Francesi, si accorga prima o poi del ginepraio nel quale si è cacciato. E teme altresì che l’Impero Austro-Ungarico e la Russia decidano a loro volta di raggiungere una intesa per attivare qualche contromossa.

Occorre, dunque, far presto e dare a tutta l’operazione una parvenza di legittimità rivoluzionaria interna al Regno delle Due Sicilie, per ingannare meglio l’opinione pubblica internazionale. Occorrerà ovviamente fornire alle varie diplomazie, che non volessero né vedere né capire, una buona giustificazione per continuare, appunto, a non vedere e a non capire.

La rappresentazione della tragicommedia dell’Unità d’Italia, a queste condizioni, può andare in scena.

Gli attori in Italia non mancano ed i ragazzi del coro neppure, alcuni di rango altissimo. Il copione lo ha in tasca da tempo lo stesso Lord Palmerston. Non è affatto segreto, soprattutto a Londra. Ed è condiviso dalla maggior parte degli uomini politici britannici e dalla stessa Regina Vittoria.
Occorre, però, aggiornare i programmi ed organizzare e dare attuazione ad una nuova e definitiva rivoluzione anti-borbonica e filo-italiana in Sicilia. La miccia della millantata rivoluzione la dovranno accendere quei Mille volontari forti e puri, che da Genova andranno a dare soccorso ai ribelli Siciliani e che proseguiranno, subito dopo, verso il «Continente» per dare soccorso ai ribelli Napoletani…

La prima parte del copione prevede, come sappiamo, che la Spedizione dei volontari, con alla testa Garibaldi, parta dalla Liguria alla volta della Sicilia. Lo scopo dichiarato: dare sostegno alla immaginata ed immaginaria grandissima rivoluzione in pieno svolgimento in tutta la Sicilia. E della quale la stampa internazionale è stata informata. E continuerà ad essere informata e coinvolta, con grande abilità (le attuali fake news governative ndr).

Ovviamente il tutto dovrà avvenire senza compromettere ufficialmente il Governo Piemontese (che pure vi collaborerà a tempo pieno ed attivamente). Si dovranno, prima di ogni altra cosa, procurare o, per meglio dire, catturare (fingendo di sottrarli furtivamente), i due grossi piroscafi ‘Lombardo’ e ‘Piemonte’, di proprietà della Società di Navigazione Rubattino di Genova, e portarli al punto di partenza della Spedizione che sarà la borgata marinara genovese di Quarto. I Garibaldini dovranno fare una sosta a Talamone, dove, con un finto colpo di mano, preleveranno le armi. Queste sceneggiate, pur se di qualità scadente, saranno utili a convincere l’opinione pubblica internazionale della spontaneità dell’iniziativa di Garibaldi (che comunque sarà rifornito di ottime armi, successivamente, in Sicilia). Da Talamone, inoltre, staccandosi dal grosso, una piccola colonna di Garibaldini fingerà addirittura di operare un’aggressione allo Stato Pontificio. Ciò per continuare ad ingannare l’opinione pubblica internazionale sulle reali finalità della Spedizione dei Mille. Ed infine le navi degli eroi potranno puntare le loro prue alla volta della Sicilia, dove tutto è già predisposto per la sorpresa. Non si andrà, tuttavia, a casaccio. La méta prescelta è proprio Marsala, la cittadina dove maggiore è la presenza di cittadini Inglesi, di ogni tipo. È notevole, in particolare, la presenza di grossi imprenditori, che hanno investito capitali ed energie nel prestigioso vino liquoroso denominato, appunto, ‘Marsala’. E che possono vantare, in città, ed in tutta la Sicilia, una certa leadership commerciale e finanziaria. Nel porto di Marsala è peraltro un via vai continuo di navi commerciali britanniche, intensificatosi in modo sospetto negli ultimi tempi. Per non fare correre alcun rischio ai prodi Garibaldini, è stato previsto che alcune navi da guerra della flotta militare piemontese li seguano senza perderli mai di vista. Lo scopo dichiarato sarà quello di inseguire i pirati che avranno intanto rubato i due piroscafi. Ovviamente la scorta dovrà mantenersi a debita distanza in maniera tale da non raggiungerli, ma, nel contempo, di essere nella condizione di intervenire, in loro difesa, nel caso in cui qualche nave della marina militare del Regno delle Due Sicilie intercettasse e cercasse di fermare la Spedizione. Tutto previsto, compreso il supporto dell’esercito mercenario Ungherese, che sbarcherà in Sicilia dopo qualche settimana. Si reciterà sul mare, insomma. Ed anche sulla terra. In Sicilia e nel Napoletano, intanto, la massoneria, la mafia (1) e le benemerite Fratellanze di tradizione carbonara, nonché ’ndrangheta e camorra, e tante autorità ed alti gradi dell’esercito e dell’Amministrazione Statale Borbonica, sono stati mobilitati dai servizi segreti di Sua Maestà britannica per rendere tutto più facile all’Eroe dei Due Mondi.

Il copione prevede che la caduta del Regno delle Due Sicilie e la successiva annessione al Regno Sabaudo siano presentati come fatti rivoluzionari, interni allo stesso Regno delle Due Sicilie. Una copertura sottile, ma da non sottovalutare. Per portare a buon fine la conquista, nella realtà gli Inglesi hanno previsto e predisposto l’ingaggio e l’utilizzazione di truppe mercenarie straniere. La più potente delle quali è la Legione Ungherese. I mercenari (foreign fighters) saranno numerosi e, ovviamente, posti al servizio di Garibaldi, con laute ricompense e con ampie possibilità di saccheggio. Figureranno, però, come volontari e come generosi benefattori improvvisamente folgorati, anch’essi, dall’ideale di fare l’Unità d’Italia con a capo, come Re, quel galantuomo di Vittorio Emanuele II di Savoia. Insomma: tutti Italiani per l’occasione e tutti in aiuto… della Sicilia e della «sua» rivoluzione immaginaria. Con l’impegno – ovviamente – di liberare anche la Napolitania. La parte continentale, cioè, del Regno delle Due Sicilie, Napoli compresa.

(1) La mafia, prima del 1848 ed anche prima del 1860, era pressoché inesistente e viveva ai margini estremi della società siciliana. La parola mafia (o meglio maffia, come si è detto e scritto fino alla metà del secolo XX), come termine che indicasse una vera organizzazione illegale, non esisteva ancora nei documenti ufficiali, né nel linguaggio letterario. Il suo ruolo e la sua potenza sarebbero cresciuti enormemente nell’ambito del progetto inglese di fare l’Unità d’Italia. I picciotti di mafia, le loro squadre (al servizio di nobili senza scrupoli, di agrari e di notabili, che avevano paura delle riforme che il Governo indipendentista del 1848 aveva fatto intravedere), fanno da supporto alla politica unitaria ed in particolare all’impresa garibaldina del 1860. Questi reazionari temevano, altresì, le riforme che il Regno delle Due Sicilie avrebbe varato con il ritorno alla normalità. Da qui la scelta di accettare le offerte ed i compromessi che il  mondo degli unitari offriva. Già dal 1849 sembra che i picciotti delle squadre fossero regolar- mente stipendiati. Ma nel 1860 avviene il salto di qualità dei voltagabbana e del fenomeno mafioso: la mafia entrerà nelle strutture e nel sistema del nuovo Stato unitario, il quale ne avrà estremo bisogno per ridurre più facilmente la Sicilia a colonia di sfruttamento. Il ruolo della mafia, che appesta la vita pubblica e l’economia in Sicilia, è soprattutto quello di contrastare il nazionalismo
Siciliano, prima e dopo il 1860. La mafia sarà strumento della conquista della Sicilia e collaborerà con i partiti dominanti per perpetuare l’asservimento della Sicilia agli interessi del Centro-Nord Italia. Non agirà mai con il popolo Siciliano e per il popolo Siciliano, ma per se stessa.
Anche contro il popolo Siciliano ed i suoi interessi vitali, i suoi valori, il suo diritto alla libertà.

MAI PACE POSSANO TROVARE…

L’unità fatta con massacri, stupri, furti e degli incendi patiti dalla povera gente di quelle strapovere terre sannite che la gloriosa massacratrice Italia-una ebbe il cinismo fottuto di ribattezzare terre di briganti. E quel maledetto ferragosto nel quale i bersaglieri scrissero la pagina più sporca della loro sporca storia risorgimentale. I nordisti affogavano nei debiti. Erano degli squattrinati, e l’Austria gli aveva bell’è spedito l’intimazione di sfratto. E allora i nostri rinnegati gli fecero immaginare, da lontano, come fosse fatto l’oro: gli fecero capire che venendo quaggiù essi avrebbero risolto ogni loro problema (ma figuriamoci se la gang cavouriana non se ne fosse già resa conto…). Essi calarono giù da noi, e noi, fratellini belli, trasite e accomodateve, state servite!, ce li dovemmo accollare, co la mazza o co la carrozza, metterceli in casa, a spese nostre…

E in quel nostro oro gli facemmo bagnare prima un piedino, poi tutti e due, finché in quel nostro oro li facemmo nuotare… Ma – che grandi eroi ! – i fratellini ci sgozzarono come pecore e si fottettero l’oro e quant’ altro di prezioso avevamo. E si fottettero anche le nostre donne, e qui, a Pontelandolfo, afferrarono una ragazzina e (forse perché ce l’avevano troppo duro anche allora e pareva brutto mettere a sì cruda prova una povera verginella, NdA) furono tanto premurosi che la sverginarono con le baionette: la sventrarono.

Li facemmo uomini, quei criminali che ci ritroviamo eroi nei libri di storia. Li facemmo uomini grazie ai danari a palate che ci facemmo rubare dai banchi pubblici e privati. Oh, graziosi angioletti, soldatini cari: che i loro discendenti possano trovare morti lente, infinite ed atroci!… Li accogliemmo a braccia aperte, li sfamammo, li ingrassammo…

Saccheggiarono e dettero alle fiamme palazzi reali e patrizi, ville, stalle, masserie, pagliai,… Ah, quei bastardi! Quali averi, quali sostanze, quali danari, quali oggetti cari e preziosi non ci sottrassero con l’ inganno e con la violenza!… E poi? Eravamo ridotti all’osso, ché pure il pane niro e e ttuosto che c’era rimasto e pure le ultime patate e le ultime cipolle, che avevamo tolto dalle bocche dei nostri figli, avevamo dato a loro o ci eravamo fatti rubare per quieto vivere: vennero in campagna, noi buttavamo il sangue sui solchi, ci misero in fila e, unò-dué, ci ingiunsero di uscire dalla terra, ché il padrone era cambiato, i contratti erano scaduti, bastonarono a morte chi si rifiutò di obbedire, andarono via solo quando fin l’ultimo cafone fu sparito, raggiunsero il paese, sfondarono le porte delle chiese, rubarono cristi, madonne, santi, ostensori, pissidi, sacramenti d’oro e d’argento e se li andarono a vendere… A chi? Ai camorristi, amici e complici loro. Tentammo di opporci? Di reagire? Come no… Non lo avessimo mai fatto!

Quei prodi italiani (che erano soldati, bersaglieri, garibaldesi, carabinieri…) ci chiusero nei covili, nei tuguri, nelle baracche, sbarrarono le porte e ci dettero fuoco ! E mentre noi morivamo fra quei roghi orrendi, quegli eroici figli di puttana (mai pace possano trovare i figli dei figli dei figli per settantasette generazioni!) spronavano i cavalli e, urlando Briganti ! Briganti! (e va sapendo i briganti eravamo noi!…), giravano e rigiravano attorno alle fiamme, bevevano, sputavano, sgruttavano, sghignazzavano in preda a una furia, a una foia animalesca che era arraggimma, era fregola di gatte in calore, urlavano cose incomprensibili, scaricavano le loro rivoltelle e i loro fucili verso le stelle: le quali, duttó’, come diceva quello, restavano a guardare… I superstiti? Zitti! Se tenevano la posta. E sse l’avevano da tènere…

Nfaccia all’Italia-una, chi cumannava tribule e catene aveva da essere sultanto ubberito. Vulimmo parlà e parlammo… Che cacchio poteva rappresentare la nostra morte di fronte ad un’Italia-una che noi vittime e loro assassini stavamo realizzando con tanto patriottico amore reciproco? I morsi delle fiamme nelle nostre carni dovevano sembrarci carezze al pensiero che dalle Alpi alla Sicilia saremmo stati uniti, e che nostro re sarebbe stato quel re galantuomo, quel del Savoia ca pozza àrdere, assiemme co li suoie, dint’a lo peggio furno de lo nfierno… Zitte le supèrstete, felice e cuntiente… Si tenevano la posta. Ih che mmonnezza!…

Poca storia locale? E tragica sol’ perché esagerata nel racconto dei figli di coloro che se la videro scrivere addosso, sulla propria pelle, non già rimettendoci calamariere d’inchiostro, ma fiumi di sangue… In quante comunità del conquistato Sud non si verificarono, in quel tempo maledetto, episodi di tanta efferatezza? In quali terre dell’ex Reame i vincitori lasciarono in pace i cafoni, non li massacrarono chiamandoli briganti!, o non gli gettarono addosso i terribili cani di presa amici loro, i camorristi o briganti veri, allo scopo di tutelare gli sporchi interessi dei latifondisti che avevano finanziato la spedizione di Garibaldi ottenendo in cambio che i piemontesi chiudessero gli occhi sulle usurpazioni delle terre demaniali e sulle espropriazioni abusive degli usi civici? I fatti eroici degli eroi dell’eroico risorgimento erano stati più o meno quelli. In tutto il Sud liberato e redento. Ma come due poveri vecchi conoscevano, la verità, e i grandi autori dei grandi libri di storia no?…

E cchisto è ’o fatto!… Basta sfogliare un qualsiasi testo di storia d’Italia per rendersi conto dell’indecente faziosità con la quale gli infranciosati conquistatori e i loro degni accoliti (i nostri bravi traditori fra quelli…) montarono i fasti del cosiddetto risorgimento e affrontarono il tema, ad esso pertinente, dell’altrettanto cosiddetto brigantaggio post-unitario nelle provincie meridionali. E non è necessario andarlo a pescare, questo qualsiasi testo (da aprire e leggere per vomitare…), fra i cimeli delle premiate Fiere delle Falsità allestite dal Sessanta in poi, mentre quei funesti eventi si compivano.

Sorelle carnali di quelle messe in piedi dopo il Novantanove e il Quarantotto, esse dànno ancora i numeri a qualsiasi ora del giorno e della notte, e non chiudono, e non sbaraccano mai… A finanziarle e a proteggerle pensa babbuccio loro, lo Stato unitario che quei numeri deve far uscire su tutte le ruote e, neppure due volte la settimana, ogni giorno: sennò perde la faccia! E certamente è questo l’aspetto più vergognoso della cosiddetta storia del cosiddetto risorgimento.

La Storia di tutti i Paesi del mondo rivede se stessa ogni volta che si trovi di fronte a nuove scoperte documentali: procede alle opportune revisioni senza far drammi, si aggiorna. La storia d’Italia (che è consapevole delle proprie falsità) resta inchiodata alle spudoratezze vigliacche ponzate dai panegiristi della Solenne Impostura Risorgimentale: continua, con cinica premeditazione (mentendo sapendo di mentire), a spacciare Falsità su Falsità. I buoni? Sempre loro: i vincitori. E i cattivi? Sempre noi: i vinti…

Angelo Manna

Storico meridionalista, giornalista professionista, uomo politico, musicista, poeta e letterato. Nato ad Acerra (Na) l’8 giugno 1935 e deceduto a Pozzuoli (Na) l’11 giugno 2001.
Meridionalista “estremo” ha condotto per diversi anni sull’emittente televisiva locale Canale 21 il programma televisivo “Il Tormentone”. Candidato indipendente nelle liste del MSI-DN, nel 1983 è stato eletto deputato fino al 1987, e subentrando nel 1988 nella successiva tornata elettorale. Restò deputato fino al 1992. È stato autore di scritti di storia e di letteratura di stampo meridionalistico, con particolare riferimento alla realtà napoletana. Ha vissuto la sua vita coerentemente col suo modo di pensare, raccogliendo le continue sfide senza tirarsi indietro, pagando in prima persona, senza mai calar la testa, con coraggio e dignità. 

MAGGIORE CARLO CORSI

Nato a Napoli, il 24 maggio 1830, da Luigi Corsi, colonnello d’artiglieria, e direttore della prima officina meccanica e fonderia, detta di “Pietrarsa”, che sorge ancora nella località Croce del Lagno sita dove il paese di S. Giovanni a Teduccio diventa Portici. (Oggi sede del museo ferroviario)

Seguendo l’esempio paterno, all’età di nove anni, entra «a mezza piazza franca» nel Real Collegio militare della Nunziatella. Completata la formazione, il 9 ottobre 1849, esce dalla Scuola con il grado di alfiere d’artiglieria, ed è incorporato nel Corpo d’Artiglieria dell’esercito borbonico. Prestando servizio nel Reggimento Reale Artiglieria, dove prosegue la carriera. Dopo undici anni, da capitano ottiene il suo primo comando di batteria, dove sostituisce il traditore Nicola Di Somma,che aveva abbandonato la sua batteria e al Volturno trovandosi in riserva nella piazza di Capua fu chiamato dal Re in persona a coadiuvare l’attacco sul paese di S. Tammaro fortificato dai garibaldesi. Al comando del generale Sergardi appoggiò la cavalleria è con molta intelligenza e coraggio altissimo distruggendo molte barricate fino ad occupare il paese. Per questa sua esemplare azione fu decorato con la Croce di diritto di San Giorgio. Il 29 ottobre 1860, la sua batteria fu la prima ad aprire il fuoco contro gli invasori che furono respinti con grandi perdite. Sconfinato con la sua batteria nello Stato Pontificio, in dicembre raggiunse Gaeta, partecipando così all’ultima difesa del Regno.

Il 17 gennaio 1861, viene promosso maggiore: «… per il valore ed il coraggio dimostrato per la difesa del regno». Dopo la resa di Capua, il 2 novembre 1860, con il meglio delle forze dell’esercito napoletano, passa alla difesa di Gaeta, assediata dalle truppe garibaldine e piemontesi. Durante l’assedio, combatte con indomito coraggio nei nefasti eventi bellici, tanto da poter gloriarsi di aver servito il suo re fino all’ultimo e di essere uscito da Gaeta nel 1861 «con le micce accese», segno di riconoscimento per l’onorata resistenza da parte delle truppe assediate. Caduta la piazzaforte, si ritira in esilio a Roma per alcuni anni. Tornato a Napoli, «impugna la penna» per difendere il Reame, fondando il quotidiano Il Contemporaneo di Napoli, che si pubblicò dal 1871 al 1876.

Se con l’annessione del Regno delle Due Sicilie al Regno di Sardegna, molti ufficiali borbonici passano nell’esercito sabaudo, fedele al suo unico giuramento, si rifiuta di entrare nell’esercito piemontese con lo stesso grado di maggiore. Torna alla vita civile, e per il resto della sua vita, si occupa di difendere la causa duosiciliana, come redattore del più diffuso quotidiano legittimista “La Discussione”, e prima ancora fondatore del quotidiano “Il Contemporaneo di Napoli”. Sulle pagine del quotidiano La discussione, si firma «… Carlo Corsi, maggiore delle artiglierie borboniche, capitolato di Gaeta», e descrive le vicende militari della caduta del regno, pubblicando a puntate “Le memorie di un veterano”.

Rimasto senza parenti e con l’unico aiuto di una misera pensione di ex ufficiale borbonico, si vide costretto a vendere uno dopo l’altro tutti i suoi beni, fra i quali la bella villa Corsi di Portici, all’angolo del Largo della Riccia.

Nel 1861, ha scritto l’opuscolo dal titolo Cenno biografico di Giuseppe Salvatore Pianell, destinato a fare passare delle spiacevoli giornate al generale prezzolato grande traditore del regno.

Una copia dell’opuscolo, la invia allo stesso generale Giuseppe Salvatore Pianell (Palermo, 9 novembre 1818 – Verona, 5 aprile 1892), ex ministro della guerra del Regno delle Due Sicilie, trasmigrato nell’Esercito italiano, accompagnata da una nota a termine che diceva: “Và che la maledizione della Patria ti perseguiti fin nelle viscere dell’inferno con tutti i Traditori tuoi compagni”. Nel 1887 diede alle stampe l’opuscolo Il commendatore Luigi Corsi e lo stabilimento di Pietrarsa, per difendere dagli attacchi de “Il Pungolo”, giornale liberale, la politica protezionistica del governo borbonico.

Nel 1903, oramai settantaduenne, diede alle stampe «… un libretto che ebbe addirittura due edizioni, intitolato: “Confutazione alle lettere del generale Pianell”, nel quale rispondeva alla sua maniera, alle affermazioni contenute nelle memorie del generale voltagabbana da poco pubblicate».

Autore di altri testi storici e traduttore dal francese di alcuni libri come “Lettere napoletane” di Calà Ulloa e della biografia di Francesco II a cura di Angelo Insogna.

Nello stesso anno, per difendere l’operato e le azioni dell’esercito delle Due Sicilie (anche detto esercito Napoletano e non Borbonico, in quanto sin dal 1744 esercito nazionale e non milizia mercenaria familiare) nella campagna militare del biennio 1860-1861», pubblica il volume “Difesa dei soldati napoletani”. Il maggiore d’artiglieria Carlo Corsi muore a Napoli, il 2 febbraio 1905.

Esempio di impavido uomo e grandissimo soldato, a te tutti gli onori per quel Regno che con ardore hai cercato di salvare.

Sono questi gli uomini che andrebbero ricordati intitolandogli strade e piazze, invece per essi solo l’oblio.

«…grazie a voi è salvo l’onore dell’Esercito delle Due Sicilie. Quando ritorneranno i miei cari soldati al seno delle loro famiglie, gli uomini d’onore chineranno la testa al loro passare…»
(Francesco II di Borbone, re del Regno delle Due Sicilie, 15 febbraio 1861)

LA PROVA DELLE BUFALE RISORGIMENTALI!

Era l’eroe per eccellenza, senza macchia e senza peccato, il suo nome ricorre in vie, piazze, scuole, ecc. Hanno fatto di tutto per convincerci che fosse l’eroe dei due mondi perchè protagonista di imprese nell’america del sud e poi finalmente in itaglia! In molti, poi scoprimmo l’inganno che “mezzarecchia” (nomignolo datogli dai soliti burloni napoletani) era solo un impostore, un ladro, un malfattore al servizio dei potenti! E così escono fuori le prove con quei trenta denari con cui Londra pagó il mercenario Garibaldi, l’idiota, che distrusse un regno per un’idea geografica e culturale unitaria, affossando per sempre la possibilità di unità federale, che pur muoveva i primissimi passi.

Ed ecco come un ladro di cavalli ed uno stupratore, che viveva di rapine, tanto da avere un orecchio mozzo che copriva a mala pena con i suoi capelli lunghi (in argentina usavano tagliare un orecchio per individuare più facilmente ladri e stupratori), si mise al soldo di uno stupro storico. Così il ladro dei due mondi, di là e di qua dell’oceano, lo fecero diventare un eroe, impavido e bello. Già si sapeva che l’operazione “Unità” fosse finanziata dalla Massoneria e dall’intelligence Inglese, ma adesso spuntano anche prove DOCUMENTATE che incassava direttamente dagli inglesi i soldi per la “missione” nelle Due Sicilie. Se del resto, gli inglesi finanziarono l’operazione con cifre da capogiro vuol dire che l’interesse economico era molto grosso.

Il libero e sovrano Stato che gli Inglesi si prestavano a saccheggiare era nato nel 1130, ed era lo Stato più antico della Penisola (fatto salvo lo stato della Chiesa). Un Regno ricco che alimentava la fame della massoneria internazionale. Ma con il delinearsi di una nuova via commerciale, che avrebbe sconvolto la navigazione mondiale: il Canale di Suez, nacque il problema, il Regno delle Due Sicilie: una banchina nel mezzo del Mediterraneo!

Gli Inglesi, all’epoca già padroni del mondo, Malta (già rubata al Regno delle Due Sicilie) non bastava più, troppo piccola, troppo isola, bisognava sottomettere le Due Sicilie che nel bel mezzo del Mare Nostrum, poteva diventare un temibile competitor!

L’apertura di Suez avrebbe mosso traffici giganteschi, che inevitabilmente avrebbero reso Napoli e i porti Siciliani il centro commerciale del mondo.

Strappare a Napoli questo primato divenne una questione vitale.

Si iniziò attentando la vita di un rè troppo forte e deciso nella sua indipendenza e con la sua morte si crea la sperata e attesa instabilità.

Nel pieno vigore dei suoi 50 anni, il Re Ferdinando II, alto, forte e possente, amato dai suoi sudditi e temuto dai suoi nemici, si ammala per una semplice ferita da taglio procuratagli da un suo soldato affiliato ai mazziniani e cade in una agonia straziante per più mesi.

Fu quella l’occasione giusta che Londra attendeva e non perse, e corse a finanziare mercenari, corrompere funzionari e militari, Generali ed Ammiragli, in attesa della morte del RE FERDINANDO .

Il passaggio di consegne tra il Re ed il suo giovane successore fu il momento ideale per colpire, e si scelse di farlo senza dichiarazione di guerra, come le guerre “lampo” dei tedeschi durante la seconda guerra mondiale. Si mascherò l’impresa facendola apparire come una questione “italica”, quindi interna ai Popoli italiani, così da non stimolare eventuali interventi armati a difesa del Regno.

Ed eccola la PROVA, una delle infinite altre custodite negli archivi della Banca d’Inghilterra. Tali scottanti prove erano tutte contabilizzate da un garibaldino tale Ippolito Nievo, un puntualissimo contabile a servizio del mercenario. Troppo preciso e integerrimo da diventare addirittura scomodo poiché contabilizzava anche ruberie e saccheggi. Gli chiesero conto da Londra, e ordinarono al mercenario che si imbarcasse immediatamente con tutta la sua contabilità da Palermo alla volta di Torino, dove non vi arrivò mai .

Partito da Palermo, infatti, immediatamente e fu seguito ad una certa distanza da una corvetta inglese. Scomparve con tutta la sua nave, l’Ercole, e divenne il primo mistero italiano prima ancora che l’Italia avesse un suo “stato”.

L’ultimo atto diabolico, fu quello di creare i plebisciti che falsificati fino a conteggiare più voti a favore che numero di votanti, presentarono al mondo la falsa volontà del Popolo di “voler” essere sottomessi al Piemonte, così di fronte al principio di autodeterminazione dei Popoli nessuno poté più correre a difesa della legalità internazionale.

Il resto lo fece la propaganda ed i professoroni di scuola ed università che in cambio di prestigiosi incarichi scrissero le “verità” di comodo che studiamo da generazioni dal 1860 ad oggi 2021. Tutto ciò spiega la straordinaria attenzione degli inglesi per Garibaldi con i grandi onori attribuitigli nella visita a Londra del 1864, grandi onori che non ci furono mai in italia. Qui c’è la mistificazione: Londra ha voluto e protetto l’impresa dei MIlle.

Gli stessi regnanti savoiardi erano diffidenti e scettici nei confronti!

E ancora, una nuova e ulteriore perla: ci viene dal convegno “La liberazione d’Italia nell’opera della Massoneria”, organizzato a Torino nel settembre del 1988 dal Collegio dei Maestri Venerabili del Piemonte, con l’appoggio di tutte le Logge italiane. Una fonte sicura, visto il culto dei “fratelli” per quel Garibaldi che fu loro Gran Capo. Un breve intervento – poco più di due paginette, ma esplosive – a firma di uno studioso, Giulio Di Vita, porta il titolo “Finanziamento della spedizione dei Mille”. Già: chi pagò?

Lavorando in archivi inglesi, l’insospettabile Di Vita ha scoperto che, in quei giorni, a Garibaldi fu segretamente versata l’enorme somma di tre milioni di franchi francesi, cioè molti milioni di dollari di oggi.

Il versamento avvenne in piastre d’oro turche: una moneta molto apprezzata in tutto il Mediterraneo. A che servì quell’autentico tesoro? È incontrovertibile che la marcia trionfale delle legioni garibaldine nel Sud venne immensamente agevolata dalla subitanea conversione di potenti dignitari borbonici alla democrazia liberale. Non è assurdo pensare che questa illuminazione sia stata catalizzata dall’oro! Anche perché ai finanziamenti segreti se ne aggiunsero molti altri (e notevolissimi, palesi) frutto di collette tra tutti i “democratici” di Europa e America, del Nord come del Sud. Sarebbero così confermate quelle che, sinora, erano semplici voci: come, ad esempio, che la resa di Palermo (inspiegabile sul piano militare) sia stata ottenuta non con le gesta delle camicie rosse ma con le “piastre d’oro” versate al generale napoletano, Ferdinando Lanza.

Con la prova dei molti miliardi di cui disponeva Garibaldi si può forse valutare meglio un’impresa come quella dei Mille che mise in fuga un esercito di centomila uomini (tra i quali migliaia di solidi bavaresi e svizzeri), al prezzo di soli 78 morti tra i volontari iniziali. Ma c’è di più: il poeta Ippolito Nievo se ne tornava da Palermo a Napoli al termine della spedizione. Il piroscafo su cui viaggiava, l’”Ercole”, affondò per una esplosione nelle caldaie e tutti annegarono. Si sospettò subito un sabotaggio ma l’inchiesta fu sollecitamente insabbiata. Le cose possono ora chiarirsi, visto che il Nievo, come capo dell’Intendenza, amministrava i fondi segreti e aveva dunque con sé la documentazione sull’impiego che nel Sud era stato fatto di quei fondi. Qualcuno evidentemente non gradiva che le prove del pagamento giungessero a Napoli: non si dimentichi che recenti esplorazioni subacquee hanno confermato che il naufragio della nave del poeta fu davvero dovuto a un atto doloso. Si cominciava bene, dunque, con quella “Nuova Italia” che i garibaldini dicevano di volere portare anche laggiù: una bella storia di corruzioni e di attentati. Ma Nievo portava, solo ricevute: dove finirono i miliardi rimasti, e dei quali solo pochissimi capi dei Mille erano a conoscenza? In ogni caso, era una somma che solo un governo poteva pagare. E, in effetti, la fonte del denaro era il governo inglese (non a caso lo sbarco avvenne a Marsala, allora una sorta di feudo britannico, e sotto la protezione di due navi inglesi; e proprio su una nave inglese nel porto di Palermo fu firmata la resa dell’isola). Come riconosce il «fratello» Di Vita, lo scopo della Gran Bretagna era anche quello già ben noto: aiutare Garibaldi per “colpire il Papato nel suo centro temporale, cioè l’Italia, agevolando la formazione di uno Stato protestante e laico“. Le monarchiche isole pagarono il repubblicano Eroe perché distruggesse un Regno, millenario delle Due Sicilie, purché anche l’Italia, «tenebroso antro papista», fosse liberata dal cattolicesimo.

“Letter of credit issued to Giuseppe Garibaldi by National Bank of Scotland, 1860”

LEGGENDE NAPOLITANE

C’è una leggenda, magistralmente raccontata da Matilde Serao nel suo libro “Leggende napoletane”, che echeggia ancora nei giardini dei conventi partenopei. Le protagoniste sono tre sorelle: Donn’Albina, Donna Romita e Donna Regina, figlie del barone Toraldo, nobile del Sedile del Nilo. La leggenda narra che alla morte precoce della loro madre, Donna Gaetana Scauro, il barone ottenne la possibilità dal re Roberto d’Angiò che la figlia maggiore, Donna Regina, potesse sposarsi conservando così il nome di famiglia che altrimenti sarebbe andato perduto. Il barone nel 1320 morì lasciando sole le tre figlie. Donna Regina aveva 19 anni ed era di straordinaria bellezza: capelli lunghi e bruni come gli occhi, bellissime labbra anche se poco inclini al sorriso, ed una personalità inflessibile con un forte senso del dovere. Era lei la capofamiglia, la “conservatrice” del “nobil sangue” e dell’onore. Donn’Albina, la secondogenita, veniva chiamata così per la bianchezza del suo bel volto. Era una fanciulla amabile, sempre gentile e sorridente, con i capelli biondi e gli occhi azzurri. Era lei che si occupava della distribuzione delle elemosine ai poveri e che portava alla sorella maggiore le suppliche di chiunque chiedesse una grazia o un aiuto. Donna Romita, la minore, era una fanciulla sempre irrequieta con un carattere che mutava spesso dalla più ardente vivacità alla totale indifferenza. Si isolava soprattutto quando le capitava di pensare a sua madre, cui avevano detto che rassomigliasse. La fanciulla era esile con capelli biondo scuro corti e ricci, il viso scuro, gli occhi verde smeraldo e le labbra sottili. Nel palazzo in cui vivevano le tre sorelle tutto scorreva tranquillo nel rispetto delle regole, fino a quando il re Roberto d’Angiò scrisse a Donna Regina per comunicare di averle destinato in sposo don Filippo Capece, cavaliere della corte napoletana.

Giunta la notizia seguirono dei colpi di scena all’interno della storia. Donna Albina, appresa la decisione del re, confessò alla sorella maggiore come la sorella minore fosse ammalata d’amore per il cavaliere e sempre più sofferente per un amore non corrispostole dallo stesso cavaliere che Regina avrebbe dovuto sposare. Dalle parole di profonda passione di Donna Albina, con cui descriveva il sentimento e le pene vissute da Romita, Regina capì che ad essere innamorata del cavaliere Capece era anche Albina, a cui il cavaliere corrispondeva grazie a una segreta storia d’amore. Donna Regina non reagì male a nessuna delle due confidenze, come del resto alla confessione ulteriore da parte delle due sorelle di voler prendere i voti, affinché fossero perdonati quei sentimenti in diretto conflitto con il futuro legame che Regina stessa avrebbe dovuto stabilire con il Cavaliere.

Donna Regina stupì tutti decidendo che anch’ella avrebbe preso il velo monacale, in seguito al dolore provocatogli dal cavaliere Capece, che non corrispondeva per nulla alla moglie designata e che anzi la detestava. La triste storia finisce con le tre sorelle divenute monache e l’estinzione della casata Toraldo con la rottura del sigillo paterno.

Un giorno, mentre Donna Regina teneva in mano un libro di preghiere senza però leggerlo, le si avvicinò supplichevole Donn’Albina per parlarle della sua preoccupazione per la sorella minore. «Donna Romita mi pare ammalata – le confidò – . Donna Regina, divenuta badessa, di tanto in tanto, si affacciava alla finestra di una sua cella e gettava uno sguardo nel vicino palazzo Toraldo, oggi Museo d’Arte Contemporanea Donna Regina (MADRE), ove le sembrava di sentir risuonare il vocio allegro dell’unico giorno in cui aveva conosciuto l’amore. Non molto lontano, Donna Albina e Donna Romita, nei loro rispettivi conventi, pregavano passeggiando nei silenziosi chiostri, ma il loro pensiero era rivolto al bel Filippo. In omaggio a questa storia d’amore molto triste, troviamo a Napoli tre luoghi con i nomi delle tre sorelle: Via Donnalbina in prossimità di Piazza Matteotti, Via Donnaromita e Largo Donnaregina adiacenti al Duomo.

Garibaldi e il saccheggio di Napoli

Garibaldi, il 7 settembre, entra a Napoli appena 17 giorni dopo essere sbarcato in Calabria, seduto comodamente in treno, senza sparare un colpo, con pochi uomini al seguito (il resto delle camicie rosse giunse il giorno 9); dopo l’arrivo alla stazione si formò un corteo di dieci carrozze che attraversò la Capitale. Un severo giudizio sulla “grandezza militare” della spedizione del Nizzardo fu espresso anche da uomini che avevano condiviso con lui l’impresa, come Maxime Du Camp che parlò di “passeggiata militare, stancante è vero, ma senza rischio alcuno” e di Agostino Bertani che le definì “facili vittorie” causando l’ira di Garibaldi nelle sue memorie. Oggi va riconosciuto con Jaeger che “… a Francesco II non mancavano argomenti per sostenere che il nemico Garibaldi non era arrivato a Napoli con mezzi leali, spada contro spada, petto contro petto, bensì soltanto grazie ad un’incredibile serie di voltafaccia, di cambiamenti di campo, di vigliacche fughe dei capi militari, di vendita delle proprie navi da parte di comandanti della marina, e ancora di abbandoni dei soldati al loro destino e di inconcepibili dimostrazioni di incompetenza”. “Sedici ufficiali furono ritenuti responsabili diretti dei tracolli militari in Sicilia, Calabria e Puglia. Incapaci, alcuni pavidi, altri probabilmente corrotti…in tre vennero giudicati responsabili, degradati e messi a riposo dal Consiglio di Guerra borbonico. Tutti, comunque, restarono senza più incarichi e comandi nell’esercito napoletano che, di lì a poco, avrebbe difeso l’onore delle Due Sicilie tra il Volturno e il Garigliano, o negli assedi di Gaeta, Messina e Civitella del Tronto”. A Napoli le accoglienze furono entusiastiche ma questo non dove far pensare acriticamente ad un appoggio incondizionato per diversi motivi: nelle manifestazioni c’era la regia occulta degli agenti piemontesi che da mesi si erano infiltrati a Napoli e, tramite Liborio Romano con i suoi camorristi, avevano mobilitato a pagamento (24 mila ducati) “la feccia della popolazione che imprecava con orribili urli”, mentre il resto degli abitanti se ne stava rinserrato in casa; qualche altro osservatore fa, invece, notare la volubilità del popolo della Capitale che aveva, nei secoli, accolto festosamente i più disparati conquistatori e nei tempi più recenti in successione: gli Austriaci che avevano cacciato gli Spagnoli, i Borbone spagnoli che cacciarono gli Austriaci, Giuseppe Buonaparte e Murat che avevano costretto alla fuga Ferdinando e quest’ultimo quando rientrò nella capitale dalla Sicilia dopo la cacciata dei Francesi. Garibaldi fece un discorso, prese alloggio a palazzo d’Angri del principe Doria e, per ingraziarsi la popolazione, rese omaggio al patrono di Napoli, proprio lui che ostentava un feroce anticlericalismo che lo portò, successivamente, a definire le reliquie di San Gennaro “umiliante composizione chimica”, al pari di papa Pio IX che fu bollato come un “metro cubo di letame” che presedeva un “concistoro di lupi”. Per inquadrare compiutamente la personalità dell’ “eroe dei due mondi” va tenuto conto anche di una lettera scritta ad un amico, da Montevideo, in Uruguay, “Se vedeste fosse possibile servire il Papa, il Duca, il demonio, basta che fosse italiano, e ci desse del pane”. Egli formò immediatamente un suo governo dittatoriale con a capo proprio il ministro traditore di Francesco II, Liborio Romano, e come primo atto cedette la poderosa flotta da guerra meridionale (circa 100 navi e 786 cannoni) al Piemonte, alle più grandi fu subito cambiato il nome: il “Monarca” divenne “Re Galantuomo”, la “Borbone” divenne “Garibaldi”; “un po’ prima del tramonto del sole il naviglio napoletano inalbera la bandiera italiana collo stemma di Savoia” e il giorno 9 gli ufficiali prestano giuramento al nuovo Re “la funzione riesce imponente e commovente a un tempo…. si termina l’atto solenne con un generale entusiastico evviva al Re e all’Italia. La gioia è in tutti”; a fine ottobre Cavour scrive a Persano “I napoletani hanno pretese assurde. Vorrebbero promozioni, come se avessero combattuto. Non prometta nulla; non s’impegni a niente. Il giorno seguente il ministro della guerra Cosenz telegrafò le seguenti disposizioni: “A tutti i comandanti le armi nelle province ed a tutti i comandanti , o governatori delle piazze – Questo ministero di guerra manifesta agli ufficiali di ogni grado ed ai militari dell’esercito napoletano, essere volere del signor generale dittatore, che tutti siano conservati nelle loro integrità, sì nei gradi, che negli averi: però si avranno le seguenti norme: 1) Tutti i militari dell’esercito che bramano servire, si presenteranno ai comandanti, o governatori delle piazze dei luoghi più prossimi al loro domicilio, rilasciando ad essi debito atto di adesione all’attuale governo ed il loro recapito. 2) Gli ufficiali che si presenteranno con le truppe saranno conservati nella loro posizione con gli averi di piena attività , ma quelli che si presenteranno isolatamente, saranno segnati alla seconda classe, per essere poscia opportunamente impiegati nella imminente composizione dell’armata. 3) Quegli ufficiali militari, che non si affrettino di presentarsi al servizio della patria, resteranno di fatto esclusi e destituiti, se non faranno atto di adesione nella maniera indicata, tra dieci giorni, a contare dalla pubblicazione della presente disposizione – Tanto le comunico per lo esatto adempimento di sua parte – Napoli 8 settembre 1860 – Firmato Cosenz”.

Il Palazzo Reale fu spogliato di tutto, gli oggetti più preziosi furono spediti a Torino, altri venduti al miglior offerente. L’11 settembre l’oro della Tesoreria dello Stato, patrimonio della Nazione meridionale (equivalente a 3235 miliardi di lire dei giorni nostri, 1670 milioni di euro) e anche i beni personali che il Re aveva lasciato nella Capitale “sdegnando di serbare per me una tavola, in mezzo al naufragio.della.patria” (assommavano a 40 milioni di lire dell’epoca, circa 300 miliardi di vecchie lire, 150 milioni di €), tutti depositati presso il Banco di Napoli furono requisiti e dichiarati “beni nazionali”. Con i frutti del saccheggio furono decretate svariate e lucrose pensioni vitalizie: ai vertici della Camorra, di cui la prima beneficiaria fu Marianna De Crescenzo [detta la Sangiovannara] sorella di Salvatore che era il capo assoluto della malavita e che aveva garantito l’ordine pubblico a Napoli dietro l’incarico del ministro Liborio Romano; alla famiglia di Agesilao Milano (mancato regicida nel 1856 e definito “eroe senza esempio tra antichi e moderni, superiore a Scevola”), ad ufficiali piemontesi e garibaldini; per questi ultimi, grazie all’inflazione dei gradi militari nelle camicie rosse (il rapporto tra ufficiali e truppa era diventato 1:4 quando la regola era 1:20) ci fu un notevole esborso; 800 comandanti non prestavano alcun servizio perché non avevano nessun soldato agli ordini ma percepirono lo stesso il soldo. Sei milioni di ducati [180 miliardi di vecchie lire, 90 milioni di €], con un decreto firmato il 23 ottobre, vennero spartiti tra coloro che avevano sofferto persecuzioni dai Borbone (la maggior parte di essi in ottima salute), undici anni di stipendi arretrati furono corrisposti ai militari destituiti nel 1849 “tenendo conto delle promozioni che nel frattempo avrebbero avuto”, sessantamila ducati andarono a Raffaele Conforti per stipendi arretrati dal 1848 al 1860 spettatigli perché “ministro liberale in carica ancorché per poche settimane“ e molti altri denari finirono in altrettante tasche con le più disparate e a volte pittoresche motivazioni come al Dumas padre “perché studiasse la storia” al De Cesare “perché studiasse l’economia “. Il saccheggio fu così completo che ad un certo punto Garibaldi fece minacciare di fucilazione i banchieri napoletani in caso di rifiuto “a questo modo venne uno dei primi banchieri di Napoli e sborsò uno o due milioni”; illuminanti alcuni commenti di contemporanei non borbonici sulla situazione creatasi a Napoli: “indescrivibile è lo sperpero che si fa qui di denaro e di roba; furono distribuiti all’armata di Garibaldi, che non arriva a 20mila uomini, più di 60mila cappotti e un numero sproporzionato di coperte, eppure la gran parte dei garibaldini non ha né coperte né cappotti; in un solo mese, oltre alle ordinarie, si pagarono dalla Tesoreria per le sole spese straordinarie dell’Armata non giustificate 750mila ducati”; “nelle cose militari regna un assoluto disordine, manca ogni disciplina, ognuno fa quello che vuole…le spese giornaliere ascendono a una somma enorme. Le intendenze militari hanno prese razioni per il triplo degli uomini che devono mantenere”; “in questo momento il disordine è spaventoso in tutte le branche dell’Amministrazione…i mazziniani rubano e intrigano”; “la finanza depauperata, i dazi non si pagano, il commercio è perduto…tutto è furto ed estorsioni”; “qui si ruba a man salva, tutto andrà in rovina se non si pensa a un riparo”; “l’attuale ministero è sceso nel fango, ed il fango lo imbratta. Certi ministri si sono abbassati fino a ricevere circondati da què capopoli canaglia, che qui diconsi camorristi”. “Lo stesso Garibaldi si dimostrò, in futuro, insolvente con le banche ed evasore con il fisco: chiese un prestito al Banco di Napoli per suo figlio Menotti, l’equivalente di 1 miliardo e mezzo delle nostre vecchie lire, ma quest’ultimo non rimborsò nemmeno il mutuo; la banca si fece avanti con il padre, “Ma che volete voi? lo vi ho liberati, sono stato anche dittatore e voi pretendete anche che restituisca un prestito” fu la risposta; gli archivi del Monte dei Paschi di Siena ci danno invece uno spaccato dei rapporti di Giuseppe Garibaldi con il Fisco. “Signor Esattore, mi trovo nell’impossibilità di pagare le tasse. Lo farò appena possibile. Distinti saluti”. Punto e basta. Segue la firma.” In effetti il figlio indebitato per fallimento era Ricciotti (e non Menotti) e Garibaldi restituì l’importo senza interessi quando nel 1876 il Parlamento gli concesse l’appannaggio vitalizio. Nei rapporti del ministro inglese a Napoli, Sir Elliot, certamente non filoborbonico, si legge: “In realtà le condizioni del paese sono le peggiori immaginabili. Tutti i vecchi soprusi continuano, a volte esagerati dai nuovi funzionari, i quali gettano in carcere la gente o la fanno fustigare per il minimo sospetto, per il più lieve indizio di cattiva condotta politica, mentre i veri crimini rimangono affatto impuniti…c’è una spiccata inclinazione ad accaparrarsi le proprietà altrui”. Nel rendiconto che il rivoluzionario La Farina manda, il 12 gennaio 1861, a Carlo Pisano si legge: “Impieghi tripli e quadrupli di quanto richieda il pubblico servizio … cumulo di quattro o cinque impieghi in una medesima persona….ragguardevoli offici a minorenni … pensioni senza titolo a mogli, sorelle, cognate di sedicenti patrioti“. Lo stesso scrive all’amico Ausonio Franchi: “i ladri, gli evasi dalle galere, i saccheggiatori e gli assassini, amnistiati da Garibaldi, pensionati da Crispi e da Mordini, sono introdotti né carabinieri, negli agenti di sicurezza, nelle guardie di finanza e fino nei ministeri“ . Del resto, le “prime prove” del saccheggio erano state fatte negli altri stati preunitari precedentemente annessi; in questi ultimi, dopo aver provocato delle insurrezioni “pilotate“ che avevano provocato la fuga dei legittimi sovrani, Cavour aveva spedito dei rapacissimi “commissari“ col compito ufficiale di ristabilire l’ordine contro “la rivoluzione” ma in realtà con lo scopo di svuotare le casse pubbliche “per sostenere la causa italiana”: “Il governo riparatore di Torino, quando ebbe realizzato i suoi disegni con l’annessione rivoluzionaria degli altri Stati, si vide in mezzo a grandissime risorse..….ben presto ci si accorse del modo singolare con cui gli unitari volevano che l’Italia “una” fosse amministrata. Il dittatore Farini, in pochi giorni, aveva aggravato il debito pubblico di Modena e Parma di 10 milioni; Pepoli aveva aggravato di 13 milioni le Romagne e il barone Ricasoli di 56 milioni la Toscana”. Cominciò la rivoluzione anche nella toponomastica delle strade di Napoli dove venne eliminata ogni traccia dei Borbone, anche il Museo Borbonico (tra i primissimi del mondo per importanza) divenne “Nazionale”; rischiarono molto anche le statue equestri dei sovrani meridionali, realizzate da Canova e poste nella piazza antistante al palazzo reale, si progettò di cambiar loro le teste sostituendole con quelle di Garibaldi e Vittorio Emanuele. Era anche cominciata la persecuzione del clero con la confisca dei beni ecclesiastici, le incarcerazioni e l’esilio dei sacerdoti che si opponevano al nuovo corso. La situazione a Napoli era, quindi, molto confusa, dopo i primi facili entusiasmi, reali o costruiti ad arte, era subentrata nella gente una diffusa insofferenza per via della completa anarchia e dei molti soprusi perpetrati dalle camicie rosse; erano frequenti molti fatti di sangue, giustificati come resa dei conti con i nemici della rivoluzione, ma che in realtà erano spesso solo delle vendette personali (non dimentichiamo che la Camorra era stata messa da mesi ai vertici delle forze di polizia); scrisse Costanza Arconati, testimone oculare degli avvenimenti, ad un amico lombardo: “Le sciocchezze fatte da Garibaldi (definito dal garibaldino Francesco Crispi ”Grande anima, cervello incapace di governare un villaggio”) e le prepotenze lasciate fare impunemente ai suoi militi passano il segno…Napoli è piena di uniformi garibaldine; vanno in carrozza tutto il giorno, giù e su per il corso a far bella mostra dei loro abiti di fantasia. Si fanno dare i migliori alloggi dal Municipio gratis…insomma si rendono insopportabili causa la loro arroganza. E pensare che è opinione generale che se duravano ancora un poco a regnare i soli garibaldini, Francesco II era di ritorno a Napoli…”. La capitale, così duramente colpita, vide cessare all’improvviso i suoi scambi commerciali così che il movimento nel suo porto divenne insignificante; seguirono fallimenti a catena delle imprese, il cantiere di Castellammare fu chiuso e le maestranze licenziate, i prezzi dei generi di prima necessità cominciarono a salire; già un mese dopo l’arrivo di Garibaldi si commentava ”da per tutto trovai la confessione dello sfracellamento del governo di Napoli…..il prestigio di Garibaldi caduto, la popolazione desolata” e quest’ultima ne aveva ben donde visto che il denaro saccheggiato era dello Stato, cioè di tutti i meridionali e dei Mille “parecchi, partiti miserabili (da Genova) sono ritornati con la camicia rossa e con le tasche piene di biglietti da mille”. Il 13 settembre furono destituiti i capi delle province del Regno, i cosiddetti Intendenti che vennero sostituiti con Governatori fedeli al nuovo regime, ai quali vennero concessi poteri illimitati. Il 17 settembre fu approvata la formula del giuramento che ogni pubblico ufficiale doveva prestare al nuovo re Vittorio Emanuele, molti aderirono al nuovo padrone abiurando il precedente che avevano servito fino a pochi giorni prima, compresi quasi tutti i rappresentanti del potere giudiziario: la Magistratura, la Corte dei Conti ed il Consiglio di Stato, che pure erano state sempre molto rispettate dai re Borbone che avevano garantito la loro massima autonomia.

Giuseppe Ressa


TERRONI?

Cos’hanno in comune la Sardegna del 1720 e del 1847; il Regno delle Due Sicilie del 1860-61 e il Mezzogiorno di oggi; la Germania Est del 1989 e di adesso; la Grecia e altri paesi dell’UE, Italia inclusa, sottoposti a cure da cavallo (o eutanasia…) dalla Germania; e persino l’intera Europa rispetto al resto del mondo? Sono Sud di Nord sempre più grandi; costretti in stato di minorità con sistemi che, anche quando non riconoscibili come tali nella forma, rimangono gli stessi nella sostanza, pur al procedere dei secoli e al mutare di regimi e tecnologie. Ogni volta, però, studiati come nuovi, nonostante tutto sia già stato fatto, visto, detto, e ignorato. All’origine, ufficialmente mossi dalle migliori intenzioni, c’è l’intento di distruggere qualcosa, per sostituirlo con altro, di meglio (per chi lo fa, non per chi lo subisce). Poi si scoprirà che quello (o molto di quello) che si è distrutto non meritava di esserlo e la sostituzione con qualcosa di meglio rimane un’intenzione, chissà se mai davvero esistita. Un cammino, così, viene interrotto; se pur si volesse riprenderlo, la distanza fra chi ha imposto la frenata per approfittarne, e chi è stato frenato, cresce. E continuerà a farlo, finché non intervenga una volontà (credibile e condivisa) di colmarla. La volontà di stare insieme alla pari. Con il disconoscimento di diritti già goduti e l’esclusione «dell’elemento indigeno» da «ogni partecipazione alla vita pubblica» (e dall’economia, se non in ruoli gregari), «si creava una colonia» scrive il magistrato e senatore Giuseppe Musio nel 1875, storico della sua Sardegna, prima annessa al Piemonte, poi italiana. Le stesse parole ritroveremo, come copiate, nei testi di tanti autori che si sono occupati della riduzione a colonia dell’ex Regno delle Due Sicilie; poi, nelle analisi sulla Germania Est oggi e, infine, su cosa rischia l’Europa mediterranea per l’uso spregiudicato del super-euro da parte dei tedeschi, con l’appoggio sempre meno convinto della Francia che, non potendo impedire alla Germania di fare, preferisce aiutarla a fare (i francesi si sentono vittime ricorrenti dell’imperialismo tedesco per le invasioni subite, ma dimenticano che le guerre napoleoniche fecero circa tre milioni di morti, di cui una parte rilevante tedeschi, quando l’Europa aveva 165 milioni di abitanti, scrive Guillaume Duval in Made in Germany. Le modèle allemand au-delà des mythes). L’accostamento fra le vicende storiche e attuali dell’Italia e della Germania, su questi temi, è obbligato: sono molto simili, perché figlie di un’idea di stato-nazione che ebbe la sua prima teorizzazione al mondo con il Risorgimento italiano e i suoi sviluppi (tanto da essere preso a esempio). Come ricordano gli storici, l’esaltazione del concetto di stato- nazione portò al nazionalismo e alle avventure coloniali, imperialiste; e poi, degenerando, al nazional-socialismo. Da noi cominciò nel 1720: la Sardegna fu ridotta a «una fattoria del Piemonte». E nacque la Questione sarda. L’isola subì tali spoliazioni, che ancora agli inizi degli anni Cinquanta del Novecento era «la meno coltivata e la più disboscata regione d’Italia» riferisce Sandro Ruju nel volume monografico della Storia d’Italia di Einaudi. Industria e ricca agricoltura specializzata del Regno delle Due Sicilie, circa un secolo e mezzo dopo, furono sacrificate allo sviluppo del Nord. E fu la Questione Meridionale. Nella Germania Est (in cui il paese riunificato, per infrastrutture e sussidi alla popolazione, ha comunque riversato una quantità impressionante di denaro), dopo la caduta del muro di Berlino, si è arrivati a “sperpero e distruzione di risorse senza confronti in tempo di pace”. E ora hanno la Questione orientale. Tanto che la Germania Est è oggi l’ex paese del blocco orientale con la peggiore economia, mentre era il primo. È anche l’unico degli ex satelliti dell’Unione Sovietica in cui proprio l’incontro con la più potente economia d’Europa ha comportato l’azzeramento sia del sistema produttivo che dell’intera classe dirigente (in nessuno degli altri è successo altrettanto). Il caso della Germania Est, porta a riflessioni nuove: la rappresentazione e la causa del ritardo degli altri “Sud”, a partire dal nostro Mezzogiorno, sono indicate nella carenza di infrastrutture e servizi (dai trasporti alla sanità, all’istruzione) di cui è dotato, invece, il resto del paese. Be’, questo non si può dire dei Länder (regioni) orientali tedeschi, eppure essi sono indiscutibilmente “Sud”. Significa che sbaglia chi pensa si risolva il problema solo dando ai territori svantaggiati le stesse condizioni di efficienza degli altri. È evidente che questo ci vuole, ma non basta, senza la volontà di essere pari. I “compiti a casa” assegnati dai paesi forti dell’Unione Europea ai più deboli, per fronteggiare la crisi economica, hanno aggravato i guai invece di risolverli (che fosse proprio questo il risultato voluto?): i “tagli” per risparmiare hanno frenato l’economia, acuito la crisi, ridotto lavoro, produzione ed entrate fiscali e accresciuto i costi per l’aumento della disoccupazione. Giusto il contrario di quanto ci si proponeva. E questo ha così tanto inasprito le tensioni fra paesi del Sud e del Nord che alcuni si domandano se abbia ancora senso restare nell’euro, la moneta comune, o nell’Unione. Generando la Questione europea. L’unificazione violenta delle economie, dalla Sardegna che diviene piemontese all’Europa di oggi (alle Due Sicilie, si fece pure guerra), ha creato divari che crescono con il tempo (alla vigilia dell’Unità, dopo circa 130 anni di governo sabaudo, in Sardegna, tolti possidenti e pensionati, i “senza professione” erano 330.000: più della metà della popolazione e quasi il doppio di quelli che ne avevano una: minatore, pastore, artigiano…). La cosa è ben più evidente nel caso della Germania Est e dell’Europa meridionalizzata. Si è ricorsi alla moneta unica, per rendere senza ritorno il ricongiungimento fra tedeschi dell’Ovest e dell’Est e la permanenza nell’Unione Europea di una Germania ormai troppo grande e ricca per lasciarla sola e incontrollata. Il marco occidentale fu equiparato a quello orientale, che valeva quattro volte e mezzo meno; poi si varò l’euro, specie per pressione della Francia, che nella moneta comune vedeva sparire il primato del marco sul franco (illusorio successo fotografato dal folgorante e citatissimo commento dello storico inglese Geoffrey Garrett: «Una Germania intera per Kohl, mezzo marco per Mitterrand»). L’unificazione monetaria dell’Europa precedeva quella politica per accelerarla, forzarla. Insomma, come far sposare al tuo erede la figlia del tuo socio: intanto si rafforza l’azienda; l’amore poi verrà… Dalla Sardegna al continente, dal Settecento al Duemila, si ripropongono fenomeni economici e sociali incredibilmente simili (cambiano solo le dimensioni): si crea un divario, poi se ne addossa la colpa a chi l’ha subito; si impedisce uno sviluppo autonomo, il che indebolisce capacità e volontà, sino all’apatia; l’emigrazione, lo svuotamento dei paesi; il risentimento, la protesta, donde le accuse di vittimismo; la rassegnazione e la rinuncia, sino alla denatalità: i giovani non si sposano e, se sì, non fanno figli. Nel caso del Mezzogiorno, nel 2012, per la terza volta in un secolo e mezzo, si è avuto un saldo demografico negativo: più i morti dei nati. Era già accaduto nel 1867, ma c’erano stati i massacri e i saccheggi compiuti dai “fratelli d’Italia” (conoscete la storia di Caino?) ed era ancora in corso la guerra civile contro i “briganti” che si opponevano a un esercito invasore. (Naturalmente la causa del crollo di popolazione al Sud non furono le stragi, i furti, «l’instaurazione di un vero e proprio regno del terrore», come fu denunciato in Parlamento a Londra, rammenta Paolo Mieli, in “I conti con la storia”, ma il fatto che i meridionali, incuriositi dall’arrivo di un esercito, si distrassero e trascurarono le loro donne: «Scusate, ma che state facendo?», «On va faire l’Italie». Poi, qualcuno deve aver detto: «Fate l’amore non fate la guerra». Un altro saldo demografico negativo si era avuto dopo la Prima guerra mondiale, nel 1918, ma in seguito alla spaventosa “influenza spagnola” (in realtà portata da soldati statunitensi) che fece 50 milioni di vittime nel mondo ed è ritenuta la più assassina pandemia della storia dell’umanità. Qualche domanda ci vuole, se gli stessi risultati, al Sud, li abbiamo avuti in seguito a vent’anni di Lega Nord e al modo in cui è stata fatta l’Unità (e pensare che nel secolo precedente, il Regno delle Due Sicilie aveva più che raddoppiato la popolazione in pochi anni; ma con una «crescita», scrive in “Borbonia felix” Renata De Lorenzo, docente di storia, «di tipo russo, orientale o balcanico», !?; mentre se a crescere è la popolazione del Centro-Nord, «è evidente il nesso tra demografia e vita civile». I meridionali non hanno ancora pagato il debito di gratitudine per il sopraggiunto metodo sabaudo, occidentale, massonico di controllo delle nascite. Erano abituati ad altri, più divertenti ma meno sicuri…. Quello che succede oggi nel nostro Sud accade contemporaneamente nella Germania Est, dove, con un sesto della popolazione, si concentra metà della disoccupazione (prima inesistente) di tutto il paese; la quantità di case vuote e sfitte a causa dell’emigrazione a Ovest è tale che, per fermare il crollo dei prezzi oltre limiti tollerabili, meno di dieci anni dopo la caduta del muro, si era già deciso di abbattere 350.000 abitazioni. Né mai, in tempo di pace, le nascite erano scese tanto fra i tedeschi dell’Est; ci fu qualcosa di paragonabile solo con la Prima guerra mondiale. C’è «una costante diminuzione della popolazione delle regioni dell’Est a partire dal momento dell’unificazione» ricordano gli economisti Nicola Coniglio, Francesco Prota e Gianfranco Viesti in Note sui processi di convergenza regionale in Germania e Spagna: si è passati da 1,52 figli a donna, a 0,77 nel 1994, il «livello più basso di sempre». Ed è dovuto soprattutto al fatto che a emigrare dai Länder orientali sono principalmente donne (55 per cento), giovani (dai 18 ai 29 anni), altamente qualificate. In una parola: il futuro. Sembra un bollettino di guerra: il vincitore si prende i beni, le donne, la gioventù e il futuro del vinto. E la chiamano Unità. Se guardiamo poi, non a un paese o due, ma a tutta l’Europa unita, osserviamo gli stessi fenomeni. Quando in Sardegna furono imposte analoghe politiche economiche egoiste e di rapina, si ebbero rivolte, proteste, tacitate con la violenza, gli stati d’assedio e condanne a morte di cui il Piemonte è sempre stato generoso. Risultati? Nell’isola non si è mai sopita una vena indipendentista che s’ingrossa nei periodi più aspri. Nell’ex Regno delle Due Sicilie si ebbe un’opposizione in armi, per circa dieci anni: fu schiacciata; e oggi affiorano, via via più forti e convinti, propositi autonomisti. Nella Germania Est rimpiangono addirittura il muro! Nell’Europa unita, i paesi più stressati da fragilità economica e instabilità politica e dall’aggressiva strategia mercantilista della Germania cominciano a pensare che se questo è stare insieme, forse meglio soli. E fanno conti per vedere se non convenga uscire dalla moneta comune. Il che si ritorcerebbe contro la stessa Germania: la sua economia è sbilanciata sulle esportazioni, che crollerebbero, perché i concorrenti, svalutando la propria moneta, abbatterebbero i prezzi, mentre i tedeschi, con un euro ancora più forte, non potrebbero fare altrettanto. L’egoismo, però, se è vero che alla lunga non paga, nell’immediato rende. La storia è maestra, insegna a sbagliare. Con la caduta del muro di Berlino, scomparvero, da un giorno all’altro, gli analisti politici più sofisticati e meglio pagati del pianeta: i sovietologi, capaci di elaborare teorie e previsioni complicatissime da segnali minimi, non visibili da occhio profano. Mentre, pure in conseguenza di quel crollo, hanno ripreso vigore i cultori di una delle più complesse dottrine politico-sociali, il meridionalismo, nato in Italia e ora importato nel Nord del continente, per cercare di capire la Germania Est di oggi e l’Europa di domani (c’è una circostanza dimenticata che accomuna terroni e tedeschi orientali: ai primi fu fatto pagare, dal Piemonte, con una tassa speciale, il costo dell’invasione subita; e solo sui tedeschi dell’Est restò l’obbligo di pagare all’Unione Sovietica i danni di guerra cui era stata condannata la Germania nazista, avendo quella occidentale versato quasi nulla. Vizietto teutonico: neanche dopo la Prima guerra mondiale i tedeschi pagarono i debiti e, pur ergendosi oggi a feroce guardiana del patto di stabilità dell’Unione Europea che impedisce di sforare di più del 3 per cento il bilancio nazionale, la Germania rifiutò di pagare la sanzione prevista, quando fu lei a farlo. Così, oggi, nel tentativo di capire la Germania dell’Est, i tedeschi studiano la nostra Questione meridionale. Ma, nonostante questo, è proprio da quanto hanno fatto, dopo l’unificazione, nelle loro regioni orientali, che i tedeschi (si intende dell’Ovest, pur se a capo del governo c’è una dell’Est) traggono il metodo per agire nell’Unione Europea. Essi «hanno cominciato a trasferire sull’Europa in crisi le “verità” conquistate durante la riunificazione» scrive il sociologo Ulrich Beck, docente alla London School of Economics, in Europa tedesca. La nuova geografia del potere. E quali erano queste verità? Che quelli dell’Ovest, i Wessis, erano più bravi in tutto e per aggiustare l’Est bisognava sostituire i connazionali orientali ai posti di comando, in ogni campo, e rimpiazzare tutto quello che era dell’Est con l’analogo dell’Ovest: la geografia come soluzione. E così si sta comportando la Germania con i paesi debitori, in Europa, non sostituendosi ai capi (non può, almeno per ora…), ma obbligandoli a politiche, regole, “compiti a casa”. Con lo stesso “atteggiamento imperiale” usato con la Germania Est. «In altre parole», riassume Beck, è quello «il modello della politica tedesca di crisi in Europa.» . Ovvero quello che creò la Questione sarda, poi la Questione meridionale, poi la Questione orientale tedesca; e oggi la Questione europea: ancora un Nord e un Sud, ma sempre più grandi. Detto questo, ricordiamoci pure che veniamo da un passato molto peggiore. La Sardegna fu il primo Sud, per la fusione con lo «stato peggio governato d’Italia» scrisse il filosofo e deputato Giovanni Battista Tuveri: nacque così «il primo rapporto tra Nord e Sud in uno stato dell’Italia moderna» aggiunse Franco Venturi; e quel che fu fatto all’isola fece scuola, divenne metodo: il modo dell’Italia di essere paese. La Questione meridionale fu l’estensione al Mezzogiorno continentale del sistema economico (e politica conseguente) che la dinastia sabauda aveva adottato con l’isola: la trattava come una colonia, a cui dava poco e da cui prendeva persino la dignità regale, perché mentre la Sardegna era un regno, gli altri stati sardi “di terraferma”, con essa prima confederati e poi “fusi”, erano solo un insieme di enti minori: il Principato del Piemonte, i Ducati di Savoia, d’Aosta, di Monferrato, di Genova (ex repubblica), parte di quello di Milano, il Marchesato di Saluzzo, i Feudi delle Langhe e del Canavese, la Signoria di Vercelli, i Contadi di Nizza e di Asti (riporto da Nuovi elementi di Geografia, del 1850, citato dal professor Francesco Cesare Casùla in Italia. Il grande inganno 1861-2011). Ma alla Sardegna non piace essere Sud (anche i sardi «hanno sofferto e soffrono di pregiudizi largamente accostabili a quelli di tutto il Sud» scrive il professor Antonino De Francesco, in La palla al piede), ritenendo di essere una cosa e una storia a parte: al più, assimilabile al Centro, per latitudine (ma trattasi di illusione ottica, perché Olbia è alla stessa altezza di Barletta e Cagliari a quella di Catanzaro); per percorsi comuni (con la Toscana e Pisa, in particolare, che a lungo signoreggiò in una larga fetta dell’isola); e anche ritenendosi, molti sardi, più simili al Nord, per la storia condivisa prima con la Liguria (Genova concorreva con Pisa nell’infeudarsi l’isola) e poi con il Piemonte; ma soprattutto per alcune “specificità” (parola a cui tengono molto) e comportamenti che li distinguono dal Mezzogiorno, in scelte di modernità (l’elevata percentuale di votanti favorevoli al divorzio; quella, molto alta, dei matrimoni civili; o la partecipazione ad attività di volontariato, superiore alla media italiana, molto superiore a quella del Sud). Ma pure nell’isola i sardi vedono un Sud e un Nord sia geografico che sociale, economico, specie per l’approdo del turismo ricco ed elitario, non soltanto in Costa Smeralda (a Olbia, sentendosi settentrionali rispetto ai cagliaritani, in qualche tornata elettorale alla Lega Nord hanno dato percentuali a due cifre); e la stessa diversità ravvisano fra il litorale e l’interno: il primo più evoluto, aperto, ricco, per via della maggiore facilità di contatti e scambi con il continente; il secondo più antico (e, nel desiderio e nell’attesa dei turisti, persino “arcaico”: e così glielo offrono, rifatto per forestieri e telecamere), custode severo dei costumi, dell’essere e del pensare isolano. Tanto che si dice “Sardegna italiana” di quella costiera, e “Sardegna sarda” di quella interna (più o meno la distinzione che c’era fra Romanìa e Barbarìa, quando l’occupazione romana dell’isola costrinse a rifugiarsi nelle più aspre zone lontano dal mare). Tutta insieme, però, la Sardegna è indubitabilmente Sud. Lo è stata molto prima e molto più del Mezzogiorno continentale, ma si è visto meno. E, per i dati economici pesanti, le infrastrutture scarse, il tipo di industrializzazione che (come a Taranto, a Gela, ad Augusta e altrove) usa l’isola, la svuota, la sporca e l’abbandona, dopo una breve illusione di uscita da un ritardo plurisecolare, la Sardegna rientra a pieno titolo nella Questione meridionale. Nel caso dell’isola, non ci fu bisogno di crearne le condizioni, ma solo di peggiorarle con un’economia da rapina che ne impedì una ripresa autonoma, anche quando la si tentò. Per il Sud continentale fu necessario prima conservare quel che c’era di storto e malfatto; poi spezzare le spighe alte e gonfie, perché il campo ne offrisse solo di basse e magre, per accusare il contadino di incapacità. È un sistema adottato da sempre (Erodoto racconta che lo consigliò Trasibulo, tiranno di Mileto, a Periandro, tiranno di Corinto), ma si fa fatica a riconoscerlo, perché viene nascosto dietro cattiva informazione e dettagli strillati che oscurano il totale. Mentre i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri (vale che si parli di persone o di paesi), la responsabilità viene pubblicamente addossata ai più poveri, ovvero a chi ha meno potere per incidere su quel che accade e non governa i mezzi di comunicazione, per raccontare un’altra verità. Che ne dite, per esempio, di “i greci sono pigri” (lavorano più di duemila ore all’anno; i tedeschi meno di 1.400); o “classi dirigenti locali”, che sono “dirigenti” solo perché eseguono (guadagnandoci, si capisce) politiche e voleri di quelle centrali? La Germania Est, per dire: caduto il muro di Berlino, lo stato fratello dell’Ovest condusse l’unificazione in modo così violento ed egoista da azzerare completamente la potenza industriale dell’Est (molta era di discutibile solidità, ma in alcuni comparti era fra le prime al mondo) e la sua economia. Il presidente del Centro Europa Ricerche, Vladimiro Giacché, in Anschluss, (Annessione), ne fa un racconto dettagliato e terribile: l’unificazione si tradusse in una razzia a opera di aziende, banche, speculatori tedesco-occidentali e stranieri (alcune imprese acquisirono quelle concorrenti dell’Est, a volte molto migliori per qualità di prodotti e gestione, solo per chiuderle); città di grande tradizione industriale cessarono di esserlo in pochi mesi; milioni di posti di lavoro (poco meno di due, solo nel primo anno) andarono distrutti; la disoccupazione (abolita per norma costituzionale nella Germania orientale) è diventata la condizione adesso più diffusa. La Germania Est è oggi un paese assistito e viene paragonato al Mezzogiorno d’Italia. Cercate di immaginare cosa successe: da un giorno all’altro vengono sostituite la moneta e tutte le regole della nostra vita, della nostra comunità, il modo di produrre, chi comanda in città, nel paese, in azienda, a scuola. Chi lo fa, ci dice che è per unificare finalmente il paese; ed è vero. Ma è lui che decide come, con quale velocità, con quali norme. Nella nostra comunità ed economia arrivano a legioni gli unificatori, qualche idealista e molti affaristi: noi dobbiamo ancora capire come ci si muove nel mondo che stanno estendendo nel nostro; loro lo sanno già: è il loro mondo che estendono; non devono imparare niente. E quando c’è un dubbio, sono loro che lo risolvono: a proprio danno? I tedeschi avevano la stessa lingua, una storia comune che si era interrotta da pochi decenni, e una moneta che aveva lo stesso nome, pur se diverso valore. Ed è successo quel che è successo: l’economia dell’Est è di fatto cancellata, i tedesco-orientali hanno un livello di vita più basso di quelli occidentali, ma nemmeno quello potrebbero mantenere senza la pioggia di sussidi con cui li si mette in condizione di comprare, comprare, comprare, però senza fare. Ora immaginate la stessa cosa in Sardegna, con una dominazione spagnola che viene sostituita da quella sabauda (non avendo in comune niente: né storia, né lingua, né economia, né moneta); e, peggio ancora, nel Regno delle Due Sicilie, dove c’era uno stato autonomo, il più grande di quelli preunitari d’Italia, una società complessa, una storia ricchissima, una cultura tanto fertile e originale che ancor oggi riempie il mondo, un’economia sofisticata, già padrona delle più avanzate tecnologie del tempo. Ma, mentre le Germanie, Est e Ovest, da quando furono separate cominciarono a contare i giorni per la riunificazione, né la Sardegna né il Regno delle Due Sicilie chiedevano di essere annessi al Piemonte. Lasciate perdere le panzane che ci propinano da un secolo e mezzo sulla patriottica attesa dell’arrivo dei garibaldini e Vittorio Emanuele. Questo lo volevano i fuoriusciti napoletani a Torino, che erano il 7,6 per cento del totale, 1500, in gran parte lombardo-veneti: quindi, un centinaio di persone. E Luigi Carlo Farini (che da dittatore a Modena, per conto dei Savoia, si era impadronito dei beni del duca spodestato), da luogotenente a Napoli, scrisse che non erano più di 100 a volere l’unificazione. Come sosteneva anche Massimo D’Azeglio, che si chiedeva se fosse giusto prendere a «archibugiate» chi non voleva diventare piemontese. Per questo ci vollero tante stragi e tanti anni di guerra per “unificare” il Sud. Lo storico Emilio Gentile, in “Né stato né nazione”, a proposito delle celebrazioni della nostra Unità, rammenta che già dal primo giubileo, nel 1911, fecero «da stridente contrappunto la deprecazione dei mali non sanati e dei guasti prodotti dall’unificazione, avvenuta senza il consenso del popolo, con la condanna della Chiesa, per effetto di fortunate combinazioni esterne e non per necessaria e valida iniziativa interna». Eppure, quando il sogno coltivato dalle due Germanie pacificamente si avvera (mi trovavo lì il giorno in cui crollò il muro: li ho visti piangere, abbracciarsi, ubriachi di felicità. E di altro…), «la riunificazione rappresenta uno shock tremendo che provoca un crollo del pil», il prodotto interno lordo, delle regioni orientali, con una «riduzione complessiva superiore a un terzo» in soli due anni, scrivono Coniglio, Prota e Viesti. Be’, al Sud ci fu pure una lunga guerra; in Sardegna anni di stati d’assedio. Ma qualcuno ancora vuol dirci che se quelle economie sprofondarono e lo spirito della gente pure, fu perché “non sono come noi, signora”. Non si danno da fare. A me l’Italia va bene unita; l’Europa mi piace priva di frontiere; il mondo è più bello senza il muro di Berlino; la Cina meglio avercela concorrente commerciale che nemico nucleare. Ma le cose vanno raccontate per come sono, per come furono. Il raffronto fra quel che accadde in Sardegna con la Fusione Perfetta (in pratica, l’annessione al Piemonte), nel Regno delle Due Sicilie con la conquista da parte dei Savoia, e nella Germania Est con l’unificazione a quella Ovest, è impressionante: sistemi che si ripetono per sottrarre valore e capitali umani (costringendo i migliori all’emigrazione interna; o persino per eliminazione fisica, nel caso dell’ex Regno delle Due Sicilie); selezione della classe dirigente secondo la disponibilità ad adeguarsi al nuovo potere e servirlo, mortificando e rimuovendo chi non si adatta, con epurazioni feroci (nella Germania Est non si è arrivati alle fucilazioni, come da noi, ma qualcuno si è suicidato, altri hanno abbandonato il paese), per disabituare a decidere e dirigere e indurre all’obbedienza (grandi capi d’industria tedeschi orientali sono stati ridotti a direttori di filiali che attendono ordini da eseguire). In breve, detto con le parole di analisti tedeschi e stranieri: oggi, la Germania Est è una “colonia interna” di quella dell’Ovest, come il Mezzogiorno per l’Italia, la Sardegna per il Piemonte preunitario. Lo stesso presidente dell’Autorità cui fu affidata la liquidazione dell’economia dell’Est, la Treuhandanstalt, ammise a posteriori che «alcune imprese tedesco-occidentali si comportarono come ufficiali di un esercito coloniale». Con una differenza: l’Ovest (pur se a beneficio quasi esclusivo delle proprie imprese) ha investito nell’Est per realizzare infrastrutture, migliorare le condizioni abitative, dotare di un reddito sociale, servizi e assistenza i cittadini rimasti senza lavoro. In questo senso, la Germania ha fatto quel che in 150 anni l’Italia non ha fatto al Sud e il Piemonte e l’Italia non hanno fatto in Sardegna in tre secoli. «Un risultato sicuramente positivo nel processo di transizione della Germania orientale» avvertono Coniglio, Prota e Viesti nel loro studio «è la convergenza nella qualità della vita, nei consumi, come negli stili di vita. Inoltre, le regioni dell’Est dispongono di infrastrutture moderne, di un capitale umano di elevata qualità (in parte eredità della ex Repubblica democratica tedesca), di un sistema legale efficiente ed efficace». Dopo lo shock e il crollo per la riunificazione, il prodotto «pro capite della parte Est del paese passa dal 49 per cento del livello della Germania occidentale, nel 1991, al 67 per cento del 1996. Poiché molti dei trasferimenti provenienti dall’Ovest sono destinati a sostenere il consumo, il reddito disponibile pro capite raggiunge un livello notevolmente più alto, pari all’81-83 per cento». E questo divario fra quanto si produce e quanto si spende misura il grado di dipendenza dell’Est dall’Ovest, la sudditanza (sono io che ho in mano la qualità della tua vita… ): gli togli la possibilità (e, alla lunga, forse la capacità) di far da soli, meglio o peggio, si vedrà, gli togli quello che ha già, poi gli dai qualcosa, perché sia un buon consumatore, e deve dirti grazie. Il giorno in cui non conviene più farlo, perché c’è la crisi, perché ho ampliato i miei mercati e tu divieni meno importante (come gli ultimi vent’anni di governi italiani di rapina al Sud?), ti accuso di vivere alle mie spalle e ti tolgo quello che hai di più senza produrlo. Si tratta, secondo una descrizione del sociologo Jack Goody adattabilissima a queste vicende, di «rapporti di potere iniqui», che si trasformano «in uno scambio forzato, come in alcuni contesti coloniali o di conquista, nei quali un esercito invasore (e non sempre son necessarie le armi) prende ciò che vuole e lascia in cambio oggetti (o condizioni) dal valore irrisorio» (o molto precario). Torniamo all’essenziale: quello che crea parità è la volontà di raggiungerla e rispettarla. Il resto può persino trarre in inganno: la Germania Est è stata dotata di tutte le infrastrutture e i servizi la cui mancanza è ritenuta causa vera del ritardo nel Sud d’Italia, della Questione meridionale, eppure a 20 anni dal crollo del muro di Berlino è stato calcolato che per la vera “convergenza” (il termine con cui si dice che Est e Ovest saranno davvero alla pari) ce ne vorranno almeno altri 30. Ma la stima è considerata troppo ottimistica, perché secondo altre ricerche ci vorrà un secolo; mentre per la più importante rivista economica della Germania, l’edizione tedesca del «Financial Times», se non cambieranno le condizioni, bisognerà aspettare 320 anni! (La Sardegna passò sotto le cure di Torino e poi di Roma 290 anni fa.). Ma tu guarda quanto sono diventati “pigri” i tedeschi dell’Est e incapaci le loro “classi dirigenti coloniali”.

A partire dal 21 febbraio, giorno in cui il Coronavirus è apparso ufficialmente, in Italia, nei giornali e nei TG c’è stato un attacco continuo e crescente al Sud. Da quel giorno infatti le carognate mediatiche contro di noi si sono susseguite a ritmo sempre più incalzante. Eccone un breve e molto incompleto elenco:
22/02 – I tifosi bresciani, in piena epidemia, cantano allo stadio dove giocava il Napoli “Terun, terun, La rovina dell’italia siete voi!” con i media che riportano il fatto senza sanzioni o indignazione.
Stesso giorno, esordisce Feltri: “Invidio i napoletani che hanno avuto solo il colera!”
E Mentana rincara la dose: “Il virus è devastante perché colpisce le zone produttive del paese!”
E a Milano appare uno striscione: “NAPOLETANI CORONAVIRUS” (evidentemente era quello il loro auspicio quando ancora non sapevano di essere loro il focolaio dell’epidemia).
23/02 – Il Nord attacca: “Il Molise mette al bando lombardi e veneti!” (e infatti il governo annullò il provvedimento del Molise).
25/02 – Da una parte i TG lodano la Cina per aver sigillato subito il focolaio e dall’altra si dà dell’invasata alla signora di Ischia che chiedeva ai turisti lombardoveneti di non sbarcare sull’isola.
26/02 – Vittorio Sgarbi afferma che i presidenti delle regioni del Nord non devono chiudersi dando al Sud un’occasione d’oro per avvantaggiarsi.
28/02 – Rita dalla Chiesa lancia una fatwa contro l’intera isola d’Ischia: “Amici del Nord, ci sono tanti di quei posti belli in Italia che possiamo vivere anche se non andiamo ad Ischia. Ricordiamocelo soprattutto per le vacanze estive!” Un ricatto bello e buono, una rappresaglia esplicita chiesta agli “amici del Nord”.
01/03 – Paolo Liguori (direttore di Studio Aperto) afferma: “Senza la Lombardia la Sicilia può finire solo in Africa!”
04/03 – Un Feltri gongolante per l’arrivo del virus anche al Sud titola: “L’infezione crea l’unità d’Italia! Il virus alla conquista del Sud!”
Intanto l’8 marzo c’è la grande fuga dal Nord, ma il ministro Boccia afferma: “Nessuna quarantena per chi torna al Sud!” e impugna la delibera della regione Puglia.
15/03 – Ancora Rita della Chiesa afferma: “Sono nata a Casoria (NA), nata e scappata, perché sono di Parma!”
18/03 – Entra in scena il professor Galli che si scaglia contro il collega Ascierto di Napoli: “Non avete scoperto nulla. Quel protocollo è stato testato già al Nord!”
19/03 – Calenda: “Le regioni del Sud sono inefficienti nella gestione del Servizio Sanitario!”
Stesso giorno Striscia la Notizia, tramite la voce di Gerry Scotti, irride al prof. Ascierto e dà ragione al prof. Galli.
20/03 – Gerry Scotti si scusa e dice: “Il testo è stato scritto dagli autori. Ascierto è stato un signore. Galli voleva fare il primo della classe.”
Nello stesso giorno Barbara Palombelli afferma: “Il virus si è diffuso al Nord perché lì ci sono più cittadini ligi e abituati a lavorare!”
Il Fatto Quotidiano sbatte in prima pagina i presunti 249 assenteisti negli ospedali di Napoli.
Lucia Annunziata, nonostante da Napoli arrivi la smentita, riprende la notizia portando il numero a 300.
21/03 – Servizio dalla Pignasecca, quartiere di Napoli ad alta densità abitativa, nel quale, tramite immagini piatte, si cerca di dimostrare che a Napoli non si rispetta il divieto di uscire. Nel contempo non si è visto un servizio, dico uno, su un qualunque centro commerciale del Nord dove gli affollamenti erano di sicuro maggiori e con la stessa motivazione della spesa.
23/03 – Mattino 5: “Il Sud impari dal Nord per l’emergenza!”
26/03 – Myrta Merlino: “Ieri sono stata a Napoli e c’erano assembramenti pazzeschi!”
29/03 – Feltri: “I meridionali accusano i settentrionali di essere gli untori, ma dimenticano di essere venuti spontaneamente il Lombardia. Potevano restare dalle loro parti…”
02/04 – Mentana: “Meridionali ridicoli e piagnoni. Imparate l’italiano!”
03/04 – Libero: “Traffico di pastiere e gente in strada. Ha ragione De Luca. Lanciafiamme!”
03/04 – Senaldi: “Il Corona colpisce l’italia per punirci di aver votato 5S. Ma Dio deve essere un po’ strabico perché sta falcidiando le terre che meno si sono fatte abbindolare ovvero il Nord!”
03/04 – Mattino 5 parla dell’indisciplina di Napoli e per rafforzare l’affermazione mostra una strada affollata … di Genova.
04/04 – La giornalista lamenta il fatto che la gente di Napoli va a fare la spesa (!) e passa di negozio in negozio, fruttivendolo, salumiere ecc.
08/04 – Myrta Merlino: “Non ce lo aspettavamo mai che l’eccellenza arrivasse da Napoli!”
08/04 – Tiziana Panella: “I meridionali sono stati fortunati a non aver avuto la stessa ondata di contagi del Nord!”
14/04 – ANSA – “Boom di multati per Pasqua in lockdown, 14000 sanzioni”. Il tutto mentre scorrono immagini di Napoli. Il servizio viene poi ripreso da tutti i TG nazionali.
15/04 – Agorà – Serena Bortone: “Voglio sapere se Napoli è vuota o no, se si rispettano le regole o no! Peraltro – rivolgendosi alla inviata Elena Biggioggero – tu sei milanese, hai uno sguardo nordico…”
Elena Biggioggero, in evidente difficoltà, risponde: “In questo momento si stanno comportando… (voleva dire ‘bene’ ma non se l’è sentita di dirlo) cioè, in realtà non c’è nessuno, ma fino a pochi minuti fa c’era un passaggio intenso!” (due camioncini di consegne merci e un autobus).
16/04 – Si scusano entrambe, ma la Bortone in maniera molto sofferta: “Qualche parola sbagliata può scappare…” (guarda caso sempre a nostro danno…)
17/04 – Beppe Severgnini: “Verso la Lombardia sento astio e crudeltà. Forse è odio verso i primi della classe…”
18/04 – TG1 – Prima di far partire un servizio sugli applausi che la gente di Barra e Ponticelli ha riservato alla Polizia intervenuta a sanificare le strade, l’annunciatrice ricorda (a completo sproposito) che in precedenti occasioni la gente buttava mobili sulla Polizia dai balconi.
18/04 – Ancora la Palombelli a Stasera Italia chiede a Sgarbi: “De Luca vuole chiudere la Campania. Riflesso giusto o impazzimento generale?” Risponde Vittorio Sgarbi: “De Luca conosce i napoletani quindi tende a credere che non saranno rispettosi di nessuna regola!”
18/04 – Il Giornale: “Il muro di Napoli. Manicomio De Luca” e nell’articolo di Lottieri: “Una Campania che decide da sé e che alza le proprie frontiere non è compatibile con il generoso assegno che essa incassa annualmente!” (altro ricatto).
18/04 – Senaldi invitato (?) a Stasera Italia: “Ovvio che al Sud non si pongono il problema riaperture. Non hanno nulla da riaprire!”
19/04 – Feltri: “Al Nord vogliono andare a lavorare, non scendere in strada a suonare il mandolino”. E ancora: “GREGARI, NEMICI, STORNELLATORI, non esagerate, c’è aria di rivolta al Nord contro la dittatura Roman-Foggiana. Attenzione, MANUTENGOLI INGORDI, non tirate troppo la corda del giochino che vi ha consentito di succhiare denaro dalle tasche di instancabili lavoratori. Noi senza di voi campiamo alla grande. Voi senza di noi andate a ramengo! Datevi una regolata o farete una brutta fine, peraltro meritata!”
19/04: Porro: “L’Italia può fare a meno della Campania!”
20/04 – Gallera: “Il Sud lo abbiamo salvato noi da Milano! Se noi non ci fossimo opposti con rigidità al governo, il Sud il 7 marzo non sarebbe stato chiuso!”
21/04 – Feltri: “Il Sud gioisce che i settentrionali siano stati massacrati dal virus!” E ancora: “La Lombardia vuole riaprire perché vive del lavoro dei suoi cittadini, non di sussidi e lavoro nero!” E poi il gravissimo affondo finale: “Io non credo ai complessi di inferiorità, ma credo che i meridionali in molti casi siano inferiori!” E tutto questo mentre il conduttore “fuori dal coro”, Mario Giordano, se la ride.
21/04 – Feltri: “In Lombardia ripartenza scaglionata. In Campania ripartenza scoglionata!”
22/04 – Le jene – Giulio Golia confeziona un servizio al fine di dimostrare, contro ogni evidenza, che i cestini della solidarietà e i pacchi alimentari siano in realtà di provenienza camorristica.
22/04 – Feltri: “Senza la Lombardia in Campania si morirebbe di fame!”
23/04 – Cruciani ospita Feltri alla Zanzara e rincarano la dose. Cruciani: “(Quel che dice Feltri) è la rappresentazione della realtà!” e descrive De Luca come un odiatore immotivato del Nord.
23/04 – TG3: “Una gambizzazione a Napoli, Palermo o Reggio Calabria non avrebbe fatto notizia, ma a Ostia si!”
25/04 – Del Debbio, in una sua puntata di Dritto e rovescio intitolata “Nord sotto attacco!” fa parlare una vecchina napoletana che (come la famosa signora di Ischia) chiede al Nord di non portare il virus al Sud e fa passare questo innocente e ingenuo appello come la testimonianza del Sud che attacca il Nord.
27/04 – Annalisa Chirico, pugliese (!), è invitata da Giletti perché, da brava meridionale al servizio del padrone, testimoniasse a favore di Feltri e della sua buona fede volendo lui intendere solo una inferiorità economica.
27/04 – Feltri: “Al Sud non leggono proprio!”
27/04 – Zaia: “Magari altrove non è consuetudine, ma qui (in Veneto) abbiamo voglia di lavorare!”
30/04 – Feltri: “Il Sud è diventato la bara della civiltà. C’è inferiorità sociale ed economica!”
01/05 – Secondo Toti, governatore della Liguria, in Molise non c’è il mare. Quindi “cosa devono riaprire a fare, per andare il riva a un fiumiciattolo o a un lago?”
Luisa era figlia di immigrati. A pochi anni già si accorgeva che i bambini immigrati non erano uguali agli altri bambini: erano i terroni, i figli d’Italia, le persone di serie B. Non li distinguevi dagli altri, o forse poco, forse dai vestiti più umili, perché figli di operai. O forse per i cognomi, che suonavano, alle lombarde orecchie dei Ticinesi, flautati ed esotici: Capuozzo, Lanzillo, Aniello, Lombardo… Fatto sta che le persecuzioni Luisa se le ricorda ancora, con rabbia.
E oggi, quando torna in valle a trovare la mamma e vede quelli che da piccola la prendevano in giro, ancora la rabbia un po’ le sale e non riescono a esserle simpatici, anche quelli gentili o che le fanno i complimenti. Per esempio, Luisa si ricorda della signora Pellandini, la vicina di pianerottolo, che quando andavi a chiederle qualcosa apriva solo una fessura di porta con lo sguardo diffidente.
No, non è stato facile essere immigrati.
Oggi Luisa è svizzera, adulta e sposata, ma non ha dimenticato lo scherno di allora. Oggi, con la crisi e l’odio fomentato ad arte nei confronti dei frontalieri italiani, risente l’alito gelido dell’ostilità popolare. Ieri erano i terroni e, nonostante il tempo sia passato, è bastato poco tempo e tanto odio per farceli ritornare. E oggi sono ancora i terroni, i badola, quelli che ci rubano il lavoro. Gli Slavi hanno riceduto il posto come nemici pubblici.
Ma è solo gente che oggi come allora cerca di mantenere la propria famiglia. D’accordo, saranno troppi, ma sono esseri umani e non ladri. Ladri sono i padroni di quelle aziende che giocano a strappare i soldi ai lavoratori con arroganza e scuse ridicole. Ladri sono quelli che sfruttano la forza delle braccia altrui per ingrassarsi.
Abbiamo visto anche alcuni imprenditori gettare vergogna su una categoria che conta ancora numerosi galantuomini. Questi infami vanno fermati ed estirpati.
Altrimenti la pagheremo tutti, non solo i terroni. E chi pensa il contrario è solo un povero illuso.
Vittorio Feltri, infimo giornalista, ha definito “inferiori” i meridionali: storia vecchia, da quando, a partire dall’unità d’Italia gli abitanti del Sud erano considerati una “razza maledetta”, e come tali giudicati anche dagli Americani, quando i nostri progenitori andavano a cercar lavoro emigrando. Indubbiamente siamo inferiori, rispetto a chi emette questi giudizi, per imbecillità e per ignoranza. Evito di citare tutti gli insulti leghisti, dei quali esiste una corposa letteratura.
In tal caso mi è sembrato di rileggere il grande meridionalista siciliano Napoleone Colajanni, che in un suo discorso parlamentare nel 1896 fece notare ad un antropologo lombrosiano, Alfredo Niceforo, nato a Castiglione di Sicilia, che anche lui faceva parte di quella razza maledetta.
Nei confronti di questi soggetti, obnubilati dalla troppa presunzione, che nella lingua siciliana sono definiti “viddani arrinisciuti”,

NELL’INDIPENDENTISMO DELLA SICILIA SI TROVO’ IL MODO DI SCARDINARE IL REGNO DELLE DUE SICILIE

I rivoluzionari unitari soffiavano sul fuoco del malcontento siciliano; il 27 novembre 1859 il capo della polizia siciliana, Salvatore Maniscalco, fu pugnalato sugli scalini della cattedrale di Palermo mentre stava entrando in chiesa con moglie e figli per assistere alla messa, rimase gravemente ferito (il sicario fu ricompensato, mesi dopo, da Garibaldi con una pensione). In Sicilia, i moti del ’20 e del ’48 avevano registrato una massiccia partecipazione popolare, perché era maturata la convinzione che l’indipendenza da Napoli poteva essere ottenuta solo mediante l’adesione ad un progetto di confederazione italiana. Quindi non era irrealistica la previsione che un intervento armato potesse provocare una sollevazione. A Francesco Crispi e a Rosolino Pilo, ambedue siciliani ed il primo in rapporti di vicinanza con Mazzini, era stato affidato il compito di preparare il terreno per tale eventualità ed avevano convinto Garibaldi che era maturato il momento di sfruttare l’endemica irrequietezza contadina perche il sentimento di staccarsi da Napoli si diffondeva in tutte le classi. Era pertanto divenuta praticabile la possibilità di promuovere, secondo l’idea mazziniana, la rivoluzione dal basso. Idea che Vittorio Emanuele, in costante contatto con un Garibaldi deciso ad ottenere adeguatezza di mezzi e finalità di unificazione al Regno Sardo, incoraggiava segretamente senza compromettersi. Altri esuli siciliani più conservatori, per sondare la possibilità di una azione diplomatica sorretta da una militare rivolta all’annessione, fatta salva l’autonomia, avevano preso contatto con Cavour il quale promise che, ove gli eventi portassero la Sicilia ad una annessione al Regno Sardo, essa avrebbe ricevuto un notevole grado di autonomia. Cavour, aspramente avversato da Garibaldi per la cessione di Nizza, malgrado si rendesse conto dello stato di crisi del regime borbonico, riteneva prematura qualsiasi azione militare, comunque condotta, nel timore che essa, per la tendenza separatista dei siciliani, potesse assumere una impronta mazziniana difficilmente gestibile. Tuttavia egli, in stretto contatto con l’esule La Farina, era favorevole a mantenere in Sicilia un costante stato di agitazione, sperando che il governo borbonico, non riuscendo a controllare l’anarchia delle campagne, ricorresse al Piemonte per una qualsiasi forma di sostegno. Ed, a tal fine, attraverso il suo ministro Villamarina, cercava di stabilire con i Borboni un qualche rapporto che li sottraesse all’influenza austriaca. Anche Mazzini sosteneva l’impresa cui si accingeva Garibaldi, avendo superato la contrapposizione repubblica-monarchia e privilegiando l’obiettivo dell’unità nazionale. Infatti il 2 marzo 1860 Mazzini incitava alla ribellione i siciliani, mettendo da parte le sue convinzioni repubblicane che venivano sacrificate all’ideale unitario sotto lo scettro della monarchia sabauda. Crispi era ritornato segretamente in Sicilia stabilendo contatti con la rete di forze insurrezionali e con alcuni capibanda per organizzare le fasi iniziali della rivolta che avrebbero dovuto preparare il terreno per l’azione di Garibaldi. Il 25 marzo l’ambasciatore inglese a Torino, Sir James Hudson, scriveva al suo ministro degli Esteri Lord Russell “… dobbiamo desiderare ardentemente lo scontro tra l’Italia del Nord e quella del Sud. Il risultato non può essere dubbio. Il Papa e il Re di Napoli saranno battuti, la Sicilia si dichiarerà per i suoi diritti costituzionali e per l’annessione. Napoli sarà alla mercè di tutti… Cavour per le molte necessità della sua posizione è ora più che mai gettato nelle vostre mani se la vostra politica nell’Italia meridionale è vigorosa ed armata…. Per parte mia io sono per la costruzione di un’Italia forte e per il raddoppiamento della nostra forza navale nel Mediterraneo: quando tratteremo con Luigi Napoleone sulla Questione Orientale dovremo volere l’Italia per noi!” All’inizio del 1860 piccoli focolai di disordine si manifestavano ovunque e la popolazione, diffondendosi l’attesa di una imminente rivoluzione, cominciò ad agitarsi per ottenere giustizia ed a porre le prerogative per un movimento di vaste proporzioni. Il 25 marzo, Giovanni Corrao e Rosalino Pilo, su suggerimento di Giuseppe La Masa, capo indiscusso dei siciliani rivoltosi, si recarono in Sicilia con la paranza “Madonna del soccorso” per ottenere il sostegno dei baroni alla prossima spedizione dei Mille; sbarcati nei pressi di Messina contattarono gli esponenti delle famiglie più importanti”; con essi fu concordato che appena sbarcato Garibaldi, i “picciotti”, appartenenti alla malavita locale e alle bande al soldo dei latifondisti, accorressero “spontaneamente” in suo aiuto. Un tentativo insurrezionale, organizzato dal comitato rivoluzionario di Palermo, coordinato da Genova da Francesco Crispi e condotto da Francesco Riso, il 4 aprile, a Boccadifalco, sulle alture del versante che affaccia sulla valle di Badia, alcune bande armate fronteggiarono due compagnie del 9º battaglione del Real Esercito delle Due Sicilie. Dopo non poca resistenza, i rivoltosi furono sconfitti e dispersi, fu prontamente sedato presso il convento della Gancia con la fucilazione di numerosi insorti. Il fermento popolare non cessò e si estese alle campagne ed ai centri (Messina, Carini, ecc.) assecondato dall’aristocrazia e dalla nuova borghesia terriera che, mirando a difendere la solida impalcatura feudale, tendeva ad attribuire al governo le colpe della miseria e dello sfruttamento, trovando la solidarietà dei contadini che furono trascinati in una guerriglia con obiettivo del conseguimento dell’autonomia, non dell’unità nazionale. La guerriglia si diffuse, attaccando gli avamposti delle truppe borboniche. Vennero tagliate le linee telegrafiche diffondendo il panico tra i funzionari e vennero interrotti i rifornimenti, causando un aumento dei prezzi che rinfocolava le proteste e, col deteriorarsi dell’ordine, creava una situazione caotica e di diffusa anarchia. Il 18 aprile, Cavour, invia due navi da guerra, Governolo e Authion, in Sicilia, ufficialmente per proteggere i sudditi piemontesi presenti nell’isola ma in realtà ”per giudicare con perfetta conoscenza di causa delle forze che si trovano nell’isola così dalla parte degli insorti come da quella delle truppe reali”, poco dopo lo stesso primo ministro chiede all’ambasciatore piemontese a Napoli, anche a nome del ministro della Guerra Fanti, l’invio di carte topografiche del regno delle Due Sicilie che giungeranno nel regno sabaudo con la nave Lombardo, utilizzata nove giorni dopo da Garibaldi per la spedizione dei Mille. Diversi galantuomini come Scordato e De Miceli, fiutando il corso degli eventi, divennero rivoluzionari per controllare la rivolta e preservare i loro imperi privati. Il governo per controllare il disordine incoraggiò la formazione di una milizia di volontari della classe media e trovò aiuto in coloro che, pur avversando i Borbone, ancor più temevano la rivolta contadina. Il 26 marzo Rosolino Pilo con Giovanni Carrao era partito da Genova recando in Sicilia un ingente quantitativo d’armi ed appena arrivato era riuscito, dopo l’insuccesso del 4 aprile, a serrare le fila dei rivoltosi. Prese contatto anche con i capi della delinquenza locale di Cinisi, Tenasini, Montelepre, S. Giuseppe Iato Corleone, Partitico ecc. e, ridestando le speranze, riuscì a creare un’attesa carica di tensione. La notizia della reazione borbonica al tentativo insurrezionale fu taciuta a Garibaldi ma provocò apprensione ed indusse Crispi a sollecitare l’organizzazione di Genova ad accelerare i preparativi per la spedizione che erano intralciati da difficoltà di ordine politico create da Cavour. Questi si sentiva in difficoltà a favorire un movimento diretto contro lo Stato borbonico con cui si mantenevano relazioni diplomatiche ma, politicamente indebolito per la cessione di Nizza e della Savoia, non era in grado di contrastare apertamente Garibaldi. Comunque egli, pur non fidandosi di Garibaldi e temendo l’influenza che avrebbe potuto esercitare Mazzini, non aveva obiezioni di principio verso gli obiettivi della spedizione ed, oltre ad operare un attento controllo della fase preparativa, manteneva una cauta posizione di attesa. Infatti a fine aprile si reca personalmente a Genova, dove rimane due giorni per controllare i preparativi dei garibaldini, il 3 maggio fu stipulato un accordo a Modena (presenti l’avvocato Ferdinando Riccardi e il generale Negri di Saint Front, appartenenti ai servizi segreti piemontesi che avevano avuto l’incarico dall’Ufficio dell’Alta Sorveglianza politica e del Servizio Informazioni del presidente del Consiglio); regolarmente formalizzato con rogito del notaio Gioacchino Vincenzo Baldioli in data 4 maggio 1860; con il quale si stabiliva la vendita di due navi al regno di Sardegna e si precisava che il beneficiario era Giuseppe Garibaldi, rappresentato nello studio del professionista, sito in via Po a Torino, dal suo uomo di fiducia: Giacomo Medici; garanti del debito il re sabaudo e il suo primo ministro. “Il giorno 28 aprile a Garibaldi, che viveva a Quarto arrivò un telegramma cifrato che tradotto diceva che la rivoluzione in Sicilia era fallita. La disperazione dei volontari intimi di Garibaldi fu enorme e Garibaldi decise di non partire più. Ma il 29 aprile giunse un nuovo telegramma, che poi si disse inventato da Crispi, e in tale messaggio si diceva [falsamente] che l’insurrezione vinta a Palermo, seguitava nelle province. E così i Mille partirono da Quarto il 6 maggio, i vapori Lombardo e Piemonte (che quindi non erano stati rubati dai garibaldini, come recita la storiografia ufficiale), dopo una sosta in Toscana a Telamone, giungevano la mattina dell’11 presso le isole Egadi. Ma i “Mille” non erano un gruppo di goliardici ed improvvisati rivoluzionari ma in gran parte, veterani delle campagne del 1848-49 e del 1859, folta la rappresentanza straniera di inglesi, ungheresi, polacchi, turchi e tedeschi; inoltre furono indispensabili: l’appoggio del Piemonte, degli ufficiali borbonici “convertiti” alla causa, dei latifondisti siciliani e quello inglese; del resto questo è ovvio in quanto tutti comprendono che nulla avrebbero potuto 1000 uomini contro i 25 mila soldati perfettamente equipaggiati dell’esercito meridionale stanziati in Sicilia, senza considerare gli altri 75 mila presenti nel Sud continentale. Lo stesso Garibaldi, si rese conto del problema ed esitò a lungo nell’accettare il comando della spedizione perchè temeva di far la fine dei fratelli Bandiera e di Carlo Pisacane che avevano tentato nel 1844 e nel 1857, delle sortite simili fallite miseramente e pagate col loro sangue; a fine aprile stava per rientrare a Caprera e si convinse, quando Cavour stava per affidarla al generale Ribotti (che rifiutò) perché “i capi militari della spedizione, Garibaldi, Bixio, Cosenz, Medici, sapevano di poter soprattutto contare sul supporto logistico del governo sardo, una volta effettuato il primo sbarco“.

“Due milioni di franchi oro erano stati raccolti dal Cavour per le occorrenze della spedizione dei Mille e altri tre milioni dalle logge massoniche inglesi, americane e canadesi, trasformati da governo sabaudo in un milione di piastre oro turche perchè quella era la moneta più accettata nei porti mediterranei”. [valore stimabile intorno ai 50 miliardi di lire dei giorni nostri, cioè 25 milioni di euro]. L’appoggio economico piemontese fu addirittura computato nel bilancio del neostato italiano tanto che quando nel 1864 il ministro delle Finanze Quintino Sella lasciò il dicastero a Marco Minghetti, nel passargli le consegne “preparò uno specchietto riassuntivo dei debiti e fra le voci: 7.905.607 lire attribuite a “spese per la spedizione di Garibaldi” [circa 60 miliardi di lire, 30 milioni di euro].

«La mattina del 30 maggio 1860, mentre l’alba era ancora nitida e luminosa, il signor De Palma, telegrafista ottico, se ne stava sull’osservatorio del Palazzo Reale di Palermo con l’incarico preciso di vigilare se mai apparisse sulla strada di Villabate un luccichio d’armi e un muoversi di truppa: sarebbero stati i battaglioni del Generale Von Mechel, i quali accorrevano a percuoter sul fianco e a spezzare l’attacco garibaldino. Quel Von Mechel, da buon tedescone, faceva sul serio. Il De Palma era impaziente e aveva le sue buone ragioni perché c’era di mezzo l’armistizio famoso, sintomo e preludio di capitolazione, il quale doveva concludersi quella mattina stessa tra Borbonici e Garibaldini, a mezzogiorno in punto, sempre che non fossero arrivate prima le truppe scelte di Von Mechel, in cui solo schieramento avrebbe capovolto la situazione, chiudendo le camicie rosse in una trappola irta di carabine e di cannoni. Che se poi quelli fossero giunti più tardi, ad armistizio firmato, avrebbero dovuto starsene cheti anche loro con l’arma al piede, e di vittoria – o magari soltanto di salvezza – non si sarebbe parlato più. La soluzione di questo nodo era tutta nella buona vista del Signor De Palma, che sinceramente in cuor suo sperava di veder avanzare da Villabate quei famosi cannoni, quei cavalli, quelle baionette, quelle salmerie, prima di mezzogiorno. E infatti li vide; anche senza cannocchiale n’era certo, anche a occhio nudo. Scorse lontano sulla strada un luccicar d’armi e un polverone frazionato e regolare, che era segno di una colonna di milizie scaglionate in marcia. Balzò di gioia nell’animo e in tutta fretta mandò a informare rispettosamente Sua Eccellenza il Generale Lanza, alter ego di Sua Maestà (Dio guardi). Viene su il Generale Lanza, piano piano (ha l’età sua, poveretto!), trascinando dispettosamente la sciabola, e guarda e sbinoccola a dritta e manca: “Addò stanno? Polvere? Qua polvere? Umh… Mha! Corre il desio veloce, dello mio!”. Si torse i mustacchi, si ficcò un dito tra solito e collo e sbadi- gliando disse: “Niente, niente…: nuvole basse”. Fulminò con un’occhiata lo sbalordito telegrafista ottico e corse giù ad affrettare l’armistizio. Arriva dopo un’oretta il Generale Marra sbuffando cordialmente per via dei molti gradini che ci vogliono per arrivare lassù, lui piuttosto bolso e un tantin gravante: “Neh, guagliò, fammi vedere queste famose truppe…”. Il De Palma si sbracciava, quasi smanioso, perché quelle s’erano avvivate un bel po’: “Ecco i cannoni, signor Generale, i cavalli, le salmerie…”. “Seh! E pure l’anema ’e chi t’è… tu chi buò fa’ fesso?” E il Generale si raschiò la gola: “Giovanotto, tu hai dormito bene sta’ notte o staie sunnano ancora? O, al contrario, ti fossi fatta ’na bevutella di primo mattino, a stomaco vuoto?”. Egli voltò solennemente le spalle. Sull’uscio dell’osservatorio si diede una passatina al ventre per stirare le pieghe della tunica e andò via, solenne e furioso insieme. Un’altra ora, e saliva sulla torre il Capitano Rada ad accertarsi, per ordine di Sua Eccellenza, che i soccorsi non arrivavano ancora. “Capità” si precipitò il povero telegrafista: “Capità, presto correte da Sua Eccellenza, ché quelle stanno arrivando, le reali truppe! Mò si riconoscono pure i colori delle tuniche!”. Il Capitano guardò, aggrinzò la fronte e strinse le labbra: “Uhm… vedi un po’ che scherzi ti fa il sole sulla campagna! Che magari ti sembrano gente che cammina, soldati, o che so… e invece è il sole che scherza con le ombre… uno magari ci giurerebbe… stranissimo! Vedi mò che ti fa la natura! Sei stato a Messina tu, no? Embè, hai visto mai, o nessuno t’ha mai detto il fatto della fata Morgana? Vedi case dove non ci stanno, uomini, barche, cose, dove non ci sta niente… beh, tutto questo dovrebbe essere un fenomeno analogo. Tutta natura, è”.
“Qua’ natura, capità?”, strillò il De Palma. “Non li vedete i pantaloni rossi dei carabinieri e i giubbetti celesti dei lanceri con l’elmo che pare d’oro in capo? E i cannoni sui muli pure quelli so scherzi? Pazzielle? Capi- tà, ca’ nisciuno è fesso!”. E gli veniva da piangere per la grande passione e anche perché gli pareva che lo volessero far passare per matto. Il Capitano fece un sorrisetto, strizzò l’occhio e domandò: “Neh, don De Pa’, tu che bbuò ’a me? Se Sua Eccellenza, che è Generale in capo e niente di meno che alter ego, non ci vede, perché devo vedere io che sono soltanto un subalterno di Stato Maggiore? Politica… misteri… e ci debbo rimettere io? Aggì ’a fa ’o martire? Impara anche tu che mo sono arrivati tempi nuovi, perché quegli occhi che ti servivano bene sotto la buonanima di Ferdinando, mo, co su ’Re nuovo, guaglioncello, nun te servono cchiù”».
E il De Palma si strinse nelle spalle, avvilito sì, ma non meravigliato. Subito dopo l’Autore fa una precisazione che riteniamo doveroso riportare con la relativa nota bibliografica:
«Questa che c’è narrata non è una favoletta o un’estrosa invenzione. Si può leggere (e chi vuole la tenga per apologo) nella Cronaca degli avvenimenti di Sicilia, estratta da documenti riportati. Le parole non saranno state proprio queste, perché abbiamo voluto dare una forma drammatica all’episodio, costruendo un dialogo, ma la sostanza è quella, fedelmente conservata»
Rosalino Pilo era figlio di Gerolamo conte di Capaci e Antonia Gioeni dei principi di Bologna e di Petrulla, un titolato praticamente, nacque il 15 luglio del 1820 e insieme all’altro nostro caro compatriota Giuseppe La Masa organizzò la rivolta del 1848 a Palermo. Rosolino apparteneva alla Massoneria, come emerge anche dal discorso di Ernesto Nathan, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, fatto il 21 aprile del 1918 a Roma. Rosolino Pilo trova la morte in circostanze che definire strane è poco. Quel giorno si trova a San Martino delle Scale, alle porte di Palermo. Con lui ci sono personaggi non esattamente cristallini: in pratica, picciotti di mafia. Non c’è da stupirsi perché, a Palermo, a volere la ‘rivoluzione’ contro il Borbone sono alcuni nobili che contano di mantenere i propri privilegi nell’Italia che nasceva e i mafiosi che, dal 1860 in poi, sarebbero diventati parte importante dello Stato italiano. Sulla strada che li conduce a Palermo Rosolino Pilo e i picciotti di mafia incontrano un gruppo di soldati Duosiciliani che i generali corrotti del Regno delle Due Sicilie non erano riusciti a bloccare. Lo scontro è inevitabile. Pilo cade ferito a morte, la sua morte avrebbe lasciato un vuoto notevole nello schieramento garibaldino. Venuto meno Rosolino Pilo, le squadre dei picciotti si disperdono. La battaglia di San Martino si conclude quindi con la vittoria del Capitano Del Giudice e dei soldati Duosiciliani”.
Il Generale Migy spezza la spada, perché il Luogotenente Lanza gli ha ordinato di non combattere contro l’Armata Anglo-piemontese-garibaldina e mafiosa: Francesco II ha appena inviato da Napoli due piroscafi con a bordo due battaglioni di Carabinieri Esteri, tutti soldati motivati e di alta professionalità. Sono prevalentemente svizzeri, tirolesi e bavaresi «napoletanizzati» e sono comandati dal valoroso Generale Aloisio Migy. Se intervenissero in un’azione contro l’Armata Garibaldina ne uscirebbero vincitori senza grande fatica. Ma il Lanza saprà renderli inoffensivi. Il 28 maggio le due navi sono alla rada nel porto di Palermo e vengono fatte avvicinare alla cittadella di Castellammare. Con il loro apparire hanno già messo in pensiero l’Ammiraglio Mundy ed ovviamente anche i Garibaldini ed i picciotti di mafia.
Il Migy chiede, ma non riesce ad ottenere l’autorizzazione, di fare sbarcare le proprie truppe. È scandaloso!
Il Generale sbarca pertanto da solo e si reca al Palazzo Reale per parlare e per prendere direttamente disposizioni dal Lanza. Questi prende tempo. Dispone che i Carabinieri restino ancora sulle navi, in attesa di disposizioni. Dopo molte ore di attesa, arriva finalmente l’ordine del Luogotenente di fare rotta su Sferracavallo, borgata marinara a diversi chilometri dalla cittadella. Lì i Carabinieri Duosiciliani potranno sbarcare. Ma il loro calvario morale e politico, ed anche militare, non è terminato. Pur volendo combattere, i poveri militari, dopo lo sbarco, con una lunga marcia si dovranno recare nei pressi del Palazzo Reale per acquartierarsi e restare immobili nel quadrilatero del disonore, assieme alle altre migliaia di uomini validi, obbligati a restare oziosi per consentire a Garibaldi di vincere senza problemi. Il Migy non ci sta. Protesta energicamente con il Lanza. Il quale non molla e ripete gli ordini già impartiti, minacciando il peggio.
Il Luogotenente, che in Sicilia è l’alter ego del Re Francesco II, infatti, sa anche essere autoritario e sa farsi obbedire. Il Migy è costretto ad obbedire. Lo fa, però, soltanto dopo avere spezzato la propria spada in segno di protesta. E di dispregio per il Luogotenente. Anche se il malcontento della base aumenta, il Lanza non se ne preoccupa eccessivamente, perché ora sa di averla spuntata anche con il Migy. La tregua alla quale lavora, lo toglierà ben presto dall’imbarazzo e dai pericoli di una rivolta militare.
Palermo. La storia – totalmente falsa – ci ha tramandato di una città “in fiamme” accanto a Garibaldi e ai suoi “valorosi”. I “valorosi”, in realtà, a parte i mercenari ungheresi, erano i picciotti di mafia. Ma tutti – Garibaldi, garibaldini e mafiosi, come ci racconta Giuseppe Scianò – erano spacciati. Sono i generali borbonici, traditori senza ritegno, che, d’accordo con gli inglesi, impongono una grottesca tregua per salvare Garibaldi e i suoi degni compari mafiosi. E poi si chiedono perché in Italia la mafia vince sempre…