155°anniversario della morte del guerrigliero legittimista “NINGHE NANGHE”

Il 13 Marzo 1864 a Frusci (AVIGLIANO) il capo banda legittimista Giuseppe Nicola Summa alias “Ninco Nanco” viene giustiziato dalla Guardia Nazionale. Il capitano Ninco Nanco è uno dei più devoti luogotenenti di Carmine Crocco, protagonista di numerose rappresaglie ai danni di ricchi possidenti e militari sabaudi. Era conosciuto per le sue brillanti doti di guerrigliero, per la sua freddezza e brutalità, attributi che lo resero uno dei briganti più temuti di quel tempo. Nonostante la sua efferatezza, viene da alcuni considerato un eroe popolare, da parte di quella schiera di popolani che si ribellarono ai soprusi e alle repressioni sabaude. In una rissa venne pestato e pugnalato ad una gamba da quattro o cinque persone che lo costrinsero a tre mesi di guarigione. Giuseppe, anziché denunciare l’accaduto alla polizia, preferì la vendetta personale. Qualche mese dopo, uccise uno dei suoi aggressori a colpi di ascia.
L’omicidio gli costò dieci anni di carcere a Ponza, ma riuscì ad evadere nell’agosto 1860. Recatosi a Napoli, tentò di arruolarsi nell’esercito di Giuseppe Garibaldi per poter ricevere la grazia ma fu scartato. Tentò la stessa cosa sia presentandosi a Salerno da Nicola Mancusi, comandante della colonna insurrezionale di Avigliano, e sia facendo domanda di arruolamento nella Guardia Nazionale ma entrambi gli esiti furono negativi. Costretto al brigantaggio, Ninco Nanco iniziò a vivere di rapine e furti, rifugiandosi nei boschi del Vulture. Il 7 gennaio 1861, incontrò Carmine Crocco, del quale divenne uno dei più fidati subalterni. Il brigante aviglianese, assieme a Crocco, partecipò a numerosi saccheggi, conquistando prima tutto il Vulture, senza mai riuscire a prendere la sua città natia, Avigliano, poi gran parte della Basilicata, spingendosi fino all’avellinese e il foggiano. Si distinse soprattutto nella battaglia di Acinello, comandando la cavalleria dei briganti e dimostrando la sua padronanza in campo bellico. Non esitava ad aggredire le famiglie borghesi, ricorrendo al sequestro, all’omicidio e alla devastazione delle proprietà in caso di mancato sostegno. Nel gennaio 1863, isieme ad alcuni membri della sua banda uccisero brutalmente il delegato Costantino Pulusella, il capitano Luigi Capoduro di Nizza e alcuni suoi soldati, dopo che Capoduro, sperando di indurre il brigante alla resa, si era avviato con i suoi uomini nel bosco di Lagopesole. I loro cadaveri furono scoperti alcuni giorni dopo. Il 12 marzo 1863 nei dintorni di Melfi, massacrò un gruppo di cavalleggeri di Saluzzo, guidati dal capitano Giacomo Bianchi. All’agguato parteciparono anche le bande di Crocco, Caruso, Giovanni “Coppa” Fortunato, Caporal Teodoro, Marciano, Sacchetiello e Malacarne. Solamente due soldati piemontesi sopravvissero, mentre il capitano Bianchi venne ucciso da Coppa con una pugnalata alla nuca e la sua testa fu troncata dal busto. La falcidia avvenne in risposta alla morte di alcuni briganti avvenuta nei pressi di Rapolla, i quali vennero catturati, uccisi e i loro cadaveri bruciati dai regi soldati.
Carmine Crocco durante un interrogatorio, negò torture e scempi da parte del brigante aviglianese ai danni dei militari prigionieri, asserendo che era «terribile solo per la propria defesa», infatti Ninco Nanco si rese protagonista anche di atti generosi. Aiutava economicamente le sue sorelle, le quali versavano in condizioni misere ed, essendo profondamente religioso, mandava soldi ai preti affinché celebrassero messe in onore della Madonna del Carmine, la cui effigie portava sempre con sé al collo. Durante l’assedio di Salandra, risparmiò un sacerdote che, in passato, aveva aiutato la sua famiglia e gli garantì la sua protezione. Ninco Nanco depositò alcuni oggetti di valore nella cappella del Monte Carmine, che furono sequestrati e venduti per ordine della commissione antibrigantaggio nel 1863; con il ricavato vennero effettuati lavori di ristrutturazione dell’edificio.
Una volta, fermò un mercante di panni di Potenza confiscandogli una manciata di ducati ma, subito dopo, gli restituì la somma. L’antropologo di scuola lombrosiana Quirino Bianchi, autore di una biografia su Ninco Nanco, nonostante lo considerasse un «brigante tanto feroce e di indole perversa», appartenente ad una «famiglia degenerata», sostenne che, avendo pietà della miseria, intimò il capobrigante Giuseppe Pace, detto il Castellanese, di smettere di minacciare di morte i poveri, i quali non avevano la possibilità di sostenere le bande. Per cinque anni in tutto il Vulture-Melfese e la valle di Vitalba (da Atella fino al castello di Lagopesole) non ci fu un viaggio non disturbato dai briganti o che non sfuggisse alla loro vigilanza.
Chi si avventurava senza una adeguata scorta armata (per esempio agli operai addetti ai lavori di costruzione della strada Moliterno-Montalbano fu predisposta una scorta armata) veniva sistematicamente depredato, come capitó al corriere postale ai primi di giugno 1861 nel territorio di Venosa, o a quello proveniente da Melfi nell’aprile 1864, o al saccheggio effettuato a scapito di un carretto carico di sale e tabacco nel luglio 1862 ad opera delle bande di Ninco Nanco e di Tortora. L’attività di Ninco Nanco iniziò a perdere colpi l’8 febbraio 1864, quando la sua banda fu decimata presso Avigliano e 17 dei suoi uomini furono uccisi. Il 15 febbraio dello stesso anno, venne emessa una taglia di 15.000 lire sul brigante. Circa un mese dopo, il 13 marzo, Ninco Nanco e 2 dei suoi fedeli (uno di questi era suo fratello Francescantonio) furono braccati nei pressi di Lagopesole dalla Guardia Nazionale di Avigliano. Vennero giustiziati subito presso Frusci (frazione di Avigliano) e Ninco Nanco morì per mano del caporale della G.N., Nicola Coviello, con due colpi di cui uno dritto nella gola, per vendicarsi dell’assassinio del cognato compiuto dal brigante aviglianese il 27 giugno 1863. Tuttavia, altre ipotesi ritengono che il brigante venne ucciso per ordine del comandante della G.N. aviglianese, Don Benedetto Corbo, appartenente ad una delle maggiori famiglie gentilizie della zona, per evitare che venissero alla luce sue presunte connivenze con le bande. Due mesi dopo, lo stesso Corbo fu coinvolto in un’altra vicenda di complicità con i briganti e venne accusato dal generale Baligno, comandante delle truppe di Basilicata, di aver rilasciato senza permesso alcuni briganti della banda Ninco Nanco. Carmine Crocco raccontò nelle sue memorie che, venuto a conoscenza della morte del suo luogotenente, decise di vendicarlo e, trovandosi nelle vicinanze del posto in cui avvenne l’assassinio, preparò la punizione da infliggere ai suoi esecutori ma, vedendo l’arrivo di un reggimento di soldati, dovette abbandonare il piano. La salma di Ninco Nanco fu trasportata, il giorno dopo, ad Avigliano e fu appesa all’Arco della Piazza come monito. Il giorno seguente, il suo corpo fu portato a Potenza, ove venne seppellito. Deceduto il brigante, i suoi uomini confluirono nella banda di Gerardo De Felice detto “Ingiongiolo”, brigante di Oppido Lucano.
Per la morte di Ninco Nanco l’avv. De Carlo che ricopriva all’epoca la carica di Sindaco del Comune di Avigliano, compose questo originale acrostico:
Ero e non son più, di sangue intriso
Corsi i campi ove sorge il Sacro Monte
Col ferro, il fuoco, lo sterminio e l’onte
O’ l’uman diritto e quel di Dio deriso.

Nessun mi guardi con pietade in viso
Il nome di Cain mi bolle in fronte ;
Non rispettai del mio battesimo il fonte;
Crudel mi son su cento tombe assiso
Or del Carmelo la Patrona e Diva,

Non più soffrendo la mia fausta sorte,
Arcano, ausilio ad AViglian largiva;
Negar non posso che Colei può molto,
Che al di qua di quel Monte ebb’io la morte.
Oltre quel Monte è mio fratelsepolto.

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«Il governo italiano ci manda contro la forza a perseguitarci; ebbene, facciamogli vedere fin da oggi che noi non abbiamo intenzione di prestargli obbedienza.» (Ninco Nanco)

IL SERGENTE ROMANO

Pasquale Domenico Romano nacque a Gioia del Colle il 24 Agosto 1833 da Giuseppe e Angela Concetta Lorusso. Ebbe un’educazione semplice, sana, ma rigida che ne forgiò il carattere. Fin dall’adolescenza aiutò il padre nella pastorizia che gli permise una particolare conoscenza di quei boschi e di quelle contrade che poi lo videro quale dominatore incontrastato. Nel 1851 si arruolò nell’Esercito Borbonico dove intraprese una brillante carriera assumendo ben presto il grado di “primo sergente” e dove, per le sue particolari doti militari, ebbe l’onore di diventare “Alfiere” della Prima Compagnia del 5° di Linea. Disciolto l’Esercito del Regno delle Due Sicilie non si diede per vinto diventando comandante del Comitato Clandestino Borbonico di Gioia del Colle Tuttavia, avvertendo i tempi stretti, la gravità della situazione e mai sopportando l’inoperosità degli adepti del Comitato, dopo poco tempo abbandonò i “salotti” e passò senza esitare alla lotta armata, dando il via alla sua guerra partigiana contro i piemontesi. Nel giro di qualche settimana costituì una prima squadra formata esclusivamente da militari del disciolto Esercito Borbonico. Il 26 luglio 1861 si rifornì di armi e munizioni assaltando e prendendo progioniera l’intera guarnigione di Alberobello nonché i militari del presidio di Cellino. Il 28 luglio del 1861 con i suoi militi attaccò Gioia del Colle dove s’impegnò in una vera e propria battaglia, travolgendo le truppe del maggiore piemontese Francesco Calabrese, costringendole a ripiegare nel Borgo San Vito. Alla vista della fuga dei militi piemontesi si sollevò l’intera cittadina di ventimila abitanti. Nella confusione furono molti i gioiesi che si unirono ai ribelli, tra essi Vito Romano di soli anni 17, fratello minore del Sergente. Fu questa la rima vera e propria azione con la quale il Sergente Romano inaugurò la lunga serie di colpi contro le truppe piemontesi, la Guardia Nazionale e i nemici liberali, ma fu anche l’inizio delle vendette trasversali, da parte di questi ultimi, ai suoi amici ed alla sua famiglia che, subito dopo la ritirata da Gioia del Colle, venne colpita duramente. Ciò non fece altro che inasprire ulteriormente il suo risentimento infondendogli maggiore risolutezza e rabbia contro chi considerava senza mezzi termini: “usurpatori, invasori, senza Dio, oppressori del popolo”. Le azioni di guerra fulminee ed imprevedibili, la spietatezza e nel contempo la lealtà e l’alto senso dell’onore, la ferrea disciplina militare a cui erano sottoposti i suoi uomini, le motivazioni legittimiste e religiose che lo spingevano a lottare con coraggio e determinazione, l’assoluta fedeltà al suo sovrano Francesco II ed al Papa lo fecero diventare un mito: l’eroe che difendeva gli oppressi, la giusta rivalsa sui conquistatori, il partigiano imprendibile e coraggioso, il guerriero invincibile, la volpe dei monti e dei boschi, il “brigante” degno dell’ammirazione delle popolazioni meridionali. Effettivamente fu un grosso problema per carabinieri, esercito e guardia nazionale che a migliaia gli diedero la caccia giorno e notte, d’estate e d’inverno. Mentre con veloci apparizioni distoglieva l’attenzione della truppa nemica colpendo nello stesso momento in località tra loro distanti, nel frattempo reperiva armamenti, munizioni e vettovagliamenti, reclutava uomini, stringeva accordi con altri guerriglieri, contattava sindaci e patrioti, pianificava colpi micidiali in tutta la regione. Il 24 Febbraio 1862 insieme a Carmine Donatelli, soprannominato “Crocco”, bloccò le strade di accesso ad Andria e Corato, tese un’imboscata alla guardia nazionale e, dopo averne avuto la meglio, ebbe via libera nell’assalire tutte le masserie di liberali ed ex garibaldini della zona, seminando il panico e facendo strage tra i “traditori del Popolo meridionale”. Qualche giorno dopo toccò alla strada fra Altamura e Toritto dove furono intercettati e colpiti il corriere postale e la scorta armata. Tra Maggio e Luglio 1862 il sergente Romano entrò più volte in Alberobello con la sua truppa, immobilizzando la guardia nazionale, rifornendosi di armi e munizioni, innalzando i vessilli borbonici e sparendo puntualmente nel nulla. Il 9 Agosto 1862, dopo la solita scorribanda per Alberobello, assaltò la fattoria di un certo Vito Angelini accusandolo di essere il delatore che aveva permesso l’assassinio della sua fidanzata Lauretta d’Onghia. Dopo averlo “processato” lo fece fucilare sull’aia. Qualche giorno dopo il Romano, dopo essersi unito nel bosco Pianella con i capibanda Laveneziana e Trinchera, si accampò nel cuore della penisola Salentina da dove avrebbe potuto colpire con maggior sicurezza. I primi di Ottobre assaltò nuovamente il presidio di Cellino ma questa volta ne fucilò tutti i militi. Il 24 ottobre 1862 verso le ore 12 la compagnia al completo puntò nuovamente sulla masseria Angelini, forse per completare la vendetta, quando gli si pararono davanti due squadre di guardia nazionale accompagnate da carabinieri a cavallo e comandate da due ufficiali anch’essi a cavallo. Lo scontro fu inevitabile e violentissimo. Accortasi chi aveva davanti, la guardia nazionale si disimpegnò scappando verso Cellino mentre i carabinieri cercarono di proteggerne in qualche modo la ritirata. Dopo un accanito inseguimento vennero però raggiunti e sopraffatti: dodici di essi caddero prigionieri. Due vennero fucilati immediatamente, mentre gli altri furono liberati dopo aver subito il taglio dei lobi auricolari. Nel frattempo la masseria Angelini venne data alle fiamme. Il 21 novembre 1862 il Sergente Romano e la sua truppa entrarono trionfanti in Carovigno dove, dopo una travolgente scorribanda per le vie del paese, si concentrarono nella piazza principale per abbattere i simboli Sabaudi ed innalzare quelli Borbonici. Qui il Sergente Romano dall’alto di un balcone tenne un appassionato discorso alla folla in delirio, invitando tutti alla rivolta contro gl’invasori piemontesi ed i traditori liberali loro alleati. A questo punto il resto del paese scese tumultuante per le strade inneggiando a Francesco II, le case dei liberali vennero date alle fiamme, fu devastato il comune, distrutto il presidio militare, poi l’intera popolazione si portò in processione al santuario della Madonna del Belvedere per un solenne “Te Deum”. Lasciato Carovigno con l’aiuto di Cosimo Mazzei e la sua squadra che, rimasta di guardia nelle campagne circostanti si avventò con incredibile ardimento sui soldati piemontesi accorsi dai dintorni, il Romano ed i suoi uomini si diressero sicuri verso sud marciando tutta la notte per raggiungere la masseria Santoria nei pressi di Santa Susanna. Il massaro era un certo Giuseppe de Biase, liberale e consigliere comunale di Oria. Senza perder tempo si rifornirono di cibo e foraggio; presero come ostaggio il – de Biase, onde evitare delazioni da parte dei parenti, e ripartirono per raggiungere i vari centri abitati della zona dove contadini festosi li acclamarono quali liberatori. I loro spostamenti diventarono rapidissimi onde evitare prima il frontale e poi l’accerchiamento delle truppe piemontesi che con marce forzate, fin dal giorno precedente, cercavano di agganciare la formazione. Intuendo come le volpi il pericolo imminente, i guerriglieri si rifugiarono nel bosco di Avertrana dove uccisero l’ostaggio che aveva tentato di avvertire le truppe sabaude. Ormai il sergente Romano era diventato un mito, la sua fama aveva raggiunto ogni angolo della regione tanto che poteva girare sicuro come un trionfatore, ma fu questa sicurezza che poi gli fu fatale. Disturbato dall’accresciuto numero di soldati piemontesi nella zona, verso la fine di Novembre decise di rientrare nel bosco Pianella marciando per chilometri attraverso campagne e paesi spavaldamente, in formazione militare, con in testa tanto di bandiera, tamburino e tromba. Ovunque lasciava simboli Borbonici, abbatteva linee telegrafiche, bruciava fattorie di liberali, rincorreva e colpiva squadriglie della guardia nazionale, bruciava archivi comunali. Il 1 Dicembre presso la fattoria Monaci, poco distante da Alberobello, l’intera armata dei ribelli era intenta a bivaccare tranquilla riposandosi dopo la lunga campagna effettuata nel sud della regione. Ma il rientro in grande stile, ed il clamore delle gesta avevano fatto spostare in zona anche le truppe piemontesi che da mesi cercavano invano un vero e proprio scontro militare. Il sergente Romano non immaginando minimamente cosa si stava preparando di li a poco non si preoccupò di attivare spie e vedette, come era solito fare, consentendo così all’avanguardia della 16″ compagnia del 10″ Reggimento di fanteria di scorgere il campo senza essere avvistata. Il capo pattuglia intuendo l’importanza della scoperta, senza esitare avverti il grosso della compagnia. Dopo poco l’intero reparto si scagliò sui guerriglieri sorprendendoli disarmati e nel sonno: fu una carneficina. Il Romano ed i suoi uomini cercarono di abbozzare una resistenza ma essendo la situazione estremamente critica l’unica via d’uscita restava il disimpegno veloce. Abbandonarono in fretta la zona perdendo il grosso degli uomini, dei cavalli e degli armamenti. Aiutati dalle tenebre e dalla perfetta conoscenza dei luoghi il Romano ed i suoi uomini riuscirono a riparare nel bosco Pianelle dove curarono i feriti, recuperarono gli sbandati e soprattutto si contarono. Erano rimasti in 50. Ma il Sergente non si scoraggiò per il duro colpo e subito dopo mandò in giro i suoi uomini a reclutare altre forze ed a metà Dicembre riprese nuovamente le ostilità. Più velocità negli spostamenti e soprattutto più spietatezza negli scontri che dovevano essere esclusivamente agguati. Ormai li aveva tutti addosso, veniva braccato senza tregua da migliaia di uomini, tra soldati, guardia nazionale e carabinieri. Le campagne di Alberobello, Fasano, Castellana, Putignano, Cisternino e Gioia del Colle, venivano percorse solo di notte o nei temporali, con assalti brevi ma incisivi alle masserie e solo a piccole squadriglie di carabinieri e guardia nazionale, evitando con rapidissime ritirate ed audacissirni aggiramenti le grosse formazioni piemontesi. La notte di Natali tutta la compagnia la trascorse presso la masseria Antonio Surico, amico di famiglia del Romano, ma i carabinieri avendo sistemato lungo le vie di accesso alle massarie dei non liberali propri uomini con il compito di segnalare ogni spostamento sospetto, localizzarono i guerriglieri. L’area di azione ormai era stata individuata ed il Romano aveva perso un fattore fondamentale della sua guerra: la segretezza negli spostamenti. Il 30 Dicembre, mentre i Borbonici erano intenti a mangiare, gli piombò addosso una squadra di guardia nazionale comandata dal dott. Lino Romeo. La risposta però fu immediata ed addirittura la situazione si ribaltò a favore dei legittimisti quando improvvisamente arrivò un intero reparto di cavalleggeri di Saluzzo che, richiamato dagli spari, era accorso prontamente. Per il Romano e la sua squadra fu nuovamente sconfitta e l’unica via di salvezza fu la fuga precipitosa lasciando sul terreno morti, feriti, armi ed attrezzature. Per evitare un facile inseguimento, appena fuori la mischia, la truppa legittimista si divise in più squadriglie con la promessa di riunirsi in tempi migliori. Quindi il grosso della compagnia mosse alla volta delle alture delle Murge, zona più sicura. Ma il Sergente non si fece attendere molto. Il 4 Gennaio lungo la strada che porta al Santuario del Melitto, nei pressi di Cassano, tese un’imboscata alla guardia nazionale di Altamura. Nello scontro furibondo che ne scaturì i militi fatti letteralmente a pezzi dai partigiani che si abbandonarono a violenze indescrivibili dettate da un odio e da un desiderio di rivalsa profondi ed incolmabili. Sapendo di avere addosso tutte le truppe della zona il Sergente, a notte fonda si sposto nel bosco di Vallata presso Gioia del Colle nello stesso posto da dove nel 1861 erano partite le sue prime incursioni. Ma anche questo suo spostamento fu intercettato e nel giro di qualche ora il bosco fu circondato da un intero reparto di cavallegeri di Saluzzo, comandato dal capitanp Bolasco, e da un plotone di guardie nazionali accorse in forze da Gioia del Colle. Il Sergente Romano ed i suoi uomini sentendo i nemici addentrarsi nella fitta vegetazione da tutte le direzioni intuirono la grave situazione e aspettarono immobili nei loro nascondigli fino all’ultimo momento. Lo scontro a fuoco fu micidiale e, terminate le scariche di fucileria, seguìun furioso corpo a corpo all’arma bianca. Uno alla volta i Borbonici caddero sotto i colpi sferzanti della soverchiante truppa nemica. Il Romano circondato dai militi piemontesi si battè con forza sovraumana fino a quando, coperto di sangue e ferito al grido di “Evvivorre!”, cadde gloriosamente. Alla sua morte gli uomini smisero di combattere e si lasciarono arrestare. Il corpo del partigiano fu miseramente spogliato della divisa borbonica e, issato come una preda ad un palo sopra un carretto, fu portato a Gioia del Colle, in via della Candelora, sotto le finestre della sua abitazione dove rimase esposto per una settimana. Nonostante ciò la popolazione ne non volle credere alla morte del proprio eroe e continuò a raccontare le sue gesta, ad aspettare il suo ritorno, a sperare in un futuro di giustizia. Ma il Sergente Romano era effettivamente morto e con lui era finita la resistenza armata all’invasore piemontese in terra di Puglia.
di Antonio Lucarelli – da: “AVVENTURE ITALIANE” Vallecchi Editore, Firenze, 1961

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Cippo funerario nel bosco tra Gioia del Colle e Santeramo in onore del sergente Romano
Ogni anno nel giorno della sua morte si celebra presso il luogo dello scontro un evento che per molti meridionalisti è occasione per ricordare quanto avvenne a seguito dell’unità d’Italia.

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Caverna del Sergente Romano nel bosco di Martina Franca.
Era conosciuto, ai tempi del brigantaggio, non come il sergente Romano, ma come Enrico La Morte.
Anche suo fratello, Vito Romano, fu patriota, arruolatosi nella legione del fratello a soli 17 anni!

LA STRAGE di FAGNANO CASTELLO (la Pontelandolfo Calabrese)

L’esercito invasore savoiardo o neo-italiano nel tentativo di reprimere chiunque non accettasse di buon grado l’invasione e la vessazione italiana, decise di sedare le ribellioni di intere città dove le popolazioni si erano permesse di ribellarsi alle sevizie e all’arroganza dei soldati conquistatori, all’oppresione fiscale dei politici italiani da poco insediatisi ma già abbondantemente farabutti. Così si diede sfogo ai più bassi istinti su popolazioni inermi con decapitazioni, sevizie, roghi umani e tutto ciò che l’immaginazione di questi “eroi” creava si trasformata in realtà ed ha dato origine a una delle infinite pagine ingloriose dell’esercito italiano incapace di vincere con i forti ed arrogante e forte con i deboli. Una pagina che gli storici si ostinano a chiamare “risorgimento” per l’attesa fiduciosa in un giorno in cui l’Italia “inerme, divisa, avvilita, non libera, impotente” sarebbe risorta “virtuosa, magnanima, libera e una”, ma che a tutt’oggi così non è! Si censurò la vera storia e non per vergogna, ma per la paura che in Europa si sapesse che quello che si definiva “lotta al brigantaggio” era solo una sporca guerra di conquista combattuta non con un esercito ad armi pari ma con un esercito di contadini straccioni che volevano solo difendere quello che era loro. Ricordiamo che a tutt’oggi l’esercito proibisce l’accesso pubblico ai loro archivi storici. Si è trattato di un vero e proprio genocidio attuato su ordini ben precisi e compiuto contro i popoli del sud della penisola italica. Eppure di questi soldati, dei loro sovrani, dei loro politici, molti dei quali non conoscevano nemmeno il resto della Penisola e si esprimevano quasi sempre in francese, si parla come di liberatori del popolo meridionale dall’oppressione o come di patrioti italiani preoccupati del destino dei fratelli del Sud sotto il giogo straniero dei Borbone, nati questi, quasi tutti a Napoli e che, oltre all’italiano, parlavano da sempre correntemente il napoletano. Successivamente alla nefasta unità d’Italia, si accese una violenta risposta del popolo all’occupazione militare del Regno perché tutti si accorsero che la situazione era profondamente peggiorata. E così l’esercito invasore rispose con i suoi uomini peggiori “i macellai” come il col. Pietro Fumel che fu mandato in Calabria (nel Cosentino) per domare il “brigantaggio”. E la repressione attuata da Fumel fu spietata, perché usò i metodi più estremi per eliminare i partigiani delle Due Sicilie , ricorrendo alla tortura e al terrore, senza distinzioni tra “briganti” e “manutengoli” o presunti tali e a prescindere dalla minima osservanza di qualsiasi garanzia legale o umana. Egli decimò le bande di Palma, Schipani, Ferrigno, Morrone, Franzese, Rosacozza, Molinari, Bellusci e Pinnolo. Le esecuzioni comandate da Fumel avvenivano in pubblica piazza e lungo le strade. Le vittime venivano decapitate e le loro teste venivano impalate come avvertimento per chi aderiva o appoggiava le “bande brigantesche” , altri cadaveri venivano gettati nei fiumi. A Cirò il 12 febbraio del 1862, Fumel scrisse un proclama sulla risoluzione del problema del brigantaggio: « Io sottoscritto, avendo avuto la missione di distruggere il brigantaggio, prometto una ricompensa di cento lire per ogni brigante, vivo o morto, che mi sarà portato. Questa ricompensa sarà data ad ogni brigante che ucciderà un suo camerata; gli sarà inoltre risparmiata la vita. Coloro che in onta degli ordini, dessero rifugio o qualunque altro mezzo di sussistenza o di aiuto ai briganti, o vedendoli o conoscendo il luogo ove si trovano nascosti, non ne informassero le truppe e la civile e militare autorità, verranno immediatamente fucilati. Tutte le capanne di campagna che non sono abitate dovranno essere, nello spazio di tre giorni, scoperchiate e i loro ingressi murati. È proibito di trasportare pane o altra specie di provvigione oltre le abitazioni dei Comuni, e chiunque disubbidirà a questo ordine sarà considerato come complice dei briganti ». L’eco di questo bando arrivò anche a Londra, dove il parlamentare lord Alexander Baillie-Cochrane affermò che «un proclama più infame non aveva mai disonorato i giorni peggiori del regno del terrore in Francia». Persino il suo più stretto collaboratore, l’ufficiale Auguste de Rivarol, rimase sconcertato dalle azioni di Fumel, tanto da annotare nelle sue memorie (Nota storica sulla Calabria) i suoi pensieri sulle atrocità volute dal colonnello. Il deputato Giuseppe Ricciardi disse alla Camera il 18 aprile 1863: «Questo colonnello Fumel si vanta d’aver fatto fucilare circa trecento briganti e non briganti». Anche il macellaio garibaldino di Bronte Nino Bixio ebbe a dire: ‘Si è inaugurato nel Mezzogiorno d’Italia un sistema di sangue’, così come molti altri comandanti dell’esercito, presero le distanze dalle decisioni di Fumel. Ma balzò agli onori (e disonori) della cronaca nell’inverno del 1863 a causa della fucilazione di un centinaio di cittadini di Fagnano Castello ritenuti briganti dalle forze armate. Erano tutti briganti? Certamente molti erano poveri contadini inermi, di 27 cittadini fucilati sono stati ritrovati i certificati di morte ed erano alcune personalità della comunità fagnanese che godevano di indubbia onorabilità come l’ex sindaco nonchè notaio e un paio di possidenti terrieri. Ma il temibile e temuto Colonnello Fumel, ebbe anche un’altra funzione, indiretta ma non meno incisiva, con la sua feroce repressione di “briganti” e “fiancheggiatori”, di indubbia crudele efficacia, ha senz’altro contribuito a ingrossare il flusso migratorio che dalle Due Sicilie, strette nella morsa della povertà, dell’occupazione e della paura (denunce, delazioni, azioni di polizia brutali, oltre all’ostilità ed al timore nei riguardi di quell’oggetto misterioso, remoto ma sempre pronto a colpire, il nuovo governo sabaudo) si è riversato nelle Americhe. I metodi brutali del colonnello attirarono lo sdegno dell’opinione pubblica europea e, spinto principalmente dalle proteste del parlamento italiano e britannico, il governo decise di rimuoverlo dall’incarico. Vittorio Emanuele II, altro rozzo macellaio, difese il suo operato e lo decorò con la medaglia d’argento al valor militare. Ma molto più grave fù la gratitudine dei liberali voltagabbana meridionali, che in tre cittadine calabresi gli conferirono la cittadinanza onoraria: Roseto Capo Spulico e Amendolara nel 1862, San Marco Argentano nel 1863. Fumel soggiornò poi a Roma nella speranza di essere eletto senatore a vita dal sovrano sabaudo, ma il diavolo tre anni dopo la strage lo chiamò a sé tra i più validi suoi collaboratori e così morì prima di poter sperare nel ricevere la nomina.
A Fagnano Castello 1863, cento persone furono massacrate nell’arco di una sola giornata. A distanza di oltre 152 anni il 16 agosto 2015 Fagnano ha ricordato le vittime dell’assurda barbarie piemontese con una targa posta in loro onore nella speranza che ciò possa almeno dare loro un poco di sollievo a queste povere anime. Oggi che conosciamo la nostra storia abbiamo l’obbligo morale e identitario di lottare per ricostruire l’appartenenza al nostro territorio, identità che fù strappata, squartata, disonorata nel momento in cui avvenne l’invasione garibaldesca e savojarda.

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Il terrore dei contadini il pluridecorato Col. Pietro Fumel eroe nazionale!
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Targa a ricordo della strage piemontese del 1863 — presso Fagnano Castello.

ANALISI ECONOMICA DELLA “QUISTIONE” MERIDIONALE

Il Mezzogiorno d’Italia è l’area più sottosviluppata d’Europa. Tale situazione è scaturita da oltre un secolo e mezzo di immobilismo politico ed economico, cosa che ha causato la fine delle realtà produttive che erano il vanto della nostra terra. Il Sud, aveva rappresentato non solo uno dei principali centri di produzione culturale europea, ma anche politica ed economica. Per quanto concerne il settore industriale, era tutto il paese (nei vari stati preunitari) a trovarsi in condizioni di arretratezza rispetto alle potenze europee, si pensi ad esempio all’Inghilterra, che nel 1861 era egemone in molti campi della produzione (industria estrattiva e mineraria, trasporti, industria pesante) e avanzata in politica agraria. L’arretratezza nel settore agricolo in Italia causò, per certi versi, anche l’arretratezza nel settore industriale; infatti, l’industrializzazione italiana si ebbe molto tardi (tra il 1880 e il 1900) e, quindi, solo dopo l’Unità. Tale condizione fu uno dei freni alla crescita, a cui và aggiunta la mancanza di combustibili fossili e di capitali da investire nei settori produttivi. In ogni caso, vale la pena osservare quali fossero le differenze di base e le distanze esistenti ben prima del 1861. Nel Regno delle Due Sicilie, furono espletati vari tentativi per cercare di restare al passo con le altre capitali europee. Negli anni Quaranta, i Borbone, la cui precedente inattività lasciò che il mercato meridionale da fosse invaso da prodotti d’importazione, mutarono la loro politica, mirando alla creazione di un settore industriale non più diretto all’autoconsumo bensì all’esportazione. Vennero, infatti, innalzati dazi doganali, sulla base del modello protezionistico attuato da tutte le potenze europee in via d’industrializzazione, in modo da scoraggiare l’ingresso di beni importati nel mercato interno e diminuendo, quindi, un peso non indifferente per la bilancia commerciale. Si favorì, inoltre, la nascita di imprese con capitale sociale costituito da azioni di piccolo taglio, stimolando in tal modo l’intervento del medio ceto nell’attività produttiva. I poli industriali del Regno erano però molto limitati. La Campania non sfigurava sulla scena europea, in quanto a popolazione, con Napoli – quarta città in Europa dopo Parigi, Londra e Pietroburgo – e il suo hinterland, seguita da Terra di Lavoro. In questa regione, si trovavano numerosi centri di produzioni industriale, che trainavano l’industria pesante ed estrattiva esistente in Calabria. Per quanto concerne, invece, la Sicilia, salvo alcune realtà positive, l’isola si trovava in uno stato di forte arretratezza rispetto al resto del Regno. Le città industrialmente più attive erano Messina e Catania, nelle quali si era formato un ceto modernamente imprenditoriale ed erano sorti stabilimenti nel settore tessile, conciario, dei saponi, dei tabacchi e dei succhi d’agrumi. Per quanto concerne il resto dell’Italia, prima dell’Unità “neppure il Nord aveva un vero apparato industriale”, così come “la Lombardia, ora così fiera delle sue industrie, non aveva quasi che l’agricoltura”. La situazione settentrionale era molto simile a quella meridionale più di quanto sicuramente lo sia oggi. Nel Nord dominava la scena industriale il settore tessile, che trascinava con sé settori importanti dell’agricoltura. Ad esempio, furono tramutate terre di coltivazione cerealicola in terre per la bachicoltura, grazie allo sviluppo che i setifici ebbero nel contesto europeo. In Liguria fioriva la cantieristica navale, che ebbe grande sviluppo con l’avvento delle acciaierie e delle ferriere Piemontesi e Lombarde. La differenza sostanziale tra il Nord e il Sud del paese, anche nel settore industriale, era rappresentata dalla struttura e dalla composizione sociale, oltre che dalla titolarità delle iniziative: infatti, eccezion fatta per le industrie pesanti e le armerie la cui gestione era appannaggio esclusivo dello Stato, la totalità delle attività industriali erano svolte da soggetti facoltosi appartenenti alla borghesia imprenditoriale, che non disdegnavano il ricorso a capitali di rischio, magari anche stranieri, per le loro iniziative. Al Meridione, invece, l’azione dello Stato era predominante: infatti, grazie all’operato della corona fu possibile sviluppare le industrie di estrazione, lavorazione e trasporto dei metalli pesanti, così come nel caso della marina e delle ferriere, ma solo grazie alle barriere in entrata poste dai Borbone si evitò l’ingresso massiccio nel mercato meridionale di prodotti di altre nazioni, con prezzi più bassi rispetto a quelli interni. Il PIL pro capite nel 1861, come si evince dal lavoro di Daniele e Malanima, nel Nord Italia, era di 333 lire, mentre nel Sud, per il medesimo anno, era di 335 lire. Come osservano Daniele e Malanima, alla data dell’Unità, non esisteva tra Nord e Sud un vero e proprio divario economico. Le due economie, seppur differenti, riuscivano a stare sul medesimo livello di produzione. Il PIL, e il PIL pro-capite erano attestati sullo stesso piano fino al 1890. Le differenze, in alcuni casi anche marcate, si notavano di più in riferimento al problema sociale. Tali indicatori mostravano, infatti, che il Settentrione, per statura media, mortalità infantile e speranze di vita alla nascita, era leggermente in vantaggio. Il divario più netto si registrava, invece, a proposito del grado di alfabetismo. Esso era molto più marcato nelle regioni del Nord Italia, Lombardia, Piemonte e Liguria su tutte, piuttosto che nel Sud del Paese, dove il problema dell’arretratezza dell’istruzione presentava punte molto elevate. A Nord come a Sud, esistevano regioni più avanzate di altre e queste distanze risultavano maggiori rispetto a quelle tra le due grandi aree del paese. Nel complesso, l’Italia era una nazione che ancora non aveva provato l’esperienza della rivoluzione industriale e il settore produttivo non riusciva a reggere il confronto con le altre potenze già sviluppate in seguito al processo di industrializzazione. Il passaggio da un’economia principalmente agraria e, talvolta, destinata all’autoconsumo ad una più sviluppata, industriale e orientata per il mercato, è identificato da molti studiosi come la fase da cui è scaturito o si è aggravato decisamente il secolare divario tra il Nord e il Sud del paese. Infatti, la comparsa delle industrie, nel senso moderno della parola, avvenne in primo luogo nel Settentrione, dove si sviluppò considerevolmente un’azione d’investimento nelle nascenti attività industriali di forti quantità di capitali, dando vita, così, al decollo produttivo del Paese. Solo dopo l’unificazione, si formò il cosiddetto “triangolo industriale” (Torino-Milano-Genova), che avrebbe portato il Nord, negli anni a cavallo tra il XIX e il XX secolo, a rappresentare l’area più industrializzata d’Italia. Alla fine degli anni Ottanta dell’Ottocento che ha inizio una vera e propria divergenza tra le due parti del Paese, più per il take-off industriale del Centro-Nord che per un regresso del Mezzogiorno, che, comunque, non vedeva affrontati i suoi problemi di fondo. Quindi dal 1861 al 1891 il divario in termini di PIL pro-capite era del tutto trascurabile, addirittura per certi versi si potrebbe definire fisiologico, ma dall’ultimo anno in poi il divario aumentò vertiginosamente fino al 1951, in un processo caratterizzato da un declino senza precedenti. Vennero infatti persi, da parte del Mezzogiorno, 50 punti percentuali di PIL pro-capite. In termini di ricchezza, equivaleva al dato secondo cui un lavoratore del Sud Italia guadagnava, nel 1951, la metà di un lavoratore del Nord. Le differenze, nel 1861, erano, quindi, quelle ereditate dalla situazione pre-unitaria. Mentre era ancora in fase embrionale lo sviluppo del triangolo industriale, si verificarono nel Mezzogiorno due grandi fenomeni: il brigantaggio e l’emigrazione. Il primo fu una vera e propria “guerra civile” che spaccò la popolazione, in lotte fratricide, fra i favorevoli all’Unità d’Italia e chi ne era contrario. Il brigantaggio non era una novità nella penisola. Lungo tutta l’Italia era diffuso un senso di ribellione al potere centrale, anche se con quel termine si può indicare una forma di banditismo a scopo di rapina e di estorsione. Il brigantaggio unitario scaturì senz’altro dalla situazione disperata in cui versava il Mezzogiorno dopo l’Unità. La scintilla che fece scattare sollevazioni antisabaude in tutto il Meridione ebbe origine dalla percezione che il Piemonte non era intervenuto nel Sud per fare l’Unità d’Italia, bensì per colonizzarlo o, come sottolinea Petracco “per allargare i confini sabaudi”. Venne quindi attuata una “Piemontesizzazione”, un processo di cui, addirittura, mostrarono consapevolezza gli stessi protagonisti dell’Unità. Con questo intervento vennero sostituiti tutti i validi amministratori dell’ex Regno delle Due Sicilie con quelli inviati dal Piemonte e furono messe in discussione tutte le realtà industriali del Mezzogiorno: e quando ciò non successe intenzionalmente fu a causa della concorrenza intervenuta dopo l’annullamento dei dazi protezionistici. Qualsiasi prodotto di cui il Mezzogiorno aveva bisogno veniva fatto arrivare dal Piemonte, “persino la carta dei dicasteri” come ebbe modo di dichiarare in una commissione d’inchiesta, il 20 Novembre 1861, il duca di Maddaloni Francesco Proto Carafa. Per i meridionali non vi fu più alcuna attività in grado di fruttare un reddito adeguato. La già fragile economia meridionale non seppe rispondere alle sempre più numerose azioni che miravano a renderla “subalterna” o a spostarla su un piano di concorrenza. Quando apparve chiara la natura della politica con cui fu governato il Sud, caratterizzata dalla volontà centralistica della politica sabauda, le tensioni accumulate esplosero. L’estromissione dagli impieghi, dalle magistrature, dall’insegnamento, dalle fabbriche, dall’esercito, dalle gendarmerie, dai conventi e dai servizi di una quantità enorme di persone; l’aumento delle imposte e l’introduzione di nuovi pesanti tributi; la chiusura degli opifici e dei cantieri; l’esclusione delle imprese meridionali dalle commesse di Stato con la conseguente disoccupazione; l’ imposizione della circoscrizione obbligatoria, che privava delle braccia da lavoro migliaia di famiglie rurali, furono solo alcuni dei provvedimenti che colpirono i territori meridionali e che favorirono la formazione di un numero considerevole di briganti, che combattevano per il ritorno sul trono del buon Re Francesco II di Borbone, la cui repressione violenta ebbe come protagonisti Cialdini, la Marmora e Cadorna. La seconda grande questione che scaturì da quel periodo fu l’emigrazione, che si acutizzò proprio a causa del divario nord/sud. Nel primo quindicennio successivo l’Unità, gli espatri, per lo più transoceanici, dal Mezzogiorno e dalla Sicilia, furono circa di quattro milioni di persone, tanto da portare alcuni autori a definire questo fenomeno come una vera e propria “fuga di popolo”. Il governo appena nato non provò ad arginare questo processo, anzi favorì il perdurare di un’emigrazione massiccia. Da uno studio dell’Accademia Nazionale dei Lincei, guidata da De Meo, risulta che con l’azione combinata dei proventi delle tasse sulle migrazioni e delle rimesse dei meridionali all’estero, entrarono nel nuovo Stato italiano 3 milioni e 300 mila miliardi di lire, nel corso di trent’anni. Tale somma costituì uno strumento di un certo rilievo per finanziare l’industrializzazione italiana, permettendo la nascita del settore produttivo nel Nord Italia, nonché il suo repentino sviluppo. Le correnti migratorie divennero, col tempo, una consuetudine: l’annuario statistico di Correnti-Maestri del 1876 riportava che gli italiani che lasciavano il suolo patrio erano circa 100 mila all’anno; mentre nel 1901 furono circa mezzo milione, e nel solo anno 1913 furono 872 mila, ossia un italiano su quaranta. Com’è stato osservato: “l’Italia dalla metà degli anni Novanta è già un paese che aveva scelto di esportare in massa forza-lavoro, trasformando così in emigranti produttori di reddito all’estero quelli che potevano essere una massa di produttori-consumatori all’interno”. Si può capire l’importanza delle rimesse degli italiani all’estero, prendendo in considerazione il fatto che nel 1907 la FIAT fu colpita da una forte crisi di liquidità. La Banca d’Italia intervenne in aiuto dell’industria piemontese utilizzando il Banco di Napoli, la banca che all’epoca era dotata di maggiore liquidità, proprio grazie alle rimesse degli emigranti. “Le rimesse non costituiscono solo un importantissimo apporto finanziario per le famiglie e per gli Stati di provenienza degli espatriati ma anche uno strumento di crescita e progresso divenendo una fonte primaria per la crescita dell’ economia nazionale”. Gli studiosi del fenomeno spiegano che a livello macroeconomico, l’afflusso delle rimesse rafforza la bilancia nazionale dei pagamenti dei paesi più poveri riducendo il loro debito nei confronti dei paesi più ricchi. L’Italia, è cresciuta con le rimesse degli emigranti. Interi paesi del sud sono sopravvissuti esclusivamente grazie alle rimesse. Fino agli anni Ottanta i soldi erano canalizzati principalmente nella costruzione della casa o nell’avviamento di un’attività autonoma. Oggi, invece, nessuno sogna di rientrare in patria, se non per situazioni particolari, e le rimesse rappresentano soltanto il 10% di quello che erano fino a 30 anni fa. A conferma che l’Unità fu il frutto della volontà di unificare i confini territoriali del Paese sulla base di istituzioni preesistenti nel Regno sabaudo, Cavour, primo ministro del nuovo Stato, decise che il debito pubblico del Piemonte, che nel 1860 aveva un passivo di ben 91.010.834 lire e che nel 1861, in base a quanto dichiarò il ministro Bastogi alla Camera, era caratterizzato da uno spaventoso deficit di 314 milioni di lire, dovesse essere completamente assimilato a quello del nuovo Regno d’Italia, nonostante il fatto che il Mezzogiorno con un territorio di gran lunga più vasto, apportava allo Stato solo 42 milioni di deficit. Bisogna ricordare che il Piemonte fu più volte salvato grazie la liquidità delle Banche meridionali, il cui stato di salute derivava, prima, dalla gestione Bernardo Tanucci e, poi, dalle rimesse dei meridionali all’estero. L’Italia meridionale, finì per partecipare al pagamento dei debiti che appartenevano agli Stati dell’Italia del Centro-Nord con una quota ben più grande di quella che rappresentava. Ciò contribuì alla crescita di un dislivello economico tra le due parti del Paese. Le dinamiche della rivoluzione industriale segnarono una frattura definitiva all’interno dell’Italia, cristallizzando i rapporti tra Nord e Sud. E’ nel primo decennio del Novecento che cominciano a delinearsi i contorni di una nuova geografia economica, dando inizio all’andamento dualistico dell’economia italiana e alla recessione del Sud.

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LA FUGA DEL POPOLO MERIDIONALE

Briganti e galantuomini: quando i nazisti indossavano il kepì

In tema di brigantaggio meridionale il protagonista è quasi sempre il contadino, il pastore o il brigante (che poi è la stessa cosa), i quali si contrapponevano ad una classe sociale diversa, quella dei ‘galantuomini’: grandi proprietari terrieri e allevatori, responsabili del patto con l’amministrazione piemontese che ha contrassegnato la nascita dell’Unità d’Italia. Fu una guerra civile che ebbe due aspetti: quello militare, caratterizzato da una ferocia inutile e da una inadeguatezza della classe militare al comando, che lascia presagire i disastri del 1866, e quello politico-sociale, nel quale spicca il ruolo dei galantuomini e il loro tacito patto con l’amministrazione piemontese, destinato ad incidere non solo sul futuro del meridione, anche sugli esiti del processo di unificazione dello Stato. Dopo l’unità, la destra al governo non attuò una politica favorevole alle popolazioni delle campagne meridionali e in particolare non intervenne per modificare la struttura della proprietà terriera, basata sul grande latifondo. Il malcontento e le difficilissime condizioni di vita dei contadini diedero origine al grave fenomeno del brigantaggio: grandi e piccole bande armate imperversarono nel Mezzogiorno, dando vita a uno scontro che assunse i toni e le dimensioni di una vera e propria guerra civile nei confronti della quale lo stato non volle trovare altra risposta che la repressione militare. Inseguimenti e cacce all’uomo sulle alture. Sali, scendi, montagne, boschi, spara, e spesso muori. Una guerra feroce di poveri cristi, una guerra di agguati, schioppettate, gole tagliate, prigionieri seviziati. Si stenta a distinguere le ragioni dai torti e a cogliere a volte una natura umana comune, nella lotta infame senza pietà tra briganti e piemuntisi. Che poi non erano solo settentrionali, tanto meno piemontesi, ma venivano da ogni parte d’Italia, meridione compreso, dato che la leva obbligatoria impegnava in arme tutti i ragazzi dello Stato neonato, cresciuto a dismisura rispetto all’originario Regno di Sardegna. E così si osservano le miserie e le viltà della guerra senza quartiere che insanguinò per dieci anni il Mezzogiorno, le ingiustizie, l’incapacità di capire degli uni e degli altri. Una rivolta contadina contro i metodi ed i sistemi adottati dal nuovo regime, ma a T’orino non si ammette che altre possano essere le cause della rivolta contadina, né tanto meno che a provocare la degenerazione delle prime manifestazioni legittimiste in delinquenza comune sia stata la politica della Destra. Nessuno vuole che si parli di “occupazione piemontese” meridionale e la Camera dei Deputati non consente ad un suo membro di presentare il 20 novembre del 1861 e di illustrare una mozione che è un violento atto di accusa contro la politica del Governo cui si attribuisce la responsabilità di aver provocato nelle province napoletane una situazione che non riesce più a controllare. Gli uomini di Stato del piemonte- afferma nella sua mozione il duca di Maddaloni Francesco Proto Carafa deputato di Casoria – hanno corrotto nel Regno di Napoli quanto vi rimaneva di morale. Hanno spoglio il popolo delle sue leggi, del suo pane, del suo onore… e lasciato cadere in discredito la giustizia… Hanno dato l’unità al paese, è vero, ma lo hanno reso servo, misero, cortigiano, vile. Contro questo stato di cose il paese ha reagito. Ma terribile ed inumana è stata la reazione di chi voleva far credere di avervi portato la libertà… Pensavano di poter vincere con il terrorismo l’insurrezione, ma con il terrorismo si crebbe l’insurrezione e la guerra civile spinge ad incrudelire e ad abbandonarsi a saccheggi e ad opere di vendetta. Si promise il perdono ai ribelli, agli sbandati, ai renitenti. Chi si presentò fu fucilato senza processo. I più feroci briganti non furono certo da meno di Pinelli e di Cialdini. Le accuse mosse dal duca di Maddaloni irritano il governo a T’orino, non si può ammettere che un deputato meridionale faccia proprie le accuse che i leggittimisti borbonici muovono agli uomini del nuovo regime. Il deputato di Casoria è invitato a ritirare la sua mozione e, al suo diniego, la Presidenza della Camera non ne autorizza la pubblicazione negli Atti Parlamentari e ne vieta la discussione in aula perché espressione della pia bieca reazione. Anche Giuseppe Ricciardi (eletto nel Collegio di Foggia) preannunzia una sua interpellanza sulle condizioni delle province meridionali. Ma il Governo non intende discutere su questo argomento. La stesso Presidente del Consiglio interviene ed invita la Camera a non fare discussioni inutili: il promuovere la questione delle piaghe delle provincie meridionali – ritiene il Ricasoli- sarà un perder tempo prezioso, sarà il ripetere una storia dolorosa di cose che purtroppo sappiamo. Giuseppe Ferrari (eletto nel Collegio di Gavirate, prov. di Varese) sostiene la necessità che la Camera affidi ad una propria Commissione una inchiesta da condurre nelle province infestate dal brigantaggio per accertarne le cause e proporre rimedi per sanare la tragica situazione provocata dalla guerra civile alimentata dalla erronea politica che nel Mezzogiorno svolgono moderati e Governo. Il Ferrari, che non nasconde il pericolo del brigantaggio e le conseguenze che esso può avere nella vita del giovane Regno d’Italia, viene interrotto da Giuseppe Massari : nelle campagne meridionali non si combatte una guerra civile – afferma il segretario della Camera dei Deputati- I briganti sono masnadieri, non un partito politico. L’insistenza con cui i deputati meridionali si oppongono al diniego del Governo di iscrivere all’ordine del giorno le loro interpellanze, irrita anche i deputati della Sinistra i quali, invece, vorrebbero preordinare l’ordine dei lavori per il dibattito sulla Questione Romana . Solo nel 1863 venne costituita una commissione parlamentare di inchiesta sul brigantaggio allo scopo di conoscere più approfonditamente questo fenomeno e mettere il parlamento in condizione di approntare gli strumenti legislativi per poterlo sconfiggere. Così si approverà con procedura di urgenza dal Senato nella seduta del 6 agosto, e pubblicata il 15 agosto del 1863, la famigerata “Legge Pica” che assegna alla competenza dei Tribunali Militari i reati di brigantaggio, sancisce la fucilazione per chi oppone resistenza all’atto della cattura e aiuta, in qualsiasi modo, i briganti fornendo loro notizie e viveri, riconosce la possibilità di applicare le attenuanti previste dal Codice Penale anche ai delitti di brigantaggio, concede attenuanti a chi, entro tre mesi dalla entrata in vigore della legge, si presenti alle autorità costituite e istituisce il domicilio coatto per gli oziosi, i vagabondi, i sospetti e i manutengoli . Le testimonianze dei militari che parteciparono alla repressione del brigantaggio e che furono interpellati dalla commissione, o comunque ne scrissero, sono in grande maggioranza concordi nello stabilirne il carattere fondamentale di rivolta sociale, e si sforzano di individuare gli strati sociali protagonisti della sollevazione, indicandoli, in genere con sufficiente precisione, nei “giornalieri,” e portando quindi l’attenzione prevalentemente sulla piaga dei bassi salari. Analoghe opinioni, più o meno documentate, espressero in scritti ed in altre circostanze anche altri ufficiali di vari gradi, dal generale ex garibaldino Gaetano Sacchi, che comandò la divisione militare di Catanzaro nel 1868, al sottotenente di cavalleria Enea Pasolini (figlio del noto statista moderato e grande proprietario terriero romagnolo, Giuseppe), che morì nel 1868 di malattia contratta per servizio in Calabria, fino agli estensori di scritti rimasti anonimi, degni di nota per alcune acute considerazioni racchiusevi e, in qualche caso, anche per un senso di umana comprensione che li ispira. […]
Il passaggio dei contadini meridionali al brigantaggio fu quindi, una forma di protesta estrema che nasceva dalla miseria e non trovava altro mezzo che la violenza per lottare contro l’ingiustizia, l’oppressione e lo sfruttamento. Un vecchio contadino di Roccamandolfi, nel Molise, riassunse una volta, con scabra efficacia, questa realtà di fatto: “Noi siamo tristi, è vero, ma ci hanno sempre perseguitati; i galantuomini si servono della penna e noi del fucile, essi sono i signori del paese e noi della montagna.” Il sottoprefetto di Ariano Irpino, Lucio Fiorentino, notava : “Qui nelle capanne è più facile trovare fucili che pane.”
Il movente economico-sociale, che era alla base del moto di massa, si rifrangeva poi nel complesso intreccio delle reazioni psicologiche individuali, dominate da due fondamentali sollecitazioni: l’impulso anarchico alla vendetta e alla distruzione, proprio della mentalità contadina. La famigerata “legge Pica”, dette “ottimi” risultati in materia di repressione ma non intaccò in profondità le cause che avevano originato il fenomeno e quindi lasciò la questione del tutto e fatalmente irrisolta. Una legge che lasciò sul campo oltre 60.000 vittime, un lascia-passare che legittimava gli atti scellerati commessi dall’esercito piemontese, già in precedenza colpevole di atti di ritorsione verso i cittadini inermi adulti o bambini, uomini o donne, senza alcuna differenza, dove nemmeno le donne incinte venivano risparmiate!
Le scuole vennero chiuse per oltre un decennio, decine di migliaia di meridionali prelevati dalle loro case e deportati in veri e propri campi di concentramento,
Accanto ai tribunali militari e alle fucilazioni sul posto, non vi fu molto di più. Mancò da parte del governo una seria e incisiva azione politica diretta a migliorare le condizioni di vita della popolazione meridionale.
E quando i briganti furono finalmente debellati, si diede inizio un altro flagello: quello dell’emigrazione.
Il contadino, sceso dalla montagna e gettato alle ortiche lo schioppo, prese la misera valigia di cartone con le sue povere cose e si trasferì al di là dell’Oceano, verso terre lontane e spesso inospitali.
Da brigante si trasformò in emigrante ed è francamente difficile dire quale delle due esperienze sia stata più dura e drammatica. Al meridionale, al cafone, umiliato, violentato,tradito,calpestato, non restava altra scelta che lasciare la propria casa. Ad oggi, all’ inizio di terzo millennio, ancora si parla diffusamente di una “questione meridionale” ben lungi dall’essere risolta!


La repressione messa in atto nel primo decennio dell’Italia unita, con la lotta del regno sabaudo contro il brigantaggio propriamente detto. Ma per briganti s’intendevano soprattutto quanti, ed erano tanti, per un motivo o per l’altro non accettavano la piemontesizzazione del Mezzogiorno continentale e della Sicilia, e vi si ribellavano duramente. Certo, questa impresa violenta non è che l’ultimo capitolo di una secolare storia di sanguinose repressioni, in cui i poteri statali che si erano via via avvicendati non furono in grado di trovare altra risposta ai sommovimenti sociali (al cui centro sono quasi sempre questioni legate alla proprietà o alla gestione delle terre) che non fosse il sangue. Se non che, di quel decennio e in uno stato che si definisce liberale, quel che soprattutto colpisce è la delega assoluta concessa ai militari che governano, quasi sempre alla faccia di prefetti e procuratori del re, con leggi (e soprattutto non leggi) eccezionali, con stati d’assedio, con decimazioni, con tribunali militari sorti da null’altro che dalla feroce mentalità extralegale di chi li aveva istituiti e gestiti.

La “grande mattanza” s’attaglia alle gesta del colonnello Pietro Fumel da Ivrea che adotta metodi ben più sbrigativi. È spietato. Va a caccia di otto briganti di Bisignano. Uno rimane ucciso, uno è ferito, gli altri sei si consegnano per liberare i parenti arrestati come ricatto. Secondo quanto riferisce un rapporto prefettizio (ed è descrizione identica a quella che ottant’anni dopo vedrà i partigiani vittime dei criminali nazifascisti) il colonnello Fumel li faceva quindi fucilare sul luogo e attaccare poscia alle antenne del telegrafo che fiancheggiano la strada con un cartello appeso al collo indicante i delitti che avevano commessi e ad esempio dei tristi. È descrizione identica a quella che ottant’anni dopo vedrà la tragica fine dei partigiani vittime dei criminali nazifascisti. Una carneficina, a Fagnano Castello ordina la fucilazione di cento contadini inermi, delle orrende scenografie (spesso le vittime erano decapitate e le loro teste impalate) e nessuno lo ferma. Una volta, avendo saputo che un vescovo se la intendeva coi briganti dà ordine di arrestarlo. Nessuno ne ha il coraggio. Allora Fumel entra in chiesa una mattina che il vescovo solennemente pontificava, si avvia all’altare e lo arresta sotto gli occhi della folla. Poi lo fa fucilare. E non risparmia i cadaveri dei “banditi”: spesso, tagliate le teste, le fa mettere sotto vetro e le offre come orrendi regali.







Il marchese Emilio Pallavicini da Genova, futuro senatore del regno, vanta poteri amplissimi: è “autorizzato a oltrepassare i limiti [cioè le leggi, ndr] quando le circostanze lo esigano (quasi sempre!). Il giorno 15 settembre ultimo scorso [1865] in via riservata io ordinai ai comandanti di Zona e Sottozona di procedere novellamente all’arresto dei parenti dei briganti con l’avvertenza di doversi tale provvedimento applicare soltanto ai parenti prossimi, cioè al padre, alla madre, ai fratelli, alle sorelle, alla moglie e ai figli […] Tale misura eccezionale non va considerata come una trasgressione alle superiori determinazioni avuto riguardo della tacita autorizzazione del provvedimento eccezionale che il Ministro stesso [Petitti Bagliani] mi concedeva

Nel decennio che ha visto inaugurare la storia dell’Italia unita ci sono state più guerre, oltre a quella militare: una guerra civile, che ha contrapposto selvaggiamente italiani del Nord e italiani del Sud; e una guerra fratricida, paese per paese, di meridionali contro altri meridionali, una guerra di classe tra proprietari e contadini senza terre.

APOLOGIA dei LUCIANI

Se davvero esiste il cielo dei pazzi d’amore per Napoli, in quel cielo un posto privilegiato spetta di diritto, senz’alcun dubbio, ai Luciani. E se il cuore della Napoli antica e bella batte ancora in alcune parti della città, una di queste è, senz’altro, quel che resta del vecchio Borgo Marinaro di Santa Lucia. Quel che resta lo fu a dispetto della colossale operazione di speculazione edilizia post-unitaria di fine Ottocento (la prima in ordine di tempo a dare il sacco alla città), che con la scusa di una radicale bonifica dei vicoli, si limitò alla fine in una spettacolare operazione di facciata, impinguando però le tasche dei soliti pescecani vicini al governo. Soltanto di facciata, come amaramente osservò Matilde Serao e come denunciò con veemenza nei suoi versi il nostro Ferdinando Russo.”Addó se vere cchiú Santa Lucia?”, “Addó sentite cchiú ll’addore ‘e mare?”,”Se scarta ‘o bbello e se ncuraggia ‘o bbrutto!” Ma si sa che Ferdinando Russo, il cantore della genuina anima luciana, era un rompiscatole filoborbonico. Un passatista, insomma, da non ascoltare. Così la pensava il “sommo” Benedetto Croce, che non poche gratuite stroncature riservò alla carriera letteraria del povero Ferdinandiello. Non c’è niente di più acido della malevole piccineria di un grande. Ma il Russo continuò imperterrito per la sua strada, malgrado l’ostracismo delle vestali della cultura ufficiale, ostracismo durato fin quasi ai nostri giorni. La damnatio memoriae di essere corrivi nella simpatia per una dinastia, esecrata in tutti i libri di testo di storia italiani, quale è quella dei Borbone, perseguita da sempre anche i Luciani. I Luciani, cosí chiamati per l’abitare il Borgo Marinaro sorto appunto attorno alla chiesa dedicata alla bella martire siciliana, Santa Lucia. Il nucleo primigenio, dovuto a coloni greci, nasce alle pendici del Monte Echia, meglio conosciuto con il nome di Pizzofalcone. È tradizione che, di fronte al mare di Santa Lucia, Virgilio, dimorante nel Castro Luculliano (poi Convento del Salvatore, infine Castel dell’Ovo), scrivesse le Bucoliche ed alcuni, quattro per l’esattezza, libri delle Georgiche. Ciò la dice lunga sulla permanente amenità del posto, dovuta peraltro alle numerose sorgenti di ottime acque minerali, tra cui la Ferrata e la Sulfurea, che sgorgavano abbondanti nelle vicine grotte tufacee del Monte Echia e, quindi, prospicienti la spiaggia stessa. Queste grotte furono dette Platamonie, da cui Chiatamone. Tanto che finirono per fornire di acqua ferrata e sulfurea l’intera città di Napoli e i Casali vicini. L’acqua veniva raccolta e trasportata nelle famose “múmmare”, anfore di creta, dove si conservava sempre freschissima. Generalmente erano le belle e procaci Luciane a dedicarsi alla vendita ed al commercio delle acque, mentre gli uomini, se non erano imbarcati come marinai nella flotta reale napolitana, si dedicavano alla pesca ed alla vendita dei gustosi frutti di mare. Benché facenti parte della medesima grande metropoli, iLuciani si tennero sempre un po’ distinti dagli altri abitanti, vuoi per la loro innata “scienza di mare” quale marinai, cosa che li contrapponeva ferocemente, in memorabili risse, agli abitanti del Quartiere Porto, vuoi per la specificità dei mestieri più diffusi tra di essi quali l’acquaiola e il pescatore. Queste peculiarità diedero vita, nel tempo, ad abitudini, costumanze e riti del tutto diversi dal resto di Napoli. Persino nel dialetto si poteva distinguere un Luciano dagli altri Napoletani. Infine i Luciani si vantavano di essere tutti, ma tutti, nessuno escluso, bambini e donne comprese, fedelissimi ai Re Borbone. Non a caso il Casino del Chiatamone era stato scelto quale residenza estiva della Corte. Da sempre i Regnanti napoletani si mescolavano senza scorta con quella vociante e variopinta folla, che popolava quell’intricato dedalo di viuzze del Borgo Marinaro. Luciano tra iLuciani, Ferdinando II veniva qui a comprare di persona frutti di mare freschi per la mensa regale. Sembra che sia stata coniata proprio da questo Re, per il suo abituale fornitore, la famosa indecifrabile denominazione di “ostricaro fisico”. Il pescatore la prese, ironicamente, come un titolo onorifico elargito dal Re in quanto gli ricordava tanto quel “dottore fisico”, con cui si fregiavano con superbia certi grassi borghesi che avevano studiato. Già, ladamnatio memoriae per i Luciani di essere restati, nella buona e nella cattiva sorte, fedeli ai tanto vituperati Borbone! Si comincia nelle tragiche giornate del gennaio 1799, allorché quelli del Borgo di Santa Lucia, all’unisono con gli abitanti di tutti gli altri quartieri cittadini, si oppongono con determinazione al francese invasore. Cataste di corpi di Luciani trucidati testimoniano che la loro fedeltà al Trono non è vuota leggenda. E poi nei sanguinosi moti del maggio 1848, quando i Luciani affronteranno dalle parti di Montecalvario folti gruppi di camorristi armati, che spalleggiano gli insorti antiborbonici. Come sempre nei moti risorgimentali la malavita organizzata sa benissimo da che parte stare. Della cosa si ricorderà, nel 1860, il famigerato don Liborio Romano, ministro di polizia all’arrivo in Napoli di don Peppino Garibaldi. A garantire l’ordine pubblico nella città ci penserà la camorra, tramite la neocostituita guardia cittadina. Di quest’ultima, per espresse disposizioni dello stesso ministro, non potranno far parte i Luciani. Il binomio Luciani – Borbonismo si può dire che non scomparse mai del tutto. Tanto che anni dopo, quando Francesco II, ultimo Re di Napoli, trovandosi in esilio a Parigi e avendo pregato Vincenzo Gemito di mandargli un’opera che gli ricordasse la sua cara ed indimenticabile Napoli, l’artista non trovò di meglio che modellare una piccola scultura in bronzo, che ritraeva un ragazzo lucianovenditore di acqua sulfurea con la sua “múmmara”. Nessun dono fu più gradito di questo. È da sottolineare che quello dei Luciani non fu mai cieco Borbonismo. Lo dimostra il loro atteggiamento di fronte alla vicenda dello sfortunato ammiraglio napoletano, Francesco Caracciolo. Nemico dei Borbone, il Caracciolo conosce l’infamante morte per impiccagione a causa dell’odio di Nelson (un’imperdonabile macchia nella gloriosa vita marinara di quest’ultimo), malgrado il parere contrario del Cardinale Ruffo che lo vuole salvo. Le spoglie mortali di Caracciolo troveranno poi riposo, ad opera dei marinai luciani, nell’ipogeo di Santa Maria della Catena, la Madonna protettrice del Borgo. Onore ad un marinaio caduto da parte di altri marinai, anche se avversari. Alla Madonna della Catena era dedicata la popolarissima festa della Nzegna. Era il festone dei Luciani e si svolgeva nel mese di agosto di ogni anno. L’ultima Nzegna data dall’ormai lontano 1953. In questa festa veniva scelta una coppia, formata rigorosamente, per antica consuetudine mai venuta meno, da un pescatore e da un’acquaiola. Vestiti con sfarzosi abiti, i due rappresentavano, per l’intero giorno, l’alter ego della regale coppia delle Maestà Borboniche in terra luciana. Si formava così un pittoresco e variopinto corteo, che, tra lazzi ed acclamazioni, giungeva sulla riva del mare di Santa Lucia, dove tutti, anche donne e bambini, si tuffavano o venivano tuffati in acqua. Compresi i malcapitati e disattenti spettatori. E guai a protestare! Era questo un grazioso omaggio dei Luciani al loro mare. Un mare sempre amico, che diventerà però amarissimo nel periodo post-unitario, quando ai primi del Novecento iLuciani, a migliaia, conosceranno, a causa di una nera miseria, la dura strada dell’emigrazione verso le Americhe. Si comporranno così le struggenti strofe di Santa Lucia luntana. (Santa Lucia, luntana a tè quanta malincunia).

La canzone finisce poi per diventare un vero e proprio inno nazionale di tutti gli emigranti meridionali. Eppure quel mare, un giorno non lontano, i Luciani l’avevano orgogliosamente solcato a bordo delle splendide navi della Real Flotta Napolitana. E qui occorre sfatare la leggenda che vuole che tutta la Marina Borbonica abbia defezionato. Le navi, a maggioranza di equipaggio luciano, non si consegnarono al nemico. Giustamente annota Ferdinando Russo che i Luciani andarono sempre fieri di questo comportamento, perché delle loro navi “ai piemontesi non avevano ceduto manco nu chiuovo!”. Ferdinando Russo, un altro furioso pazzo d’amore per Napoli, che con il suo poemetto “‘O Luciano d’ ‘o Rre”, pubblicato nel 1910, innalza un imperituro monumento poetico alla silenziosa fedeltà deiLuciani alla causa del loro Re Borbone, perché, come fa dire al suo protagonista, soltanto “chillo era ‘o Rre!”

Gli eroi della Nunziatella dimenticati dalla storia!

Il 7 settembre 1860 alla “Nunziatella” regnava una grande agitazione: la notizia che il Re aveva raggiunto Gaeta e che l’esercito avrebbe tentato un’ultima difesa sulla linea del Volturno, nonostante i silenzi di molti ufficiali ed istruttori, era trapelata. Alcuni dei ragazzi decisero di fuggire dal collegio per raggiungere il loro Re e per poter partecipare all’ultima difesa. I loro nomi volutamente dimenticati dalla storia non possono essere cancellati, perché rappresentano sentimenti e valori che non hanno confini, ed il loro esempio sarebbe stato di grande aiuto al popolo meridionale, molto più che il ricordo di Garibaldi e di Cavour. Non possiamo ricordare come eroi positivi solo quelli che, venuti da fuori, ci avrebbero “liberato” invadendoci. Furono invece cancellati dalla storia i due fratelli Antonio ed Eduardo Rossi, 17 e 14 anni, che erano figli di un ufficiale morto nella campagna di Sicilia del 1848. Un giornalista francese presente a Gaeta durante l’assedio li ricorda così: “Ho incontrato stasera su una batteria un sottotenente di 15 o 16 anni che serviva ai pezzi con due soli uomini per quattro cannoni, caricando, puntando e tirando con rabbia. Questo bravo ragazzo si chiama Rossi ed ha un fratello che, come lui, si è distinto durante l’assedio”. Eliezer Nicoletti, 17 anni, figlio del maggiore di fanteria che sbaragliò i garibaldini di Pilade Bronzetti alla battaglia del Volturno, Ludovico Manzi, 17 anni, Ferdinando de Liguoro, figlio del colonnello comandante il 9° Puglia, reggimento da lui condotto da Capua a Napoli con i garibaldini ormai padroni della città. Dopo la resa fu come gli altri vessato e maltrattato. Non furono riconosciuti a questi ragazzi nemmeno i gradi acquisiti sotto il loro legittimo Re. De Liguoro emigrò in Austria, dove fu ammesso nell’esercito e combatté anche a Custoza contro i piemontesi nel 1866. Alfonso Scotti Douglas, 11 anni, il più giovane di questi ragazzi, figlio del generale di origine parmense Luigi, fu adibito ai lavori del genio nella piazza di Capua. Carmine Ribas, 18 anni, che raggiunse l’anziano padre di stanza a Gaeta, fu anch’egli adibito ai lavori del genio nella piazza di Capua. Francesco e Felice Afan de Riviera, 17 e 16 anni, figli del generale Gaetano, raggiunsero i fratelli maggiori che combattevano a Capua. Anch’essi dopo Gaeta emigrarono in Austria e Felice abbracciò in seguito la vita religiosa entrando in convento a Napoli, dove morì nel 1924. Francesco Pons de Leon, 18 anni, raggiunse il padre, maggiore in servizio nella piazza di Gaeta e operò lui pure come semplice servente ai pezzi di una batteria. Ferdinando Ruiz, 17 anni, nipote del generale Vial, fra mille peripezie riuscì ad arrivare a Gaeta solo nel gennaio 1861. Ferdinando e Manfredi Lanza, 17 e 16 anni, figli di un ufficiale del genio, si comportarono da piccoli eroi a Gaeta e Ferdinando, l’ultimo giorno d’assedio, fu colpito da una granata che gli troncò di netto un piede. Infine Carlo Giordano, 17 anni, orfano da pochi mesi del padre, generale napoletano. Fuggì dalla Nunziatella il 10 ottobre, dopo i suoi compagni. Durante l’assedio servì alla batteria Malpasso con abnegazione e coraggio, supplendo all’inesperienza con la forza della sua giovane età e con l’entusiasmo di chi difende la propria Patria da una vile aggressione. L’11 febbraio 1861 iniziarono le trattative di resa della piazza di Gaeta. Il generale Cialdini preferì non interrompere il bombardamento, anzi lo intensificò perché, come scrisse a Cavour, naturalmente in francese, “le bombe fanno ragionare male e diminuiscono le condizioni richieste”. Poche ore prima della firma della capitolazione, il 13 febbraio 1861, scoppiò con un tremendo boato il deposito di munizioni della batteria Transilvania, che travolse uomini e cose e distrusse la batteria servita da Carlo Giordano. Fu l’ultima vittima di una inutile ferocia e di una assurda guerra civile. I suoi resti non furono mai trovati, ma il suo ricordo deve rimanere nei cuori dei meridionali perché il suo sacrificio non sia dimenticato. Da nessuna parte, né a Gaeta né altrove esiste una lapide che ricordi questo ragazzo che, a torto o a ragione, considerò il Regno delle Due Sicilie la sua Patria!

Nonostante avesse provato, sin dalla sua fondazione, di essere un “semenzaio di ottimi ufficiali”, la Nunziatella seguì il destino di tante istituzioni dell’ex Regno delle Due Sicilie e con decreto di Vittorio Emanuele II di Savoia del 4 maggio 1861 fu declassata da accademia a scuola militare del Regio Esercito: tale operazione prevedeva che essa fosse destinata a preparare i giovani alla vita delle armi, in vista della loro ammissione all’Accademia di artiglieria e genio di Torino e alla Scuola di fanteria e cavalleria di Modena. Il nuovo ordinamento del ridenominato Collegio militare di Napoli fu sancito da un decreto del 6 aprile 1862 e prevedeva l’ammissione dei ragazzi tra i tredici e i sedici anni che avessero compiuto gli studi ginnasiali. Il numero complessivo degli allievi era fissato a un valore massimo di 250 unità[. Tra gli altri, il deputato Giuseppe Ricciardi nel 1861 lamentò in Parlamento tale atto, inserendolo in un più vasto scontento per l’abolizione di altre istituzioni culturali napoletane; e pochi anni più tardi, nel 1870, fu l’ex-allievo e professore Mariano d’Ayala a battersi nel Parlamento del Regno d’Italia contro la nuova minaccia di soppressione[. Nonostante ciò, la Nunziatella diede un notevolissimo contributo alla formazione dei quadri direttivi del Regio Esercito, tanto che i tre ex-allievi Enrico Cosenz (1882-1893)[Domenico Primerano (1893-1896) e Alberto Pollio (1908-1914) ne furono rispettivamente il primo, secondo e quarto capo di Stato maggiore. Bernardino Milon (1842-48) fu invece Ministro della guerra nel periodo 1880-81.

Un atteggiamento di diffidenza continuò ad esistere nei confronti dei quadri direttivi provenienti dall’ex-esercito delle Due Sicilie e della Nunziatella che solo dopo la I guerra mondiale iniziò a diminuire.