LA DIFFICOLTÀ DI RICONOSCERE UN GENOCIDIO

Nessuno metterebbe in discussione un dogma nazionale tanto radicato nella nostra Cultura se non ci fossero prove, ormai evidenti, di un altro Risorgimento occultato, fatto di dolore, di crudeltà, di ferocia, ma soprattutto di fango. L’altra faccia di un’epopea i cui protagonisti principali furono partigiani ante litteram, briganti e banditi, milioni di innocenti a cui furono strappate, nel giro di pochi mesi, identità e dignità. Una storia rimossa dai libri, cancellata dalle coscienze, epurata dei ricordi per non scalfire l’immagine di chi credette, forse in buona fede, chissà, di combattere per unire un popolo, e che invece si ritrovò a salvaguardare gli interessi di una ristretta élite, causando un grave mutamento economico-culturale attraverso cui furono gettate le basi per il totalitarismo che devastò l’Italia e l’Europa nel XX secolo.
Era la primavera del 1860. Erano passati più di settecento anni dalla notte di Natale del 1130, da quando il normanno Ruggero II di Altavilla, dopo aver sconfitto gli arabi e con l’appoggio di papa Anacleto II, divenne re di Sicilia, Puglia e Calabria dando vita al terzo stato più grande d’Europa, unificato, nel 1815, da Ferdinando II di Borbone. Seicento Natali e più erano invece trascorsi dalla salita al trono di Federico II di Svevia.
Il paese di Federico II era avanzato sotto ogni punto di vista intellettuale, artistico e politico. Era il centro del mondo, il catalizzatore di culture diverse tra loro, con una popolazione che parlava tre lingue, il latino, il greco e l’arabo e seguiva in pace fedi religiose differenti tra loro.
Con l’Università di Napoli era stato fondato il più importante polo culturale d’Europa e del Medioevo, un punto d’incontro tra le tradizioni greca, araba ed ebraica. Fu proprio a Napoli, infatti, che nacque la Scuola poetica Siciliana, una corrente filosofica-letteraria che dette vita alla lingua romanza, mezzo secolo prima della Scuola Toscana. Il fior fiore della Cultura e dell’Arte, si è detto, con la più alta percentuale di medici per abitanti e la più bassa percentuale di mortalità infantile d’Italia.
Dopo Federico II, il Mezzogiorno visse un periodo di prosperità con i Borbone, famiglia alla quale appartennero sovrani quali Enrico IV, detto anche Enrico il Grande, e Luigi XIV, Le Roi Soleil, grandi protagonisti della Storia d’Europa.
Nel 1737 era stato creato il Teatro di San Carlo, il primo teatro lirico sul globo terrestre, e negli stessi anni istituita la prima cattedra di Economia al mondo. Furono costruiti castelli, fortezze, rocche, palazzi, luoghi di culto, ed emanate le prime leggi alla cui redazione lavorò Pier delle Vigne, il più grande maestro dell’Ars Dictandi. Venne realizzata la Napoli-Portici, il primo tratto di Ferrovia nel nostro Paese, aperto il primo istituto per sordomuti, creata la prima compagnia di navigazione a vapore di tutto il Mediterraneo e persino la prima fabbrica italiana per operai.
La Storia ci racconta che, nella notte tra il 5 e il 6 maggio 1860, Garibaldi partì da Quarto alla volta del Regno Duosiciliano a capo di un esercito di mille volontari, che poi mille non erano. Con l’occupazione di Palermo, il generale si ritrovò circa ventimila uomini al suo seguito, per lo più stranieri e malavitosi al soldo della criminalità organizzata e pertanto ben foraggiati di armi e denaro, con i quali si mosse verso Napoli distruggendo tutto nel suo avanzare trionfante: Calatafimi, Milazzo, Palermo, Messina, Siracusa, Reggio, Cosenza, Salerno, Napoli. Obiettivo: scacciare i Borbone ed unificare l’Italia. Questo è ciò che ci è stato insegnato. Ed in effetti… tutto fu distrutto. Quello che non ci è stato detto, invece, è che il Regno delle Due Sicilie fu conquistato con la forza e pagato con il sangue di chi, in quelle terre, ci viveva in pace. Giuseppe Garibaldi nasce a Nizza da genitori liguri. A quattordici anni decide di arruolarsi come mozzo, deludendo le aspettative del padre che lo voleva dedito alla carriera di medico o avvocato. Dopo qualche decennio di esperienza sui mercantili, approda in sud America partecipando in prima persona alle guerre di indipendenza. Imprese che faranno la sua formazione e gli regaleranno l’appellativo di eroe dei due mondi. Tornato in Italia, Garibaldi si avvicina ai movimenti patriottici europei ed italiani ed entra in contatto con Giuseppe Mazzini. Fu per scongiurare una reazione delle forze cattoliche davanti ad una possibile invasione degli Stati ancora appartenenti alla Chiesa, reazione che avrebbe distrutto la politica di Cavour – all’epoca presidente del Consiglio dei ministri – che il condottiero fu distratto dai suoi obiettivi internazionalisti e coinvolto in quella che avrebbe dovuto essere inizialmente l’annessione del Regno delle Due Sicilie al Piemonte e alla Lombardia. I suoi ideali di libertà ed indipendenza, ma non solo quelli, lo spinsero a condurre la spedizione dei Mille in direzione Marsala, e ad assumere, in quel di Salemi, la dittatura in nome di Vittorio Emanuele II, il quale desiderava, più che l’unificazione nazionale, pagare i debiti contratti dal Piemonte.
“O la guerra o la bancarotta“ scrisse Pier Carlo Boggio, deputato alla Camera del Regno di Sardegna e braccio destro del Conte di Cavour
Vani furono gli sforzi di Re Francesco II per contrastare l’avanzata che coinvolgerà buona parte degli Stati della penisola. L’ultimo baluardo borbonico a cadere, dopo Messina e Gaeta, fu la fortezza di Civitella del Tronto. Venne espugnata il 20 marzo 1861, tre giorni dopo l’incoronazione di Vittorio Emanuele II, a Re d’Italia.
Quel 1860 arrivò pertanto come una maledizione. Furono cancellate dal Regno le istituzioni politiche e sociali, sventrato completamente il tessuto industriale e mercantile per favorire la crescita di un nord in miseria ed affamato, e senza alcuna attività economica avanzata. Depredato l’oro e l’argento del Banco di Napoli e del Banco di Stato di Sicilia – le casse contenevano circa 400 milioni di lire, una cifra impressionante per quell’epoca – smontati i macchinari di officine e industrie manifatturiere, meccaniche, cantieristiche, minerarie, siderurgiche, militari e ferroviarie e trasportati nei territori di Terni, La Spezia, Genova, Torino, Milano, Brescia e Bergamo. Tutto razziato per pagare i debiti del Piemonte e per finanziare patrimoni privati. Sparirono in un colpo ministeri, ambasciate, la Zecca; 30mila posti di lavoro cancellati da un giorno all’altro. Furono annullati tutti gli accordi di scambio tra il regno borbonico e l’estero, costretto il sud ad importare dal nord, ma non viceversa, tanto che la lana abruzzese fu rimpiazzata con quella neozelandese. Fu introdotta la tassa sul macinato e persino per mangiare un agnello del proprio allevamento bisognava pagare un dazio. 22 nuove tasse introdotte contro le precedenti 5 imposte dai Borbone. Dulcis in fundo, il meridione, ormai in ginocchio, dovette accollarsi anche le spese di guerra.
5.212 condanne a morte, 500.000 persone arrestate, 62 paesi rasi al suolo, fucilazioni di massa, contadini morti di fame perché veniva impedito loro di recarsi nei campi a procurarsi del cibo, violenze disumane e stupri efferati dei quali vi risparmio i crudeli ed orripilanti dettagli.
O si moriva di stenti o si finiva ammazzati e spesso la seconda scelta appariva quella meno dolorosa. Un’alternativa era quella di darsi al brigantaggio.
40mila deportati, delinquenti insieme ad innocenti, uomini di chiesa, contadini, intellettuali, ex soldati dell’esercito borbonico, civili accusati di brigantaggio, prigionieri politici, ex garibaldini disertori, lasciati morire deliberatamente di fame, sevizie, maltrattamenti inenarrabili, segregati in campi di concentramento ante litteram dove la temperatura era quasi sempre sotto lo zero. A Fenestrelle, 1.350.000 mq di struttura a 2000 metri di altezza sulle Alpi Cozie, vennero smontati i vetri e gli infissi per rieducare con il freddo polare i prigionieri.
Vi entrarono in migliaia. E in migliaia scomparvero nel nulla, forse disciolti nella calce viva per cancellarne il ricordo e la memoria. Di tale obbrobrio non vi sono prove ufficiali, e gli autori revisionisti che hanno definito Fenestrelle un campo di concentramento hanno incontrato un fervido quanto improbabile debunking a smentire ogni tesi, ma presso lo Stato Maggiore dell’Esercito si conservano 150.000 pagine, 140 dossier, che contengono la verità, ancora e stranamente protetta dalla censura di guerra. Dopo oltre 150 anni. (Fonte: “Le stragi e gli eccidi dei Savoia: Esecutori e mandanti” di Antonio Ciano). Neppure l’interpellanza parlamentare del senatore Angelo Manna, il 25 settembre 1990, è riuscita ad accendere i riflettori sui crimini del Risorgimento.
Tacciati di inciviltà e bollati come selvaggi, gli abitanti del Sud, definiti una razza inferiore, dovevano essere annientati. Il folle disegno era appoggiato dalla ‘alta scuola’ del criminologo Cesare Lombroso, medico, antropologo, sociologo, filosofo e giurista – un genio insomma – sostenitore accanito delle follie teoriche della Frenologia che, visitando la Calabria per poche settimane, si convinse di conoscere tutto sui meridionali. Grazie inoltre ad una legge promossa dall’aquilano Giuseppe Pica, che il 15 agosto 1863 introdusse il reato di brigantaggio, fu resa legale ogni forma di violenza e permesso che un tribunale militare giudicasse, senza cognizione di causa, chiunque e senza un regolare processo. Chi si ribellava veniva seviziato e alla fine sepolto vivo e senza alcuna lapide affinché non vi fosse traccia dei crimini compiuti.
Il caso più eclatante accadde a Bronte, nel catanese. Sperando nelle terre promesse da Garibaldi e nell’aiuto dei Mille, in paese scoppiò una sommossa di contadini. Garibaldi inviò Bixio a reprimerla, e con un processo sommario durato poche ore, che si risolse con l’esecuzione di 150 cittadini tra cui il sindaco del paese, completamente innocente, e persino un giovane demente.
A Gaeta, negli anni ’60, durante gli scavi per la costruzione di una scuola media, furono rivenuti 2000 cadaveri di soldati borbonici e persone comuni. E chiuso ancora una volta il sipario. Mezzo milione di persone sparite, volatilizzate, e paesi interi come Contessa Entellina, Ustica, Cefalù, Corleone, Palazzo Adriano, Trabia, Gibellina, Vallelunga, Alia, Sambuca, Gibellina, Caccamo, Bisacquino, svuotati dei loro abitanti. (Fonte: Storia vera e terribile tra Sicilia e America di Enrico Deaglio)
O briganti o emigranti!
Dal 1870 al 1913, furono imbarcati sui velieri diretti al ‘nuovo mondo’, chi con la forza e chi con l’inganno, milioni di italiani per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero e nei campi di cotone al fine di rimpiazzare i neri finalmente liberati. Una delle più grandi truffe perpetrate ai danni di una popolazione intera dai governi moderni. Lì, ad accoglierli, miseria, soprusi, fatica e linciaggi a morte.
O briganti o emigranti era il motto. In effetti, di armate brigantesche post-unitarie ne nacquero a centinaia, appoggiate incondizionatamente dalle popolazioni civili, e alla cui ferocia l’esercito sabaudo rispose con brutali rappresaglie che colpivano familiari fino al terzo grado di parentela. Solo in Abruzzo, terra che non fu risparmiata dall’eccidio, se ne contavano 39 di bande.
Quando il governo sabaudo cominciò ad avere difficoltà a placare le sommosse che scoppiavano continuamente nelle prigioni, sorvegliate ormai dalle poche truppe restanti al nord, poiché la maggior parte era concentrata a reprimere il brigantaggio nel meridione, fu decisa una sorta di “soluzione finale”: la deportazione dei prigionieri in un’isola portoghese in mezzo all’Oceano Atlantico. Al rifiuto del Portogallo, i sabaudi tentarono di trovare accordi con altri governi, in particolare con l’Argentina per la concessione della Patagonia, un territorio desertico e totalmente inospitale che avrebbe dovuto ‘accogliere’ i prigionieri, ma fortunatamente il piano non poté essere attuato.
Sette secoli di splendore andati perduti
Il piemontese Alessandro Bianco di Saint Jorioz, capitano nel Corpo di Stato Maggiore Generale che prese parte alla distruzione del Regno delle Due Sicilie scrisse: “Ero convinto di combattere la povertà dei coloni agricoli, la rapacità e la protervia dei nobili, l’ignoranza turpe, la superstizione, il fanatismo, l’idolatria, la sregolatezza dei costumi, l’immoralità, le corruttele di impiegati, magistrati e pubblici funzionati, la rapina, il malversare. Insomma: il male. Questo, mi avevano raccontato, era il Sud. Quel popolo invece era, nel 1859, vestito, calzato, industre, con riserve economiche. Il contadino possedeva una moneta. Egli comprava e vendeva animali; corrispondeva esattamente gli affitti; con poco alimentava la famiglia, tutti, in propria condizione, vivevano contenti del proprio stato materiale. Adesso è l’opposto».
Un divario fra Nord e Sud tuttora non sanato e cominciato proprio con l’Unità d’Italia. Un declino inarrestabile che inizialmente sembrò trovare sollievo grazie all’istituzione della Cassa per il Mezzogiorno, definitivamente chiusa nei primi anni ’90, ma che finì di incrementare la criminalità organizzata.
Questa è l’altra faccia del Risorgimento, quella che si deve tacere per evitare di essere politicamente scorretti. Un genocidio cancellato non soltanto dai libri di Storia ma anche dalla coscienza collettiva; un’onta talmente infamante che il figlio stesso di Garibaldi, Ricciotti, venuto a conoscenza dei fatti, si schierò dalla parte dei briganti. La pronipote Anita, durante la trasmissione Porta a Porta condotta da Bruno Vespa, conferma il fatto: ”Mio nonno si indignò talmente tanto dello sfruttamento del Meridione da parte della nuova Italia, che andò a combattere con i briganti”.

Vorrei contribuire, con quelle che sono le mie conoscenze, ricavate da letture e da lunghe ricerche personali e approfittando della potenza di divulgazione dei nuovi mezzi di comunicazione, a ridisegnare i contorni di un genocidio che meriterebbe almeno un giorno di commemorazione e che sancirebbe la vera unità della nostra gente, da nord a sud. Sono i silenzi storici e le verità negate che frammentano i Paesi e fomentano rancori tra le popolazioni.
Accendere i riflettori su una realtà storica insabbiata è un atto di democrazia o, se mi è consentito, di onestà intellettuale. Gli eroi a cui intitolare piazze, ponti e strade sono certamente altri.

di Alina Di Mattia tratto da il faro 24.it/il-mito-di-garibaldi-e-il-risorgimento-che-non-abbiamo-mai-studiato/

I PREGIUDIZI UNITARI: L’INFERIORITA’ MORALE DEL SUD E LA CUPIDIGIA BORBONICA

Il Regno delle Due Sicilie, dal 1816, è durato circa 125 anni, inframmezzati dal cosiddetto decennio francese (1806-1815). Ebbe termine con l’Unità, con tutte le ricadute sociali ed economiche per le sue popolazioni.
Il risultato conseguito avvenne con modalità criticabili, come la propaganda antiborbonica e antimeridionalista che, subito dopo la nascita del nuovo Stato, fu ingenerosamente orchestrata nei confronti di un regno, che, accanto ai suoi innegabili e gravi difetti, aveva avuto notevoli pregi e conseguito diversi primati.
Si volle presentare l’Italia Meridionale come un territorio arretrato e feudale, retto da una monarchia reazionaria e incapace, da denigrare e ridicolizzare: ciò forse per giustificare l’annessione al Piemonte e poi con il brigantaggio, per dare un senso alle azioni repressive esercitate con estrema durezza. Quest’atteggiamento dello stato unitario continuò a manifestarsi per lungo tempo, anche nei primi decenni del Novecento, e contribuì, anche psicologicamente, a far aumentare il divario economico tra il Mezzogiorno e il resto del Paese, ancor oggi drammaticamente esistente.
I molti primati, di natura tecnica, che furono conseguiti dallo Stato borbonico, sono un’innegabile realtà che dovrebbero scalfire i tanti pregiudizi negativi che si sono accumulati a svantaggio di un regno che, pur con le sue gravi pecche, non fu peggiore di diversi altri stati pre-unitari del nostro Paese.
All’accusa che spesso si rivolge alla monarchia borbonica di aver tesaurizzato grandi ricchezze e di non averle utilizzate per elevare le precarie condizioni di vita delle popolazioni del Mezzogiorno, si potrebbe contrapporre quella, rivolta ai governi di impronta piemontese, i quali, anziché incamerare nel 1860 quelle ricchezze per risanare i loro precari bilanci, avrebbero potuto e dovuto utilizzarle per migliorare le condizioni delle nuove province di cui essi stessi ne denunciavano l’arretratezza. Il regno borbonico fu concepito come stato indipendente dopo i lunghi periodi di dominazione straniera sotto i vicerè spagnoli (1503-1707) e austriaci (1707-1734). Nel suo sviluppo si possono idealmente individuare almeno tre distinti periodi. Il primo comprende il regno di Carlo, il quale, salito al trono nel 1734, vi rimase fino al 1759 (quando divenne Re di Spagna con il nome di Carlo III) e la prima parte del regno di Ferdinando (IV di Napoli e III di Sicilia) estesa fino al 1799, quando il Re fu costretto a un breve esilio a Palermo a seguito del costituirsi a Napoli della Repubblica napoletana (durata dal gennaio al giugno di quell’anno). Il secondo periodo va dal 1799 al 1830 e comprende la seconda parte del regno di Ferdinando (divenuto nel 1816 Ferdinando I, Re delle Due Sicilie), morto nel 1825 e quello del suo successore Francesco I, morto a sua volta nel 1830; il periodo è inframmezzato dal cosiddetto decennio francese (1806-1815). Il terzo periodo comincia con l’ascesa al trono di Ferdinando II (1830) e comprende il breve regno di Francesco II, subentrato nel 1859 alla morte del padre, fino alla conquista piemontese del 1860. Nel l primo periodo, Carlo III fu un sovrano illuminato che condusse una considerevole opera riformatrice, consolidando l’indipendenza del Paese; ne modernizzò le strutture, ridimensionò lo strapotere dei baroni e contenne quello della Chiesa. In questa opera egli si giovò dell’aiuto del toscano Bernardo Tanucci (1698- 1783), che fu suo uomo di fiducia, ricoprì diverse cariche governative e continuò a esercitare la sua positiva influenza come presidente del consiglio di reggenza, insediatosi durante la prima parte del regno di Ferdinando, salito al trono a soli nove anni di età. Durante tutto il periodo il Paese, che formalmente era suddiviso in due regni, quelli di Napoli e di Sicilia, ebbe un grande sviluppo, notevole specialmente se si tien conto dello stato di grave precarietà in cui esso inizialmente si trovava. Grandi opere pubbliche trasformarono Napoli affancandola alle altre capitali europee; le scoperte di Pompei ed Ercolano ebbero un’influenza enorme sulla cultura mondiale e contribuirono, insieme ad altre attrattive del Paese, a incrementare le arti e un turismo di eccezionale rilievo. La Capitale divenne il centro di studi filosofici, economici e finanziari e sede di un movimento che si sviluppò ad armi pari con i più progrediti ambienti dell’Illuminismo europeo. Giambattista Vico (1668- 1744), Pietro Giannone (1676-1757), Bartolomeo Intieri (1678-1757), Celestino Galiani (1681-1753), Antonio Genovesi (1713-1769), Ferdinando Galiani (1728- 1787), Gaetano Filangieri (1752-1788), sono solo alcuni dei pensatori, degli economisti, degli studiosi che fecero di Napoli uno dei più importanti centri del rinnovamento culturale. Il Genovesi fu, nel 1755, il primo in assoluto a ricoprire una cattedra universitaria in Economia.
Fu costruita la Reggia di Caserta, con il collegato Acquedotto Carolino, da ritenere un capolavoro di ingegneria idraulica, di circa 38 km, lungo il cui percorso si estendevano giardini e tenute reali destinate sia allo svago che a fini produttivi ; lo sviluppo agricolo, edilizio, industriale, manifatturiero dell’area casertana divenne una delle maggiori attrattive dello stato.
L’esercito, e particolarmente la marina, furono riorganizzati ed ebbero un ruolo importante nel tenere alto il prestigio del Paese. La seconda disponeva di una flotta tra le più potenti dell’epoca, che controllò per un certo periodo il Mediterraneo occidentale, senza sfigurare nei confronti delle marinerie inglese e spagnola, esercitando tra l’altro la funzione di opporsi alla dilagante pirateria: essa fu la prima a dotarsi di truppe da sbarco ben addestrate (marines). Un gioiello architettonico di grande rilievo fu il Teatro San Carlo, progettato a partire dal 1736, costruito dal marzo 1737 all’autunno dello stesso anno. Nel 1738 furono iniziati i lavori per il Palazzo di Capodimonte, destinato a ospitare le collezioni d’arte, nel 1751 fu avviata la costruzione del Real Albergo dei poveri, un immenso edificio da impiegare per ospitare orfani abbandonati, vagabondi, mendicanti, scuole di arti e mestiri per i più poveri. Vennero create fabbriche per la produzione di articoli di lusso come una manifattura di arazzi, una di pietre dure, e infine, la più importante, quella famosa delle ceramiche di Capodimonte. L’antistoricità del governo borbonico è solo retorica unitaria. Il riformismo napoletano non adottò in toto il modello dei i filosofi inglesi, che mirava alla formazione di un universo di proprietari esclusivi, e di un numero di esclusivi nullatenenti elevato all’ennesima potenza. La secolare fedeltà dei contadini verso i Borbone prova la giustezza del modello borbonico, ispirato alle riflessioni di Antonio Genovesi e Gaetano Filangieri.
Il secondo periodo comincia subito dopo la fine della repubblica napoletana del 1799, che rappresentò una discontinuità nello sviluppo dello Stato; per la repressione di frange contrarie alla monarchia. Fu inframmezzato dai regni dapprima di Giuseppe Bonaparte (1806-1808) e poi di Gioacchino Murat (1808-1815): il decennio francese, da essi rappresentato, risultò positivo per gli interventi sull’economia che ricevette una forte spinta in senso borghese e produsse una modernizzazione della società. Dopo la restaurazione, fino alla morte di Ferdinando I, avvenuta nel 1825, e durante la breve parentesi di Francesco I durata fino al 1830, il regno, pur rispettando molte delle innovazioni apportate dai francesi, non tornò più ai livelli di sviluppo sociale e culturale che aveva vissuto nel Settecento. Si trattò di un periodo in cui si badò più che altro a gestire l’ordinaria amministrazione.
Il terzo periodo si identifica quasi completamente con il regno del nuovo sovrano Ferdinando II (1830-1859), il quale, pur nell’ambito di un modello assolutistico del potere, adottò una politica di incoraggiamento dell’economia. Investì in infrastrutture, nei cantieri navali, nelle bonifiche delle aree paludose in varie zone del Regno. Promosse un notevole sviluppo industriale del Paese: le Officine di Pietrarsa, che erano il maggior complesso industriale italiano dell’epoca.
Nel decennio 1830-1840, il Regno delle Due Sicilie fu insomma tutt’altro che un paese arretrato, privo di ogni forma di sviluppo come è stato descritto nel seguito dai vincitori; esso ebbe infatti dei sussulti positivi persino negli anni immediatamente precedenti alla sua fine. Ma negli anni ‘40 imboccò un periodo travagliato, specialmente dopo che i moti rivoluzionari del 1848 che rafforzarono la visione assolutistica del Sovrano, portato prima a concedere e poi a ritirare la costituzione. Lo stato fu spinto verso un isolamento sempre maggiore il cui epilogo si ebbe nel corso dei noti avvenimenti del 1860. Le forze armate e la stessa marina si macchiarono di tradimenti, di trame e complotti che contribuirono al disfacimento del Regno. Il Re Francesco II, appena insediato, fu abbandonato dalle potenze europee e, dopo l’epica resistenza di Gaeta, fu costretto a lasciare il Paese.
La Repubblica Partenopea, il regno dei Napoleonidi e lo Stato italiano, rifiutando il riformismo, innescano uno dei fondamenti della Questione meridionale, quello che è costato più sangue e più lacrime, la povertà contadina.
Non v’è dubbio che l’unificazione politica della penisola italiana ha prodotto un risultato disastroso per le popolazioni del sud e delle isole. Il carattere coloniale dello Stato nazionale fu evidente sin dalla Dittatura di Garibaldi. La creazione di uno Stato borghese, fondato sulle eguaglianze economiche contemplate dal diritto civile può sembrare un passo avanti, ma, in mancanza dello sviluppo industriale, fu un passo indietro per l’equilibrio fra le classi sociali e per l’equa divisione del prodotto interno. L’eguaglianza giuridica dei cittadini, o meglio dei soggetti di diritto, la degradazione degli aristocratici a borghesi venne compensata economicamente, permettendo ai baroni di far passare (o di acquistare per pochi soldi, o sgraffignare sottobanco) i beni assoggettati a diritti promiscui (con i contadini) come beni in piena proprietà (terre). Questo, per non parlare del passaggio in mano privata dei beni ecclesiastici. Gli antichi diritti dei contadini non ebbero, alcun compenso. Si ebbe una versione meridionale della questione della povertà, al fine di delineare la nascita del proletariato, dei nullatenenti, nella mirabolante liberazione dell’uomo-contadino feudale realizzata ad opera dello Stato di diritto. Per giustificare sé stessa, la borghesia meridionale ha cancellato la storia del paese, o peggio ha trasformato in negativo ciò che era positivo (i Borbone, il Cardinale Ruffo, il brigantaggio, etc), ed essendo la classe addetta alla gestione del sapere e all’alfabetizzazione interclassista, è riuscita nell’opera di mettere sugli altari il nemico della nazione; ha costruito altresì dei miti autolesionisti, tipo quello che porta in cielo un incosciente e ambiguo artefice dell’unità, come Garibaldi, o come la Juventus, specchio di ogni imbroglio circa il primato torinese.

Risultati immagini per i pregiudizi antiborbonici

La Guerra tra Italiani

Proibita la caccia, proibito andare nei boschi, proibita la pastorizia, obbligo di abbattere entro 48 ore gli stazzi e le capanne nei boschi. Condanna a morte “con rito sommario” anche per “gli spargitori di voci allarmanti”; per chi inducesse “i villici” al lamento, alla protesta; per chi insultasse il ritratto del Re, lo stemma dei Savoia e la bandiera italiana. A morte chi vede un brigante e non lo denuncia, chi gli presta qualsiasi forma di aiuto o indicazione. Come dire: “Se obbedisci al brigante, ti uccidiamo noi; se non obbedisci, ti uccide lui”.

In Calabria, il maggiore piemontese Pietro Fumel, noto torturatore, condannava a morte, poi annotava di aver fatto fucilare “trecento briganti e non briganti”.
Ordinò ai proprietari di bruciare i pagliai, di murare e scoperchiare le case isolate, di abbattere gli animali, di chiudere tutti i forni di campagna: niente più pane.
Sennò? Faceva incendiare tutto lui, e chi non aveva obbedito veniva fucilato.

Un pastorello di 17 anni, che non capiva le domande

dell’ufficiale che lo interrogava, fu “giustiziato” come brigante perché trovato a calzare “scarpe in dotazione all’esercito sardo”.
Garibaldi aveva promesso ai contadini del Sud l’assegnazione delle terre demaniali, ma il nuovo Stato italiano, oltre a non mantenere la promessa, li aggredì con le vessazioni anti-brigantaggio accennate, con una tassazione esosa e con coscrizioni militari obbligatorie per almeno cinque anni, che toglievano braccia al lavoro dei campi e senza deroghe per motivi familiari.
La pseudo Unità d’Italia realizzata “a spese del Sud” non debellò
il brigantaggio, ma lo generò “quale fioritura opportunistica di delinquenti in una stagione di grande illegittimità e confusione”; come guerra civile, fra i “cafoni” derubati delle terre demaniali già liberamente coltivabili nel regno dei Borbone e i “galantuomini”
voltagabbana che le avevano usurpate con licenza dei piemontesi; e come guerriglia di resistenza di ex militari napoletani, patrioti e cittadini che non accettavano la fine delle libertà, del relativo benessere e dei diritti goduti (e solo con l’invasione scoperti) sotto il re Francesco II, e l’avvento di un regime di terrore, di spoliazione
e arbitrio, instaurato nel Mezzogiorno da occupanti che parlavano francese o dialetti mai uditi.
Vincenzo Padula, liberale e favorevole alla causa unitaria, scrisse nel libro “Calabria. Prima e dopo l’unità”: “Finora avevamo i briganti, ora abbiamo il brigantaggio;
tra l’una e l’altra parola corre grande divario. Vi hanno briganti quando il popolo non li ajuta, quando si ruba per vivere o morire con la pancia piena; e vi ha il brigantaggio quando la causa del brigante è la causa del popolo”.
E’ stato stimato che a opporsi in armi al nuovo regime furono dagli 80.000 ai 135.000 meridionali definiti briganti; e che almeno altrettanti si prestarono a sostenerli, rifornirli, spiare per loro; e potevano farlo perché avevano l’appoggio di buona parte della popolazione.

PROSPETTO ECONOMICO DEL REGNO

A Napoli la stessa cultura meridionalista ha ignorato sistematicamente il mare, non lo ha vissuto come risorsa, non lo ha rivendicato come diritto. Però è un fatto che fino a tutto il Settecento e oltre la flotta borbonica fu seconda soltanto a quella inglese. Qualche raro libro di storia racconta la passione di re Ferdinando per la navigazione a vapore allora ai suoi esordi. Sempre il medesimo Ferdinando, fanatico della propulsione a vapore, istituì a Pietrarsa il Real Opificio Meccanico Militare che fu la prima scuola di ingegneri meccanici d’Italia. (Ermanno Rea, Napoli Ferrovia, 2007).
La marina napoletana nei primi anni del regno di Carlo III era definita “povera”, la “navigazione né mari del nostro regno facevasi con legni stranieri in difetto dè nazionali” (L. Bianchini). Per questo anche il commercio languiva, i porti erano chiusi e per l’esportazione ci volevano dei permessi speciali che erano difficili da ottenere. Ma sia Carlo III che Ferdinando IV, capirono che solo con una moderna marineria mercantile e militare si poteva migliorare il commercio. Grazie al ministro Acton si creò una flotta navale che nel 1793 era la maggiore di tutti gli stati italiani, fù ingrandito e riadattato il porto di Napoli, si costruirono arsenali, si fondarono scuole nautiche. Bisogna ricordare però che molte difficoltà incontravano le navi mercantili, che dovevano quasi sempre essere scortate da navi militari, perché i pirati barbareschi, francesi e successivamente greci infestavano le coste predando i mercantili fino all’imboccatura dei porti. Dal Regno di Napoli si potevano esportare prodotti e manufatti gran parte dei quali godevano dello smercio nel Levante come i ricami e i preziosi galloni, le pannerie e le seterie, le telerie, la carta, i coralli, le terraglie, i vini, lo zolfo, la cenere di soda, i frutti secchi, la pasta, i legnami, l’olio, il lino ed altro ancora. Dal Levante i mercanti napoletani potevano importare quei generi che più gli conveniva come ogni sorta di droga, l’avorio, il caffè moka, ed ogni sorta di commestibile, carbon fossile e vari minerali, e li avrebbero avuti così di prima mano senza dover ricorrere ad altre piazze d’Italia o di Francia, come fino all’ora avevano fatto, acquistandoli tutti di seconda e terza mano. Inoltre avendo l’Egitto riaperte le relazioni con l’India e la Cina per mezzo del Mar Rosso, sui mercati del Cairo e di Alessandria si potevano acquistare i prodotti importati dall’Oriente come pepe, zenzero, zuccheri, telerie, mussolina di cotone, ami, Cassia lignea, cannella, rabarbaro, thè, macchine, ed ogni sorta di manifattura cinese ed altro. Aprendo i maggiori porti napoletani al transito delle merci, osservava Riccardo Fantozzi, si sarebbe avuta la ricorrenza generale non solo dei bastimenti nazionali ma anche degli Esteri, i quali invitati non solo dalla felice situazione centrale del Mediterraneo e delle piazze di Napoli e di Messina, ma anche dal porto franco e di dogana di transito, non mancherebbero di approdarvi sia per prendere notizie commerciali, quanto per scaricarne le loro mercanzie da tale traffico e lascerebbe così la formazione di depositi indette due piazze ponendolo in condizione di provvedere ad altre nazioni. La felice situazione geografica del Regno delle Due Sicilie, centrale del Mediterraneo, voleva il porto di Napoli e non solo di poter primeggiare nel commercio del Levante sopra tutte le altre nazioni europee, ma anche di gareggiare con le maggiori città commerciali della Grecia e degli altri stati italiani, della Francia e della Spagna. Ma per fare ciò bisognava dare un nuovo impulso ed occorreva eliminare gli ostacoli che si frapponevano. Così il console napoletano in Egitto, R. Fantozzi, aveva avuto uno scambio di vedute con il pashà Mohamed Ali sul modo di aprire delle relazioni dirette di Commercio appunto fra l’Egitto e il Regno di Napoli, e sulla possibilità di concedere ai napoletani il libero transito per l’Egitto delle merci che avrebbero voluto importare dall’India. Il viceré espresso il suo gradimento al Fantozzi, e per dare un incoraggiamento al suo progetto sarebbe stato il primo a spedire a Napoli quei carichi che gli sarebbero stati indicati, assicurando poi la massima protezione al commercio di transito con l’India e favorendo i mercanti napoletani che non avrebbero pagato più di quello che pagavano gli inglesi sui diritti e avrebbero goduto degli stessi privilegi. Arrivato a Napoli il progetto del Fantozzi veniva trasmesso dal ministero degli Esteri a quello degli Interni.
Nel 1818 il governo borbonico, contrariamente a quanto avveniva in altri stati europei, aveva imboccato la strada di una politica doganale ispirata a criteri piuttosto liberistici. Si sopprimevano le dogane “baronali” che dipendevano ora solo dalla Gran Dogana della Capitale, che istituì una scala franca per le navi e le merci provenienti dall’estero. Si approvò un “codice di commercio” regolato dal Ministero della Marina, e a Napoli venne istituita la direzione generale per la navigazione (a cui dipendevano 10 commissioni marittime: Napoli, Gaeta, Salerno, Amantea, Pizzo, Gallipoli, Barletta, Manfredonia, Pescara e Giulianova. Per la Sicilia Palermo, che dipendeva da Napoli, Catania, Messina, Siracusa, Girgenti, e Trapani. Controllavano il movimento delle navi nei porti, riscuotevano i dazi ed esplicavano varie formalità.) che rendeva conto al ministero della marina e a quello delle finanze. Questo richiamò nel Regno un gran numero di commercianti, industriali e banchieri stranieri. Così, mentre la maggior parte dei governi europei attuava una politica doganale protettrice delle industrie nazionali, il governo borbonico proseguiva una politica liberista. Dal 1817 si favorì l’importazione di merci straniere con un dazio che non superava il 3%, solo poche merci raggiungevano il 25%. Ciò aggravò però un ristagno dei prodotti nazionali e così su alcuni prodotti fu attuata nel 1823 una politica più protezionistica. Si mantenne una tassa del 3% sulle merci grezze mentre si aumentò al 30% su quelle lavorate, ma le merci che viaggiavano sulle navi napoletane venne ridotto il dazio. Si istituì il porto franco a Messina e si stabilì che il cabotaggio lungo le coste dei reali domini di qua e di là del faro fosse libero ed immune da qualsiasi formalità e pagamento. Queste nuove tariffe contribuirono ad alleviare gli ostacoli che si contrapponevano al commercio estero con il regno e a stimolare la nascita di una borghesia commerciale ed industriale. Il 16 ottobre 1827 si stipulò una convenzione tra il Regno delle Due Sicilie e Costantinopoli per il libero passaggio delle navi napoletane nel mar Nero. Il Regno di Napoli, nel periodo che va dal 1830 al 1860 superò la crisi economica causata dalle vicende del governo napoleonico e dalla Restaurazione. Tale progresso era dovuto al formarsi una nuova borghesia agiata sorta gli inizi del secolo e irrobustitasi negli anni successivi. Si trattava di borghesi agiati, avvocati, notai, medici, affittuari che disponevano di capitali facendo largo ad una borghesia industriale e commerciale che cominciò a sorgere col blocco continentale che stimolò lo sviluppo di alcune industrie, come quelle del cotone e della lana e si diffuse ancora più dopo il 1824 con la protezione doganale accordata alle industrie del Regno ed in particolare a quella della stoffa, della seta, della carta, dei tessuti di cotone, della canapa, del lino e dei panni di lana. Si diede così impulso all’attività industriale la quale migliorò grazie ai capitali stranieri, svizzeri e tedeschi, che cominciarono ad affluire nel regno. 
Si costituirono alcune società come la società enologica, la società industriale partenopea, la società per la navigazione a vapore, ed una rete di società economiche che si adoperarono per migliorare le condizioni economiche del paese. L’esportazione della seta grezza consentita nel 1824, invogliò la cultura del gelso e l’allevamento del baco e i 2/3 di tale produzione (1.200.000 libbre) veniva esportato negli Stati Uniti. La produzione di seta napoletana soddisfaceva tutti i bisogni interni tanto da sospenderne l’importazione dall’estero. Manifatture di seta sorgevano in diverse province del regno e Catanzaro era da considerarsi il centro di tale manifatture, dove nel 1845 si contavano 19 case con 52 telai. Altre sorgevano a Napoli, Reggio, Monteleone, Matera, Cosenza, Trapani, Messina e Palermo. I Rasi ed i velluti del grandioso” stabilimento di San Leucio a Caserta, avevano una fama universale. Nel 1835 a Napoli, ad Isola del Liri e ad Arpino sorgevano fabbriche di tessuti di lana bene attrezzate che davano un’eccellente produzione e facevano largo uso della materia prima locale, tanto che l’esportazione della lana grezza aumentò e ne diminuì la sua importazione. Molte industrie del cotone erano sorte in Campania, in Calabria, in Abruzzo ed in Sicilia e lavoravano ogni genere di tessuto, potendo gareggiare con i prodotti svizzeri francesi e inglesi. Avevano introdotto la forza motrice del vapore nella filatura e nella tessitura, e i macchinari Inglesi e svizzeri per i fusi erano aumentati tanto che nel 1840 ve ne erano 30.000 e producevano 2 milioni di libbre di filati, impiegando ben 60.300 operai! Notevole fu anche lo sviluppo dell’industria della carta e in dieci anni dalla quasi totale importazione del fabbisogno interno si arrivò all’esportazione in molti paesi europei, nel levante e in Brasile. Buoni furono i progressi dell’industria meccanica che nel 1859 contava 100 opifici e 12.000 operai. In agricoltura le reali società economiche (erano sorte già dal 1810 come società di agricoltura) si erano adoperate molto per diffondere i nuovi metodi di coltivazione e per incoraggiare l’introduzione dell’avvicendamento agrario per fare abbandonare l’antico sistema di riposo della terra avevano acquistato macchine e avevano importato semi e piante per sperimentare l’andamento di nuove culture, diffondevano nozioni utili sulla qualità dei terreni e promuovevano l’uso dei concimi minerali e nuovi metodi per la cura delle malattie delle piante, stabilendo premi di incoraggiamento per coloro avessero ottenuto una maggiore produzione o introdotti nei propri campi macchine e nuovi metodi di coltivazione. Questi sforzi iniziavano a dirottare le menti dei proprietari terrieri e di alcuni contadini. La produzione del grano crebbe di molto a confronto dell’inizio del secolo, tanto che la maggioranza della popolazione mangiava pane di grano e ciò non accadeva in tutta la penisola! La produzione cerealicola e del granturco era divenuta la più alta di molti stati preunitari ed anche la produzione di olio aumentò grazie all’estensione delle colture e al miglioramento dei metodi di raccolta e molitura delle olive. La produzione di vino venne quadruplicata, si coltivò il cotone che era molto richiesto dalle industrie. Larga era l’esportazione di agrumi specie dalla Sicilia verso i paesi nordici ricercati per le proprietà antiscorbutiche. Dopo il 1845 si abbandonò la politica protezionistica e si intensificarono le relazioni commerciali con l’estero, stipulando trattati con Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia, Belgio, Austria, Danimarca, Prussia, Sardegna, Paesi bassi e Impero ottomano. Furono emanati tre decreti che riducevano le tasse sui prodotti di importazione, con riduzioni tra il 15 e il 60%. Ed ancora meglio fece Francesco II che a marzo del 1860 ridusse i dazi fino al 70% su molti generi di consumo e materie prime. La marina mercantile raddoppiò il numero dei legni con nuove navi ad elica che erano “atti grandemente al trasporto delle merci in brevissimo tempo e quindi con tenui noli” (L. Bianchini). Il governo contribuì a tale sviluppo migliorando porti e fari, fondando scuole nautiche e favorendo la costituzione di compagnie di assicurazione marittime.
La politica economica del Regno per molti storici ed economisti è vista solo come protezionistica e fine a se stessa, ma in realtà era da supporto ad una identità nazionale in campo economico necessaria per favorire un fattore di prosperità della nazione, necessaria visti anche i progressi che venivano attuati in altri paesi. (A. Lepre). 
Ma i fasti del Settecento e dell’Ottocento sono ormai solo un ricordo, l’unità della penisola avvierà una decadenza post- unitaria per la marina mercantile, per i cantieri navali, per il Porto di Napoli e tutti i porti del Regno, per i traffici , per il commercio, per le industrie e per la stessa agricoltura nulla sarà più come prima: l’economia che lentamente si stabilizzava verso un futuro di floridità viene annegata in quel mare che come dice Rea non verrà più visto come una grande risorsa.

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La storia “architettonica” del porto durante la fine dell’Ottocento è fatta di nuovi ampliamenti e costruzioni tutte relative ai moli. Il molo di San Vincenzo raggiunge una lunghezza di 800 metri, la banchina interna al molo di San Gennaro viene sistemata per alloggiarvi un deposito franco per i Magazzini Generali. I nuovi moli sono tre, denominati rispettivamente molo Orientale, molo a Martello e molo Curvilineo, si realizzarono anche l’area di Porta di Massa, la lussureggiante Villa del Popolo ed una linea ferroviaria interna. Nelle vedute settecentesche, così come in molte fotografie dell’Ottocento, Napoli appare adagiata sulle pendici di rilievi che giungono fino al mare, protesa verso le acqua con poche lingue di terra artificiale: il lunghissimo molo San Vincenzo, il molo grande con la Lanterna e, solo verso la fine dell’Ottocento, il molo Orientale. Il tessuto edilizio compatto e stratificato, punteggiato dal bagliori delle cupole e dalle rare macchie verdi, si affacciava dai dirupi tufacei o giungeva spesso a lambire le acque del Golfo, solcate da silenziosi velieri.
Con la realizzazione ella Litoranea, il compimento della colmata di Santa Lucia, il prolungamento di via Caracciolo e l’allargamento di via Posillipo, anche il litorale occidentale diventa parte dell’intervento che, in continuità con quelli ottocenteschi, modificherà definitivamente la naturale linea di costa. Non più spiagge, caseggiati o costoni tufacei, da Posillipo fino al Piliero, un ampio e continuo solco viario separa il tessuto urbano dalle acque del Golfo e definisce il margine della città sul mare.
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L’enorme quantità di naviglio nel porto del Piliero sulla omonima via.

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La Società d’Incoraggiamento per le Scienze e le Arti Utili, nasceva con due propositi piuttosto dissimili tra loro: da un lato, raccogliere l’eredità di una settecentesca e defunta istituzione accademica, la Reale Accademia delle Scienze e Belle-Lettere di Napoli, che aveva esaurito la sua breve stagione negli anni dal 1780 al 1788; dall’altro, la fondazione si proponeva, per mano dello stato, di promuovere e indirizzare gli studi teorici verso innovazioni ritenute utili dalla società. L’Istituto aveva una propria pubblicazione istituzionale, edita periodicamente con il nome di “Atti”. A essa si affiancò l’emissione di un “Rendiconto”. L’istituto si dedicava ad incidere concretamente nei tentativi di dare vita ad una struttura industriale nell’economia del Regno all’altezza dei tempi. 
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La Marina Mercantile delle Due Sicilie vantava una tradizione secolare che, per traffici, attività cantieristiche e qualità della flotta, al momento del trapasso unitario, aveva pochi eguali nel vecchio continente, è napoletano il piroscafo “Ferdinando I”, consegnato alla storia come il primo bastimento con propulsore a vapore per la navigazione marittima, che fu varato il 24 giugno 1818 e salpò per il suo viaggio inaugurale il 27 settembre dello stesso anno. Fu a Napoli che iniziò così la navigazione a vapore d’altura, allorché questo sistema pionieristico di solcare i mari non era stato neppure messo in pratica in Francia ed in altri Paesi europei ad eccezione dell’Inghilterra ove era stato adottato per la navigazione fluviale. Fu napoletana la prima Compagnia di navigazione a vapore del Mediterraneo, che assunse il nome di “Amministrazione Privilegiata dei pacchetti a vapore delle Due Sicilie”, con un servizio regolare di linea, fornendo anche il primo esempio di convenzione marittima in Italia, poiché assunse dal Governo di S.M. Siciliana la concessione in privativa del trasporto della corrispondenza postale.Fu napoletana anche la prima crociera turistica della storia preparata nel 1833 con il piroscafo “Francesco I” ed antesignana di oltre mezzo secolo rispetto ad analoghe iniziative intraprese in seguito da altri Paesi industrializzati; una crociera cui parteciparono i più bei nomi dell’aristocrazia europea e che, in poco più di tre mesi, toccò alcuni tra i più suggestivi porti del Mediterraneo fino ad Istanbul, sbalordendo il mondo civile per accuratezza ed efficienza organizzativa. Ferdinando IV, dette incarico al giurista Michele De Jorio di redigere un codice della navigazione di respiro internazionale, destinato a divenire una pietra angolare della legislazione regolante il commercio marittimo e tutti i rapporti privatistici e pubblicistici ad esso inerenti. 

CONTROSTORIA IN SINTESI

Da qualche anno vengono pubblicati senza più “vergogna” diversi libri che analizzano il Risorgimento e l’Unità d’Italia senza alcuna mistificazione, ma nella loro drammatica verità storica. Si è ritenuto utile proporre una sintesi di quanto ricostruito dagli autori di alcune opere. La finalità è quella di mostrare che una serena lettura della verità dei fatti ed un pacato dibattito privo di toni polemici siano di grande vantaggio alla maturazione civile e democratica di ognuno di noi. 
«La pronipote dell’eroe dei due mondi, Ana Maria de Jesus, figlia di Ricciotti Garibaldi e di Costanza, sostiene che in famiglia la storia è: “Il bisnonno e il re si incontrarono a Vairano, perchè a Teano non ci è andato proprio, nemmeno a dormire. Aveva passato la notte alla taverna Catena di Vairano, si era alzato presto e, invece di partire, aveva deciso di aspettare Vittorio Emanuele. Ma quando arrivò, non scese da cavallo e gli disse in francese (perchè nel regno sabaudo l’italiano era poco comune): “Majestè, je vous remets l’Italie” ( Maestà, vi porto l’Italia) ed ”Insieme si diressero verso sud” ….». Col racconto sulla verità circa il presunto e mitizzato incontro a Teano fra Garibaldi e Vittorio Emanuele II, il piemontese Lorenzo Del Boca a pag. 8 del suo volume “Maledetti Savoia” (Piemme, 1998), comincia ad elencare i falsi episodi, i luoghi comuni, le leggende costruite dall’iconografia ufficiale circa la storia del Risorgimento italiano come viene ancora oggi studiata da scolari e studenti sui testi scolastici. Nel medesimo volume si scopre così ad esempio, come il Regno Borbonico delle Due Sicilie non fosse affatto arretrato e sottosviluppato come la propaganda successiva all’unificazione volle dipingerlo. Scrive sempre Del Boca: «…Il Meridione riceveva gli ospiti in saloni arricchiti da arazzi, serviva vini pregiati in cristallerie delicate, proponeva tavole imbandite con pizzi e vasellame di Capodimonte. A Torino usavano ancora i piatti di legno. Il Sud conservava la raffinatezza culturale greca e araba e l’Università di Filosofia – fra docenti e studenti – poteva annoverare il meglio dell’”intelligentia” del tempo. Al Nord parlavano un dialetto venuto dai barbari d’oltralpe. Nelle province napoletane si lavorava il ferro, la ceramica, i filati. Le fabbriche di Pietrarsa e l’Opificio Reale rappresentavano il maggior complesso siderurgico dell’Europa del sud, in grado di reggere la concorrenza con Austria e Prussia. Erano dotati di un motore a vapore capace di sprigionare energia per 160 cavalli. Ci lavoravano 1000 operai e altri 7000 vivevano dei manufatti dell’indotto. La fonderia Orotea di Palermo, di proprietà della famiglia Florio, era conosciuta nel mondo per i prodotti di precisione e impegnava 600 operai. Venne poi smantellata per lasciare spazio all’Ansaldo di Genova. Il mercato tessile era saldamente in mano al Meridione. Lo stabilimento di Piedimonte d’Alife, dello svizzero Egg contava 1300 operai, 36 filatoi e 500 telai. Mentre la maggiore filanda del Nord, la Conti di Milano, impiegava 415 operai.
“ll sud aveva costruito le industrie di Scafati di Mayer e Zollinger, quella di Pallenzano e quella di Salerno. A San Leucio, su 80 ettari di terreno, sorse la più imponente seteria di quei tempi. Il gruppo industriale Guppy, con il socio d’affari Pattison, avviò un’azienda a Napoli per la costruzione di macchine agricole e locomotive a vapore: trovarono posto 1200 dipendenti. Cinquecento metalmeccanici operavano nella Real Fonderia di Castelnuovo, altrettanti nella Reale Manifattura di armi a Torre Annunziata.
“Il cantiere navale di Castellammare era una piccola città di 2000 impiegati. D’altra parte la flotta del regno delle due Sicilie contava 40.000 uomini di equipaggio. Le aziende calabresi a Mongiana, a Cardinale, a Monteleone e a Catanzaro, quelle di Matera, Palermo e Catania esportavano in Brasile e negli Stati Uniti.
Il Napoletano era di gran lunga la regione italiana più industrializzata. Il censimento, promosso in occasione dell’Unità d’Italia le accreditò un milione e 189.000 operai pari al 37 per cento degli attivi, contro i 345.000 del Piemonte che rappresentavano il 17 per cento…» (Maledetti Savoia, p. 234-235). Anche per Giuseppe Ressa in “Il sud e l’Unità d’Italia” (2003, liberamente scaricabile) «la regione Calabria annoverava, insieme ad altri stabilimenti siderurgici minori: industrie tessili con 11 mila telai complessivi (solo quella della seta impiegava tremila persone), estrattive (sale a Lungro, con più di mille operai, liquirizia, tannino dal castagno), industria manifatturiera (cappelli, pelletteria, mobili, saponi, oggettistica in metallo, fino ai fiori artificiali), distillerie di vino e frutta; tutto questo ne faceva la seconda regione più industrializzata del Sud dopo la Campania….. Si avete capito bene la Calabria!
“Il Meridione possedeva una flotta mercantile pari ai 4/5 del naviglio italiano ed era la quarta del mondo, ne facevano parte più di 9800 bastimenti per oltre 250mila tonnellate ed un centinaio di queste navi (incluse le militari) erano a vapore. Erano attivi circa quaranta cantieri di una certa rilevanza e “tanto prosperò il commercio in 30 anni, che nel 1856 solo a Napoli vi erano 25 Compagnie di trasporto, che capitalizzavano oltre 20 milioni di ducati”. Allo scopo di favorire il commercio, furono stipulati, dai re meridionali, numerosi trattati commerciali con tutte le principali potenze.
“Il primo mezzo navale a vapore del Mediterraneo (una goletta) fu costruito nelle Due Sicilie e fu anche il primo al mondo a navigare per mare e non su acque interne: era il Ferdinando I, realizzato nel cantiere di Stanislao Filosa al Ponte di Vigliena presso Napoli, fu varato il 24 giugno del 1818…». Se è vero che la situazione scolastica nel Regno delle Due Sicilie era carente, con solo il 10 per cento di alfabetizzati (il dato peggiore nell’Italia pre-unitaria), lo stato borbonico era all’avanguardia nel campo del sistema previdenziale e pensionistico (introdotto nel 1813) nonché per l’organizzazione medica e ospedaliera, con 22 grandi ospedali in tutta la nazione e con il tasso più basso di mortalità infantile in Italia. (Il sud e l’Unità d’Italia, p. 166).
Contrarie a qualsiasi stereotipo sono i retroscena relativi ai veri motivi all’origine della spedizione garibaldina che sempre Lorenzo Del Boca trae dalle ricerche dello storico inglese Raleigh Trevelyan: «…La Gran Bretagna voleva giocare un ruolo di primo piano nelle questioni internazionali e vedeva con sospetto l’amicizia troppo forte che legava Francia e Piemonte. Contemporaneamente i diplomatici inglesi segnalavano con preoccupata apprensione l’avvicinamento dei Borbone all’impero russo che cercava una sbocco marittimo sul Mediterraneo. Aiutare il Piemonte a prendersi il Sud dell’Italia avrebbe avuto, per Londra, due risultati positivi. Innanzitutto si sarebbe accreditata a Torino come alleata affidabile almeno quanto i francesi, togliendo loro un’egemonia psicologica e politica su quello staterello governato dai Savoia. Poi avrebbero levato di mezzo un regno che poteva offrire i suoi porti ai concorrenti dell’Europa dell’Est. Le coste meridionali d’Italia, in vista dell’apertura del canale di Suez, sarebbero diventate un punto di riferimento importante delle rotte via mare e, quindi, un attracco strategico per i commerci. Da ultimo gli Inglesi sentivano la necessità di garantire le immense proprietà immobiliare e finanziarie che avevano acquistato e investito in Sicilia… Fra le imprese che gli industriali di Londra gestivano con profitto in Sicilia c’era quella dell’estrazione dello zolfo. Almeno metà della produzione di questo minerale prendeva il mare diretto in Inghilterra. Il resto era destinato a Francia, Olanda, Russia e stati Uniti. Attorno a questi accordi nel 1838, esplose una questione dai contorni allarmanti. Il Re di Napoli, Ferdinando II, ruppe le intese passate e concesse alla compagnia Taix e Aycard, francesi di Marsiglia una serie di agevolazioni tali da affidare loro una specie di monopolio nel settore. Gli inglesi si trovarono, in qualche modo, espropriati… 
Gli industriali danneggiati si rivolsero al tribunale per un risarcimento colossale, ma non riuscirono a convincere i giudici della bontà dei loro argomenti e persero la causa. Il governo di Londra a quel punto (aprile 1840) scelse l’azione di forza e decise di assediare i porti siciliani, bloccando le navi con bandiera borbonica. Il re di Napoli mobilitò 12.000 soldati minacciando rappresaglie terribili nei confronti dei possedimenti inglesi. La guerra commerciale fu a un passo dal trasformarsi in guerra vera e soltanto l’intervento degli stati della Santa Alleanza (Russia, Austria e Prussia) impedì una degenerazione della contesa. Il 21 luglio 1840 venne raggiunto un accordo che, praticamente, ripristinava le condizioni economiche di due anni prima. L’amicizia e la fiducia, però, erano del tutto compromesse. Inutile tentare di rabberciarle. Nessuno, per la verità, nemmeno fra diplomatici avvezzi a transazioni apparentemente disperate, tentò di chiedere ai contraenti dell’accordo un gesto formale di reciproca stima. La decisione degli Inglesi di scaricare il Borbone ebbe, in quegli episodi sulla contesa dello zolfo, una conferma decisiva. Si trattò di organizzarsi opportunamente e poi attendere l’occasione più propizia… » (Maledetti Savoia, pp. 62-65).
L’attenta studiosa Angela Pellicciari in diversi volumi quali Risorgimento anticattolico (Piemme 2004), I panni sporchi dei Mille (Liberal, 2003), L’altro Risorgimento (Piemme 2000) e Risorgimento da riscrivere (Ares, 1998), aggiunge un’altra motivazione soltanto accennata da altri autori, ovvero l’avversione dell’Inghilterra anglicana e protestante contro la sudditanza psicologica e culturale da parte degli italiani nei confronti della Chiesa Cattolica. Motivazione sostenuta anche da Elena Bianchini Braglia in Risorgimento. 
Le radici della vergogna. Psicanalisi dell’Italia (CSR Edizioni Terra e Identità, Reggio Emilia 2009) che riporta anche le denunce dei Gesuiti nella loro rivista La Civiltà Cattolica. Fra il 1825 ed 1832 inoltre il governo Borbonico scatenò una forte repressione contro le logge massoniche in Sicilia che turbò non solo i massoni anglosassoni ma anche quelli italiani, fra cui Garibaldi, Mazzini e Cavour. Quest’ultimo tuttavia, secondo Giuseppe Ressa aveva un motivo molto più pratico e pressante per estendere la sovranità dei Savoia anche al ricco Regno Borbonico, la medesima all’origine della Seconda Guerra d’Indipendenza, ovvero il dissesto finanziario del Regno di Sardegna ed il concreto rischio di bancarotta: «Nella discussione del 9 febbraio 1859 il marchese Costa di Beauregard denuncia: “Il Conte di Cavour vuole la guerra e farà gli estremi sforzi per provocarla. Nella pericolosa condizione in cui ci ha collocati la sua politica, la guerra si presenta al suo pensiero come l’unico mezzo per liberarsi onorevolmente dal debito spaventoso che ci schiaccia, e di rispondere agli impegni che ha preso”, il bilancio del regno di Sardegna di quell’anno “ha un deficit di 24 milioni di lire che porta il debito pubblico complessivo ad un totale spaventoso di 750 milioni di lire” . Era quindi sull’orlo della bancarotta sia a causa della bilancia commerciale, da anni in passivo, sia soprattutto per la costosissima politica estera, in questa situazione l’unica possibilità per evitare il tracollo finanziario era la conquista di nuovi territori e come disse l’influente deputato sabaudo Boggio : “Ecco dunque il bivio: o la guerra o la bancarotta”.» (Il sud e l’Unità d’Italia, p. 55).
L’occasione più propizia per tutti venne naturalmente dopo che nel 1859 la II Guerra d’indipendenza fece guadagnare al Regno Sabaudo la Lombardia, l’Emilia e la Toscana. Londra invitò caldamente Cavour a togliere di mezzo anche i Borbone e lo Stato Pontificio, ed anche Garibaldi da parte sua all’inizio del 1860 era impaziente di tornare sul campo di battaglia per distrarsi da una cocente delusione sentimentale: a gennaio di quell’anno infatti doveva convolare a nozze con la marchesa Giuseppina Raimondi già da lui conosciuta più che intimamente ed in attesa di un figlio. Ma in prossimità dell’altare a guastargli la festa gli era arrivata la notizia che il padre del nascituro non era lui bensì un suo luogotenente in camicia rossa: la sposina si beccò un’esclamazione poco galante, una sedia ebbe l’onore di essere distrutta dall’eroe dei due mondi, e la conquista del Sud avrebbe avuto anche il merito di salvare l’immagine storica del Peppino nazionale (cfr. Maledetti Savoia, cit. pp. 49-50).
Tutte le opere sin qui citate abbondano di dettagli storici, frutto di ricerche su documenti d’archivio, diari, testimonianze poco note sui retroscena dietro le quinte della spedizione dei Mille: ovvero il ben documentato coinvolgimento di Cavour e della monarchia sabauda, il fondamentale sostegno, sia finanziario che in navi, uomini e mezzi da parte di Inghilterra ed anche Stati Uniti, la ricerca di appoggi presso la malavita organizzata e la costante opera di corruzione di generali e ufficiali borbonici come il settantenne generale Francesco Landi «che nella battaglia di Calatafimi, ad un passo dalla vittoria, fece ritirare i suoi uomini. Lo storico De Sivo sostiene che al generale avessero promesso una ricompensa di 14 mila ducati per la sua ritirata, somma depositata presso il Banco di Napoli. Quando, però, si recò a riscuotere il frutto del tradimento, trovò soltanto 14 ducati». (Ricciardi F., 1860: quei generali napoletani felloni e vigliacchi, 2009). «Morì l’anno successivo, nel 1862, ma i cinque figli non ebbero problemi: tutti ufficiali superiori nell’esercito del Nord. A Calatafimi – luogo eroico del “qui o si fa l’Italia o si muore” – furono uccisi trenta garibaldini. Non tutti per mano nemica.” (Maledetti Savoia, cit. p. 74).
Anche sui fatti di Bronte, tra il luglio e l’agosto del 1860, esiste una ricca documentazione. La fonte più autorevole e dettagliata è l’opera del brontese e testimone oculare Benedetto Radice le cui Memorie storiche di Bronte (1927) sono state riversate in rete a cura dell’ “Associazione Bronte Insieme” e liberamente consultabile nel sito dell’associazione. Vengono così ripercorse le vicende della cittadina, a quel tempo “feudo” inglese dei discendenti di Orazio Nelson, dall’agitazione dei nullatenenti per la mancata distribuzione delle terre secondo il proclama di Garibaldi dittatore a Salemi, agli eccidi dei possidenti e dei sostenitori della famiglia Nelson, fino all’intervento di Nino Bixio, chiamato urgentemente dalle autorità inglesi nell’isola, che una volta ristabilito l’ordine dopo un breve processo sommario fa fucilare cinque brontesi fra i meno colpevoli di tutti: tra essi un povero malato di mente e l’Avv. Nicola Lombardo, rappresentante dei nullatenenti, che in realtà si era prodigato per tenere a freno i suoi compaesani. C’è poi chi ha letto la severa e sbrigativa repressione di Bronte anche come una clamorosa svolta ideologica da parte dei generali garibaldini: «Fu il dramma di una parte della sinistra impegnata a decidere in Sicilia il nodo dell’egemonia politica del nuovo stato, ovvero se dovesse essere governato dalla sinistra o dalla destra. Bixio a Bronte reprime i suoi stessi compagni: l’avvocato Lombardo era dalla parte di Bixio» ha scritto Giuseppe Giarrizzo (cit. da Gino Saitta). Senza scomodare Antonio Gramsci, la questione storica di fondo è capire in che misura, nelle originarie intenzioni di Garibaldi e Bixio, quella spedizione militare dovesse e potesse rappresentare una guerra di classe: certamente dovevano rendersi conto che chi aveva organizzato e sostenuto quella spedizione (Cavour e l’Inghilterra) non avrebbe consentito che a livello sociale le cose mutassero più di tanto. A tal proposito un altro brontese ma dei nostri giorni, Antonino Radice, che nel suo libro Risorgimento perduto allarga la sua analisi ai protagonisti storici dell’unificazione, evidenzia proprio come Cavour dichiarasse al parlamento subalpino «non solo di aver fino allora creduto che in Sicilia si parlasse arabo ma che di quest’isola ben poco egli conosceva, essendogli invece più familiare la storia dell’Inghilterra. Il Cavour piemontese apparteneva alla ricca classe terriera e nobiliare, della quale egli in fondo condivideva pensieri e umori. Per tali motivi la sua mente era ben lontana dalla ipotesi di rivolgimenti e di avanzamenti sociali apportatori di capovolgimenti di vita in una regione come la Sicilia, e tale sua convinzione alimentava in misura esasperata la diffidenza verso i propugnatori di cambiamenti di natura sociale che da tempo erano invece desiderati dai siciliani» (Antonino Radice, Risorgimento perduto, origini antiche del malessere nazionale, De Martinis & C., Catania 1995).
Una volta conquistata a cannonate la fortezza di Gaeta, ultimo rifugio di Francesco II di Borbone, il 13 febbraio del 1861, cominciarono realmente i guai per il Sud, e gli incalcolabili danni, a cominciare dalle vittime militari e civili. Non soltanto Lorenzo del Boca e Giuseppe Ressa, ma anche Gigi di Fiore nel suo saggio I vinti del Risorgimento (Utet De Agostini, 2004) citano i campi di prigionia del Nord, a cominciare da quello di San Maurizio del Canavese, ove vennero rinchiuse le decine di migliaia di prigionieri, soprattutto soldati borbonici ed anche nello Stato Pontificio, una volta completata l’unificazione. Riporta Del Boca: «I prigionieri aumentavano di numero in modo esponenziale. Il generale Manfredo Fanti scrisse a Cavour per chiedergli di noleggiare all’estero dei vapori perchè c’erano 40.000 prigionieri da spedire al Nord e la Marina non era in grado di fare da sola. Fu necessario attrezzare altri campi: uno poco distante da San Benigno Canavese, un altro ad Alessandria e un altro ancora a Fenestrelle, all’imbocco della Val Chisone che, dai tempi antichi, era stata fortificata con un sistema di caserme appollaiate come nidi d’aquila a 1.200 metri per resistere a possibili invasioni a opera dei francesi. Per essere certi che lassù, accanto ai ghiacciai, la vita dei prigionieri fosse davvero dura, i piemontesi si preoccuparono di strappare le finestre dei dormitori.» (Maledetti Savoia, p. 145). Nelle opere citate vengono anche riportate alcune testimonianze pubblicate sulla rivista La Civiltà Cattolica del 1861: «Per vincere la resistenza dei prigionieri di guerra, già trasportati in Piemonte e in Lombardia, si ebbe ricorso a un spediente crudele e disumano che fa fremere. Quei meschinelli, appena coperti da cenci di tela, e rifiniti di fame perché tenuti a mezza razione con cattivo pane e acqua e una sozza broda, furono fatti scortare nelle gelide casematte di Fenestrelle e d’altri luoghi posti nei più aspri luoghi delle Alpi. Uomini nati e cresciuti in clima sì caldo e dolce, come quello delle Due Sicilie, eccoli gittati, peggio che non si fa coi negri schiavi, a spasimar di fame e di stento fra le ghiacciaie. E ciò perché fedeli al giuramento militare ed al legittimo Re». (Il Sud e l’Unità d’Italia, p. 137).
Largo spazio da tutti gli autori viene poi dato alla reazione della popolazione del Sud Italia, etichettata poi dalla storiografia ufficiale come semplice “brigantaggio”. Sempre secondo Del Boca «la rudezza disumana dei conquistatori finì per accrescere il senso di ostilità delle popolazioni locali. Di conseguenza aumentò la durezza della repressione. Il numero degli sbandati crebbe proporzionalmente agli abusi.
“I fuorilegge riuscirono a costituire 400 bande agguerrite. Con un calcolo meticoloso Tarquinio Maiorino ha potuto stabilire che contavano 80.702 combattenti. Almeno altrettanti coloro che facevano parte delle organizzazioni ausiliarie: gli informatori, i vivandieri, gli agenti di collegamento, i conviventi, i familiari e le amanti. I banditi godevano di solidarietà diffusa fra la gente e, quando arrivavano nei paesi, era festa grande. “Molti vennero uccisi. Dalle zone di guerriglia pochi riuscirono ad arrivare al carcere. Gli altri vennero sterminati in massa. Quanti? Michele Topa cita i giornali stranieri che, in quegli stessi anni, tentarono un bilancio di questa guerra nascosta e dimenticata. Risultò che, dal settembre 1860 all’agosto 1861 – poco meno di un anno solare – vi furono 8.968 fucilati, 10.604 feriti, 6.112 prigionieri. Vennero uccisi 64 sacerdoti e 22 frati, 60 giovani sotto i 12 anni e 50 donne. Le case distrutte furono 918, sei paesi cancellati dalla carta geografica. Cifre naturalmente provvisorie e ampiamente parziali per difetto.
“Con il ferro e con il fuoco distrussero Guardiaregia e Campochiaro nel Molise; Pontelandolfo e Casalduni nella provincia di Benevento…
“Il Meridione pagò l’Unità con 700.000 vittime, quindi la parola “massacro” non è né gratuita né esagerata.» (Maledetti Savoia, pp. 156-158). Molti autori riportano anche soluzioni “estreme” progettate, ma in realtà mai realizzate, per disfarsi definitivamente dei “briganti” meridionali, come la proposta dell’allora Presidente del Consiglio Luigi Menabrea nel 1868 di deportarli in Patagonia, progetto poi non andato in porto per l’opposizione del governo argentino.
«La visione dell’Unità come conquista dell’Italia da parte dei piemontesi si è affermata anzitutto come stato d’animo. I Meridionali, si sentirono infatti “conquistati”, non unificati in una patria comune. Ai loro occhi, prima Garibaldi e poi Vittorio Emanuele II apparvero come conquistatori stranieri, nè più nè meno di quelli che erano approdati nel corso dei secoli sulle spiagge del “bel regno” di Sicilia. Mentre agli occhi degli italiani più politicizzati in senso democratico e, anche, repubblicano, quale che fosse la regione d’Italia da cui provenivano, il processo che aveva condotto all’Unità si configurava piuttosto come una “conquista regia”, come il frutto di un’abile e spregiudicata politica dinastica condotta nello stile e con i metodi dell’ ancien régime, che la Rivoluzione dell’89 aveva reso per sempre improponibili» afferma Girolamo Arnaldi in L’Italia e i suoi invasori, (Laterza, 2002, pag. 179) ed in effetti la monarchia sabauda fece ben poco per smentire tale impressione, dal momento che Vittorio Emanuele continuò a definirsi “II” per non far torto ai propri antenati, la legislatura uscita dalle elezioni nazionali del 1861 venne denominata l’ottava dopo le precedenti sette del Piemonte pre-unitario, e la capitale rimase a Torino. Costituzione, leggi, istituzioni e sistema finanziario del Regno sabaudo vennero poi estese a tutto il resto d’Italia.
Il peggioramento delle condizioni economiche e sociali dei residenti nel Sud, specie delle classi più povere, conseguenza di una errata politica agraria, fiscale ed economica da parte del neo-stato italiano nei confronti del Mezzogiorno – origine della “questione meridionale” – viene largamente documentato in cifre da molti autori che ne analizzano dettagliatamente i diversi aspetti: l’ingrandimento dei latifondi con le terre demaniali e della Chiesa, l’appesantimento delle imposte dirette e indirette gravanti su proprietà e popolazione; il peso dei gravosi debiti del Piemonte scaricato sulle regioni finanziariamente in attivo – Lombardia, Marche Umbria, e soprattutto le regioni del Sud – dopo l’unificazione del bilancio e del debito pubblico; le industrie siderurgiche di Mongiana in Calabria e Atina (Frosinone) chiuse dopo pochi anni dall’unificazione; le industrie metalmeccaniche, tessili e della carta boicottate dal governo di Torino che preferì assegnare commesse e appalti alle industrie del nord; e via dicendo (cfr. Giuseppe Ressa, Il Sud e l’Unità d’Italia, pp. 176 – 192). Si riconferma insomma quanto già espresso dallo storico contemporaneo Pasquale Villari nel 1868: «Il Risorgimento non portò affatto alcuna profonda trasformazione … E l’Italia nuova si trovò formata dagli stessi elementi di cui era composta l’Italia vecchia, solo disposti in ordine e proporzione diversi.» (P. Villari, Saggi di storia, critica e politica, Firenze 1868), mentre anche sotto l’aspetto politico, lo storico inglese Denis Mack Smith nella sua Storia d’Italia 1861 – 1958 (Bari, 1959) si dimostra – in termini, ancora attuali – ancora più pessimista: «Il connubio Cavour-Rattazzi, secondo lo Smith, inaugurò in Italia quel sistema di governo di coalizione che ben presto diede luogo al trasformismo del Depretis e al parlamentarismo del Giolitti. Il sistema fondato sul compromesso d’interessi personali tra gli uomini più influenti di partiti avversi, eliminando il controllo e la critica della opposizione, paralizzò la lotta politica e la sostituì con gretti opportunismi di cricche, abilmente mascherati col principio che l’interesse nazionale deve prevalere sugli interessi dei gruppi. La vita parlamentare fu così ridotta a un coacervo di uomini dalle idee più opposte, ma legati assieme da meschini interessi contingenti.» (Carmelo Bonanno, L’età contemporanea nella critica storica, Liviana 1973, p. 40).
«Insomma, fra le righe di una storia ufficiale ne esiste un’altra controcorrente che casa Savoia prima e il fascismo poi, per motivi diversi ma alla fine convergenti, hanno concorso in modo determinante a soffocare. “Mai parlare male di Garibaldi” ha significato mettere la museruola alla libertà di indagine e a nascondere la verità. Presentarono il Risorgimento come un tripudio di fanfare, bandiere, fiori lanciati dai balconi, entusiasmi di piazza. Quei vent’anni abbondanti che portarono all’Unità diventarono acriticamente un’epopea e Rosario Romeo fu mal sopportato quando cominciò a sostenere che, per l’Italia, furono assai più determinanti le beghe internazionali fra Inghilterra e Francia» dice Lorenzo del Boca a conclusione del suo volume Maledetti Savoia (pp. 250-251).

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La VERITA’ sul Regno d’italia

“Quella che io espongo è la storia di tutte le rivoluzioni. Esse sono quasi sempre l’opera di qualche uomo a cui due o tre funzionari comprati aprono le porte e di cui il popolo, per lo più indifferente alle questioni che si agitano, diventa il complice senza saperlo, prestando loro, per curiosità o per desiderio di rumore, il soccorso imponente delle sue masse”.
“Insomma io non avevo scorto da nessuna parte quell’entusiasmo per l’unità italiana, che imbevuto dalle illusioni piemontesi io mi ero atteso di vedere manifestarsi ovunque…da per tutto infine il Piemonte era riguardato come uno straniero e come un conquistatore. In faccia a tali sentimenti, sono obbligato di riconoscere che il vero stendardo del movimento italiano non aveva mai cessato di essere l’indipendenza e non era mai stato l’unità, di cui l’idea non era anche matura!…L’unità di una nazione non si crea: bisogna aspettare che nasca alla sua ora. Allora solamente può essere forte e durevole.” (considerazioni molto esplicative Filippo Curletti, una spia assoldata da Cavour). 
Vi fu allora, così come succede spesso oggi, una palese e gigantesca manipolazione mediatica, ai danni della nazione ‘canaglia’ di turno. Lo stato sabaudo era la “personificazione dello stato liberale” per Palmerston, che il 21 maggio 1852 ricorda i “grandi interessi politici e commerciali che ha l’Inghilterra per la conservazione dell’indipendenza della Monarchia sarda e della sua prosperità”. Il Regno di Sardegna è lo Stato perfetto agli occhi di Palmerston e della Corona britannica: monarchia costituzionale e governo liberale, con una politica economica liberista ed una politica estera filo-britannica. Ma anche filo-francese. Il 15 agosto 1853, il duca di Guiche, inviato francese a Torino, scrive al suo Ministro degli Esteri Thouvenel che in Piemonte “il governo è parlamentare e costituzionale in apparenza, in realtà è una macchina difficile a definire ma i cui ingranaggi obbediranno sempre al ministro di Francia se questi vuole darsene la pena e fare uso delle forme”. Per i governi di Londra e Parigi, dunque, un modello da esportare in tutta la penisola italiana. Alla sponda offerta dalla politica di Palmerston, il giornalismo salariato tesseva le lodi dell’unica monarchia costituzionale d’Italia, contrapposta all’assolutismo dei Borbone, dei Lorena, degli Asburgo e alla teocrazia pontificia. I paesi dispotici così miserabili, come gli stati papeschi, devono al despotismo la vergognosa loro inferiorità.
” In realtà, la condizione economica e sociale degli ‘stati papeschi’, cioè lo Stato Pontificio e il ‘cattolicissimo’ Regno delle Due Sicilie, poteva difficilmente essere ritenuta ‘miserabile’. In entrambi gli Stati, le strutture assistenziali ecclesiastiche, gli ordini monastici, le parrocchie, gli ospedali (spesso gestiti dal clero) garantivano un welfare eccellente rispetto al Piemonte, dove l’abolizione di tali strutture porterà, invece, ad una povertà generalizzata e graverà ulteriormente sul debito, già enorme, della nazione. Il 7 agosto 1855, di fronte alla Camera dei Comuni, Palmerston sferra un attacco frontale al regno borbonico, che “aveva dimostrato sfrontatamente la sua ostilità alla Francia e all’Inghilterra vietando l’esportazione di merci che il suo stato di neutrale gli avrebbe consentito tranquillamente di continuare a trafficare”. Una “palese violazione del diritto internazionale”, tanto più grave perché “perpetrata da un governo che si era macchiato di atti di crudeltà e di oppressione verso il suo popolo, assolutamente incompatibili con i progressi della civiltà europea”. Non importa se gli “atti di crudeltà” borbonici non siano mai stati confermati, anzi smentiti (come le lettere di Gladstone), né se fosse stata proprio Londra ad armare i rivoluzionari siciliani. Come non importerà, 150 anni dopo, se Gheddafi avesse veramente bombardato manifestazioni pacifiche di suoi cittadini (fatto smentito dalle rilevazioni satellitari russe). Il Regno delle Due Sicilie era diventato ufficialmente uno ‘stato-canaglia’ e gli serviva una tirata d’orecchi. Non con un intervento ‘diretto’ di Londra, ma attraverso il Piemonte, debitore della City: una nazione indebitata non è una nazione libera. Non potendo più privatizzare nulla per ripagare parte del debito contratto, per il governo sabaudo era necessario invadere stati sovrani dal Tesoro prospero, come le Due Sicilie, lo Stato Pontificio, i granducati di Toscana, Modena, Parma. Sono i Rothschild, manovratori della City, i veri beneficiari di quella vasta operazione che verrà chiamata dai posteri ‘Risorgimento‘. L’eliminazione di stati sovrani economicamente e politicamente indipendenti dagli influssi d’oltremanica e oltralpe, significò non solo l’eliminazione di potenziali nemici, ma l’estensione in tutta Italia del modello economico piemontese. Il Piemonte era, infatti, non solo l’unico stato completamente nelle mani dei banchieri inglesi, ma anche l’unico ad essersi quasi privato del tallone aureo per l’emissione della moneta. Il modello economico duosiciliano prevedeva che il Banco delle Due Sicilie, emettesse solamente ducati d’oro e d’argento. Non vi erano banconote, ma titoli di fede emessi esclusivamente a fronte di un avvenuto deposito. A unità compiuta, infatti, dei 607,4 milioni di lire a cui equivalevano le riserve auree del neonato Regno d’Italia, ben 443,2 milioni erano rappresentati dalle riserve borboniche e solamente 27 dal Piemonte. Nelle Due Sicilie il tallone aureo andava di pari passo con una politica economica autarchica e protezionistica: la produzione dei beni era funzionale al soddisfacimento della domanda interna e solo il surplus rimanente poteva essere esportato. La popolazione godeva inoltre della rete di strutture assistenziali già nominate. Questo rendeva il Sud borbonico decisamente sgradevole all’alta finanza. Il suo progresso era lento ma sicuro, la borghesia era impegnata nell’attività commerciale ed imprenditoriale (che crea sviluppo) e non in attività finanziarie (che sottraggono ricchezza alla collettività), la politica estera lontana da mire espansionistiche. Il regime ‘costituzionale’ che gli intellettuali europei sbandieravano contro Napoli, Roma e Firenze era, quindi, la copertura ideologica di un sistema economico che garantiva a pochi (i proprietari privati degli istituti di emissione monetaria) il potere su molti (il popolo) attraverso il monarca, il governo, il parlamento e il monopolio della violenza legittima di cui questi disponevano (per conto terzi). Non si trattava quindi di una guerra tra stato liberale e monarchia assoluta, ma tra monarchie legittime e usurocrazie cioè regimi in cui il potere è esercitato dai prestatori di denaro. Il piemonte si veste di una ‘guerra di liberazione’ o ‘umanitaria’ agli occhi dell’opinione pubblica europea, altrimenti l’ingresso dei soldati piemontesi in territorio straniero sarebbe parso per ciò che era: un’invasione. Le modalità con cui ciò avvenne ci vengono appunto descritte da Filippo Curletti, l’agente segreto di Cavour che, incarcerato dal conte quando non più utile, decise di vendicarsi rivelando per iscritto molti particolari scomodi sulle vicende ‘risorgimentali’. Coinvolto nei moti che portarono alla destituzione dei Lorena nel Granducato di Toscana, Curletti descrive la ‘rivoluzione’ fiorentina non come un moto popolare nato spontaneamente, bensì come un’operazione condotta da un gruppo di ottanta carabinieri travestiti da popolani, data l’indisponibilità dei fiorentini a ribellarsi ai Granduchi. Scrive Curletti: “la propaganda secreta dei Piemontesi nelle Romagne e nella Toscana cominciava a produrre i suoi frutti; tutto era pronto per una rivoluzione; i comitati che agitavano gli spiriti in questi due paesi sotto la direzione del Conte Cavour, domandavano al ministro il segnale dell’azione e qualche uomo sicuro per operare il movimento”. Una guerra sotterranea, come si può notare, fondata sulla propaganda e l’organizzazione segreta. Di fatto, i ‘ribelli’ erano armati da una potenza straniera (il Piemonte), come conferma anche l’epistolario dell’ammiraglio Persano, che scriveva a Cavour: “noi continuiamo, con massima segretezza, a sbarcare armi per la rivoluzione, a tergo delle truppe napoletane”. A Napoli come a Firenze, il metodo è lo stesso usato dieci anni prima a Palermo dagli inglesi. Tornando a Curletti, l’agente spiega come le modalità con cui si sarebbero svolti i moti furono decise a tavolino da lui e dall’ambasciatore piemontese. Gli agenti, mascherati da popolani, avrebbero formato una compagine numerosa che, al grido di “Viva l’Indipendenza! Abbasso i Lorena!”, si sarebbe diretta verso Palazzo Pitti. Mentre il clamore così suscitato riusciva a coinvolgere alcuni fiorentini, Curletti ed i suoi uomini correvano a sequestrare le casse pubbliche del Granducato: “alle 4 del pomeriggio Buoncompagni era installato nel palazzo del Sovrano presso il quale era accreditato; alla stessa ora tutte le casse pubbliche erano vuote, senza che una sola lira sia entrata nel tesoro piemontese. Quelli che non avevano potuto prendere parte al saccheggio si installarono chi alle poste chi ai ministeri. (…) Io ricevetti per mia parte dalle mani stesse di Buoncompagni una gratificazione di seimila franchi”. Si è trattato, quindi, di una vera e propria rapina, condotta da agenti cavouriani ai danni del Granducato di Toscana. Ma Firenze non è stato un caso isolato. Curletti fornisce i suoi servigi di stato in stato: Toscana, Parma, Modena, Stato Pontificio, Due Sicilie e le modalità di sovversione e rapina che descrive sono le stesse in ogni stato. Rapine che superano i limiti della decenza se ci si attiene a quanto Curletti testimonia relativamente al ducato di Modena. Qui il plenipotenziario sabaudo La Farina, che aveva sostituito il duca, avrebbe ordinato all’uomo fidato di Cavour di raccogliere tutto l’oro e l’argento del duca e di farlo fondere. Ma non prima di aver scritto un articolo sul quotidiano locale in cui dichiarava che il duca si era portato via tutto, in modo che nessuno si chiedesse che fine avessero fatto i preziosi della nobile famiglia. L’oro e l’argento, assunta una nuova forma, non sarebbero più stati esigibili da parte dei duchi ad un loro eventuale ritorno. Non paghi di ciò, lo stesso Curletti, insieme ad altri, si è reso autore di vere e proprie estorsioni. Usufruendo del nuovo ruolo di tutore dell’ordine pubblico, aveva il dovere di stilare una lista di proscrizione di tutti i fedelissimi del duca. Tra questi vi erano sempre (casualmente?) i personaggi più ricchi della città, ai quali venivano estorte laute somme di denaro in cambio della cancellazione dalla lista (che li avrebbe salvati dall’arresto o dalla confisca dei beni). Vere e proprie azioni banditesche, che trovano paragone solo con quelle di…Giuseppe Garibaldi. Non si può parlare di Risorgimento, infatti, senza citare il Generale dei Mille. Ma l’Unità d’Italia sarebbe stata “impossibile senza la Massoneria”, proprio per la capacità di collegamento operativo tra le logge. In realtà la fedeltà non era rivolta al Re ma al Maestro. Quel Maestro era probabilmente Lord Palmerston, primo ministro inglese e fondatore dell’Ordine Reale di Sion, a cui facevano capo le logge massoniche italiane e le vendite carbonare. Le prime erano state represse su volontà di Ferdinando II nel periodo dal 1825 al 1832 e costrette a sopravvivere in segreto, le seconde avevano in passato mostrato fedeltà ai Borbone. Durante la Repubblica Partenopea, infatti, il loro ruolo fu determinante nel 1813-14, quando furono alla base di sollevazioni filo-borboniche in Calabria ed Abruzzo. Ma la fedeltà a Londra era più vincolante. Gli 800mila affiliati alla Carboneria nelle Due Sicilie scelsero di tradire la monarchia e forse fu questo a decretarne la fine. L’organizzazione delle società segrete e delle logge era tale da garantire una sovversione interna, comprando, delegittimando o uccidendo chi ostacolava i loro piani. Le rapine effettuate da Garibaldi ai danni del Regio Banco di Sicilia, erano analoghe a quelle di Curletti a Firenze, Parma, Modena e in altre città. Le appropriazioni indebite di Garibaldi provocarono non pochi danni al Banco delle Due Sicilie, che si ritrovò, ad unificazione compiuta, quasi privo di riserve auree o argentee con cui concedere prestiti. Situazione aggravata dal comportamento del neonato governo unitario. L’istituto, che era l’unico deputato all’emissione monetaria nel regno borbonico, non solo fu scisso in due istituti diversi (Banco di Napoli e Banco di Sicilia), ma gli fu esplicitamente proibito di ritirare dalla circolazione i ducati d’oro e d’argento duosiciliani, che costituivano oltre il 65% della moneta circolante nella penisola. A provvedere ad un loro graduale ritiro ci pensò la Banca Nazionale degli Stati Sardi (poi Banca Nazionale del Regno d’Italia) insieme ad altri istituti di credito nati ad hoc: il Banco di Sconto e Sete (creato nel 1863 attraverso fondi Rothschild), il Credito Mobiliare di Torino, la Cassa di Sconto di Torino e la Cassa Generale di Genova. Insieme, le quattro banche costituirono una cordata guidata da Carlo Bombrini, amico di Cavour e direttore della banca centrale sabauda, che le utilizzerà per spostare al Nord le commesse imprenditoriali meridionali. In pratica, le uniche due banche meridionali si trovarono impossibilitate a fornire credito nel Meridione, non potendo ritirare le monete d’oro e d’argento da loro stesse emesse, che sarebbero servite come garanzia per i prestiti. Tutte le monete borboniche furono ritirate da banche settentrionali, fondate proprio negli anni dell’unificazione, che le usarono come garanzia per concedere prestiti ad imprenditori settentrionali. Un perfetto esempio di capitalismo di rapina, che rispondeva ad un piano di spoliazione e spartizione progettato sin nei minimi dettagli. “I napolitani non dovranno essere mai più in grado di intraprendere”, scrisse Bombrini. E così fu. Tra i beneficiari di questo sciacallaggio, ci fu anche Francesco Cirio, che grazie ai finanziamenti del Credito Mobiliare di Torino diede vita alla prima industria conserviera italiana. Cirio approfitterà dell’impossibilità per le imprese meridionali di usufruire dei prodotti della loro terra per creare un giro d’affari che lo porterà ad ottenere dapprima concessioni ferroviarie agevolate per il trasporto di alimenti all’estero (grazie alla legge Cirio del 1885) e poi addirittura una posizione di monopolio sulla Società Ferroviaria dell’Alta Italia. Contratti agevolati proprio dal Bombrini, che attraverso la cordata bancaria di cui sopra riuscirà ad ottenere almeno tredici concessioni ferroviarie. Un’operazione non da poco se si pensa che il suo stesso amico Cavour era azionista della Società Anonima Molini Anglo-Americani e non poteva non nutrire interesse nell’esportazione del grano tramite via ferrata. Un conflitto d’interessi notevole, che si aggiunge al suo comportamento durante la crisi granaria del 1853. In quell’occasione, mentre l’autarchia borbonica impediva l’esportazione di grano per assicurare il cibo a tutti i cittadini, il Piemonte liberista la favoriva apertamente, mettendo il profitto del primo ministro davanti al sostentamento del popolo.
Il popolo veneto, nel 1866, si oppose all’invasione sabauda, e contrariamente alla vulgata della storiografia ufficiale, l’esercito ‘asburgico’ si chiamava Austro-Veneto e vide i veneti combattere a difesa degli Asburgo contro i ‘tajani. Come a Lissa, nell’alto Adriatico, quando il 20 luglio 1866 la Imperial Veneta Marina sconfiggerà la Regia Marina italiana. La nave ammiraglia Re d’Italia verrà rovinosamente affondata dalla Ferdinand Max, grazie al capotimoniere Vincenzo Vianello di Pellestrina, incitato così dall’ammiraglio Tegetthoff: “Daghe dosso, Nino, che la ciapèmo!”. Gli equipaggi erano infatti veneti, parlavano veneto e festeggiarono quella vittoria urlando “Viva San Marco!”. Come si può, dunque, parlare di ‘guerra d’indipendenza’ e non di ‘guerra d’invasione’? I libri di storia non spiegheranno mai, infatti, come avrebbe potuto una nazione priva di sbocchi al mare come l’Austria sconfiggere l’Italia in campo marittimo: ma la memoria storica è scritta sulla sabbia, lo spirito critico una moda d’altri tempi.

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155°anniversario della morte del guerrigliero legittimista “NINGHE NANGHE”

Il 13 Marzo 1864 a Frusci (AVIGLIANO) il capo banda legittimista Giuseppe Nicola Summa alias “Ninco Nanco” viene giustiziato dalla Guardia Nazionale. Il capitano Ninco Nanco è uno dei più devoti luogotenenti di Carmine Crocco, protagonista di numerose rappresaglie ai danni di ricchi possidenti e militari sabaudi. Era conosciuto per le sue brillanti doti di guerrigliero, per la sua freddezza e brutalità, attributi che lo resero uno dei briganti più temuti di quel tempo. Nonostante la sua efferatezza, viene da alcuni considerato un eroe popolare, da parte di quella schiera di popolani che si ribellarono ai soprusi e alle repressioni sabaude. In una rissa venne pestato e pugnalato ad una gamba da quattro o cinque persone che lo costrinsero a tre mesi di guarigione. Giuseppe, anziché denunciare l’accaduto alla polizia, preferì la vendetta personale. Qualche mese dopo, uccise uno dei suoi aggressori a colpi di ascia.
L’omicidio gli costò dieci anni di carcere a Ponza, ma riuscì ad evadere nell’agosto 1860. Recatosi a Napoli, tentò di arruolarsi nell’esercito di Giuseppe Garibaldi per poter ricevere la grazia ma fu scartato. Tentò la stessa cosa sia presentandosi a Salerno da Nicola Mancusi, comandante della colonna insurrezionale di Avigliano, e sia facendo domanda di arruolamento nella Guardia Nazionale ma entrambi gli esiti furono negativi. Costretto al brigantaggio, Ninco Nanco iniziò a vivere di rapine e furti, rifugiandosi nei boschi del Vulture. Il 7 gennaio 1861, incontrò Carmine Crocco, del quale divenne uno dei più fidati subalterni. Il brigante aviglianese, assieme a Crocco, partecipò a numerosi saccheggi, conquistando prima tutto il Vulture, senza mai riuscire a prendere la sua città natia, Avigliano, poi gran parte della Basilicata, spingendosi fino all’avellinese e il foggiano. Si distinse soprattutto nella battaglia di Acinello, comandando la cavalleria dei briganti e dimostrando la sua padronanza in campo bellico. Non esitava ad aggredire le famiglie borghesi, ricorrendo al sequestro, all’omicidio e alla devastazione delle proprietà in caso di mancato sostegno. Nel gennaio 1863, isieme ad alcuni membri della sua banda uccisero brutalmente il delegato Costantino Pulusella, il capitano Luigi Capoduro di Nizza e alcuni suoi soldati, dopo che Capoduro, sperando di indurre il brigante alla resa, si era avviato con i suoi uomini nel bosco di Lagopesole. I loro cadaveri furono scoperti alcuni giorni dopo. Il 12 marzo 1863 nei dintorni di Melfi, massacrò un gruppo di cavalleggeri di Saluzzo, guidati dal capitano Giacomo Bianchi. All’agguato parteciparono anche le bande di Crocco, Caruso, Giovanni “Coppa” Fortunato, Caporal Teodoro, Marciano, Sacchetiello e Malacarne. Solamente due soldati piemontesi sopravvissero, mentre il capitano Bianchi venne ucciso da Coppa con una pugnalata alla nuca e la sua testa fu troncata dal busto. La falcidia avvenne in risposta alla morte di alcuni briganti avvenuta nei pressi di Rapolla, i quali vennero catturati, uccisi e i loro cadaveri bruciati dai regi soldati.
Carmine Crocco durante un interrogatorio, negò torture e scempi da parte del brigante aviglianese ai danni dei militari prigionieri, asserendo che era «terribile solo per la propria defesa», infatti Ninco Nanco si rese protagonista anche di atti generosi. Aiutava economicamente le sue sorelle, le quali versavano in condizioni misere ed, essendo profondamente religioso, mandava soldi ai preti affinché celebrassero messe in onore della Madonna del Carmine, la cui effigie portava sempre con sé al collo. Durante l’assedio di Salandra, risparmiò un sacerdote che, in passato, aveva aiutato la sua famiglia e gli garantì la sua protezione. Ninco Nanco depositò alcuni oggetti di valore nella cappella del Monte Carmine, che furono sequestrati e venduti per ordine della commissione antibrigantaggio nel 1863; con il ricavato vennero effettuati lavori di ristrutturazione dell’edificio.
Una volta, fermò un mercante di panni di Potenza confiscandogli una manciata di ducati ma, subito dopo, gli restituì la somma. L’antropologo di scuola lombrosiana Quirino Bianchi, autore di una biografia su Ninco Nanco, nonostante lo considerasse un «brigante tanto feroce e di indole perversa», appartenente ad una «famiglia degenerata», sostenne che, avendo pietà della miseria, intimò il capobrigante Giuseppe Pace, detto il Castellanese, di smettere di minacciare di morte i poveri, i quali non avevano la possibilità di sostenere le bande. Per cinque anni in tutto il Vulture-Melfese e la valle di Vitalba (da Atella fino al castello di Lagopesole) non ci fu un viaggio non disturbato dai briganti o che non sfuggisse alla loro vigilanza.
Chi si avventurava senza una adeguata scorta armata (per esempio agli operai addetti ai lavori di costruzione della strada Moliterno-Montalbano fu predisposta una scorta armata) veniva sistematicamente depredato, come capitó al corriere postale ai primi di giugno 1861 nel territorio di Venosa, o a quello proveniente da Melfi nell’aprile 1864, o al saccheggio effettuato a scapito di un carretto carico di sale e tabacco nel luglio 1862 ad opera delle bande di Ninco Nanco e di Tortora. L’attività di Ninco Nanco iniziò a perdere colpi l’8 febbraio 1864, quando la sua banda fu decimata presso Avigliano e 17 dei suoi uomini furono uccisi. Il 15 febbraio dello stesso anno, venne emessa una taglia di 15.000 lire sul brigante. Circa un mese dopo, il 13 marzo, Ninco Nanco e 2 dei suoi fedeli (uno di questi era suo fratello Francescantonio) furono braccati nei pressi di Lagopesole dalla Guardia Nazionale di Avigliano. Vennero giustiziati subito presso Frusci (frazione di Avigliano) e Ninco Nanco morì per mano del caporale della G.N., Nicola Coviello, con due colpi di cui uno dritto nella gola, per vendicarsi dell’assassinio del cognato compiuto dal brigante aviglianese il 27 giugno 1863. Tuttavia, altre ipotesi ritengono che il brigante venne ucciso per ordine del comandante della G.N. aviglianese, Don Benedetto Corbo, appartenente ad una delle maggiori famiglie gentilizie della zona, per evitare che venissero alla luce sue presunte connivenze con le bande. Due mesi dopo, lo stesso Corbo fu coinvolto in un’altra vicenda di complicità con i briganti e venne accusato dal generale Baligno, comandante delle truppe di Basilicata, di aver rilasciato senza permesso alcuni briganti della banda Ninco Nanco. Carmine Crocco raccontò nelle sue memorie che, venuto a conoscenza della morte del suo luogotenente, decise di vendicarlo e, trovandosi nelle vicinanze del posto in cui avvenne l’assassinio, preparò la punizione da infliggere ai suoi esecutori ma, vedendo l’arrivo di un reggimento di soldati, dovette abbandonare il piano. La salma di Ninco Nanco fu trasportata, il giorno dopo, ad Avigliano e fu appesa all’Arco della Piazza come monito. Il giorno seguente, il suo corpo fu portato a Potenza, ove venne seppellito. Deceduto il brigante, i suoi uomini confluirono nella banda di Gerardo De Felice detto “Ingiongiolo”, brigante di Oppido Lucano.
Per la morte di Ninco Nanco l’avv. De Carlo che ricopriva all’epoca la carica di Sindaco del Comune di Avigliano, compose questo originale acrostico:
Ero e non son più, di sangue intriso
Corsi i campi ove sorge il Sacro Monte
Col ferro, il fuoco, lo sterminio e l’onte
O’ l’uman diritto e quel di Dio deriso.

Nessun mi guardi con pietade in viso
Il nome di Cain mi bolle in fronte ;
Non rispettai del mio battesimo il fonte;
Crudel mi son su cento tombe assiso
Or del Carmelo la Patrona e Diva,

Non più soffrendo la mia fausta sorte,
Arcano, ausilio ad AViglian largiva;
Negar non posso che Colei può molto,
Che al di qua di quel Monte ebb’io la morte.
Oltre quel Monte è mio fratelsepolto.

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«Il governo italiano ci manda contro la forza a perseguitarci; ebbene, facciamogli vedere fin da oggi che noi non abbiamo intenzione di prestargli obbedienza.» (Ninco Nanco)