Storiografici e ideologici, quelli della storiografia “giacobina”, decisero di non dare spazio alla ricerca al mondo della controrivoluzione e delle insorgenze, nonostante la nascita della politica che si realizza in Italia nel corso del decennio rivoluzionario ha visto partecipi anche le masse degli insorgenti che dall’esperienza hanno maturato un’identità politica. Osservazioni condivisibili, ma la questione del contributo della Controrivoluzione ai processi di politicizzazione dei ceti popolari non elimina una differenza sostanziale tra i due campi, quello repubblicano, nelle sue diverse accezioni dal moderatismo al giacobinismo, e quello sanfedista. La differenza sta nel fatto che è il primo dei due campi a far entrare, pur con tutti i limiti e le contraddizioni da tempo analizzate dagli storici, i ceti popolari in una società basata sull’eguaglianza di fronte alla legge, emancipandoli dalla condizione di sudditi e trasformandoli in cittadini da formare politicamente. La controrivoluzione non formò cittadini ma fondò, semmai, i presupposti ideologici e mentali dello schieramento antidemocratico e antiliberale dell’Ottocento e del Novecento che fu al tempo stesso antirivoluzionario e antirisorgimentale.
La crisi dello Stato borbonico precipitò nella primavera del 1860 con la campagna siciliana, disastrosa per l’esercito e per il re. Le istituzioni del Regno implosero subito dopo, anche per effetto della concessione della Costituzione. Nel giro di poche settimane, tra agosto e settembre, le truppe borboniche stanziate in Calabria si sbandarono, i liberali meridionali presero il controllo delle province e Garibaldi entrò trionfalmente nella capitale. La politica di Cavour e la determinazione dei radicali portarono a conclusione la fase cruciale dell’unificazione nazionale. In realtà la questione del Mezzogiorno non ebbe nulla a che vedere con l’annessione degli Stati dell’Italia centrale o della Lombardia. Non ci fu una transizione pacifica. A settembre, proprio nel momento di maggior successo della rivoluzione, iniziò una poderosa controrivoluzione che durò per anni. Nei primi sei mesi fu l’esercito borbonico il protagonista dell’estrema difesa del regno, dimostrando una inaspettata quanto determinata volontà di combattere. La resistenza all’unificazione si combinò poi con altre due controrivoluzioni: una di origine popolare e un’altra di tipo cattolico legittimista.
La mobilitazione rurale finì per unire resistenza armata e criminalità comune, fu chiamata brigantaggio e durò diversi anni.
Nella fase iniziale guerriglieri, ex militari borbonici, volontari legittimisti europei, nobili, militanti locali si riconobbero nel governo in esilio di Francesco II, tentando una sanguinosa, confusa e inutile riconquista del Regno. A partire dall’autunno del 1861, falliti questi tentativi, la guerriglia accentuò le sue caratteristiche banditesche, fino alla definitiva repressione da parte delle forze di sicurezza italiane. Altrettanto complessa fu la resistenza cattolica.
L’alta gerarchia ecclesiastica meridionale rifiutò radicalmente la rivoluzione unitaria. Il Concordato del 1818 aveva sancito la sua identificazione con la Corona delle Due Sicilie: solo un vescovo (su 89) aderì al nuovo regime. Il contrasto fu frontale, in molti casi portò a scontri, all’abbandono di 54 sedi e caratterizzò l’episcopato meridionale come forza di opposizione reale al nuovo Stato (a differenza di parte del basso clero). L’abolizione del Concordato borbonico e la protesta contro i decreti Mancini furono solo le prime tappe di questa frattura, ma la Chiesa sviluppò progressivamente una originale forza di adattamento al nuovo stato delle cose che darà risultati importanti, evitando una drammatica resa dei conti.
La controrivoluzione borbonica, pertanto, pur strettamente collegata a queste due dimensioni della resistenza al nuovo Stato, sviluppò una sua originale critica che aveva radici nel lungo conflitto civile meridionale e nello scontro decennale tra liberalismo e legittimismo. La sua tradizione, i cui valori principali erano la lealtà alla Monarchia e l’unità del Regno, doveva fare i conti con le idee del nazionalismo italiano (ed europeo), con i concetti della comunione culturale e spirituale di un popolo, l’indipendenza da uno straniero, l’alleanza tra nazione e libertà. I borbonici assunsero una rinnovata identità patriottica quando l’Italia diventò una realtà e iniziavano a consolidarsi i maggiori fenomeni nazionalisti europei.
Fu la guerra del 1860-61 a comporre in maniera conclusiva una rinnovata e originale definizione del patriottismo napoletano. La memoria e la critica si identificarono nel ricordo dell’esperienza dell’estrema difesa del Regno includendo i miti a cui diede origine. Quegli episodi diventarono il cuore delle narrazioni di veterani e scrittori che presero posizione rispetto ad una frattura radicale della loro esperienza di vita, una rottura segnata dalla fine del proprio stato e del proprio ambiente sociale. Questo studio si propone di comprendere se i difensori delle Due Sicilie giunsero a creare una nuova idea della patria napoletana, frutto tanto dei caratteri della crisi finale del regno quanto del definitivo confronto con il nazionalismo unitario italiano, ponendo le basi di una propria tradizione che forse conserva ancora oggi alcuni elementi nel Mezzogiorno e che furono rielaborate in molte delle fasi di crisi del rapporto tra il Sud e il resto del paese.
La premessa di questo problema è lo scontro iniziato alla fine degli anni Novanta del Settecento che contrappose i sostenitori della Rivoluzione ai difensori dei vecchi Stati. Nei decenni successivi il Sud era stato coinvolto dalle due ondate rivoluzionarie europee (1820 e 1848) e da una moltitudine di rivolte, cospirazioni, lotte locali. Nella prima metà del secolo si era consolidata una complessa e variegata tradizione liberale, ma i borbonici vantavano la propria: i lazzari napoletani e l’armata di Ruffo, i guerriglieri del Decennio francese e il principe di Canosa, la classe dirigente di Ferdinando II e i vincitori delle campagne del ’48 in Calabria e Sicilia. Questa realtà ha ricevuto una attenzione marginale negli studi storici e resta in gran parte inesplorata nel campo della ricostruzione delle culture politiche. Nei primi decenni post-unitari la
storiografia si era concentrata prevalentemente sulla prospettiva rivoluzionaria, mettendo al centro della sua analisi prima le fondamenta dell’incontro tra il liberalismo e la scelta unitaria, poi la struttura socio economica e le caratteristiche della borghesia meridionale (con una particolare attenzione alla questione siciliana). i punti di forza delle Due Sicilie, sottolineando il tentativo di modernizzazione dello Stato tentato da Ferdinando II. valorizzano lo sviluppo degli antichi regni nell’età della Restaurazione e mettono in discussione l’assioma della loro inevitabile dissoluzione. Nel 1815, all’interno dello scacchiere geopolitico definito a Vienna, le Due Sicilie si presentavano come la maggiore potenza italiana: molti esponenti della sua classe dirigente (innanzitutto il principe di Canosa) pensavano addirittura ad una espansione nella penisola. La tradizione nazionale, inoltre, non era stata neppure messa in discussione nel Decennio francese (Murat aveva imposto nel 1811 la naturalizzazione napoletana ai funzionari stranieri), né nel successivo quinquennio e neppure durante la rivoluzione liberale del 1820, quando gli stessi militari liberali avevano combattuto per impedire la secessione palermitana (mentre il Parlamento fu unanime nel sostenere le ragioni unitarie dello Stato).
Si tratta quindi di superare definitivamente una visione, che già immediatamente dopo l’Unità si propose un’immagine declassata del Mezzogiorno, cercando invece di comprendere anche il profilo e le ragioni di chi cercò di scongiurare la realizzazione del processo unitario. Il problema della scelta di campo (perché si diventava patriota) e della conseguente formazione di una coscienza nazionale, può essere ribaltato proprio nel campo dei difensori degli antichi Stati, un quesito che riguarda anche la dimensione partecipativa e la visione ideologica di questi uomini. Allo stesso tempo, la scelta di introdurre questa analisi in una fase drammatica, la fine dell’indipendenza del Regno, consente di uscire dalle letture concentrate sugli anni della Restaurazione o dalla ricerca esclusivamente legata alle origini del Risorgimento. Il problema della relazione tra tradizione nazionale mridionale e crisi dello Stato si inserisce inoltre nell’indagine sulle fratture storiche del Regno. La maturazione di un senso di appartenenza e di costruzione istituzionale nei vecchi Stati italiani. Si tratta di ricostruire il profilo politico e l’identità delle élites e dei gruppi impegnati a difenderne l’esistenza e poi a perpetuare la memoria: perché migliaia di napoletani morirono (e molti altri combatterono) per la propria nazione (una domanda che pone anche la necessità di comprendere i termini e le dimensioni della partecipazione legittimista) e con che idee di patria avevano a che fare? Gli scritti dei reduci borbonici sono una delle possibili fonti utili a rispondere a questa domanda proprio perché riferiti a quel cruciale passaggio dove la dissoluzione del regno si incrociava con la nascita della nazione italiana. Lo studio delle loro testimonianze ci consente di analizzare una narrazione dotata di una molteplice costruzione retorica: la creazione di una rinnovata idea di patria (la nazione napoletana) e l’idea di una comunità (l’antica e legittima tradizione del regno); il conflitto con i propri connazionale (la guerra civile) e una epopea collettiva (la difesa dell’indipendenza). In questo modo possiamo chiederci quale rappresentazione i veterani del Sessanta diedero della loro appartenenza nazionale, con la conseguente critica al Risorgimento. La celebrazione di un nazionalismo napoletano che aveva difeso l’indipendenza delle Due Sicilie diventò il momento costitutivo della rinnovata identità borbonica, incarnata innanzitutto dall’esercito: all’inizio del suo libro il capitano Tommaso Cava scrisse che “l’esercito napoletano difese la Nazionale indipendenza”. Cava proveniva da una famiglia di antiche tradizioni militari ed aveva diretto lo stato maggiore borbonico durante l’assedio di Capua. Dopo l’Unità, pur arruolato nell’esercito italiano, ne era stato subito espulso per aver voluto “difendere l’onore” dell’armata delle Due Sicilie. Il suo collega Carlo Corsi, ufficiale di artiglieria a Gaeta e attivissimo organizzatore del reducismo borbonico (aveva anche sfidato l’ex ministro di Francesco II e ora generale italiano, il traditore Pianell), iniziò il suo volume allo stesso modo per “tenere alto il nome napolitano tanto oltraggiato ed avvilito”. Il guerrigliero Teodoro Salzillo, funzionario di Isernia, tra i capi delle temibili formazioni irregolari che avevano fatto strage di garibaldini nel Molise, definì la campagna del 1860- 1861: “la più gloriosa per le Armi Napolitane” proprio perché avevano combattuto per la libertà della patria. Il colonnello dello stato maggiore Giovanni Delli Franci, napoletano, uomo di spicco in tutte le operazioni del 1860, autore di una fortunata Cronaca della campagna d’autunno, ampliava questa tesi: i napoletani lottarono con coraggio per la libertà le Due Sicilie e contro le “corti che ne vollero infranta l’autonomia”. Il capitano Sinibaldo Orlando, molisano, apprezzato comandante di una compagnia di Cacciatori, in prima linea nella campagna del Volturno, sostenne che l’esercito napoletano non avrebbe potuto combattere contro “l’elemento rivoluzionario di tutta Europa e i due eserciti avversi senza lo spirito di cui era informato e di vera nazionalità di cui era in vanto”. Luigi Gaeta, casertano, ufficiale di stato maggiore impegnato nel comando della cittadella durante l’assedio di Messina (e altro importante animatore dell’ambiente dei reduci), scrisse che la “vera gloria nazionale” delle Due Sicilie era l’esercito che “difendeva la propria onorata patria autonomia”. La rivendicazione nazionale si confondeva con l’antico patriottismo rappresentato dall’unione con la Casa reale. Il giuramento, inteso come rituale individuale o collettivo, era la figura simbolica a cui sistematicamente si faceva ricorso per rendere sacra questa comunione tra il re e i difensori della patria. Una sacralità che trasformava il giuramento al sovrano ampliandolo ad un più ampio concetto di nazione. I difensori di Capua affermarono: “intendiamo restare fedeli al nostro giuramento […] gelosi custodi di quell’onor militare”. Il maggiore di artiglieria Pietro Quandel, figlio di un personaggio importante delle gerarchie militari borboniche (famoso nella repressione del brigantaggio filo carbonaro pugliese), combattente a Gaeta e poi esule con la famiglia reale a Roma. Quandel scrisse nel suo resoconto dell’assedio che il comportamento dei militari fu il più autentico esempio di fedeltà: La guarnigione è stata sempre sostenuta dal pensiero di adempiere ad un sacro dovere e mantenere la fede giurata, ed è stata incitata a ben fare dall’esempio che loro han porto le Loro Maestà il Re Francesco II e la Regina Maria Sofia, e le Loro Altezze Reali il Conte di Trani ed il Conte di Caserta, che han condiviso costantemente coi difensori della Piazza pericoli, privazioni, disagi. Il re e la dinastia rappresentavano il legame con il passato del Regno ma simboleggiavano anche la difesa dell’indipendenza. Banti e Ginsborg hanno scritto che l’ibrido rapporto tra una comunità nazionale e una casa regnate è un fenomeno diffuso nel nazionalismo ottocentesco. I proclami pubblicati da Francesco II, in quei mesi drammatici, diventarono i testi sacri della comunità dei veterani. Il capitano Gaeta, come quasi tutti i suoi commilitoni, ricordò quando il re celebrò i soldati che resistendo alle perfide seduzioni, ed agli sforzi delle due armate, (avevano) saputo non solo tenere fermo, ma illustrare ancora la storia dell’armata Napoletana, coi nomi di Santa Maria, Caiazzo, Trifilisco, S. Angelo e altri… Di tale luminose azioni, ne resterà per sempre memoria nel mio cuore, e per perpetuarne la rimembranza, sarà coniata una medaglia di bronzo con l’epigrafe da una parte: Campagna di settembre ed ottobre 1860… Questa medaglia adornando i vostri petti ricorderà a tutti la vostra fedeltà, ed il vostro valore, che saranno sempre un soggetto di gloria per coloro che erediteranno i vostri nomi. Tutti conservarono il commiato del re, letto alla guarnigione di Gaeta nel febbraio del 1861. Molti lo avevano trascritto e lo portavano sempre con sé, anche perché trasmetteva molti principi della nuova identità borbonica: I tradimenti anteriori, l’attacco delle bande rivoluzionarie, l’aggressione di una potenza che si diceva amica, niente à potuto contrastare la vostra bravura, affievolire la vostra costanza… voi avete lasciato sulle rive del Volturno e del Garigliano le tracce del vostro eroismo, e voi avete sfidato per più di tre mesi, in queste mura, gli sforzi di un nemico che dispone di tutte le forze d’Italia… quando i miei più cari soldati rientreranno nelle loro famiglie, tutti gli uomini di onore chineranno il capo al loro passaggio.
La stessa argomentazione valeva per le altre piazzeforti. I difensori di Messina citavano il manifesto del re alla guarnigione che concludeva: “un giorno ciascuno di voi potrà dire con orgoglio: io nel 1860 feci parte dei difensori della cittadella di Messina”. La patria era soprattutto il ricordo della sua estrema difesa. I proclami, le medaglie, simboleggiavano una nuova comunità, per molti aspetti divenuta tale proprio quando era scomparsa. Il re e i compagni sopravvivevano nei ricordi dei veterani trasformando il senso dell’appartenenza napoletana e immortalandola. Il capitano del Genio borbonico Giuseppe Quandel, un altro dei tre fratelli impegnati a fianco di Francesco II (diventerà poi esule ed infine abate di Montecassino), concluse il giornale dell’azione del suo corpo spiegando che il valore di quella resistenza, il senso profondo del legame nazionale, era proprio nella consapevolezza di difendere una causa perduta: laonde mancava, ai morenti napoletani, la dolce speranza di vedere quando che fosse vittoriosa la causa che difesero col loro sangue, e noi mille volte udimmo i nostri commilitoni, presso a I difensori del 1860 venivano almeno confortati dal pensiero che la loro sorte era unita a quella d’invitte e gloriose nazioni, che com’essi combattevano per la libertà che loro levasi togliere, e che il Re riconoscente, ed una terra ospitale, accoglierebbero l’orbata sposa e i figliuoli, darebbero un’onesta esistenza al mutilato. Ma non v’era scampo…i Napoletani di Gaeta non vedevano lor dinnanzi che la servitù, la prigionia, l’ingiusto obbrobrio degli accecati loro concittadini, e forse la morte.
Anche il terzo fratello, Ludovico Quandel, era un ufficiale di artiglieria che finita la campagna del Volturno aveva raggiunto Gaeta. Nel suo ricordo, la morte della patria coincideva con la resa finale. Quandel era tra i graduati in testa alla colonna che uscì dalla fortezza per accogliere l’onore delle armi degli assedianti piemontesi, prima di consegnarsi al nemico: l’ordine di marciare è dato, e man mano i Corpi cominciano il loro movimento prima di uscire dalla piazza. È questo l’ultimo atto della monarchia e dell’Esercito delle Due Sicilie: fra pochi minuti l’uno e l’altro passeranno nel dominio della storia.
I reduci del 1860 si erano formati nel lungo e solido regno di Ferdinando II. Ora facevano i conti con la propria esperienza di vita, con il proprio passato, con la loro giovinezza e una antica scelta di campo personale e familiare. Nel 1848 e negli anni successivi ampi settori della società meridionale erano fortemente ancorati all’idea dell’autonomia dello Stato, impersonata dal sovrano che aveva accompagnato la loro carriera politica e militare.
Ferdinando II, ricordò Ruggero Moscati, “napoletano, egli sentiva la ‘nazione napoletana’, non la nazione italiana”. La Seconda Restaurazione aveva trionfato per la determinazione del re, dell’esercito e dei sostenitori del legittimismo. Nel 1849 il Regno delle Due Sicilie non aveva chiesto né voluto l’intervento delle armate straniere per sconfiggere la rivoluzione, rivendicando una legittimazione nazionale nei confronti della svolta autoritaria e legittimista, testimoniata dal folto gruppo di scrittori che esaltarono il re e il suo Stato anche come il più solido baluardo della religione cattolica.
I veterani, ricorrevano quindi a materiali e a simboli del passato per costruire una propria tradizione patriottica, il discorso si innestò sull’azione di coloro che avevano difeso il vecchio Stato fino all’alba del suo crollo. La nazione era un’eredità che si spingeva sul richiamo alle generazioni precedenti, tutti i reduci sottolineavano le proprie storie familiari di lealtà alla Corona e al Regno. Le argomentazioni non contenevano rivendicazioni etniche o linguistiche, si basavano sull’accusa della subordinazione del Mezzogiorno unitario agli stranieri piemontesi, della fine del controllo sulle istituzioni e sulla propria economia da parte dei napoletani, della svendita o della rapina delle sue fortune e bellezze. Denunciavano il degrado, scriveva Delli Franci, di uno “stato ricco e felice” o, aggiungeva l’ex funzionario, saggista ed esule Giacinto De Sivo, difendevano “la nazione nostra sfatata, noi pinti al mondo quasi barbari”. I borbonici valorizzarono le ragioni di una comunità antica che difendeva da sempre la propria indipendenza, per esempio sostenendo con successo una resistenza vittoriosa contro gli invasori francesi. Spesso questo si trasfigurava in un passato glorioso e puro: il ricordo del 1799 mitizzava l’opposizione popolare del Regno dalle invasioni straniere. Luigi Mira, dirigente del Ministero di Polizia in esilio a Roma, che guardava con sospetto la guerriglia e il brigantaggio, ricordò che l’emigrazione napoletana sognava “un nuovo Cardinal Ruffo”. Corsi scriveva che i lazzari napoletani nel 1799, sforniti di armi e di artiglierie, e con Sant’Elmo che sparava alle loro spalle, tennero fermo per 3 giorni alle vittoriose schiere dei francesi guidate dallo Championnet, e se non fossero stati traditi, i francesi avrebbero dovuto decampare. Una vicenda che la storia aveva dovuto scrivere a caratteri d’oro.
Francesco Scamaccia Luvarà, intellettuale e avvocato napoletano, tra i leader del movimento legittimista post-unitario, riannodava le fila di questo passato collegando la resistenza del 1799 a quella del Decennio francese, la gloriosa epopea di Ruffo “di nobile prosapia e ardimentoso” con la difesa di Maratea o di Amantea e le rivolte del 1806-1808, quando in tutte le province grandi masse “si levarono in armi, e fervevano quei popoli” contro gli invasori e la loro quinta colonna napoletana. Il ritorno del re, diceva lo stesso autore, aveva restituito “libera la patria” nel 1815.
Una memoria storica alternativa a quella che i liberali stavano trasformando nel piedistallo monumentale dello Stato nazione.
Dopo il 1861 l’esercito aveva testimoniato la forza e la vitalità dell’idea della vecchia patria. Nel 1848, ribadiva Corsi, l’armata mostrò che le Due Sicilie potevano sopravvivere alla tempesta rivoluzionaria con le proprie forze “facendo ritornare la Sicilia all’obbedienza del proprio sovrano”. L’esercito era depositario del patriottismo napoletano, dopo aver sostituito i nostalgici napoleonici ammutinati nel 1820 (che pure avevano difeso in Sicilia e in Abruzzo il Regno). Gli uomini del 1860 erano i giovani del 1848, avevano interiorizzato il problema dell’autodeterminazione nazionale nello scontro con i liberali. Oltre all’autodeterminazione, l’altro punto centrale della riflessione di questa generazione era l’unità dello stato, spiegò Cava, che qualche mese appena, dopo che il Generale Filangieri nel 1849 riconquistò la Sicilia; l’ordine e la sicurezza pubblica ritornarono come d’incanto in tutta l’isola, tuttoché essa aveva sofferto 16 mesi di anarchia”. Il passato aveva offerto anche i modelli concreti ai combattenti del 1860: “i soldati napoletani erano a fronte del nemico per non ismentire la loro fama e quella rinomanza antica, fatta più splendida nelle dolorose vicende del 1848”.
I difensori di Messina, per esempio si ispirarono ai loro predecessori del 1848 che, ricordava nel suo diario il capitano Gaeta quando “la cittadella… ad onta ch’era ridotto ad una ammasso di rovine, resisté sempre fino al termine dell’assedio”. Il 1848 dei liberali era rovesciato!. Il 15 maggio monumentalizzato da questi era per i reduci solo una vergognosa gazzarra, dove c’erano “barricate non erette dai napoletani, ma da provinciali e siciliani accorsi in Napoli”, che le truppe avevano saputo facilmente e rapidamente sgominare. Delli Franci, ricostruendo tutta la storia delle armi napoletane, sostenne che l’esercito di Ferdinando II aveva mostrato disciplina, senso del dovere e la capacità di difendere “il potere legale minacciato”. Il colonnello borbonico ricostruiva poi le tappe dell’impegno bellico (1793-1794, 1799, 1806- 1814) per confermare le tradizioni patriottiche e legittimiste dell’esercito napoletano.
Il 1848 aveva solo confermato che la patria si identificava con chi ne difendeva autonomia e tradizioni. Al contrario, ogni concessione al nemico ne aveva provocato lo sgretolamento. Lo storico Cesare Morisani, intellettuale calabrese influente nella sua regione, affermò che “la costituzione cacciò dal potere gli uomini devoti alla dinastia, per farli sostituire da quelli, che avevano lavorato, e aspiravano al trionfo della rivoluzione”. Filippo Pisacane, aristocratico napoletano e colonnello di cavalleria, (fratello del più famoso Carlo), in esilio con la famiglia reale fino alla sua morte, sostenne che fu la scelta della costituzione a determinare il crollo del Regno: la penna rifugge a dettagliare la serie dei fatti compiutisi, sotto il manto della più vile ipocrisia per cadere il Re nel laccio di concedere Franchigia al Popolo, appunto nelle circostanze in cui un governo che ne fosse stato in pieno possesso sarebbe stato nel dovere di sospenderla, e ciò sotto la pressione delle due precisate Potenze i cui rappresentanti erano i più forti sostegni del Piemonte.
Uno dei pochi liberali che avevano seguito Francesco II, Pietro Calà Ullòa, membro di una delle più antiche famiglie napoletane, intellettuale e magistrato di primo piano, oltre che capo del governo borbonico in esilio, pur difendendo la scelta costituzionale, non poteva che confermare questo dato. Appena iniziò il brigantaggio nelle province meridionali tra gli esuli a Roma “rinacquero le speranze e molti improvvisati costituzionalisti si rivelarono, quali erano, arrabbiati ultrà” “quella gloriosa e sventurata campagna del 1860 1861”, così definita dal generale borbonico Giosuè Ritucci, generale napoletano, comandante del fronte del Volturno e memoria storica dell’armata delle Due Sicilie. “Una grande epica” collettiva che immortalava l’esistenza di questa nazione e la volontà di resistenza dei napoletani, offrendo ai reduci una serie di immagini e di temi efficaci nel delineare identità e coscienza di sé: il disprezzo per la prepotenza dello straniero, il tradimento, l’appello del re, gli eroi, i soldati popolani ed altri concetti che evocavano i valori patriottici ma spesso finivano per avvicinarsi alla morfologia del discorso unitario italiano. Lealtà e resistenza erano i punti di partenza insostituibili di questa narrazione. Una campagna molto più epica rispetto a quelle del 1806 o del 1821 (dove i principali sostenitori della dinastia erano stati gli alleati stranieri), che aveva ritrovato una comunità in lotta per il riscatto della patria. Migliaia di militari sbandati o abbandonati dai capi in Calabria e in Puglia avevano raggiunto a prezzo di immensi sacrifici i resti dell’esercito. Lo storico calabrese Morisani scriveva che “i soldati erano accanitamente partigiani del Re… quando traditi, dovettero cedere le loro armi senza combattere, attraverso mille pericoli, raggiunsero le loro bandiere”. Il colonnello Delli Franci esaltò l’inflessibile volontà di difendere il Regno riscoperta sul Volturno. Questi argomenti nella narrazione borbonica rivestirono una potente variante identitaria unendosi al sentimento di un profondo cameratismo dei difensori della patria napoletana. Nella memoria di tutti i militari borbonici, la bandiera e l’inno nazionale (quello scritto da Paisiello) avevano entusiasmato ed unificato gli sbandati che avevano ricostruito l’esercito sul Volturno, dopo le umiliazioni dei mesi precedenti. Il capitano Corsi, scriveva che i veri combattenti napoletani erano quelli che avevano risposto a “questo nobile appello… in pochi giorni l’amato Sovrano fu circondato da 49 mila uomini, bravi, fedeli e decisi a morire per esso”. Questo momento era indelebile e rievocato da tutti. Cava ricordò che quasi tutti i corpi sbandati, vennero volontariamente a raggranellarsi dietro il Volturno, ed era commovente vedere come quei soldati, laceri, scalzi, defatigati pel lungo cammino fatto, affin di schivare i luoghi occupati dall’oste garibaldina, animavansi appena giunti in mezzo ai loro compagni; ed esclamando Viva il Re chiedevano un’arme con cui combattere.
Gaeta si commuoveva al ricordo dell’esercito assediato a Messina che officiava la festa della Vergine di Piedigrotta e l’onomastico della regina. L’intera guarnigione, abbandonata anche da quelle di Siracusa e di Augusta, celebrava orgogliosa la sua resistenza estrema: “La piccola parata riesce magnifica. L’entusiasmo è generale quando dalla truppa schierata in battaglia, al presentate le armi, dopo il suono dell’Inno Reale si eco il grido Viva il Re pronunziato dal Generale. È un triplice scoppio di gioia e della più sentita devozione verso l’amato Sovrano”.
La comunicazione simbolica andava ben oltre questa testimonianza e faceva perno su una riserva di materiali che erano tipici dei movimenti nazionalisti del XIX secolo. Il capopopolo Salzillo dedicò il suo libro ai fedelissimi borbonici che aveva conosciuto a Gaeta e che “teneste, fino all’estremo, atto lo squarciato lembo della Bandiera del Re, simbolo dell’indipendenza della Patria comune”. Morisani scriveva che “giammai il regno di Napoli ricorda soldati così fedeli alla bandiera”. Il ricorso a strumenti retorici non riguardava solo il giuramento e la bandiera: esaltava il tema della fedeltà alla patria e al suo rappresentante simbolico (il re) e di converso il problema dell’invasione straniera.
La resistenza di Gaeta concentrava tutti questi miti: il sangue e la dinastia, la regina sugli spalti e l’aggressione straniera, l’esercito di popolani e la comunità assediata. La regina tedesca fu al centro di molteplici narrazioni già nei giorni dell’assedio: testi, canti, commedie (e terribili accuse dei nemici). Il suo profilo offriva una risorsa simbolica invidiabile: giovane e bella, coraggiosa e determinata, ferma sugli spalti di Gaeta, incarnò una delle più epiche immagini della difesa della patria. Angelo Insogna, intellettuale legittimista napoletano, raccontò che “La presenza sua sopra i bastioni aumentava il coraggio dei soldati e rianimava, nel cuore di questi diseredati della fortuna, la fiducia e le forze”.
La fortezza assediata si prestava ad un racconto potente: l’estrema resistenza nell’ultimo lembo della patria. I suoi difensori, scriveva il maggiore Quandel nonostante la superiorità dei mezzi, onde han potuto disporre i piemontesi…in tutta la durata della difesa lo spirito militare della guarnigione è stato commendevolissimo. Non la scarsezza della paga e della razione dei viveri, non la deficienza delle vestimenta, non gli incessanti e sempre crescenti disagi, non i faticosi lavori, non le malattie e soprattutto quelle gravissime del tifo, non le perdite ed i pericoli quotidiani ne hanno abbattuto un sol momento l’energia .
“Gaeta fu difesa d’onore, protesta di sangue all’invasione, non altro”, scrisse Morisani. La patria era stata difesa con il sangue napoletano. Il calabrese riprendeva i temi del nazionalismo europeo quando scriveva che “quei soldati.. traditi, soffrendo la calunnia, l’ingiuria, la fame…sono giunti sfidando mille pericoli, a valicare il Volturno, a rifornirsi d’un’arma per protestare col loro sangue dell’ingiuria patita”.
La scelta di campo in condizioni disperate era quindi il mito unificante della resistenza borbonica. Un atto che valeva anche per i popolani analfabeti che avevano combattuto (ma non sapevano raccontarlo). Giuseppe Buttà, siciliano, cappellano militare dei Cacciatori borbonici, aveva partecipato a tutti gli scontri della campagna (diventò, tornato dall’esilio a Roma, un pubblicista di successo nel mondo legittimista napoletano). Nei suoi scritti esaltò coloro che nei paesi si erano sollevati contro il plebiscito (definito da Insogna, ad esempio, una “commedia italiana”) .
Questi uomini, demonizzati dalla pubblicistica liberale, erano l’autentico popolo napoletano che i piemontesi avevano represso “a furia di terrore e di vandalici espedienti”. Scamaccia Luvarà spiegava che i nemici stranieri, francesi o piemontesi, chiamavano sempre briganti “i partigiani del caduto dominio”.
Nella rielaborazione della memoria erano però le scelte individuali ad avere un posto d’eccezione: era l’eroe, disposto a sacrificare la propria carriera o la vita in queste circostanze straordinarie. Le prese di posizione dei singoli erano la prova della fedeltà alla patria napoletana e del tradimento dei corrotti. Il comandante della Piazza di Messina, Fergola, raccontò il suo capo di stato maggiore Gaeta, respinse le continue offerte e lusinghe di inviati diplomatici e cavouriani, anzi stigmatizzò la resa del generale Locascio a Siracusa. “Preso quindi da indicibile orrore in sentire l’esecrando procedimento di un intelligente ed antico ufficiale come lei”.
L’esilio era un altro luogo simbolico che i borbonici condividevano con i liberali nel sacralizzare le scelte individuali. Il vero patriota lasciava la patria occupata. Calà Ullòa, nelle sue memorie ricorda i colloqui con il re, rivendicando di aver scelto l’esilio “per devozione a V. M. non solo, ma al bene della patria e all’onor mio”. Patria e onore erano alla base di una scelta personale. Il capitano Ludovico Quandel scrisse che lui ed altri giovani ufficiali, sbandati nel Lazio e decisi a raggiungere Gaeta, erano stati consigliati di entrare subito nell’esercito italiano, ma avevano replicato all’interlocutore (l’abate di Monte Cassino) che non potevano “abbracciare una altra causa mentre a Gaeta e in altri punti del Regno sventola ancora la bandiera dell’Esercito napoletano”.
L’eroismo andava ben oltre il problema della carriera e puntava direttamente alla retorica del sangue versato per l’indipendenza della patria. Anche in questo caso condividendo un tema proprio dei nazionalisti italiani, analizzato per ultimo da Lucy Riall.
Nei giorni di settembre, ad esempio, un gruppo di giovanissimi allievi della Nunziatella (avevano tra gli 11 e i 17 anni) riuscirono a fuggire da Napoli e a raggiungere l’esercito del re combattendo fino a Gaeta. I giovanissimi che parteciparono all’ultima e disperata difesa diventarono un altro mito della nazione borbonica. Il nucleo profondo della sacralizzazione della vecchia patria era la celebrazione dell’estremo sacrificio, il momento più alto nella definizione di una gerarchia di dedizione e, anche, di dolore. Giuseppe Quandel citò l’ordine del giorno del suo superiore, il generale Traversa, che elogiava i subordinati in linea per la difesa del “nostro valoroso e magnanimo Sovrano e dalla Patria Napoletana” letto poco prima di essere ucciso. Il capitano Orlando rammentava un cacciatore “che ferito gravemente un’ora prima, dopo di essersi fasciato si riconduceva al suo posto reggendosi in piedi a stento”. Raccontò di averlo abbracciato tra la commozione e le grida della sua compagnia. Questi aneddoti riempivano la sua narrazione (e quella di tutti i veterani): il colonnello Capecelatro, ferito sul Volturno, gridava Viva il re mentre veniva portato gravemente ferito nelle retrovie.
Il caso più famoso era quello di Matteo Negri, il giovane colonnello considerato un po’ il coraggioso Ettore dell’esercito napoletano: era citato da tutti, dopo che fu ucciso in combattimento dai piemontesi: “spirando la bell’anima dopo brevissimo tratto, recando così una irreparabile perdita all’esercito”. Un altro eroe era l’erede dei de Sangro, una delle grandi famiglie napoletane. Il capitano Pietro Quandel raccontava che “il valoroso e modesto Tenente colonnello De Sangro del Genio” era caduto “mentre dirigeva i lavori alla breccia”,con l’esplosione di tutta la sua batteria a Gaeta.
La morte di un figlio era poi l’episodio simbolicamente più intenso. Ludovico Quandel, descrivendo l’assalto sul Volturno, ricordò che in quel combattimento noi perdemmo un gran numero di soldati e molti ufficiali esteri fra i quali lo stesso figlio del Generale Von Mechel, che all’annunzio della morte gloriosa del figlio, toltosi dal capo il kepì gridò ai suoi soldati: “vive le Roy en avant” e continuò a combattere. Per i borbonici, non c’era una rivoluzione, ma una conquista straniera, materialmente realizzata dai piemontesi spergiuri e concretamente favorita dalla quinta colonna napoletana. I nemici esterni erano i settentrionali denunciati nel proclama di Francesco II: “una colonna di truppe piemontesi, calpestando i sacri diritti delle genti, ed i sentimenti di giustizia, à osato senza nessuna dichiarazione di guerra, invadere il regno”.
Si trattava degli invasori che poi avevano depauperato il Regno: “noi napoletani i piemontesi trattarono quasi come popoli conquistati, distruggendo tutto ciò che v’era di buono senza nulla creare, e col concorso degli emigrati, che inesorabili vi prestarono la mano”.
Il conflitto civile era un tema ben più complesso e drammatico: creava la connessione tra il nemico interno ed il nemico esterno e, allo stesso tempo, individuava le responsabilità dei liberali napoletani e siciliani. La fine del Regno aveva esasperato i contrasti tra i meridionali, spezzando l’agognata coesione sociale e culturale a cui aspiravano i borbonici. Anzi, i rivoluzionari erano la negazione di quella nazione unita e sognata, uno dei principali problemi della memoria duosiciliana. Questo elemento non poteva essere negato né restare implicito, dopo che tutti i veterani avevano visto ovunque meridionali combattere contro l’esercito napoletano. La guerra civile tanto ripudiata da Mazzini, da Poerio o da Berchet era un abominio anche per i borbonici. Per il capitano Orlando il re aveva deciso di lasciare Napoli proprio per evitare “di esporre la nostra bella e grandiosa Napoli agli orrori di una guerra civile”. Il colonnello Delli Franci raccontava di aver visto: con dolore famiglie opposte in due opposti partiti, per combattere l’uno contro l’altro, entrambi per un principio nazionale diverso tra loro. Da un canto soldati, che fedeli alla religione del giuramento dato al Re ed alla patria, difendevano il trono minacciato e con esso la costituzione del paese; dall’altro cittadini armati, aiutati da militari spergiuri e d’avventurieri d’ogni paese, tra i quali erano soldati piemontesi vestiti alla garibaldesca, che seguaci di altr’ordine politico di maggior’ estensione, facevano guerra al legittimo Signore ed alle patrie istituzioni, per essere governati d’altra dominazione.
Occorreva però fare i conti direttamente con il nemico meridionale: questo aveva causato la dissoluzione della patria e contaminato il sogno di una compatta comunità nazionale. La figura dell’avversario interno (quinta colonna o traditore) aveva una posizione centrale nella narrazione borbonica. Scamaccia Luvarà scriveva che da più di sessant’anni, dal 1794, i traditori erano appartati in “segreti concilii […] parteggiando arditi ai danni della patria”. Per l’avvocato legittimista, questa relazione tra i rivoluzionari e il nemico straniero era antica: “Come fu poi per il Piemonte, la Francia ladra e audace quella che soffiava nella nuova discordia: ed erano strumenti della sua avidità, “come i martiri sessantisti”, allor ai fuoriusciti che tenvansi Oltr’alpi, così precisamente che quest’altri malvagi barattieri a Torino della propria patria”.
Questa descrizione si trasfigurava a volte nell’immagine di un traumatico isolamento. Uno degli assediati di Messina ricordava con sdegno quando a Siracusa i commilitoni li avevano abbandonati, avendo “fraternizzata l’intera guarnigione coi pagani, ed installata la Guardia Nazionale”. Il cappellano Buttà descriveva il disprezzo che a volte i soldati con la divisa borbonica incontravano tra i civili dello stesso Regno: quando la truppa giunse a Messina, gli abitanti di questa città ci guardavano come se fossimo gente da nulla…I fatti di Palermo avevano tolto a questo Governo la forza morale tanto necessaria a reggere i popoli. I Messinesi non avevano difficoltà di dirci altamente quello che pensavano de’ soldati e del Re.
Il colonnello Giuseppe Ruiz de Ballestreros, siciliano, un comandante di brigata che restò sempre fedele al re e dovette difendersi dalle molte critiche per i suoi insuccessi militari, descriveva il clima che spesso traumatizzava i comandi borbonici in alcuni territori del Regno. Nel suo libro ricorda la campagna calabrese.
In quei giorni lui e la sua brigata, scrive, furono trattati dagli abitanti quasi come una massa di appestati. Il colonnello si era sentito un estraneo tra i suoi concittadini. Anche se non era sempre così: al contrario, nel casertano e in Molise era successo l’opposto. La narrazione borbonica era intrisa di queste contraddizioni, la guerra civile per i più disincantati, era la percezione di una drammatica crisi interna alla società meridionale, che, scriveva il generale Ritucci, aveva “le radici della zizzania disseminata dalla rivoluzione (che) si erano bene propagate sotterra”. Il nemico interno per Orlando era composto da “quei rinnegati del napoletano, così detti martiri della Santa Causa, che per spirito di parte, fin dal primo esordio della rivoluzione, […] associati stoltamente al perfido disegno di altri inqualificabile ambiziosi cospiratori piemontesi”.
Alla base del successo di Garibaldi, c’era l’azione occulta di Cavour. Ma si trattava, ribadivano ad ogni passo, di una politica favorita da molti meridionali che attraverso le sue reti di corruzione politica ed economica avevano: raggiunto il nefando scopo di spargere in questo Esercito la diffidenza, nata dal vedersi tradito da tanti capi, la cui mano onnipossente di Dio, condanna oggi a portar bassa la fronte… Sapeva il Garibaldi che poco o nulla scienza militare abbisognargli perché i Cavour, i Villamarina, i Liborio Romano, i Nunzianti, i Pianelli, formavano per lui i piani di attacco o di difesa.
Insomma, per quanto fossero importanti le trame internazionali, erano innanzitutto i liberali meridionali che avevano venduto il Regno, la quinta colonna dei piemontesi invasori. Corsi sostenne che “i negoziatori del turpe mercato furono quei nostri fuoriusciti, i quali nel 1848, dopo aver insanguinato Napoli, ripararono a Torino, ove con la complicità del Cavour e protetti dalla Francia, e dall’Inghilterra corruppero i loro fratelli, sia con l’oro, sia con lusinghiere promesse”.
In ogni narrazione nazionale tra le figure del nemico quella del traditore ricopriva un ruolo cruciale. Nel discorso borbonico era intensamente presente, incontrava una fortuna eccezionale per la notevole quantità di politici, militari, marinai che passarono con gli unitari. I traditori, avevano dato la pugnalata alle spalle e consentito la vittoria dei nemici interni ed esterni, ma anche offerto ai leali ed ai fedeli le motivazioni ad agire, a riscattare l’onore della patria. In una crisi morale come quella che aveva travolto le Due Sicilie, il mito del tradimento occupava quindi il primo posto. Il capitano dei Cacciatori Orlando lo definiva un prova per traditi e traditori: Per quanto più possa risultare vergognoso ed infamante la condotta di coloro che si vendettero, disertarono, o tradirono, altrettanto pregevole e gloriosa deve ritenersi quella […] maggior porzione dell’esercito che seppe compiere il proprio dovere.
Gli ufficiali e i politici borbonici che si schierarono con la rivoluzione erano la prova inconfutabile e la giustificazione profonda, per i veterani, della sconfitta. Allo stesso tempo infondevano vergogna ed indignazione, gettavano ombre profonde sul patriottismo e sulla vecchia nazione, mostravano quanto fosse incrinata la sua unità morale. Il risentimento e il disprezzo verso i commilitoni che avevano cambiato bandiera in quei due anni drammatici era forte come la convinzione che il loro tradimento avesse contribuito in maniera decisiva alla fine delle Due Sicilie.
Scrivo finalmente, per coloro, i quali in un momento di oblio tradirono il loro Re, disertarono la loro bandiere e, rivolgendo le armi contro i propri compagni, insozzarono odiosamente quella divisa militare che è il simbolo dell’onore e della fede. Il capitano Cava sosteneva che se il generale Landi fosse stato fucilato alla presenza della sua brigata, per come meritava, or non scriverei di certo queste dolorose memorie, dapoiché i Nunziante, i Pianelli, i Lanza, i Ghio, i Briganti, i Flores e tutta la miriade dei felloni che […]
occultamente o apertamente manovrarono in favore della rivoluzione e della invasione piemontese, non erano uomini da sfidare dodici palle di piombo nello stomaco per favoreggiare le trame del Piemonte e degli emigrati siciliani e napoletani, qualunque fosse stato il prezzo che si sarebbe offerto in compenso.
Alcuni personaggi diventarono l’archetipo del traditore oltre all’intera marina ove “gli uffiziali erano quasi tutti compromessi col ministro piemontese”.
Per il cappellano militare Buttà erano Lanza, Clary, Nunziante, Pianelli e l’avvocatuccio D. Liborio Romano: questi cinque uomini, chi più chi meno, tutti erano stati elevati troppo in alto dai Borboni, e si disobbligarono col tradimento più inqualificabile. Questi cinque uomini sono gli stessi che nel corso di questo Viaggio ho chiamato fatali alla Dinastia e al Regno, che fecero di tutto per farli cadere inonorati, anzi farli rotolare nel fango.
Il traditore finiva spesso per essere ripudiato da tutti, come era il caso del comandante del corpo calabrese Ghio che “né garibaldini, né piemontesi hanno accettato nelle loro fila, altro premio non ha ottenuto, che dagli avversari il disprezzo, dai suoi compagni la maledizione”.
Il tradimento diventava una frattura dolorosa ed insuperabile quando divideva le famiglie ma, allo stesso tempo, esaltava il mito positivo dell’eroe fedele alla patria che cancellava quest’onta e riscattava il proprio sangue e la nazione. Questi esempi contrastanti, dal fratello di Nunziante a quello di Pisacane, diventarono elementi permanenti della narrazione. Uno dei casi più celebri nella retorica borbonica fu quello del primo ufficiale di Marina a passare con i rivoluzionari, il comandante di una pirofregata, Amilcare Anguissola (a lungo celebrato nella mitologia dell’impresa dei Mille perché ebbe un ruolo decisivo a Milazzo e fu poi al Dicastero della Marina nel governo della Dittatura). I due fratelli, Cesare e Giovanni (alti ufficiali dell’esercito), inviarono il giorno dopo una lettera in cui, al disprezzo per il gesto, unirono la richiesta di partecipare come soldati semplici alla campagna siciliana in corso, per “cancellare, in parte la macchia imperitura sul nostro Casato, che incontaminato il vecchio padre ci lasciava in retaggio”. Per i reduci come Corsi queste parole cancellavano la colpa originale dell’infame traditore ed erano “espressione verace del cuore di un soldato di onore” e di fedeltà autentica alla vecchia patria. Invece la scelta del disertore era la prova della corruzione: per il capitano Gaeta ricordava che non si era creduto possibile “sì nero tradimento, tanta infamia”. Anche per lui virtù del fratello “rende più fosca l’infamia del disertore”.
Corsi invece citava la dilagante arroganza dei liberali: “in Napoli funzionavano alla svelata, senza tema di essere turbati, due comitati rivoluzionari, l’uno detto d’Ordine e l’altro detto d’Azione” mentre gli apparati dello Stato stavano a guardare.
La crisi non era spiegabile solo con la penetrazione degli avversari nelle istituzioni dello Stato. C’erano gelosie, fragilità, corruzione, insicurezza, una profonda rovina che non poteva essere cancellata in questo processo di rinnovamento identitario. Al colonnello Bosco era stata affidata la difesa di Milazzo, portando una colonna sull’istmo che si apriva sulla fortezza. Eppure, ricorda Gaeta, il generale Clary (comandante della Piazza di Messina) gli aveva raccomandato soprattutto di evitare “la suscettibilità che potrebbero nascere dall’antichità di grado e partecipando al Comandante la Piazza quella parte delle sue operazioni che crederà potergli comunicare”. Mentre Bosco si batteva a Milazzo, la guarnigione della fortezza e il grosso delle truppe restate a Messina non si erano mosse. Non erano traditori in questo caso (Clary resterà sempre a fianco di Francesco II) ma gelosi ed incapaci. Il capitano Quandel disse: “dolorosi fatti di indisciplina avvengono alla mia presenza fra Ufficiali che trascinati da sentimenti politici, dimenticano i loro doveri di soldati”. Anche gli ultimi giorni mostrarono la degenerazione dei rapporti interni al mondo borbonico. Ludovico Quandel descrisse le assurde manovre ordinate alla sua batteria verso la frontiera pontifica e ricordò come, con altri giovani ufficiali, si interrogava “sulla dappocaggine dei nostri capi”.
Gaeta testimoniò con amarezza e stupore che il comandante dell’artiglieria fosse stato sostituito pochi giorni prima della caduta della cittadella di Messina, “per la vergogna e l’esempio pe’ beneficiati”, insomma per dare un’ultima promozione. Il capitano Cava menzionava gli avanzamenti clientelari di ufficiali ignoranti e impreparati, la divisione dell’esercito in gruppi e sottogruppi, oltre all’eterna ostilità e separazione tra ufficiali di Marina e quelli dell’Armata, l’assoluta mancanza di leadership e di esperienza sul campo tra molti alti ufficiali e il loro tradizionale opportunismo.


Una domanda che va oltre il commento richiesto sull’articolo in questione: perché siete inaccessibili? Nessun indirizzo postale, né di posta elettronica, niente telefono… E’ strano… Saluti ERMINIO DE BIASE
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