Briganti e galantuomini: quando i nazisti indossavano il kepì

In tema di brigantaggio meridionale il protagonista è quasi sempre il contadino, il pastore o il brigante (che poi è la stessa cosa), i quali si contrapponevano ad una classe sociale diversa, quella dei ‘galantuomini’: grandi proprietari terrieri e allevatori, responsabili del patto con l’amministrazione piemontese che ha contrassegnato la nascita dell’Unità d’Italia. Fu una guerra civile che ebbe due aspetti: quello militare, caratterizzato da una ferocia inutile e da una inadeguatezza della classe militare al comando, che lascia presagire i disastri del 1866, e quello politico-sociale, nel quale spicca il ruolo dei galantuomini e il loro tacito patto con l’amministrazione piemontese, destinato ad incidere non solo sul futuro del meridione, anche sugli esiti del processo di unificazione dello Stato. Dopo l’unità, la destra al governo non attuò una politica favorevole alle popolazioni delle campagne meridionali e in particolare non intervenne per modificare la struttura della proprietà terriera, basata sul grande latifondo. Il malcontento e le difficilissime condizioni di vita dei contadini diedero origine al grave fenomeno del brigantaggio: grandi e piccole bande armate imperversarono nel Mezzogiorno, dando vita a uno scontro che assunse i toni e le dimensioni di una vera e propria guerra civile nei confronti della quale lo stato non volle trovare altra risposta che la repressione militare. Inseguimenti e cacce all’uomo sulle alture. Sali, scendi, montagne, boschi, spara, e spesso muori. Una guerra feroce di poveri cristi, una guerra di agguati, schioppettate, gole tagliate, prigionieri seviziati. Si stenta a distinguere le ragioni dai torti e a cogliere a volte una natura umana comune, nella lotta infame senza pietà tra briganti e piemuntisi. Che poi non erano solo settentrionali, tanto meno piemontesi, ma venivano da ogni parte d’Italia, meridione compreso, dato che la leva obbligatoria impegnava in arme tutti i ragazzi dello Stato neonato, cresciuto a dismisura rispetto all’originario Regno di Sardegna. E così si osservano le miserie e le viltà della guerra senza quartiere che insanguinò per dieci anni il Mezzogiorno, le ingiustizie, l’incapacità di capire degli uni e degli altri. Una rivolta contadina contro i metodi ed i sistemi adottati dal nuovo regime, ma a T’orino non si ammette che altre possano essere le cause della rivolta contadina, né tanto meno che a provocare la degenerazione delle prime manifestazioni legittimiste in delinquenza comune sia stata la politica della Destra. Nessuno vuole che si parli di “occupazione piemontese” meridionale e la Camera dei Deputati non consente ad un suo membro di presentare il 20 novembre del 1861 e di illustrare una mozione che è un violento atto di accusa contro la politica del Governo cui si attribuisce la responsabilità di aver provocato nelle province napoletane una situazione che non riesce più a controllare. Gli uomini di Stato del piemonte- afferma nella sua mozione il duca di Maddaloni Francesco Proto Carafa deputato di Casoria – hanno corrotto nel Regno di Napoli quanto vi rimaneva di morale. Hanno spoglio il popolo delle sue leggi, del suo pane, del suo onore… e lasciato cadere in discredito la giustizia… Hanno dato l’unità al paese, è vero, ma lo hanno reso servo, misero, cortigiano, vile. Contro questo stato di cose il paese ha reagito. Ma terribile ed inumana è stata la reazione di chi voleva far credere di avervi portato la libertà… Pensavano di poter vincere con il terrorismo l’insurrezione, ma con il terrorismo si crebbe l’insurrezione e la guerra civile spinge ad incrudelire e ad abbandonarsi a saccheggi e ad opere di vendetta. Si promise il perdono ai ribelli, agli sbandati, ai renitenti. Chi si presentò fu fucilato senza processo. I più feroci briganti non furono certo da meno di Pinelli e di Cialdini. Le accuse mosse dal duca di Maddaloni irritano il governo a T’orino, non si può ammettere che un deputato meridionale faccia proprie le accuse che i leggittimisti borbonici muovono agli uomini del nuovo regime. Il deputato di Casoria è invitato a ritirare la sua mozione e, al suo diniego, la Presidenza della Camera non ne autorizza la pubblicazione negli Atti Parlamentari e ne vieta la discussione in aula perché espressione della pia bieca reazione. Anche Giuseppe Ricciardi (eletto nel Collegio di Foggia) preannunzia una sua interpellanza sulle condizioni delle province meridionali. Ma il Governo non intende discutere su questo argomento. La stesso Presidente del Consiglio interviene ed invita la Camera a non fare discussioni inutili: il promuovere la questione delle piaghe delle provincie meridionali – ritiene il Ricasoli- sarà un perder tempo prezioso, sarà il ripetere una storia dolorosa di cose che purtroppo sappiamo. Giuseppe Ferrari (eletto nel Collegio di Gavirate, prov. di Varese) sostiene la necessità che la Camera affidi ad una propria Commissione una inchiesta da condurre nelle province infestate dal brigantaggio per accertarne le cause e proporre rimedi per sanare la tragica situazione provocata dalla guerra civile alimentata dalla erronea politica che nel Mezzogiorno svolgono moderati e Governo. Il Ferrari, che non nasconde il pericolo del brigantaggio e le conseguenze che esso può avere nella vita del giovane Regno d’Italia, viene interrotto da Giuseppe Massari : nelle campagne meridionali non si combatte una guerra civile – afferma il segretario della Camera dei Deputati- I briganti sono masnadieri, non un partito politico. L’insistenza con cui i deputati meridionali si oppongono al diniego del Governo di iscrivere all’ordine del giorno le loro interpellanze, irrita anche i deputati della Sinistra i quali, invece, vorrebbero preordinare l’ordine dei lavori per il dibattito sulla Questione Romana . Solo nel 1863 venne costituita una commissione parlamentare di inchiesta sul brigantaggio allo scopo di conoscere più approfonditamente questo fenomeno e mettere il parlamento in condizione di approntare gli strumenti legislativi per poterlo sconfiggere. Così si approverà con procedura di urgenza dal Senato nella seduta del 6 agosto, e pubblicata il 15 agosto del 1863, la famigerata “Legge Pica” che assegna alla competenza dei Tribunali Militari i reati di brigantaggio, sancisce la fucilazione per chi oppone resistenza all’atto della cattura e aiuta, in qualsiasi modo, i briganti fornendo loro notizie e viveri, riconosce la possibilità di applicare le attenuanti previste dal Codice Penale anche ai delitti di brigantaggio, concede attenuanti a chi, entro tre mesi dalla entrata in vigore della legge, si presenti alle autorità costituite e istituisce il domicilio coatto per gli oziosi, i vagabondi, i sospetti e i manutengoli . Le testimonianze dei militari che parteciparono alla repressione del brigantaggio e che furono interpellati dalla commissione, o comunque ne scrissero, sono in grande maggioranza concordi nello stabilirne il carattere fondamentale di rivolta sociale, e si sforzano di individuare gli strati sociali protagonisti della sollevazione, indicandoli, in genere con sufficiente precisione, nei “giornalieri,” e portando quindi l’attenzione prevalentemente sulla piaga dei bassi salari. Analoghe opinioni, più o meno documentate, espressero in scritti ed in altre circostanze anche altri ufficiali di vari gradi, dal generale ex garibaldino Gaetano Sacchi, che comandò la divisione militare di Catanzaro nel 1868, al sottotenente di cavalleria Enea Pasolini (figlio del noto statista moderato e grande proprietario terriero romagnolo, Giuseppe), che morì nel 1868 di malattia contratta per servizio in Calabria, fino agli estensori di scritti rimasti anonimi, degni di nota per alcune acute considerazioni racchiusevi e, in qualche caso, anche per un senso di umana comprensione che li ispira. […]
Il passaggio dei contadini meridionali al brigantaggio fu quindi, una forma di protesta estrema che nasceva dalla miseria e non trovava altro mezzo che la violenza per lottare contro l’ingiustizia, l’oppressione e lo sfruttamento. Un vecchio contadino di Roccamandolfi, nel Molise, riassunse una volta, con scabra efficacia, questa realtà di fatto: “Noi siamo tristi, è vero, ma ci hanno sempre perseguitati; i galantuomini si servono della penna e noi del fucile, essi sono i signori del paese e noi della montagna.” Il sottoprefetto di Ariano Irpino, Lucio Fiorentino, notava : “Qui nelle capanne è più facile trovare fucili che pane.”
Il movente economico-sociale, che era alla base del moto di massa, si rifrangeva poi nel complesso intreccio delle reazioni psicologiche individuali, dominate da due fondamentali sollecitazioni: l’impulso anarchico alla vendetta e alla distruzione, proprio della mentalità contadina. La famigerata “legge Pica”, dette “ottimi” risultati in materia di repressione ma non intaccò in profondità le cause che avevano originato il fenomeno e quindi lasciò la questione del tutto e fatalmente irrisolta. Una legge che lasciò sul campo oltre 60.000 vittime, un lascia-passare che legittimava gli atti scellerati commessi dall’esercito piemontese, già in precedenza colpevole di atti di ritorsione verso i cittadini inermi adulti o bambini, uomini o donne, senza alcuna differenza, dove nemmeno le donne incinte venivano risparmiate!
Le scuole vennero chiuse per oltre un decennio, decine di migliaia di meridionali prelevati dalle loro case e deportati in veri e propri campi di concentramento,
Accanto ai tribunali militari e alle fucilazioni sul posto, non vi fu molto di più. Mancò da parte del governo una seria e incisiva azione politica diretta a migliorare le condizioni di vita della popolazione meridionale.
E quando i briganti furono finalmente debellati, si diede inizio un altro flagello: quello dell’emigrazione.
Il contadino, sceso dalla montagna e gettato alle ortiche lo schioppo, prese la misera valigia di cartone con le sue povere cose e si trasferì al di là dell’Oceano, verso terre lontane e spesso inospitali.
Da brigante si trasformò in emigrante ed è francamente difficile dire quale delle due esperienze sia stata più dura e drammatica. Al meridionale, al cafone, umiliato, violentato,tradito,calpestato, non restava altra scelta che lasciare la propria casa. Ad oggi, all’ inizio di terzo millennio, ancora si parla diffusamente di una “questione meridionale” ben lungi dall’essere risolta!


La repressione messa in atto nel primo decennio dell’Italia unita, con la lotta del regno sabaudo contro il brigantaggio propriamente detto. Ma per briganti s’intendevano soprattutto quanti, ed erano tanti, per un motivo o per l’altro non accettavano la piemontesizzazione del Mezzogiorno continentale e della Sicilia, e vi si ribellavano duramente. Certo, questa impresa violenta non è che l’ultimo capitolo di una secolare storia di sanguinose repressioni, in cui i poteri statali che si erano via via avvicendati non furono in grado di trovare altra risposta ai sommovimenti sociali (al cui centro sono quasi sempre questioni legate alla proprietà o alla gestione delle terre) che non fosse il sangue. Se non che, di quel decennio e in uno stato che si definisce liberale, quel che soprattutto colpisce è la delega assoluta concessa ai militari che governano, quasi sempre alla faccia di prefetti e procuratori del re, con leggi (e soprattutto non leggi) eccezionali, con stati d’assedio, con decimazioni, con tribunali militari sorti da null’altro che dalla feroce mentalità extralegale di chi li aveva istituiti e gestiti.

La “grande mattanza” s’attaglia alle gesta del colonnello Pietro Fumel da Ivrea che adotta metodi ben più sbrigativi. È spietato. Va a caccia di otto briganti di Bisignano. Uno rimane ucciso, uno è ferito, gli altri sei si consegnano per liberare i parenti arrestati come ricatto. Secondo quanto riferisce un rapporto prefettizio (ed è descrizione identica a quella che ottant’anni dopo vedrà i partigiani vittime dei criminali nazifascisti) il colonnello Fumel li faceva quindi fucilare sul luogo e attaccare poscia alle antenne del telegrafo che fiancheggiano la strada con un cartello appeso al collo indicante i delitti che avevano commessi e ad esempio dei tristi. È descrizione identica a quella che ottant’anni dopo vedrà la tragica fine dei partigiani vittime dei criminali nazifascisti. Una carneficina, a Fagnano Castello ordina la fucilazione di cento contadini inermi, delle orrende scenografie (spesso le vittime erano decapitate e le loro teste impalate) e nessuno lo ferma. Una volta, avendo saputo che un vescovo se la intendeva coi briganti dà ordine di arrestarlo. Nessuno ne ha il coraggio. Allora Fumel entra in chiesa una mattina che il vescovo solennemente pontificava, si avvia all’altare e lo arresta sotto gli occhi della folla. Poi lo fa fucilare. E non risparmia i cadaveri dei “banditi”: spesso, tagliate le teste, le fa mettere sotto vetro e le offre come orrendi regali.







Il marchese Emilio Pallavicini da Genova, futuro senatore del regno, vanta poteri amplissimi: è “autorizzato a oltrepassare i limiti [cioè le leggi, ndr] quando le circostanze lo esigano (quasi sempre!). Il giorno 15 settembre ultimo scorso [1865] in via riservata io ordinai ai comandanti di Zona e Sottozona di procedere novellamente all’arresto dei parenti dei briganti con l’avvertenza di doversi tale provvedimento applicare soltanto ai parenti prossimi, cioè al padre, alla madre, ai fratelli, alle sorelle, alla moglie e ai figli […] Tale misura eccezionale non va considerata come una trasgressione alle superiori determinazioni avuto riguardo della tacita autorizzazione del provvedimento eccezionale che il Ministro stesso [Petitti Bagliani] mi concedeva

Nel decennio che ha visto inaugurare la storia dell’Italia unita ci sono state più guerre, oltre a quella militare: una guerra civile, che ha contrapposto selvaggiamente italiani del Nord e italiani del Sud; e una guerra fratricida, paese per paese, di meridionali contro altri meridionali, una guerra di classe tra proprietari e contadini senza terre.

APOLOGIA dei LUCIANI

Se davvero esiste il cielo dei pazzi d’amore per Napoli, in quel cielo un posto privilegiato spetta di diritto, senz’alcun dubbio, ai Luciani. E se il cuore della Napoli antica e bella batte ancora in alcune parti della città, una di queste è, senz’altro, quel che resta del vecchio Borgo Marinaro di Santa Lucia. Quel che resta lo fu a dispetto della colossale operazione di speculazione edilizia post-unitaria di fine Ottocento (la prima in ordine di tempo a dare il sacco alla città), che con la scusa di una radicale bonifica dei vicoli, si limitò alla fine in una spettacolare operazione di facciata, impinguando però le tasche dei soliti pescecani vicini al governo. Soltanto di facciata, come amaramente osservò Matilde Serao e come denunciò con veemenza nei suoi versi il nostro Ferdinando Russo.”Addó se vere cchiú Santa Lucia?”, “Addó sentite cchiú ll’addore ‘e mare?”,”Se scarta ‘o bbello e se ncuraggia ‘o bbrutto!” Ma si sa che Ferdinando Russo, il cantore della genuina anima luciana, era un rompiscatole filoborbonico. Un passatista, insomma, da non ascoltare. Così la pensava il “sommo” Benedetto Croce, che non poche gratuite stroncature riservò alla carriera letteraria del povero Ferdinandiello. Non c’è niente di più acido della malevole piccineria di un grande. Ma il Russo continuò imperterrito per la sua strada, malgrado l’ostracismo delle vestali della cultura ufficiale, ostracismo durato fin quasi ai nostri giorni. La damnatio memoriae di essere corrivi nella simpatia per una dinastia, esecrata in tutti i libri di testo di storia italiani, quale è quella dei Borbone, perseguita da sempre anche i Luciani. I Luciani, cosí chiamati per l’abitare il Borgo Marinaro sorto appunto attorno alla chiesa dedicata alla bella martire siciliana, Santa Lucia. Il nucleo primigenio, dovuto a coloni greci, nasce alle pendici del Monte Echia, meglio conosciuto con il nome di Pizzofalcone. È tradizione che, di fronte al mare di Santa Lucia, Virgilio, dimorante nel Castro Luculliano (poi Convento del Salvatore, infine Castel dell’Ovo), scrivesse le Bucoliche ed alcuni, quattro per l’esattezza, libri delle Georgiche. Ciò la dice lunga sulla permanente amenità del posto, dovuta peraltro alle numerose sorgenti di ottime acque minerali, tra cui la Ferrata e la Sulfurea, che sgorgavano abbondanti nelle vicine grotte tufacee del Monte Echia e, quindi, prospicienti la spiaggia stessa. Queste grotte furono dette Platamonie, da cui Chiatamone. Tanto che finirono per fornire di acqua ferrata e sulfurea l’intera città di Napoli e i Casali vicini. L’acqua veniva raccolta e trasportata nelle famose “múmmare”, anfore di creta, dove si conservava sempre freschissima. Generalmente erano le belle e procaci Luciane a dedicarsi alla vendita ed al commercio delle acque, mentre gli uomini, se non erano imbarcati come marinai nella flotta reale napolitana, si dedicavano alla pesca ed alla vendita dei gustosi frutti di mare. Benché facenti parte della medesima grande metropoli, iLuciani si tennero sempre un po’ distinti dagli altri abitanti, vuoi per la loro innata “scienza di mare” quale marinai, cosa che li contrapponeva ferocemente, in memorabili risse, agli abitanti del Quartiere Porto, vuoi per la specificità dei mestieri più diffusi tra di essi quali l’acquaiola e il pescatore. Queste peculiarità diedero vita, nel tempo, ad abitudini, costumanze e riti del tutto diversi dal resto di Napoli. Persino nel dialetto si poteva distinguere un Luciano dagli altri Napoletani. Infine i Luciani si vantavano di essere tutti, ma tutti, nessuno escluso, bambini e donne comprese, fedelissimi ai Re Borbone. Non a caso il Casino del Chiatamone era stato scelto quale residenza estiva della Corte. Da sempre i Regnanti napoletani si mescolavano senza scorta con quella vociante e variopinta folla, che popolava quell’intricato dedalo di viuzze del Borgo Marinaro. Luciano tra iLuciani, Ferdinando II veniva qui a comprare di persona frutti di mare freschi per la mensa regale. Sembra che sia stata coniata proprio da questo Re, per il suo abituale fornitore, la famosa indecifrabile denominazione di “ostricaro fisico”. Il pescatore la prese, ironicamente, come un titolo onorifico elargito dal Re in quanto gli ricordava tanto quel “dottore fisico”, con cui si fregiavano con superbia certi grassi borghesi che avevano studiato. Già, ladamnatio memoriae per i Luciani di essere restati, nella buona e nella cattiva sorte, fedeli ai tanto vituperati Borbone! Si comincia nelle tragiche giornate del gennaio 1799, allorché quelli del Borgo di Santa Lucia, all’unisono con gli abitanti di tutti gli altri quartieri cittadini, si oppongono con determinazione al francese invasore. Cataste di corpi di Luciani trucidati testimoniano che la loro fedeltà al Trono non è vuota leggenda. E poi nei sanguinosi moti del maggio 1848, quando i Luciani affronteranno dalle parti di Montecalvario folti gruppi di camorristi armati, che spalleggiano gli insorti antiborbonici. Come sempre nei moti risorgimentali la malavita organizzata sa benissimo da che parte stare. Della cosa si ricorderà, nel 1860, il famigerato don Liborio Romano, ministro di polizia all’arrivo in Napoli di don Peppino Garibaldi. A garantire l’ordine pubblico nella città ci penserà la camorra, tramite la neocostituita guardia cittadina. Di quest’ultima, per espresse disposizioni dello stesso ministro, non potranno far parte i Luciani. Il binomio Luciani – Borbonismo si può dire che non scomparse mai del tutto. Tanto che anni dopo, quando Francesco II, ultimo Re di Napoli, trovandosi in esilio a Parigi e avendo pregato Vincenzo Gemito di mandargli un’opera che gli ricordasse la sua cara ed indimenticabile Napoli, l’artista non trovò di meglio che modellare una piccola scultura in bronzo, che ritraeva un ragazzo lucianovenditore di acqua sulfurea con la sua “múmmara”. Nessun dono fu più gradito di questo. È da sottolineare che quello dei Luciani non fu mai cieco Borbonismo. Lo dimostra il loro atteggiamento di fronte alla vicenda dello sfortunato ammiraglio napoletano, Francesco Caracciolo. Nemico dei Borbone, il Caracciolo conosce l’infamante morte per impiccagione a causa dell’odio di Nelson (un’imperdonabile macchia nella gloriosa vita marinara di quest’ultimo), malgrado il parere contrario del Cardinale Ruffo che lo vuole salvo. Le spoglie mortali di Caracciolo troveranno poi riposo, ad opera dei marinai luciani, nell’ipogeo di Santa Maria della Catena, la Madonna protettrice del Borgo. Onore ad un marinaio caduto da parte di altri marinai, anche se avversari. Alla Madonna della Catena era dedicata la popolarissima festa della Nzegna. Era il festone dei Luciani e si svolgeva nel mese di agosto di ogni anno. L’ultima Nzegna data dall’ormai lontano 1953. In questa festa veniva scelta una coppia, formata rigorosamente, per antica consuetudine mai venuta meno, da un pescatore e da un’acquaiola. Vestiti con sfarzosi abiti, i due rappresentavano, per l’intero giorno, l’alter ego della regale coppia delle Maestà Borboniche in terra luciana. Si formava così un pittoresco e variopinto corteo, che, tra lazzi ed acclamazioni, giungeva sulla riva del mare di Santa Lucia, dove tutti, anche donne e bambini, si tuffavano o venivano tuffati in acqua. Compresi i malcapitati e disattenti spettatori. E guai a protestare! Era questo un grazioso omaggio dei Luciani al loro mare. Un mare sempre amico, che diventerà però amarissimo nel periodo post-unitario, quando ai primi del Novecento iLuciani, a migliaia, conosceranno, a causa di una nera miseria, la dura strada dell’emigrazione verso le Americhe. Si comporranno così le struggenti strofe di Santa Lucia luntana. (Santa Lucia, luntana a tè quanta malincunia).

La canzone finisce poi per diventare un vero e proprio inno nazionale di tutti gli emigranti meridionali. Eppure quel mare, un giorno non lontano, i Luciani l’avevano orgogliosamente solcato a bordo delle splendide navi della Real Flotta Napolitana. E qui occorre sfatare la leggenda che vuole che tutta la Marina Borbonica abbia defezionato. Le navi, a maggioranza di equipaggio luciano, non si consegnarono al nemico. Giustamente annota Ferdinando Russo che i Luciani andarono sempre fieri di questo comportamento, perché delle loro navi “ai piemontesi non avevano ceduto manco nu chiuovo!”. Ferdinando Russo, un altro furioso pazzo d’amore per Napoli, che con il suo poemetto “‘O Luciano d’ ‘o Rre”, pubblicato nel 1910, innalza un imperituro monumento poetico alla silenziosa fedeltà deiLuciani alla causa del loro Re Borbone, perché, come fa dire al suo protagonista, soltanto “chillo era ‘o Rre!”

Gli eroi della Nunziatella dimenticati dalla storia!

Il 7 settembre 1860 alla “Nunziatella” regnava una grande agitazione: la notizia che il Re aveva raggiunto Gaeta e che l’esercito avrebbe tentato un’ultima difesa sulla linea del Volturno, nonostante i silenzi di molti ufficiali ed istruttori, era trapelata. Alcuni dei ragazzi decisero di fuggire dal collegio per raggiungere il loro Re e per poter partecipare all’ultima difesa. I loro nomi volutamente dimenticati dalla storia non possono essere cancellati, perché rappresentano sentimenti e valori che non hanno confini, ed il loro esempio sarebbe stato di grande aiuto al popolo meridionale, molto più che il ricordo di Garibaldi e di Cavour. Non possiamo ricordare come eroi positivi solo quelli che, venuti da fuori, ci avrebbero “liberato” invadendoci. Furono invece cancellati dalla storia i due fratelli Antonio ed Eduardo Rossi, 17 e 14 anni, che erano figli di un ufficiale morto nella campagna di Sicilia del 1848. Un giornalista francese presente a Gaeta durante l’assedio li ricorda così: “Ho incontrato stasera su una batteria un sottotenente di 15 o 16 anni che serviva ai pezzi con due soli uomini per quattro cannoni, caricando, puntando e tirando con rabbia. Questo bravo ragazzo si chiama Rossi ed ha un fratello che, come lui, si è distinto durante l’assedio”. Eliezer Nicoletti, 17 anni, figlio del maggiore di fanteria che sbaragliò i garibaldini di Pilade Bronzetti alla battaglia del Volturno, Ludovico Manzi, 17 anni, Ferdinando de Liguoro, figlio del colonnello comandante il 9° Puglia, reggimento da lui condotto da Capua a Napoli con i garibaldini ormai padroni della città. Dopo la resa fu come gli altri vessato e maltrattato. Non furono riconosciuti a questi ragazzi nemmeno i gradi acquisiti sotto il loro legittimo Re. De Liguoro emigrò in Austria, dove fu ammesso nell’esercito e combatté anche a Custoza contro i piemontesi nel 1866. Alfonso Scotti Douglas, 11 anni, il più giovane di questi ragazzi, figlio del generale di origine parmense Luigi, fu adibito ai lavori del genio nella piazza di Capua. Carmine Ribas, 18 anni, che raggiunse l’anziano padre di stanza a Gaeta, fu anch’egli adibito ai lavori del genio nella piazza di Capua. Francesco e Felice Afan de Riviera, 17 e 16 anni, figli del generale Gaetano, raggiunsero i fratelli maggiori che combattevano a Capua. Anch’essi dopo Gaeta emigrarono in Austria e Felice abbracciò in seguito la vita religiosa entrando in convento a Napoli, dove morì nel 1924. Francesco Pons de Leon, 18 anni, raggiunse il padre, maggiore in servizio nella piazza di Gaeta e operò lui pure come semplice servente ai pezzi di una batteria. Ferdinando Ruiz, 17 anni, nipote del generale Vial, fra mille peripezie riuscì ad arrivare a Gaeta solo nel gennaio 1861. Ferdinando e Manfredi Lanza, 17 e 16 anni, figli di un ufficiale del genio, si comportarono da piccoli eroi a Gaeta e Ferdinando, l’ultimo giorno d’assedio, fu colpito da una granata che gli troncò di netto un piede. Infine Carlo Giordano, 17 anni, orfano da pochi mesi del padre, generale napoletano. Fuggì dalla Nunziatella il 10 ottobre, dopo i suoi compagni. Durante l’assedio servì alla batteria Malpasso con abnegazione e coraggio, supplendo all’inesperienza con la forza della sua giovane età e con l’entusiasmo di chi difende la propria Patria da una vile aggressione. L’11 febbraio 1861 iniziarono le trattative di resa della piazza di Gaeta. Il generale Cialdini preferì non interrompere il bombardamento, anzi lo intensificò perché, come scrisse a Cavour, naturalmente in francese, “le bombe fanno ragionare male e diminuiscono le condizioni richieste”. Poche ore prima della firma della capitolazione, il 13 febbraio 1861, scoppiò con un tremendo boato il deposito di munizioni della batteria Transilvania, che travolse uomini e cose e distrusse la batteria servita da Carlo Giordano. Fu l’ultima vittima di una inutile ferocia e di una assurda guerra civile. I suoi resti non furono mai trovati, ma il suo ricordo deve rimanere nei cuori dei meridionali perché il suo sacrificio non sia dimenticato. Da nessuna parte, né a Gaeta né altrove esiste una lapide che ricordi questo ragazzo che, a torto o a ragione, considerò il Regno delle Due Sicilie la sua Patria!

Nonostante avesse provato, sin dalla sua fondazione, di essere un “semenzaio di ottimi ufficiali”, la Nunziatella seguì il destino di tante istituzioni dell’ex Regno delle Due Sicilie e con decreto di Vittorio Emanuele II di Savoia del 4 maggio 1861 fu declassata da accademia a scuola militare del Regio Esercito: tale operazione prevedeva che essa fosse destinata a preparare i giovani alla vita delle armi, in vista della loro ammissione all’Accademia di artiglieria e genio di Torino e alla Scuola di fanteria e cavalleria di Modena. Il nuovo ordinamento del ridenominato Collegio militare di Napoli fu sancito da un decreto del 6 aprile 1862 e prevedeva l’ammissione dei ragazzi tra i tredici e i sedici anni che avessero compiuto gli studi ginnasiali. Il numero complessivo degli allievi era fissato a un valore massimo di 250 unità[. Tra gli altri, il deputato Giuseppe Ricciardi nel 1861 lamentò in Parlamento tale atto, inserendolo in un più vasto scontento per l’abolizione di altre istituzioni culturali napoletane; e pochi anni più tardi, nel 1870, fu l’ex-allievo e professore Mariano d’Ayala a battersi nel Parlamento del Regno d’Italia contro la nuova minaccia di soppressione[. Nonostante ciò, la Nunziatella diede un notevolissimo contributo alla formazione dei quadri direttivi del Regio Esercito, tanto che i tre ex-allievi Enrico Cosenz (1882-1893)[Domenico Primerano (1893-1896) e Alberto Pollio (1908-1914) ne furono rispettivamente il primo, secondo e quarto capo di Stato maggiore. Bernardino Milon (1842-48) fu invece Ministro della guerra nel periodo 1880-81.

Un atteggiamento di diffidenza continuò ad esistere nei confronti dei quadri direttivi provenienti dall’ex-esercito delle Due Sicilie e della Nunziatella che solo dopo la I guerra mondiale iniziò a diminuire.

IL LATO OSCURO

“Analizzando un cranio mi apparve tutto ad un tratto, come una larga pianura sotto un infiammato orizzonte, risolto il problema della natura del delinquente, che doveva riprodurre così ai nostri tempi i caratteri dell’uomo primitivo giù giù fino ai carnivori”.
E il cranio del brigante calabrese Giuseppe Villella!
Cesare Lombroso nota in quel cranio una fossetta anomala, che aveva contenuto il lobo mediano del cervelletto. Lombroso ritiene che nel criminale, e talvolta anche nel folle, in cui compare questa fossetta, riaffiorino caratteri ancestrali scomparsi nell’uomo moderno. È la teoria dell’atavismo, che ebbe ampia circolazione tra criminologi e medici dell’epoca, una sorta di evoluzione al contrario e un’idea che ha avuto un consenso molto ampio nella comunità scientifica a quei tempi, I positivisti erano in buona misura razzisti come la stragrande maggioranza degli occidentali dell’epoca. Cioè credevano che le differenza di sviluppo delle varie società avessero una spiegazione all’interno delle cosiddette razze e Lombroso partecipa alla cultura del suo tempo. La sua idea dell’atavismo, di identificare delle caratteristiche morfologiche che potessero denunciare delle attitudini comportamentali nel male, è frutto di questo tessuto culturale, di questa voglia di trovare delle spiegazioni razionali e quanto più possibile scientifiche con i metodi dell’epoca, per qualcosa che si osserva. Lombroso misurò la forma e la dimensione dei cranii di molti briganti uccisi e portati dal Meridione d’Italia in Piemonte, concludendone che i tratti atavici presenti riportavano indietro all’uomo primitivo. Di fatto il suo lavoro nella prima metà del XX secolo venne strumentalizzato nel contesto dell’eugenetica e da certe forme di “razzismo scientifico”. Lombroso sostenne sempre con forza la necessità della pena capitale nell’ordinamento italiano. Riteneva infatti che se il criminale era tale per la sua conformazione fisica, non fosse possibile alcuna forma di riabilitazione, individuando in tal modo l’obiettivo cui il sistema penale doveva tendere per la sicurezza della società.

IL CORRICOLO

Il corricolo è sinonimo di calessino; ma, dato che non esistono sinonimi perfetti, spieghiamo la differenza tra corricolo e calessino.
Il corricolo è una specie di tilbury primitivamente destinato a contenere una persona e ad esser tirato da un cavallo; vi si attaccano due cavalli e trasporta da 12 a 15 persone.
E non si creda che vada al passo, come il carretto trainato da buoi dei re franchi, o al trotto come il biroccino della regía; no, va di triplo galoppo; è il carro di Pluto che rapiva Proserpina sulle sponde del Simeto non era piú ratto del corricolo che solca le strade di Napoli facendo sprizzar scintille dal selciato di lava e sollevando nugoli di cenere.
Eppure un solo de’ due cavalli tira veramente, ed è il timoniere. L’altro, detto bilancino, e che è attaccato di fianco, balza, caracolla; eccita il suo compagno, ed ecco tutto. Quale iddio gli ha concesso, come a Titiro, cotanto riposo? È il caso, è la provvidenza, è la fatalità: i cavalli, come gli uomini, hanno la loro stella.
Abbiamo detto che siffatto corricolo, destinato a una persona, ne trasporta abitualmente dodici o quindici; ciò — lo comprendiamo bene — richiede una spiegazione. Un vecchio proverbio francese dice: «quando ce n’è per uno, ce n’è per due». Ma non conosco nessun proverbio in nessuna lingua che dica: «quando ce n’è per uno, ce n’è per quindici».
E invece per il corricolo è proprio così, tanto nelle civiltà progredite ogni cosa è distolta dalla sua primitiva destinazione!
È impossibile determinare con precisione come e in quanto tempo si sia formato, sul corricolo, tale agglomerato successivo d’individui. Contentiamoci, dunque, di dire come vi si mantenga.
Prima di tutto, e quasi sempre, un grosso monaco è seduto in mezzo e forma il centro dell’agglomerato umano che il corricolo trascina come uno di quei turbinii di anime che Dante vide, dietro un grande stendardo, nel primo cerchio dell’inferno. Il monaco sostiene su uno dei suoi ginocchi qualche fresca nutrice di Aversa, e sull’altro qualche bella contadina di Bacoli o di Procida; ai due lati del monaco, fra le ruote e la cassa, si tengono in piedi i mariti di quelle signore. Dietro il monaco si rizza sulla punta dei piedi il proprietario o il conducente dell’equipaggio, che ha nella mano sinistra le redini e nella destra una lunga frusta con la quale imprime una eguale velocità all’andatura dei due cavalli. Alle spalle di costui si aggruppano, come gli staffieri delle buone famiglie, due o tre lazzaroni, che salgono, scendono, si succedono, si rinnovano, senza percepire alcun salario per la loro prestazione di servizio. Sulle due stanghe sono seduti due monelli raccolti sulla strada di Torre del Greco o di Pozzuoli, ciceroni in sopranumero delle antichità di Ercolano e di Pompei, guide brunite dei ruderi di Cuma e di Baia. Finalmente, sotto l’asse della vettura, fra le due ruote, in un reticolo a grosse maglie, che sbatte dall’alto in basso e dal lungo in largo, brulica qualcosa d’informe che ride, piange, grida, grugnisce; che si lagna, che canta, che sogghigna, ma che è impossibile distinguere nel polverone sollevato dagli zoccoli dei cavalli: sono tre o quattro bambini che appartengono non si sa a chi, che vanno non si sa dove, che vivono non si sa di che, che sono là non si sa come, e che vi restano non si sa perché.
Ora, mettete in colonna monaco, contadine, mariti, conducenti, lazzaroni, monelli e bambini: addizionate il tutto, aggiungendo il poppante dimenticato, e avrete il conto giusto. Totale: quindici persone.
Talvolta succede che il fantastico congegno, sovraccarico com’è, passa su una pietra smossa e si rovescia: allora tutta la carrozzata si sparge sugli orli della strada, ognuno lanciato secondo il suo maggiore o minore peso. Ma tutti si rialzano subito e dimenticano il loro accidente per occuparsi soltanto di quello del monaco: lo tastano, lo girano, lo rigirano, lo sollevano, l’interrogano. Se è ferito, il viaggio si sospende; il monaco viene trasportato, sostenuto, coccolato, coricato, vegliato. Il corricolo è posto in un angolo del cortile, i cavalli nella scuderia, e per quella giornata il viaggio è finito: pianti, lamenti, preci. Ma se, invece, il monaco è sano e salvo, tutti stanno bene: il frate risale al suo posto, la nutrice e la contadina ripigliano il loro; ognuno si sistema, si aggrappa, si stipa, e, al solo grido di incitamento del cocchiere, il corricolo riprende la sua corsa, rapido come la folgore e infaticabile come il tempo.
Ora Napoli, a prescindere dai dintorni, si compone di tre strade in cui si va sempre e di cinquecento strade in cui non si va mai. Le tre strade si chiamano Chiaia, Toledo e Forcella. Le altre cinquecento non hanno nome: sono l’opera di Dedalo, il labirinto di Creta, con il minotauro in meno e i lazzaroni in piú.
Vi sono tre modi per visitare Napoli:
A piedi, in corricolo, in calesse.
A piedi, si passa dovunque.
In corricolo, si passa quasi dovunque.
In calesse, si passa soltanto per le strade di Chiaia, Toledo e Forcella.
Di camminare a piedi non m’andava a genio: a piedi si vedono troppe cose.
Di andare in calesse nemmeno: in calesse non se ne vedono abbastanza.
Rimaneva il corricolo, termine medio, giusto mezzo, anello intermedio che riuniva i due estremi.
Mi fermai dunque al corricolo.
– Mio caro ospite Martino – ho deciso nella mia saggezza di visitare Napoli in corricolo. – Magnifico! – disse Martino – Il corricolo è una vettura nazionale che risale alla piú alta antichità. È la biga dei Romani e vedo con piacere che apprezzate il corricolo.
– Soltanto vorrei sapere quanto è il nolo di un corricolo al mese.
– Non si noleggia a mese un corricolo – mi rispose Martino. – Allora, a settimana.
– Non si noleggia a settimana un corricolo.
– Ebbene, a giornata.
– Non si noleggia a giornata un corricolo.
– Come si noleggia il corricolo?
– Ci si sale dentro quando passa e si dice: «Per un carlino». Finché il carlino dura, il cocchiere vi porta a spasso; consumato il carlino, vi sbarca. Volete ricominciare? Dite: «per un altro carlino»; il corricolo riparte, e così di seguito.
– Ma, mediante quel carlino, si va dove si vuole?
– No, si va dove il cavallo vuol andare. Il corricolo è come il pallone: non s’è trovato ancora il modo di dirigerlo.
– Ma allora, perché si va in corricolo?
– Per il piacere di andarci.
– Come! È per il loro piacere che quegli sciagurati si stipano in quindici in una vettura dove in due già si sta scomodi?
– Non per altra cosa.
– È originale!
– Ed è proprio così.
– Ma se io proponessi a un proprietario di corricoli di noleggiare uno dei suoi trabaccoli a mese, a settimana o a giornata?
– Rifiuterebbe.
– Perché?
– Non c’è l’abitudine.
– La prenderebbe.
– A Napoli non si prendono abitudini nuove: si conservano le vecchie………
(di Alessandro Dumas 1841)

Nessuna descrizione della foto disponibile.

E cchisto è ‘o fatto !… E QUESTO È IL FATTO…

Basta sfogliare un qualsiasi testo di storia d’Italia per rendersi conto dell’indecente faziosità con la quale gli infranciosati conquistatori e i loro degni accoliti (i nostri bravi traditori fra quelli) montarono i fasti del cosiddetto risorgimento e affrontarono il tema, ad esso pertinente, dell’altrettanto cosiddetto brigantaggio post-unitario nelle provincie meridionali. E non è necessario andarlo a pescare, questo qualsiasi testo (da aprire e leggere per vomitare…), fra i cimeli delle premiate Fiere delle Falsità allestite dal fatal Sessanta in poi, mentre quei funesti eventi si compivano. 
Sorelle carnali di quelle messe in piedi dopo il Novantanove e il Quarantotto, esse dànno ancora i numeri a qualsiasi ora del giorno e della notte, e non chiudono, e non sbaraccano mai… A finanziarle e a proteggerle pensa babbuccio loro, lo Stato unitario che quei numeri deve far uscire su tutte le ruote e, neppure due volte la settimana, e neppure ogni giorno: ma in ogni momento ! Sennò perde la faccia ! 
E certamente è questo l’aspetto più vergognoso della cosiddetta storia del cosiddetto risorgimento…. La Storia di tutte le nazioni del mondo rivede se stessa ogni volta che si trovi di fronte a nuove scoperte documentali: procede alle opportune revisioni senza far drammi, si aggiorna. La storia d’Italia (che è consapevole delle proprie falsità) resta inchiodata alle spudoratezze vigliacche ponzate dai tantissimi panegiristi della Solenne Impostura Risorgimentale: continua, con cinica premeditazione (mentendo sapendo di mentire), a spacciare Falsità su Falsità. 
I buoni ? Sempre loro: i vincitori. E i cattivi ? Sempre noi: i vinti… 
E qual è la più insopportabile delle beffe che si aggiungono ai tanti danni ? È il bossismo. Alla mostra permanente, immonda, della mistificazione organizzata si aggiunge l’acido spetazzare delle calunnie del fecciume leghista. Tutto italiano, il paesaggio? E già…Sputano addosso a noi finanche i padanisti. E sputano perché ci odiano, sputano perché ci schifano. Ma, chiediamoci, però: perché ce l’hanno tanto a morte con noi ? Ci odiano e ci schifano, forse, perché – individui, non persone – essi non sanno fare altro che sputare con voluttà morbosa sugli uomini e sulle cose che vanno ben oltre la portata del loro scadente comprendonio? Oppure ci odiano perché ci invidiano: perché, per quanto non siano adeguatamente attrezzati mentalmente – sempre individui, e mai persone – riescono ad intuire almeno questo: che l’abissino di partenza, il piccolo abisso di partenza, cioè, scavato dalla Storia tra loro, i galli, e noi, i greci, resti tuttora incolmato nei rispettivi discendenti ? Possiamo affermare che l’odio padanista è, dunque, l’ovvia conseguenza di un maledetto complessino: cioè di un piccolo complesso, di inferiorità ? 
A parere nostro, i padanisti (che non vanno mai confusi con i padani!) – saranno pure mezze calzette rivoltate e rattoppate, avranno finanche un sensibile deficit di materia grigia, saranno pure individui e non persone – ci odiano e ci schifano perché sono male informati su di noi, sanno, eccome no!, i cacchi dei nostri magliari, e basta ! Sanno dei nostri rifilatori di scartiloffi e di bidoni, e basta ! E fanno di tutte le nostre erbe un solo fascio… 
Chisto è ‘o fatto !… 
I padanisti ci disprezzano perché siamo noi, noi sudisti, gli italiani peggio referenziati dell’Italia-una, e tali restiamo finanche agli occhi loro di fecciaiuoli-storici, e cioè di povera gente senza storia. Di tal che (invece di dolersi del fatto di dover vegetare, poverini, sforniti di quell’abc che, consentendogli di imparare a campare, potrebbe consigliargli l’uso di sputacchiere aventi fisionomie niente affatto somiglianti a quelle dei nostri uomini e delle nostre cose), fecciaiuoli e fessi pure, decidono che guardare dall’alto in basso la Terronia gli spetti, perdìo, per essere loro prosapia divina, e noi miserabile spermaglia fetente di un dio minore. 
E sissignori: ci odiano e ci schifano, i fecciaiuoli. Ma chiediamoci subito: e noi?…Noi, odiati, calunniati, schifati: quando i fecciaiuoli della favolosa Padania ci svuotano addosso i loro cacatoi, in quale civilissimo modo li ripaghiamo? È vero o non è vero che li ripaghiamo con il più incazzato a morte dei Va fà nculo?… È vero o non è vero che ci spremiamo, fino a diventare paonazzi, per urlare, come tanti pazzi scatenati: ‘E nurdiste so’ na chiavica?… È vero!… Risolviamo il problema come se stessimo allo stadio: Nord-Sud, ics, parapatta e pace. Embè: loro ci hanno sturdute, stupetïate ‘e sìschere, e noi li abbiamo ntrunate, nzallanute ‘e pernacchie. Li padanisti fanno i Taniello e noi facciamo i fra Liborio del marchese di Caccavone: Chello va pe cchesto e cchesto va pe cchello… Restituiamo, l’abbiamo detto, pernacchi per fischi, e siamo pari. 
Sciù !, per il Nord e per il Sud ! Trista è ‘a rogna, pèvo è ‘a zella. 
Brutta è la scabbia, e la tigna è pure peggio… 
Il fecciume nordista, quello idiota, che è tardo e corto di comprendonio, ci odia e ci schifa anche perché è nato, cresciuto e pasciuto tra quelle Fiere delle Falsità di cui stiamo lodando montatori e protettori. Nel primo caso soffre di un brutto complesso di inferiorità, nel secondo caso il complesso di cui soffre sempre brutto è, ma è di superiorità. 
E perché è di superiorità ? Perché la storia d’Italia che esso conosce lo autorizza ad affacciarsi sul Garigliano (magari dal ponte di ferro che Ferdinando II di Borbone fece costruire sbalordendo l’Europa…) e a sputare e a vomitare e a farsi pure i suoi atti piccoli e grandi sulla faccia di tutti gli uomini e di tutte le cose che da quel Garigliano fino a Pantelleria rappresentano da quattromila e trecento anni il più sacro pianeta del pianeta Terra. La storia d’Italia scritta con i piedi dai lacché del sabaudismo travestiti da storici, è un tal ammasso di bugie che il fecciume nordista non potrebbe avere del Sud un concetto differente da quello che esprime attraverso le sue monotone, tristi, patetiche, sconsolanti raffiche di insulti e di calunnie. 
Dove la Storia dell’unità italiana è la storiella dell’agnello che sbrana il lupo, la favola della libertà che spezza le catene della schiavitù, l’epopea dei cavalieri dell’allobrogica tavola rotonda che tagliano le teste ai draghi sputa-fuoco della Terronia… Chi mise l’onore sulla faccia di un tricolore bianco, rosso e verde che era uno schifo di simbolo ateo-massonico-giacobino-filo-gallico, bonapartista ? Fu o non fu il sangue dei nostri soldati a ripulirlo, a disinfettarlo, a nobilitarlo, a fare di esso (che era soltanto una mappina fetente) il simbolo sacro di una Italia-una che avrebbe potuto fare la fortuna di tutti i suoi figli, e fece invece, vigliaccamente, figli e figliastri, padroni e schiavi, colonizzatori e colonizzati, mariuoli e derubati, massacratori e massacrati ?… 
E con quali braccia, se non con le nostre, furono fatte le automobili e le autostrade di quei fecciaiuoli che inventarono per noi l’emigrazione interna, gli stagionali, i pendolari, e che, campioni del liberismo fondato sul principio, caro al liberal-capitalismo, del massimo utile con il minimo sforzo, spremono i nostri operai nelle loro super-foraggiate industrie e vanno predicando la reintroduzione delle gabbie salariali per continuare a sfruttare i nostri lavoratori rimettendoci costi ancora più bassi ? 
E chi, se non noi, ricostruì il fecciume scarrupato dopo la seconda guerra mondiale ? Per rimettere in piedi le città dei fecciaiuoli, il Debito pubblico non impiegò forse i risparmi delle librette postali dei parenti dei nostri emigrati cacciati via a calcioni nel culo, espulsi sempre con la mazza e mai con la carrozza da quella fetenteria di Italia-una che i nordisti avevano inteso realizzare dopo aver sfruttato i nostri sogni e carpito la nostra buona fede, dopo aver fatto man bassa del nostro oro, dopo aver massacrato, infamandoli come briganti, un milione di cafoni, dopo aver profanato la nostra Civiltà che aveva solamente quattromilatrecento anni? E i danari della Cassa per il Mezzogiorno, danari destinati a noi, ci furono spediti o non ci furono spediti con tanto di retro-marcia innestata e bloccata a che pigliassero la via dei fecciaiuoli, ingrassassero quei brutti porcelloni suocce lloro, pari loro, che oggi li foraggiano ? 
E chi la chiese la soppressione della Cassa perché, peggio di un ministero delle colonie, espropriava regioni, province e comuni del Sud delle loro potestà gestionali e decisionali e, quot peius, invece di assegnarci gli istituzionali contributi aggiuntivi, ci spediva (taglieggiati alla base, ovviamente) contributi sostituivi che, non già quasi sempre ma sempre, non coprivano neppure i contributi ordinari ? La chiese il senatur ? Il capo-feccia della Padania? 
La chiese il sottoscritto, alla Camera dei Deputati, nel 1984. 
Non si vantino mai i fecciaiuoli…Ché non vi è mai di che. 
Non vi è mai stato. In tutta la loro storia senza storia… 
E chi gli insegnò, chi gli ha insegnato e chi gli insegna a leggere e a scrivere, ai fecciaiuoli ? 
Noi…Ma quali noi? Quei noi che però…saranno pure greci, e sissignori, ma hanno frequentato le scuole dell’Italia unita… Quei noi che la sanno lunga fino al Novantanove…Poi cominciano a introppicare, a incespicare, finché finiscono per spiegare ai fecciaiuoli in erba che il Sud debba ringraziarli a ffaccia nterra, i loro bisnonnetti e trisavoletti, ché furono proprio loro (oh, che bravi !…) a darci una mano fraterna a cacciar via un fetente di re straniero (che, guardacaso, parlava napoletano soltanto da un secolo e un quarto) e furono sempre proprio loro (oh, che magnanimi !…) a concederci l’onore di farci spartire con loro l’italianissimo loro re (che, riguardacaso, era soltanto un infranciosato-storico che non parlava neppure francese: parlava savoiardo…). 
Angelo Manna

IL SUD IGNORANTE

Nella seconda metà del ‘700 l’espulsione dei gesuiti da molti stati, iniziata nel 1767 con il provvedimento preso nel Regno di Napoli, e poi la bolla papale del 1773 “Dominus ac Redemptor noster”, con il quale l’ordine fu soppresso, ebbero grande rilevanza nel generale processo di “secolarizzazione dell’istruzione”, anche se il più delle volte i gesuiti furono sostituiti da altri ordini religiosi, anche per la difficoltà di trovare un adeguato numero di insegnanti laici. Nel Regno di Napoli la gestione delle scuole ricadeva in buona parte sugli istituti religiosi, ma lo Stato borbonico iniziò ad istituire un’istruzione pubblica. Furono Carlo III e Ferdinando IV di Borbone ad organizzare la prima istruzione scolastica pubblica nel Regno delle Due Sicilie.
Già nel 1766, poco prima dell’espulsione dei gesuiti, un piano di riforma che prevedeva l’istituzione di scuole pubbliche gratuite anche per i figli dei contadini fu preparato da Antonio Genovesi, su richiesta del ministro Tanucci e parzialmente attuato. Con la Rivoluzione francese si afferma una nuova concezione della scuola,  l’istruzione primaria è concepita come pubblica, obbligatoria e gratuita: tutti i cittadini, sia maschi che femmine, devono accedervi. Per i livelli superiori non deve esservi invece uguaglianza dell’istruzione, che deve valorizzare i talenti, ma uguaglianza di opportunità. La scuola, bandendo qualsiasi insegnamento religioso, deve essere laica, basata da una parte sulla trasmissione di capacità professionali utili, contenuti verificabili e metodi razionali e dall’altra sulla formazione civile. Così nel 1810, Gioacchino Murat decretò l’obbligatorietà della scuola primaria, che pur non raggiungendo la totalità dei cittadini riuscì a scolarizzare più della metà dei potenziali utenti. Anche l’istruzione secondaria fù ristrutturata I primi licei sul modello francese sono introdotti con la legge del 4 settembre 1802, affiancandoli ai ginnasi di modello austriaco, vengono creati collegi governativi in ogni provincia (tranne Napoli, dove ne sorgono due), il cui corso di studi viene poi articolato in un ginnasio propedeutico e un successivo liceo con due indirizzi: uno umanistico-letterario e l’altro scientifico. Con la Restaurazione numerosi pedagogisti ed educatori continuarono a lavorare per la crescita di un più moderno sistema scolastico. Ad esempio a Napoli, proseguendo nella stessa direzione già perseguita prima del periodo napoleonico, il marchese Basilio Puoti aprì una libera scuola, di carattere laico e classicista, al fine di educare le giovani menti del regno. Già ispettore generale della pubblica istruzione nel Regno delle Due Sicilie, Basilio Puoti, rinunciò ad ogni incarico per insegnare nella Scuola di lingua italiana da lui stesso fondata nel 1825 a Napoli e che ebbe come allievi illustri, tra gli altri, Luigi Settembrini e Francesco De Sanctis. Diversa era la situazione nel liberale Regno Sardo- Piemontese dove la legge Casati, alla vigilia dell’unificazione politico-militare della penisola, istituiva una scuola elementare articolata su due bienni e obbligatoria (1º biennio). Dopo la scuola elementare il sistema si divide in due: Ginnasio (a pagamento) e le scuole tecniche. Nonostante le “scuole tecniche” permettano il proseguimento degli studi alla scuola superiore e in alcuni casi all’università, il sistema risultava classista, dato il fenomeno dell’auto-esclusione, che portava alla rinuncia agli studi i figli delle famiglie meno agiate. L’insegnamento elementare doveva inculcare nelle classi popolari obbedienza, diligenza, pazienza, amore dell’ordine e del lavoro. La sua applicazione, formale e sostanziale, nelle diverse parti del nuovo Regno d’Italia fu largamente disomogenea. Il dibattito politico-culturale in tema di scuola, tra cui spiccano le voci di Francesco De Sanctis e di Pasquale Villari sottolinea le arretratezze della situazione del Mezzogiorno.
Di fatto al censimento del 1871 si attestò un notevole peggioramento dell’analfabetismo rispetto alla situazione pre-unitaria. Molti non sanno, che subito dopo l’annessione del regno borbonico allo stato sabaudo, in tutto il sud furono tenute chiuse le scuole per circa 15 anni, in modo da ottenere un’intera generazione di analfabeti da utilizzare come servi nelle zone industrializzate del Nord. Ai ragazzi meridionali bisognerebbe consigliare di leggere gli scritti di alcuni letterati meridionali come Vincenzo Padula che vissero proprio a cavallo di quegli anni che segnarono col sangue la storia del sud. Letterati che in un primo tempo guardarono con entusiasmo verso il risorgimento, ma che poi, negli anni successivi, dovettero amaramente rendersi conto che l’annessione aveva ulteriormente impoverito le classi meno abbienti a vantaggio dei vecchi e nuovi ricchi creati dai nuovi padroni del Nord.

Nessuna descrizione della foto disponibile.