NELL’INDIPENDENTISMO DELLA SICILIA SI TROVO’ IL MODO DI SCARDINARE IL REGNO DELLE DUE SICILIE

I rivoluzionari unitari soffiavano sul fuoco del malcontento siciliano; il 27 novembre 1859 il capo della polizia siciliana, Salvatore Maniscalco, fu pugnalato sugli scalini della cattedrale di Palermo mentre stava entrando in chiesa con moglie e figli per assistere alla messa, rimase gravemente ferito (il sicario fu ricompensato, mesi dopo, da Garibaldi con una pensione). In Sicilia, i moti del ’20 e del ’48 avevano registrato una massiccia partecipazione popolare, perché era maturata la convinzione che l’indipendenza da Napoli poteva essere ottenuta solo mediante l’adesione ad un progetto di confederazione italiana. Quindi non era irrealistica la previsione che un intervento armato potesse provocare una sollevazione. A Francesco Crispi e a Rosolino Pilo, ambedue siciliani ed il primo in rapporti di vicinanza con Mazzini, era stato affidato il compito di preparare il terreno per tale eventualità ed avevano convinto Garibaldi che era maturato il momento di sfruttare l’endemica irrequietezza contadina perche il sentimento di staccarsi da Napoli si diffondeva in tutte le classi. Era pertanto divenuta praticabile la possibilità di promuovere, secondo l’idea mazziniana, la rivoluzione dal basso. Idea che Vittorio Emanuele, in costante contatto con un Garibaldi deciso ad ottenere adeguatezza di mezzi e finalità di unificazione al Regno Sardo, incoraggiava segretamente senza compromettersi. Altri esuli siciliani più conservatori, per sondare la possibilità di una azione diplomatica sorretta da una militare rivolta all’annessione, fatta salva l’autonomia, avevano preso contatto con Cavour il quale promise che, ove gli eventi portassero la Sicilia ad una annessione al Regno Sardo, essa avrebbe ricevuto un notevole grado di autonomia. Cavour, aspramente avversato da Garibaldi per la cessione di Nizza, malgrado si rendesse conto dello stato di crisi del regime borbonico, riteneva prematura qualsiasi azione militare, comunque condotta, nel timore che essa, per la tendenza separatista dei siciliani, potesse assumere una impronta mazziniana difficilmente gestibile. Tuttavia egli, in stretto contatto con l’esule La Farina, era favorevole a mantenere in Sicilia un costante stato di agitazione, sperando che il governo borbonico, non riuscendo a controllare l’anarchia delle campagne, ricorresse al Piemonte per una qualsiasi forma di sostegno. Ed, a tal fine, attraverso il suo ministro Villamarina, cercava di stabilire con i Borboni un qualche rapporto che li sottraesse all’influenza austriaca. Anche Mazzini sosteneva l’impresa cui si accingeva Garibaldi, avendo superato la contrapposizione repubblica-monarchia e privilegiando l’obiettivo dell’unità nazionale. Infatti il 2 marzo 1860 Mazzini incitava alla ribellione i siciliani, mettendo da parte le sue convinzioni repubblicane che venivano sacrificate all’ideale unitario sotto lo scettro della monarchia sabauda. Crispi era ritornato segretamente in Sicilia stabilendo contatti con la rete di forze insurrezionali e con alcuni capibanda per organizzare le fasi iniziali della rivolta che avrebbero dovuto preparare il terreno per l’azione di Garibaldi. Il 25 marzo l’ambasciatore inglese a Torino, Sir James Hudson, scriveva al suo ministro degli Esteri Lord Russell “… dobbiamo desiderare ardentemente lo scontro tra l’Italia del Nord e quella del Sud. Il risultato non può essere dubbio. Il Papa e il Re di Napoli saranno battuti, la Sicilia si dichiarerà per i suoi diritti costituzionali e per l’annessione. Napoli sarà alla mercè di tutti… Cavour per le molte necessità della sua posizione è ora più che mai gettato nelle vostre mani se la vostra politica nell’Italia meridionale è vigorosa ed armata…. Per parte mia io sono per la costruzione di un’Italia forte e per il raddoppiamento della nostra forza navale nel Mediterraneo: quando tratteremo con Luigi Napoleone sulla Questione Orientale dovremo volere l’Italia per noi!” All’inizio del 1860 piccoli focolai di disordine si manifestavano ovunque e la popolazione, diffondendosi l’attesa di una imminente rivoluzione, cominciò ad agitarsi per ottenere giustizia ed a porre le prerogative per un movimento di vaste proporzioni. Il 25 marzo, Giovanni Corrao e Rosalino Pilo, su suggerimento di Giuseppe La Masa, capo indiscusso dei siciliani rivoltosi, si recarono in Sicilia con la paranza “Madonna del soccorso” per ottenere il sostegno dei baroni alla prossima spedizione dei Mille; sbarcati nei pressi di Messina contattarono gli esponenti delle famiglie più importanti”; con essi fu concordato che appena sbarcato Garibaldi, i “picciotti”, appartenenti alla malavita locale e alle bande al soldo dei latifondisti, accorressero “spontaneamente” in suo aiuto. Un tentativo insurrezionale, organizzato dal comitato rivoluzionario di Palermo, coordinato da Genova da Francesco Crispi e condotto da Francesco Riso, il 4 aprile, a Boccadifalco, sulle alture del versante che affaccia sulla valle di Badia, alcune bande armate fronteggiarono due compagnie del 9º battaglione del Real Esercito delle Due Sicilie. Dopo non poca resistenza, i rivoltosi furono sconfitti e dispersi, fu prontamente sedato presso il convento della Gancia con la fucilazione di numerosi insorti. Il fermento popolare non cessò e si estese alle campagne ed ai centri (Messina, Carini, ecc.) assecondato dall’aristocrazia e dalla nuova borghesia terriera che, mirando a difendere la solida impalcatura feudale, tendeva ad attribuire al governo le colpe della miseria e dello sfruttamento, trovando la solidarietà dei contadini che furono trascinati in una guerriglia con obiettivo del conseguimento dell’autonomia, non dell’unità nazionale. La guerriglia si diffuse, attaccando gli avamposti delle truppe borboniche. Vennero tagliate le linee telegrafiche diffondendo il panico tra i funzionari e vennero interrotti i rifornimenti, causando un aumento dei prezzi che rinfocolava le proteste e, col deteriorarsi dell’ordine, creava una situazione caotica e di diffusa anarchia. Il 18 aprile, Cavour, invia due navi da guerra, Governolo e Authion, in Sicilia, ufficialmente per proteggere i sudditi piemontesi presenti nell’isola ma in realtà ”per giudicare con perfetta conoscenza di causa delle forze che si trovano nell’isola così dalla parte degli insorti come da quella delle truppe reali”, poco dopo lo stesso primo ministro chiede all’ambasciatore piemontese a Napoli, anche a nome del ministro della Guerra Fanti, l’invio di carte topografiche del regno delle Due Sicilie che giungeranno nel regno sabaudo con la nave Lombardo, utilizzata nove giorni dopo da Garibaldi per la spedizione dei Mille. Diversi galantuomini come Scordato e De Miceli, fiutando il corso degli eventi, divennero rivoluzionari per controllare la rivolta e preservare i loro imperi privati. Il governo per controllare il disordine incoraggiò la formazione di una milizia di volontari della classe media e trovò aiuto in coloro che, pur avversando i Borbone, ancor più temevano la rivolta contadina. Il 26 marzo Rosolino Pilo con Giovanni Carrao era partito da Genova recando in Sicilia un ingente quantitativo d’armi ed appena arrivato era riuscito, dopo l’insuccesso del 4 aprile, a serrare le fila dei rivoltosi. Prese contatto anche con i capi della delinquenza locale di Cinisi, Tenasini, Montelepre, S. Giuseppe Iato Corleone, Partitico ecc. e, ridestando le speranze, riuscì a creare un’attesa carica di tensione. La notizia della reazione borbonica al tentativo insurrezionale fu taciuta a Garibaldi ma provocò apprensione ed indusse Crispi a sollecitare l’organizzazione di Genova ad accelerare i preparativi per la spedizione che erano intralciati da difficoltà di ordine politico create da Cavour. Questi si sentiva in difficoltà a favorire un movimento diretto contro lo Stato borbonico con cui si mantenevano relazioni diplomatiche ma, politicamente indebolito per la cessione di Nizza e della Savoia, non era in grado di contrastare apertamente Garibaldi. Comunque egli, pur non fidandosi di Garibaldi e temendo l’influenza che avrebbe potuto esercitare Mazzini, non aveva obiezioni di principio verso gli obiettivi della spedizione ed, oltre ad operare un attento controllo della fase preparativa, manteneva una cauta posizione di attesa. Infatti a fine aprile si reca personalmente a Genova, dove rimane due giorni per controllare i preparativi dei garibaldini, il 3 maggio fu stipulato un accordo a Modena (presenti l’avvocato Ferdinando Riccardi e il generale Negri di Saint Front, appartenenti ai servizi segreti piemontesi che avevano avuto l’incarico dall’Ufficio dell’Alta Sorveglianza politica e del Servizio Informazioni del presidente del Consiglio); regolarmente formalizzato con rogito del notaio Gioacchino Vincenzo Baldioli in data 4 maggio 1860; con il quale si stabiliva la vendita di due navi al regno di Sardegna e si precisava che il beneficiario era Giuseppe Garibaldi, rappresentato nello studio del professionista, sito in via Po a Torino, dal suo uomo di fiducia: Giacomo Medici; garanti del debito il re sabaudo e il suo primo ministro. “Il giorno 28 aprile a Garibaldi, che viveva a Quarto arrivò un telegramma cifrato che tradotto diceva che la rivoluzione in Sicilia era fallita. La disperazione dei volontari intimi di Garibaldi fu enorme e Garibaldi decise di non partire più. Ma il 29 aprile giunse un nuovo telegramma, che poi si disse inventato da Crispi, e in tale messaggio si diceva [falsamente] che l’insurrezione vinta a Palermo, seguitava nelle province. E così i Mille partirono da Quarto il 6 maggio, i vapori Lombardo e Piemonte (che quindi non erano stati rubati dai garibaldini, come recita la storiografia ufficiale), dopo una sosta in Toscana a Telamone, giungevano la mattina dell’11 presso le isole Egadi. Ma i “Mille” non erano un gruppo di goliardici ed improvvisati rivoluzionari ma in gran parte, veterani delle campagne del 1848-49 e del 1859, folta la rappresentanza straniera di inglesi, ungheresi, polacchi, turchi e tedeschi; inoltre furono indispensabili: l’appoggio del Piemonte, degli ufficiali borbonici “convertiti” alla causa, dei latifondisti siciliani e quello inglese; del resto questo è ovvio in quanto tutti comprendono che nulla avrebbero potuto 1000 uomini contro i 25 mila soldati perfettamente equipaggiati dell’esercito meridionale stanziati in Sicilia, senza considerare gli altri 75 mila presenti nel Sud continentale. Lo stesso Garibaldi, si rese conto del problema ed esitò a lungo nell’accettare il comando della spedizione perchè temeva di far la fine dei fratelli Bandiera e di Carlo Pisacane che avevano tentato nel 1844 e nel 1857, delle sortite simili fallite miseramente e pagate col loro sangue; a fine aprile stava per rientrare a Caprera e si convinse, quando Cavour stava per affidarla al generale Ribotti (che rifiutò) perché “i capi militari della spedizione, Garibaldi, Bixio, Cosenz, Medici, sapevano di poter soprattutto contare sul supporto logistico del governo sardo, una volta effettuato il primo sbarco“.

“Due milioni di franchi oro erano stati raccolti dal Cavour per le occorrenze della spedizione dei Mille e altri tre milioni dalle logge massoniche inglesi, americane e canadesi, trasformati da governo sabaudo in un milione di piastre oro turche perchè quella era la moneta più accettata nei porti mediterranei”. [valore stimabile intorno ai 50 miliardi di lire dei giorni nostri, cioè 25 milioni di euro]. L’appoggio economico piemontese fu addirittura computato nel bilancio del neostato italiano tanto che quando nel 1864 il ministro delle Finanze Quintino Sella lasciò il dicastero a Marco Minghetti, nel passargli le consegne “preparò uno specchietto riassuntivo dei debiti e fra le voci: 7.905.607 lire attribuite a “spese per la spedizione di Garibaldi” [circa 60 miliardi di lire, 30 milioni di euro].

«La mattina del 30 maggio 1860, mentre l’alba era ancora nitida e luminosa, il signor De Palma, telegrafista ottico, se ne stava sull’osservatorio del Palazzo Reale di Palermo con l’incarico preciso di vigilare se mai apparisse sulla strada di Villabate un luccichio d’armi e un muoversi di truppa: sarebbero stati i battaglioni del Generale Von Mechel, i quali accorrevano a percuoter sul fianco e a spezzare l’attacco garibaldino. Quel Von Mechel, da buon tedescone, faceva sul serio. Il De Palma era impaziente e aveva le sue buone ragioni perché c’era di mezzo l’armistizio famoso, sintomo e preludio di capitolazione, il quale doveva concludersi quella mattina stessa tra Borbonici e Garibaldini, a mezzogiorno in punto, sempre che non fossero arrivate prima le truppe scelte di Von Mechel, in cui solo schieramento avrebbe capovolto la situazione, chiudendo le camicie rosse in una trappola irta di carabine e di cannoni. Che se poi quelli fossero giunti più tardi, ad armistizio firmato, avrebbero dovuto starsene cheti anche loro con l’arma al piede, e di vittoria – o magari soltanto di salvezza – non si sarebbe parlato più. La soluzione di questo nodo era tutta nella buona vista del Signor De Palma, che sinceramente in cuor suo sperava di veder avanzare da Villabate quei famosi cannoni, quei cavalli, quelle baionette, quelle salmerie, prima di mezzogiorno. E infatti li vide; anche senza cannocchiale n’era certo, anche a occhio nudo. Scorse lontano sulla strada un luccicar d’armi e un polverone frazionato e regolare, che era segno di una colonna di milizie scaglionate in marcia. Balzò di gioia nell’animo e in tutta fretta mandò a informare rispettosamente Sua Eccellenza il Generale Lanza, alter ego di Sua Maestà (Dio guardi). Viene su il Generale Lanza, piano piano (ha l’età sua, poveretto!), trascinando dispettosamente la sciabola, e guarda e sbinoccola a dritta e manca: “Addò stanno? Polvere? Qua polvere? Umh… Mha! Corre il desio veloce, dello mio!”. Si torse i mustacchi, si ficcò un dito tra solito e collo e sbadi- gliando disse: “Niente, niente…: nuvole basse”. Fulminò con un’occhiata lo sbalordito telegrafista ottico e corse giù ad affrettare l’armistizio. Arriva dopo un’oretta il Generale Marra sbuffando cordialmente per via dei molti gradini che ci vogliono per arrivare lassù, lui piuttosto bolso e un tantin gravante: “Neh, guagliò, fammi vedere queste famose truppe…”. Il De Palma si sbracciava, quasi smanioso, perché quelle s’erano avvivate un bel po’: “Ecco i cannoni, signor Generale, i cavalli, le salmerie…”. “Seh! E pure l’anema ’e chi t’è… tu chi buò fa’ fesso?” E il Generale si raschiò la gola: “Giovanotto, tu hai dormito bene sta’ notte o staie sunnano ancora? O, al contrario, ti fossi fatta ’na bevutella di primo mattino, a stomaco vuoto?”. Egli voltò solennemente le spalle. Sull’uscio dell’osservatorio si diede una passatina al ventre per stirare le pieghe della tunica e andò via, solenne e furioso insieme. Un’altra ora, e saliva sulla torre il Capitano Rada ad accertarsi, per ordine di Sua Eccellenza, che i soccorsi non arrivavano ancora. “Capità” si precipitò il povero telegrafista: “Capità, presto correte da Sua Eccellenza, ché quelle stanno arrivando, le reali truppe! Mò si riconoscono pure i colori delle tuniche!”. Il Capitano guardò, aggrinzò la fronte e strinse le labbra: “Uhm… vedi un po’ che scherzi ti fa il sole sulla campagna! Che magari ti sembrano gente che cammina, soldati, o che so… e invece è il sole che scherza con le ombre… uno magari ci giurerebbe… stranissimo! Vedi mò che ti fa la natura! Sei stato a Messina tu, no? Embè, hai visto mai, o nessuno t’ha mai detto il fatto della fata Morgana? Vedi case dove non ci stanno, uomini, barche, cose, dove non ci sta niente… beh, tutto questo dovrebbe essere un fenomeno analogo. Tutta natura, è”.
“Qua’ natura, capità?”, strillò il De Palma. “Non li vedete i pantaloni rossi dei carabinieri e i giubbetti celesti dei lanceri con l’elmo che pare d’oro in capo? E i cannoni sui muli pure quelli so scherzi? Pazzielle? Capi- tà, ca’ nisciuno è fesso!”. E gli veniva da piangere per la grande passione e anche perché gli pareva che lo volessero far passare per matto. Il Capitano fece un sorrisetto, strizzò l’occhio e domandò: “Neh, don De Pa’, tu che bbuò ’a me? Se Sua Eccellenza, che è Generale in capo e niente di meno che alter ego, non ci vede, perché devo vedere io che sono soltanto un subalterno di Stato Maggiore? Politica… misteri… e ci debbo rimettere io? Aggì ’a fa ’o martire? Impara anche tu che mo sono arrivati tempi nuovi, perché quegli occhi che ti servivano bene sotto la buonanima di Ferdinando, mo, co su ’Re nuovo, guaglioncello, nun te servono cchiù”».
E il De Palma si strinse nelle spalle, avvilito sì, ma non meravigliato. Subito dopo l’Autore fa una precisazione che riteniamo doveroso riportare con la relativa nota bibliografica:
«Questa che c’è narrata non è una favoletta o un’estrosa invenzione. Si può leggere (e chi vuole la tenga per apologo) nella Cronaca degli avvenimenti di Sicilia, estratta da documenti riportati. Le parole non saranno state proprio queste, perché abbiamo voluto dare una forma drammatica all’episodio, costruendo un dialogo, ma la sostanza è quella, fedelmente conservata»
Rosalino Pilo era figlio di Gerolamo conte di Capaci e Antonia Gioeni dei principi di Bologna e di Petrulla, un titolato praticamente, nacque il 15 luglio del 1820 e insieme all’altro nostro caro compatriota Giuseppe La Masa organizzò la rivolta del 1848 a Palermo. Rosolino apparteneva alla Massoneria, come emerge anche dal discorso di Ernesto Nathan, Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia, fatto il 21 aprile del 1918 a Roma. Rosolino Pilo trova la morte in circostanze che definire strane è poco. Quel giorno si trova a San Martino delle Scale, alle porte di Palermo. Con lui ci sono personaggi non esattamente cristallini: in pratica, picciotti di mafia. Non c’è da stupirsi perché, a Palermo, a volere la ‘rivoluzione’ contro il Borbone sono alcuni nobili che contano di mantenere i propri privilegi nell’Italia che nasceva e i mafiosi che, dal 1860 in poi, sarebbero diventati parte importante dello Stato italiano. Sulla strada che li conduce a Palermo Rosolino Pilo e i picciotti di mafia incontrano un gruppo di soldati Duosiciliani che i generali corrotti del Regno delle Due Sicilie non erano riusciti a bloccare. Lo scontro è inevitabile. Pilo cade ferito a morte, la sua morte avrebbe lasciato un vuoto notevole nello schieramento garibaldino. Venuto meno Rosolino Pilo, le squadre dei picciotti si disperdono. La battaglia di San Martino si conclude quindi con la vittoria del Capitano Del Giudice e dei soldati Duosiciliani”.
Il Generale Migy spezza la spada, perché il Luogotenente Lanza gli ha ordinato di non combattere contro l’Armata Anglo-piemontese-garibaldina e mafiosa: Francesco II ha appena inviato da Napoli due piroscafi con a bordo due battaglioni di Carabinieri Esteri, tutti soldati motivati e di alta professionalità. Sono prevalentemente svizzeri, tirolesi e bavaresi «napoletanizzati» e sono comandati dal valoroso Generale Aloisio Migy. Se intervenissero in un’azione contro l’Armata Garibaldina ne uscirebbero vincitori senza grande fatica. Ma il Lanza saprà renderli inoffensivi. Il 28 maggio le due navi sono alla rada nel porto di Palermo e vengono fatte avvicinare alla cittadella di Castellammare. Con il loro apparire hanno già messo in pensiero l’Ammiraglio Mundy ed ovviamente anche i Garibaldini ed i picciotti di mafia.
Il Migy chiede, ma non riesce ad ottenere l’autorizzazione, di fare sbarcare le proprie truppe. È scandaloso!
Il Generale sbarca pertanto da solo e si reca al Palazzo Reale per parlare e per prendere direttamente disposizioni dal Lanza. Questi prende tempo. Dispone che i Carabinieri restino ancora sulle navi, in attesa di disposizioni. Dopo molte ore di attesa, arriva finalmente l’ordine del Luogotenente di fare rotta su Sferracavallo, borgata marinara a diversi chilometri dalla cittadella. Lì i Carabinieri Duosiciliani potranno sbarcare. Ma il loro calvario morale e politico, ed anche militare, non è terminato. Pur volendo combattere, i poveri militari, dopo lo sbarco, con una lunga marcia si dovranno recare nei pressi del Palazzo Reale per acquartierarsi e restare immobili nel quadrilatero del disonore, assieme alle altre migliaia di uomini validi, obbligati a restare oziosi per consentire a Garibaldi di vincere senza problemi. Il Migy non ci sta. Protesta energicamente con il Lanza. Il quale non molla e ripete gli ordini già impartiti, minacciando il peggio.
Il Luogotenente, che in Sicilia è l’alter ego del Re Francesco II, infatti, sa anche essere autoritario e sa farsi obbedire. Il Migy è costretto ad obbedire. Lo fa, però, soltanto dopo avere spezzato la propria spada in segno di protesta. E di dispregio per il Luogotenente. Anche se il malcontento della base aumenta, il Lanza non se ne preoccupa eccessivamente, perché ora sa di averla spuntata anche con il Migy. La tregua alla quale lavora, lo toglierà ben presto dall’imbarazzo e dai pericoli di una rivolta militare.
Palermo. La storia – totalmente falsa – ci ha tramandato di una città “in fiamme” accanto a Garibaldi e ai suoi “valorosi”. I “valorosi”, in realtà, a parte i mercenari ungheresi, erano i picciotti di mafia. Ma tutti – Garibaldi, garibaldini e mafiosi, come ci racconta Giuseppe Scianò – erano spacciati. Sono i generali borbonici, traditori senza ritegno, che, d’accordo con gli inglesi, impongono una grottesca tregua per salvare Garibaldi e i suoi degni compari mafiosi. E poi si chiedono perché in Italia la mafia vince sempre…

LA GRANDE TRUFFA

Così l”unità d”Italia si legò indissolubilmente alla casa Savoia, escludendo dalla scena i repubblicani ed i federalisti, i quali avrebbero potuto dare alla nascita della Nazione un”impronta più giusta e conforme alle diverse necessità e culture di un popolo rimasto diviso politicamente per oltre tredici secoli. Probabilmente da ciò sarebbero nati governi e leggi più sensibili ai bisogni delle classi sociali più svantaggiate e delle zone più povere. Ma non fu così. L”Italia dei Savoia nacque non come unione, ma come conquista di un altro territorio e di un altro popolo a cui imporre le proprie leggi e le proprie tasse. Il peso economico delle guerre fu scaricato sulle classi più povere e sul sud, nel quale fallirono quasi tutte le imprese industriali, poiché, nel contesto della politica liberista del governo di Torino, non riuscirono a competere con le industrie del nord e dell”Europa centrale. Chiusero arsenali, fabbriche téssili e di altro genere, mentre ampie porzioni di campagne venivano abbandonate per lo svolgersi della guerra civile e per l”istituzione della leva, sprofondando nella più nera miseria tutto il sud. Da qui nacque la questione meridionale, trasformando il meridione nella zavorra d”Italia.

” ….Alla folla invisibile nelle tenebre annunziò che a Donnafugata il Plebiscito aveva dato questi risultati: Iscritti 515; votanti 512; Si 512, No zero. Eppure Ciccio Tumeo assicura: “Io, Eccellenza, avevo votato No. E quei porci in municipio s”inghiottono la mia opinione, la masticano e poi la cacano via, trasformata come vogliono loro. Io ho detto nero e loro mi fanno dire bianco!”. (passo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa nel suo Gattopardo).

D’altronde cosa si può pretendere da uno stato voluto dal casato dei tiranni savoia che si sono inventati l’italia costruito a colpi di cannone di congiure e intrighi di corte. Da un rinnegato come vittorio emenuele II padre di questa italieta, cosa poteva nascere se non lo stato dell’italia attuale. Una conquista militare bell’e buona, altro che entusiastico plebiscito raccontato dagli ineffabili libri scolastici. Cui peraltro partecipò solo il due per cento degli abitanti delle Due Sicilie. Proprietari terrieri in testa, baroni feudali preoccupati solo di non perdere le loro ricchezze e di allearsi con la borghesia industriale del Nord per «cambiare qualcosa affinché non cambiasse nulla». Disegnarono il territorio del Sud non tenendo conto della geografia ma della necessità dei loro prefetti di dividerlo per dominarlo meglio. E disegnarono i collegi elettorali per dare al Sud una rappresentanza minore in Parlamento rispetto al Nord. L’Italia unita era già in partenza un’Italia del Nord. Ovvio che pensassero anzitutto ai loro interessi, con la complicità degli «utili idioti» del Sud. Ogni decisione economica presa da allora a oggi ha favorito il Nord danneggiando il Sud. Così i meridionali, se non erano più briganti, diventarono emigranti. E fino ai nostri giorni, quando sono partiti contadini e arrivati terroni. E ogni volta che il Sud si arrabbiava, si faceva una legge speciale: 1892, 1904, 1908, 1920, 1950. Che non risolveva nulla, se le leggi non speciali poi andavano in altra direzione. Non si può però continuare a glorificare quegli eventi che costituirono una semplice e pura conquista militare, con tutte le conseguenze negative di una operazione del genere sul popolo conquistato, ripetendo le stesse menzogne che sono state insegnate e divulgate tenendo ben nascosta la verità : “don Ciccio Tumeo” lo dice chiaro e tondo che voleva dire no e lo avevano obbligato a dire si , le repressioni violente con arresti, carcerazioni, fucilazioni senza processo o su semplice decisione di un qualunque caporale piemontese, il furto a carico del Banco di Sicilia e del Banco di Napoli, la leva militare obbligatoria, la confisca dei beni ecclesiastici con danno per le classi disagiate, lo spostamento del baricentro economico, commerciale, industriale verso il nord e ancora tante e tante cose che si possono ormai agevolmente leggere nelle tante pubblicazioni in merito oggi esistenti. Nel momento in cui era proclamato Re Vittorio Emanuele II (e non I) aveva la maggior parte del Sud in preda a totale ribellione con quelle bande formate per lo più da ex soldati del vecchio esercito e da uomini e donne,di ogni grado e categoria sociale che non avevano alcuna intenzione di assoggettarsi a questo sovrano che parlava francese e che furono definite brigantesche con intento diffamatorio .

A questo punto si può continuare ancora a lungo evidenziando fatti e cose che dimostrano la manipolazione della storia a senso unico effettuata dal potere vincente dell’epoca e non credo che ci possa essere obiezione in proposito, a meno che non si voglia continuare ostinatamente a negare il vero .

IL PROTEZIONISMO BORBONICO

Sarebbe difficile fare il totale di tutte le espressioni denigratorie messe in circolazione in Italia e fuori, e a tutti i livelli della pubblica informazione, per svilire il ricordo dei Borbone di Napoli. “Il protezionismo borbonico” è una di queste, e viene solitamente impiegata per sottintendere che il repentino crollo del sistema industriale napoletano e, in genere, della manifattura meridionale, dopo l’unificazione statale piemontese, va addebitato alla precedente politica. Ora, non ci sono dubbi che le Due Sicilie adottassero una politica protezionistica, ma questa verità va a passeggio con un cumulo di bugie, falsificazioni e buffonate. E come se la denigrazione non bastasse, dobbiamo anche patire la spocchia con cui i toscopadani trattano i meridionali, il Meridione e la sua storia. A proposito degli sbandierati “mali del passato governo”, più che di perfidia, si tratta di uno dei tanti alibi costruiti dalla retorica unitaria per nascondere le responsabilità dello stato nazionale nel disastro verificatosi al Sud dopo l’unificazione politica, come diretta e indiscutibile conseguenza della spoliazione e del malgoverno. Intanto non si vede perché il protezionismo, adottato allora da tutti gli stati europei, compresa la sedicente liberal Gran Bretagna, e adottato oggi da quasi tutti gli stati del mondo, dagli Stati Uniti d’America all’Unione Europea, dall’Australia al Canada, dalla Cina all’India, sarebbe teoricamente e praticamente una cosa vile rispetto al liberismo commerciale. In secondo luogo, il tanto declamato liberismo cavourriano fu, in effetti, un vincolo a cui il Regno di Sardegna volle assoggettarsi per ottenete l’amicizia della Gran Bretagna, paese esportatore di manufatti, e per potersi allegramente indebitare con i banchieri di Parigi e di Londra, i quali erano anche i venditori delle rotaie, dei vagoni, delle macchine ferroviarie e di quant’altro veniva acquistato dal Piemonte a spese dei futuri italiani, come era nei calcoli sia dei Rothschild sia dei patrioti liberali. In secondo luogo il liberismo introdotto da Cavour nel Regno sardo fu propriamente un bluff. Le industrie sabaude, a partire dall’Ansando, vennero sovvenzionate sottobanco dal sistema bancario. Il liberale e liberista Francesco Ferrara, il maggiore economista italiano del tempo, definì detta pratica come “protezionismo dall’interno”. Alla faccia delle conclamate libertà cavourriane, la denunzia valse all’economista siciliano la defenestrazione dalla cattedra che teneva a Torino. In terzo luogo, al tempo dell’unità, il liberismo vigeva soltanto nello Stato sardo e in Toscana. Se la politica liberista, una volta estesa a tutta Italia, produsse danni soltanto nel Sud, fu perché le Due Sicilie erano l’unico paese che possedeva un apparato di industrie che vanno considerate grandi per quei tempi e per un paese economicamente marginale. La distruzione dell’industria duosiciliana fu un evento previsto e deliberato a Torino tra il settembre e il dicembre del 1860, a pochi giorni di distanza dall’occupazione garibaldina di Napoli e qualche mese prima della riunione del parlamento e della formale proclamazione dell’unità (febbraio 1861). Se si fosse voluto tenerla in piedi c’erano almeno due possibili opzioni. Prima: non estendere il sistema doganale piemontese al Sud. Seconda: accordare all’industria meridionale lo stesso “protezionismo dall’interno” in auge nel triangolo Torino-Genova-Firenze. Lentamente i castelli di patriottiche bugie cadono e fanno spazio alla verità. E la verità dice che a conti fatti il liberismo di Cavour e dei suoi epigoni fu un autentico fallimento, in quanto distrusse l’economia meridionale e non rappresentò un quadro operativo proficuo per l’industrializzazione del Nord. Al contrario il protezionismo borbonico non era il necessario correlato del cosiddetto “dispotismo borbonico”, ma una scelta oculata in materia di politica economica e sociale. Tra il 1830 e il 1855, Ferdinando II fu considerato da tutti gli italiani del tempo non solo il re dello stato più grande, popoloso e, perché no, più prospero della Penisola, ma anche lo statista più intelligente, più coraggioso, più illuminato che ci fosse nel Paese. Nessun confronto con l’arcigno, ondivago, crudele, inaffidabile Carlo Alberto. Un pari e patta con Leopoldo di Toscana, ben visto per la sua mitezza e il suo buon rapporto con la società civile. Verso Ferdinando, la fiducia era tale che i massoni, riuniti a Modena a congresso, gli chiesero di mettersi alla testa del moto nazionale. La sua politica era così ben giudicata che nel parlamento subalpino una parte dei deputati, allarmati per gli enormi debiti che Cavour andava contraendo in Francia e in Inghilterra, lo portarono ad esempio di buon governo e di accorta guida politica. Per dare un senso alla politica economica ferdinandea è utile contestualizzare le finalità rispettive del liberismo e del protezionismo con la situazione internazionale del periodo. Ciò relativamente agli assetti agricoli e agli assetti industriali. Al tempo, l’agricoltura italiana, o un’importante sua parte, godeva di una domanda favorevole da parte delle grandi potenze navali. Infatti la Padana esportava seta greggia in regime di quasi monopolio; altrettanto accadeva nel Regno duosiciliano per l’olio. Certamente il surplus non era identico, in quanto il valore dell’esportazione meridionale d’olio era solo un quarto del valore che le regioni padane incassavano dall’esportazione serica. Tuttavia il Regno aveva nell’olio una solida merce di scambio, della quale Ferdinando II si avvalse per avviare una politica navale, sia di lungo corso sia di cabotaggio; cosa che appena in un quindicennio emanciperà il paese duosiciliano dalla dipendenza verso la marineria livornese e genoana. L’esportazione di olio, come quella di grano, era ostacolata da un dazio governativo all’uscita, che si aggirava intorno al dieci per cento del valore. Le restrizioni servivano a mantenere una situazione di bassi prezzi e di basso costo della vita. Ovviamente ciò danneggiava i produttori e favoriva la povera gente, i nullatenenti di cui il paese duosiciliano era pieno; una finalità completamente opposta a quella del dazio inglese sull’introduzione di grano, volto a favorire i proprietari, ma dannoso ai proletari e agli stessi capitalisti, tenuti a pagare salari più alti. Questa politica dei prezzi bassi, favorevole alle masse popolari, non solo a quelle che vivevano di un salario ma anche ai coloni e i mezzadri, che sborsavano un canone di affitto, viene in risalto se messa a confronto con la politica liberista adottata in Italia tra il 1860 e il 1887 dagli epigoni di Cavour. Sotto l’egida del protezionismo doganale Ferdinando avvia le prime ferrovie in Italia, avvia il primo stabilimento meccanico, costruisce le prima nevi in ferro, le prime navi a propulsione meccanica, esporta vaporiere in Piemonte e altrove, fa in modo che la siderurgia, la meccanica, l’industria laniera e cotoniera abbiano un sviluppo senza paragoni in Italia, porta la flotta mercantile a livelli mondiali, favorisce l’arte, la musica, il pensiero umanistico, la medicina, le scienze naturali; tutte cose in cui Napoli e Palermo primeggiano. Le tre università meridionali hanno due volte gli iscritti dell’Italia restante (diecimila contro poco più di quattromila). Il dirigismo industriale è un costo per le Due Sicilie. Lo sa Ferdinando, come tutti. Ma non esisteva un percorso diverso. A questo riguardo è sempre il caso di ricordare che intorno al 1850 in Gran Bretagna vengono prodotti quattro milioni di tonnellate di ferro, mentre in tutt’Italia la produzione siderurgica non tocca le 300 mila tonnellate. Ora, dicendo ferro, si impiega un termine generico, una parola che non spiega molto, anche se poi basta un attimo di riflessione per definirne i sottintesi; che sono le armi, le macchine, le navi, i treni, le rotaie e, per quanto riguarda l’Italia del tempo, soprattutto l’utensileria per i lavori agricoli, per le forge e per la famiglia. L’Inghilterra non fa sconti a nessuno. E’ l’officina del mondo ed è pronta a colonizzare commercialmente qualunque paese, in primo luogo Napoli e la Sicilia, al centro del Mediterraneo. La cosa è ben chiara al governo napoletano, ma non sfugge agli altri governi. In Germania, l’economista Federich List, con articoli e saggi, già a partire dal 1820 mette in guardia non solo i suoi connazionali, ma tutti i cultori della materia e i politici circa la minaccia incombente, contro la quale, egli afferma, c’è una solo difesa, la protezione alle frontiere. Ora, è difficile capire perché le idee di List non suonino come offensive per chiunque si occupi di storia economica, mentre le aureolate teste dei nostrani storici considerano il protezionismo borbonico una delle cause della cosiddetta questione meridionale. Ludovico Bianchini, autore di una vasta storia dell’economia meridionale e il maggiore e il più lodato degli economisti duosiciliani del tempo di Ferdinando II, descrive, fra l’altro, le virtù e i difetti del regno. E’ favorevole a una moderazione dei dazi protettivi, e ricorda i danni che un eccesso di protezione arreca all’agricoltura; vede anche gli inconvenienti di un sistema creditizio accentrato su Napoli, e tuttavia la sua sobria prosa s’illumina di legittimo orgoglio di fronte ai grandi progressi nel campo industriale, cantieristico e marinaresco che si svolgono sotto i suoi occhi. L’industrializzazione dell’hinterland napoletano comportò l’assorbimento di manodopera e un alleggerimento della sovrappopolazione nelle campagne. E’ un fatto attestato dal primo censimento italiano: le ex Due Sicilie hanno il 18 per cento degli occupati nel settore manifatturiero, contro il 14 per cento dell’Italia restante, e un’occupazione femminile al doppio che nel resto d’Italia. Per Ferdinando II, l’industrializzazione fu anche un modo per tentare di sfuggire contemporaneamente all’incudine dei residui feudali, che rendevano poco produttiva l’agricoltura, e al martello del nuovo capitalismo agrario, che avrebbe ulteriormente marginalizzato i diseredati. Confrontiamo la condizione delle ex Due Sicilie con quella dell’intero stato italiano nel periodo liberista (1860-1877). All’attivo ci sono la costruzione delle ferrovie (non ancora completata a Sud di Napoli), l’armamento dell’esercito e della flotta (ma le due vergognose sconfitte di Custoza e di Lissa), lo sviluppo edilizio a Firenze, Bologna, Milano e Roma, qualche bonifica tra Romagna e Piemonte; il tutto accompagnato però da una speculazione così sfacciata da svergognare l’Italia agli occhi del mondo civile. Per il resto niente industrie, una cantieristica boccheggiante, una disoccupazione crescente, un’emigrazione epocale, al limite dello spopolamento del paese, la miseria e la fame che prima non c’erano. Questo corso politico, a dir poco balordo, comportò l’aumento del debito pubblico da 1,5 miliardi a 15 miliardi, un aumento della circolazione fiduciaria (meglio dire sfiduciata, infatti si arriverà al fallimento nel 1890) che passa da circa 300 milioni (di cui 250 a Napoli) a 10 miliardi (Banca Nazionale sabauda), un aumento della pressione fiscale dalla media preunitaria del tre per cento a una media superiore al 15 per cento. Al Sud, le remunerazioni crollarono, i patti agrari diventarono enormemente pesanti per i contadini, la fiscalità padana infierì sui nullatenenti. Si pagano imposte statali e dazi comunali sul pane, sul sale, sul vino, sull’olio, sulla carne. Si paga per pascere una capra e per allevare un maialetto. Si paga per un asino e per un mulo, per guidare un carretto. Si paga per vivere in una capannuccia di frasche. Alla data del 1914, la grande emigrazione transoceanica avrà alleggerito il Sud della metà dei maschi in età di lavoro. Non va meglio ai proprietari. Sul finire del secolo circa il 70 per cento delle terre e delle case sono pignorate dal fisco. Appena trenta anni dopo la trionfale vittoria liberista, gli stessi epigoni del liberismo cavourriano sono costretti ad adottare una forte politica protezionistica, al fine di avviare (anche loro, finalmente) una politica industrialista; la stessa che permise l’affermazione dell’Ansaldo, della Breda, della Fiat, dell’Edison, della Montecatini; come dire l’intero sistema industriale padano, giustamente indicato da alcuni meridionalisti come “l’industria parassitaria”. Questa inversione di rotta non solo non servi al Sud, della cui industria era stata fatta tabula rasa nei mesi successivi alla conquista, ma mandò a gambe levate anche l’agricoltura in forte ripresa. Era infatti accaduto che nel trentennio, sotto l’egida della libertà di commercio, le esportazioni meridionali crebbero vertiginosamente. Il Sud realizzò una vera e propria rivoluzione agraria. Le esportazioni d’olio aumentarono sensibilmente, ma un nuovo e imprevisto apportò arrivò dal vino e dagli agrumi. Le entrate internazionali derivanti dall’esportazione di seta greggia e quelle derivanti dall’esportazione di prodotti meridionali pareggiarono. Se mettiamo anche lo zolfo in conto, le superarono nettamente. “Le esportazioni meridionali salvarono l’Italia”, si disse. Tuttavia il Sud non ricavò niente per sé. La verità va detta e ridetta! Il protezionismo industriale borbonico fu una politica di grande respiro e fortemente anticipatrice. Passeranno trenta anni prima che gli USA, la Germania, il Giappone si mettano su quella strada. L’Italia dovrà aspettare del tutto il mussoliniano IRI. Il quale IRI, poi, potrà svolgere pienamente la sua funzione propulsiva soltanto dopo la guerra, allorché dette l’abbrivio al miracolo economico italiano. Il fatto che i governi italiani abbiano consapevolmente guidato il Sud verso l’improduzione e la disoccupazione strutturale costituisce sicuramente responsabilità storica e politica che appartiene ad essi. Ed è propriamente una grande buffonata il cercare di cambiare le carte in tavola, per menomare la memoria di un grande re e di un grande statista, di un italiano che il Sud, se avesse consapevolezza del suo passato, rimpiangerebbe con grande amarezza. di NICOLA ZITARA

L’INIZIO del COLONIALISMO INTERNO: IL Risorgimento (loro)!

Il processo di Unità di Italia ha visto come protagonisti una sfilza di uomini più o meno celebri, i cosiddetti padri del Risorgimento. Dal nord al sud Italia ogni piazza o via principale si fregia di nomi illustri: Garibaldi, Mazzini, Cavour, Vittorio Emanuele etc.

Il popolo viene indottrinato fin dalla più tenera età a considerare costoro come dei veri eroi, gli artisti li raffigurano esaltando il loro valore in maniera da rafforzare il mito che li circonda. Innumerevoli sono infatti le opere che ritraggono l’eroe dei due Mondi a cavallo, in piedi, che impugna la spada, che indossa la camicia rossa, altre volte si regge su di un paio di stampelle come un martire. Tuttavia un ritratto che di certo non vedremo mai vorrebbe il Gran Maestro della massoneria, Giuseppe Garibaldi, privo dei lobi delle orecchie poiché al nostro falso eroe furono mozzate le orecchie, in Sud America, dove l’intrepido fu punito per furto di bestiame, si vocifera che fosse un ladro di cavalli. Naturalmente nessuna fonte ufficiale racconta questa vicenda. È dunque lecito chiedersi quante altre accuse infanghino le gesta degli eroi risorgimentali? Quante altre macchie vennero lavate a colpi d’inchiostro da una storiografia corrotta e pilotata? Ma soprattutto quale fu il ruolo dei banchieri Rothschild nel processo di Unità d’Italia? La storia ufficiale racconta che i Mille guidati da Giuseppe Garibaldi, benché disorganizzati e privi di alcuna esperienza in campo militare, avrebbero prevalso su un esercito di settantamila soldati ben addestrati e ben equipaggiati quale era l’esercito borbonico. In realtà l’impresa di Garibaldi riuscì grazie ai finanziamenti dei Rothschild, con i loro soldi i Savoia corruppero gli alti ufficiali dell’esercito borbonico che alla vista dei Mille batterono in ritirata, consentendo così la disfatta sul campo. Dunque non ci fu mai una vera battaglia, neppure la storiografia ufficiale ha potuto insabbiare le prove del fatto che molti ufficiali dell’esercito borbonico furono condannati per alto tradimento alla corona. Il sud fu presto invaso e depredato di ogni ricchezza, l’oro dei Borbone scomparve per sempre. Stupri, esecuzioni di massa, crimini di guerra e violenze di ogni genere erano all’ordine del giorno. L’unica alternativa alla morte fu l’emigrazione. Il popolo cominciò a lasciare le campagne per trovare altrove una via di fuga. Ben presto il malcontento generale fomentò la ribellione dei sopravvissuti, si trattava di poveri contadini e gente di fatica che la propaganda savoiarda bollò con il dispregiativo di “briganti”, così da giustificarne la brutale soppressione.

Da allora, malversazioni, truffe, plebisciti truccati, donnine di non specchiata virtù usate come agenti d’influenza, voltafaccia, menzogne, attentati, ruberie, delitti eccellenti, morti sospette e insabbiamenti. Per non dire delle stragi e della guerra di religione, nonché il decollo della mafia e della camorra usate come quinta colonna quando non come vera e propria polizia da parte dei conquistatori..

La Banca Nazionale degli Stati Sardi era sotto il controllo di Camillo Benso conte di Cavour, grazie alle cui pressioni divenne una autentica Tesoreria di Stato. Difatti era l’unica banca ad emettere una moneta fatta di semplice carta straccia. Inizialmente la riserva aurea ammontava ad appena 20 milioni ma questa somma ben presto sfumò perché reinvestita nella politica guerrafondaia dei Savoia. Il Banco delle Due Sicilie, sotto il controllo dei Borbone, possedeva invece un capitale enormemente più alto e costituito di solo oro e argento, una riserva tale da poter emettere moneta per 1.200 milioni ed assumere così il controllo dei mercati.

Cavour e gli stessi Savoia avevano ormai messo in ginocchio l’economia piemontese, si erano indebitati verso i Rothschild per svariati milioni e divennero in breve due burattini nelle loro mani. Fu così che i Savoia presero di mira il bottino dei Borbone. La rinascita economica piemontese avvenne mediante un operazione militare espansionistica a cui fu dato il nome in codice di Unità d’Italia, un classico esempio di colonialismo sotto mentite spoglie. L’intero progetto fu diretto dalla massoneria britannica, vero collante del Risorgimento. Non a caso i suddetti eroi furono tutti rigorosamente massoni.

Innumerevoli sono infatti le opere d’arte che ritraggono l’eroe dei due Mondi a cavallo, in piedi che impugna alta la sua spada, che indossa la camicia rossa, altre volte si regge su di un paio di stampelle come un martire. Ma un ritratto che non vediamo è mai il Gran Maestro massone, Giuseppe Garibaldi, privo dei lobi delle orecchie. E dire che nessuna raffigurazione potrebbe essere più realistica poiché al nostro falso eroe furono davvero mozzate le orecchie, la mutilazione avvenne esattamente in Sud America, dove l’intrepido Garibaldi fu punito per furto di bestiame, si vocifera che fosse un ladro di cavalli. Naturalmente nessuna fonte ufficiale racconta questa vicenda.
È dunque lecito chiedersi quante altre accuse infanghino le gesta degli eroi risorgimentali? Quante altre macchie vennero lavate a colpi d’inchiostro da una storiografia corrotta e pilotata?
Ma soprattutto quale fu il ruolo dei banchieri Rothschild nel processo di Unità d’Italia?
La Banca Nazionale degli Stati Sardi era sotto il controllo di Camillo Benso conte di Cavour, grazie alle cui pressioni divenne una autentica Tesoreria di Stato. Difatti era l’unica banca ad emettere una moneta fatta di semplice carta straccia. Inizialmente la riserva aurea ammontava ad appena 20 milioni ma questa somma ben presto sfumò perché reinvestita nella politica guerrafondaia dei Savoia. Il Banco delle Due Sicilie, sotto il controllo dei Borbone, possedeva invece un capitale enormemente più alto e costituito di solo oro e argento, una riserva tale da poter emettere moneta per 1.200 milioni ed assumere così il controllo dei mercati.
Cavour e gli stessi Savoia avevano ormai messo in ginocchio l’economia piemontese, si erano indebitati verso i Rothschild per svariati milioni e divennero in breve due burattini nelle loro mani. Fu così che i Savoia presero di mira il bottino dei Borbone. La rinascita economica piemontese avvenne mediante un’operazione militare espansionistica a cui fu dato il nome in codice di Unità d’Italia, un classico esempio di colonialismo sotto mentite spoglie. L’intero progetto fu diretto dalla massoneria britannica, vero collante del Risorgimento. Non a caso i suddetti eroi furono tutti rigorosamente massoni.
Il sud fu presto invaso e depredato di ogni ricchezza, l’oro dei Borbone scomparve per sempre. Stupri, esecuzioni di massa, crimini di guerra e violenze di ogni genere erano all’ordine del giorno. L’unica alternativa alla morte fu l’emigrazione. Il popolo cominciò a lasciare le campagne per trovare altrove una via di fuga. Ben presto il malcontento generale fomentò la ribellione dei sopravvissuti, si trattava di poveri contadini e gente di fatica che la propaganda savoiarda bollò con il dispregiativo di “briganti”, così da giustificarne la brutale soppressione.
Da allora, malversazioni, truffe, plebisciti truccati, donnine di non specchiata virtù usate come agenti d’influenza, voltafaccia, menzogne, attentati, ruberie, delitti eccellenti, morti sospette e insabbiamenti. Per non dire delle stragi e della guerra di religione, nonché il decollo della mafia e della camorra usate come quinta colonna quando non come vera e propria polizia da parte dei conquistatori.
A 162 anni di distanza si parla ancora di questione meridionale. Anche i più distratti scoveranno diverse analogie con quella che oggi viene invece definita questione palestinese. Stesse tecniche di disinformazione, stesse mire espansionistiche e soprattutto stesse famiglie di banchieri.

IL FALSO RISORGIMENTO

Il processo chiamato “unità d’Italia” ha visto come protagonisti una sfilza di uomini più o meno celebri, i cosiddetti padri del Risorgimento. Dal nord al sud Italia ogni piazza o via principale si fregia di nomi come: Garibaldi, Mazzini, Cavour, Vittorio Emanuele etc.

Il popolo viene indottrinato fin dalla più tenera età a considerare costoro dei veri eroi, gli artisti li raffigurano esaltando il loro valore in maniera da rafforzare il mito che li circonda. Innumerevoli sono infatti le opere d’arte che ritraggono l’eroe dei due Mondi a cavallo, in piedi che impugna alta la sua spada, che indossa la camicia rossa, altre volte si regge su di un paio di stampelle come un martire. Ma un ritratto che non vediamo è mai il Gran Maestro massone, Giuseppe Garibaldi, privo dei lobi delle orecchie. E dire che nessuna raffigurazione potrebbe essere più realistica poiché al nostro falso eroe furono davvero mozzate le orecchie, la mutilazione avvenne esattamente in Sud America, dove l’intrepido Garibaldi fu punito per furto di bestiame, si vocifera che fosse un ladro di cavalli. Naturalmente nessuna fonte ufficiale racconta questa vicenda.

È dunque lecito chiedersi quante altre accuse infanghino le gesta degli eroi risorgimentali? Quante altre macchie vennero lavate a colpi d’inchiostro da una storiografia corrotta e pilotata? Ma soprattutto quale fu il ruolo dei banchieri Rothschild nel processo di Unità d’Italia?

La Banca Nazionale degli Stati Sardi era sotto il controllo di Camillo Benso conte di Cavour, grazie alle cui pressioni divenne una autentica Tesoreria di Stato. Difatti era l’unica banca ad emettere una moneta fatta di semplice carta straccia. Inizialmente la riserva aurea ammontava ad appena 20 milioni ma questa somma ben presto sfumò perché reinvestita nella politica guerrafondaia dei Savoia. Il Banco delle Due Sicilie, sotto il controllo dei Borbone, possedeva invece un capitale enormemente più alto e costituito di solo oro e argento, una riserva tale da poter emettere moneta per 1.200 milioni ed assumere così il controllo dei mercati.

Cavour e gli stessi Savoia avevano ormai messo in ginocchio l’economia piemontese, si erano indebitati verso i Rothschild per svariati milioni e divennero in breve due burattini nelle loro mani. Fu così che i Savoia presero di mira il bottino dei Borbone. La rinascita economica piemontese avvenne mediante un’operazione militare espansionistica a cui fu dato il nome in codice di Unità d’Italia, un classico esempio di colonialismo sotto mentite spoglie. L’intero progetto fu diretto dalla massoneria britannica, vero collante del Risorgimento. Non a caso i suddetti eroi furono tutti rigorosamente massoni.

La storia ufficiale racconta che i Mille guidati da Giuseppe Garibaldi, benché disorganizzati e privi di alcuna esperienza in campo militare, prevalsero su un esercito di settanta mila soldati ben addestrati e ben equipaggiati. In realtà l’impresa di Garibaldi riuscì solo grazie ai finanziamenti dei Rothschild, con i loro soldi i Savoia corruppero gli alti ufficiali dell’esercito borbonico che alla vista dei Mille batterono in ritirata, consentendo così la disfatta sul campo. Dunque non ci fu mai una vera battaglia, neppure la storiografia ufficiale ha potuto insabbiare le prove del fatto che molti ufficiali dell’esercito borbonico furono condannati per alto tradimento alla corona. Il sud fu presto invaso e depredato di ogni ricchezza, l’oro dei Borbone scomparve per sempre. Stupri, esecuzioni di massa, crimini di guerra e violenze di ogni genere erano all’ordine del giorno. L’unica alternativa alla morte fu l’emigrazione. Il popolo cominciò a lasciare le campagne per trovare altrove una via di fuga. Ben presto il malcontento generale fomentò la ribellione dei sopravvissuti, si trattava di poveri contadini e gente di fatica che la propaganda savoiarda bollò con il dispregiativo di “briganti”, così da giustificarne la brutale soppressione.

Da allora, malversazioni, truffe, plebisciti truccati, donnine di non specchiata virtù usate come agenti d’influenza, voltafaccia, menzogne, attentati, ruberie, delitti eccellenti, morti sospette e insabbiamenti. Per non dire delle stragi e della guerra di religione, nonché il decollo della mafia e della camorra usate come quinta colonna quando non come vera e propria polizia da parte dei conquistatori.

A 162 anni di distanza si parla ancora di questione meridionale. Anche i più distratti scoveranno diverse analogie con quella che oggi viene invece definita questione palestinese. Stesse tecniche di disinformazione, stesse mire espansionistiche e soprattutto stesse famiglie di banchieri.

Solo che un tempo gli oppressi erano chiamati briganti… oggi invece sono i cattivi terroristi.

Ma negli anni ’70 inizia la svolta, escono una serie di saggi, di giovani intellettuali e storici meridionali (Nicola Zitara, Edmondo Maria Capecelatro, Antonio Carlo e altri).

Nei loro saggi attraverso una puntuale e rigorosa analisi socio-economica del Meridione preunitario, sostengono e dimostrano con dati e numeri inoppugnabili, (per esempio sull’industria agro-alimentare ma anche siderurgica nel Napoletano, ma non solo) che al momento dell’Unità il divario Nord-Sud non esistesse (o comunque non fosse determinante) sicché a determinare il sottosviluppo del Sud sia stata l’azione politica dello Stato unitario. In altre parole sostengono che la dialettica sviluppo-sottosviluppo si sia instaurata nell’ambito di uno spazio economico unitario – quindi a unità d’Italia compiuta – dominato dalle leggi del capitale.

Tale tesi, si ricollega fra l’altro a una serie di studi sullo sviluppo ineguale del capitalismo, in modo particolare di Paul A. Baran, di Andre Gunter-Frank e Samir Amin, che pongono in rilievo come la dialettica sviluppo-sottosviluppo non si instauri fra due realtà estranee o anche genericamente collegate, ma presuma uno spazio economico unitario in cui lo sviluppo è il rovescio del sottosviluppo che gli è funzionale: in altri termini lo sviluppo di una parte è tutto giocato sul sottosviluppo dell’altra e viceversa e dunque il sottosviluppo del Sud è il risultato dello sviluppo capitalistico e non della sua assenza.

Zitara, Capecelatro e Antonio Carlo furono accusati e tacciati di “nostalgie borboniche”. Perché? Per le differenti analisi parzialmente anche rispetto a Gramsci sulla Questione Meridionale? No! Perché avevano osato dissacrare quanto tutti avevano divinizzato: il movimento e il processo, considerato progressivo e progressista, del Risorgimento. Avevano osato mettere in dubbio e contestare le magnifiche sorti e progressive dello Stato unitario, sempre celebrato da chi a destra, a sinistra e a centro aveva sempre ritenuto che tutto si poteva criticare in Italia ma non l’Italia Unita e i suoi eroi risorgimentali….

Come spiegare diversamente l’atteggiamento nei confronti di Garibaldi? Durante il ventennio fu santificato ed eletto “naturalmente” come padre putativo di Mussolini e del regime e dunque fu “fascista”. Dopo il fascismo, prima nel ’48, alle elezioni politiche, la sua icona fu scelta come simbolo elettorale del Fronte popolare e dunque divenne socialcomunista. Negli anni 80 fu osannato da Spadolini e dunque divenne repubblicano, “come il generale vittorioso, l‘eroico comandante, l’ammiraglio delle flotte corsare e l’interprete di un movimento di liberazione e di redenzione per i popoli oppressi”. Fu poi celebrato da Craxi, e divenne socialista, “come il difensore della libertà e dell’emancipazione sociale che univa l’amore per la nazione con l’internazionalismo in difesa di tutti i popoli e di tutte le nazioni offese”. Infine fu persino rivendicato da Piccoli che lo fece dunque diventare democristiano. Ecco, è proprio questo unanimismo, questa unione sacra – destra, sinistra centro, tutti d’accordo – intorno al Risorgimento e ai suoi personaggi simbolo, che non convince. E’ questa intercambiabilità ideologica dei suoi “eroi” che li rende sospetti. Ecco perché occorre iniziare a sottoporre a critica rigorosa e puntuale tutta la pubblicistica tradizionale, ad iniziare dunque dai testi di storia, liquidando una buona volta la retorica celebrativa del Risorgimento. Per ristabilire, con un minimo di decenza un po’ di verità storica occorrerebbe infatti, messa da parte l’agiografia e l’oleografia patriottarda italiota, andare a spulciare fatti ed episodi che hanno contrassegnato, corposamente e non episodicamente, il Risorgimento e Garibaldi: Bronte e Francavilla per esempio. Che. non sono episodi né atipici né unici, né lacerazioni fuggevoli di un processo più avanzato. A Bronte come a Francavilla vi fu un massacro, fu condotta una dura e spietata repressione nei confronti di contadini e artigiani, rei di aver creduto agli Editti Garibaldini del 17 Maggio e del 2 Giugno 1860 che avevano decretato la restituzione delle terre demaniali usurpate dai baroni, a chi avesse combattuto per l’Unità d’Italia. Così le carceri Borboniche, appena svuotate, si riempirono in breve e assai più di prima. La grande speranza meridionale ottocentesca, quella di avere da parte dei contadini una porzione di terra, fu soffocata nel sangue e nella galera. Così la loro atavica, antica e spaventosa miseria continuò. Anzi: aumentò a dismisura. I mille andarono nel Sud semplicemente per “traslocare” manu militari, il popolo meridionale, dai Borboni ai Piemontesi. Altro che liberazione!

Così l’Unità d’Italia si risolse nella “piemontesizzazione” grazie all’esercito in combutta con gli interessi degli industriali del Nord e degli agrari del Sud, il blocco storico gramsciano, contro gli interessi del Meridione e delle Isole e a favore del Nord; contro gli interessi del popolo, segnatamente del popolo-contadino del Sud; contro i paesi e a vantaggio delle città, contro l’agricoltura e a favore dell’industria.

Al Sud, tutti erano briganti, banditi, criminali comuni, mentre gli altri che venivano dal Nord erano i liberatori.“Due mondi erano in conflitto tra loro. Perchè l’uno venisse a patti con l’altro occorreva che il vincitore riconoscesse le differenze e cercasse di cancellarle realizzando una maggiore giustizia sociale. Invece scrive Guerri, “si preferì l’azione repressiva, determinata a stroncare, soffocare, estirpare. Una logica che alimentò se stessa: la violenza ne generò altra, sempre più crudele”.
I meridionali dagli ufficiali e soldati italiani furono percepiti come una razza inferiore, ma nello stesso tempo, Guerri considera questi soldati che andarono a combattere una sporca guerra, furono forse i meno colpevoli, “furono l’ultimo anello di una catena di errori e orrori[…] furono vittime, come i loro nemici, di una carneficina che poteva essere evitata”. Le colpe maggiori sono di chi dirigeva il Regno sabaudo, con la legge Pica del 1863, il governo di Torino, “in pieno accordo con il Parlamento, impose lo stato d’assedio annullò le garanzie costituzionali, trasferì il potere ai tribunali militari, adotta la norma della fucilazione e dei lavori forzati, organizzò squadre di volontari che agivano senza controllo, chiuse gli occhi su arbitrii, abusi, crimini, massacri”. Per i Savoia,“i briganti erano l’emblema di quel figliastro malato e depresso, geneticamente tarato”.
E’ necessaria una “profonda opera di revisione storiografica”, specialmente sul brigantaggio. “Come ogni guerra civile, anche quella tra piemontesi e briganti è stata raccontata dal vincitore. Che però, a differenza del solito, non ha potuto vantarsene: si preferì nascondere o addirittura distruggere i documenti, perchè non fossero accessibili neppure agli storici”. Il brigantaggio postunitario, per la nostra storia fu “quasi un incubo da rimuovere o censurare, una pagina vuota, una tragedia senza narrazione. I briganti scontano, oltre alla sconfitta, anche il destino della dannatio memoria. A loro, non spetta l’onore delle armi”. Per i padri della patria rappresenta una specie di zona d’ombra, “una guerra in-civile come quella andava dimenticata, rimossa o almeno ridimensionata alla stregua di una semplice, per quanto sanguinaria, operazione di polizia”.
Ironicamente Guerri scrive che per i vincitori, “le pagine luminose, da consegnare agli archivi della memoria, sono altre: con tricolori sventolanti, imprese da trasmettere alle future generazioni nei manuali di scuola[…]”. Tuttavia lo storico senese auspicava che per le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità nazionale, si rinunciasse al “conformismo retorico e patriottardo”, a quelle “tentazioni oleografiche”, non tanto per “denigrare il Risorgimento, bensì di metterlo in una luce obiettiva, per recuperarlo – vero e intero – nella coscienza degli italiani di oggi e di domani[…]”. 
Mentre cronisti e storici locali contano oltre 100.000 caduti fra i meridionali. “Cifre a parte, il dato oggettivo non cambia: fu combattuta una guerra civile, con rappresaglie, saccheggi e fucilazioni sommarie. E’ il lato terribile di ogni contrapposizione fratricida”, “quella conquista comportò episodi da sterminio di massa”. 

A Ricordo di Francesco Tassone.

Nato nel 1926 in un paese contadino delle montagna calabrese (Spadola), è uno dei fondatori del Movimento Meridionale, nato dalla individuazione della condizione meridionale, all’interno dello Stato unitario italiano, come quella di una colonia interna (con una riflessione stretta e congiunta con Nicola Zitara L’unità d’Italia, nascita di una colonia, Jaca Book, 1972), e dalle forti spinte autonomiste che provenivano in particolare dal sardismo e dai processi di liberazione in atto nel ”Terzo Mondo”. Da allora ha lavorato per dare al processo strutture organizzate (la rivista che prende il nome di Quaderni del Sud- Quaderni calabresi, la casa editrice Qualecultura, e più ancora le “cooperative della ricostruzione diretta ed autogestita” in territori colpiti da grandi calamità naturali, (quale l’alluvione del 1973 in Calabria ed il terremoto del 1980 in Irpinia e Basilicata); strutture considerate idealmente e praticamente, terre libere dalla colonizzazione.

Non mi risulta che qualcuno abbia mai pensato di scrivere la storia del Meridione dopo il 1860; di narrare a quale vicende esso si è trovato esposto in tale periodo, all’interno della struttura politica dello Stato Italiano, allora costituito, non certo con il suo concorso; a quali trasformazioni è andato soggetto, quali sono le sue condizioni attuali, quali prospettive si aprono ai suoi tempi a venire. È come se per il Meridione il 1860 segni la fine della storia; per il Meridione e per gli uomini che in esso vivono, non più meridionali, ma italiani, totalmente ed irrevocabilmente assorbiti in tale qualificazione pur continuando ad abitare un territorio che ha nome Meridione e per una non piccola parte di essi , che continuano ad abitare terre come la Sicilia e la Sardegna, che hanno attraversato i millenni con le loro ben definite fisionomie. Quello che segue è un rapido sommario, una piccola bozza dei punti principali di un profilo storico sotto l’aspetto unificante della invasione del territorio e della coscienza stessa dell’appartenenza ad una comunità. Poiché si tratta di un periodo di tempo notevole, e su cui ha funzionato una pressocchè totale censura, all’esterno ed anche all’interno, può essere utile tentare di dare un primo schema della vicenda, che consenta una visione di insieme e che valga come spunto di riflessione, senza altre pretese.

1. 1860. Il regno delle Due Sicilie viene invaso ed abbattuto militarmente dalla combinazione tra la spedizione dei Mille e l’intervento dell’esercito piemontese. Con esso viene abbattuto lo Stato meridionale, cioè la struttura politica attraverso cui il Meridione esercitava la sovranità sul proprio territorio. 2.1861/1867-68-69…..quasi in prosecuzione con la sconfitta militare, il Meridione subisce una seconda sconfitta attraverso la repressione della rivolta popolare, che va sotto il nome di brigantaggio o guerra del brigantaggio.

3. Inizia così la storia del Meridione all’interno dello Stato unitario italiano, tuttora in atto. E proprio perché ancora in atto, gli avvenimenti che danno ad essa inizio ed impulso non restano circoscritti agli anni del loro compimento, ma propagano la loro forza attraversando gli anni successivi fino a noi, come un bigbang.

4. Quegli avvenimenti, restano per lungo tempo inibiti alla coscienza collettiva dei meridionali. Dei fatti di Bronte, dell’eccidio consumato da Bixio con un processo fasullo, ve ne sarà una prima memoria, di carattere letterario solo dopo quarant’anni; lo farà Verga nel 1900, con la novella “Libertà”, come annota Sciascia ne “La corda pazza”; ed occorrerà ancora circa un settantennio prima che qualcuno porti quella vicenda su uno schermo cinematografico.

5. Quegli avvenimenti restano per lungo tempo inibiti ed autoinibiti alla coscienza dei meridionali. Essi, i meridionali, dopo quelle due sconfitte, entrano nel Regno diventando italiani e, insieme, dimenticando di essere meridionali; anzi la meridionalità diventa una qualificazione non solo priva di contenuto, ma evocativa di arretratezza e di borbonismo, motivo di disistima e di autodisistima.

6. Da quel momento non vi è più posto per la storia del Meridione, ma solo per la storia d’Italia. Le vicende del Meridione all’interno dello Stato italiano (del Regno sabaudo prima e della repubblica italiana dopo) non trovano più narratori e non sono più materia di rielaborazione storica. Esse al più divengono una “questione “ non dei meridionali, ma dello Stato italiano o, come altrimenti si dice, nazionale (una esemplare narrazione dei percorsi tortuosi che la sottostante cultura meridionale è costretta a seguire nel campo degli studi folklorici è narrata da Lombardi Satriani e da Mariano Meligrana nell’introduzione al volume Diritto egemone e diritto popolare- Qualecultura, Vibo Valentia, 1975- introduzione che porta il significativo titolo di “ Storia diun’assenza”.

7. Solo da pochi anni si vanno formulando ed infittendo studi e pubblicazioni che, diradando il silenzio e fugando la denigrazione e la demonizzazione da cui erano stati circondati dall’agiografia del nuovo Stato, si soffermano su quegli avvenimenti, avvertendone la loro centralità (tra i tanti testi “ L’invenzione dell’Italia Unita”, di Roberto Martucci, professore ordinario di Storia delle Istituzioni politiche presso la facoltà di scienze politiche dell’Università di Macerata, pubblicato da Sansoni nel 1999 e la “Controstoria dell’unità d’Italia” di Gigi Di Fiore, pubblicato da Rizzoli); con un lungo intervallo rispetto allo scritto di Nicola zitara del lontano 1972, con cui l’invasione, denominata unità, veniva letta nella sua reale portata di sottomissione e sfruttamento coloniale di altri popoli e territori.

8. Numerosi altri studi si soffermano sugli effetti di quegli avvenimenti sulle strutture economiche e sulle strutture sociali dei territori occupati, che vanno incontro a inarrestabili processi di disgregazione e di deforme adattamento al regime di dipendenza con quegli avvenimenti instaurati (dal saggio di Nicola Zitara del lontano 1971 “L’unità d’Italia, nascita di una colonia”, pubblicato da Jaca Book, al ponderoso volume di Aldo Servidio, ”L’imbroglio nazionale” Guida 2001, a “ La provincia subordinata” di Luigi De Rosa, pubblicato da Laterza nel 2004, dedicato all’ininterrotta successione dei modelli economici imposti al Meridione per esigenze non sue a partire dall’unità) . Tra gli effetti sulle strutture sociali ricordo, tra le pubblicazioni ricadenti nella mia personale esperienza, il numero 42-43 della rivista Quaderni del Sud- Quaderni calabresi, dedicato a “ Mafia, Stato, sottosviluppo”, del 1977 (poi pubblicato in volume dalla Jaca Book con il titolo “ Le ragioni della mafia” ,1983), frutto di un intenso lavoro sul legame che intercorre ta i processi mafiosi e le strettoie che una società compressa, come quella meridionale, oppone al bisogno di crescita delle popolazioni ed in particolare alle loro vocazioni produttive. 9. Decisivi nell’economia di questo intervento sono gli effetti culturali e politici di quelle vicende. Essi si traducono nella subordinazione a sé, da parte del nuovo regime, della classe politica meridionale; nell’imposizione di un modello culturale unico, definito nazionale ed assunto come unico metro di giudizio; nella subordinazione a tale modello degli intellettuali ed in genere della classe dirigente, rimasti meridionali solo di suolo e di anagrafe; nella cancellazione dell’identità meridionale e dell’idea stessa di una sua sussistenza e di una sua legittimità. E con essa nella cancellazione del principio vitale delle appartenenze plurime, nel caso concreto della possibilità di una doppia appartenenza, meridionale ed italiana.

10. Molti sono gli strumenti di questa assai più penetrante occupazione, tra cui, oltre all’insediamento sul territorio delle strutture politiche, militari ed amministrative di uno Stato così connotato, ivi compresa la scuola, va ricordato il ruolo del “partito nazionale”, portatore, nella normalità dei casi, dell’ideologia dello “Stato unitario e nazionale” su cui è modellato.

11. Si tratta della terza e definitiva offensiva e sconfitta, quella destinata a sbaragliare definitivamente le possibili residue resistenze meridionali, privandole del retroterra costituito da un territorio inteso come identità e storia.

12. E’ in questo quadro che si può pensare di abbozzare la storia del Meridione all’interno dello Stato italiano , quale si è configurata dal 1860 ad oggi. E in essa la nostra storia, personale e comunitaria, tenendo conto del fatto che persona e comunità sono legate da un rapporto costitutivo, inscindibile ed interattivo.

13. Tale storia si può dividere in due periodi, il primo, dopo le vicende dell’annessione politico-militare, è quello della riduzione del Meridione a “grande riserva contadina”, ad una “grande stagnazione sociale”, in cui si disgregano e si corrompono le sue strutture economiche e sociali.

14. Esso dura quanto dura l’Italia protetta dalle barriere doganali, autarchica, provinciale ed imperiale insieme. Con le aperture che seguono alla fine della seconda guerra mondiale, la “grande riserva” si dissolve ed i suoi uomini, portatori di una cultura di cui si fa voce Carlo Levi, si disperdono per il mondo, in un esodo disordinato che non lascia alle spalle un ordine sociale a cui fare riferimento. È la fine di un mondo, di cui parla Franco Costabile ne “La rosa nel bicchiere” e ne “Il canto dei nuovi emigranti”, due testi fondamentali per la lettura di questo incrocio tra i due periodi, pubblicati da Qualecultura (Vibo Valentia) ed oggetto di un bel documentario di due giovani registi calabresi , Felice D’Agostino e Arturo Lavorato, su progetto di Franco Adornato, vincitore del Torino Film Festival, nell’edizione del 2006. 15. Ha inizio così il secondo periodo, quello a noi più prossimo, ma sufficientemente lontano per tentarne una qualche lettura, contrassegnato dall’esodo della parte viva dei suoi abitanti e dall’occupazione dello spazio vuoto come terreno di speculazioni e di cattedrali nel deserto, su cui si insedia un diffuso sistema di poteri separati, di carattere feudale e di stampo politico-mafioso.

16. Oggi il Meridione è estremamente debole perché debole è la sua presenza nei nostri cuori. Perché noi e le nostre menti siamo deboli e confusi 17. Tuttavia da qualche tempo il Meridione torna ad essere soggetto di storia e si incomincia a scrivere anche delle sue vicende all’interno dello Stato Italiano sorto nel 1860. Si incomincia a parlarne sentendo, inoltre, che si tratta delle nostre storie personali, che non possono essere staccate dalla nostra storia come comunità senza renderle sterili, senza privarle del linguaggio necessario al esprimerle, che è personale e comunitario insieme. Incominciamo ad intravedere lo stato di alienazione, personale e collettiva in cui siamo stati immersi fino ad ora ed a percorrere la via maestra della ricostruzione della nostra identità, curandone l’espressione in tutti i terreni che la vita ci offre. 18. Peraltro vi è una larga parte di meridionali che vive fuori dal sistema feudale di potere, anche se tenuta ai margini, ricattata, anche se impotente nella sua frantumazione ed isolamento: ma certamente non estranea alle fondamentali vocazioni dell’uomo, della libertà e della unità con gli altri uomini e le altre creature.

19. Vi sono soprattutto orizzonti nuovi, che rivalutano e postulano i legami con i territori; che considerano vitali le appartenenze plurime, come date dalla storia (si pensi alla nostra appartenenza al Mediterraneo, all’Europa, a quella pur così travagliata con lo Stato italiano o meglio, con i territori ed i popoli in esso inglobati); che pongono a fondamento di un nuovo ordine le due appartenenze prime, in rapporto dialettico tra di loro, l’appartenenza al proprio territorio e l’appartenenza alla famiglia umana (e meglio a questo complesso vivente che è il nostro pianeta Terra).

20. E’ nell’ambito di questi nuovi orizzonti, che il Meridione può emergere dalla sua alienazione e dalle sue sofferenze, partendo dall’affermazione a se stesso della sua identità e delle responsabilità che ne sono indissolubilmente connesse.

21. In altri termini, se le ripetute ondate delle successive invasioni hanno smantellato (e corrotto) le nostre strutture materiali, le nostre strutture sociali e la struttura della nostra soggettività, oggi è solo partendo dalla ricostruzione di essa che può essere seguito il percorso inverso, e che è anche un percorso nuovo. E questo è un potere che è in ognuno di noi e del quale nessuno può definitivamente deprivarci.

Il breve profilo tracciato sopra è frutto del lavoro che il Movimento Meridionale conduce all’interno del Meridione contro una “unità”, che di fatto è una “conquista” e una invasione tuttora in atto. Si è trattato di una espansione di tipo imperialista, secondo la spinta che animava ed anima gli “stati nazionali” e le loro coalizioni, di cui sono vittime principali i contadini e tutti gli altri lavoratori ed operatori, la cui vita ed il cui lavoro sono legati al territorio di cui sono titolari. Tra i beni comuni essenziali vanno considerati come primari il territorio, l’identità, le comunità, la cittadinanza, beni materiali e morali che rendono gli uomini persone e popolo e restituiscono ad essi intera la loro forza. Si tratta di beni vitali in particolare per i contadini e per tutti gli altri lavoratori, nelle svariate forme in cui si estrinseca l’attività dell’uomo, a partire dalle molteplici forme di lavoro autonomo; sicchè la prima e fondamentale forma di espropriazione e di connesso sfruttamento è, secondo noi, quello dello sradicamento dal territorio e dalle comunità comunità da loro edificate, in cui è radicata la loro vita, una forma di sfruttamento tutta interna allo sfruttamento del modo di produzione capitalista. Per questo il Movimento prese nome al suo inizio di “Movimento dei contadini del Mezzogiorno delle Isole”, in cui l’accentuazione sui contadini e la menzione delle Isole, sono dovute alla presenza in uno dei gruppi autonomisti sardi “Città-campagna”, che vedeva tra gli animatori le grandi tempra di Eliseo Spiga e di Antonello Satta. In questo ordine di idee, – che si è andato formando nel lavoro di “decolonizzazione” e di aggregazione intorno a quei beni comuni- il profilo sopra tracciato indica quello che ci sembra il punto cardine perseguito dalla conquista e cioè l’occupazione delle menti ed il loro disorientamento mediante lo sradicamento del loro legame con il proprio territorio, con la propria storia, con il sentimento del loro futuro, in definitiva con la loro identità storica, a cui si deve contrapporre un percorso di liberazione dal vecchio e nuovo colonialismo nelle sue diverse forme , come movimento interno al più generale processo di liberazione dallo sfruttamento della società del capitale.

Francesco Tassone

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L’annessione del 1860 fu l’atto necessario per dare avvio all’accumulazione funzionale allo sviluppo dei territori dell’area padana. A questo processo fece e fa da supporto la nostra subalterna adesione al dominio dei colonizzatori.
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Il comportamento connivente dei politici nostrani che occupano poltrone romane, è una delle più sfacciate dimostrazioni del loro tradimento. “La liberazione non è una ideologia, ma un fatto; un processo materiale di vita, che trova il suo svolgimento qui ed ora, all’interno della comunità in cui trova svolgimento la vita di ognuno di noi”.
Dovremmo raccogliere questa sua indicazione e tradurla in una fattiva non collaborazione, se vogliamo vedere la fine del sistema coloniale.

L’ECONOMIA A SENSO UNICO Il trasferimento di risorse dal Sud al Nord dopo l’Unità di Enrico Fagnano.

Dopo l’annessione cominciò un trasferimento di risorse verso il nord, che fu massiccio e riguardò tutti i settori. A questo proposito Antonio Gramsci è molto esplicito, quando nel decimo dei Quaderni dal Carcere (Einaudi, 1948-51, e poi edizione critica a cura di Valentino Gerratana, Einaudi, 1975) scrive: “Le masse popolari del nord non capivano che l’unità non era avvenuta su una base di eguaglianza, ma come egemonia del Nord sul Mezzogiorno, cioè che il Nord concretamente era una piovra che si arricchiva alle spese del Sud e che il suo incremento economico-industriale era in rapporto diretto con l’impoverimento dell’economia e dell’agricoltura meridionale.”
Le tappe fondamentali di questo processo furono la vendita dei terreni demaniali, iniziata nel 1862, la vendita dei terreni ecclesiastici, iniziata nel 1867, la legge del 1866 sul corso forzoso, la legge del 1887 sui dazi doganali e infine l’utilizzo delle rimesse degli emigrati.
I terreni demaniali, che erano esclusivamente nel sud, e i terreni della Chiesa, che erano quasi esclusivamente nel sud, fruttarono rispettivamente 300 e 620 milioni, che furono utilizzati in parte per fronteggiare l’enorme debito pubblico del nuovo Stato, ereditato dal Regno di Sardegna, e in parte per finanziare gli sventramenti di Firenze e di Roma, nel 1870 diventata finalmente la capitale d’Italia.
Enormi vantaggi, poi, furono assicurati all’economia piemontese con la legge sul corso forzoso del 1866, con la quale si stabilì che le vecchie monete d’oro e d’argento del Banco di Napoli (pari a ben 443 milioni) potevano essere cambiate nelle nuove monete italiane di carta solo dalla torinese Banca Nazionale, garantendo così alla stessa un forte incremento delle proprie riserve di metallo prezioso e quindi di liquidità.
La situazione nel sud, però, divenne realmente insostenibile dopo il 1887, quando venne approvata una legge che introduceva pesanti dazi sui prodotti industriali provenienti dall’estero. Grazie alle nuove tariffe protezionistiche le imprese italiane (del nord) non dovevano più sopportare la concorrenza straniera, ma la conseguenza fu che l’agricoltura meridionale perse la maggior parte dei sui mercati. Infatti gli Stati che importavano i prodotti delle terre del sud per ritorsione applicarono analoghi, pesanti, dazi sulle merci italiane.
Ridotti a quel punto senza più risorse, ai cittadini delle regioni danneggiate non rimase altra via che andare a cercare altrove un modo per sopravvivere. Fu solo allora che nel Meridione cominciò la vera emigrazione, quella che nell’immaginario collettivo viene vista come un esodo. Dagli ultimi anni dell’Ottocento fino al 1914, quando con lo scoppio della guerra mondiale si interruppero tutti i flussi migratori, furono più di 4 milioni i cittadini del sud che partirono (dei quali quasi 1.000.000 dalla Campania e addirittura più di 1.100.000 dalla Sicilia).
Non era ancora finita, però, perché adesso c’erano nuove risorse, alle quali si poteva attingere. Gli emigrati, infatti, inviavano in patria i loro risparmi, le famose rimesse, che in buona parte finivano nelle casse postali. Queste alimentavano la Cassa depositi e prestiti, che concedeva mutui ai comuni per la costruzione di opere pubbliche e per l’istituzione di scuole. E i comuni che potevano permettersi di indebitarsi all’epoca erano quasi esclusivamente quelli settentrionali.
Altra parte delle rimesse veniva investita, invece, nei Buoni del Tesoro, offerti dallo Stato con interessi allettanti, con i quali si finanziavano le industrie, tutte oramai comprese nel cosiddetto triangolo industriale, ovvero tra Torino, Genova e Milano. Le somme che arrivavano dall’estero erano ingenti e dai circa 200 milioni del 1900, si passò ai 300 di media tra il 1901 e il 1905 e ai quasi 500 di media per il quinquennio successivo, per arrivare addirittura ai circa 700 milioni del 1913.
Lo studioso molisano Gino Massullo nel saggio Economia delle rimesse (in Storia dell’emigrazione italiana a cura di Piero Bevilacqua, Andreina De Clementi e Emilio Franzina, Donzelli, 2001) ricorda come gli osservatori dell’epoca parlassero di “una fantastica pioggia d’oro” e per dare un’idea della sua reale portata lo storico Stefano Pelaggi ne L’altra Italia. Emigrazione storica e mobilità giovanile a confronto (Nuova Cultura, 2011) scrive: “Basti pensare che nei primi 15 anni del Novecento gli importi delle rimesse sono stati superiori al gettito derivato dalle imposizioni fiscali dello Stato, ossia gli emigranti hanno generato un flusso economico superiore alle tasse percepite nella intera Italia.” E forse vale la pena di sottolineare come proprio in quegli gli anni le maggiori industrie del Paese cominciavano a raggiungere la dimensione internazionale, che presentano ancora ai giorni nostri.
In conclusione, se l’Italia nel Novecento è diventata uno dei paesi più industrializzati al mondo (fu il sesto attorno al 1920 ad acquisire le caratteristiche per poter essere definito in questo modo), lo deve al contributo determinante, o sarebbe meglio dire al sacrificio, del sud. Le sue ricchezze hanno consentito la nascita della grande industria nazionale, concentrata nel nord, i suoi consumi hanno dato la possibilità alle imprese settentrionali di crescere e, infine, sono state le rimesse dei suoi emigranti, che hanno permesso a queste imprese di consolidarsi, per poi affrontare i mercati internazionali senza restarne schiacciate.
La parte più progredita del Paese finalmente unito deve molto al Meridione e ai Meridionali e sarebbe bene non dimenticarsene.

Brano tratto dal capitolo XII del libro di Enrico Fagnano La Storia dell’Italia Unita (pubblicato e distribuito da Amazon)
Un ringraziamento all’autore per l’articolo.

Il giorno della memoria dei meridionali

IL NOSTRO GIORNO DELLA MEMORIA:
Cinquemiladuecentododici condanne a morte, 6564 arresti, 54 paesi rasi al suolo, 1 milione di morti. Queste le cifre della repressione consumata all’indomani dell’Unità d’Italia dai Savoia. La prima pulizia etnica della modernità occidentale operata sulle popolazioni meridionali dettata dalla Legge Pica, promulgata dal governo Minghetti del 15 agosto 1863 “… per la repressione del brigantaggio nel Meridione”.

Questa legge istituiva, sotto l’egida savoiarda, tribunali di guerra per il Sud ed i soldati ebbero carta bianca, le fucilazioni, anche di vecchi, donne e bambini, divennero cosa ordinaria e non straordinaria. Un genocidio la cui portata è mitigata solo dalla fuga e dall’emigrazione forzata, nell’inesorabile comandamento di destino: “O briganti, o emigranti”.

Lemkin, che ha definito il primo concetto di genocidio, sosteneva: “… genocidio non significa necessariamente la distruzione immediata di una nazione…esso intende designare un piano coordinato di differenti azioni miranti a distruggere i fondamenti essenziali della vita dei gruppi nazionali. Obiettivi di un piano siffatto sarebbero la disintegrazione delle istituzioni politiche e sociali, della cultura, della lingua, dei sentimenti nazionali, della religione e della vita economica dei gruppi nazionali e la distruzione della sicurezza personale, della libertà, della salute, della dignità e persino delle vite degli individui…non a causa delle loro qualità individuali, ma in quanto membri del gruppo nazionale”.

Deportazioni, l’incubo della reclusione, persecuzione della Chiesa cattolica, profanazioni dei templi, fucilazioni di massa, stupri, perfino bambine (figlie di “briganti”) costretti ai ferri carcerari.
Una pagina non ancora scritta è quella relativa alle carceri in cui furono rinchiusi i soldati “vinti”. Il governo piemontese dovette affrontare il problema dei prigionieri, 1700 ufficiali dell’esercito borbonico (su un giornale satirico dell’epoca era rappresentata la caricatura dell’esercito borbonico: il soldato con la testa di leone, l’ufficiale con la testa d’asino, il generale senza testa) e 24.000 soldati, senza contare quelli che ancora resistevano nelle fortezze di Gaeta, Messina e Civitella del Tronto.

Ma il problema fu risolto con la boria del vincitore, non con la pietas che sarebbe stata più utile, forse necessaria. Un primo tentativo di risolvere il problema ci fu con il decreto del 20 dicembre 1860, anche se le prime deportazioni dei soldati duosiciliani incominciarono già verso ottobre del 1860, in quanto la resistenza duosiciliana era iniziata con episodi isolati e non coordinati nell’agosto del 1860, dopo lo sbarco dei garibaldini e dalla stampa fu presentata come espressione di criminalità comune. Il decreto chiamava alle armi gli uomini che sarebbero stati di leva negli anni dal 1857 al 1860 nell’esercito delle Due Sicilie, ma si rivelò un fallimento. Si presentarono solo 20.000 uomini sui previsti 72.000; gli altri si diedero alla macchia e furono chiamati “briganti”. (nel ’43, dopo l’8 settembre, accadde quasi la stessa cosa, ma dato che vinsero (gli anglo -americani) la lotta la chiamarono di “resistenza” , e gli uomini “partigiani”. Ndr.)

A migliaia questi uomini furono concentrati dei depositi di Napoli o nelle carceri, poi trasferiti con il decreto del 20 gennaio 1861, che istituì “Depositi d’uffiziali d’ogni arma dello sciolto esercito delle Due Sicilie”.
La Marmora ordinò ai procuratori di “non porre in libertà nessuno dei detenuti senza l’assenso dell’esercito”.
Per la maggior parte furono stipati nelle navi peggio degli animali (anche se molti percorsero a piedi l’intero tragitto) e fatti sbarcare a Genova, da dove, attraversando laceri ed affamati la via Assarotti, venivano smistati in vari campi di concentramento istituiti a Fenestrelle, S. Maurizio Canavese, Alessandria, nel forte di S. Benigno in Genova, Milano, Bergamo, Forte di Priamar presso Savona, Parma, Modena, Bologna, Ascoli Piceno ed altre località del Nord.

Presso il Forte di Priamar fu relegato l’aiutante maggiore Giuseppe Santomartino, che difendeva la fortezza di Civitella del Tronto. Alla caduta del baluardo abruzzese, Santomartino fu processato dai (vincitori) Piemontesi e condannato a morte. In seguito alle pressioni dei francesi la condanna fu commutata in 24 anni di carcere da scontare nel forte presso Savona. Poco dopo il suo arrivo, una notte, fu trovato morto, lasciando moglie e cinque figli. Si disse che aveva tentato di fuggire. Un esempio di morte sospetta su cui non fu mai aperta un’inchiesta per accertare le vere cause del decesso.

In quei luoghi, veri e propri lager, ma istituiti per un trattamento di “correzione ed idoneità al servizio”, i prigionieri, appena coperti da cenci di tela, potevano mangiare una sozza brodaglia con un po’ di pane nero raffermo, subendo dei trattamenti veramente bestiali, ogni tipo di nefandezze fisiche e morali. Per oltre dieci anni, tutti quelli che venivano catturati, oltre 40.000, furono fatti deliberatamente morire a migliaia per fame, stenti, maltrattamenti e malattie.

Quelli deportati a Fenestrelle, fortezza situata a quasi duemila metri di altezza, sulle montagne piemontesi, sulla sinistra del Chisone, ufficiali, sottufficiali e soldati (tutti quei militari borbonici che non vollero finire il servizio militare obbligatorio nell’esercito sabaudo, tutti quelli che si dichiararono apertamente fedeli al Re Francesco II, quelli che giurarono aperta resistenza ai piemontesi) subirono il trattamento più feroce.

Fenestrelle più che un forte, era un insieme di forti, protetti da altissimi bastioni ed uniti da una scala, scavata nella roccia, di 4000 gradini. Era una ciclopica cortina bastionata cui la naturale asperità dei luoghi ed il rigore del clima conferivano un aspetto sinistro. Faceva tanto spavento come la relegazione in Siberia. I detenuti tentarono anche di organizzare una rivolta il 22 agosto del 1861 per impadronirsi della fortezza, ma fu scoperta in tempo ed il tentativo ebbe come risultato l’inasprimento delle pene con i più costretti con palle al piede da 16 chili, ceppi e catene.

Erano stretti insieme assassini, sacerdoti, giovanetti, vecchi, miseri popolani e uomini di cultura. Senza pagliericci, senza coperte, senza luce. Un carcerato venne ucciso da una sentinella solo perché aveva proferito ingiurie contro i Savoia. Vennero smontati i vetri e gli infissi per rieducare con il freddo i segregati. Laceri e poco nutriti era usuale vederli appoggiati a ridosso dei muraglioni, nel tentativo disperato di catturare i timidi raggi solari invernali, ricordando forse con nostalgia il caldo di altri climi mediterranei.

Spesso le persone imprigionate non sapevano nemmeno di cosa fossero accusati ed erano loro sequestrati tutti i beni. Spesso la ragione per cui erano stati catturati era proprio solo per rubare loro il danaro che possedevano. Molti non erano nemmeno registrati, sicché solo dopo molti anni venivano processati e condannati senza alcuna spiegazione logica.

Pochissimi riuscirono a sopravvivere: la vita in quelle condizioni, anche per le gelide temperature che dovevano sopportare senza alcun riparo, non superava i tre mesi. E proprio a Fenestrelle furono vilmente imprigionati la maggior parte di quei valorosi soldati che, in esecuzione degli accordi intervenuti dopo la resa di Gaeta, dovevano invece essere lasciati liberi alla fine delle ostilità.
Dopo sei mesi di eroica resistenza dovettero subire un trattamento infame che incominciò subito dopo essere stati disarmati, venendo derubati di tutto e vigliaccamente insultati dalle truppe piemontesi.

La liberazione avveniva solo con la morte ed i corpi (non erano ancora in uso i forni crematori) venivano disciolti nella calce viva collocata in una grande vasca situata nel retro della chiesa che sorgeva all’ingresso del Forte. Una morte senza onore, senza tombe, senza lapidi e senza ricordo, affinché non restassero tracce dei misfatti compiuti. Ancora oggi, entrando a Fenestrelle, su un muro è ancora visibile l’iscrizione: “Ognuno vale non in quanto è ma in quanto produce”.
(ricorda molto la scritta dei lager nazisti “

Non era più gradevole il campo impiantato nelle “lande di San Martino” presso Torino per la “rieducazione” dei militari sbandati, rieducazione che procedeva con metodi di inaudita crudeltà. Così, in questi luoghi terribili, i fratelli “liberati”, maceri, cenciosi, affamati, affaticati, venivano rieducati e tormentati dai fratelli “liberatori”.

Altre migliaia di “liberati” venivano confinati nelle isole, a Gorgonia, Capraia, Giglio, all’Elba, Ponza, in Sardegna, nella Maremma malarica. Tutte le atrocità che si susseguirono per anni sono documentate negli Atti Parlamentari, nelle relazioni delle Commissioni d’Inchiesta sul Brigantaggio, nei vari carteggi parlamentari dell’epoca e negli Archivi di Stato dei capoluoghi dove si svolsero i fatti.

Francesco Proto Carafa, duca di Maddaloni, sosteneva in Parlamento: “Ma che dico di un governo che strappa dal seno delle famiglie tanti vecchi generali, tanti onorati ufficiali solo per il sospetto che nutrissero amore per il loro Re sventurato, e rilegagli a vivere nelle fortezze di Alessandria ed in altre inospitali terre del Piemonte…Sono essi trattati peggio che i galeotti. Perché il governo piemontese abbia a spiegar loro tanto lusso di crudeltà? Perché abbia a torturare con la fame e con l’inerzia e la prigione uomini nati in Italia come noi?”.

Ma della mozione presentata non fu autorizzata la pubblicazione negli Atti Parlamentari, vietandosene la discussione in aula. Il generale Enrico Della Rocca, che condusse l’assedio di Gaeta, nella sua autobiografia riporta una lettera alla moglie, in cui dice: “Partiranno, soldati ed ufficiali, per Napoli e Torino…”, precisando, a proposito della resa di Capua, “…le truppe furono avviate a piedi a Napoli per essere trasportate in uno dei porti di S.M. il Re di Sardegna. Erano 11.500 uomini” .

Alfredo Comandini, deputato mazziniano dell’età giolittiana, che compilò “L’Italia nei Cento Anni (1801-1900) del secolo XIX giorno per giorno illustrata”, riporta un’incisione del 1861, ripresa da “Mondo Illustrato” di quell’anno, raffigurante dei soldati borbonici detenuti nel campo di concentramento di S. Maurizio, una località sita a 25 chilometri da Torino. Egli annota che, nel settembre del 1861, quando il campo fu visitato dai ministri Bastogi e Ricasoli, erano detenuti 3.000 soldati delle Due Sicilie e nel mese successivo erano arrivati a 12.447 uomini.

Il 18 ottobre 1861 alcuni prigionieri militari e civili capitolati a Gaeta e prigionieri a Ponza scrissero a Biagio Cognetti, direttore di “Stampa Meridionale”, per denunciare lo stato di detenzione in cui versavano, in palese violazione della Capitolazione, che prevedeva il ritorno alle famiglie dei prigionieri dopo 15 giorni dalla caduta di Messina e Civitella del Tronto ed erano già trascorsi 8 mesi. Il 19 novembre 1860 il generale Manfredo Fanti inviava un dispaccio al Conte di Cavour chiedendo di noleggiare all’estero dei vapori per trasportare a Genova 40.000 prigionieri di guerra. Cavour così scriveva al luogotenente Farini due giorni dopo: “Ho pregato La Marmora di visitare lui stesso i prigionieri napoletani che sono a Milano (Fonte: lettera di Cavour a Farini, luogotenente a Napoli, datata 21 novembre 1860, n. 2551 vol. III:) ammettendo, in tal modo, l’esistenza di un altro campo di prigionia situato nel capoluogo lombardo per ospitare soldati napoletani.

Questa la risposta del La Marmora: “…non ti devo lasciar ignorare che i prigionieri napoletani dimostrano un pessimo spirito. Su 1600 che si trovano a Milano non arriveranno a 100 quelli che acconsentono a prendere servizio. Sono tutti coperti di rogna e di verminia…e quel che è più dimostrano avversione a prendere da noi servizio. Jeri a taluni che con arroganza pretendevano aver il diritto di andare a casa perché non volevano prestare un nuovo giuramento, avendo giurato fedeltà a Francesco Secondo, gli rinfacciai altamente che per il loro Re erano scappati, e ora per la Patria comune, e per il Re eletto si rifiutavano a servire, che erano un branco di car…che avessimo trovato modo di metterli alla ragione”.

Le atrocità commesse dai Piemontesi si volsero anche contro i magistrati, i dipendenti pubblici e le classi colte, che resistettero passivamente con l’astensione ai suffragi elettorali e la diffusione ad ogni livello della stampa legittimista clandestina contro l’occupazione savoiarda. Particolarmente eloquente è anche un brano tratto da Civiltà Cattolica: “Per vincere la resistenza dei prigionieri di guerra, già trasportati in Piemonte e Lombardia, si ebbe ricorso ad un espediente crudele e disumano, che fa fremere. Quei meschinelli, appena coperti da cenci di tela, rifiniti di fame perché tenuti a mezza razione con cattivo pane ed acqua ed una sozza broda, furono fatti scortare nelle gelide casematte di Fenestrelle e d’altri luoghi posti nei più aspri luoghi delle Alpi. Uomini nati e cresciuti in clima sì caldo e dolce, come quello delle Due Sicilie, eccoli gittati, peggio che non si fa coi negri schiavi, a spasimare di fame e di stento per le ghiacciaie”.

Ancora possiamo leggere dal diario del soldato borbonico Giuseppe Conforti, nato a Catanzaro il 14.3.1836 (abbreviato per amor di sintesi): “Nella mia uscita fu principio la guerra del 1860, dopo questa campagna che per aver tradimenti si sono perduto tutto e noi altri povere soldati manggiando erba dovettimo fuggire, aggiunti alla provincia della Basilicata sortí un prete nemico di Dio e del mondo con una porzione di quei giudei e ci voleva condicendo che meritavamo di essere uccisi per la federtà che avevamo portato allo notro patrone. Ci hanno portato innanzi a un carnefice Piemontesa condicendo perché aveva tardato tanto ad abbandonare quell’assassino di Borbone. Io li sono risposto che non poteva giammai abbandonarlo perché aveva giurato fedeltà a lui e lui mi à ditto che dovevo tornare indietro asservire sotto la Bandiera d’ Italia. Il terzo giorno sono scappato, giunto a Girifarchio dove teneva mio fratello sacerdote vedendomi redutto a quello misero stato e dicendo mal del mio Re io li risposi che il mio Re no aveva colpa del nostri patimenti che sono stato le nostri soperiori traditori; siamo fatto questioni e lo sono lasciato”.
“Allo mio paese sono stato arrestato e dopo 7 mesi di scurre priggione mi anno fatto partire per il Piemonte. Il 15 gennaio del 1862 ci anno portato affare il giuramento, in quello stesso anno sono stato 3 volte all’ospidale e in pregiona a pane e accua. Principio del 1863 fuggito da sotto le armi di vittorio, il 24 sono giunto in Roma, il giorno 30 sono andato alludienza del mio desiderato e amato dal Re’, Francesco 2 e li ò raccontato tutti i miei ragioni”

Vittorio Emanuele II, il re vittorioso…

…e Francesco II, il re vinto, nella fortezza di Gaeta

Un ulteriore passo avanti nella studio di questa fase poco “chiara” del post unificazione è stato fatto recentemente, quando un ricercatore trovò dei documenti presso l’Archivio Storico del Ministero degli Esteri attestanti che, nel 1869, il governo italiano voleva acquistare un’isola dall’Argentina per relegarvi i soldati napoletani prigionieri, quindi dovevano essere ancora tanti
Questi uomini del Sud finirono i loro giorni in terra straniera ed ostile, certamente con il commosso ricordo e la struggente nostalgia della Patria lontana. Molti di loro erano poco più che ragazzi

Era la politica della criminalizzazione del dissenso, il rifiuto di ammettere l’esistenza di valori diversi dai propri, il rifiuto di negare ai “liberati” di credere ancora nei valori in cui avevano creduto. I combattenti delle Due Sicilie, i soldati dell’ex esercito borbonico ed i tanti civili detenuti nei “lager dei Savoia”, uomini in gran parte anonimi per la pallida memoria che ne è giunta fino a noi, vissero un eroismo fatto di gesti concreti, ed in molti casi ordinari, a cui non è estraneo chiunque sia capace di adempiere fedelmente il proprio compito fino in fondo, sapendo opporsi ai tentativi sovvertitori, con la libertà interiore di chi non si lascia asservire dallo “spirito del tempo”.

[STEFANIA MAFFEO]

I LAGER DEI SAVOIA

Fulvio Izzo, insegnante e ricercatore, ha firmato “I lager dei Savoia” dove, dopo aver messo insieme una documentazione imponente, descrive «la storia “infame” del Risorgimento – i campi di concentramento per i soldati Borbonici” ( tutti quei militari che non vollero finire il servizio militare obbligatorio nell’esercito sabaudo e quelli che si dichiararono apertamente fedeli al Re Francesco II), nei forti del Nord. Il fatto che nella storiografia ufficiale si parli poco o troppo, del brigantaggio, per parte presa e non si sia mai accennato alle deportazioni e alle sofferenze dei prigionieri meridionali, dei quali molti deceduti nei campi di Finestrelle e San Maurizio in Piemonte, non è comprensibile e soprattutto non è giustificabile. Il forte di Fenestrelle, iniziato nel 1727 e terminato completamente nel 1854 si sviluppa per oltre 3 km. di lunghezza su 650 mt. di dislivello. 1.300.000 metri quadri di superficie con 1.700 uomini di presidio. Una scalinata coperta di oltre 4.000 gradini collega la piazza principale del forte San Carlo con il forte delle Valli attraverso fortini ridotte e batterie. In quasi tre secoli di vita, questa maestosa macchina da guerra non ha mai sparato un solo colpo. I detenuti meridionali tentarono anche di organizzare una rivolta, il 22 agosto del 1861, per impadronirsi della fortezza, ma fu scoperta ed il tentativo ebbe come risultato l’inasprimento delle pene. Fulvio Izzo , I lager dei Savoia, 1999, 8°, Ed. Controcorrente “… Si arrestano da Cialdini soldati napoletani in grande quantità, si stipano ne’ bastimenti peggio che non si farebbe degli animali, e poi si mandano in Genova. Trovandomi testé in quella città ho dovuto assistere ad uno di que’ spettacoli che lacerano l’anima. Ho visto giungere bastimenti carichi di quegli infelici, laceri, affamati, piangenti; e sbarcati vennero distesi sulla pubblica strada come cosa da mercato. Alcune centinaia ne furono mandati e chiusi nelle carceri di Fenestrelle: un ottomila di questi antichi soldati Napoletani vennero concentrati nel campo di S. Maurizio”.

. .. Recenti ricerche sottolineano le pessime condizioni in cui nel 1861 furono «ospitati» a Fenestrelle i soldati di Francesco II: laceri e poco nutriti era usuale vederli appoggiati a ridosso dei muraglioni, nel tentativo disperato di catturare i timidi raggi solari invernali, ricordando forse con nostalgia il caldo di altri climi mediterranei. La fortezza di Fenestrelle non ebbe altri reclusi se non militari: ufficiali condannati agli arresti di fortezza e particolari reparti di disciplina, il più noto dei quali è l’VIII, al quale furono aggregati i commilitoni del caporale Pietro Barsanti, l’organizzatore della fallita rivolta militare di Pavia, nel marzo del 1870. Uno di questi fu Augusto Franzoi che cadde dalle mura nel tentativo di evadere in una notte del novembre 1870. Il ferito fu abbandonato dai compagni e tosto nuovamente imprigionato. Durante la grande guerra vennero concentrati a Fenestrelle anche prigionieri austroungarici e italiani condannati dal tribunale di guerra. Tra questi, nel 1916, anche il generale Giulio Douhet ex bersagliere: reo di essersi contrapposto alle strategie ante Caporetto di Cadorna. [F.IZZO]

LA DEPORTAZIONE DEI MERIDIONALI

Una vera e propria deportazione di civili taciuta ed oscurata nel sordo rumore di centosessantanni anni di silenzi. Domicili coatti, come per i prigionieri politici, ai civili meridionali nell’unità d’Italia, che con le teorie di Cesare Lombroso, assunse connotazione razziale, una triste realtà dei fratelli d’italia. Uomini e donne deportati per Decreto Regio, ma mai giudicati da alcun tribunale. Misure coercitive cruente, a scopo repressivo, firmate da Ubaldino Peruzzi durante il governo Minghetti.
Il 25 agosto 1863, con la pubblicazione del Regolamento d’Attuazione della legge Pica, il governo Minghetti e il ministro dell’Interno Ubaldino Peruzzi nominarono Silvio Spaventa segretario generale e iniziarono la deportazione di civili dalle province del meridione. Migliaia di persone nascoste e dimenticate, da oltre un secolo attendono un ritorno alla luce, attendono di riavere una identità ed un riconoscimento dal degrado della vita umana relegata al domicilio coatto. Migliaia di uomini negati dalla storia, nascosti e coperti da 158 anni, uomini che attendono il riscatto della dignità di esistiti. Migliaia di persone attendono dal purgatorio dove sono state gettate una forma simbolica di rivalsa per la barbarie subita. Il 20 agosto 2013 la cancelliera Angela Merkel visitando l’ex campo di concentramento di Dachau dove fra il 1933 e il 1945 vi furono internati oltre 200.000 detenuti, di cui quasi un quarto morirono, ha dichiarato: “La memoria di questi destini mi riempie di profondo dolore e vergogna”.

Quel sentimento civile della vergogna in senso morale che la politica italiana non ha mai avuto. Nessuno dei governanti italiani ha mai rivolto parole in memoria delle migliaia di deportati dai governi del regno. Nessuna parola dei presidenti della repubblica italiana di riconoscimento morale per migliaia di deportati, al contrario nel 2010 lo stato italiano ha speso 4 miliardi di euro per celebrare il 150° dell’unità. Si è celebrato con tutti gli onori i risorgimentali che alla guida del paese furono responsabili della deportazione politica, e che oggi la propaganda li dà per fondatori della patria. Lo stato italiano, in nome dell’unità, ha così festeggiato la guerra civile e gli eccidi dell’esercito ordinata dai governi unitari contro le popolazioni civili delle province meridionali. Fu la deportazione politica di massa del Regno, fu un massiccio confino politico sin dal 1863 perchè furono confinati gli avversari fiancheggiatori, “reagenti” al nuovo regime. E’ l’agire politico a livello di esecutivo, del governo, che produsse il confino coatto e tutte le conseguenze che ne derivarono, le tante iniziative per la deportazione all’estero e infine l’emigrazione, i deportati non avevano una tessera o una fede politica di partito. È urgente chiedersi perché hanno taciuto, e cosa aspettarsi dalle generazioni di governanti italiani che hanno coperto la vergogna e l’infamia della deportazione di civili messa in atto 70 anni prima della deportazione razziale tedesca. Lo stato italiano, in nome dell’unità, festeggia la guerra civile e gli eccidi dell’esercito ordinata dai governi unitari contro le popolazioni civili delle province meridionali? Perché la politica, le istituzioni, i governi italiani da più di 150 anni continuano a coprire con il segreto i documenti dell’epoca, non vogliono ammettere l’immane tragedia, il crimine contro l’uomo di una intera classe politica e militare che deportò al domicilio coatto nelle isole di tutti gli arcipelaghi, nelle carceri, nei forti, negli edifici ecclesiasti requisiti, negli stanzoni e nelle case prese in affitto da privati migliaia di civili inermi? Perché i governi usarono una parte dei deportati come schiavi per le miniere, per le saline, per i campi di coltivazione delle manifatture tabacchi o di privati? Schiavi di stato, purtroppo è così. Una parte dei 150.000 documenti segretati erano sotto gli occhi di tutti, bastava cercare negli archivi. Ma si sa gli storici sono allergici alla polvere degli archivi. Al lettore, al cittadino italiano, spetta il giudizio sulla politica e le istituzioni passate e le attuali da cui discendono e che in diverse forme governano da oltre 150 anni. Gli storici salariati italiani non vogliono ammettere l’immane tragedia, il crimine contro l’uomo di una intera classe politica e militare. E’ urgente pretendere la verità dai governi, e sui documenti taciuti, oscurati negati, urge conoscere vicende storiche gravi e drammatiche che videro protagonisti i governanti post unitari e tutti i governanti succeduti. Urge abbandonare la retorica statalista che ha deportato i nostri avi, pretendere verità dai governi, urge studiare i documenti dell’epoca e conoscere i fatti reali, urge conoscere vicende storiche gravi e drammatiche che videro protagonisti i governanti post unitari, urge raccontare gli accadimenti così come si sono verificati, senza avere più timore di soffermarsi su episodi che possono apparire spiacevoli o discutibili. E’ questa la forza di un paese, di una democrazia che vuole essere compiuta.

Una parte della verità storica è emersa grazie ai nuovi studi sul risorgimento del ricercatore indipendente Loreto Giovannone. Ora capiamo le fondamenta distorte su cui è nata l’unità italiana. Capiamo pure perchè solerti e gonfi cattedratici continuano a nascondere questa vergona nazionale dove tutti hanno taciuto. Finalmente è emerso il ruolo di Silvio Spaventa (zio di Benedetto Croce) nei fatti storici unitari.
Castellammare fu teatro di esecuzioni e deportazione, ci sono le prove. C’è Teresina Crocco sorella di Carmine Crocco insieme ad altre donne, c’è Luigia Cannalonga la madre del Brigante Tranchella, di Giffoni Vallepiana, c’è Stabile Teresa con i suoi due bambini… Pubblicate le prime 10 pagine dei nomi di deportati del Risorgimento. Migliaia di deportati, uomini, donne, bambini, lattanti nei lager degli arcipelaghi e nella terraferma. Dal rapporto del Delegato Gallo: coatti messi ai ferri come galeotti. Esisteva un vero e proprio regolamento per la deportazione ai luoghi di relegazione. Lo stato monarchico italiano, li mise in atto deportando migliaia di individui. Finalborgo, in provincia di Savona, divenne CITTÀ CARCERARIA: l’ex convento di Santa Caterina, Castel San Giovanni e Castelfranco a Finalmarina si trasformarono in luoghi di detenzione e case di lavoro. Tra i primi internati vi furono i deportati dall’ex Regno delle Due Sicilie, secondo le disposizioni della Legge Pica sulla repressione del brigantaggio, di pari passo al crescente arrivo di prigionieri destinati a “domicilio coatto” soprattutto a Finalmarina. Dai documenti emergono i nomi di 600 donne, deportate all’isola del Giglio, quasi tutte in età fertile, deportate per sradicarne il senso di appartenenza ad una terra, ad una comunità, cancellandole come persone e traslocandole come individui con i loro bambini e i loro lattanti.
Il Giglio è nel nostro immaginario il tragico naufragio del Risorgimento e di un paese naufragato sin dall’inizio dell’unità.

Il naufragio al Giglio come il naufragio dell’unità.

LA FESTA di SANT’ANTUONO

LA FESTA DI

Oggi ricorre Sant’Antonio abate, detto anche sant’Antonio il Grande o sant’Antonio del Fuoco, fondatore del monachesimo cristiano e il primo degli abati. Nell’Italia meridionale Sant’Antonio Abate è comunemente chiamato “Sant’Antuono”, per distinguerlo da Sant’Antonio di Padova. A Serracapriola, ridente paese al nord della Puglia, è ancora viva la tradizione di portare il “Sent’ Endon”, cioè di girare per i negozi e le abitazioni suonando strumenti tipici della tradizione paesana e cantando in vernacolo, canti dedicati al Santo, inneggianti il riso, il ballo e i prodotti derivati dalla lavorazione del maiale, quali mezzi per “svernare”; a capo della comitiva c’è un volontario vestito da frate a simboleggiare il Santo che con la propria forcinella (lunga asta terminante a forcina) raccoglie dolci e salumi che vengono donati per ingraziarsi i favori del Santo… In alcuni paesini dell’agro aversano (PORTICO DI CASERTA / MACERATA CAMPANIA) in onore al santo i fedeli costruiscono carri detti battuglie di past’ellessa. Molto spesso questi “carri” vengono costruiti in maniera da sembrare delle barche o dei vascelli rifacendosi all’antica leggenda in cui Sant’Antuono avrebbe compiuto il suo viaggio dall’Africa su un vascello. La popolazione del posto e molto attaccata a questa tradizione e ogni anno ne prendono parte più di 1000 giovani che con strumenti grotteschi (botti tini e falci) suonano canti popolari in onore al santo. Alla devozione popolare del santo sono associate benedizioni agli animali domestici, nonché ai prodotti dell’agricoltura e la sacra rappresentazione della sua vita, soprattutto nell’Italia centrale. La narrazione, con varianti territoriali, si svolge su questo schema: la scelta dell’eremitaggio nel deserto, la tentazione da parte dei diavoli, rossi e neri, e della donzella, interpretata da un uomo come nel teatro elisabettiano e un particolare elemento buffo. Infine l’arrivo risolutore dell’angelo dal caratteristico cappello conico, tipico delle figure con contatti soprannaturali come fate e maghi. Nel finale, attraverso la spada, elemento simbolico mutuato dalla devozione all’Arcangelo S. Michele, l’angelo aiuta il Santo a sconfiggere il male e a tornare alla sua vita di preghiera. Sempre presente al termine della rappresentazione la questua, richiesta di “offerte” in vino e salsicce per i figuranti. Esistono numerose versioni nei dialetti locali e una versione in forma di operetta dei primi anni del Novecento. In Abruzzo si svolge la competizione del campanello d’argento, premio alla migliore rievocazione tradizionale, vinto nell’ultima edizione dal gruppo di Caramanico Terme. Oltre al Campanello d’argento nella regione abruzzese, dall’anno 2009 vi è anche Lu festival di Sant’Andonie che si svolge a Tocco da Casauria (PE), vinta nell’edizione 2012 dal gruppo di Ortona (CH). A Nicolosi (Ct) il culto di S. Antonio Abate è molto sentito. La festa del 17 gennaio è una celebrazione liturgica, mentre ogni prima domenica di luglio, viene celebrata la “Festa Grande” dove il Simulacro ligneo di S. Antonio, posto su di un artistico fercolo, procede in processione per le vie del paese tirato dai giovani nicolositi da lunghi cordoni. Tradizionale è la benedizione degli animali che si svolge la domenica mattina dopo l’uscita del Santo, dove gli animali domestici (cani, gatti, tartarughe ma anche cavalli ed asini) vengono portati davanti la statua del Santo e benedetti. Altro momento particolare della festa e molto sentito dagli abitanti di Nicolosi e ” A’cchianata a Sciara” (La salita della sciara) dove S. Antonio con il suo pesante fercolo viene tirato da due lunghi cordoni gremiti di devoti in corsa su una ripida salita per rievocare i tragici eventi dell’eruzione del 1886 che minacciava di travolgere e seppellire il paese sotto la lava. In quella occasione i nicolositi che videro arrivare il fronte lavico a pochi metri dal centro abitato, con fede portarono la Statua e le Reliquie di S. Antonio di fronte la lava che pian piano travolgeva tutto, e miracolosamente per intercessione del Santo il fronte lavico si arrestò risparmiando il paese. Su quel fronte lavico, alla fine della salita alla sciara è stato eretto un altarino votivo in onore di S. Antonio per ricordare gli eventi del 1886, dove ogni anno a fine della faticosa salita i nicolositi ringraziano il loro Patrono della sua protezione. All’alba del 17 gennaio, Tricarico è svegliata dal suono cupo dei campanacci agitati dalle maschere delle mucche e dei tori che, dopo essersi radunate nel centro storico, si dirigono verso la chiesa di Sant’Antonio abate dove le attende il parroco che celebra la messa, aperta anche agli animali, e che al termine impartisce la benedizione, dopo la quale si compiono tre giri rituali intorno alla chiesa. La singolare “mandria”, subito dopo, parte per la “transumanza” verso l’abitato. A Collelongo (AQ) nella notte tra il 16 ed il 17 di gennaio. La festa inizia la sera del 16 alle 18,00 con l’accensione dei due “torcioni”, torce in legno di quercia alte oltre 5 metri che arderanno tutta la notte. Contemporaneamente in apposite case del paese allestite per l’occasione con arance ed icone del santo viene posta sul fuoco la “cottora”, un enorme pentola nella quale viene messo a bollire parte del mais raccolto durante l’anno. La sera, chi ha la fortuna di essere invitato da qualche famiglia del paese potrà gustare intorno alla tavola la “pizza roscia”, una pizza cotta sotto la cenere composta da un impasto di farina di grano e di mais, condita con salsicce ventresca e cavolo ripassato in padella. Alle 21 una fiaccolata con fisarmoniche e cantanti che intonano la canzone del santo accompagna il parroco del paese a benedire queste case ove, sopra il fuoco del camino, fuma per tutta la notte la cottora. Chiunque entra nella cottora, fa gli auguri alla famiglia che la gestisce e gli viene offerto vino, companatico, mais bollito condito con olio e peperoncino, e dolci. Per tutta la notte, fino al mattino, il paese è animato da gente che canta, suona e gira di cottora in cottora. Alle cinque del mattino del 17, spari annunciano la sfilata delle conche “rescagnate”, si tratta di conche in rame, una volta usate per attingere l’acqua alla fonte, che addobbate con luci, piccole statue e scene di vita contadina, vengono portate in sfilata da giovani del paese vestiti nei tradizionali costumi popolari di festa. Alle sette inizia la santa messa e viene distribuito il mais benedetto bollito delle cottore per distribuirlo agli animali domestici. La festa si conclude il pomeriggio con i classici giochi popolari. Sempre in Abruzzo, è da ricordare la rievocazione de “Lu Sant’Andonie” che si svolge ogni anno a Villa San Giovanni di Rosciano, nel campagne del pescarese, a cura della locale Associazione culturale La Panarda. Nel pomeriggio del sabato precedente al 17 gennaio sul sagrato della chiesa parrocchiale si ripropone la sacra paraliturgia per la benedizione degli animali e dei prodotti della terra, mentre in serata, nella piazza principale del paese, attorno ad un grande fuoco si esibiscono gruppi di teatranti popolari rievocanti le scene de “Le tentazioni di Sant’Antonio”, con canti e poesie dialettali sul Santo e sulle tradizioni contadine del periodo invernale. Al termine, porchetta, salsicce e vino per tutti gli intervenuti. Ancora in Abruzzo, a Lettomanoppello si rievoca ogni anno “lu Sant’Andonije” che è una rappresentazione sacra della vita del santo composta e musicata da un poeta dialettale lettese (di Lettomanoppello), il Prof. Gustavo De Rentiis, scomparso nel 1994. Si tratta di una vera e propria storia sacra (a differenza delle altre rappresentazioni abruzzesi a volte goliardiche) che vede la partecipazione degli eremiti, di Sant’Antonio Abate, di due angeli e di due demoni che dopo alcune tentazioni agli anacoreti vengono cacciati all’inferno, grazie alla preghiera. A Scanno (Aq), il 17 gennaio viene festeggiato Sant’Antonio Abate con l’appellativo di Barone, dopo la Santa Messa solenne celebrata nella chiesa dedicata al Santo, viene benedetta una tipica minestra locale “Le sagne con la ricotta”, una pietanza distribuita anticamente ai poveri del paese. Essa è formata da una pasta a forma di striscioline condita con ricotta, lardo ecc. Anticamente subito dopo la festa di Sant’Antonio Abate venivano dichiarati aperti i festeggiamenti per il Carnevale. A Tufara, un paesino al confine tra Molise e Puglia, la notte tra il 16 e 17 gennaio vengono accesi dei grandi falo’ dedicati al santo e vengono chiamati i Fuochi di sant’ Andone. E’ una festa molto sentita nel paese. A Troina (En) Sant’Antonio Abate viene festeggiato con due feste durante l’anno, la festa liturgica che si svolge il 17 gennaio con i “Pagghiara” enormi falò che vengono eretti in tutti i quartieri del paese e dove si allestiscono tavolate con molte leccornie tipiche del paese che vengono offerte alle persone che visitano i falò. La seconda festa, con solenne processione del fercolo e della Reliquia di Sant’Antonio Abate, si svolge nella seconda settimana di luglio con la partecipazione di molte Confraternite di Sant’Antonio Abate di altri paesi limitrofi.
A San Marco in Lamis (Foggia), presso la parrocchia a lui intitolata, dopo la celebrazione vespertina sul sagrato della Chiesa vi è la benedizione degli animali domestici. Secondo antica tradizione la festa di Sant’Antonio abate segna l’inizio del Carnevale. Da qui un detto: “A Sant’Antonio maschere e suoni”. A Napoli, “Sant’Antuono” viene festeggiato con un falò fuori alla sua antica chiesa, durante la benedizione degli animali, i “cippi”, che venivano accesi ai crocicchi e agli angoli di tante strade cittadine, pur cadendo nel pieno della stagione invernale, in qualche modo è il primissimo segnale di luce, il primo timido sguardo verso la primavera, ancora lontana ma tuttavia prossima, con le giornate che sia pure impercettibilmente cominciano ad allungarsi e la sensazione di lasciare qualcosa alle spalle, il vecchio che viene bruciato in falò augurali e propiziatori.