Dalla sua unificazione e fino ai giorni nostri l’Italia fa i conti con il divario tra Nord e Sud. Un divario reale, spesso oggetto del dibattito pubblico, così stratificato nel pensiero e nell’immaginario da poter essere considerato un elemento caratterizzante dell’identità nazionale. Nei documentari girati nel Mezzogiorno, il Sud è rappresentato il più delle volte come una realtà ‘altra’ rispetto al Nord della penisola. In tal senso, questo contributo mira ad evidenziare i modi in cui il cinema di non fiction, nel periodo della grande trasformazione del Paese, abbia colto e rafforzato gli stereotipi sul Meridione italiano, contribuendo a fissarlo nell’immaginario collettivo come una realtà separata dal resto della penisola e, più nello specifico, come periferia dell’Italia fuori dalla storia. Si racconta il Sud arcaico, luogo della persistenza di arretratezza culturale e materiale. Nasce il documentario antropologico sull’onda della riscoperta del Sud del secondo dopoguerra, quando, dopo il silenzio degli anni del fascismo, si torna a parlare di questione meridionale e delle «due Italie». Il dibattito sulla questione meridionale ha carattere politico, ma anche culturale, alimentato dalla produzione di opere letterarie, a partire dal Cristo si è fermato a Eboli (1945) di Carlo Levi. L’opera apre la strada alla riflessione sociologica sulla civiltà contadina, ovvero alla scoperta e all’analisi del mondo rurale e dei suoi valori, grazie alle quali emerge «una dimensione umana della condizione meridionale, che senza alcun dubbio contribuì a rendere più drammatica e urgente la passione meridionalistica». La scoperta del Sud e il dibattito che ne scaturisce definiscono il mito della civiltà contadina meridionale, intesa come una realtà a se stante, immobile e astorica, chiusa e impermeabile ai cambiamenti e alle influenze esterne. In questo clima culturale un ruolo importante è giocato dalla ripresa delle ricerche antropologiche e in particolare dagli studi di Ernesto De Martino. L’antropologo napoletano rivoluzionò l’approccio alla comprensione della realtà meridionale: prima di lui, infatti, le manifestazioni della cultura e delle tradizioni delle classi subalterne del Sud erano considerate come residui di primitivismo, privi di valore e di interesse scientifico. De Martino, invece, partendo dal presupposto che il Meridione era anche il frutto di un modo di guardare a esso, scavò in profondità, per identificare le radici significanti dei fenomeni legati alla sfera magico-religiosa, come il lamento funebre, il tarantismo, o la persistenza del magismo. La sua fu una battaglia culturale e civile a tutti gli effetti, combattuta per spiegare fenomeni che erano espressione di una cultura millenaria, e non di una non-cultura come fino ad allora si era creduto. Le tesi innovative e il coraggio della denuncia dell’antropologo le carpirono in pochi, De Seta offre a sua volta un contributo fondamentale alla scoperta del Mezzogiorno non ancora toccato da cambiamenti prodotti dal miracolo economico. Il regista, nel corso degli anni Cinquanta, gira diversi documentari tra la Sicilia, la Sardegna e la Calabria, i cui protagonisti sono contadini, pastori, minatori e marinai, colti nella vita di tutti i giorni. Uomini semplici, raffigurati in azioni che appartengono a un passato lontano — il lavoro nei campi o nelle miniere, la pesca, i pascoli — e mai slegati da un profondo, ombelicale, rapporto con la natura. Per il loro essere incentrati sull’uomo e per il modo in cui sono stati realizzati, i documentari di Vittorio De Seta presentano un indubbio valore antropologico, sebbene nascano come una pura descrizione figurativa del mondo dei subalterni, senza alcuna finalità scientifica. Accanto al documentario antropologico si colloca quello sociale, a sua volta impegnato a fotografare le criticità del Sud. Il Mezzogiorno esce devastato dalla guerra e la risalita è lenta. Con un’economia prevalentemente agricola e fortemente arretrata e un’industria quasi assente, la povertà dilaga. Di fronte alla difficoltà di trovare un lavoro, negli anni del boom, molti giovani decidono di lasciare il Sud, attratti dalla possibilità di maggiori guadagni nelle aree industrializzate del Paese. Lo svuotamento delle campagne meridionali, la vita dura e la miseria di chi resta, le ingiustizie e l’arretratezza culturale sono al centro del documentario sociale. Alle immagini del Sud povero e abbandonato al suo destino di arretratezza del documentario antropologico e sociale si contrappongono quelle del documentario turistico, che rendono il volto luminescente del Mezzogiorno e delle sue bellezze naturali e artistiche. Il documentario turistico inonda le sale cinematografiche proprio negli anni del miracolo economico, quando l’Italia si scopre meta di viaggio, pronta ad accogliere vacanzieri anche stranieri. Impegnati a offrire una rappresentazione ottimista del Mezzogiorno, seppure collocati su un piano diverso, sono anche i documentari istituzionali e industriali, voce di committenze interessate a costruire narrazioni altisonanti di un Sud in rinascita. A fronte dei ritardi del Mezzogiorno il governo, capitanato dalla Democrazia Cristiana, sin dall’immediato dopoguerra mette in campo interventi specifici, come la riforma agraria e la creazione della Cassa per il Mezzogiorno. Con la riforma agraria del 1949 si distribuiscono lotti di terra ai braccianti del Sud per trasformarli in piccoli proprietari terrieri. La Cassa, istituita nel 1950, ha lo scopo di attuare un programma di lavori finanziati dai prestiti della Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo. Il programma di attività inizialmente è finalizzato a interventi di preindustrializzazione. Nel primo decennio, così, sono realizzate bonifiche, trasformazioni fondiarie e infrastrutture viarie. Il tutto sotto lo stretto controllo governativo. Il governo che lavora per il Paese negli anni difficili della ricostruzione sente l’esigenza di raccontare agli italiani quanto di buono si sta facendo. È in questa prospettiva che si colloca la creazione, nel 1951, del Centro di Documentazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri, un organismo deputato a mettere in atto un piano di comunicazione istituzionale ante litteram. Accanto ai manifesti murali destinati ai luoghi pubblici e agli opuscoli distribuiti lungo la penisola, il Centro di Documentazione finanzia diversi cortometraggi, indirizzati agli spettatori, numerosi in quegli anni, delle sale cinematografiche. I circa duecento documentari, realizzati dal ’52 ai primi anni Sessanta dalla Presidenza del Consiglio, erano intesi come un mezzo per trasmettere, attraverso le efficaci immagini della realtà, il succo dell’impegno dell’esecutivo. Arrivavano nelle sale accoppiati ai film a soggetto (seguendo, in sostanza, la normale prassi di programmazione di tutti i documentari), oppure erano trasmessi nei centri più piccoli della penisola, quelli sprovvisti di sale cinematografiche, attraverso i cinemobili itineranti. In queste opere si respira un forte ottimismo, reso però attraverso toni sfumati, senza eccessi retorici. Con intento pedagogico e paternalistico, e con una qualità visiva talvolta notevole, che trae ispirazione dal cinema a soggetto e dai codici espressivi del neorealismo, questi documentari s’indirizzavano al cittadino medio per raccontargli una favola di rinascita. Nel cospicuo numero di cortometraggi della Presidenza del Consiglio dedicati al Sud si enfatizzano ancora di più i toni fiduciosi e si mascherano le criticità. Il sistema degli incentivi programmati dallo stato per il sud avrebbe fatto vedere i suoi effetti negli anni Sessanta, ma i risultati si rivelarono discutibili. Gli incentivi, infatti, non attrassero né investitori privati settentrionali né furono in grado di aiutare concretamente i locali. I benefici interessarono esclusivamente alcune grandi industrie, in particolare dei settori petrolchimico e siderurgico, che aprirono i loro battenti nel Mezzogiorno e che ben presto sarebbero state ribattezzate ‘cattedrali nel deserto’. Per le loro caratteristiche, esse non riuscirono né a garantire importanti livelli di occupazione né ad attivare un reale processo di espansione industriale nelle aree in cui furono impiantate. Apparivano piuttosto come imponenti complessi di modernità in aree desolate e ancora arretrate, che innescavano, anche sul piano visivo, un evidente paradosso. così, i documentari girati al Sud riescono a cogliere l’idea di Mezzogiorno diffusa e cristallizzata nell’immaginario collettivo, ma anche a consolidarla. È un Meridione percepito come periferia del Paese, dove sembra che il tempo si sia fermato. Il documentario antropologico contribuisce a fissare le fattezze di un Mezzogiorno arcaico e immobile. Il documentario sociale, che, focalizzandosi sulle ferite aperte del Sud, quali la miseria e l’abbandono, lo cristallizza in una dimensione priva di progresso, ma anche di speranza di progresso. Il documentario turistico, pur nella sua lettura leggera della realtà meridionale, ingabbiandone la complessità in immagini stereotipate, e per questo rigide, alimenta il mito di un Meridione sempre uguale a se stesso e quindi fermo nel tempo. I documentari governativi e quelli industriali danno grande centralità alla dialettica tra passato e presente. Nel primo caso, il passato anche a fronte del progresso non scompare mai e prende corpo nella tradizione. Il nuovo che arriva, in altre parole, si innesta su una società preesistente, che non è messa in discussione. Le due dimensioni, il vecchio e il nuovo, convivono in un processo armonico. Il documentario istituzionale, così, contribuisce a rafforzare l’immagine periferica e atemporale del Mezzogiorno, nonostante che nelle intenzioni ne voglia rivelare il superamento. Il nuovo portato dall’industrializzazione, invece, è descritto a parole come un flusso destinato ad allargarsi. Le immagini dei documentari, tuttavia, ce lo rappresentano solo interno alle fabbriche o ai cantieri. Il mondo vecchio, quindi, è cancellato solo in aree circoscritte e persiste al di fuori di esse. In tal senso, il documentario industriale rende vividamente il concetto di cattedrali nel deserto, che simboleggiano un’industrializzazione senza sviluppo, quindi una modernità e un progresso che non sono capaci di propagarsi oltre l’ambiente della fabbrica e di innescare un cambiamento complessivo. Fuori dagli stabilimenti, così, si coglie un Sud intatto nella sua arretratezza. Il documentario nel suo insieme, in definitiva, rende l’immagine del Mezzogiorno come periferia spaziale e temporale, rispetto a un centro ideale rappresentato dall’Italia e dal presente. Le periferie sono una costruzione culturale, forgiate da pratiche discorsive o da prodotti della cultura. Le aree marginali non sono un dato di natura, dunque, ma la conseguenza di uno specifico modo di guardare a esse. La definizione di margini, o di una dialettica tra un centro e una periferia, ha svolto un ruolo cruciale nella costruzione delle moderne nazioni, giacché gli stati nazionali sono stati fondati sulla base dell’identificazione di un centro, con funzioni determinanti, e di una periferia, che ha minore valenza. Questo vale anche per l’Italia e il Mezzogiorno. Il mondo contadino del Sud (ma anche di altre aree arretrate d’Italia) è stato a lungo considerato come espressione di arretratezza, che mal si confaceva ad uno Stato moderno. Per questo il sud è stato collocato ai margini e definito come una periferia nel processo di formazione della nazione. Questo modo di guardare al Meridione, preponderante su altri possibili, consentì di mettere a fuoco un’immagine complessiva ancora oggi ben salda nella coscienza, che orienta giudizi e politiche d’intervento, e influisce sull’identità e la coesione nazionale.

Il razzismo è dunque qualcosa di esistente nell’identità italiana. Non prendiamoci in giro: è così. Il razzismo è la cultura di fondo che anima le politiche di frammentazione dell’Italia – leggasi anche legge sull’Autonomia differenziata – tanto di destra quanto di sinistra portate avanti almeno da venticinque anni. Così come si dovrebbe parlare di “due Italie”, anziché di Italia una, unita e indivisibile. Durante l’unificazione d’Italia le élites hanno condiviso e riprodotto il discorso europeo sulla modernità, identificando sé stesse con la civiltà europea e assegnando al Sud il ruolo di altro negativo non più solo del continente, ma anche della nuova nazione.
Dai topoi circolanti nei carteggi e nei dibattiti parlamentari e in genere nella pubblicistica del tempo, si avverte quanto il discorso pubblico del Risorgimento sia imbevuto di termini come “barbaro”, “degenerato”, “inferiore”, “degradato” per indicare le popolazioni meridionali. Al contempo, l’arretratezza diviene via via il significante complessivo del Mezzogiorno, del “difetto di modernità” posto dalla “questione meridionale” come sfida intorno alla quale si finge di mobilitare risorse ed energie, in un impeto paragonabile alla colonizzazione di un territorio esotico e selvaggio, grado zero della civiltà. Alla pari, l’apparato ermeneutico, retto su una sorta di “orientalismo” in un solo Paese, ha accompagnato le aspre pratiche di governo che hanno seguito l’unificazione nazionale, ricalcando assai da vicino quelle coeve, adottate da altre potenze europee nelle proprie colonie.
Simmetricamente, non mancano le versioni sull’alterità meridionale corroborate dal peso della scienza e dei suoi metodi: dalle insopprimibili differenze etno-razziali, invocate sul finire dell’ottocento, dalla Scuola di antropologia positiva e dall’invenzione del “romanzo antropologico”, alla stagione delle spedizioni etnografiche del secondo dopoguerra, con il “familismo amorale” o l’assenza di “cooperazione sociale”, fino al mito di un’atavica assenza di “senso civico” della politologia. La miseria ad assumersi la responsabilità dell’autogoverno non risiede in «condizioni economico-politiche obiettive, ma interne, innate nella popolazione meridionale», ovvero nell’«incapacità organizzativa degli uomini», nella loro «barbarie», nella loro «inferiorità biologica». In tale cornice, misure eccezionali e leggi speciali diventano retorica costituente per l’accesso alla civiltà e alla modernità. Mentre il razzismo verso i meridionali, nel reprimere le rivolte contro il latifondo, funge da organizzazione della forza-lavoro per la “grande trasformazione” dell’economia italiana, del passaggio dalla rendita al profitto, dall’agricoltura all’industria, come forma principale di produzione. Non è un caso che nel primo decennio del novecento vada diffondendosi l’urgenza di conoscere il Sud. Diverse sono le inchieste volte a indagarne proprio l’alterità. La più famosa è quella di Francesco Saverio Nitti ed Eugenio Faina, Inchiesta parlamentare sulle condizioni dei contadini nelle province meridionali e nella Sicilia. Si parla, qui, chiaramente dell’inferiorità del “contadino meridionale”, impreparato ad assumersi la responsabilità dell’autogoverno. Tale inferiorità, pur considerata un prodotto storico e ambientale, viene segnalata con termini quali “frode”, “violenza”, “basso livello intellettuale e morale”. Vengono poi riproposte tipizzazioni ed essenzializzazioni regionali, sostanzialmente negative, così come configuratesi nel corso dei secoli. Nell’invenzione di un’identità meridionale, si avverte aleggiare l’influenza e il peso proprio del “romanzo antropologico”. La sfiducia e il pessimismo nelle possibilità di cambiamento e di rinnovamento delle popolazioni meridionali si situano nella tradizione della “razza maledetta”. Anche il riferimento agli “incroci” con altri gruppi etnici, visto come possibilità di approdo alle attività civili superiori, ricalca, a distanza di oltre mezzo secolo, le soluzioni prospettate da Sergi, Niceforo, Lombroso, ecc. Il racconto del Mezzogiorno come alterità negativa è stato uno dei protagonisti principali del nation building all’italiana.

«… Il brigantaggio non è che un accesso di eroica follia, e di ferocia disperata: un desiderio di morte e distruzione, senza speranza di vittoria…»
(Carlo Levi)
