BRIGANTI

“Briganti” è un crudo spaccato su quella che è stata a tutti gli effetti “la prima guerra civile italiana”. La guerra di resistenza di una nazione sovrana contro uno stato invasore che aveva come unico intento quello di accaparrarsi le casse del Regno delle Due Sicilie, floride e pingue, così da rinverdire le rachitiche finanze di uno stato indebitato e fallimentare come quello piemontese. L’aggressione, iniziata senza neanche una formale dichiarazione di guerra, era fortemente sostenuta da Francia, Inghilterra e massoneria. Il copione dell’opera è stato elaborato direttamente da documenti dell’epoca cercando di abbinare all’azione scenica, di alto impatto emotivo ed evocativo, una forte spinta all’informazione storica. Frutto al principio di una scrittura scenica collettiva nell’ambito del Progetto Smo Village 2003, con il contributo della casting Shyla Rubin e della sceneggiatrice Tiziana Masucci, nel corso del tempo è divenuto altro da sé. Un copione totalmente riscritto, integrando alle figure preesistenti della stesura originale (come Michelina De Cesare della quale si racconta il martirio) altri personaggi, fino a far divenire “Briganti” un racconto complesso su vari piani narrativi, con storie e vicende che collimano e si intersecano. Data la suggestione della messa in scena e la relativa novità delle tematiche trattate al tempo (oggi invece è reperibile una vastissima fonte di documenti e la realtà storica è emersa con forza) “Briganti” arrivò a sfiorare le 80 repliche. Ora è destinato solitamente ai primi anni del laboratorio di formazione. Teatro sociale e di parola ma non solo, il racconto di alcuni momenti significativi del periodo, con uno stile da “action movie”, ben si sposa con l’intento di far convergere alcuni degli emblematici personaggi della guerra di resistenza contro l’invasore Sabaudo a Scurcola. L’azione scenica e la memoria si snodano a ritroso, ricostruendo e immaginando tutto ciò che è avvenuto nei giorni antecedenti quello che è passato alla storia come “l’eccidio di Scurcola Marsicana” (di cui già dall’incipit conosciamo il drammatico finale). L’episodio, che è anche l’occhiello del testo, è raccontato anche da Pasquale Squitieri nel film “Li chiamarono… Briganti”. Davanti alla tristemente nota Chiesa delle Anime Sante a Scurcola Marsicana infatti, la notte tra il 22 e 23 gennaio 1861, avvenne uno dei tanti stermini compiuti dall’esercito piemontese, il cui “modus operandi” con “il diritto di rappresaglia” consisteva nella strage sistematica della popolazione civile, rea di coprire, foraggiare e combattere al fianco del regolare esercito borbonico o al fianco dei Briganti. Per capire gli eventi sarà però necessario rammentare che anche nei territori marsicani, in quegli anni, avevano luogo aspri scontri tra filo-borbonici e filo-piemontesi (il meridione d’Italia era governato da Francesco II, ultimo re delle Due Sicilie). Il 13 gennaio del 1861 a Tagliacozzo, si assiste all’ ennesimo violento scontro durante il quale i piemontesi sono messi in fuga e costretti a ripiegare fino ad Avezzano. La mattina del 23 gennaio 1861 il maggiore Delitala, giunto a Scurcola da Avezzano, come costume delle tristemente note “colonne infami” piemontesi dei criminali di guerra Pinelli e Quintili, esercita l’autoproclamato diritto di rappresaglia. I borbonici fatti prigionieri sono 366 e vengono rinchiusi nella Chiesa delle Anime Sante. E’ in questo momento che prende il via il terribile eccidio: borbonici o contadini e canonici e “quanti indiscriminatamente vi trovassero per le strade” vengono portati fuori uno alla volta e giustiziati. Tra le vittime una menzione particolare andrebbe al valoroso medico Giovanni Maúti di Luco dei Marsi, che meriterebbe un racconto a sé, avendo affrontato il plotone di esecuzione pur di non tradire i suoi compatrioti: avrebbe avuto salva la vita se lo avesse fatto. Il Maggiore Delitala, come da direttive del Generale Quintili, fece fucilare 89 persone nell’arco della maledetta notte e le fucilazioni sarebbero continuate se a mezzogiorno non fosse pervenuto un ordine da Avezzano col quale si “consigliava” al Maggiore Delitala di sospendere le fucilazioni. Oltre agli 89 trucidati si sono perse le tracce anche degli altri 277 (come detto furono 366 le persone recluse nella chiesa delle Anime Sante), si dice che furono condotti ad Avezzano per poter essere processati in seguito all’Aquila, ma non arrivarono mai a destinazione. Domenico Lugini racconta, con grottesco sentimento filopiemontese, che del trasferimento se ne fecero carico le “patriottiche guardie nazionali di Scurcola e di Magliano de’ Marsi”. E se mai vi fossero ancora dubbi, queste parole equivalgono alla certezza che i quasi 300 sventurati non arrivarono mai a destinazione, poichè era costume delle guardie nazionali risolvere sbrigativamente il “problema” prigionieri. Ad oggi, tra l’altro, non è ancora chiaro che fine abbiano fatto i cadaveri dei giustiziati. Si può presumere che una parte di essi sia stata sepolta ai piedi del Monte San Nicola, quello che sovrasta l’antico borgo di Scurcola, o siano stati bruciati o inumati in un’immensa fossa comune. Inebriato dal successo, reso ubriaco dal sangue versato, il tristemente noto comandante Pinelli, il 3 febbraio successivo inviò alla frazione di colonna mobile del 40° fanteria questo terrificante dispaccio: “Ufficiali e soldati! Voi molto operaste, ma nulla è fatto quando qualcosa rimane da fare. Un branco di questa progenie di ladroni ancora si annida fra i monti, correte a snidarli e siate inesorabili come il destino. Noi li annienteremo, e schiacceremo il sacerdotale vampiro che con le sozze labbra succhia da secoli il sangue dell‘Italia nostra, purificheremo col ferro e col fuoco le regioni infettate dall’immonda sua bava e da quelle ceneri sorgerà piú rigogliosa e forte la libertà!”. Il 40° fanteria piemontese dei criminali Pinelli e Quintili lo ritroviamo in Terra di Lavoro, in Molise, in Sicilia in eguali azioni di sterminio, ad Auletta, Arcocello, Valle dell’Agnone, Piedimonte d’Alife, Monaco di Gioia, Fontana di Campo, Castellammare del Golfo e in altre decine e decine di piccole località, letteralmente cancellate dalla cartina geografica. Le “prodezze” della colonna infame furono premiate con l’assegnazione di 2 medaglie d’oro agli “eroici” Pinelli e Quintili, 110 medaglie d’argento e 105 menzioni onorevoli alle “gloriose” truppe. Il Generale Pinelli è noto anche per un episodio successivo alla conquista del Regno delle Due Sicilie da parte di Garibaldi, che definì le operazioni piemontesi nel sud  “cose da cloaca”. Comandante militare delle province parmensi, nell’ottobre 1860 venne messo alla testa delle forze italiane assedianti la cittadella di Civitella del Tronto, ancora in mano a una guarnigione dell’esercito delle Due Sicilie al comando del Maggiore Luigi Ascione. Nonostante la superiorità delle forze, le truppe comandate da Pinelli non riuscivano ad aver ragione degli assedianti. Pinelli adottò pertanto misure durissime contro la stessa popolazione civile e il 28 ottobre 1860, di fronte alla resistenza di Civitella del Tronto e alle insurrezioni di Caramanico, Avezzano, Sora, Carsoli, Pizzoli, decise la linea dura. Invase Pizzoli il 28 ottobre 1860, saccheggiò la città, la incendiò e fece strage di quanti tentarono di sottrarsi alle fiamme (nella sola mattinata uccise 136 innocenti, la maggior parte dei quali impiccati per risparmiare la polvere da sparo). La sera per dormire requisì la villetta del farmacista Alessandro Cicchitelli e frugando nei cassetti trovò i ritratti di Francesco II e di Maria Sofia. La mattina ordinò la fucilazione del farmacista davanti alla moglie implorante. Tutt’oggi non c’è una stima effettiva del numero dei civili massacrati dai carnefici di cui al contrario esiste un’infame e lunghissima lista. Questi feroci assassini sono stati infatti premiati con medaglie al valore e sono ricordati con strade intitolate a loro nome. Per oltre dieci anni i “liberatori” continuarono su questa gloriosa via: tra fucilazioni di massa, stragi e leggi speciali fino ad arrivare al genocidio che mai mente criminale avrebbe potuto concepire, l’eccidio delle 5000 anime a Pontelandolfo. Il 14 agosto del 1861, all’alba dell’Unità d’Italia, va in scena probabilmente la più nota delle stragi compiute dall’esercito Sabaudo, ai danni degli abitanti di due paesi, Pontelandolfo e Casalduni, in provincia di Benevento. Alle prime ore di quel maledetto giorno si scrive una delle pagine più nere del Risorgimento, puntualmente ignorata dalla storiografia ufficiale e dai testi scolastici. I protagonisti sono i “liberatori” piemontesi, con in testa l’infame Generale Enrico Cialdini. Dopo l’uccisione di alcuni soldati del regio esercito per mano dei briganti, su ordine di Cialdini, viene ordinata, come da costume piemontese, un’operazione di rappresaglia contro la popolazione civile. Sotto il comando del colonnello Pier Eleonoro Negri, una colonna di 500 bersaglieri viene inviata con la disposizione di massacrare tutti gli abitanti, ritenuti complici dei briganti, e di radere al suolo, per vendetta, i due paesi, che alle prime luci del 14 agosto i soldati raggiungono, sorprendendo gli abitanti nel sonno. I militari piemontesi assaltano così le chiese e le case: saccheggi, torture, incendi e stupri. Quella mattina accade di tutto. Le cronache dell’epoca raccontano che i militari davano fuoco alle abitazioni lasciando dentro gli abitanti mentre i bersaglieri attendevano l’uscita dei civili dalle proprie abitazioni in fiamme per sparargli addosso. Chi riesce salvarsi dalle fiamme e dal tiro a bersaglio viene catturato e poi fucilato. Per le donne c’era il solito trattamento a parte: cattura, stupro, sevizia e uccisione. Concettina Biondi, una ragazzina appena sedicenne, viene violentata a turno. Ecco la raccapricciante testimonianza dal diario del bersagliere Carlo Margolfo, uno dei 500 “gloriosi” bersaglieri protagonista della strage: “Al mattino del mercoledì, giorno 14, riceviamo l’ordine superiore di entrare nel Comune di Pontelandolfo, fucilare gli abitanti ed incendiarlo. Entrammo nel paese, subito abbiamo incominciato a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitava, indi il soldato saccheggiava ed infine abbiamo dato l’incendio al paese, di circa 4500 abitanti. Quale desolazione non si poteva stare d’intorno per il gran calore e quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti e chi sotto le rovine delle case”. L’ordine è perentorio: radere al suolo i due paesi, non far rimanere in piedi neanche una sola pietra. Come già ricordato, vengono prese d’assalto le chiese e le case e, al grido di “piastra, piastra”, vengono saccheggiate per poi essere incediate. Negli ordini scritti ai suoi sottoposti, Cialdini era solito raccomandare di “non usare misericordia ad alcuno, uccidere senza fare prigionieri, tutti quanti se ne avessero tra le mani”. Ed è esattamente quello che avvenne ad opera di questo criminale di guerra, a Pontelandolfo e Casalduni, al quale nel nostro Paese sono dedicate numerose vie e piazze che sarebbe ora per decenza di cancellare! Al termine dell’azione il colonnello Negri telegrafò a Cialdini: “Ieri mattina all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora”. Nel 1920 Antonio Gramsci, su “Ordine Nuovo”, a proposito di questi genocidi e di queste vere e proprie pulizie etniche perpetrate dei “civilizzatori e liberatori” italo-piemontesi a danno delle popolazioni meridionali, così scrive: “Lo Stato italiano si è caratterizzato come una dittatura feroce che ha messo a ferro e a fuoco l’Italia meridionale, squartando, fucilando e seppellendo vivi i contadini poveri che scrittori salariati tentarono di infamare con il marchio di briganti”. Si può senz’altro dire che la ferocia, per “diritto di rappresaglia”, dagli italo-piemontesi fu senza dubbio superiore a quella dimostrata, sempre per “diritto di rappresaglia”, dai nazisti nell’agosto del 1944 a Marzabotto e a Sant’Anna di Stazzema, dove gli abitanti furono anch’essi fucilati ma senza saccheggi e stupri e le case dei due paesi non furono bruciate, al contrario di quelle di Pontelandolfo e Casalduni di cui i piemontesi ne lasciarono intatte solamente tre. Eppure i nostri libri di storia e le enciclopedie non fanno altro che ricordare, perché giustamente non se ne perda la memoria, le vittime dei nazisti dell’agosto del 1944.  Sarebbe doveroso ritrovare anche la memoria degli eccidi e delle operazioni di pulizia etnica di cui furono vittime le popolazioni meridionali ad opera di altri italiani, che si spacciarono per “liberatori e civilizzatori”. Assassini le cui gesta criminali vengono ancora oggi puntualmente ignorate dalla storiografia ufficiale e scolastica. Le passate celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia sarebbero state una buona occasione per ricordare e ritrovare una memoria condivisa. Le parole di Giuliano Amato, presidente del comitato dei garanti, che riportiamo di seguito, sono state solo scuse tardive e grottesche, che confermano che questi fatti non sono mai stati riportati nei libri di storia. Amato ha dichiarato agli abitanti di Pontelandolfo: “A nome del presidente della Repubblica Italiana vi chiedo scusa per quanto qui è successo e che è stato relegato ai margini dei libri di scuola”. Qui, stanchi di tanto sangue, ci fermiamo con le descrizioni di alcune delle imprese dei nostri prodi liberatori. Diceva Leonardo Sciascia: “Questo è un Paese senza memoria e io non voglio dimenticare”. E neanche noi vogliamo dimenticare Scurcola, Pontelandolfo, i paesi scomparsi e mai ricostruiti e i milioni di connazionali costretti ad emigrare davanti alle macerie di una nazione depredata. Non vogliamo dimenticare le migliaia di meridionali ex soldati dell’esercito del Regno delle Due Sicilie, i Briganti-combattenti, i renitenti alla leva, gli oppositori politici e tutti i conterranei squagliati nella calce nei campi di concentramento e sterminio di Fenestrelle e San Maurizio Canavese. I piemontesi furono maestri in tutto dei nazisti, anche del triste motto ancora inciso nel lager di Fenestrelle “ognuno vale non in quanto è ma in quanto produce” che diverrà ad Auschwitz “Arbet macht frei” – “Il lavoro rende liberi”. Gli orrori del primo campo di concentramento europeo sono stati raccontati con terrificante lucidità anche dal giornale piemontese L’Armonia (“La maggior parte dei poveri reclusi sono ignudi, cenciosi, pieni di pidocchi e senza pagliericci. Quel poco di pane nerissimo che si dà per cibo, per una piccola scusa si leva e, se qualcuno parla, è legato per mani e per piedi per più giorni. Vari infelici sono stati attaccati dai piedi e sospesi in aria col capo sotto ed si fecero morire in questa barbarie” ) o in maniera più poetica dal pastore valdese Georges Appia che, nell’ottobre del 1860, e siamo solo all’inizio delle deportazioni, in visita al forte che già rigurgitava prigionieri meridionali, così ebbe a descriverli: “Laceri, ignudi e poco nutriti, appoggiati a ridosso dei muraglioni nel tentativo disperato di catturare i timidi raggi solari invernali, ricordando forse con nostalgia il caldo dei loro climi mediterranei soffocato dal sangue e molti altri non si trovano più né vivi, né morti. E’ una barbarie signori”. Per concludere non vogliamo dimenticare quello che il sud era prima della depredazione, ricordando quanto inciso su una roccia calcarea sulla “Tavola dei Briganti” nella Majella: “Nel 1820 nacque Vittorio Emanuele Re d’Italia. Prima era il regno dei fiori, ora è il regno della miseria.”

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