Briganti e galantuomini: quando i nazisti indossavano il kepì

In tema di brigantaggio meridionale il protagonista è quasi sempre il contadino, il pastore o il brigante (che poi è la stessa cosa), i quali si contrapponevano ad una classe sociale diversa, quella dei ‘galantuomini’: grandi proprietari terrieri e allevatori, responsabili del patto con l’amministrazione piemontese che ha contrassegnato la nascita dell’Unità d’Italia. Fu una guerra civile che ebbe due aspetti: quello militare, caratterizzato da una ferocia inutile e da una inadeguatezza della classe militare al comando, che lascia presagire i disastri del 1866, e quello politico-sociale, nel quale spicca il ruolo dei galantuomini e il loro tacito patto con l’amministrazione piemontese, destinato ad incidere non solo sul futuro del meridione, anche sugli esiti del processo di unificazione dello Stato. Dopo l’unità, la destra al governo non attuò una politica favorevole alle popolazioni delle campagne meridionali e in particolare non intervenne per modificare la struttura della proprietà terriera, basata sul grande latifondo. Il malcontento e le difficilissime condizioni di vita dei contadini diedero origine al grave fenomeno del brigantaggio: grandi e piccole bande armate imperversarono nel Mezzogiorno, dando vita a uno scontro che assunse i toni e le dimensioni di una vera e propria guerra civile nei confronti della quale lo stato non volle trovare altra risposta che la repressione militare. Inseguimenti e cacce all’uomo sulle alture. Sali, scendi, montagne, boschi, spara, e spesso muori. Una guerra feroce di poveri cristi, una guerra di agguati, schioppettate, gole tagliate, prigionieri seviziati. Si stenta a distinguere le ragioni dai torti e a cogliere a volte una natura umana comune, nella lotta infame senza pietà tra briganti e piemuntisi. Che poi non erano solo settentrionali, tanto meno piemontesi, ma venivano da ogni parte d’Italia, meridione compreso, dato che la leva obbligatoria impegnava in arme tutti i ragazzi dello Stato neonato, cresciuto a dismisura rispetto all’originario Regno di Sardegna. E così si osservano le miserie e le viltà della guerra senza quartiere che insanguinò per dieci anni il Mezzogiorno, le ingiustizie, l’incapacità di capire degli uni e degli altri. Una rivolta contadina contro i metodi ed i sistemi adottati dal nuovo regime, ma a T’orino non si ammette che altre possano essere le cause della rivolta contadina, né tanto meno che a provocare la degenerazione delle prime manifestazioni legittimiste in delinquenza comune sia stata la politica della Destra. Nessuno vuole che si parli di “occupazione piemontese” meridionale e la Camera dei Deputati non consente ad un suo membro di presentare il 20 novembre del 1861 e di illustrare una mozione che è un violento atto di accusa contro la politica del Governo cui si attribuisce la responsabilità di aver provocato nelle province napoletane una situazione che non riesce più a controllare. Gli uomini di Stato del piemonte- afferma nella sua mozione il duca di Maddaloni Francesco Proto Carafa deputato di Casoria – hanno corrotto nel Regno di Napoli quanto vi rimaneva di morale. Hanno spoglio il popolo delle sue leggi, del suo pane, del suo onore… e lasciato cadere in discredito la giustizia… Hanno dato l’unità al paese, è vero, ma lo hanno reso servo, misero, cortigiano, vile. Contro questo stato di cose il paese ha reagito. Ma terribile ed inumana è stata la reazione di chi voleva far credere di avervi portato la libertà… Pensavano di poter vincere con il terrorismo l’insurrezione, ma con il terrorismo si crebbe l’insurrezione e la guerra civile spinge ad incrudelire e ad abbandonarsi a saccheggi e ad opere di vendetta. Si promise il perdono ai ribelli, agli sbandati, ai renitenti. Chi si presentò fu fucilato senza processo. I più feroci briganti non furono certo da meno di Pinelli e di Cialdini. Le accuse mosse dal duca di Maddaloni irritano il governo a T’orino, non si può ammettere che un deputato meridionale faccia proprie le accuse che i leggittimisti borbonici muovono agli uomini del nuovo regime. Il deputato di Casoria è invitato a ritirare la sua mozione e, al suo diniego, la Presidenza della Camera non ne autorizza la pubblicazione negli Atti Parlamentari e ne vieta la discussione in aula perché espressione della pia bieca reazione. Anche Giuseppe Ricciardi (eletto nel Collegio di Foggia) preannunzia una sua interpellanza sulle condizioni delle province meridionali. Ma il Governo non intende discutere su questo argomento. La stesso Presidente del Consiglio interviene ed invita la Camera a non fare discussioni inutili: il promuovere la questione delle piaghe delle provincie meridionali – ritiene il Ricasoli- sarà un perder tempo prezioso, sarà il ripetere una storia dolorosa di cose che purtroppo sappiamo. Giuseppe Ferrari (eletto nel Collegio di Gavirate, prov. di Varese) sostiene la necessità che la Camera affidi ad una propria Commissione una inchiesta da condurre nelle province infestate dal brigantaggio per accertarne le cause e proporre rimedi per sanare la tragica situazione provocata dalla guerra civile alimentata dalla erronea politica che nel Mezzogiorno svolgono moderati e Governo. Il Ferrari, che non nasconde il pericolo del brigantaggio e le conseguenze che esso può avere nella vita del giovane Regno d’Italia, viene interrotto da Giuseppe Massari : nelle campagne meridionali non si combatte una guerra civile – afferma il segretario della Camera dei Deputati- I briganti sono masnadieri, non un partito politico. L’insistenza con cui i deputati meridionali si oppongono al diniego del Governo di iscrivere all’ordine del giorno le loro interpellanze, irrita anche i deputati della Sinistra i quali, invece, vorrebbero preordinare l’ordine dei lavori per il dibattito sulla Questione Romana . Solo nel 1863 venne costituita una commissione parlamentare di inchiesta sul brigantaggio allo scopo di conoscere più approfonditamente questo fenomeno e mettere il parlamento in condizione di approntare gli strumenti legislativi per poterlo sconfiggere. Così si approverà con procedura di urgenza dal Senato nella seduta del 6 agosto, e pubblicata il 15 agosto del 1863, la famigerata “Legge Pica” che assegna alla competenza dei Tribunali Militari i reati di brigantaggio, sancisce la fucilazione per chi oppone resistenza all’atto della cattura e aiuta, in qualsiasi modo, i briganti fornendo loro notizie e viveri, riconosce la possibilità di applicare le attenuanti previste dal Codice Penale anche ai delitti di brigantaggio, concede attenuanti a chi, entro tre mesi dalla entrata in vigore della legge, si presenti alle autorità costituite e istituisce il domicilio coatto per gli oziosi, i vagabondi, i sospetti e i manutengoli . Le testimonianze dei militari che parteciparono alla repressione del brigantaggio e che furono interpellati dalla commissione, o comunque ne scrissero, sono in grande maggioranza concordi nello stabilirne il carattere fondamentale di rivolta sociale, e si sforzano di individuare gli strati sociali protagonisti della sollevazione, indicandoli, in genere con sufficiente precisione, nei “giornalieri,” e portando quindi l’attenzione prevalentemente sulla piaga dei bassi salari. Analoghe opinioni, più o meno documentate, espressero in scritti ed in altre circostanze anche altri ufficiali di vari gradi, dal generale ex garibaldino Gaetano Sacchi, che comandò la divisione militare di Catanzaro nel 1868, al sottotenente di cavalleria Enea Pasolini (figlio del noto statista moderato e grande proprietario terriero romagnolo, Giuseppe), che morì nel 1868 di malattia contratta per servizio in Calabria, fino agli estensori di scritti rimasti anonimi, degni di nota per alcune acute considerazioni racchiusevi e, in qualche caso, anche per un senso di umana comprensione che li ispira. […]
Il passaggio dei contadini meridionali al brigantaggio fu quindi, una forma di protesta estrema che nasceva dalla miseria e non trovava altro mezzo che la violenza per lottare contro l’ingiustizia, l’oppressione e lo sfruttamento. Un vecchio contadino di Roccamandolfi, nel Molise, riassunse una volta, con scabra efficacia, questa realtà di fatto: “Noi siamo tristi, è vero, ma ci hanno sempre perseguitati; i galantuomini si servono della penna e noi del fucile, essi sono i signori del paese e noi della montagna.” Il sottoprefetto di Ariano Irpino, Lucio Fiorentino, notava : “Qui nelle capanne è più facile trovare fucili che pane.”
Il movente economico-sociale, che era alla base del moto di massa, si rifrangeva poi nel complesso intreccio delle reazioni psicologiche individuali, dominate da due fondamentali sollecitazioni: l’impulso anarchico alla vendetta e alla distruzione, proprio della mentalità contadina. La famigerata “legge Pica”, dette “ottimi” risultati in materia di repressione ma non intaccò in profondità le cause che avevano originato il fenomeno e quindi lasciò la questione del tutto e fatalmente irrisolta. Una legge che lasciò sul campo oltre 60.000 vittime, un lascia-passare che legittimava gli atti scellerati commessi dall’esercito piemontese, già in precedenza colpevole di atti di ritorsione verso i cittadini inermi adulti o bambini, uomini o donne, senza alcuna differenza, dove nemmeno le donne incinte venivano risparmiate!
Le scuole vennero chiuse per oltre un decennio, decine di migliaia di meridionali prelevati dalle loro case e deportati in veri e propri campi di concentramento,
Accanto ai tribunali militari e alle fucilazioni sul posto, non vi fu molto di più. Mancò da parte del governo una seria e incisiva azione politica diretta a migliorare le condizioni di vita della popolazione meridionale.
E quando i briganti furono finalmente debellati, si diede inizio un altro flagello: quello dell’emigrazione.
Il contadino, sceso dalla montagna e gettato alle ortiche lo schioppo, prese la misera valigia di cartone con le sue povere cose e si trasferì al di là dell’Oceano, verso terre lontane e spesso inospitali.
Da brigante si trasformò in emigrante ed è francamente difficile dire quale delle due esperienze sia stata più dura e drammatica. Al meridionale, al cafone, umiliato, violentato,tradito,calpestato, non restava altra scelta che lasciare la propria casa. Ad oggi, all’ inizio di terzo millennio, ancora si parla diffusamente di una “questione meridionale” ben lungi dall’essere risolta!


La repressione messa in atto nel primo decennio dell’Italia unita, con la lotta del regno sabaudo contro il brigantaggio propriamente detto. Ma per briganti s’intendevano soprattutto quanti, ed erano tanti, per un motivo o per l’altro non accettavano la piemontesizzazione del Mezzogiorno continentale e della Sicilia, e vi si ribellavano duramente. Certo, questa impresa violenta non è che l’ultimo capitolo di una secolare storia di sanguinose repressioni, in cui i poteri statali che si erano via via avvicendati non furono in grado di trovare altra risposta ai sommovimenti sociali (al cui centro sono quasi sempre questioni legate alla proprietà o alla gestione delle terre) che non fosse il sangue. Se non che, di quel decennio e in uno stato che si definisce liberale, quel che soprattutto colpisce è la delega assoluta concessa ai militari che governano, quasi sempre alla faccia di prefetti e procuratori del re, con leggi (e soprattutto non leggi) eccezionali, con stati d’assedio, con decimazioni, con tribunali militari sorti da null’altro che dalla feroce mentalità extralegale di chi li aveva istituiti e gestiti.

La “grande mattanza” s’attaglia alle gesta del colonnello Pietro Fumel da Ivrea che adotta metodi ben più sbrigativi. È spietato. Va a caccia di otto briganti di Bisignano. Uno rimane ucciso, uno è ferito, gli altri sei si consegnano per liberare i parenti arrestati come ricatto. Secondo quanto riferisce un rapporto prefettizio (ed è descrizione identica a quella che ottant’anni dopo vedrà i partigiani vittime dei criminali nazifascisti) il colonnello Fumel li faceva quindi fucilare sul luogo e attaccare poscia alle antenne del telegrafo che fiancheggiano la strada con un cartello appeso al collo indicante i delitti che avevano commessi e ad esempio dei tristi. È descrizione identica a quella che ottant’anni dopo vedrà la tragica fine dei partigiani vittime dei criminali nazifascisti. Una carneficina, a Fagnano Castello ordina la fucilazione di cento contadini inermi, delle orrende scenografie (spesso le vittime erano decapitate e le loro teste impalate) e nessuno lo ferma. Una volta, avendo saputo che un vescovo se la intendeva coi briganti dà ordine di arrestarlo. Nessuno ne ha il coraggio. Allora Fumel entra in chiesa una mattina che il vescovo solennemente pontificava, si avvia all’altare e lo arresta sotto gli occhi della folla. Poi lo fa fucilare. E non risparmia i cadaveri dei “banditi”: spesso, tagliate le teste, le fa mettere sotto vetro e le offre come orrendi regali.







Il marchese Emilio Pallavicini da Genova, futuro senatore del regno, vanta poteri amplissimi: è “autorizzato a oltrepassare i limiti [cioè le leggi, ndr] quando le circostanze lo esigano (quasi sempre!). Il giorno 15 settembre ultimo scorso [1865] in via riservata io ordinai ai comandanti di Zona e Sottozona di procedere novellamente all’arresto dei parenti dei briganti con l’avvertenza di doversi tale provvedimento applicare soltanto ai parenti prossimi, cioè al padre, alla madre, ai fratelli, alle sorelle, alla moglie e ai figli […] Tale misura eccezionale non va considerata come una trasgressione alle superiori determinazioni avuto riguardo della tacita autorizzazione del provvedimento eccezionale che il Ministro stesso [Petitti Bagliani] mi concedeva

Nel decennio che ha visto inaugurare la storia dell’Italia unita ci sono state più guerre, oltre a quella militare: una guerra civile, che ha contrapposto selvaggiamente italiani del Nord e italiani del Sud; e una guerra fratricida, paese per paese, di meridionali contro altri meridionali, una guerra di classe tra proprietari e contadini senza terre.

Un pensiero riguardo “Briganti e galantuomini: quando i nazisti indossavano il kepì

  1. Che pena e che ignoranza!io ci sono arrivato con i ragionamenti,e trovo scandaloso che ancora oggi,ai più, questa epopea,è sconosciuta!
    Si è trattato di una vera e spietata guerra civile!

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