A Ricordo di Francesco Tassone.

Nato nel 1926 in un paese contadino delle montagna calabrese (Spadola), è uno dei fondatori del Movimento Meridionale, nato dalla individuazione della condizione meridionale, all’interno dello Stato unitario italiano, come quella di una colonia interna (con una riflessione stretta e congiunta con Nicola Zitara L’unità d’Italia, nascita di una colonia, Jaca Book, 1972), e dalle forti spinte autonomiste che provenivano in particolare dal sardismo e dai processi di liberazione in atto nel ”Terzo Mondo”. Da allora ha lavorato per dare al processo strutture organizzate (la rivista che prende il nome di Quaderni del Sud- Quaderni calabresi, la casa editrice Qualecultura, e più ancora le “cooperative della ricostruzione diretta ed autogestita” in territori colpiti da grandi calamità naturali, (quale l’alluvione del 1973 in Calabria ed il terremoto del 1980 in Irpinia e Basilicata); strutture considerate idealmente e praticamente, terre libere dalla colonizzazione.

Non mi risulta che qualcuno abbia mai pensato di scrivere la storia del Meridione dopo il 1860; di narrare a quale vicende esso si è trovato esposto in tale periodo, all’interno della struttura politica dello Stato Italiano, allora costituito, non certo con il suo concorso; a quali trasformazioni è andato soggetto, quali sono le sue condizioni attuali, quali prospettive si aprono ai suoi tempi a venire. È come se per il Meridione il 1860 segni la fine della storia; per il Meridione e per gli uomini che in esso vivono, non più meridionali, ma italiani, totalmente ed irrevocabilmente assorbiti in tale qualificazione pur continuando ad abitare un territorio che ha nome Meridione e per una non piccola parte di essi , che continuano ad abitare terre come la Sicilia e la Sardegna, che hanno attraversato i millenni con le loro ben definite fisionomie. Quello che segue è un rapido sommario, una piccola bozza dei punti principali di un profilo storico sotto l’aspetto unificante della invasione del territorio e della coscienza stessa dell’appartenenza ad una comunità. Poiché si tratta di un periodo di tempo notevole, e su cui ha funzionato una pressocchè totale censura, all’esterno ed anche all’interno, può essere utile tentare di dare un primo schema della vicenda, che consenta una visione di insieme e che valga come spunto di riflessione, senza altre pretese.

1. 1860. Il regno delle Due Sicilie viene invaso ed abbattuto militarmente dalla combinazione tra la spedizione dei Mille e l’intervento dell’esercito piemontese. Con esso viene abbattuto lo Stato meridionale, cioè la struttura politica attraverso cui il Meridione esercitava la sovranità sul proprio territorio. 2.1861/1867-68-69…..quasi in prosecuzione con la sconfitta militare, il Meridione subisce una seconda sconfitta attraverso la repressione della rivolta popolare, che va sotto il nome di brigantaggio o guerra del brigantaggio.

3. Inizia così la storia del Meridione all’interno dello Stato unitario italiano, tuttora in atto. E proprio perché ancora in atto, gli avvenimenti che danno ad essa inizio ed impulso non restano circoscritti agli anni del loro compimento, ma propagano la loro forza attraversando gli anni successivi fino a noi, come un bigbang.

4. Quegli avvenimenti, restano per lungo tempo inibiti alla coscienza collettiva dei meridionali. Dei fatti di Bronte, dell’eccidio consumato da Bixio con un processo fasullo, ve ne sarà una prima memoria, di carattere letterario solo dopo quarant’anni; lo farà Verga nel 1900, con la novella “Libertà”, come annota Sciascia ne “La corda pazza”; ed occorrerà ancora circa un settantennio prima che qualcuno porti quella vicenda su uno schermo cinematografico.

5. Quegli avvenimenti restano per lungo tempo inibiti ed autoinibiti alla coscienza dei meridionali. Essi, i meridionali, dopo quelle due sconfitte, entrano nel Regno diventando italiani e, insieme, dimenticando di essere meridionali; anzi la meridionalità diventa una qualificazione non solo priva di contenuto, ma evocativa di arretratezza e di borbonismo, motivo di disistima e di autodisistima.

6. Da quel momento non vi è più posto per la storia del Meridione, ma solo per la storia d’Italia. Le vicende del Meridione all’interno dello Stato italiano (del Regno sabaudo prima e della repubblica italiana dopo) non trovano più narratori e non sono più materia di rielaborazione storica. Esse al più divengono una “questione “ non dei meridionali, ma dello Stato italiano o, come altrimenti si dice, nazionale (una esemplare narrazione dei percorsi tortuosi che la sottostante cultura meridionale è costretta a seguire nel campo degli studi folklorici è narrata da Lombardi Satriani e da Mariano Meligrana nell’introduzione al volume Diritto egemone e diritto popolare- Qualecultura, Vibo Valentia, 1975- introduzione che porta il significativo titolo di “ Storia diun’assenza”.

7. Solo da pochi anni si vanno formulando ed infittendo studi e pubblicazioni che, diradando il silenzio e fugando la denigrazione e la demonizzazione da cui erano stati circondati dall’agiografia del nuovo Stato, si soffermano su quegli avvenimenti, avvertendone la loro centralità (tra i tanti testi “ L’invenzione dell’Italia Unita”, di Roberto Martucci, professore ordinario di Storia delle Istituzioni politiche presso la facoltà di scienze politiche dell’Università di Macerata, pubblicato da Sansoni nel 1999 e la “Controstoria dell’unità d’Italia” di Gigi Di Fiore, pubblicato da Rizzoli); con un lungo intervallo rispetto allo scritto di Nicola zitara del lontano 1972, con cui l’invasione, denominata unità, veniva letta nella sua reale portata di sottomissione e sfruttamento coloniale di altri popoli e territori.

8. Numerosi altri studi si soffermano sugli effetti di quegli avvenimenti sulle strutture economiche e sulle strutture sociali dei territori occupati, che vanno incontro a inarrestabili processi di disgregazione e di deforme adattamento al regime di dipendenza con quegli avvenimenti instaurati (dal saggio di Nicola Zitara del lontano 1971 “L’unità d’Italia, nascita di una colonia”, pubblicato da Jaca Book, al ponderoso volume di Aldo Servidio, ”L’imbroglio nazionale” Guida 2001, a “ La provincia subordinata” di Luigi De Rosa, pubblicato da Laterza nel 2004, dedicato all’ininterrotta successione dei modelli economici imposti al Meridione per esigenze non sue a partire dall’unità) . Tra gli effetti sulle strutture sociali ricordo, tra le pubblicazioni ricadenti nella mia personale esperienza, il numero 42-43 della rivista Quaderni del Sud- Quaderni calabresi, dedicato a “ Mafia, Stato, sottosviluppo”, del 1977 (poi pubblicato in volume dalla Jaca Book con il titolo “ Le ragioni della mafia” ,1983), frutto di un intenso lavoro sul legame che intercorre ta i processi mafiosi e le strettoie che una società compressa, come quella meridionale, oppone al bisogno di crescita delle popolazioni ed in particolare alle loro vocazioni produttive. 9. Decisivi nell’economia di questo intervento sono gli effetti culturali e politici di quelle vicende. Essi si traducono nella subordinazione a sé, da parte del nuovo regime, della classe politica meridionale; nell’imposizione di un modello culturale unico, definito nazionale ed assunto come unico metro di giudizio; nella subordinazione a tale modello degli intellettuali ed in genere della classe dirigente, rimasti meridionali solo di suolo e di anagrafe; nella cancellazione dell’identità meridionale e dell’idea stessa di una sua sussistenza e di una sua legittimità. E con essa nella cancellazione del principio vitale delle appartenenze plurime, nel caso concreto della possibilità di una doppia appartenenza, meridionale ed italiana.

10. Molti sono gli strumenti di questa assai più penetrante occupazione, tra cui, oltre all’insediamento sul territorio delle strutture politiche, militari ed amministrative di uno Stato così connotato, ivi compresa la scuola, va ricordato il ruolo del “partito nazionale”, portatore, nella normalità dei casi, dell’ideologia dello “Stato unitario e nazionale” su cui è modellato.

11. Si tratta della terza e definitiva offensiva e sconfitta, quella destinata a sbaragliare definitivamente le possibili residue resistenze meridionali, privandole del retroterra costituito da un territorio inteso come identità e storia.

12. E’ in questo quadro che si può pensare di abbozzare la storia del Meridione all’interno dello Stato italiano , quale si è configurata dal 1860 ad oggi. E in essa la nostra storia, personale e comunitaria, tenendo conto del fatto che persona e comunità sono legate da un rapporto costitutivo, inscindibile ed interattivo.

13. Tale storia si può dividere in due periodi, il primo, dopo le vicende dell’annessione politico-militare, è quello della riduzione del Meridione a “grande riserva contadina”, ad una “grande stagnazione sociale”, in cui si disgregano e si corrompono le sue strutture economiche e sociali.

14. Esso dura quanto dura l’Italia protetta dalle barriere doganali, autarchica, provinciale ed imperiale insieme. Con le aperture che seguono alla fine della seconda guerra mondiale, la “grande riserva” si dissolve ed i suoi uomini, portatori di una cultura di cui si fa voce Carlo Levi, si disperdono per il mondo, in un esodo disordinato che non lascia alle spalle un ordine sociale a cui fare riferimento. È la fine di un mondo, di cui parla Franco Costabile ne “La rosa nel bicchiere” e ne “Il canto dei nuovi emigranti”, due testi fondamentali per la lettura di questo incrocio tra i due periodi, pubblicati da Qualecultura (Vibo Valentia) ed oggetto di un bel documentario di due giovani registi calabresi , Felice D’Agostino e Arturo Lavorato, su progetto di Franco Adornato, vincitore del Torino Film Festival, nell’edizione del 2006. 15. Ha inizio così il secondo periodo, quello a noi più prossimo, ma sufficientemente lontano per tentarne una qualche lettura, contrassegnato dall’esodo della parte viva dei suoi abitanti e dall’occupazione dello spazio vuoto come terreno di speculazioni e di cattedrali nel deserto, su cui si insedia un diffuso sistema di poteri separati, di carattere feudale e di stampo politico-mafioso.

16. Oggi il Meridione è estremamente debole perché debole è la sua presenza nei nostri cuori. Perché noi e le nostre menti siamo deboli e confusi 17. Tuttavia da qualche tempo il Meridione torna ad essere soggetto di storia e si incomincia a scrivere anche delle sue vicende all’interno dello Stato Italiano sorto nel 1860. Si incomincia a parlarne sentendo, inoltre, che si tratta delle nostre storie personali, che non possono essere staccate dalla nostra storia come comunità senza renderle sterili, senza privarle del linguaggio necessario al esprimerle, che è personale e comunitario insieme. Incominciamo ad intravedere lo stato di alienazione, personale e collettiva in cui siamo stati immersi fino ad ora ed a percorrere la via maestra della ricostruzione della nostra identità, curandone l’espressione in tutti i terreni che la vita ci offre. 18. Peraltro vi è una larga parte di meridionali che vive fuori dal sistema feudale di potere, anche se tenuta ai margini, ricattata, anche se impotente nella sua frantumazione ed isolamento: ma certamente non estranea alle fondamentali vocazioni dell’uomo, della libertà e della unità con gli altri uomini e le altre creature.

19. Vi sono soprattutto orizzonti nuovi, che rivalutano e postulano i legami con i territori; che considerano vitali le appartenenze plurime, come date dalla storia (si pensi alla nostra appartenenza al Mediterraneo, all’Europa, a quella pur così travagliata con lo Stato italiano o meglio, con i territori ed i popoli in esso inglobati); che pongono a fondamento di un nuovo ordine le due appartenenze prime, in rapporto dialettico tra di loro, l’appartenenza al proprio territorio e l’appartenenza alla famiglia umana (e meglio a questo complesso vivente che è il nostro pianeta Terra).

20. E’ nell’ambito di questi nuovi orizzonti, che il Meridione può emergere dalla sua alienazione e dalle sue sofferenze, partendo dall’affermazione a se stesso della sua identità e delle responsabilità che ne sono indissolubilmente connesse.

21. In altri termini, se le ripetute ondate delle successive invasioni hanno smantellato (e corrotto) le nostre strutture materiali, le nostre strutture sociali e la struttura della nostra soggettività, oggi è solo partendo dalla ricostruzione di essa che può essere seguito il percorso inverso, e che è anche un percorso nuovo. E questo è un potere che è in ognuno di noi e del quale nessuno può definitivamente deprivarci.

Il breve profilo tracciato sopra è frutto del lavoro che il Movimento Meridionale conduce all’interno del Meridione contro una “unità”, che di fatto è una “conquista” e una invasione tuttora in atto. Si è trattato di una espansione di tipo imperialista, secondo la spinta che animava ed anima gli “stati nazionali” e le loro coalizioni, di cui sono vittime principali i contadini e tutti gli altri lavoratori ed operatori, la cui vita ed il cui lavoro sono legati al territorio di cui sono titolari. Tra i beni comuni essenziali vanno considerati come primari il territorio, l’identità, le comunità, la cittadinanza, beni materiali e morali che rendono gli uomini persone e popolo e restituiscono ad essi intera la loro forza. Si tratta di beni vitali in particolare per i contadini e per tutti gli altri lavoratori, nelle svariate forme in cui si estrinseca l’attività dell’uomo, a partire dalle molteplici forme di lavoro autonomo; sicchè la prima e fondamentale forma di espropriazione e di connesso sfruttamento è, secondo noi, quello dello sradicamento dal territorio e dalle comunità comunità da loro edificate, in cui è radicata la loro vita, una forma di sfruttamento tutta interna allo sfruttamento del modo di produzione capitalista. Per questo il Movimento prese nome al suo inizio di “Movimento dei contadini del Mezzogiorno delle Isole”, in cui l’accentuazione sui contadini e la menzione delle Isole, sono dovute alla presenza in uno dei gruppi autonomisti sardi “Città-campagna”, che vedeva tra gli animatori le grandi tempra di Eliseo Spiga e di Antonello Satta. In questo ordine di idee, – che si è andato formando nel lavoro di “decolonizzazione” e di aggregazione intorno a quei beni comuni- il profilo sopra tracciato indica quello che ci sembra il punto cardine perseguito dalla conquista e cioè l’occupazione delle menti ed il loro disorientamento mediante lo sradicamento del loro legame con il proprio territorio, con la propria storia, con il sentimento del loro futuro, in definitiva con la loro identità storica, a cui si deve contrapporre un percorso di liberazione dal vecchio e nuovo colonialismo nelle sue diverse forme , come movimento interno al più generale processo di liberazione dallo sfruttamento della società del capitale.

Francesco Tassone

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L’annessione del 1860 fu l’atto necessario per dare avvio all’accumulazione funzionale allo sviluppo dei territori dell’area padana. A questo processo fece e fa da supporto la nostra subalterna adesione al dominio dei colonizzatori.
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Il comportamento connivente dei politici nostrani che occupano poltrone romane, è una delle più sfacciate dimostrazioni del loro tradimento. “La liberazione non è una ideologia, ma un fatto; un processo materiale di vita, che trova il suo svolgimento qui ed ora, all’interno della comunità in cui trova svolgimento la vita di ognuno di noi”.
Dovremmo raccogliere questa sua indicazione e tradurla in una fattiva non collaborazione, se vogliamo vedere la fine del sistema coloniale.

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