Una sera nel porto di Genova…

La sera del 5 maggio 1860 dal porto di Genova fu allontanata la polizia portuale e furono allontanati anche curiosi e «perditempo». C’era nell’aria qualcosa di grosso che tutti ben conoscevano, ma della quale era assolutamente vietato fare cenno. Due piroscafi, il Lombardo ed il Piemonte, si dondolavano tranquillamente nella rada.
Avevano da poco cambiato proprietario. Il loro acquisto era stato trattato ed operato riservatamente da emissari del Governo Piemontese con il sig. Fauchet, amministratore della Società Armatrice Rubattino. Quei due piroscafi servivano, infatti, per trasportare in Sicilia Garibaldi ed un migliaio di uomini. Si trattava del primo nucleo di quell’Armata che avrebbe conquistato la Sicilia.
Agli occhi del corpo diplomatico, dell’opinione pubblica e di non pochi cronisti e dei futuri storici, il Lombardo ed il Piemonte, tuttavia, dovevano apparire catturati, nel corso di una imprevista ed audace azione piratesca, dai Garibaldini. Il finto colpo di mano verrà affidato a Nino Bixio e collaborato dal Capitano Castiglia (uno dei pochissimi Siciliani che partecipavano alla Spedizione garibaldina).
I due eroi, con un manipolo di volontari, penetrarono, quindi, nel porto, avanzando nell’oscurità. Successivamente, utilizzando una tartana, provvidenzialmente trovata ormeggiata nella banchina antistante a quel tratto di mare, si avvicinarono ai bastimenti.
A bordo del Piemonte e del Lombardo, in quel momento, si trovavano, al completo, i rispettivi equipaggi, che, però, guarda caso, stavano dormendo fin troppo sodo…
Il tutto con assoluta fedeltà al copione. Ovviamente.

LA ‘CATTURA’ DEI PIROSCAFI PIEMONTE E LOMBARDO – I volontari si arrampicarono sui due vapori (non casualmente privi di sentinelle) e, armati di revolver, finsero di svegliare dal loro sonno i marinai, compresi gli uomini che avrebbero dovuto fare la guardia. Quindi costrinsero «i fuochisti ad accendere le caldaie, i marinai a salpare l’ancora, i macchinisti a prepararsi al loro mestiere», «tutti a sgomberare, a pulire il bastimento, ad allestirlo in fretta per la partenza. E così avrebbero fatto col massimo ordine e silenzio e non senza molti sorrisi d’ironia per quella farsa con cui l’epopea esordiva». Aggiungiamo che Bixio, subito dopo, avrebbe fatto un discorsetto ai marinai, i quali, peraltro, avevano provveduto per tempo a salutare le rispettive famiglie, lasciando un gruzzoletto di soldi, maggiore di quello che di solito lasciavano per le frequenti lunghe assenze che la vita di marittimo comportava.
Quando si dice le coincidenze! In sostanza, il braccio destro avrebbe detto agli stessi marinai che potevano scegliere fra tornare a casa o arruolarsi con Garibaldi per conquistare (anzi: per liberare) il Regno delle Due Sicilie e per fare l’Unità d’Italia. I marinai, entusiasti, avrebbero detto di scegliere, seduta stante, la seconda opzione. Non a caso si erano portati anche la biancheria di ricambio.
Quarto, nella notte fra il 5 e il 6 maggio 1860, si parte!…
Le operazioni di messa in moto dei due piroscafi sarebbero state lente, complicate, confuse. E avrebbero richiesto diverse ore. Garibaldi, nella vicinissima borgata di Quarto, attende nervoso e preoccupato. Comincia già a sospettare che Bixio abbia fatto fiasco, nonostante tutto fosse stato preparato, per filo e per segno. Nei minimi dettagli, insomma.
Tuttavia, c’è da dire che anche la presenza a Quarto di Garibaldi, alloggiato a Villa Spinola, e la concentrazione di quegli oltre Mille volontari, con non pochi accompagnatori, erano ufficialmente un segreto. Così come era un segreto il fatto che gli alberghi di Genova e dintorni erano zeppi di clienti e che non tutti vi avevano trovato alloggio. Molti bivaccavano nei dintorni. Erano quei segreti all’italiana che avrebbero tanto affascinato i lettori dei giornali Inglesi in tutto il mondo. E avrebbero in seguito dato modo all’agiografia risorgimentale di avvalorare la tesi della spontaneità dell’iniziativa.
Finalmente, al largo dello «scoglio di Quarto», comparvero, sbuffando, i due piroscafi che si fermarono, però, prudentemente a debita distanza dalla riva. Non vi saranno problemi, perché, fortunatamente, sono già belle e pronte tante barche di ogni tipo per portare i Mille a bordo dei due colossi del mare. A questo punto entra in scena Garibaldi.
Ecco cosa scrive in proposito l’Abba:
«… Dinanzi, sullo stradale che ha il mare lì sotto, v’era gran gente e un bisbiglio e un caldo che infocava il sangue. La folla oscillava: “Eccolo! No, non ancora!”. E invece di Garibaldi usciva dal cancello qualcuno che scendeva verso il mare, o spariva per la via che mena a Genova. Verso le dieci la folla fece largo più agitata, tacquero tutti, era Lui!». “Le numerose barche, poterono, così, avere l’ordine di procedere al traghettamento dei volontari sui piroscafi. Anche questa operazione durerà diverse ore. Ma non c’è fretta. Nessuno insegue i Garibaldini o minaccia di interromperne le manovre maldestre. Una sola condizione: la consegna del silenzio. Nessuno deve sapere niente… (quantomeno ufficialmente).
La prima sosta è prevista a Talamone, in Toscana. Ed in tale direzione i due piroscafi procedono tranquillamente. Appena si sono allontanati abbastanza dalle acque di Quarto, il Piemonte ed il Lombardo vengono seguiti con discrezione da alcune navi da guerra Piemontesi, agli ordini dell’Ammiraglio Persano. Ufficialmente le navi da guerra Piemontesi dovrebbero inseguire e catturare quei pirati, che hanno avuto l’ardire di rubare le due navi. Ma i veri ordini in merito li ha dati riservatamente e per iscritto il Capo del Governo, Camillo Benso conte di Cavour, allo stesso Persano e sono fin troppo chiari, anche per il politichese dell’epoca:
«Vegga di navigare – gli scrive – tra Garibaldi e gli incrociatori napolitani. Spero m’abbia capito».
In sostanza, la flotta piemontese non dovrà assolutamente raggiungere né bloccare la spedizione garibaldina. La dovrà soltanto proteggere da eventuali attacchi della Marina da Guerra Duosiciliana. L’Ammiraglio Persano non è certamente un’aquila, ma sa comprendere fin troppo bene ciò che Inglesi e Governo Piemontese gli ordinano di fare, di volta in volta. Prescindendo dall’affidabilità del Cavour e del Persano, gli Inglesi, a loro volta, avevano adottato già qualche precauzione. A debita distanza della flotta piemontese, infatti, vi erano alcune navi da guerra britanniche che avevano preso sotto protezione i nostri eroi e le navi Piemontesi. E li scorteranno fino alle acque territoriali siciliane. Qui avrebbero trovato altre navi britanniche. Insomma: le precauzioni del Governo di Londra non sono mai troppe. E saranno sempre utili, se non necessarie.
Il giorno 7 maggio 1860, l’Abba ci descrive, con i soliti intenti agiografici, il momento della lettura dell’ordine del giorno:
«La missione di questo corpo sarà, come fu, basata sull’abnegazione, la più completa davanti alla rigenerazione della patria. I prodi Cacciatori servirono e serviranno il loro paese colla devozione e disciplina dei migliori corpi militanti, senza altra speranza, senz’altra pretesa che quella della loro incontaminata coscienza. Non gradi, non onori, non ricompensa, allettarono questi bravi; essi si rannicchiarono nella modestia della vita privata, allorché scomparve il pericolo; ma suonando l’ora della pugna, l’Italia li rivede ancora in prima fila ilari, volenterosi e pronti a versare il loro sangue per essa. Il grido di guerra dei Cacciatori delle Alpi è lo stesso che rimbombò sulle sponde del Ticino or sono dodici mesi: “Italia e Vittorio Emanuele!”, e questo grido ovunque pronunziato da noi incuterà spavento ai nemici dell’Italia».
Un particolare poco evidenziato: i Garibaldini sono a tutti gli effetti incorporati nell’Esercito Sabaudo, nel Corpo dei «Cacciatori delle Alpi».
Ed è questa una situazione a dir poco scandalosa.
Dai punti di vista morale, politico, giuridico e costituzionale resta il fatto che il proclama, che tanto fa commuovere l’Abba, altro non era che un’altra dimostrazione di come, fin dall’inizio, si fosse progettato di imporre alla Sicilia l’annessione al Regno di Vittorio Emanuele II. A prescindere dalla volontà dei Siciliani ed a prescindere dal plebiscito che, falso e spudorato, si sarebbe svolto soltanto il 21 ottobre di quell’anno.
Alcuni repubblicani intransigenti, indignati (pochissimi, per la verità), avrebbero successivamente tagliato la corda e se ne sarebbero andati. Altri, ben sistemati nella macchina unitaria, sarebbero rimasti.
Per Garibaldi il problema non esisteva. Fra l’altro il Nizzardo era legato, oltre che dalle tante affinità culturali e morali, anche da sincero affetto a Vittorio Emanuele II. Con questi aveva addirittura un filo diretto di costante intesa e di reciproca complicità. Senza però escludere qualche rivalità per il ruolo di prima donna del Risorgimento. Rivalità che però non riusciva a scalfire l’amicizia né i vincoli di consorteria… se non per brevi periodi.

ANCHE I REPUBBLICANI SUL LIBRO PAGA DEI BRITANNICI – Luigi Russo così scrive: «Il proclama fondeva in una sola unità i Mille ed i Volontari della campagna alpina dell’estate precedente; ma non tutti furono contenti delle parole del Generale. Il motto “Italia e Vittorio Emanuele!” garbò poco ai mazziniani, i quali avevano sperato che in Garibaldi, una volta in mare e con la camicia rossa, risorgesse la fede e l’istinto repubblicano.» […]
E lo stesso Abba, giudicando quell’episodio a distanza di anni, così lo racconta con la sua consueta benigna equanimità:
«Molti non si sapevano liberare da certo scontento che aveva lasciato loro il motto monarchico; ma la disciplina volontaria era forte. Difatti si staccarono poi dalla spedizione e se ne tornarono di là, alle loro case, soltanto sei o sette giovani cari. Seguivano il sardo Bruno Onnis che del motto “Italia e Vittorio Emanuele!” era rimasto quasi offeso. Repubblicano inflessibile, si era imbarcato a Genova sperando forse che Garibaldi, una volta in mare, si ricordasse d’essere anche egli repubblicano; ma deluso, ora se ne andava e se ne andavano con lui quei pochi, però senza che fosse fatto a loro nessun rinfaccio. Rinunciavano per la loro idea ad una delle più grandi soddisfazioni che cuor di allora potesse avere, e il sacrificio meritava rispetto».
Quello che i memorialisti omettono, talvolta, di puntualizzare è che non pochi repubblicani, taluni diventati poi Padri della Patria, erano (pure loro!), nel libro paga del Governo Britannico già da tempo. Non si possono più dissociare, quindi, dal grande progetto unitario, proprio nel momento in cui questo sta per essere realizzato.
E sono costretti a fare buon viso a cattiva sorte…

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