L’unità sporca di sangue del sud: stragi piemontesi in Sicilia.

”Devo esprimere a voi fatti miserandi e sui quali il ministero non accetta inchiesta. Eppure non si tratta di partiti politici; ma dei diritti, della giustizia e dell’umanità orrendamente violati! I siciliani non hanno mai avuto leva militare, e repugnano ad essere arruolati… il Governo ha fatto una legge eccezionale, che è eseguita con ferocia… il comandante piemontese Frigerio, il 15 di agosto del 1863, intima al Comune di Licata, 22 mila abitanti, di far presentare entro poche ore i renitenti alla leva privando l’intera città di acqua, vieta ai cittadini di uscire di casa pena la fucilazione istantanea e di altre più severe misure. A Licata vennero chiusi in carceri le madri, le sorelle, i parenti dei contumaci alla leva, sottoposti a tortura fino a spruzzare il sangue delle carni; uccisi i giovinetti a colpi di frusta e di baionetta; fatta morire una donna gravida! Della stessa barbarie e degli stessi delitti si macchiarono i militari di Trapani, di Girgenti, di Sciacca, di Favara, di Bagheria, di Calatafimi, di Marsala e di altri Comuni… Un altro comandante piemontese dispone l’arresto di tutti coloro dai cui volti si sospetti d’essere coscritti di leva, e anche l’arresto dei genitori e dei maestri d’arte dei contumaci: questo avveniva a Palermo. Il prefetto, interpellato, rispose che nulla sapeva e nulla poteva. A Petralia una capanna fu circondata dalla truppa, non per prendere un coscritto ma per chiedere informazioni; gli abitanti erano tre, padre, figlio e figlia, furono bruciati vivi per non aver voluto aprire”. Questa la tremenda testimonianza alla Camera del deputato siciliano Vito D’Ondes Reggio.

Il comandante Frigerio, piemontese, taglia l’acqua a Licata (ventiduemila abitanti), fa arrestare e torturare madri, sorelle, parenti di chi si sottrae alla leva: «Uccisi giovinetti a colpi di frusta e di baionetta; fatta morire una donna gravida» verrà inutilmente denunciato in Parlamento.

L’intera popolazione obbligata a restare chiusa nelle case, pena…, la solita fucilazione «istantanea», ci mancherebbe, ove non fosse necessario ricorrere ad «altre più severe misure»! E cioè? Dopo che l’hai ammazzato una volta, che altro gli vuoi fare? In Parlamento, qualche voce onesta si levò, per dire che almeno quelli che dovevano essere scarcerati per ordine e sentenza dei tribunali fossero rimessi in libertà. Ma i militari preferirono fare a modo loro, e lasciarli dentro.

Non si sapeva più dove stivare gli arrestati; si cominciò a chiuderli in grotte o, come a Potenza, «nella sepoltura di un’antica chiesa», dove per asfissia morivano a decine.

In un solo mese, denuncia Crispi in Parlamento, nella sola provincia di Girgenti (Agrigento), vengono incarcerate trentaduemila persone: che è poco meno della capienza di tutti gli istituti di pena italiani messi insieme, oggi.

I militari obbligano a tenere in galera anche gli imputati che vengono assolti; e il generale La Marmora ordina che non siano scarcerati quelli che hanno finito di scontare la pena. E se li lasciano liberi, può succedergli di esser fucilati alle spalle, appena fuori. La sola legge Pica (quella che consentiva di imprigionare chiunque “sembrasse” dissentire dal nuovo corso) si calcola abbia fatto circa sessantamila vittime.

Ancora dodici anni dopo l’unificazione, l’Italia, con una popolazione inferiore a quella degli altri paesi, ha la maggior quantità di detenuti in Europa.

“Questa è una piccolissima sintesi di un faldone di carte che il Governo italiano chiese ufficiosamente a quello americano di distruggere ma, grazie a Dio, ciò non avvenne ed oggi, recuperandolo, lo si può far conoscere a tutti coloro che lo vorranno”.

Il deputato siciliano, Vito D’Ondes Reggio, nella tornata del 5 dicembre del 1863, degli Atti Ufficiali n° 285, pagina 1089, descriveva le atrocità governative, commesse nel nome del Regno D’Italia sulle sventurate popolazioni della Sicilia, descrivendo: “Sottolineo uno stato di fatto, e devo esporre a voi, onorevoli signori, accadimenti miserevoli e rei, sui quali il Ministero non accetta l’inchiesta.

I Siciliani non hanno mai avuto leva militare e ripugnano essere arruolati.

Il Governo ha fatto per la Sicilia una legge eccezionale non scritta, eseguita con ferocia”.

Dà lettura quindi, di un documento ufficiale, nel quale risulta esservi dato l’ordine, nella sera del 15 agosto 1863 dal Maggiore Frigerio, Comandante piemontese del Comune di Licata, di doversi presentare in poche ore i renitenti di leva, in pena di privare dell’acqua tutta la popolazione a una città di 22000 abitanti.

Ebbe istituito un coprifuoco senza averne apparente autorità, vietando ai cittadini di uscire di casa per far rifornimento di viveri, pena l’immediata fucilazione e di altre più severi misure.

Fu un eccidio spaventevole, quando dopo giorni la gente chiedeva pane, e caddero a migliaia. Furono ritenuti i parenti contumaci della leva, sottoposti a tortura, fino a spruzzare il sangue dalle carni, uccidendo i bambini e i ragazzi a frustate e a baionettate infilzati. Furono violentate le donne e scannate donne gravide fucilandone i congiunti e tutti quelli che osavano protestare. Questa incredibile condotta militare, fu immediatamente imitata da altri battaglioni piemontesi ed applicata a: Trapani, Girgenti, Sciacca, Favara, Bagheria, Calatafimi, Marsala saccheggiando i raccolti, e bruciando gli impianti anche nei piccoli comuni limitrofi ai grossi centri poco fa citati. Dà lettura in aula di un altro documento, di altro comandante piemontese, il quale emette ai suoi sottoposti un bando: arrestate tutti coloro dal cui volto, si sospetti di essere coscritti di leva, ed arrestate i loro genitori e i loro maestri d’arte, dove sono impiegati i sospettati e i loro contumaci.. Questo avvenne a Palermo, dove furono seviziati migliaia di malcapitati, su una città di 230.000 abitanti, mentre il Governo nulla sa, nulla può? Altri abomini furono compiuti a Petralia Sottana, bruciando vive intere famiglie nelle loro case.

Nella tornata successiva del 10 dicembre del 1863 il deputato Francesco Crispi, enumerando le esorbitanze stesse dice: l’unico vantaggio ottenuto dal governo di Torino in Sicilia è quello di avere riempito le carceri di disgraziati.

In quel frangente, il deputato Bixio, rispondendo alla platea contrastante, alludendo agli eccessi, della ribellione siciliana del 1860 affermava fra lo sgomento generale di aver veduto i cadaveri arrostiti e mangiati, e i cuori strappati dal petto dei vivi, confessa apertamente, la Sicilia sarebbe rimasta pacifica sotto i Borboni, se la rivoluzione non fosse stata ivi portata, dalle altre province d’Italia, ossia dal Piemonte.

In quei giorni di rivelazioni orrende, la stampa indipendente deplorava quelle discussioni e le considerava, come una vera sventura nazionale; un grave pericolo per l’unità italiana. Un giornale più di tutti, “Il diritto di Torino” concludeva un articolo scrivendo: “aveva forse ragione Re Francesco II se definisce i Piemontesi come tiranni ed usurpatori del suo reame!”.

Vari deputati delle province meridionali rinunciano a far parte della Camera di Torino. Questa è una piccolissima sintesi di un faldone di carte che il Governo italiano chiese ufficiosamente a quello americano di distruggere ma, grazie a Dio, ciò non avvenne ed oggi, recuperandolo, lo si può far conoscere a tutti coloro che lo vorranno. Io ho esemplificato al massimo i contenuti degli atti, dove leggevo eccidi e malefatte senza pari, dove le madri venivano scannate davanti ai figli e i padri fucilati seduta stante. Dove come dice un’altra fonte, un certo signore entrando nel Comune di Torre Faro, di nome Giuseppe Garibaldi, ordinava a cuor leggero e senza processo, di fucilare gente disarmata perché non abbracciava la causa italiana.

Un ragazzo di Palermo, conosciuto da molti in città per il suo handicap, rinchiuso nell’ospedale e stimmatizzato con 154 ferite fatte da ferro rovente; la madre potrà finalmente vedere suo figlio, inzuppare un fazzoletto nel sangue di lui, dargli un po’ di pane perché lo avevano affamato (Carlo Alianello, Ibidem, pag.201)- dice D’Ondes Reggio alla Camera- volevano che parlasse, magari che dicesse dove fossero gli amici della sua età. Il ragazzo era muto dalla nascita. I piemontesi volevano fare il miracolo, quello di farlo parlare, usarono la tortura, botte da orbi, ma niente.

Le atrocità commesse in Sicilia e nei territori delle Due Sicilie durarono almeno fino al 1872. Nella tornata del 7 dicembre del 1863, il deputato Nocedal, alle Cortes di Spagna, il parlamento di Madrid, arringa contro il Piemonte, contro le barbarie che giornalmente vengono commesse contro la popolazione delle Due Sicilie: “ L’Italia è diventata campo vastissimo di esecrabili delitti; l’Italia paese classico di imperiture memorie, dove oggi giacciono prostrati al suolo e conculcati tutti i diritti; l’Italia, dove per sostenere quanto gli usurpatori hanno denominato liberalismo, si stanno sbarbicando dalle radici tutti i diritti manomettendo quanto vi ha di più santo e di sacro sulla terra…Italia,Italia! Dove sono devastati i campi, incenerite le città, fucilati a centinaia i difensori della loro indipendenza”. (Carlo Alianello, La conquista del Sud, Rusconi Editori, 1972, pag 207).

Facendo giustizia di una damnatio memoria cui ci ha condannato, da 162 anni a questa parte, la storiografia ufficiale e di maniera, molto spesso abbiamo ricordato episodi e avvenimenti caratterizzati da eccidi, stragi e saccheggi di cui furono vittime agli albori dell’Unità d’Italia, ad opera dei piemontesi, le popolazioni meridionali e la Sicilia.

Vito d’Ondes Reggio nacque a Palermo il 12 novembre 1811 da una nobile famiglia di rango baronale: suo padre era infatti il barone Bartolomeo d’Ondes, procuratore nobile del Banco di Sicilia e sergente maggiore della milizia urbana, mentre sua madre, Gioacchina Reggio, apparteneva alla famiglia dei principi di Aci e Catena. Convinto cattolico, contrario alla politica ecclesiastica del governo, di stampo anticlericale, da lui considerata troppo aggressiva verso la Chiesa. Fu anche molto critico verso il sistema annessionistico operato dal Piemonte tra il 1859 e il 1860, a seguito della seconda guerra d’indipendenza italiana e della Spedizione dei Mille, tramite il sistema dei plebisciti, che egli, convinto sostenitore dell’autonomia siciliana, considerava troppo semplicistico e sregolato, tanto che, nel 1860, dopo la conquista della Sicilia, rifiutò la carica di procuratore generale della Gran Corte dei conti e quella di membro del Consiglio straordinario di Stato, offertagli dal prodittatore Antonio Mordini per cercare di analizzare i problemi della realtà siciliana e applicare le necessarie modifiche all’annessione. Tuttavia, Vito d’Ondes Reggio partecipò alle elezioni politiche del 27 gennaio 1861, venendo eletto deputato all’VIII legislatura del Regno d’Italia per il collegio di Canicattì. Nel 1863 presentò un’interrogazione parlamentare sull’applicazione alla Sicilia della Legge Pica, tesa a combattere il brigantaggio meridionale, che secondo lui ledeva i diritti costituzionali dello Statuto Albertino, mentre il 27 marzo 1861 presentò un ordine del giorno che vietasse il discorso di Cavour nel quale si proclamava Roma capitale d’Italia.

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