LA FACCIA NASCOSTA DEL RISORGIMENTO

di Loreto Giovannone by altaterradilavoro

Sotto ogni militarismo, colonialismo, corporativismo sta la volontà precisa, da parte di una classe, di sfruttare il lavoro altrui, e ad un tempo di negargli ogni valore umano. (Centro internazionale di studi Primo Levi)

Negli anni 2011/2012 la ricerca storica portò alla scoperta dei documenti governativi inediti, dell’Unità italiana, sulla deportazione di civili meridionali internati in campi di concentramento ai lavori forzati. Il libro che ne seguì, “Deportati”, del 2014 trovò posto nelle Università di Harvard, Princeton, Yale, Indiana, Library of Congres, Brithish Library nella sezione Political and Economic Science, ecc… In Inghilterra, in Francia, in Germania, in Italia all’Università Cattolica di Milano, polo bibliotecario di Camera e Senato. Seguirono tra il 2017 e 2018 la seconda edizione del libro Deportati e l’uscita della poderosa opera in tre libri della ricostruzione dell’intera vicenda del decennio di repressione del Brigantaggio con la misura di polizia del domicilio coatto.

A fine giugno 2020 la pubblicazione di “La faccia nascosta del Risorgimento” che riassume sinteticamente fatti personaggi ma soprattutto una serie di documenti e prove inoppugnabili compreso la lettera di Spaventa a Peruzzi che esplicitamente ammette la deportazione di 12.000 civili nei primi 10 mesi dopo l’agosto 1863. La mole di documenti rinvenuta dimostra che a partire dal 1863 i governi liberali del monarca Vittorio Emanuele II organizzarono la deportazione di migliaia di civili dall’ex Regno Due Sicilie. Il 15 agosto 1863 il Parlamento approvò la legge 1409, nota come “Legge Pica”, il 25 agosto 1863 entrò in vigore il Regolamento di attuazione della Legge 1409, secondo atto governativo della “deportazione” interna di civili meridionali. Alla fine del 2020 viene pubblicato “Deportazione e domicilio coatto in Italia” con il conteggio definitivo dei 160.000 sottoposti alla repressione di polizia.

La guerra civile Italiana per l’annessione del sud e la creazione della colonia interna del meridione.

L’impianto ideologico che giustificava queste misure coercitive fu fornito dei teorici della colonizzazione e darwinismo sociale di scuola ligure (Lessona, Garelli, Cerruti) e da Marco Ezechia Lombroso, con i suoi discepoli, con le loro teorie frenologiche. Questi furono poi affiancati da Alfredo Niceforo con le teorie della “razza Aria” e “razza Mediterranea“, (Alfredo Niceforo. Italiani del nord Italiani del sud, 1902). Perché storici ed accademici italici non si sono interessati alla deportazione di civili messa in atto 70 anni prima della deportazione tedesca del ‘900? Perché dopo 160 anni non si ammette l’operato della Divisione 1 Sezione 1 del ministero Interni del regno d’Italia? La deportazione coatta di popolazioni civili, intere famiglie, uomini, donne, bambini, non fu un crimine contro intere popolazioni del meridione d’Italia? Dal 1863 fu attuata la deportazione politica di massa nei “luoghi di relegazione“, il confine per i manutengoli degli insorgenti oppositori al nuovo regime risorgimentale. L’azione esecutiva dei governi post unitari, dopo la prima fase di demolizione dello stato sociale dell’ex Regno Due Sicilie, passò ad una seconda fase con il domicilio coatto di neo italiani del sud. Obiettivo della repressione politica sui civili era fiaccare l’enorme diffusa insorgenza popolare di vasta parte della popolazione a difesa dei propri territori, dei propri paesi con la guerriglia partigiana. Al ministero dell’Interno dell’Italia unita fu creato un intero reparto (Divisione 1° Sezione 1°) per spostare parte delle popolazioni meridionali e snaturarne l’assetto sociale produsse diffuso pauperismo ed emigrazione.

I neo italiani, annessi con l’invasione militare armata, una parte dei deportati, furono impiegati come schiavi nelle miniere, nelle saline o nei campi dei monopoli tabacchi o dai privati, sotto controllo repressivo ed amministrativo delle autorità governative. Domiciliati coatti come prigionieri politici ai lavori forzati nell’unità d’Italia, una realtà taciuta ed oscurata da storici, accademici. La deportazione di popolazione civile deportata dal sud fu taciuta dallo storico Pasquale Villari contemporaneo ai fatti, ma anche dal deputato all’opposizione Domenico Guerrazzi che dalla sua Livorno vide per anni il traffico  di esseri umani deportati (uomini, donne, bambini, famiglie) transitare per il porto della sua città ammassati in quarantena nei Lazzaretti di S. Iacopo, S. Rocco e carceri. Nel 1861 iniziò l’insorgenza dei civili del sud, fu la guerra dei civili contro l’esercito italiano dell’invasore piemontese nel Regno delle Due Sicilie. La resistenza organizzata in piccoli gruppi con tecnica di guerriglia nel 1862 stava determinando l’imminente fallimento della operazione militare diretta, finanziata, diretta, assistita da Inghilterra, Francia, Stati Uniti d’America. Nel marzo 1863 venne deposto il governo Farini sostituito dal governo Minghetti I, rimasero confermati sia il ministro dell’Interno Ubaldino Peruzzi, che il segretario generale Silvio Spaventa. In settembre questi iniziarono la deportazione degli oppositori civili e familiari degli insorgenti, detti spregiativamente briganti, dalle province del meridione.  Domiciliati coatti, deportati per Decreto Regio e determina del ministro dell’Interno, detenuti politici mai sottoposti ad alcun tribunale. Nel 1863 sotto il governo Minghetti, iniziarono le misure repressive di Silvio Spaventa, ideatore del piano e firmate dal ministro Ubaldino Peruzzi. Emersi dai documenti degli Archivi di Stato 25 luoghi di relegazione, tra isole e terraferma. A questi vanno aggiunte le altre isole della Sicilia che successivamente furono luogo di invio al domicilio coatto. Silvio Spaventa (Zio di Benedetto Croce) già ministro di Polizia nelle luogotenenze napoletane ideò il piano delle deportazioni e nel dicembre 1862 ne diede comunicazione per lettera al fratello Beltrando. Luigi Settembrini, il suo ex compagno di cella a S. Stefano, fu il suo ispiratore nell’istituire il taglione e le società d’assassini (gruppi di cacciatori di taglie). La lettera del suo ex compagno di ergastolo è del 13 febbraio 63: «Caro Silvio… Le tue circolari e gli atti governativi che riguardano queste province piacciono: ci si sente dentro senno e forza d’animo. Chi non ti ama, tace: chi parlava per parlare, oggi canta le tue lodi». Settembrini si riferisce all’accentramento dei poteri operato con le nomine dirette dei prefetti, fedelissimi al regime, che agirono con la repressione spietata sui civili meridionali insorgenti «I Borboni seguitarono le loro cospirazioni impotenti. E, finirebbero anche queste, se si spegnesse il brigantaggio, e per ispegnerlo io ti proporrei di promettere premio e impunità a chi da vivo o morto un capo brigante».

Settembrini, cospiratore, e sovversivo, condannato a morte da un tribunale borbonico poi graziato con l’esilio, vedeva i civili che si opposero alla annessione manu militari come il nemico da distruggere con modi spicci di uccisione e taglie: «10.000 £. a chi sta vivo o morto Pilone, Crocco, Ninco Nanco e un passaporto per uscire dall’Italia. In un mese o due e il brigantaggio sparisce, vi si getta dentro la diffidenza». Cinico e spietato suggerisce il mezzo del denaro, della corruttela, del comprare la vita altrui con l’odio sociale «E, e se si spende un po’ di denaro per una via, si risparmia per l’altra. Se il governo non può e non può adoperare questo mezzo, lo faccia adoperare dai consigli provinciali, o da una società privata». Settembrini che è stato considerato dalla mitologia risorgimentale un patriota, letterato, in realtà fu uno sgherro smaliziato che suggerì l’azione repressiva da regime totalitario all’hegelista patriota Silvio «Io so poi che in tutti paesi civili anche in Inghilterra, si mette il taglione sui malfattori: sarebbe uno scrupolo puerile il nostro». Settembrini e Spaventa, ridussero la questione meridionale in atto che comprendeva la demolizione dei numerosi provvedimenti a favore della popolazione compiuti dai Borboni e a fronte di un enorme movimento d’insorgenza alla occupazione militare, alle fucilazioni di massa come si trattasse di delinquenza di malfattori.  «Insomma, io credo che brigantaggio si spegnerebbe meglio con i denari che con la forza. E bisogna, Silvio mio, affrettarsi, perché di cose di Europa si imbrogliano: mutare, l’Italia non è ancora parte per far da sé, e non dobbiamo avere questo canchero che ci rode, e che divora tanti Prodi soldati e tanto denaro». L’inadeguatezza estrema degli elementi a cui fu affidata la politica interna è evidenziata dall’operato del regime che s’era instaurato dopo il 1860. Settembrini e Spaventa pensarono di sbarazzarsi di una consistente parte della società e «non dobbiamo avere questo canchero che ci rode» alla spicciolata, comprando i consensi con il denaro, con la corruzione diffusa e generalizzata. «Tu li conosci gli uomini nostri e sai che il mezzo che io ti ricordo è stato sempre efficacissimo. Panizzi (1) è qui: ha visto molti anche l’indispettiti come Spinelli e de Martino e Crisci e dei nemici come Savarese e Torella» (Silvio Spaventa, Lettere politiche, Laterza, Bari 1926, pag. 48).

Il nuovo modello sociologico del “fare l’Italia e fare gli italiani” insieme all’idea che ormai si stava affermando secondo cui “Ognuno vale non in quanto è, ma in quanto produce” si traducono per Silvio Spaventa nel deportare civili meridionali ai lavori forzati assunto a modello di “correzione”, di sradicamento della cultura in uso nella tradizione popolare delle popolazioni del sud e imposizione del modello di vita anglosassone dove l’esistenza umana ha ragione di esistere solo se disposta allo sfruttamento, solo se funzionale alla ricchezza economica. Silvio scrisse di suo pugno a Ubaldino Peruzzi che in soli 10 mesi, da ottobre 1863 a Luglio 1864, avevano arrestato 12.000 oppositori politici, ed altre liste circolavano nel ministero dell’Interno. È urgente chiedersi perché una coltre abbia coperto l’operato di Silvio Spaventa (nelle istituzioni fino ad essere 1° presidente della 4ª sezione del Consiglio di Stato) e poi anche le omissioni del nipote Benedetto Croce fondatore dell’Istituto Storico napoletano che mai chiamò in causa le terribili responsabilità degli zii Silvio e Beltrando, uno l’artefice e l’altro teorico dell’hegelismo italiano dell’800.

(1) Antonio Panizzi, esule in Inghilterra, massone, bibliotecario e bibliografo italiano, ricordato anche per essere stato direttore della biblioteca del British Museum e senatore del regno d’Italia.

Il libro “La faccia Nascosta del Risorgimento” fa emergere decine di migliaia di persone “deportate” dimenticate e negate dagli storici, idealmente attendono di avere un posto nella memoria, un riscatto dal degrado della vita umana relegata al domicilio coatto. La responsabilità di Silvio Spaventa deportatore e suo nipote Benedetto Croce storico, è un gigantesco problema di etica storica e morale per tutta la società civile avendo obliato decine di migliaia di meridionali deportati, negati, nascosti da 160 anni.  Domiciliati coatti che attendono la verità, la dignità di “esistiti” e con essa una simbolica forma di risarcimento, per la doppia barbarie subita.

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