“Napoli è la più misteriosa città d’Europa, è la sola città del mondo antico che non sia perita come Ilio, come Ninive, come Babilonia. È la sola città del mondo che non è affondata nell’immane naufragio della civiltà antica. Napoli è una Pompei che non è stata mai sepolta. Non è una città: è un mondo. Il mondo antico, precristiano, rimasto intatto alla superficie del mondo moderno. Napoli è l’altra Europa.
Con queste parole Curzio Malaparte descrive la singolarità della città di Napoli nel suo libro “La pelle“.
Kurt Erich Suckert, letterato e giornalista, per metà toscano e metà tedesco, è stato uno degli scrittori italiani del Novecento più letti in Europa. Animato da una spiccata voglia di contraddizione, scelse come suo pseudonimo Malaparte per contrapporsi con ironia alla grandiosità di Napoleone Bonaparte.
La Pelle mostra il dolore della città partenopea in uno dei suoi momenti storici più difficili: il processo di liberazione del Sud d’Italia dai Nazifascisti. Gli eserciti alleati entrarono a Napoli nell’ottobre 1943 come liberatori, ma le aspettative furono presto tradite. Diffusero per la città una peste, che non dilagava tra i corpi, ma tra le anime dei napoletani. Una malattia sociale che costringeva donne e uomini napoletani a subire atroci malvagità da coloro che li avrebbero dovuti rendere liberi. La peste era nella mano pietosa e fraterna dei liberatori: soccorritori e oppressori allo stesso tempo. Salvatori che abusavano di chi avrebbero dovuto liberare, con la credenza e la giustificazione che un vincitore può tutto su un vinto.
Napoli viene rappresentata in La Pelle come un teatro di morte e i napoletani come “un popolo distrutto”, che si muoveva tra l’accettazione della sconfitta e la felicità apparente della liberazione. Una città accecata dalla sofferenza e pronta a tutto per la sopravvivenza.
Ma questa rappresentazione cruda del capoluogo partenopeo e degli abusi che in esso avevano luogo è costata cara al capolavoro di Curzio Malaparte. Nel 1950, infatti, fu messo all’Indice dei libri proibiti dal Vaticano e riabilitato solo nel 1998.
Senza alcun dubbio una lettura poco attenta del testo fa emergere un’immagine della città di Napoli denigrante e umiliante, complice la brutalità di molti temi evocati, ma il senso più profondo è diametralmente opposto a ciò per cui è stato condannato. Curzio Malaparte voleva mostrare come il valore umano dei vinti, i napoletani, fosse superiore a quello dei vincitori, i liberatori-oppressori. Una contrapposizione capovolta tra vincitori e vinti: chi è stato sconfitto ha conservato la propria umanità, chi ha trionfato si è macchiato di atroci reati.
Consequenziale è la domanda che il romanzo evoca nei lettori: chi sono i veri vincitori? Curzio Malaparte, come Pier Paolo Pasolini con la sua celebre domanda “Qual è la vera vittoria, quella che fa battere le mani o battere i cuori?”, fa riflettere il suo destinatario su cosa sia giusto, oltre le apparenti convenzioni sociali, che ci portano a vedere in una posizione di vantaggio chi commette azioni ignobili. Ciò che dunque ne deriva è un elogio del popolo partenopeo non compreso, ma anzi oscurato per 48 anni.
Pochi romanzi, hanno rappresentato con tanta forza l’identità e il dolore di una città, in uno dei momenti più difficili della sua storia. Il romanzo racconta un incontro fondamentale per la storia italiana: quello tra gli Alleati sbarcati a Napoli durante il processo di liberazione del Sud d’Italia dai Nazifascisti e il popolo napoletano. Malaparte, ufficiale di collegamento presso il Comando americano, incaricato di tenere i contatti con la popolazione locale, nato a Prato, in Toscana, ma napoletano nell’anima, tesse un dolente e partecipe atto d’amore alla città, costruendo un potente affresco di questo incontro tra diversi, tra altri, con una scrittura lucida e spietata eppure emozionalmente coinvolta.
Il suo sguardo, in un misto di ferocia che nulla nasconde e di pietà che tutto comprende, fa di questa epopea del dolore e della perdita di sé il più incisivo atto d’accusa contro una “post-liberazione”, sentita dai Napoletani spesso come un’occupazione, divenuta trappola di pregiudizi e inganni, che stringe in una morsa vincitori e vinti. In un’Italia ancora distrutta dalla guerra nel corpo e nell’anima, che solo in parte aveva ricostruito la sua identità nel suo contributo alla Resistenza, disegna a forti tinte il tracciato di una Napoli tragica, facendone un emblema assoluto, non tanto degli orrori della guerra, quanto degli orrori del dopoguerra. Quella stessa città che durante la lotta contro il Nazifascismo si era trovata compatta e eroica di fronte al nemico, quel nemico da cui si era liberata, prima dell’arrivo degli Alleati, con una ribellione strenua e coraggiosa in cui persino i bambini avevano fatto la loro parte. Ma ora al contatto col liberatore si degrada, per salvare a tutti i costi, non più dalla morte ma dalla miseria, quella pelle di cui si parla nel titolo del romanzo. La dignità che paradossalmente era stata conservata, sia sotto la dominazione tedesca che sotto le bombe degli americani non ancora liberatori, diventa difficile da salvaguardare quando i liberatori camminano per le strade della città e sotto il loro sguardo bisogna vivere e sopravvivere, costruendo un’immagine che sia per loro riconoscibile, quella di un vinto che si muove tra accettazione della sconfitta e riconoscenza.
La pelle fu fin dal principio un testo molto controverso e per lungo tempo, interpretato attraverso un’ottica ideologica limitata e limitante che non ne ha saputo cogliere lo straordinario valore. Nel 1950 il libro venne persino condannato dal Vaticano e messo all’Indice dei libri proibiti.
Quasi tutti, sia da destra che da sinistra, alla sua uscita lo attaccano: nessuno vuole mostrare i vincitori nelle vesti di corruttori e i vinti in quelle di corrotti dalle circostanze dell’incontro, ma solo tutti insieme proiettati, nella visione acritica e messianica di un’Italia che per merito degli Americani (vedi aiuti del piano Marshall) risorgerà tra poco ai fasti di “un paese industrializzato”; e proiettati in quella dignità popolare espressa durante la Liberazione che non può mai tradursi nella miseria morale e nella degradazione.
Malaparte, incurante del pensiero dominante, affonda spietatamente la sua analisi in questa via crucis che percorre, insieme ai suoi compagni d’arme americani e in specie con il Colonnello Hamilton, i vari quartieri di Napoli, dai più eleganti ai più degradati, dai palazzi ai bassi napoletani, provando a farsi interprete delle due facce di questa umanità chiamata dalla Storia a incontrarsi.
Fin dalla prima pagina del romanzo vincitori e vinti sono messi a confronto attraverso la dolorosa ironia del narratore e da subito il vinto si presenta come attore di una tragicommedia a uso esclusivo dei vincitori: un popolo vinto che non si sente tale e che per tutto il romanzo sfuggirà alle etichette che il vincitore tenterà di mettere su tutto ciò che non comprende della sua drammatica contradditoria identità.
Tutto è feroce scambio in questa Napoli stordita dal bisogno, dove l’unica legge è quella della sopravvivenza e dove per salvare la pelle bisogna modellarsi sull’immagine del liberatore, ma solo per recita, per il gioco crudele che la Storia ha imposto a vincitori e vinti.
È questa la certezza che si fa strada per tutto il romanzo: che il valore umano dei vinti (i Napoletani) è superiore a quello dei vincitori (gli Alleati Nordamericani), non importa quanto in apparenza degradata appaia la loro umanità nello specchio deformato dell’altro. Da questo romanzo è stato tratto il coraggioso film omonimo del 1981, diretto da Liliana Cavani, con la splendida interpretazione di Marcello Mastroianni, che ebbe il gran merito di rimettere in circolazione l’interesse per questo libro ingiustamente trascurato, per molto tempo, sia dai lettori che dalla critica.


Tra le scene descritte nel romanzo non possiamo non annoverare la bellissima descrizione dell’eruzione del Vesuvio. Gli uomini che scappano, il caos totale, Vesuvio visto come forza purificatrice che può debellare il morbo insinuatosi nella città. Quindi una “rinascita”: distruggere per ricostruire, cancellare per ridisegnare.

