L’INSABBIAMENTO CULTURALE DELLA “QUESTIONE MERIDIONALE” 

Molti storici in epoca moderna hanno fatto luce sugli eventi che hanno caratterizzato l’unità d’Italia dimostrando, con certezza, che la cultura di “regime” stese, dai primi anni dell’unità, un velo pietoso sulle vicende “risorgimentali” e sul loro reale evolversi.

Tutte le forme d’influenza sulla pubblica opinione furono messe in opera, per impedire che la sconfitta dei Borboni o la rivolta del popolo meridionale si colorasse di toni positivi.

Si cercò di rendere patetica e ridicola la figura di Francesco II – il “Franceschiello” della vulgata arrivando alla volgarità di far fare dei fotomontaggi della Regina Maria Sofia in pose pornografiche, che furono spediti a tutti i governi d’Europa e a Francesco II stesso, il quale, figlio di una “santa” e allevato dai preti, con ogni probabilità non aveva mai visto sua moglie nuda nemmeno dal vivo. Risultò, in seguito, che i fotomontaggi erano stati eseguiti da una coppia di fotografi di dubbia fama, tali Diotallevi, che confessarono di aver agito su commissione del Comitato Nazionale; la vicenda suscitò scalpore e, benché falsa, servì allo scopo di incrinare la reputazione dei due sovrani in esilio.

La memoria di Re Ferdinando II, padre di Francesco, fu infangata da accuse di brutalità e ferocia: gli fu scritto dal Gladstone interessatamente – d’essere stato – lui cattolicissimo – “la negazione di Dio”.

Soprattutto si minimizzò l’entità della ribellione che infiammava tutto il l’ex Regno di Napoli, riducendolo a “volgare brigantaggio”, come si legge nei giornali dell’epoca (giornali, peraltro, pubblicati solo al nord in quanto la libertà di stampa fu abolita al sud fino al 31 dicembre 1865); nasce così la leggenda risorgimentale della “cattiveria” dei Borboni contrapposta alla “bontà” dei piemontesi e dei Savoia che riempirà le pagine dei libri scolastici.

Restano a chiarire le motivazioni che hanno indotto gli ambienti accademici del Regno d’Italia prima, del periodo fascista e della Repubblica poi, a mantenere fin quasi ai giorni nostri, una versione dei fatti così lontana dalla verità.

Le ragioni sono composite, ma riconducibili ad un concetto che il D’Azeglio enunciò nel secolo scorso “Abbiamo fatto l’Italia, adesso bisogna fare gli Italiani”, e possono essere esemplificate nel seguente modo:

a. Il mondo della cultura post-unitaria si adoperò per sradicare dalla coscienza e dalla memoria di quelle popolazioni che dovevano diventare italiane, il modo piratesco e cruentisissimo con il quale l’unità si ottenne, ammantando di leggende “l’eroico” operato dei Garibaldini (che sarebbero stati, nonostante tutto, schiacciati prima o poi dall’esercito borbonico), sminuendo il fatto che la reale conquista del meridione fu ottenuta, in realtà, dall’esercito piemontese, attraverso le vicende della guerra civile – nonostante la formale annessione al Regno di Piemonte – e tacendo, soprattutto, la circostanza che le popolazioni del sud, salvo una minoranza di latifondisti ed intellettuali, non avevano nessuna voglia di essere “liberate” e anzi reagirono violentemente contro coloro i quali, a ragione, erano considerati invasori.
Per contro si diede della deposta monarchia borbone un’immagine traviata e distorta, e del ‘700 e ‘800 napoletano la visione, bugiarda, di un periodo sinistro d’oppressione e miseria dal quale le genti del sud si emanciperanno, finalmente, con l’unità, liberate dai garibaldini e dai piemontesi dalla schiavitù dello “straniero”.

b. Il Ministero della Pubblica Istruzione e della cultura popolare del periodo fascista, proteso com’era al perseguimento di valori nazionalistici e legato a filo doppio alla dinastia Savoia, non ebbe, per ovvi motivi, nessuna voglia di tipo “revisionista”, riconducendo anzi l’origine della nazione al periodo romano e saltando a piè pari un millennio di storia meridionale. Il governo fascista ebbe l’indiscutibile merito di cercare di innescare un meccanismo di recupero economico della realtà meridionale, ma da un punto di vista storico insabbiò ancor di più la questione meridionale, ritenendola inutile e dannosa nell’impianto culturale del regime.

c. La Repubblica Italiana, nel dopoguerra, mantenne intatto, in sostanza, l’impianto di pubblica istruzione del periodo fascista.

La nazione emergeva, non bisogna dimenticarlo, da una guerra civile, nella quale le fazioni in lotta avevano, con la Repubblica di Salò, diviso in due l’Italia, il movimento indipendentista siciliano era in piena agitazione (erano gli anni delle imprese di Salvatore Giuliano), non era certamente il momento di sollevare dubbi sulla veridicità della storia risorgimentale e alimentare così tesi separatiste.

Si è arrivati in questo modo ai giorni nostri, dove ancora adesso, in molti libri scolastici, la storia d’Italia e del meridione in particolare è vergognosamente mistificata.

In campo economico la visione che si dette del Regno delle due Sicilie fu, se possibile, ancora più lontana dalla realtà effettuale.

Il Sud borbonico, come ci riporta Nicola Zitara era: “Un paese strutturato economicamente sulle sue dimensioni. Essendo, a quel tempo, gli scambi con l’estero facilitati dal fatto che nel settore delle produzioni mediterranee il paese meridionale era il piú avanzato al mondo, saggiamente i Borbone avevano scelto di trarre tutto il profitto possibile dai doni elargiti dalla natura e di proteggere la manifattura dalla concorrenza straniera. Il consistente surplus della bilancia commerciale permetteva il finanziamento d’industrie, le quali, erano sufficientemente grandi e diffuse, sebbene ancora non perfette e con una capacità di proiettarsi sul mercato internazionale limitata, come, d’altra parte, tutta l’industria italiana del tempo (e dei successivi cento anni). (…) Il Paese era pago di sé, alieno da ogni forma di espansionismo territoriale e coloniale. La sua evoluzione economica era lenta, ma sicura. Chi reggeva lo Stato era contrario alle scommesse politiche e preferiva misurare la crescita in relazione all’occupazione delle classi popolari. Nel sistema napoletano, la borghesia degli affari non era la classe egemone, a cui gli interessi generali erano ottusamente sacrificati, come nel Regno sardo, ma era una classe al servizio dell’economia nazionale”.

In realtà il problema centrale dell’intera vicenda è che nel 1860 l’Italia si fece, ma si fece malissimo. Al di là delle orribili stragi che l’unità apportò, le genti del Sud patiscono ancora ed in maniera evidentissima i guasti di un processo di unificazione politica dell’Italia che fu attuato senza tenere in minimo conto le diversità, le esigenze economiche e le aspirazioni delle popolazioni che venivano aggregate.

La formula del “piemontismo”, vale a dire della mera e pedissequa estensione degli ordinamenti giuridici ed economici del Regno di Piemonte all’intero territorio italiano, che fu adottata dal governo, e i provvedimenti “rapina” che si fecero ai danni dell’erario del Regno di Napoli, determinarono un’immediata e disastrosa crisi del sistema sociale ed economico nei territori dell’ex Regno di Napoli e il suo irreversibile collasso.

D’altronde le motivazioni politiche che avevano portato all’unità erano, come sempre accade, in subordine rispetto a quelle economiche.

Se si parte dall’assunto, ampiamente dimostrato, che lo stato finanziario del meridione era ben solido nel 1860, si comprendono meglio i meccanismi che hanno innescato la sua rovina.

Nel quadro della politica liberista impostata da Cavour, il paese meridionale, con i suoi quasi nove milioni di abitanti, con il suo notevole risparmio, con le sue entrate in valuta estera, appariva un boccone prelibato.

L’abnorme debito pubblico dello stato piemontese procurato dalla politica bellicosa ed espansionista del Cavour (tre guerre in dieci anni!) doveva essere risanato e la bramosia della classe borghese piemontese per la quale le guerre si erano fatte (e alla quale il Cavour stesso apparteneva a pieno titolo) doveva essere, in qualche modo, soddisfatta.

Descrivere vicende economiche e legate al mondo delle banche e della finanza, può risultare al lettore, me ne rendo conto, noioso, ma non è possibile comprendere alcune vicende se ne conoscono le intime implicazioni.

Lo stato sabaudo si era dotato di un sistema monetario che prevedeva l’emissione di carta moneta mentre il sistema borbonico emetteva solo monete d’oro e d’argento insieme alle cosiddette “fedi di credito” e alle “polizze notate” alle quali però corrispondeva l’esatto controvalore in oro versato nelle casse del Banco delle Due Sicilie.

Il problema piemontese consisteva nel mancato rispetto della “convertibilità” della propria moneta, vale a dire che per ogni lira di carta piemontese non corrispondeva un equivalente valore in oro versato presso l’istituto bancario emittente, ciò dovuto alla folle politica di spesa per gli armamenti dello stato.

In parole povere la valuta piemontese era carta straccia, mentre quella napolitana era solidissima e convertibile per sua propria natura (una moneta borbonica doveva il suo valore a se stessa in quanto la quantità d’oro o d’argento in essa contenuta aveva valore pressoché uguale a quello nominale).

Quindi cita ancora lo Zitara: “Senza il saccheggio del risparmio storico del paese borbonico, l’Italia sabauda non avrebbe avuto un avvenire. Sulla stessa risorsa faceva assegnamento la Banca Nazionale degli Stati Sardi. La montagna di denaro circolante al Sud avrebbe fornito cinquecento milioni di monete d’oro e d’argento, una massa imponente da destinare a riserva, su cui la banca d’emissione sarda – che in quel momento ne aveva soltanto per cento milioni – avrebbe potuto costruire un castello di cartamoneta bancaria alto tre miliardi. Come il diavolo, Bombrini, Bastogi e Balduino (titolari e fondatori della banca, che sarebbe poi divenuta Banca d’Italia) non tessevano e non filavano, eppure avevano messo su bottega per vendere lana. Insomma, per i piemontesi, il saccheggio del Sud era l’unica risposta a portata di mano, per tentare di superare i guai in cui s’erano messi”.

A seguito dell’occupazione piemontese fu immediatamente impedito al Banco delle Due Sicilie (diviso poi in Banco di Napoli e Banco di Sicilia) di rastrellare dal mercato le proprie monete per trasformarle in carta moneta così come previsto dall’ordinamento piemontese, poiché in tal modo i banchi avrebbero potuto emettere carta moneta per un valore di 1200 milioni e avrebbero potuto controllare tutto il mercato finanziario italiano (benché ai due banchi fu consentito di emettere carta moneta ancora per qualche anno). Quell’oro, invece, attraverso apposite manovre passò nelle casse piemontesi.

Tuttavia nella riserva della nuova Banca d’Italia, non risultò esserci tutto l’oro incamerato (si vedano a proposito gli Atti Parlamentari dell’epoca).

Evidentemente parte di questo aveva preso altre vie, che per la maggior parte furono quelle della costituzione e finanziamento di imprese al nord operato da nuove banche del nord che avrebbero investito al nord, ma con gli enormi capitali rastrellati al sud.

Ancora adesso, a ben vedere, il sistema creditizio del meridione risente dell’impostazione che allora si diede. Gli istituti di credito adottano ancora oggi politiche ben diverse fra il nord ed il sud, effettuando la raccolta del risparmio nel meridione e gli investimenti nel settentrione.

Il colpo di grazia all’economia del sud fu dato sommando il debito pubblico piemontese, enorme nel 1859 (lo stato più indebitato d’Europa), all’irrilevante debito pubblico del Regno delle due Sicilie, dotato di un sistema di finanza pubblica che forse rigidamente poco investiva, ma che pochissimo prelevava dalle tasche dei propri sudditi. Il risultato fu che le popolazioni e le imprese del Sud, dovettero sopportare una pressione fiscale enorme, sia per pagare i debiti contratti dal governo Savoia nel periodo preunitario (anche quelli per comprare quei cannoni a canna rigata che permisero la vittoria sull’esercito borbonico), sia i debiti che il governo italiano contrarrà a seguire: esso in una folle corsa all”armamento, caratterizzato da scandali e corruzione, diventò, con i suoi titoli di stato, lo zimbello delle piazze economiche d’Europa.

Scrive ancora lo storico Zitara: “La retorica unitaria, che coprì interessi particolari, non deve trarre in inganno. Le scelte innovative adottate da Cavour, quando furono imposte all’intera Italia, si erano già rivelate fallimentari in Piemonte. A voler insistere su quella strada fu il cinismo politico di Cavour e dei suoi successori, l’uno e gli altri più uomini di banca che veri patrioti. Una modificazione di rotta sarebbe equivalsa a un’autosconfessione. Quando, alle fine, quelle “innovazioni”, vennero imposte anche al Sud, ebbero la funzione di un cappio al collo.

Bastò qualche mese perché le articolazioni manifatturiere del paese, che non avevano bisogno di ulteriori allargamenti di mercato per ben funzionare, venissero soffocate.

L’agricoltura, che alimentava il commercio estero, una volta liberata dei vincoli che i Borbone imponevano all’esportazione delle derrate di largo consumo popolare, registrò una crescita smodata e incontrollabile e ci vollero ben venti anni perché i governi sabaudi arrivassero a prostrarla. Da subito, lo Stato unitario fu il peggior nemico che il Sud avesse mai avuto; peggio degli angioini, degli aragonesi, degli spagnoli, degli austriaci, dei francesi, sia i rivoluzionari che gli imperiali”.

Per contro una politica di sviluppo, fra mille errori e disastri economici epocali (basti pensare al fallimento della Banca Romana, principale finanziatrice dello stato unitario o allo scandalo Bastogi per l’assegnazione delle commesse ferroviarie), fu attuata solo al Nord mentre il Sud finì per pagare sia le spese della guerra d’annessione, sia i costi divenuti astronomici dell’ammodernamento del settentrione.

Il governo di Torino adottò nei confronti dell’ex Regno di Napoli una politica di mero sfruttamento di tipo “colonialista” tanto da far esclamare al deputato Francesco Noto nella seduta parlamentare del 20 novembre 1861: “Questa è invasione non unione, non annessione! Questo è voler sfruttare la nostra terra come conquista. Il governo di Piemonte vuol trattare le province meridionali come il Cortez ed il Pizarro facevano nel Perú e nel Messico, come gli inglesi nel regno del Bengala”.

La politica dissennatamente liberistica del governo unitario portò, peraltro, la neonata e debolissima economia dell’Italia unita a un crack finanziario.

Le grandi società d’affari francesi ed inglesi fecero invece, attraverso i loro mediatori piemontesi, affari d’oro.

Nel 1866, nonostante il considerevole apporto aureo delle banche del sud, la moneta italiana fu costretta al “corso forzoso” cioè fu considerata dalle piazze finanziarie inconvertibile in oro. Segno inequivocabile di uno stato delle finanze disastroso e di un’inflazione stellare. I titoli di stato italiani arrivarono a valere due terzi del valore nominale, quando quelli emessi dal governo borbonico avevano un rendimento medio del 18%.

Ci vorranno molti decenni perché l’Italia postunitaria, dal punto di vista economico, possa riconquistare una qualche credibilità.

L’odierna arretratezza economica del Meridione è figlia di quelle scelte scellerate e di almeno un cinquantennio di politica economica dissennata e assolutamente dimentica dell’ex Regno di Napoli da parte dello stato unitario.

Si dovrà aspettare il periodo fascista per vedere intrapresa una qualche politica di sviluppo del Meridione con un intervento strutturale sul suo territorio attraverso la costruzione di strade, scuole, acquedotti (quello pugliese su tutti), distillerie ed opifici, la ripresa di una politica di bonifica dei fondi agricoli, il completamento di alcune linee ferroviarie come la Foggia-Capo di Leuca, – iniziata da Ferdinando II di Borbone, dimenticata dai governi sabaudi e finalmente terminata da quello fascista.

Ma il danni e i disastri erano già fatti: una vera economia nel sud non esisteva più e le sue forze più giovani e migliori erano emigrate all’estero.

Nonostante gli interventi negli anni ’50 del XX secolo con il piano Marshall (peraltro con nuove sperequazioni tra nord e sud), ’60 e ’70 con la Cassa per il Mezzogiorno e l’aiuto economico dell’Unione Europea ai giorni nostri, il divario che separa il Sud dal resto d’Italia è ancora notevole.

La popolazione dell’ex Regno di Napoli, falcidiata dagli eccidi del periodo del “brigantaggio”, stremata da anni di guerra, di devastazioni e nefandezze d’ogni genere, per sopravvivere, darà vita alla grandiosa emigrazione transoceanica degli ultimi decenni dell”800, che continuerà, con una breve inversione di tendenza nel periodo fascista e una diversificazione delle mete che diventeranno il Belgio, la Germania, la Svizzera, fin quasi ai giorni nostri.

Il Sud pagherà, ancora una volta, con il flusso finanziario generato dal lavoro e dal sacrificio degli emigranti meridionali, lo sviluppo dell’Italia industriale.

Ritengo, in conclusione, che sia un diritto delle gente meridionale riappropriarsi di quel pezzo di storia patria che dopo il 1860 le fu strappato e un dovere del corpo insegnanti dello stato favorire un’analisi storica più oggettiva di quei fatti che tanto peso hanno avuto ed hanno ancora nello sviluppo sociale del Paese, anche attraverso una scelta dei testi scolastici più oculata ed imparziale.

La guerra fra il nord ed il sud d’Italia non si combatte più sui campi di battaglia del Volturno, del Garigliano, sugli spalti di Gaeta o nelle campagne infestate dai “briganti”, ma non per questo è meno viva; continua ancora oggi sul terreno di una cultura storica retriva e bugiarda che, alimentando una visione del sud “geneticamente” arretrato, produce un’ulteriore frattura tra due “etnie” che non si sono amate mai.

Il dibattito ancora aperto e vivace sull’ipotesi di una Italia federalista, i toni accesi del Partito della Lega Nord, una certa avversione, subdola ma reale, tra la gente del nord e quella del sud, nonostante il “rimescolamento” dovuto all’emigrazione interna, testimoniano quanto queste problematiche, nate nel 1860, siano ancora attualissime.

Oggi l’unità dello stato, in un periodo dove il progresso passa attraverso enti politico-economici sopranazionali come la Comunità Europea, è certamente un valore da salvaguardare, ma al meridione è dovuta una politica ed una attenzione particolari, una politica legata ai suoi effettivi interessi, che valorizzi le sue enormi risorse e assecondi le sue vocazioni, a parziale indennizzo dei disastri e delle ingiustizie che l’unità vi ha apportato.

L’enorme numero di morti che costò l’annessione, i 23 milioni di emigrati dal meridione dell’ultimo secolo, che hanno sommamente contribuito, a costo di immani sforzi, alla realizzazione di un’Italia moderna e vivibile, meritano quel concreto riconoscimento e quel rispetto che per 140 anni lo Stato, attraverso una cultura storica mendace, gli ha negato e che oggi gli eredi della Nazione Napoletana reclamano.

di CARLO COPPOLA
“Controstoria dell’Unità d’Italia”
M.C.E. Editore

Ferdinando Mittiga, il brigante dell’Aspromonte.

Platì è un paese, collocato ai piedi dell’Aspromonte, in provincia di Reggio Calabria, dove nacque Ferdinando Mittiga il 23 giugno 1826 da una famiglia benestante. I genitori erano Don Francesco Mittiga, qualificato civile, e Donna Dorotea Roi. Il nome di questo brigante già compare durante i moti liberali del 1847/48, verificatisi sulla costa jonica di Bovalino e Ardore, quando venne liberato dal carcere. Le insurrezioni di quegli anni fallirono e la repressione fu durissima, ma il Mittiga si mise a capo di una banda per portare avanti la sua lotta per la giustizia sociale e chiudere i conti con i ricchi “signori”, riscattando la povera gente da abusi e soprusi. Era un proprietario terriero (per questo motivo il suo nome lo si trova sugli atti ufficiali preceduto dal prefisso “don”, riservato a persone appartenenti al ceto elevato), che però aveva scelto di stare dalla parte degli umili e degli oppressi. Era un ex sottufficiale borbonico che con il sostegno dei vari comitati della zona era molto attivo alla causa borbonica già tra la fine del 1860 e l’inizio del 1861, razziando fucili nella zona di Gerace.

Nel febbraio del 1861 il governatore di Reggio Agostino Plutino era stato sostituito e al suo posto era stato nominato Raffaele Cassitto un ex borbonico. In quel mese la banda di Mittiga già razziava fucili nella zona di Gerace e negli atti del processo viene detto che il Mittiga fu arrestato e condotto nel carcere di Gerace nel luglio 1861 ma riuscì ad evadere dopo pochi giorni, il 26 dello stesso mese. Nel compendio al processo si aggiunge che, successivamente, arruolati altri compagni e continuando le razzie di fucili, il Mittiga aveva deciso di perseguire gli ideali politici e il 24 agosto 1861 contava sotto di sé sessanta uomini mentre agli inizi di settembre arrivò a circa cento individui. Mittiga cominciò a perseguire il legittimismo subito, iniziando a razziare fucili dall’ inizio del 1861 e ciò fa presupporre che già in quel periodo si preparava ad una impresa legittimista. Inoltre, una semplice banda di delinquenti comuni non ha interesse a ingrossarsi fino a centinaia di individui, ma cerca di farsi notare il meno possibile. Le razzie continuarono anche in agosto e all’inizio di settembre perché don Filippo Antonio Macrì, arciprete di Condojanni, nella sua testimonianza al processo racconta di aver subito una rapina nella notte del 7 settembre ad opera degli uomini di Mittiga che gli presero fucili, denaro e vino. Il governatore Cassitto, però, non aveva, forse, ben chiaro in quei giorni cosa stesse succedendo perché il 6 settembre 1861 mandò un dispaccio in cui asseriva che “la banda Mittiga è sciolta” e che il gruppo era “di circa 20 uomini”. La banda Mittiga, invece, era tutt’altro che di soli venti uomini e tutt’altro che disciolta, tanto che l’11 settembre invase Antonimina con l’obiettivo di cercare soldi e armi. Il 12 settembre 1861 il sindaco scrisse al giudice del mandamento di Gerace raccontando gli avvenimenti: Signore, mi affretto di riferire alla sua autorità, che ieri prima di far giorno una orda di briganti e dopo di aver ucciso a colpi di fucile don Filippo Codespoti di qui, pose in sacco la casa di don Stefano Pelle che si trovava assente con tutta la famiglia, quella di don Bruno Pelle, quella di don Pietro Pelle, quella di Giovabattista Fazari, di Nicola Monteleone e quella dell’ucciso Codespoti e di don Giuseppe Pelle. Disarmarono il posto di guardia invocandosi dieci fucili che gli trovarono. L’ordine publico fu costantemente disturbato tantopiù che buona parte dei popolani si asservì hai briganti e divennero al saccheggio. Ci sono alcuni elementi degni di nota in questo racconto: anzitutto il fatto che siano state rapinate solamente case di benestanti e poi il fatto che una buona parte dei paesani partecipò al saccheggio. Sembra, almeno cosi come è raccontata dal sindaco, una insurrezione per ceti: poveri contro ricchi. Vedremo in seguito se ci sono altri elementi di conflitto sociale in questi eventi. L’unica persona uccisa fu Filippo Codespoti, il capo della Guardia Nazionale, che fu fucilato nella piazza di Antonimina probabilmente per essersi opposto agli insorti. Francesca Monteleone, la moglie, quando interrogata, afferma di aver sentito molte grida di “Viva Francesco e Maria Sofia” e di essere riuscita a stento a nascondersi. Il possidente Pietro Pelle nella sua testimonianza afferma di essere fuggito dal paese non appena arrivarono i briganti e di aver sentito chiaramente “varii colpi di fucili e delle grida confuse di Viva Francesco che perdurarono per circa tre ore continue”. Al ritorno trovò la sua casa saccheggiata. Anche Don Domenico Codespoti, proprietario di 26 anni testimonia di aver sentito parecchie grida di “Viva Francesco e Maria Sofia” e pur essendo della guardia nazionale scappò e se ne stette nascosto tutto il tempo. Ugualmente fuggirono Don Bruno Pelle e Don Giovan Battista Fazzari. Nicola Monteleone quindici giorni prima aveva ricevuto una lettera con una richiesta di cinquanta piastre sotto la minaccia dell’uccisione delle vacche. Non avendo acconsentito alla richiesta gli avevano rubato una giovenca. Il giorno del saccheggio si era posto alla finestra col fucile in mano intenzionato a resistere ma aveva visto tutta la popolazione che aiutava i briganti e pensò di scappare. Giuseppe Pelle, invece rimase in paese, ma fu aggredito e preso a schiaffi sulla testa per essere condotto in casa sua e obbligato a consegnare soldi e cose preziose . In tutte queste testimonianze l’elemento comune è anzitutto che tutti gli interessati, tranne Giuseppe Pelle, fuggirono e praticamente furono svaligiate solo le case dei fuggiti. Altro elemento interessante è il fatto che quasi tutti riferiscono di aver sentito grida di “Viva Francesco e Viva Maria Sofia”. Questo è sicuramente un indizio del carattere legittimista dell’insurrezione. Sul carattere sociale della sommossa, Nicola Monteleone conferma quanto già riportato dal sindaco cioè che tutto il paese partecipò al saccheggio nelle case dei benestanti. La repressione, comunque, fu immediata e il giudice Pietro Monaco si concentrò nelle varie testimonianze nella ricerca di chi aveva partecipato all’insurrezione per favorirne l’arresto, fiaccando sul nascere altri tentativi. Dopo qualche giorno, Domenico Armeni disse di essere stato arrestato per equivoco invece del fratello, che fu la guida dei briganti, e tutti gli arrestati negarono di essere coinvolti direttamente, affermando di essere stati obbligati. In special modo il giudice si concentrò su chi aveva gridato “viva Francesco” e anche in questo caso tutti affermarono di essere stati costretti con la forza dai capi banda. Mi sembra chiara anche nell’azione del giudice la ricerca del movente politico, considerato di sicuro più pericoloso rispetto a quello di una criminalità comune. Tra le guide della banda Mittiga sono presenti sicuramente i fratelli Pugliese che hanno un fratello che è stato soldato borbonico sbandato. Maria Reale testimonia che i briganti la mattina dell’invasione la invitarono “a prendere roba dalle case dei galantuomini”. Il vicino di casa di Filippo Codispoti racconta come la figliastra di questo ebbe “l’accortezza di eludere la vigilanza dei briganti convenuti nella di lei casa, fuggire nella mia, e nascondervi la bandiera nazionale che presso di lei teneva, come oggetto prezioso”. Altri elementi degni di nota: la guida degli insorti è un ex soldato borbonico sbandatosi a seguito della battaglia del Volturno e la bandiera nazionale italiana che tenuta in casa è considerata come elemento di primo valore. Appare del tutto evidente che l’insurrezione ad Antonimina ebbe un carattere pienamente legittimista e i patrioti borbonici cercarono di attirarsi i favori della popolazione attraverso il saccheggio delle case dei ricchi possidenti e la distribuzione dei beni rubati. Chiara Varacalli vicina del Codespoti afferma che quando saccheggiarono la casa di questo, davano tutti gli oggetti ai paesani che guardavano la scena dicendo “prendete è roba vostra” e mentre facevano questa redistribuzione dei beni saccheggiati cercavano con insistenza la bandiera nazionale. Questi fatti accaduti ad Antonimina, però, si inseriscono in accadimenti di maggiore ampiezza. Infatti, il giorno dopo quanto raccontato, il 13 settembre 1861, il generale Borjes sbarcò a Bruzzano centro a circa 50 chilometri da Antonimina. Mittiga sapeva della spedizione che Borjes preparava da Malta? La notizia di un tentativo di riconquista borbonica del Regno era nota da diversi mesi, pubblicata addirittura sui giornali e lo stesso Borjes stette a Malta diverso tempo prima di sbarcare in Calabria. È dunque sicuro che il Mittiga e i comitati borbonici fossero al corrente di un tentativo legittimista. Sappiamo però dalle parole dello stesso Borjes che egli non conosceva Mittiga di cui venne a conoscenza solamente una volta sbarcato. Il Governatore aveva ricevuto il 14 settembre un’informativa da parte del Ministero, dove si avvertiva che “un gruppo 21 spagnuoli ex carlisti si erano imbarcati in Malta” ed egli mandò lo stesso giorno un dispaccio in cui scrisse che “la comitiva di Mittiga è riapparsa”. Cassitto aveva capito che il Borjes avrebbe potuto unirsi al Mittiga? È probabile, poiché egli contattò subito il ministero mettendo contemporaneamente in allerta vari settori militari. Intanto lo stesso 14 di settembre la banda Mittiga invase Condojanni, centro a circa 10 chilometri da Antonimina. Appare da subito chiaro che l’azione fu, ancora una volta, circoscritta al solo reperimento di armi e denaro evitando inutili violenze e si focalizzò esclusivamente contro le persone più importanti del paese: il sindaco, il notaio, il medico, il farmacista e i possidenti. Anche in questo caso sembra una “questione sociale”: braccianti contro galantuomini. Il farmacista del paese ci tiene a specificare che gli insorti lo chiamavano “rivoltoso” e lo accusavano di avere la bandiera nazionale in casa: ancora un indizio di come l’insurrezione fosse chiaramente anche politica. Ciò comunque, appare evidente dal fatto un paio giorni dopo il saccheggio di Condojanni, alcuni paesani diffondevano, sulla piazza di Sant’Ilario, volantini inneggianti a Francesco II: Lo stesso Cassitto appare preoccupato quando, riferendo sull’azione del Mittiga a Condojanni , afferma esplicitamente: “Se si fosse trattato di solo brigantaggio non si era di mettersi in molto pensiere ma in questo affare campeggiava lo scopo politico chiaro nello sbarco delli esteri e confirmamento dei proclami che portavano”. Il governatore aveva perfettamente capito la pericolosità che poteva avere l’unione tra Mittiga, che era sostenuto da diverse persone locali, e gli spagnoli. In quello stesso 14 settembre, infatti, Borjes si dirigeva verso Precacore, odierna Samo, arruolando circa 20 contadini, per poi raggiungere nel pomeriggio Caraffa, dove ebbe il primo scontro con la guardia nazionale e la sera recarsi dai monaci del Convento dei Riformati del SS. Crocifisso, ubicato alle porte di Bianco, che lo informarono più dettagliatamente sulla banda di Ferdinando Mittiga. Nel primo pomeriggio del 15 settembre il superiore del monastero, Padre Samuele da Siderno, diresse il Borjes verso Natile dove fu presentato al notaio Girolamo Sculli e a Francesco Violì di Platì che lo condussero in prossimità di Cirella dove era il campo del Mittiga, composto di circa 120 uomini. Cassitto però non se ne stava con le mani in mano e già il 15 settembre aveva ricevuto dal capitano della Guardia nazionale di Brancaleone l’avviso di quanto accaduto il giorno prima a Precacore e Caraffa. Senza indugio venne inviato via mare nella zona il generale De Gori, che già il 16 settembre 1861 da Messina sbarcò a Bianco e schierò le truppe per ricevere un possibile attacco nemico. Mittiga e Borjes intanto la sera del 16 si erano messi in marcia per attaccare Platì il 17 settembre. L’attacco cominciò all’alba ma a causa dell’indecisione del Mittiga e per i 100 soldati giunti il giorno prima, la comitiva alle 10.30 fu costretta a ritirarsi per rifugiarsi di nuovo sulle montagne. Pur nella fuga Mittiga ancora continuava a razziare fucili e ne requisirono diversi a Ciminà: forse nonostante la ritirata confidava ancora di poter mettere a segno altre azioni. Ormai però la mobilitazione dell’esercito italiano era generale e in molti si gettarono all’inseguimento di Mittiga e Borjes che, nonostante la pioggia torrenziale, spostarono l’accampamento verso la sommità dello Zomaro e da lì il 18 settembre entrarono verso le 11 nella Piana di Gerace. La guarnigione si era di molto assottigliata e dei 200 uomini che il giorno precedente avevano attaccato Platì, i calabresi si ritrovarono con soli cinquanta uomini mentre il resto s’era sbandato ed era tornato alle proprie case. Borjes decise di proseguire per Giffone e il Mittiga lo abbandonò, preferendo tornare sul suo territorio natio dove probabilmente si sentiva più sicuro. L’alleanza tra il generale spagnolo e i calabresi era durata appena 3 giorni, dal 15 al 18 settembre. Sul fallimento di questa unione è lo stesso Borjes a trarre alcune considerazioni. Il Mittiga da subito aveva messo in chiaro le cose, sostenendo che non avrebbe ceduto il comando della sua banda e obbligando gli spagnoli ad attaccare Platì più per una questione personale che per una reale necessità del movimento insurrezionale. Inoltre i calabresi, sebbene ben muniti di fucili, non erano che dilettanti nell’arte della guerra, male avvezzi a scontri a fuoco, dove in ballo c’era la vita. Tutto il contrario del Governatore Cassitto che invece aveva probabilmente ben chiaro come sgominare i rivoltosi e stroncare ogni futuro problema trucidando tutti, inviando da Reggio i bersaglieri del 32° battaglione del maggiore Emanuele Rossi. Questi arrivati marciando a tappe forzate già il 20 di settembre assaltarono il Convento del SS. Crocifisso di Bianco che aveva dato asilo a Borjes e non contenti di uccidere lo spagnolo ferito che ivi era stato lasciato e il Superiore, Padre Samuele da Siderno, bruciarono come rappresaglia l’intero complesso. A Sant’Agata del Bianco il Mittiga aveva sostituito da qualche tempo il sindaco Francesco Rossi con il borbonico Giuseppe Franco. Per tale motivo il maggiore Melissari andò a e prese dal suo palazzo il barone Franco, suo fratello Giuseppe Franco e suo zio sacerdote don Antonio Franco portandoli a Bianco. Qui sempre il 32° battaglione fucilò sulla pubblica piazza l’abate e riportati gli altri due a Sant’Agata fucilarono Giuseppe Franco, mentre riuscì a salvarsi il barone per intercessione della folla che gridava la sua innocenza. Un rapporto dei carabinieri di qualche giorno più tardi riferisce che il 21 settembre alle ore ventidue, lo stesso 32° battaglione fucilò 5 persone a Bovalino anche se negli atti comunali sono riportate solo quattro persone giustiziate:

1. Francesco Codespoti di Bovalino di anni 18

2. Saverio Perre di Benestare di anni 21

3. Francesco Musolino di Benestare di anni 22

4. Giuseppe Zappia di Benestare di anni 21

Ad Ardore lo stesso 21 settembre alle ore 22 da un distaccamento del 32° battaglione fu fucilato il notaio Girolamo Sculli di Bovalino ma domiciliato in Natile mentre il 23 settembre alle ore tredici fu fucilato Francesco Violi di Platì. Il 22 fu fucilata una persona a Gerace: Giuseppe Marrapodi di Casal Nuovo di Africo bracciale di anni 53. Un dispaccio dei carabinieri riferì che “il 23 sono stati fucilati a Gioiosa 4 innomati probabilmente della Banda Mittiga” e il fatto che nemmeno si sapeva il nome di chi si fucilava la dice lunga sul carattere sommario di queste esecuzioni. In realtà i fucilati a Gioiosa furono:

1. Giuseppe Antonio Ciccarello di Castelvetere bracciale di anni 70         2. Bruno Ciccarello di Castelvetere bracciale                                             

3. Antonio Ciccarello di fu Filippo Antonio di Castelvetere bracciale    

4. Ilario Ciccarello di Castelvetere

Questi fucilati a Gioiosa erano legati ai Ciccarello che nel 1847 avevano consegnato i “martiri di Gerace” alla polizia, facendoli arrestare. Viene, in questo caso, il dubbio che l’esecuzione del 1861 a Gioiosa non sia altro che una vendetta posticipata 14 anni per i fatti dei martiri di Gerace. Lo stesso 23 settembre un distaccamento del 32° bersaglieri fucilò in Sant’Ilario 8 persone accusate di far parte della banda Mittiga. Appare evidente come ormai l’appartenenza, vera o presunta, a questo gruppo di persone giustificasse qualsiasi violenza da parte dello Stato Italiano. Se l’esercito, dunque, nei giorni seguenti i saccheggi di Antonimina, Condojanni e Platì in modo solerte aveva cercato di eliminare fisicamente tutti i membri della banda, l’obbiettivo principale certamente rimaneva il capo, Ferdinando Mittiga. Questo ormai braccato, si era rifugiato in un territorio a lui noto, la campagna di Natile, ed era riuscito per molti giorni a nascondersi ed evitare di essere scoperto. Lo Stato Italiano però teneva troppo alla sua cattura e mise una taglia sulla sua testa, cosa che convinse un mugnaio, suo sodale, a tradirlo. Nella tarda serata del 29 settembre, verso le 23, Mittiga era insieme a Pasquale Luscrì di Cirella in contrada Mulino nuovo di Natile quando a un cenno del Mugnaio il tenente delle guardie di Galatro, Vincenzo Pisani, appostato in un casolare di fronte il mulino, sparò diversi colpi di fucile. Mittiga e il suo compagno, feriti si trascinarono fino ad un vicino campo di granturco, dove spirarono poco dopo. Finiva in questo modo la breve epopea della Banda Mittiga durata solamente un mese. Ci furono in seguito altri minuscoli casi di brigantaggio ma la crudele repressione del settembre 1861 aveva stroncato sul nascere qualsiasi moto insurrezionale in questa parte della Calabria che ne conservò ancora per molti anni il ricordo e il terrore.

Emerge chiaramente, da tutti questi elementi, che i moti insurrezionali e l’azione di Ferdinando Mittiga nel 1861 furono senz’altro di tipo politico – legittimista, tesi a restaurare sul trono Francesco II di Borbone. Gli uomini che formavano la banda, però, avevano anche altre motivazioni per partecipare alle insurrezioni. Il gruppo, infatti, era composto principalmente di persone di umile condizione sociale, di cui la maggior parte bracciali, e questo perché vi era nella zona malcontento delle fasce più povere di popolazione. Il fortissimo aumento demografico che aveva caratterizzato il Mezzogiorno nella prima metà del XIX secolo aveva causato una vera e propria crisi malthusiana con una diminuzione del rapporto tra risorse e popolazione e un conseguente impoverimento generale. C’è da considerare anche un fattore psicologico in cui i bracciali si sentirono traditi da Garibaldi, fautore di grandi promesse nel 1860, poiché dall’ancien regime al nuovo regno non era cambiato praticamente nulla e le famiglie locali di ricchi proprietari avevano fatto in fretta a salire sul carro dei nuovi governanti, nella migliore tradizione gattopardesca. Il conflitto che si generò nel 1861 fu dunque sia politico legittimistico sia per ceti con i più poveri dalla parte di Mittiga e Borjes e i ricchi quasi tutti dall’altra parte della barricata. Di questo ne erano ben consci i giudici del processo al gruppo di insorti, che infatti ammisero ai benefici concessi dalla Sovrana Indulgenza del 17 novembre 1863 molti imputati, sebbene poi alcuni altri furono esclusi dagli stessi, poiché i saccheggi nelle case dei ricchi e le violenze gratuite furono considerate atti di criminalità comune. Un altro elemento che accomuna molti ragazzi della banda Mittiga, poi imputati nel processo, è la renitenza alla leva: dagli atti del processo tutti quelli in età di leva dichiararono di non essere stati militari. La leva istituita dal nuovo governo unitario tra il 1860 e il 1861 fu uno dei principali motivi dei fenomeni insurrezionali poiché si erano istituite quattro classi di leva contemporaneamente e le famiglie che avevano due o tre figli maschi in età di leva si vedevano portar via le braccia necessarie al lavoro nei campi e di conseguenza le possibilità di sopravvivenza. Per questi motivi molti ragazzi preferirono aggregarsi a Mittiga, prendendo la strada della montagna, piuttosto che svolgere il servizio militare. La repressione a queste insurrezioni fu brutale. Assieme alla magistratura del tutto asservita, l’apparato poliziesco-repressivo costituì una struttura portante del nuovo regime. Nel solo settembre 1861 furono fucilate nella provincia di Reggio Calabria tra le 50 e le 100 persone senza alcun processo e spesso solo per essere sospettate di far parte della banda Mittiga. Siamo ancora lontani dalla proclamazione, da parte del governo, dello stato d’assedio nelle province meridionali, avvenuta nell’estate del 1862 e dalla promulgazione della legge 1409 del 1863, nota come legge Pica, eppure senza alcun fondamento giuridico, nel 1861 il nuovo stato italiano uccideva i suoi cittadini senza che nessuno potesse esprimere parere contrario. Anche la prigione di Reggio Calabria divenne strumento della repressione a ogni opposizione. Il processo alla Banda Mittiga, che vide imputate 256 persone poi in grossa parte dichiarate innocenti ed assolte, si concluse solamente nel 1864. Ecco cosa significò l’unità d’Italia almeno in questo periodo: la completa sospensione di ogni diritto. Ciò è normale in tempo di guerra e in questo modo dobbiamo considerare il 60-61 in Calabria: la guerra per l’unità d’Italia non si limitò dunque al solo 1860, ma incluse anche gli anni seguenti, in un susseguirsi di violenze da ambo le parti. Per concludere vorrei focalizzare il discorso su un punto in particolare: negli ultimi 15-20 anni ha preso sempre più vigore il filone letterario sulla rivalutazione del risorgimento italiano e si è passati da una sublimazione eroica dei fatti che hanno portato al processo unitario al suo esatto opposto: l’esaltazione quasi compiacente di tutte le malefatte che i piemontesi hanno realizzato nel Sud Italia. Come documentato fino a questo punto l’unità d’Italia fu realizzata anche a costo di numerose violenze gratuite, fucilazioni, incendi, soprusi e altre nefandezze, ma vorrei sottolineare che ciò non fu fatto esclusivamente dai piemontesi contro i meridionali, come spesso si afferma, ma nella maggior parte dei casi dai meridionali contro gli stessi meridionali. La repressione contro la banda Mittiga, ad esempio, fu messa in atto principalmente da uomini calabresi e del Sud Italia in genere, a testimonianza che la violenta reazione ai movimenti di insorgenza legittimista avvenuti nel Mezzogiorno italiano non fu attuata dai soli piemontesi ma per buona parte dalle stesse persone meridionali. Il governatore Raffaele Cassitto, nato a Lucera nel 1803, aveva compiuto gli studi universitari a Napoli e aveva fatto tutta la carriera da intendente nel ministero dell’interno del Regno delle Due Sicilie. Egli fu uno dei più solerti repressori dei movimenti legittimisti e mise in atto un sistematico ricorso ad arresti in massa, esecuzioni sommarie, distruzione di casolari e masserie, vaste azioni contro centri abitati. Nel 1861 fu compensato di questa sua politica con la nomina a Commendatore ed insignito della croce di Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro mentre nel luglio 1872 ebbe la nomina a Senatore del Regno.   Il reggino Agostino Plutino fu dapprima governatore predecessore del Cassitto e poi, dal marzo 1861, deputato al parlamento italiano per il collegio di Melito Porto Salvo e qui confermato sino al 16 novembre 1882 quando fu nominato senatore. Antonino Plutino, fratello di Agostino, il 22 agosto 1860 fu scelto da Garibaldi come prodittatore della provincia con pieni poteri e dopo l’Unità fu nominato prefetto di Cosenza, Cremona, Cuneo e Catanzaro. Dopo il 1862 venne eletto alla Camera dei deputati del Regno d’Italia per il collegio di Cittanova. Pietro Romeo, che era stato nel 1847 tra i capi dell’insurrezione, fu ancora nel 1860 e 1861 tra i principali difensori dello Stato Italiano e in seguito deputato per il collegio di Reggio Calabria al parlamento per molte legislature. Stefano Romeo, cugino di Pietro, aveva partecipato ai moti del 1847 e alla repubblica romana del 1849 per poi andare in esilio in Turchia. A seguito della spedizione di Garibaldi fu eletto nel 1861 al primo parlamento italiano.

Come loro tantissimi altri calabresi e moltissime famiglie furono impegnate in prima linea, inizialmente nella conquista del Regno e poi nella repressione di ogni tentativo insurrezionale. È un dato di fatto che la conquista del Sud Italia non sarebbe mai stata compiuta e mantenuta, senza l’aiuto determinante che gli stessi meridionali diedero ai Savoia. In ogni paese le principali famiglie si divisero in due fazioni favorevoli ai Borbone o ai Savoia. Avrei voluto fare degli elenchi ma sarebbe davvero una lista lunghissima. La questione non riguardò però solamente i benestanti, ma finanche i ceti più umili, che furono costretti a schierarsi da una parte o dall’altra. Dobbiamo infatti considerare che buona parte del 32° battaglione dei bersaglieri si era formato nell’aprile 1861 grazie soprattutto ai ragazzi del sud richiamati come militari di leva. Furono proprio questi ragazzi del Sud che compirono il lavoro sporco, le fucilazioni contro i loro conterranei. La guerra per il Mezzogiorno fu, quindi, anche un vero e proprio caso di guerra civile: fratelli contro fratelli, calabresi contro calabresi, meridionali contro meridionali. Una guerra fratricida che andrebbe, studiata a fondo, rivalutandone il peso e l’importanza affinché i calabresi di oggi possano comprendere che molti degli attuali mali che affliggono questa bella regione derivano da profonde divisioni e incomprensioni, ancora troppo radicate, quando invece sarebbe finalmente opportuno lavorare insieme per il bene comune.

Il Sud visto dal Nord: I meridionali? Razza inferiore!

Le due questioni, quella dei meridionali come razza inferiore e la meridionale come questione economica. Terminologie, sinonimi e similitudini che attengono e sono alla base, ancora oggi, di una mai realizzata e metabolizzata Unità d’Italia e che poteva essere il centro del dibattito delle celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia ma che purtroppo non c’è stato.

Hanno vinto ancora una volta l’ipocrisia e le verità nascoste di un risorgimento edulcorato da bugie e falsità che si continuano a propinare, senza soluzione di continuità dalle storiografie ufficiali e scolastiche. Si continua ad ignorare che alla base di una mala unità d’Italia vi fu, come del resto continua ad esserci, retaggio di quel passato, una ignobile componente razzistica antimeridionale conclamata e documentata da quei politici e da quei militari che erano venuti a liberare e civilizzare” il Sud e la Sicilia.
Infatti all’alba dell’Unità d’Italia, alcuni politici e militari del Nord che tale Unità con arroganza rivendicavano di avere contribuito a compiere, ne esistono incontrovertibili testimonianze. In una lettera inviata il 17 ottobre del 1860 a Diomede Pantaloni e contenuta in un carteggio inedito del 1888, il piemontese marchese Massimo D’Azeglioche fu presidente del consiglio del Regno di Sardegna ed esponente della corrente liberal-moderata tra l’altro così scriveva: In tutti i modi la fusione con i napoletani mi fa paura e come mettersi a letto con un vaioloso.

Più o meno quello che, esattamente 150 dopo, cantano in coro con altri leghisti ad una festa del suo partito l’eurodeputato e capogruppo al Comune di Milano, Matteo Salvini: “Senti che puzza scappano anche i cani, sono tornati i napoletani, sono colerosi e terremotati, con il sapone non si sono mai lavati”.

Sembra di risentire il D’Azeglio di 150 anni prima. Da allora niente è cambiato se non in peggio. Nino Bixio, il paranoico massacratore di Bronte, in una lettera inviata alla moglie tra l’altro così scriveva “Un paese che bisognerebbe distruggere e gli abitanti mandarli in Africa a farsi civili. Ma ancora, sulla stessa lunghezza d’onda del colonnello garibaldino, il generale Enrico Cialdini, luogotenente del re Vittorio Emanuele II inviato a Napoli nell’agosto del 1861 con poteri eccezionali per combattere il brigantaggio e a proposito dei territori in cui si trovò a operare, in una lettera inviata a Cavour, così si esprimeva:  Questa è Africa! Altro che Italia. I beduini a confronto di questi cafoni sono latte e miele.

Enrico Cialdini era lo stesso che alcuni mesi prima, nel febbraio del 1861, durante l’assedio di Gaeta, bombardando l’eroica città, non si fece scrupolo di indirizzare il tiro dei suoi cannoni rigati a lunga gittata e di grande precisione deliberatamente sugli ospedali per terrorizzare gli occupanti e fiaccarne la resistenza. E, a chi gli faceva osservare il suo inumano comportamento non rispettoso dei codici d’onore e militari, rispondeva sprezzatamene: Le palle dei miei cannoni non hanno occhi.

Cialdini si rese poi protagonista degli eccidi e della distruzione, in provincia di Benevento, dei paesi di Pontelandolfo e Casalduni, esecrabili e orrendi al pari di quelli compiuti dai nazisti molti anni dopo – e con minor numero di vittime – a Marzabotto e a Sant’Angelo di Stazzema, in cui furono massacrati senza pietà uomini, donne e bambini. Negli ordini scritti ai suoi sottoposti, era solito raccomandare di non usare misericordia ad alcuno, uccidere, senza fare prigionieri, tutti quanti se ne avessero tra le mani. E dire che del nome di questo criminale, spacciato per eroe, la toponomastica delle nostre città ne ha fatto incetta.

E che dire poi del generale Giuseppe Covone mandato anch’esso a reprimere il brigantaggio in Sicilia che, per snidare i renitenti di leva, non si fece scrupolo, avendone piena facoltà che gli derivava dalle leggi speciali, di porre in stato d’assedio intere città, di fucilare sul posto, di torturare, arrestare e deportare intere famiglie e compiere abusi e crimini inenarrabili? Ebbene, anche il Covone, per non essere da meno dei suoi conterranei predecessori e per difendere e giustificare il suo criminale operato dell’uso di metodi di costrizione di stampo medievale nei confronti dei siciliani, non trovò di meglio, in un rigurgito razzista, di affermare in pieno parlamento che: Nessun metodo poteva aver successo in un paese come la Sicilia che non è sortita dal ciclo che percorrono tutte le nazioni per passare dalla barbarie alla civiltà

Ed infine per completare questo bestiario di aberrante avversione razziale nei confronti dei meridionali val bene ricordare le parole tratte dal diario dell’aiutante in campo di Vittorio Emanuele II, il generale Paolo Solaroli: La popolazione meridionale è la più brutta e selvaggia che io abbia potuto vedere in Europa.

Carlo Nievo: “Abbruciare vivi tutti gli abitanti del Sud”
E poi quanto scrisse Carlo Nievo, ufficiale dell’armata piemontese in Campania al più celebre fratello Ippolito, ufficiale e amministratore della spedizione garibaldina in Sicilia: Ho bisogno di fermarmi in una città che ne meriti un poco il nome, poiché sinora nel Napoletano non vidi che paesi da far vomitare al solo entrarvi, altro che annessioni e voti popolari dal Tronto a qui ove sono, io farei abbruciare vivi tutti gli abitanti, che razza di briganti, passando i nostri generali ed anche il re ne fecero fucilare qualcheduno, ma ci vuole ben altro.

Questi i documentati pregiudizi razziali di quei liberatori che fecero a spese del Sud depredandolo, saccheggiandolo  uccidendo e massacrando i suoi abitanti, l’Unità d’Italia. E su questi pregiudizi nati per giustificare la politica coloniale e civilizzatrice piemontese che poi furono elaborate le teorie razziali dell’inferiorità della razza meridionale propugnate da Cesare Lombroso, Alfredo Niceforo, Enrico Ferri, Giuseppe Sergi, Paolo Orano e Raffaele Garofalo. Studiosi che si affrettarono a dare un’impostazione scientifica ai pregiudizi diffusi ad arte dagli invasori per giustificare politiche di rapine, di spoliazioni e di saccheggi a danno del Meridione. 

Sui fondamenti antropologici e storici della crisi dell’identità italiana e sulla mancanza di comunicazione interculturale tra Nord e Sud ne fa una lucida analisi Antonio Gramsci nei Quaderni, quando sostiene: La miseria del Mezzogiorno era storicamente inspiegabile per le masse popolari del Nord. Queste non capivano- afferma Gramsci- che l’unità non era stata creata su una base di eguaglianza , ma come egemonia del Nord sul Sud nel rapporto territoriale città-campagna, cioè che il Nord era una piovra che si arricchiva a spese del Sud e che l’incremento industriale era dipendente dall’impoverimento dell’agricoltura meridionale.

Parole sante. L’impoverimento del Meridione per arricchire il Nord non fu la conseguenza ma la ragione stessa dell’Unità d’Italia. In buona sostanza, con l’Unità d’Italia ebbe il sopravvento il disegno e la strategia egemonica dell’imprenditoria e della finanza settentrionale che, conquistando e colonizzando il Sud, ostacolandone in ogni modo la crescita, prevaricò ogni ipotesi di sviluppo della nascente economia meridionale. 

Significativo in questo senso fu quanto ebbe a dire il genovese Carlo Bombrini prima dell’Unità d’Italia direttore della Banca nazionale degli Stati Sardi e amico personale di Cavour e, successivamente, Governatore della Banca Nazionale del Regno d’Italia dal 1861 al 1882: Il Mezzogiorno non deve essere messo più in condizione di intraprendere e produrre. E negli anni in cui fu a capo della Banca Nazionale tenendo fede a questa sua spiccata vocazione antimeridionalista fu artefice di numerose operazioni finanziarie finalizzate allo sviluppo dell’economia del Nord, soprattutto nella costruzione delle reti ferroviarie settentrionali per le quali ottenne numerose concessioni a detrimento di quelle meridionali.

Riprendendo l’analisi di Gramsci, si può in buona sostanza affermare che l’origine della questione dei meridionali bollati come razza inferiore nasce dal fatto, a detta dall’illustre intellettuale sardo, che il rapporto Nord-Sud dopo l’Unità d’Italia fu un tipico rapporto di tipo coloniale che vide le popolazioni del Sud defraudate della loro storia, della loro identità culturale e occupate militarmente. Scriveva il filosofo e romanziere ceco Milan Kundera protagonista della primavera di Praga nel suo Il libro del riso e dell’oblio, un pensiero che è assolutamente calzante con quanto avvenne alle popolazioni meridionali e ai siciliani subito dopo l’Unità d’Italia. Per liquidare i popoli si comincia con il privarli della memoria, si distruggono i loro libri, le loro culture e la loro storia. E qualcun altro scrive loro altri libri, li fornisce di altre culture e inventa per loro un’altra storia. Dopo di che il popolo incomincia a dimenticare quello che è stato. Ed è proprio quello che è capitato alle popolazioni del Mezzogiorno d’Italia nel corso di 160 anni di un forzato e mal digerito processo unitario che ha alle sue origini, come abbiamo visto, aberranti radici antropologiche, xenofobe, razziste e coloniali. Una colonizzazione ed una occupazione militare del Mezzogiorno che, al di là delle frasi di aberrante e vomitevole razzismo nei confronti dei meridionali che sono abbondantemente e documentalmente riportate da parte di liberatori quali Bixio, Cialdini, Covone, D’Azeglio, Nievo, Bombrini e tanti altri, doveva trovare per questo una giustificazione ed una sua legittimazione ideologica, culturale e scientifica tendente a dimostrare l’inferiorità della razza meridionale ed alla gratitudine che si doveva ai settentrionali di esserci venuti a liberare, ma soprattutto a civilizzare.

E questo fu lo sporco compito assolto con lodevole perizia, in questa direzione, dalla scuola positivista del socialista Cesare Lombroso che, assieme ad altri antropologi e criminologi quali Alfredo Neciforo, Ferri, Sergi, Orano e Garofalo propugnatori del razzismo scientifico e dell’eugenetica, misero a frutto i diffusi pregiudizi antimeridionali teorizzando l’inferiorità della razza meridionale. Cesare Lombroso antropologo e criminologo, fu nel periodo immediatamente successivo all’Unità d’Italia che elaborò le sue teorie sulla inferiorità etnica dei meridionali, effettuando misurazioni sui crani dei briganti uccisi allo scopo di dimostrare e di ottenere la prova scientifica sulla inferiorità genetica dei meridionali. 

Lombroso, sfatando il mito di una omogenea razza italica, teorizzò l’esistenza di due tipi di italiani: i settentrionali come razza superiore e i meridionali di stirpe negroide africana razza inferiore. Più avanti, un altro antropologo di scuola lombrosiana, Alfredo Niceforo, propugnatore del razzismo scientifico, come il suo maestro, teorizzò l’esistenza in Italia di almeno due razze. Quella eurasiatica (ariana) al Nord e quella euroafricana (negroide) al Sud e di conseguenza la superiorità razziale degli italiani del Nord su quelli del Sud. Con un particolare, di non poco conto, che l’illustre antropologo, tutto preso dalla elaborazione delle sue folli teorie, vittima della sindrome di Stoccolma, si era dimenticato di essere nato nel gennaio del 1876 a Castiglione di Sicilia e quindi di appartenere ad una razza inferiore!

Niceforo in un suo libro del 1898 L’Italia barbara contemporanea, descriveva il Sud come una grande colonia, una volta conquistata e sottomessa, da civilizzare. Questa ideologia della superiorità della razza nordica, al fine di giustificare le rapine e le spoliazioni nei confronti del Sud, fu diffusa – sostiene ancora Gramsci – in forma capillare dai propagandisti della borghesia nella masse del Settentrione. Il Mezzogiorno è la palla al piede – si disse allora come si ripete pedissequamente oggi – che impedisce lo sviluppo dell’Italia. I meridionali sono – secondo la teoria del Lombroso e dei suoi seguaci – biologicamente degli esseri inferiori, dei semibarbari o dei barbari completi per destino naturale e se il Mezzogiorno è arretrato la colpa non è del sistema capitalistico o di altra causa storica, ma del fatto che i meridionali sono di per sé incapaci, poltroni, criminali e barbari. 

Queste teorie portarono poi nel corso degli anni alla discriminazione razziale nei confronti dei meridionali, come quando nelle città del Nord si era soliti leggere cartelli come questi: Vietato l’ingresso ai cani e ai meridionali. E ancora: Non si affittano case ai meridionali. Era questa la conseguenza della campagna xenofoba e razzista avviata con l’unità d’Italia e che dura ancora ai nostri giorni.

Come si può alla luce di tutto questo parlare a tutt’oggi di Unità d’Italia o di memoria condivisa tra Nord e Sud quando dalla storiografia ufficiale ai meridionali è stata sempre negata una verità storica che li relega nel ghetto dell’essere cittadini residuali di questo Paese?

E certamente ancor più non ci si può indignare da parte di insigni rappresentanti delle istituzioni se oggi i meridionali, in occasioni di recenti manifestazioni sportive, si ritrovano a fischiare l’inno di Mameli. Questi insigni rappresentanti delle istituzioni con in testa qualche presidente della Repubblica meridionale, che si compiacciono di inaugurare con la solita usata ed abusata retorica, il museo dedicato alle memorie garibaldine,  o quando è stato inaugurato e riaperto al pubblico il nuovo museo Lombroso ricco di reperti, di fotografie di pezzi anatomici, di crani, di teste mozzate, di documenti e di reperti utilizzati dal criminologo ed antropologo veronese e dai suoi seguaci tendenti a teorizzare la inferiorità della razza meridionale ed a sancire che ancora, ai nostri giorni, esistono due Italie: una di serie A ed una di serie B: quella del Nord civile e progredita, quella del Sud barbara e arretrata.

Questo in un Paese civile sarebbe il minimo per indignarsi e far chiudere da parte di istituzioni responsabili, anziché inaugurarne altri, deprecabili musei delle menzogne e degli orrori.

Il processo unitario nel Mezzogiorno è stato lento, poco efficace. Quasi a giustificarsi del suo giovanile patriottismo unitario Ettore Ciccotti (Potenza23 marzo 1863 – Roma20 maggio 1939)  storicopolitologo e politico italiano, membro sia della Camera dei deputati che del Senato, scriveva: «Non sono io il primo a dire che l’unità d’Italia non si volse a benefizio della parte meridionale», mentre Milano aveva raddoppiato il numero degli abitanti, sottraendo pregiato capitale umano da ogni regione. Invece, il sud d’Italia, – come già avevano ampiamente anticipato economisti del calibro di Antonio De Viti De Marco e intellettuali del livello di Gaetano Salvemini, e come di lì a due anni avrebbe scritto Francesco Saverio Nitti in Nord e Sud –, aveva subito sotto i governi liberali sabaudi «imposte crescenti, la vendita dei beni ecclesiastici, l’ampliarsi del debito pubblico», oltre a un «un vero drenaggio di capitale». E i capitali residui, sospeso ogni sviluppo industriale, non avevano trovato altra destinazione utile che finanziare il debito pubblico, essendo diventato l’impiego in agricoltura «in ogni modo meno remunerativo e soprattutto più incerto». Peraltro, la speculazione bancaria largheggiando nel credito aveva lasciato nel Mezzogiorno la «proprietà fondiaria gravata di un esorbitante debito ipotecario paralizzata nel presente, compromessa per un lungo avvenire». Si era creata una massa disperata di debitori che, «sospesi tra la vita e la morte», inquinavano persino la vita politica, visto che erano costretti a votare «come il direttore della banca voleva, o come il governo voleva che questi volesse» e come non si era mai visto sotto i Borbone.
In una nota scritta successivamente alla stesura del testo Mezzogiorno e Settentrione d’Italia, quando già era stata attuata, per ordine del presidente del Consiglio  Antonio Starabba di Rudinì, la sanguinosa repressione militare dei moti nel maggio del 1898 a Milano, che l’autore aveva subito personalmente, Ciccotti sente nuovamente il bisogno di giustificare i robusti sentimenti patriottici  e unitari che avevano caratterizzato l’ambiente in cui aveva vissuto la propria infanzia e adolescenza, scrivendo: «Io debbo chiedere ancora una volta perdono a’ Borboni se, parlando di tirannide, ho adoperato il loro nome come termine di paragone, a preferenza di ogni altro; ma mi ha tradito la lunga abitudine; e poi questo scritto, lo ripeto, è anteriore a certi altri avvenimenti recenti [gli eccidi e le condanne del 1898. Lo scritto è del marzo di questo anno]». Condanne che lo avevano costretto all’esilio prima a Ginevra poi a Losanna.
Ciccotti prendeva atto, amaramente, che dal 1861 la classe politica del nuovo Regno d’Italia al potere aveva tentato con tutti i mezzi di impedire che le «classi popolari del Mezzogiorno s’avviassero a partecipare in qualche modo alla vita civile del loro paese»; ministri e parlamentari, badando a conservare il potere, avevano utilizzato deprecabili e untuose pratiche clientelari, innescando un processo di degenerazione morale del contesto sociale, politico, fino ad inquinare l’attività giudiziaria, tanto da far rimpiangere «la magistratura borbonica che, prona al principe in quanto concerneva la politica, si mostrava retta e imparziale – com’era interesse stesso del sovrano – nelle contese private». Un quadro civile così disgregato che pochi «furbi, potenti o violenti» riuscivano a organizzarsi e a prevalere in ambiti mafiosi, come in Sicilia, e camorristi, come in Campania. La questione meridionale era stata affrontata da studiosi e intellettuali moderati e liberali (i “rassegnati”) con «abbondanza poco costosa di iperboli od epifonemi», che a «nulla approdavano né offendevano mai alcuno», mai andando «alla radice del male»

UNA MENZOGNA DURA a MORIRE

Oggi, quando in Italia, nella pubblica amministrazione o nella macchina dello Stato, qualcosa non va, oppure se una legge appare ingiusta, meschina, pignola, tormentatrice del cittadino, chi scrive su riviste o quotidiani se ne viene fuori con il luogo comune: «leggi borboniche», dando a questa dizione un significato totalmente negativo. Ma non c’è nulla di più sbagliato: nel 1861, a seguito dell’unificazione politico-territoriale della Penisola, l’intera struttura statale italiana fu modellata su quella piemontese; l’Ordinamento giuridico napoletano fu, quindi, azzerato e delle leggi borboniche non fu conservato un bel niente! Eppure, si continua a parlare spregiativamente di «stato borbonico», di «leggi borboniche», di «burocrazia borbonica», di «carceri borboniche», come in un’estasi di ignoranza o, peggio, di malafede. Se sfogliamo, infatti, un vocabolario della lingua italiana, constatiamo che il termine borbonico viene qualificato come aggettivo dispregiativo che, riferito al ramo della famiglia che regnò su Napoli e l’Italia meridionale dal 1734 al 1860, ha oramai acquisito l’accezione di retrogrado, oscurantista, reazionario, repressivo, ottuso, ingiusto, antiquato, inefficiente e… chi più ne ha più ne metta!
Eppure, nelle nostre civili Due Sicilie, le cose stavano ben diversamente, per cui credo che sia giunto il momento di confutare definitivamente questa calunnia, frutto solo di una propaganda denigratoria per i governanti ed i legislatori dell’ex Regno delle Due Sicilie.
Infatti, dopo un secolo e mezzo dall’annessione del Meridione d’Italia al Piemonte, è possibile affermare, con cognizione di causa, che le leggi napoletane erano ottime, tanto che, nel 1852, l’imperatore francese Napoleone III inviò a Napoli una speciale commissione di giuristi e di alti funzionari, perché studiassero proprio la bontà di quelle leggi.([1]) Peraltro, nel 1902, lo storico inglese Bolton King (1860-1937) sostenne che «nessuno Stato in Italia poteva vantare istituzioni così progredite come quelle del Regno delle Due Sicilie»;([2]) e, pochi anni fa, il compianto professor Giuseppe Cicala era solito affermare che «per far funzionare il Sud, basterebbe far funzionare bene ciò che ci hanno lasciato i Borbone: leggi e regolamenti compresi».
Lo Stato borbonico, infatti, eccelleva sotto gli aspetti sociale, culturale, industriale, economico, amministrativo ed aveva delle leggi all’avanguardia in numerosi settori; in particolare, il sistema giudiziario meridionale è stato riconosciuto da molti studiosi come il più avanzato dell’Italia pre-unitaria, in linea con la grandissima scuola meridionale di diritto. Sin dal 1774, era stato introdotto nell’impianto processuale napoletano l’istituto della Motivazione delle Sentenze, in linea con le teorie illuministe del giurista napoletano Gaetano Filangieri (1753-1788); e quando la tortura giudiziaria vigeva ancora con tutta la sua ferocia nel cosiddetto liberale Piemonte, le leggi borboniche già da un pezzo l’avevano vietata. Era stabilito, inoltre, che la corrispondenza privata non potesse venire in alcun modo manomessa e che non fosse lecito imprigionare un povero debitore senza un giudizio di merito che ne avesse accertato la frode.([3])
È peraltro sufficiente consultare, presso l’Archivio di Stato di Napoli – fondo Archivio Borbone – la «Collezione delle Leggi e de’ Decreti Reali del Regno delle Due Sicilie», per comprendere la modernità e l’elevato livello di civiltà giuridica che caratterizzavano l’Ordinamento duosiciliano.
A titolo esemplificativo, menzionerò qui di seguito alcune leggi borboniche le cui materie, come si vedrà, risultano ancora oggi attualissime.
In campo economico-sociale, nel 1789 (qualche mese prima della Rivoluzione francese), il re Ferdinando IV di Borbone (1751-1825) emanò il Codice-statuto delle Seterie di San Leucio, presso Caserta, per regolamentarvi la vita ed il lavoro degli operai e dei loro nuclei familiari.([4]) La colonia di San Leucio fu un progetto ideato e voluto dallo stesso re. L’opificio, conosciuto poi in tutta Europa per l’elevato livello tecnologico ed i cui pregiati manufatti venivano largamente esportati, divenne il fiore all’occhiello dell’industria del Sud. Si trattò di un vero e proprio miracolo (non solo sotto il profilo economico, ma anche sotto l’aspetto sociale), che stupì i contemporanei, realizzato sulla base delle teorie socio-economiche del già menzionato illuminista napoletano Gaetano Filangieri.
Il Codice Leuciano, ben presto tradotto in greco, francese e tedesco, anticipò di quasi un secolo le prime leggi sul lavoro varate in Inghilterra (previdenza, assistenza sanitaria, case ai lavoratori, asili nido, istruzione elementare obbligatoria e gratuita per i fanciulli). Esso perseguiva, infatti, obiettivi di convivenza tipicamente moderni e mirava a realizzare una sorta di socialismo evangelico: sanciva cioè, per i componenti della colonia, la perfetta uguaglianza, con l’unica possibilità di differenziazione basata sul merito. Le giovani coppie avevano diritto di prelazione per sistemarsi. Fu così costruito un vero e proprio stabilimento di moderna concezione, che richiamò gente da fuori e famiglie intere in cerca di lavoro e reddito garantito. Lo statuto prevedeva un criterio retributivo, certamente parsimonioso, però in anticipo sui tempi, ed una specie di piano contro il pauperismo del Sud; perché l’iniziativa «dev’essere» – sono parole del re Ferdinando – «utile alle famiglie, alleviandole da’ pesi, che ora soffrono, e portandole ad uno stato tale da potersi mantener con agio, e senza pianger miseria, come finora è accaduto in molte delle più numerose e oziose». Tessuti finissimi, stoffe damascate, lampassi preziosi uscirono per decenni dalle fabbriche leuciane e ben due terzi della produzione totale erano destinati all’esportazione verso gli Stati Uniti d’America. Se mai nella vostra vita aveste la possibilità di toccare la bandiera americana situata nella Sala Ovale della Casa Bianca o quella inglese di Buckingam Palace, sappiate che state toccando le pregiate sete provenienti da San Leucio. E non solo. Dalle seterie san leuciane provengono anche tessuti che si possono ritrovare in Vaticano e al Quirinale, per citare altri esempi dell’arte della piccola comunità. Dal 1997, San Leucio è Patrimonio dell’Umanità.
Con la Convenzione del 14 febbraio 1838, stipulata con la Francia e con l’Inghilterra, il Regno delle Due Sicilie si obbligò a combattere con le armi – se necessario – e con danaro pubblico, la tratta degli schiavi. Ferdinando II (1810-1859) volle in questo modo contrastare quello che lui definiva un «traffico abbominevole» e, nell’autunno del 1839, il re Borbone promulgò la «Legge per prevenire e reprimere i reati relativi al traffico conosciuto sotto il nome di Tratta de’ negri».([5]) Questa normativa, costituita da 15 articoli, prevedeva pene diverse a seconda che il bastimento, utilizzato per la tratta, fosse bloccato prima della partenza o venisse catturato dopo, in mare, senza che però il traffico fosse stato portato a termine. Potevano beneficiare di sconti di pena sostanziale i membri dell’equipaggio che avessero avvisato per tempo la pubblica sicurezza; tali benefici, però, non potevano mai essere applicati in favore dell’armatore, del capitano, degli ufficiali, del proprietario della nave, dell’assicuratore e del prestatore di capitali. Incorreva nelle sanzioni anche chi fabbricava, vendeva o acquistava i ferri da utilizzarsi nella tratta. La pena era più grave, poi, se qualche schiavo negro fosse stato fatto oggetto di maltrattamenti o di omicidio. La Gran Corte criminale, competente per il giudizio in merito, aveva anche il compito di provvedere alla liberazione degli schiavi di colore, ai quali veniva consegnata gratuitamente «copia legale della decisione di libertà». Ricordo che questa era l’epoca in cui il commercio negriero era molto fiorente, soprattutto negli Stati Uniti d’America, ove lo rimase fino alla conclusione della Guerra di Secessione (1865).
Una legge pionieristica, promulgata il 17 dicembre 1817 dal re Ferdinando I di Borbone,([6]) alla quale seguì il decreto n. 10406 del 19 ottobre 1846 del re Ferdinando II,([7]) regolamentava la concessione della cittadinanza agli stranieri. Essa, composta da soli tre articoli, fu la prima normativa della storia sull’immigrazione. Il suo principio informatore era quello secondo cui, per poter acquisire la cittadinanza nel Regno, uno straniero doveva risultare concretamente utile alla collettività ed, in nessun caso, poteva costituire un problema sociale od un peso economico per lo Stato. In particolare, all’articolo 1, così recitava: «Potranno essere ammessi al beneficio della naturalizzazione nel nostro regno delle Due Sicilie: 1. gli stranieri che hanno renduto, o renderanno importanti servizi allo Stato; 2. quelli che porteranno dentro lo Stato de’ talenti distinti, delle invenzioni, o delle industrie utili; 3. quelli che avranno acquistato nel regno beni stabili su’ quali graviti un peso fondiario almeno di ducati cento all’anno; al requisito indicato ne’ suddetti numeri 1, 2, 3 debbe accoppiarsi l’altro del domicilio nel territorio del regno almeno per un anno consecutivo; 4. quelli che abbiano avuto la residenza nel regno per dieci anni consecutivi, e che provino avere onesti mezzi di sussistenza; o che vi abbiano avuta la residenza per cinque anni consecutivi, avendo sposata una nazionale». Questa legge costituisce anche la prova inconfutabile che, prima dell’unità d’Italia, non solo i meridionali non conoscevano il triste fenomeno dell’emigrazione, ma che numerosi erano i casi di emigranti, dall’Italia settentrionale e dal resto del mondo, che venivano a stabilirsi al Sud. Ci è dato, infatti, di sapere che il Regno delle Due Sicilie era meta ambita da svizzeri, piemontesi, genovesi, russi, austriaci, spagnoli, arabi, slavi e, soprattutto, francesi ed inglesi. Tali flussi migratori verso il nostro Sud forniscono, inoltre, un dato inequivocabile: lo Stato meridionale era ricco e felice, vi era pace sociale e lavoro. La differenza di cultura, di religione e di lingua non erano motivi di discriminazione né, tanto meno, di emarginazione. Possiamo, quindi, affermare con orgoglio che la legislazione del Regno delle Due Sicilie, in materia di concessione della cittadinanza agli stranieri ed ai loro figli, era avanti, rispetto a quella attualmente in vigore nello Stato Italiano (ad iniziare dalla legge del 5 febbraio 1992, n. 91), di ben centosettantacinque anni!
Un decreto emanato il 3 maggio 1832 dal re Ferdinando II di Borbone, analizzava e regolamentava la situazione dell’igiene pubblica e della raccolta dei rifiuti dell’intero Regno delle Due Sicilie.([8]) Un’ordinanza della prefettura di polizia disciplinava, poi, nei dettagli, lo spazzamento e l’innaffiamento delle strade, compresa una sorta di raccolta differenziata ante litteram per il vetro. In particolare, a Napoli, il prefetto dell’epoca, Gennaro Piscopo, ordinò ai napoletani: «Tutt’i possessori, o fittuarj di case, di botteghe, di giardini, di cortili, e di posti fissi, o volanti, avranno l’obbligo di far ispazzare la estensione di strada corrispondente al davanti della rispettiva abitazione, bottega, cortile, e per lo sporto non minore di palmi dieci di stanza dal muro, o dal posto rispettivo. Questo spazzamento dovrà essere eseguito in ciascuna mattina prima dello spuntar del sole, usando l’avvertenza di ammonticchiarsi le immondizie al lato delle rispettive abitazioni, e di separarne tutt’i frantumi di cristallo, o di vetro che si troveranno, riponendoli in un cumulo a parte». Nel dettagliato documento del prefetto di Napoli, composto da 12 articoli, venivano indicate le modalità della raccolta e chi ne era responsabile; si vietava di gettare dai balconi materiali di qualsiasi natura, comprese le acque utilizzate per i bagni, e di lavare o di stendere i panni lungo le strade abitate; venivano, infine, stabilite le pene per le contravvenzioni, non esclusa la detenzione. Questa legge borbonica aveva già risolto il problema della spazzatura quasi duecento anni or sono, facendo sì che Napoli fosse la città più pulita d’Europa.
In campo giudiziario, i re Borbone legiferarono e si adoperarono per la più corretta amministrazione della Giustizia, garantendo in primis l’assoluta «indipendenza della magistratura» dagli altri poteri dello Stato. L’articolo 194 della legge del 29 maggio 1817, infatti, così recitava: «L’Ordine Giudiziario sarà subordinato solamente alle autorità della propria gerarchia. Niun’altra autorità potrà frapporre ostacolo o ritardo all’esercizio delle funzioni giudiziarie o alla esecuzione dei giudicati».([9]) Inoltre, Ferdinando II, ben sapendo «che nella pubblicità dei giudizi è riposta la più solenne guarentigia della loro rettitudine, e che codesta pubblicità è la scuola migliore che aver possa un popolo… ordinò e richiamò essenzialmente in osservanza la discussione pubblica di tutte le cause, mirando anche al motivo della gloria del foro, affinché non scemasse il pregio dell’eloquenza degli avvocati con lasciar trasandata la perorazione delle cause».([10]) Ai sensi dell’articolo 196 della stessa legge del 1817 innanzi menzionata, nessuno poteva essere privato di una proprietà o di alcuno dei diritti accordatigli dalle leggi dello Stato, se non per effetto di una sentenza o di una decisione passata in giudicato.
Accanto a questi veri e propri primati, sempre in campo giuridico e normativo, è doveroso quantomeno menzionare: il primo Codice Marittimo del mondo (1781), la cui stesura fu curata da Michele Iorio; il primo Codice Militare d’Italia, promulgato nel 1820.
Ricordo, infine, gli usi civici e l’istituto dell’enfiteusi, in virtù dei quali la terra veniva concessa in uso a chi la lavorava, per il sostentamento della propria famiglia, dietro pagamento della cosiddetta decima; in sostanza, i contadini erano detentori ed usufruttuari dei terreni demaniali, che restavano però sempre di proprietà pubblica. A quest’ultimo riguardo, non si può prescindere dal ricordare la Prammatica del 20 settembre 1836, di Ferdinando II, sul demanio e sugli usi civici, dal cui testo emerge chiaramente una caratteristica peculiare del Diritto napoletano: la salvaguardia dei diritti dei più deboli dalle prepotenze e dai soprusi dei più forti.([11])
In conclusione, si può ben affermare che noi meridionali abbiamo ereditato, dalla struttura statale e dalle leggi su cui si reggeva il regno borbonico, un lascito molto prezioso e, cioè, la consapevolezza e l’orgoglio di essere i discendenti e gli eredi di un popolo civile, laborioso, prospero e pacifico (mai aggressore, ma sempre aggredito!). Pertanto, è del tutto ingiusto attribuire all’aggettivo borbonico un significato negativo. Al contrario ed in particolare, le leggi borboniche, semplici ed efficacissime, affondavano le radici nella culla del vero diritto (quello naturale) e, soprattutto, nella legge perfetta, quale è la costituzione universale di Dio, il Vangelo. Anche se laico, quel Regno aveva alla base gli elementi portanti di uno stato di amore fatto di tolleranza, mutuo soccorso ed equità sociale, propri del Messaggio di Gesù Cristo. E certamente fu questa una delle peculiarità che decretarono la condanna morte del Regno delle Due Sicilie, in un mondo in cui le potenze capitalistiche ed ateo-massoniche dell’epoca stavano per sferrare la più vile e violenta delle aggressioni agli antichi Stati cattolici d’Europa.

Note bibliografiche:

[1] Carlo Alianello, “La conquista del Sud”. Ed Rusconi, Milano, 1982, pag. 109.
[2] Doctor J., “Diritto e carceri nelle Due Sicilie”, in http://www.frontemeridionalista.net, 4 gennaio 2011.
[3] Carlo Alianello, op.cit., pag. 109.
[4] Autori vari, “San Leucio e l’arte della seta”. Ed. Pierro, Gruppo editori Campani, Legatoria del Sud, Ariccia (Roma) 1996.
[5] “Collezione delle Leggi e de’ Decreti Reali del Regno delle Due Sicilie”, Napoli, 1839.
[6] “Collezione delle Leggi e de’ Decreti Reali del Regno delle Due Sicilie”, Napoli, 1817. Cfr. anche Magdi Allam, “Che fare dell’immigrazione: la ricetta di Ferdinando I”, Corriere della sera, 10 marzo 2008.
[7] “Collezione delle Leggi e de’ Decreti Reali del Regno delle Due Sicilie”, Napoli, 1846. Cfr. anche E. Gemminni, “La legge sugli immigrati? Ci pensarono i Borbone”, Il Frizzo di Lucera (FG), 7 marzo 2009.
[8] “Collezione delle Leggi e de’ Decreti Reali del Regno delle Due Sicilie”, Napoli, 1832: Decreto del 3 maggio 1832 emanato da Ferdinando II. Cfr. inoltre Chiara Palmerini, “Napoli pulitissima (era il 1832)”, Panorama, 7 febbraio 2008.
[9] “Collezione delle Leggi e de’ Decreti Reali del Regno delle Due Sicilie”, Napoli, 1817.
[10] Carlo Alianello, op.cit., pagg. 167-168.
[11] Autori vari, “La storia proibita”. Ed. Controcorrente, Napoli, 2008, pag. 67, in nota 45. 

Salvator Rosa , “Allegoria della Menzogna”. (S. Rosa pittore, incisore e poeta di epoca barocca. Nato partenopeo, dell’Arenella, attivo oltre che nella sua città, anche a Roma e Firenze, fu un personaggio eterodosso e ribelle, quasi un pre-romantico e dalla vita movimentata).

Non fu Unità d’Italia ma massacro e asservimento del Sud al Piemonte!

Il grido di dolore di Francesco Proto al parlamento torinese:
– A Torino le voci del dissenso vengono ammutolite, ufficialmente e davanti al mondo la repressione barbara viene minimizzata e fatta passare per anarchismo o come abbiamo visto tramite circolari prefettizie, per comunismo. Nella tornata del 20 novembre del 1861, quando la repressione era praticamente agli inizi e volendo portare il suo contributo alla Camera dei deputati si vide respingere la richiesta di parlare.
Il deputato di Casoria Francesco Proto, duca di Maddaloni, allora depose il suo intervento sul banco della Presidenza: ”…cittadino della mia patria, avea fatto disegno di levar finalmente la voce contro le enormità di codesto governo in queste province meridionali- afferma nella sua mozione il duca di Maddaloni- …troppi e troppo gravi sono i fatti dei quali io deggio far parola… l’ignominia piove a dirotto sul nostro capo, però io credo debito della mia coscienza e dell’onor mio (ma Proto non sapeva che i savoiardi erano privi d’onore ) lo affrettarmi a presentare questa mozione d’inchiesta avvalorata dalle ragioni che a ciò mi spingono, perché Voi non possiate dire di non aver saputo dello stato vero della nostra cosa, ed io , quando che sia, non possa essere accusato di essermi taciuto, o peritato innanzi al potere esecutivo; perché io non sia posto fra coloro che, tempo non tarderà, saranno additati come assassinatori, come patricidi del loro paese; perché i miei figliuoli non abbiano un dì a vergognare di un nome che ereditai senza macchia… i popoli del napoletano non volevano i piemontesi – continua il coraggioso deputato meridionale – …gli uomini di Stato piemontesi hanno corrotto quanto vi rimaneva di morale: hanno infranto e sperperate le forze e le ricchezze da tanti secoli ammassate; hanno spogliato il popolo delle sue leggi, del suo pane, del suo onore, e anche dal loro Dio vorrebbero dividerlo… hanno insanguinato ogni angolo del Regno, combattendo e facendo crudelissima una insurrezione… il Governo del Piemonte toglie dal Banco il danaro dei privati e del denaro pubblico fa getto dei suoi sicofanti; scioglie le Accademie, annulla la pubblica istruzione; per corrottissimi tribunali lascia cadere in discredito la giustizia; al reggimento delle province mette uomini di parte, spesso sanguinosissimi ladroni; caccia nelle prigioni, nella miseria, nell’esilio oltre ai reggitori del passato regime anche i loro parenti; ogni giorno fa novello oltraggio al nome napoletano, facendo però di umiliare così bellissima parte d’Italia;
pone la menzogna in luogo di ogni verità; travolge il senso pubblico e le veraci idee di virtù e di onoratezza; arma contro ai cittadini i cittadini…il Governo piemontese trucida questa metropoli, che è la terza d’Europa per frequenza di popolo, e la prima d’Italia per la bellezza di doni celesti, e la più gloriosa dopo Roma; questa Metropoli onorata e serbata sin dagli stessi dominatori del mondo; questa stata sedia di tanti Re potentissimi, che regnavano o proteggevano quasi tutti gli altri Stati d’Italia dopo averla oltraggiosamente aggiogata alla sua Torino, alla più povera ed alla meno nobile delle istorie della Penisola occupa non più lunghe pagine che quelle dei feudi di Andria, o di Catanzaro, o di Atri, o di Crotone, ora la viene a togliere anche il misero decoro di Luogotenenza e strapparle anche quel frusto di pane che un contino o un generaletto di Piemonte potrebbero gittare dall’alto dei sontuosi palazzi dei suoi Re…il Governo di Piemonte non cuciva, ma tagliava, e più che tagliare strappava all’impazzata…il Governo del Piemonte le toglie pure l’ombra della sua autonomia; il Governo del Piemonte la diserta d’ogni reliquie di reggimento, le toglie i ministeri, gli archivii, il banco del denaro dei privati, i licei militari…ma abbiamo l’Unità – continua sarcasticamente Francesco Proto – Diranno le Onoranze Vostre. E sia pure. Ma io ricordo che l’Italia era una anche sotto Tiberio e gli imitatori di lui. Aveva le forme liberali, un senato, una potestà tribunizia, due consoli, libertà municipale quant’hai voglia…voi non vorreste rinnovellato il tempo di Odoacre, sotto le cui orde barbariche anche era Una l’Italia. Bella unificazione è quella di una contrada, di cui si affoga in un mare di sangue, cui si crocifigge in un letto di miserie. E pure questo misfatto perpetrano gli uomini preposti oggi alla cosa pubblica: essi che spengono nei nostri popoli anche le dolci illusioni di libertà che fan vedere come un reggimento costituzionale possa di leggieri diventar sinonimo di dispotismo; come all’ombra di un vessillo tricolore facilmente possa violarsi il domicilio, il segreto delle lettere, e la libertà personale manomettere, e sin le forme stesse della giustizia; e gli accusati tenersi prigionieri ed ingiudicati lunga pezza, e mandare a morte senza neppure procedura di giudizio, per solo capriccio di un caporale o per sospetto, o delazione di uno scellerato[…]
Intere famiglie veggonsi accattar l’elemosina; diminuito, anzi annullato il commercio; serrati i privati opifici per concorrenze subitanee, intempestive, impossibili a sostenersi e per l’annullamento delle tariffe e per le mal proporzionate riforme…e frattanto tutto si fa venir di Piemonte, persino le cassette della posta, la carta dei Dicasteri e per la pubblica amministrazione.
Non vi ha faccenda nella quale un onest’uomo possa buscarsi alcun ducato, che non si chiami un piemontese a disbrigarla.
A mercanti di Piemonte si danno le forniture della milizia, e delle amministrazioni, od almeno delle più lucrose; burocratici di Piemonte occupano quasi tutti i pubblici uffici, gente spesso più corrotta degli antichi burocrati napoletani, e di una ignoranza, e di una ottusità di mente, che non teneasi possibile dalla elevata gente del mezzodì. Anche a fabbricar ferrovie si mandano operai piemontesi, i quali oltraggiosamente si pagano il doppio dei napoletani; a facchini della dogana, a carcerieri vengono uomini di Piemonte, e donne piemontesi si prendono a nutrici nell’ospizio dei trovatelli, quasi neppure il sangue di questo popolo non più fosse bello e salutevole.
…questa è invasione non unione
Questa è invasione, non unione, non annessione!
Questo è un voler sfruttare la nostra terra, siccome terra di conquista. Il Governo del Piemonte vuole trattare le province meridionali come il Cortes o il Pizzarro facevano nel Perù e nel Messico, come i Fiorentini nell’agro pisano, come i genovesi nella Corsica, come gli inglesi nel Bengala. Ma esso non le ha conquistate queste contrade; perciocchè non è soggiogare un paese il prepararsene l’ausilio per cospirazioni, od il corromperne e lo squassare la fede dell’esercito, e il comperarne i condottieri, ed i consiglieri del principe indurre al tradimento. Soffrite pure che il diciamo, il Governo piemontese fa a Napoli come quel parassita che invitato a desco fraterno ne porta via gli argenti..
Orrori su orrori, fucilazioni, assassinii
…La mente mi si turba e tremami la destra pensando alle immanità che faranno terribilmente celebre la storia di questa rivoltura e che io mi propongo descrivere in altra opera, avvalorandole dei documenti opportuni, sittosto le ire saranno calme. Gli imbelli che perirono in questa guerra passarono di gran lunga gli armati, ed infine le famiglie che scorrono prive di pane e di tetto per la campagna, e ricoverano come belve negli antri e nei sotterranei, e gli orfani che cercano intorno dei loro genitori morti nelle fiamme del borgo natìo, o passati per le armi dai piemontesi, o periti in luride prigioni dove migliaia stivansi i sospetti decimati dalle febbri e dalle infermità che ingenera un aere putrido e rarefatto. I delitti perpetrati in questa guerra civile ci farebbero arrossire della umana spoglia che vestiamo. Gente della nostra Patria vien passata per le armi senza neppur forma di giudizio, sulla semplice delazione di un nemico, per il semplice sospetto di aver nutrito o dato asilo ad un insorto. Soldati piemontesi conducono al supplizio i prigionieri, negando loro i supremi conforti della Fede; ed ai pochi feriti venne ricusata l’opera del cerusico, cosicchè furono lasciati morire nelle orribili torture del tetano. Testè a Caserta furono fatti prigionieri due dei cosiddetti briganti, e da due giorni si tenevano in carcere digiuni, gridavano essi: pane! pane! e nessuno rispondeva loro. Finalmente fu schiuso il doloroso carcere e quanto dei miseri fecersi alla porta credendo ricevere alimento, furono presi e condotti nella corte e fucilati.
Si fece amnistia. Era un contadino di Livardi per nome Francesco Russo, il quale ferito nell’anca viveva da più giorni tranquillo presso la consorte e i figliuoli, sotto alla fede dell’indulto. Gli amici di lui dicevangli si celasse, non si credesse alle proclamazioni del Pinelli, ma egli non voleva sentir parola, rispondeva non esser possibile che un militare d’onore rompesse fede; e mentre che questi detti ei forniva, soldati piemontesi entrarono in sua casa, e preserlo, e condottolo a Nola, il fucilarono. Si bandì risparmiarsi la vita a chi presentavasi; e un contadino dell’agro Nolano per nome Luigi Settembre, soprannominato il Carletto, presentatosi a preghiera dei quali era unica prole a sostegno, tosto venne immanemente fucilato, non altrimenti che fatto prigioniero nella pugna. I due genitori superstiti, uccisa dal rimorso la ragione, vagano ora dementi per la campagna. Uno scellerato di Somma ( Oggi Somma Vesuviana, nda) faceva il capitano Conte del Bosco vi accorresse e prendesse sei pacifici cittadini tra i quali un giovane ventenne, uffiziale della Guardia Nazionale, che giaceva presso della consorte, da cui pochi dì erasi congiunto, e presi, senza forma di giudizio e senza conforto di Religione, colà sulla pubblica piazza furono passati per le armi…Presso Lecce si facevano prigionieri tredici soldati sbandati borbonici i quali non avevano che sette fucili. Si credeva che alcuni di essi sarebbero risparmiati, ma no; furono fucilati tutti e tredici. Testè a Montefalcione erano sostenuti ottanta insorti e ne venivano passati per le armi quarantasette. Domata l’insurrezione di Montefalcione, cinquanta dei ribellati pensarono di scampare alla strage rifugiandosi nel tempio. Ma i soldati piemontesi, rotte le porte, vi penetrarono, ed i miseri nella stessa Casa furono scannati. Nel Gargano infiniti carbonanieri furono presi per briganti, e morti issofatto tra le loro consorti e figliuoli, accanto alle loro stesse fornaci. Molti di essi venivano condotti a Napoli come trofeo e fu chiaro quelli essere miseri e pacifici villani. Si incendiano nella campagna tutti gli abituri dei contadini. E le ville e le taverne in che possano ricoverare gli insorti. Si tira addosso a tutti che portano addosso un farsetto di velluto, abito che credesi da brigante e ad ogni data ora ogni contadino deve abbandonare il suo campo pena la morte! … nei vortici delle fiamme che divoravano il vecchio ed adusto Pontelandolfo alcune voci di donne cantanti litanìe e miserere. Certi ufficiali si avanzano verso l’abitato, onde veniva quel suono, ed apersero l’uscio, e videro cinque donne che scapigliate e ginocchioni stavano attorno ad un tavolo su cui era una croce e molti ceri accesi. Volevano salvarle; ma quelle gridando: indietro…maledetti! indietro! …non ci toccate, lasciateci morire incontaminate!…si ritrassero tutte in un cantuccio, e tosto sprofondò il piano superiore e furono peste le loro ossa, e la fiamma consumò le innocenti. Il giorno posteriore a tanto eccidio, all’incendio dei due paesi di Pontelandolfo e Casalduni, leggevasi nel Giornale Officiale di Napoli il telegramma: Ieri mattina all’alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni…
…e bruciano Auletta, San Marco in Lamis, Vieste, Cotronei, Spinelli, Montefalcone, Rignano, Vico, Palma, Barile, Campochiaro, Guardiaregia…
…ma io non starò a infastidirvi più a lungo con il racconto delle mille ferite di tal sorta di che sono pieni gli stessi giornali ufficiosi ed ufficiali del Governo, e le quali facevano e fanno tutt’ora terribile l’insurrezione delle province napoletane, né d’altronde capirebbe negli stretti limiti di questa mia mozione il novero dei truci episodi di una guerra civile che dai monti di Calabria si stende nel Basilicato, e di colà in Capitanata e nel Contado del Molise, e nel Beneventano, e nei monti d’Avellino, e nella Campania e negli Abruzzi, o dei saccheggi e degli stupri e dei sacrilegi che precedettero gli incendi paurosi di Auletta. Di San Marco in Lamis, di Viesti, di Cotronei, di Spinelli, di Montefalcone, di Rignano, di Vico, di Palma, di Barile, di Campochiaro, di Guardaregia, e delle già menzionate Pontelandolfo e Casalduni, però non è mestieri conoscere tanto per chiarire la Signoria piemontese immanissima.
La maledizione di Caino si abbatterà sul Piemonte
…Ed il governo piemontese fece crudele la guerra civile coi disperati e crudeli i mezzi per combatterla, ed esso così facendo fa l’Unità uccisa, uccisa l’unione, però che un popolo così manomesso non si dimenticherà mai le scelleratezze perpetrate ed opporrà a tutta una provincia italiana i delitti di una setta, e così imperversando non sarà possibile neppure la Confederazione degli antichi Stati della penisola. In ogni angolo delle nostre province sorgerà un monumento di questi giorni nefasti. Ogni campo si troverà gremito di croci sepolcrali; ogni capanna ricorderà le stragi di questo tempo; ogni tempio adornerà un altare espiatorio che ricordi la guerra fratricida; ogni provincia mostrerà i ruderi di una o più città incendiate, e colà trarranno in pellegrinaggio i nipoti delle nostre vittime e gli additeranno ai loro figliuoli siccome esempio terribile del dove possa condurre una Nazione il voler attuare pensieri innaturali o immaturi.
…Badino i piemontesi perché il giorno della vendetta Divina non potrà tardare, né tarderà. Il destino delle nazioni non è nelle mani dei ministri ma in quelle di Dio. Il Governo di Piemonte è superbo, non vi è mai stato un superbo che non cadesse misero e vile. Esso ha sparso sangue fraterno, e su di lui pesa la maledizione di Caino. Troppo, troppo sangue innocente grida vendetta contro di essi, troppi miseri dal fondo delle prigioni, dall’esilio…

Il duca di Maddaloni, dopo aver illustrato tutti i mali che avevano insanguinato ed impoverito il Sud così conclude la sua mozione:” Rinsaviamo dunque. Il male è più radicale che non si pensi. Non ama Italia soltanto quegli che la vorrebbe Una ed Indivisibile; ma quegli più è suo amico che la vuole civile e concorde, piuttosto che barbara e discorde, ed Una e morta perché in deserto feretro di regina”.

(Dalle cose di Napoli- Discorso del Duca di Maddaloni deputato al primo Parlamento italiano, Unione Tipografica Editrice, Torino, 1862)
La mozione di inchiesta del duca di Maddaloni deputato al parlamento italiano fu pubblicata a Nizza dalla tipografia A. Gilletta nel 1862 (se ne trova copia nella Biblioteca delle Civiche raccolte storiche. Museo del Risorgimento di Milano) e a Firenze dalla tipografia Virgiliana nel 1862 (se ne trova copia Biblioteca di storia moderna e contemporanea di Roma). Il merito di averla dissepolta dall’oblio va ascritto al Prof. Tiberiis che la inserì integralmente in un libro che vi consigliamo di leggere: LE RAGIONI DEL SUD Giuseppe F. de Tiberiis ESI 1969.

Francesco Proto Carafa Pallavicino, Duca di Maddaloni, dopo essere stato deputato nel 1848 alla
Camera Napoletana, e successivamente esiliato, fu eletto nel 1861 deputato alla Camera del
Regno d’Italia.
Nel novembre dello stesso anno, il Duca di Maddaloni presentò alla Camera di Torino una
mozione molto articolata, nella quale stigmatizzava con forza ed ampia cognizione di causa la
politica del Governo nei confronti delle “Province Meridionali”; egli ne evidenziava in
particolare, con un’accurata descrizione, le terribili conseguenze per la popolazione. Il Governo
invitò il duca a ritirare la sua mozione, ed al suo rifiuto, incredibilmente, non solo ne vietò la
discussione in aula, ma addirittura la pubblicazione negli Atti Parlamentari.
Il Duca allora, disgustato della “Nuova Italia Unita”, della quale peraltro era stato per anni
propugnatore, dopo pochissimo tempo si dimise dalla sua carica in Parlamento e si ritirò a
Roma, dove all’epoca Francesco II era con la sua famiglia ospite di Pio IX, e successivamente a
Napoli, dove scomparse nel 1891

L’intera mozione del Duca di Maddaloni è reperibile all’indirizzo:
https://www.eleaml.org/sud/part_nuovi/Onorevoli_Signori_Proto_Maddaloni.html#Onorevoli

Quando il Sud era industrializzato

Il Sud era più industrializzato non solo del Nord Italia, ma dell’Europa intera! Non si tratta di voler vivere nel passato, ma è la testimonianza di una consapevolezza che tutti ignorano e che è stata voluta: un Sud senza industria, un Sud morto!

Fra le regioni più industrializzate d’ Italia, prima del 1860, c’erano la Campania, la Calabria e la Puglia: per i livelli di industrializzazione le Due Sicilie si collocavano ai primi posti in Europa. In Calabria erano famose le acciaierie di Mongiana, con due altiforni per la ghisa, due forni Wilkinson per il ferro e sei raffinerie, occupava 2.500 operai. L’industria decentrata della seta occupava oltre 3.000 persone. La più grande fabbrica metalmeccanica del Regno era quella di Pietrarsa, (fra Napoli e Portici), con oltre 1200 addetti: un record per l’Italia di allora. Dietro Pietrarsa c’era l’Ansaldo di Genova, con 400 operai. Lo stabilimento napoletano produceva macchine a vapore, locomotive, motori navali, precedendo di 44 anni la Breda e la Fiat.

Castellammare di Stabia, dalla fine del XVIII secolo, operavano i cantieri navali più importanti e tecnologicamente avanzati d’Italia. In questo cantiere fu allestita la prima nave a vapore, il Real Ferdinando, 4 anni prima della prima nave a vapore inglese. Da Castellammare di uscirono la prima nave a elica d’ Italia e la prima nave in ferro. La tecnologia era entrata anche in agricoltura, dove per la produzione dell’olio in Puglia erano usati impianti meccanici che accrebbero fortemente la produzione. L’Abruzzo era importante per le cartiere (forti anche quelle del Basso Lazio e della Penisola Amalfitana), la fabbricazione delle lame e le industrie tessili. La Sicilia esportava zolfo, preziosissimo allora, specie nella provincia di Caltanissetta, all’epoca una delle città più ricche e industrializzate d’ Italia. In Sicilia c’erano porti commerciali da cui partivano navi per tutto il mondo, Stati Uniti ed Americhe specialmente. Importante, infine era l’ industria chimica della Sicilia che produceva tutti i componenti e i materiali sintetici conosciuti allora, acidi, vernici, vetro.

Puglia e Basilicata erano importanti per i lanifici e le industrie tessili, molte delle quali gia’ motorizzate. La tecnologia era entrata anche in agricoltura, dove per la produzione dell’olio in Puglia erano usati impianti meccanici che accrebbero fortemente la produzione. Le macchine agricole pugliesi erano considerate fra le migliori d’Europa. La Borsa più importante del regno era, infine, quella di Bari.

Una volta occupate le Due Sicilie, il governo di Torino iniziò lo smantellamento cinico e sistematico del tessuto industriale di quelle che erano divenute le “province meridionali”. Pietrarsa (dove nel 1862 i bersaglieri compirono un sanguinoso eccidio di operai per difendere le pretese del padrone privato cui fu affidata la fabbrica) fu condannata a un inarrestabile declino. Nei cantieri di Castellammare furono licenziati in tronco 400 operai. Le acciaierie di Mongiana furono rapidamente chiuse, mentre la Ferdinandea di Stilo (con ben 5000 ettari di boschi circostanti) fu venduta per pochi soldi a un colonnello garibaldino, giunto in Calabria al seguito dei “liberatori”.

Quando oggi si pensa agli stranieri che si sentono “orgogliosi” di avere un territorio «meritevole di trainare l’intero mondo» occorrerebbe ricordare loro i soprusi che il Sud Italia patisce da oltre 164 anni, dalle fabbriche che sono state fatte
chiudere al Sud appena dopo l’unificazione per favorire quelle del Nord, le scuole chiuse per una dozzina d’anni, le diverse tassazioni, la spesso carente se non totale mancanza di investimenti nel periodo post-unitario fino ai giorni nostri, che siano esse provenienti dal circuito nazionale, europeo o extraeuropeo, fanno dimenticare in che modo, e a spese
di chi, certe regioni sono quel che sono, oggi. Non si tratta di “nostalgia” o polemica ma la necessità di una attenta analisi per non dimenticare la Storia e le potenzialità di una terra, il meridione, che non dovrebbe mai sentirsi seconda a nessuno.

San Leucio: Utopia o realizzazione dell’illuminismo napoletano?

Era il 20 Novembre 1789 quando a San Leucio si sperimentò il primo esempio di “repubblica socialista” della storia moderna, e di realistica attuazione di quella tipica Utopia idealistico – razionalista dell’Illuminismo, specchio di tutte le più famose teorie utopistiche da Platone alla “Città del Sole” del calabrese Tommaso Campanella, a Tommaso Moro, con la istituzione di una Colonia, ad opera del re delle Due Sicilie, Ferdinando IV di Borbone, in quello stesso Regno dove, a dispetto delle mistificazioni diffuse dalla vulgata, insieme alla rinascita dell’industria della seta era fiorito l’Illuminismo del ‘700 napoletano grande fucina del pensiero politico meridionale, con i contributi di grandi personaggi come Gian Battista Vico, teorico della storia e della vita delle nazioni, Pietro Giannone fondatore dello stato laico, Antonio Genovesi grande teorico dei canoni fondamentali dell’economia pubblica fino ai grandi giuristi e pensatori come Gaetano Filangieri, Bernardo Tanucci, Galiani, e Pagano.

E’ curioso che l’esempio luminoso di questa utopia si debba a un despota illuminato, quando un altro despota illuminato, il re del Portogallo Giuseppe I, nello stesso periodo, aveva invece stroncato nelle colonie brasiliane le prime repubbliche socialiste della storia, le Encomiendas progettate, fondate e dirette dai Gesuiti.

San Leucio era in origine una residenza di caccia di Ferdinando IV di Borbone, che dopo la morte prematura del figlio principe ereditario Carlo Tito, avvenuta alla fine del 1778, il re decise di destinare a quest’altro più utile utilizzo.

La Colonia verrà chiamata Ferdinandopoli e sarà posizionata nei pressi della famosa Reggia di Caserta. Il suo Statuto, basato sul principio dell’eguaglianza dei cittadini, fu stilato personalmente dal re ed anche se si basava sui fondamenti tipici di una società cattolico-patriarcale, esso anticipava, sia pure nell’ottica del dispotismo illuminato, gli stessi concetti della Comune di Parigi del 1870, che invece fu notoriamente stroncata nel sangue.

Era il 1789, a Parigi ribolliva la rivoluzione ed i cognati di Ferdinando IV finivano sotto la lama della ghigliottina, infatti il re di Napoli aveva sposato Maria Carolina d’Austria, sorella di Maria Antonietta di Francia, mentre a Napoli, invece, si celebrava il trentesimo anno di regno di Ferdinando IV. Il re, aveva scelto come suo luogo di ritiro una collina vicino alla Reggia, dalla vista stupenda, dove c’era, appunto, l’antica chiesetta di San Leucio, vescovo di Brindisi. Sul Belvedere aveva fatto costruire un casino di caccia, e vi aveva fatto insediare alcune famiglie affinché vi provvedessero. Quando i coloni crebbero di numero e diventarono una piccola comunità, erano ben centotrentuno, decise di fondare una colonia modello, dotata di autonomia economica, creandovi una seteria e una fabbrica di tessuti, con una propria Legge – il Codice Leuciano, codice politico e sociale, misto di socialismo reale e utopico, ispirato alla fede dell’arte e della tecnica manifatturiera – ed una struttura urbanistica organica e simmetrica.

La fabbrica, s’ingrandì e produsse una gamma ricchissima di tessuti, anche se non ebbe mai uno sviluppo di tipo capitalistico, in quanto il lucro non era il suo fine. Era un’industria di Stato, ma al sevizio della collettività, e quindi molto diversa da quelle dei nostri tempi…

I pilastri operativi della Costituzione di San Leucio-Ferdinandopoli, ispirati ai principi di uguaglianza, solidarietà, assistenza, previdenza sociale, diritti umani, erano tre: l’educazione veniva considerata l’origine della pubblica tranquillità; la buona fede come prima delle virtù sociali; e il merito la sola distinzione tra gli individui.

Era vietato il lusso, gli abitanti dovevano ispirarsi all’assoluta eguaglianza, senza distinzioni di condizioni e di grado, l’abbigliamento era spartano, pratico e uguale per tutti.

La Colonia era dotata di una fabbrica tessile che possedeva ben 82 ettari di terreno per i bisogni alimentari degli operai, che abitavano in case a schiera progettate dall’architetto Collecini. La vita, condotta secondo stilemi collettivi, era dura ma libera da vincoli padronali, dopo una sveglia alle prime luci del mattino, e dopo la messa, gli operai si recavano tutti insieme sul posto di lavoro, la fattoria e la fabbrica, con un’interruzione a mezzogiorno per il pranzo, riprendendo a lavorare alle 13,30 e terminando al tramonto.

Il matrimonio era disciplinato al fine di preservare la comunità da pericolose influenze esterne. Se una ragazza voleva sposare un forestiero, riceveva una dote di cinquanta ducati e se ne doveva andare. Se accadeva il contrario, la sposa forestiera doveva seguire un corso di tessitura e poi entrava a pieno titolo nella comunità. I testamenti erano aboliti e l’eredità del defunto era divisa fra i figli e il coniuge superstite. Ove questi non vi fossero, l’eredità era incamerata dal Monte degli Orfani.

Erano proibite le liti fra cittadini e i contrasti di poco conto venivano risolti dagli anziani e dal parroco. Esisteva anche un carcere con un sovrintendente.

L’istruzione nella colonia era obbligatoria e l’educazione orientata a formare la coscienza civile, a partire dai sei anni di età, tutti indistintamente i fanciulli d’ambo i sessi, dovevano apprendere a leggere, scrivere, imparare l’aritmetica e il catechismo, poi in età adolescenziale i ragazzi erano messi ad apprendere un mestiere secondo le loro attitudini e i loro desideri.

Obbligatoria anche la vaccinazione contro il vaiolo.

I giovani potevano sposarsi per libera scelta, senza dover chiedere il permesso ai genitori. Le mogli non erano tenute a portare la dote, a questo provvedeva lo Stato, che s’impegnava a fornire la casa arredata e quello che poteva servire agli sposi.

Venivano aboliti i testamenti: i figli ereditavano dai genitori, i genitori dai figli, quindi i collaterali di primo grado e basta.

Nella successione maschi e femmine avevano pari diritti.

I capifamiglia eleggevano gli anziani, i magistrati (i cd. Seniori che restavano in carica un anno), e i giudici civili.

Esisteva una Cassa di Carità, istituita per gli invalidi, i vecchi e i malati, che prestava denaro senza interesse a chi ne avesse bisogno e che provvedeva a erogare le pensioni, alimentata da ogni manifatturiere, ovvero ogni dipendente delle manifatture della seta, mediante un prelievo mensile sulla busta paga corrispondente a 80 centesimi di Lira Aurea.

Tutto ruotava intorno alla fabbrica. Una seteria meccanica, sostenuta dal re con mezzi potentissimi dai primi filatoi e dai telai fino alla costruzione di una grande filanda e che sfruttava la materia prima generata dai bachi allevati nelle case del Casertano.

Si producevano stoffe per abbigliamento e per parati, in una ricca gamma di rasi, broccati, velluti.

Nei primi decenni dell’Ottocento, con l’introduzione della tessitura Jacquard, la produzione si arricchì di stoffe broccate di seta, d’oro e d’argento, scialli, fazzoletti, corpetti, merletti.

Si svilupparono anche dei prodotti locali, i gros de Naples e un tessuto per abbigliamento chiamato Leuceide. Era molto ricca la gamma dei colori, tutti naturali, i cui nomi cercavano di distinguere le sfumature più sottili: verde salice, noce peruviana, orso, orecchio d’orso, palombina, tortorella, pappagallo, canario, Siviglia, acqua del Nilo, fumo di Londra, verde di Prussia.

I tessuti di San Leucio avevano rifornito i sovrani della casa borbonica e le famiglie della nobiltà e borghesia napoletana, sia per gli abiti sia per le tappezzerie. Fatto sta che la manifattura è sopravvissuta al Regno delle Due Sicilie e alla dominazione sabauda e, pur con caratteristiche molto diverse, continua oggi a mantenere in vita una tradizione lontana e preziosa, che si è, anzi, sparsa per il mondo.

Con l’avvento della Repubblica Italiana, l’antico borgo industriale, con le abitazioni per i lavoratori, è stato oggetto di restauri ed oggi tornano a risplendere le bellezze architettoniche firmate da Ferdinando Collecini, allievo del Vanvitelli, e quelle naturali del parco della Reggia.

Già sin dal 1776 Ferdinando aveva fatto venire espressamente da Torino un esperto del settore della seta, tale Francesco Bruetti, a fondare e dirigere in quel luogo una semplice manifattura di veli di seta, allora molto in voga. Che poi si svilupparono ed ampliarono sempre più, alcuni anni dopo il 1786, completando e riunendo in un locale più grande con più fabbriche e ampliando il casino di Belvedere e nel tempo stesso il centro della lavorazione, mentre il macchinista Paolo Scotti, chiamato da Firenze, dispose la collocazione per i telai e le macchine che venivano messe in moto da un rotone spinto da un ramo dell’acqua Carolina appositamente derivatovi dalla grande cascata del Real Casino. Così si ebbe una colonia industriale completa e tale da fare una pesante concorrenza alle altre fabbriche private, in quanto la seta prodotta era tessuta in maniera perfettamente uguale in tutti i suoi fili, più scelta e più solida di quella di altre manifatture, che restavano inferiori appunto per la disuguaglianza della filatura. Quello che fin da principio si fece notare fu la massima pulizia che si riscontrava in tutta la colonia unitamente all’ordine perfetto di tutta l’organizzazione produttiva.

Nel 1826, vedendosi però che le casse reali non ne ritraevano direttamente tutto il vantaggio economico necessario, l’opificio di San Leucio fu dato in appalto all’industria privata ed anche se resse perfettamente per molti anni, poi fu man mano eroso dalle invasioni napoleoniche e dalla forte crescita della popolazione. Infine l’Utopia di San Leucio terminò la sua missione quando nel 1861, a seguito della invasione sabauda, il Regno delle Due Sicilie fu annesso al Piemonte e tutta la struttura fu dismessa.

Ea il 20 Novembre 1789 quando a San Leucio si sperimentò il primo esempio di repubblica socialista della storia moderna, e di realistica attuazione di quella tipica Utopia idealistico – razionalista dell’Illuminismo dell’epoca, specchio di tutte le più famose teorie utopistiche da Platone alla “Città del Sole” del calabrese Tommaso Campanella, a Tommaso Moro, con la istituzione di una Colonia, ad opera del re delle Due Sicilie, Ferdinando IV di Borbone, in quello stesso Regno dove, a dispetto delle mistificazioni diffuse dalla vulgata, insieme alla rinascita dell’industria della seta era fiorito l’Illuminismo del ‘700 napoletano grande fucina del pensiero politico meridionale e dell’Illuminismo italiano, con i contributi di grandi personaggi come Gian Battista Vico, teorico della storia e della vita delle nazioni, Pietro Giannone fondatore dello stato laico, Antonio Genovesi grande teorico dei canoni fondamentali dell’economia pubblica fino ai grandi giuristi e pensatori come Gaetano FilangieriBernardo TanucciGaliani e Pagano.
 Ferdinando IV
San Leucio era in origine una residenza di caccia di Ferdinando IV di Borbone, ma dopo la morte prematura del figlio principe ereditario Carlo Tito, avvenuta alla fine del 1778, il re decise di destinarla ad un più utile utilizzo. Ferdinando per la sua morfologia nasale, e per la vicinanza agli ambienti e comportamenti del popolo, è passato alla storia con gli appellativi di “re nasone”, “re lazzarone”, Nel 1759 suo zio Ferdinando VI, re di Spagna, morì senza lasciare eredi. Come conseguenza, suo padre Carlo assunse la più prestigiosa corona di Spagna, portando con sé Carlo Antonio quale successore. Dato che il primogenito Filippo era stato escluso dalla successione perché menomato psichico, la partenza per la Spagna del re e del suo erede diede a Ferdinando la possibilità di subentrare al padre sul trono di Napoli. La partenza del padre e del fratello maggiore per la Spagna portarono dunque Ferdinando I al trono di Napoli e a quello di Sicilia a soli otto anni. Data la minore età del sovrano, gli si affiancò un Consiglio di Reggenza, controllato dal toscano Bernardo Tanucci e da Domenico Cattaneo, principe di San Nicandro, che decidevano in stretto rapporto con le direttive di Carlo da Madrid. Tra le iniziative di governo intraprese in questo periodo va ricordata l’istituzione del centro di selezione equina di Serre (1763), finalizzata a rinsaldare le tradizioni cavallerizze napoletane e che diede origine a una stirpe di robusti cavalli, valorizzati anche durante il periodo francese. Dal 1765 Ferdinando iniziò a partecipare alle sedute del Consiglio.
Il Consiglio di reggenza si trasformò in Consiglio di stato, con funzioni consultive, al raggiungimento del sedicesimo anno d’età di Ferdinando, il 12 gennaio 1767. Nonostante le manchevolezze presenti nella sua formazione, Ferdinando si impegnò per favorire la cultura, in continuità del lavoro di suo padre. Tra le sue prime iniziative, nel 1778 trasferì nel Palazzo Reale di Napoli la fabbrica di arazzi napoletani, apprezzati in tutto il mondo per la loro qualità. Nel 1779 fondò la manifattura di San Leucio, oggi sito patrimonio dell’umanità dell’UNESCO, che divenne presto un polo di eccellenza della produzione tessile.
Sul finire del Settecento fece erigere nella zona di Ponte Nuovo a San Lorenzo, il Teatro San Ferdinando. Fondando il famoso Cantiere navale di Castellammare di Stabia, che fu subito il motore di un vasto programma di nuove costruzioni. Oltre all’accrescimento quantitativo della flotta, Acton si preoccupò di migliorare la formazione degli ufficiali, ampliando il Collegio di Marina esistente e inviando alcuni giovani guardiamarina con altri ufficiali a prestare temporaneo servizio su navi delle maggiori Marine militari europee. Allo scopo di garantire alla flotta capacità tattiche d’intervento sul fronte di terra, istituì il Reggimento Real Marina.
Grazie al suo lavoro, nel 1788 la Marina napoletana arrivò a contare trentanove navi, armate di 962 cannoni, così ripartite: quattro vascelli di fila, di cui tre da settantaquattro cannoni e uno da sessanta; otto fregate, di cui sei da quaranta cannoni e due da trentacinque; un’orca da trentasei cannoni; sei corvette, di cui quattro da venti cannoni e due da dodici; sei sciabecchi, di cui due da ventiquattro cannoni e quattro da venti; quattro brigantini da dodici cannoni; dieci galeotte da tre cannoni.
Nello stesso anno, l’organico dell’Armata di Mare contava 2128 fanti di marina, 470 cannonieri, 270 marinai di posto fisso, quattro capitani di vascello, dieci capitani di fregata e un gran numero di ufficiali di grado inferiore. Nel 1787 fondò la Reale Accademia Militare della Nunziatella, attualmente tra i più antichi istituti di formazione militare del mondo, con il compito di formare quadri ufficiali eccellenti.
La Colonia verrà chiamata Ferdinandopoli e sarà posizionata nei pressi della famosa Reggia di Caserta, in quello stesso territorio oggi tristemente noto per la presenza dei clan camorristici di Casal di Principe. Il suo Statuto, basato sul principio dell’eguaglianza dei cittadini, fu stilato personalmente dal re ed anche se si basava sui fondamenti tipici di una società cattolico-patriarcale, esso anticipava, sia pure nell’ottica del dispotismo illuminato, gli stessi concetti della Comune di Parigi del 1870, che invece fu notoriamente stroncata nel sangue.
TELAI
Il corpo delle «leggi per il buon governo della popolazione di San Leucio», emanato da Ferdinando
IV nel 1789, ha sempre interessato e appassionato storici e curiosi, assumendo ben presto il fascino di
un mito che, con il trascorrere dei tempi, tende a modellare la memoria collettiva e a sovrapporsi alla
realtà storica. Il premuroso e rigoroso modello di perfezione morale imposto dalla paterna autorità del
sovrano assoluto alla colonia leuciana mirava, attingendo i contenuti dal medesimo universo culturale
degli illuministi, ad assicurarle la felicità, tutelandola dai problemi e dalle insolubili contraddizioni
del mondo reale. Provando a identificare le premesse di questo particolare tipo di salto nell’utopia, si
intende ora riattraversare lo spazio via via sedimentatosi fra il mito e la realtà, per ricollocare le leggi
leuciane nel proprio contesto storico.

Garibaldi, il massone assassino, stupratore, corsaro, pirata e ladro!

Continuare a parlare di Garibaldi, costituisce un dovere morale per i meridionali, visto che gli uomini del risorgimento Italiano facevano parte della massoneria anticattolica, con l’obiettivo di distruggere il Papa e la chiesa cattolica. Garibaldi fu iniziato a Montevideo nel 1844 in una loggia denominata “Asil De la Vertud”, loggia legata alla massoneria Brasiliana e cinque anni prima della spedizione dei mille, era iscritto alla loggia “Philadelpbes” di Londra, centro di posizione socialista soprattutto antipapista. Il papa Leone XIII, autore della Rerum Novarum, aveva introdotto grosse novità nella chiesa di fine dell’ottocento, profetizzando i mali della massoneria praticata in Italia dai giovani del risorgimento, con Mazzini maestro e profeta. Il papa asseriva categoricamente, che un massone non può essere un cattolico e viceversa.   

La massoneria, madre di tutti i principi praticati contro la chiesa e la morale occidentale, aveva l’obiettivo di distruggere tutta la cultura morale occidentale, portando nel caos l’occidente storico, come in realtà è avvenuto oggi. Nel 1860 a Palermo, fu elevato al grado di Maestro Massone e le sue posizioni divennero sempre più intransigenti e anti cattoliche. La storiografia ufficiale lo tramanda ai posteri, come l’eroe dei due mondi, come il grande condottiero altruista che lottava per i poveri…. Lui alleato in Sicilia con Francesco Crispi, non sapevano più come rubare, visto l’arricchimento di Crispi nell’arco di due mesi e dello stesso Garibaldi sono incalcolabili. Per conoscere i dati storici, dovremmo appoggiarci alla bibliografia ufficiale, per avere informazioni della realtà storica, allora basta leggere il libro di Spadolini, Tradizione Garibaldina e storia d’Italia (Le Monnier editore), il testo di Augusto Marinelli Palermo 1815-1860, o il libro storia e controstoria dell’unità d’Italia, Savoia Benedetti di Emanuele Filiberto di Savoia, per conoscere la povertà del meridione e il progresso raggiunto dai governi con i ladri del risorgimento ad oggi, visto che comunque non hanno risolto i problemi che assillavano il mezzogiorno sotto i Borbone e per questo non è difficile fare il raffronto tra il nord e il sud, dal 1860 ai giorni nostri.

Il Sud però con l’unità d’Italia ha guadagnato due appellativi eccezionali, quello di “banditi” e di “mafiosi”, ancora oggi al servizio dei nordisti per giustificare le loro nefandezze. Era un prezzo equo? All’onestà dei popoli la sentenza e alla coscienza di quelli che ci hanno governato, visto che il sud dopo 164 anni non è riuscito ad emergere di un passo. Quindi l’obiettivo dell’eroe era quello di liberare Roma dal Papa e conquistare la città e per questo fu eletto come gran maestro, carica mantenuta per pochi mesi, per fare spazio a problemi meno radicali. La sua adesione al mondo massonico, fu sostenuta fino alla fine dei suoi giorni e anche al momento del suffragio universale alla diffusione della pratica della cremazione, per sottrarre alla chiesa il pascolo dei morti. Amava definire pio IX “un metro cubo di letame” “un ostacolo al progresso umano, alla fratellanza degli uomini e dei popoli, un vampiro della terra degli Scipioni che sostiene il suo corpo corrotto e roso dalla cancrena -….- dopo diciotto secoli di menzogne, di persecuzioni, di roghi e di complicità con tutti i tiranni d’Italia, un tabernacolo di corruzione e di menzogna”, per lui l’eucarestia era il modo di inghiottire il reggitore dei mondi e depositarlo, poi, in un closet qualunque, aveva aderito all’anticoncilio di Napoli per rovesciare il mostro papale ed eliminare il prete bugiardo e sacrilego insegnatore di Dio. I suoi testi non furono accettati, nemmeno dai suoi agiografi come “in cielo, il governo dei preti, dove la protagonista viene insidiata dall’insana passione di un cardinale: Procopio, in Cantoni, il volontario, il gesuita Gaudenzio, dove contrasta l’amore di Cantoni con la virtuosa Ida, nel 1874 pubblica i mille, dove la massoneria ordina 4322 copie con un guadagno di 21.600 lire. Qui Marzia si traveste da uomo per partecipare alla spedizione, ma a Palermo è rapita da Monsignore Corvo che la violenta senza sapere che si trattava di sua figlia illegittima; frutto di un’altra violenza ai danni di un’altra ragazzina. Da notare che i personaggi sono tutti nomi di preti. La sua fantasia è ricca di eroi romantici, preti malvagi, ragazze insidiate, conventi pieni di ossa di bambini, sale e strumenti di tortura, scheletri vari e buona dose di pipistrelli. Spedì una copia del suo lavoro Lucifero a Mario Rapisardi, pubblicato nel 1877, che rispondeva in maniera inquietante “Ho divorato il vostro Lucifero. Voi avete scalzato l’idolo di tanti secoli e vi avete sostituito il vero. “Se la metà degli italiani potessero leggerlo e comprenderlo, l’Italia avrebbe raggiunto il suo terzo periodo d’incivilimento umano”, “sulla classica terra d’Archimede voi avete sollevato un nuovo mondo, all’avanguardia del progresso, vi seguiremo e possa seguirvi la nazione intera, nella grande opera di emancipazione morale da voi eroicamente iniziata” e chiude con un saluto. Nell’ultimo periodo della sua vita, fa diversi cambiamenti, da repubblicano convinto diventa monarchico, da guerrafondaio e mercenario, responsabile di migliaia di morti diventa pacifista, da cacciatore diventa animalista.

Sull’amore non aveva mai disdegnato la schiava di colore e da giovane si era innamorato di una ragazza che al ritorno di un suo viaggio la trova sposata con un bambino, si innamora di Manuela Ferreira, parente di un suo amico di avventure nel Rio Grande, che gli fanno credere che la ragazza fosse già fidanzata. Subito dopo inquadra con un cannocchiale una donna, Anita Ribeiro sposata con un calzolaio arruolato tra gli imperiali e senza tanti scrupoli, la ragazzina di 18 anni e lui 32 viene sottratta ai genitori. Dopo la morte di Anita, incontra una matura vedova Inglese Emma Roberta, che nonostante vari tentativi, l’avvicinamento non si trasformò in matrimonio. Ci riprova con un’altra straniera, la baronessa Maria Esperance von Schwartz, contemporaneamente vive a Caprera con una giovane contadina di Nizza, Battistina Ravello, con la quale ha una figlia, battezzata con il nome di Anita. La serva accusata di infedeltà, viene spedita a Nizza con la figlia, ma dopo poco tempo, la bimba viene sottratta alla madre e data in custodia alla sua amica Speranza, che a sua volta la lascerà in Svizzera. Complessivamente Garibaldi ebbe 3 mogli e 8 figli riconosciuti, anche il figlio Ricciotti fu affidato ad altri amici in Inghilterra. Altro tentativo di matrimonio fallito con la Bolognese Paolina Pepoli, vedova del conte Zucchini, si innamora pazzamente di Giuseppina Raimondi, una contessa di Como di 17 anni, si sposerà il 24 gennaio del 1860, aveva 35 anni meno di lui, ma una lettera anonima lo informa che la contessina aspettava un figlio da un ufficiale di cavalleria Luigi Caroli. nel 26 gennaio 1880 si sposa con la balia Francesca Armosino, morì a Caprera il 2 giugno 1882 senza il conforto della fede.

L’eroe dei due mondi Giuseppe Garibaldi ha il curriculum pieno di nefandezze, di assassini e stupro di ragazzine, corsaro, pirata, ladro, però per la bibliografia ufficiale è un eroe senza macchia, non riconosciuto dai Savoia, tanto da trovarcelo in tutte le piazze delle nostre città. Il costo che abbiamo dovuto pagare per la costituzione dell’unità d’Italia, è stato grande, mentre il nord ha tratto solo vantaggi, perché ancora sotto il dominio Austriaco. L’Italia fu unita a scapito del sud. La costituzione dell’Italia unita, al meridione è costata lacrime e sangue, con la disgrazia di non poterne parlare, perché il fine è molto alto e i crimini commessi sono tutti giustificati. Ma la cosa più vergognosa è che i nordisti, non soddisfatti dei vantaggi immediati, continuano a tenere il meridione come colonia del popolo settentrionali sfruttandolo spudoratamente, senza alcun ritegno.

Così continuiamo ad essere schiavi del nord e obbligati al silenzio come tutta la cultura prezzolata, viene giustificata, perché il fine raggiunto giustifica tutti i mali commessi. Noi popolo ingrato pretendiamo riconoscimenti da parte del grande liberatore. Questi uomini, senza morale e dignità, hanno costruito una rete così forte e resistente, simile a quella voluta da Giove per incatenare “il brigante” Prometeo, per giustificare tutto il comportamento disonesto assunto. Oggi, dobbiamo ringraziare tutti gli uomini del risorgimento Italiano che hanno rubato, ucciso, saccheggiato case e chiese per un fine lodevole ai miserabili nordisti che ne hanno tratto vantaggio e continuano a trarne spudoratamente. Siamo orgogliosi delle eccellenze che si sviluppano solo al nord, basta ascoltare qualsiasi rubrica trasmessa in televisione per rendersi conto che l’Italia è solo quella del nord. Chi augura buon viaggio sulle autostrade si ferma a Napoli, chi sulle ferrovie, mette in evidenza i nuovi treni ad alta velocità non raggiungono la Sicilia, tutto si trova al nord nella vera Italia. Noi ci siamo solo per i raffronti sempre negativi, per mettere in evidenza la bravura dei bovari settentrionali e la mancanza di volontà dei miseri uomini del sud, incolti ed incivili.

Le due Italie: Il Sud come periferia.

Dalla sua unificazione e fino ai giorni nostri l’Italia fa i conti con il divario tra Nord e Sud. Un divario reale, spesso oggetto del dibattito pubblico, così stratificato nel pensiero e nell’immaginario da poter essere considerato un elemento caratterizzante dell’identità nazionale. Nei documentari girati nel Mezzogiorno, il Sud è rappresentato il più delle volte come una realtà ‘altra’ rispetto al Nord della penisola. In tal senso, questo contributo mira ad evidenziare i modi in cui il cinema di non fiction, nel periodo della grande trasformazione del Paese, abbia colto e rafforzato gli stereotipi sul Meridione italiano, contribuendo a fissarlo nell’immaginario collettivo come una realtà separata dal resto della penisola e, più nello specifico, come periferia dell’Italia fuori dalla storia. Si racconta il Sud arcaico, luogo della persistenza di arretratezza culturale e materiale. Nasce il documentario antropologico sull’onda della riscoperta del Sud del secondo dopoguerra, quando, dopo il silenzio degli anni del fascismo, si torna a parlare di questione meridionale e delle «due Italie». Il dibattito sulla questione meridionale ha carattere politico, ma anche culturale, alimentato dalla produzione di opere letterarie, a partire dal Cristo si è fermato a Eboli (1945) di Carlo Levi. L’opera apre la strada alla riflessione sociologica sulla civiltà contadina, ovvero alla scoperta e all’analisi del mondo rurale e dei suoi valori, grazie alle quali emerge «una dimensione umana della condizione meridionale, che senza alcun dubbio contribuì a rendere più drammatica e urgente la passione meridionalistica». La scoperta del Sud e il dibattito che ne scaturisce definiscono il mito della civiltà contadina meridionale, intesa come una realtà a se stante, immobile e astorica, chiusa e impermeabile ai cambiamenti e alle influenze esterne. In questo clima culturale un ruolo importante è giocato dalla ripresa delle ricerche antropologiche e in particolare dagli studi di Ernesto De Martino. L’antropologo napoletano rivoluzionò l’approccio alla comprensione della realtà meridionale: prima di lui, infatti, le manifestazioni della cultura e delle tradizioni delle classi subalterne del Sud erano considerate come residui di primitivismo, privi di valore e di interesse scientifico. De Martino, invece, partendo dal presupposto che il Meridione era anche il frutto di un modo di guardare a esso, scavò in profondità, per identificare le radici significanti dei fenomeni legati alla sfera magico-religiosa, come il lamento funebre, il tarantismo, o la persistenza del magismo. La sua fu una battaglia culturale e civile a tutti gli effetti, combattuta per spiegare fenomeni che erano espressione di una cultura millenaria, e non di una non-cultura come fino ad allora si era creduto. Le tesi innovative e il coraggio della denuncia dell’antropologo le carpirono in pochi, De Seta offre a sua volta un contributo fondamentale alla scoperta del Mezzogiorno non ancora toccato da cambiamenti prodotti dal miracolo economico. Il regista, nel corso degli anni Cinquanta, gira diversi documentari tra la Sicilia, la Sardegna e la Calabria, i cui protagonisti sono contadini, pastori, minatori e marinai, colti nella vita di tutti i giorni. Uomini semplici, raffigurati in azioni che appartengono a un passato lontano — il lavoro nei campi o nelle miniere, la pesca, i pascoli — e mai slegati da un profondo, ombelicale, rapporto con la natura. Per il loro essere incentrati sull’uomo e per il modo in cui sono stati realizzati, i documentari di Vittorio De Seta presentano un indubbio valore antropologico, sebbene nascano come una pura descrizione figurativa del mondo dei subalterni, senza alcuna finalità scientifica. Accanto al documentario antropologico si colloca quello sociale, a sua volta impegnato a fotografare le criticità del Sud. Il Mezzogiorno esce devastato dalla guerra e la risalita è lenta. Con un’economia prevalentemente agricola e fortemente arretrata e un’industria quasi assente, la povertà dilaga. Di fronte alla difficoltà di trovare un lavoro, negli anni del boom, molti giovani decidono di lasciare il Sud, attratti dalla possibilità di maggiori guadagni nelle aree industrializzate del Paese. Lo svuotamento delle campagne meridionali, la vita dura e la miseria di chi resta, le ingiustizie e l’arretratezza culturale sono al centro del documentario sociale. Alle immagini del Sud povero e abbandonato al suo destino di arretratezza del documentario antropologico e sociale si contrappongono quelle del documentario turistico, che rendono il volto luminescente del Mezzogiorno e delle sue bellezze naturali e artistiche. Il documentario turistico inonda le sale cinematografiche proprio negli anni del miracolo economico, quando l’Italia si scopre meta di viaggio, pronta ad accogliere vacanzieri anche stranieri. Impegnati a offrire una rappresentazione ottimista del Mezzogiorno, seppure collocati su un piano diverso, sono anche i documentari istituzionali e industriali, voce di committenze interessate a costruire narrazioni altisonanti di un Sud in rinascita. A fronte dei ritardi del Mezzogiorno il governo, capitanato dalla Democrazia Cristiana, sin dall’immediato dopoguerra mette in campo interventi specifici, come la riforma agraria e la creazione della Cassa per il Mezzogiorno. Con la riforma agraria del 1949 si distribuiscono lotti di terra ai braccianti del Sud per trasformarli in piccoli proprietari terrieri. La Cassa, istituita nel 1950, ha lo scopo di attuare un programma di lavori finanziati dai prestiti della Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo. Il programma di attività inizialmente è finalizzato a interventi di preindustrializzazione. Nel primo decennio, così, sono realizzate bonifiche, trasformazioni fondiarie e infrastrutture viarie. Il tutto sotto lo stretto controllo governativo. Il governo che lavora per il Paese negli anni difficili della ricostruzione sente l’esigenza di raccontare agli italiani quanto di buono si sta facendo. È in questa prospettiva che si colloca la creazione, nel 1951, del Centro di Documentazione della Presidenza del Consiglio dei Ministri, un organismo deputato a mettere in atto un piano di comunicazione istituzionale ante litteram. Accanto ai manifesti murali destinati ai luoghi pubblici e agli opuscoli distribuiti lungo la penisola, il Centro di Documentazione finanzia diversi cortometraggi, indirizzati agli spettatori, numerosi in quegli anni, delle sale cinematografiche. I circa duecento documentari, realizzati dal ’52 ai primi anni Sessanta dalla Presidenza del Consiglio, erano intesi come un mezzo per trasmettere, attraverso le efficaci immagini della realtà, il succo dell’impegno dell’esecutivo. Arrivavano nelle sale accoppiati ai film a soggetto (seguendo, in sostanza, la normale prassi di programmazione di tutti i documentari), oppure erano trasmessi nei centri più piccoli della penisola, quelli sprovvisti di sale cinematografiche, attraverso i cinemobili itineranti. In queste opere si respira un forte ottimismo, reso però attraverso toni sfumati, senza eccessi retorici. Con intento pedagogico e paternalistico, e con una qualità visiva talvolta notevole, che trae ispirazione dal cinema a soggetto e dai codici espressivi del neorealismo, questi documentari s’indirizzavano al cittadino medio per raccontargli una favola di rinascita. Nel cospicuo numero di cortometraggi della Presidenza del Consiglio dedicati al Sud si enfatizzano ancora di più i toni fiduciosi e si mascherano le criticità. Il sistema degli incentivi programmati dallo stato per il sud avrebbe fatto vedere i suoi effetti negli anni Sessanta, ma i risultati si rivelarono discutibili. Gli incentivi, infatti, non attrassero né investitori privati settentrionali né furono in grado di aiutare concretamente i locali. I benefici interessarono esclusivamente alcune grandi industrie, in particolare dei settori petrolchimico e siderurgico, che aprirono i loro battenti nel Mezzogiorno e che ben presto sarebbero state ribattezzate ‘cattedrali nel deserto’. Per le loro caratteristiche, esse non riuscirono né a garantire importanti livelli di occupazione né ad attivare un reale processo di espansione industriale nelle aree in cui furono impiantate. Apparivano piuttosto come imponenti complessi di modernità in aree desolate e ancora arretrate, che innescavano, anche sul piano visivo, un evidente paradosso. così, i documentari girati al Sud riescono a cogliere l’idea di Mezzogiorno diffusa e cristallizzata nell’immaginario collettivo, ma anche a consolidarla. È un Meridione percepito come periferia del Paese, dove sembra che il tempo si sia fermato. Il documentario antropologico contribuisce a fissare le fattezze di un Mezzogiorno arcaico e immobile. Il documentario sociale, che, focalizzandosi sulle ferite aperte del Sud, quali la miseria e l’abbandono, lo cristallizza in una dimensione priva di progresso, ma anche di speranza di progresso. Il documentario turistico, pur nella sua lettura leggera della realtà meridionale, ingabbiandone la complessità in immagini stereotipate, e per questo rigide, alimenta il mito di un Meridione sempre uguale a se stesso e quindi fermo nel tempo. I documentari governativi e quelli industriali danno grande centralità alla dialettica tra passato e presente. Nel primo caso, il passato anche a fronte del progresso non scompare mai e prende corpo nella tradizione. Il nuovo che arriva, in altre parole, si innesta su una società preesistente, che non è messa in discussione. Le due dimensioni, il vecchio e il nuovo, convivono in un processo armonico. Il documentario istituzionale, così, contribuisce a rafforzare l’immagine periferica e atemporale del Mezzogiorno, nonostante che nelle intenzioni ne voglia rivelare il superamento. Il nuovo portato dall’industrializzazione, invece, è descritto a parole come un flusso destinato ad allargarsi. Le immagini dei documentari, tuttavia, ce lo rappresentano solo interno alle fabbriche o ai cantieri. Il mondo vecchio, quindi, è cancellato solo in aree circoscritte e persiste al di fuori di esse. In tal senso, il documentario industriale rende vividamente il concetto di cattedrali nel deserto, che simboleggiano un’industrializzazione senza sviluppo, quindi una modernità e un progresso che non sono capaci di propagarsi oltre l’ambiente della fabbrica e di innescare un cambiamento complessivo. Fuori dagli stabilimenti, così, si coglie un Sud intatto nella sua arretratezza. Il documentario nel suo insieme, in definitiva, rende l’immagine del Mezzogiorno come periferia spaziale e temporale, rispetto a un centro ideale rappresentato dall’Italia e dal presente. Le periferie sono una costruzione culturale, forgiate da pratiche discorsive o da prodotti della cultura. Le aree marginali non sono un dato di natura, dunque, ma la conseguenza di uno specifico modo di guardare a esse. La definizione di margini, o di una dialettica tra un centro e una periferia, ha svolto un ruolo cruciale nella costruzione delle moderne nazioni, giacché gli stati nazionali sono stati fondati sulla base dell’identificazione di un centro, con funzioni determinanti, e di una periferia, che ha minore valenza. Questo vale anche per l’Italia e il Mezzogiorno. Il mondo contadino del Sud (ma anche di altre aree arretrate d’Italia) è stato a lungo considerato come espressione di arretratezza, che mal si confaceva ad uno Stato moderno. Per questo il sud è stato collocato ai margini e definito come una periferia nel processo di formazione della nazione. Questo modo di guardare al Meridione, preponderante su altri possibili, consentì di mettere a fuoco un’immagine complessiva ancora oggi ben salda nella coscienza, che orienta giudizi e politiche d’intervento, e influisce sull’identità e la coesione nazionale.

Parliamo di un fenomeno che esiste nell’identità di questo Paese, è la cultura di fondo che anima le politiche di frammentazione – o anche Autonomia differenziata – tanto di destra quanto di sinistra: dai tempi dell’unificazione il Sud è visto e descritto come inferiore, con la complicità di certa stampa che fa eco al governo. Negli anni novanta, «Benvenuti in Italia» era lo striscione dell’accoglienza a Verona e Bergamo, verso i napoletani. E Maradona affermò: «Lo scudetto che abbiamo conquistato è una rivincita mia e di Napoli sul Nord e sul razzismo che c’è in Italia». Oggi, quel saluto intriso di razzismo – altroché goliardia o sfottò, diciamola fino in fondo – viene tradotto in altri mille modi contro gli abitanti meridionali, con un accento razzista assai odioso, che fa da sfondo a slogan da stadio, discorsi politici e articoli di giornale, anche se affrontarne il tema sfacciatamente genererebbe indignazione. Ciò nonostante, alcuni giornalisti o certa stampa, peraltro finanziati dai fondi pubblici, se lo possono permettere. Si possono permettere, senza scandalo, di offendere e dire le peggiori frasi, senza pensarci due volte, contro i meridionali dietro l’idea di libertà di parola o di stampa, hanno generato un ricco inventario di razzismo, cioè, hanno sdoganato il razzismo sulle loro pagine e in quei programmi, con l’approvazione tacita di chi governa. Il principio di tolleranza di Voltaire non può valere per questi uomini, poiché alla parola e alla democrazia c’è un limite: la dignità umana.
Il razzismo è dunque qualcosa di esistente nell’identità italiana. Non prendiamoci in giro: è così. Il razzismo è la cultura di fondo che anima le politiche di frammentazione dell’Italia – leggasi anche legge sull’Autonomia differenziata – tanto di destra quanto di sinistra portate avanti almeno da venticinque anni. Così come si dovrebbe parlare di “due Italie”, anziché di Italia una, unita e indivisibile. Durante l’unificazione d’Italia le élites hanno condiviso e riprodotto il discorso europeo sulla modernità, identificando sé stesse con la civiltà europea e assegnando al Sud il ruolo di altro negativo non più solo del continente, ma anche della nuova nazione.
Dai topoi circolanti nei carteggi e nei dibattiti parlamentari e in genere nella pubblicistica del tempo, si avverte quanto il discorso pubblico del Risorgimento sia imbevuto di termini come “barbaro”, “degenerato”, “inferiore”, “degradato” per indicare le popolazioni meridionali. Al contempo, l’arretratezza diviene via via il significante complessivo del Mezzogiorno, del “difetto di modernità” posto dalla “questione meridionale” come sfida intorno alla quale si finge di mobilitare risorse ed energie, in un impeto paragonabile alla colonizzazione di un territorio esotico e selvaggio, grado zero della civiltà. Alla pari, l’apparato ermeneutico, retto su una sorta di “orientalismo” in un solo Paese, ha accompagnato le aspre pratiche di governo che hanno seguito l’unificazione nazionale, ricalcando assai da vicino quelle coeve, adottate da altre potenze europee nelle proprie colonie.
Simmetricamente, non mancano le versioni sull’alterità meridionale corroborate dal peso della scienza e dei suoi metodi: dalle insopprimibili differenze etno-razziali, invocate sul finire dell’ottocento, dalla Scuola di antropologia positiva e dall’invenzione del “romanzo antropologico”, alla stagione delle spedizioni etnografiche del secondo dopoguerra, con il “familismo amorale” o l’assenza di “cooperazione sociale”, fino al mito di un’atavica assenza di “senso civico” della politologia. La miseria ad assumersi la responsabilità dell’autogoverno non risiede in «condizioni economico-politiche obiettive, ma interne, innate nella popolazione meridionale», ovvero nell’«incapacità organizzativa degli uomini», nella loro «barbarie», nella loro «inferiorità biologica». In tale cornice, misure eccezionali e leggi speciali diventano retorica costituente per l’accesso alla civiltà e alla modernità. Mentre il razzismo verso i meridionali, nel reprimere le rivolte contro il latifondo, funge da organizzazione della forza-lavoro per la “grande trasformazione” dell’economia italiana, del passaggio dalla rendita al profitto, dall’agricoltura all’industria, come forma principale di produzione. Non è un caso che nel primo decennio del novecento vada diffondendosi l’urgenza di conoscere il Sud. Diverse sono le inchieste volte a indagarne proprio l’alterità. La più famosa è quella di Francesco Saverio Nitti ed Eugenio Faina, Inchiesta parlamentare sulle condizioni dei contadini nelle province meridionali e nella Sicilia. Si parla, qui, chiaramente dell’inferiorità del “contadino meridionale”, impreparato ad assumersi la responsabilità dell’autogoverno. Tale inferiorità, pur considerata un prodotto storico e ambientale, viene segnalata con termini quali “frode”, “violenza”, “basso livello intellettuale e morale”. Vengono poi riproposte tipizzazioni ed essenzializzazioni regionali, sostanzialmente negative, così come configuratesi nel corso dei secoli. Nell’invenzione di un’identità meridionale, si avverte aleggiare l’influenza e il peso proprio del “romanzo antropologico”. La sfiducia e il pessimismo nelle possibilità di cambiamento e di rinnovamento delle popolazioni meridionali si situano nella tradizione della “razza maledetta”. Anche il riferimento agli “incroci” con altri gruppi etnici, visto come possibilità di approdo alle attività civili superiori, ricalca, a distanza di oltre mezzo secolo, le soluzioni prospettate da Sergi, Niceforo, Lombroso, ecc. Il racconto del Mezzogiorno come alterità negativa è stato uno dei protagonisti principali del nation building all’italiana. 
Cristo si è fermato a Eboli libro di Carlo Levi, pubblicato da Einaudi nel 1945. Il piemontese Carlo Levi (1902-1975) era, insieme, scrittore e pittore, uomo politico e medico. Confinato dal regime fascista in un paese della Lucania (Basilicata), dove visse fra il 1935 e il 1936, dette testimonianza di questa sua esperienza qualche anno dopo, fra il 1943 e il 1944, scrivendo Cristo si è fermato a Eboli. Si fa riferimento al fatto che Aliano, un piccolo paese dell’entroterra lucano, è talmente arretrato e devastato dalla povertà e dalla malaria, che nemmeno Gesù l’ha voluto raggiungere, fermandosi nell’ultima città toccata dalla ferrovia e quindi dalla civiltà: Eboli, appunto, città della campagna, in provincia di Potenza è l’ultimo paese di cristiani. Cristiano è uguale a uomo. Nei paesi successivi, i nostri, non si vive da cristiani, ma da animali”. Dice Italo Calvino in uno dei due testi che introducono questo volume: “La peculiarità di Carlo Levi sta in questo: che egli è il testimone della presenza di un altro tempo all’interno del nostro tempo, è l’ambasciatore d’un altro mondo all’interno del nostro mondo. Possiamo definire questo mondo il mondo che vive fuori… L’immersione nella realtà sociologica del confino ad Aliano e la conseguente analisi dei ritmi della tradizione rurale con particolare riguardo ai suoi rapporti con lo Stato italiano, porta, grazie alla grande capacità osservativa dello scrittore-pittore, a una profonda analisi della questione meridionale, raccordando l’endemica arretratezza a un’incapacità storica di comprensione reciproca tra un Nord e un Sud profondamente divisi nel tempo e nella storia. In questo contesto, particolarmente interessante risulta la lucida contestualizzazione del fenomeno del brigantaggio.
«… Il brigantaggio non è che un accesso di eroica follia, e di ferocia disperata: un desiderio di morte e distruzione, senza speranza di vittoria…»
(Carlo Levi) 

L’errore dei Borbone fu inimicarsi Londra. L’ostilità inglese destabilizzò il Regno di Napoli.

Fin da quando salì al trono nel novembre del 1830, Ferdinando II concepì la presenza del Regno delle Due Sicilie sullo scacchiere europeo come quella di un’entità politica in crescita. Benedetto Croce, nella Storia del Regno di Napoli (Adelphi) notava che, nelle intenzioni di Ferdinando II, il regno doveva essere un organismo politico «nelle cui faccende nessun altro Stato avesse da immischiarsi, tale da non dar noia agli altri e da non permetterne per sé». Così, proseguiva Croce, il figlio di Francesco I «guardingo e abile si avvicinò alla Francia, si liberò della tutela dell’Austria, che aveva sorretto e insieme sfruttato la monarchia napoletana, e mantenne sempre contegno non servile verso l’Inghilterra che era stata la protettrice e dominatrice della sua dinastia nel ventennio della Rivoluzione e dell’Impero». Ma l’Inghilterra riteneva che l’aver difeso i Borbone ai tempi di Acton e di Napoleone le desse i titoli per poter ottenere una totale subalternità da parte di Ferdinando II. E dava segni di fastidio per quel «contegno non servile» di cui parlava Croce.

Fu così che Ferdinando II nel 1834 firmò (inconsapevolmente) la condanna a morte del suo regno. Quell’anno, 1834, nel pieno della «prima guerra carlista» (1833-1840), Ferdinando rifiutò di schierarsi a favore di Isabella II contro Carlo Maria Isidro di Borbone-Spagna nel conflitto per la successione a Ferdinando VII sul trono iberico. Dalla parte di Isabella, figlia di Ferdinando VII, e contro don Carlos, fratello del re scomparso, erano scese in campo Francia e Inghilterra, che considerarono quello del regime borbonico alla stregua di un vero e proprio atto di insubordinazione. Londra ci vide, anzi, qualcosa di più: il desiderio del Regno delle Due Sicilie di elevarsi, affrancandosi da antiche subalternità, al rango di medio-grande potenza. E da quel momento iniziò a tramare per destabilizzarlo. La storia di questa trama è adesso raccontata da un importante libro di Eugenio Di Rienzo, Il Regno delle Due Sicilie e le Potenze europee (1830-1861), pubblicato da Rubbettino.

Già nelle pagine della premessa a questo volume (che rende omaggio, con un’esplicita dedica, a Giuseppe Galasso e al suo Il Regno di Napoli. Il Mezzogiorno borbonico e risorgimentale, edito da Utet), Di Rienzo si rende conto del fatto che la pietas per il destino del regno borbonico lo espone al rischio di trasformare il suo racconto in quella che Benedetto Croce definì «storia affettuosa», simile alle «biografie che si tessono di persone care e venerate». O anche a quelle che sempre Croce definiva le «storie che piangono le sventure del popolo al quale si appartiene». Un rischio, scrive Di Rienzo, «forse tale da portare acqua al mulino di quell’Anti Risorgimento vecchio e nuovo» che – e qui cita il Giorgio Napolitano di Una e indivisibile (Rizzoli) – «con fuorvianti clamori e semplicismi continua a immaginare un possibile arrestarsi del movimento per l’Unità poco oltre il limite di un Regno dell’Alta Italia di contro a quella visione più ampiamente inclusiva dell’Italia unita, che rispondeva all’ideale del movimento nazionale (come Cavour ben comprese e come ci ha insegnato Rosario Romeo)». Però, prosegue Di Rienzo, a «chi ha scelto la professione di storico», non si può chiedere di «non ricordare che l’unione politica del Sud al resto d’Italia avvenne senza il consenso ma anzi contro la volontà della maggioranza delle popolazioni meridionali». E non lo si può esortare a «passare sotto silenzio come quell’unione, che per vari decenni successivi al 1861 non fu davvero mai “unità”, sia stata, in primo luogo, il risultato di un complesso e non trasparente intrigo internazionale in cui la Potenza preponderante sullo scacchiere mediterraneo contribuì a porre fine, una volta per tutte, alle velleità di autonomia del più grande “Piccolo Stato” della Penisola, giustificando una delle prime e più gravi violazioni del Diritto pubblico europeo della storia contemporanea». Parole molto forti: quella dell’Inghilterra nei confronti del Regno delle Due Sicilie sarebbe stata «una delle prime e più gravi violazioni del Diritto pubblico europeo della storia contemporanea».

Da lungo tempo il Regno Unito non aveva nascosto un grande interesse per la Sicilia. Giovanni Aceto nel volume De la Sicile et de ses rapports avec l’Angleterre (1827) scriveva: «Quest’isola non rappresenta per l’Inghilterra soltanto un importante avamposto strategico, da preservare, ad ogni costo, da una possibile occupazione della Francia che la minaccia dalle sue coste, ma costituisce anche il centro di tutte le operazioni politiche e militari che l’Inghilterra intende intraprendere nell’Italia e nel Mediterraneo». Un segnale al Regno di Napoli fu mandato nell’estate del 1831, quando fanti inglesi sbarcati dalla corvetta «Rapid» proveniente da Malta, condotta dal tenente di vascello Charles Henry Swinburne, occuparono l’isola Ferdinandea, un lembo di terra di circa quattro chilometri quadrati emerso dal mare tra Sciacca e Pantelleria, che si sarebbe nuovamente inabissato nel dicembre di quello stesso anno (la storia è stata ben raccontata da Salvatore Mazzarella in Dell’isola Ferdinandea e di altre cose, pubblicato da Sellerio, e in L’isola che se ne andò di Filippo D’Arpa, edito da Mursia). Un gesto del tutto sproporzionato data l’assoluta irrilevanza dell’isolotto. Ma che voleva essere un segno inequivocabile nei confronti di un’isola ben più importante, la Sicilia. Sicilia da cui l’Inghilterra importava vino, olio d’oliva, agrumi, mandorle, nocciole, sommacco, barilla e soprattutto zolfo usato per la preparazione della soda artificiale, dell’acido solforico e della polvere da sparo. Zolfo che fu all’origine di un contenzioso dal quale uscirono ulteriormente deteriorati i rapporti anglo- napoletani: ne venne fuori quella che Ernesto Pontieri – nei saggi raccolti in Il riformismo borbonico nella Sicilia del Sette e dell’Ottocento (Esi) – ha definito una «politica di rancori, di insidie, di mal celata avversione verso uno Stato (il regno borbonico) che non senza ragione conservava rispetto all’Inghilterra immutata la sua diffidenza».

Ai tempi della rivoluzione del 1848, quando, il 13 aprile, il General Parlamento di Palermo, dopo aver dichiarato la decadenza della dinastia borbonica, aveva deliberato «di chiamare un principe italiano sul trono, una volta promulgata la Costituzione», confidando nelle assicurazioni del plenipotenziario inglese Henry Gilbert Elliot Murray Kynynmound Minto, il ministro degli Esteri britannico Henry John Temple, visconte di Palmerston, si impegnò a garantire l’indipendenza del nuovo regno se la scelta del popolo siciliano avesse favorito la candidatura di un membro di Casa Savoia in alternativa a quella del secondogenito di Ferdinando II o del giovanissimo figlio del Granduca di Toscana, avanzata dalla Francia.

Fu Carlo Alberto che, dopo la sconfitta di Custoza (27 luglio), decise di risparmiarsi il conflitto con il Regno di Napoli, ciò che consentì a Ferdinando II di rompere gli indugi e ordinare alla sua armata guidata dal principe di Satriano, Carlo Filangieri, di varcare lo stretto, bombardare Messina e marciare trionfalmente alla riconquista di Palermo. All’epoca l’Inghilterra era ormai in una posizione di ostilità dichiarata e il 15 settembre 1849 inviò al nuovo capo del governo napoletano, Giustino Fortunato, una nota nella quale si sosteneva che «la rivoluzione siciliana era stata provocata dal malcontento generale, antico, radicato, causato dagli abusi del governo borbonico e dalla violazione dell’antica Costituzione siciliana, ripristinata e aggiornata dal patto politico del 1812, promulgato sotto gli auspici della Gran Bretagna, che, anche se provvisoriamente sospeso, non era stato mai considerato abolito dal consorzio europeo». La nota aggiungeva, minacciosamente, che «qualora Ferdinando II avesse violato i termini della capitolazione e perseverato nella sua politica di oppressione, il Regno Unito non avrebbe assistito passivamente a una nuova crisi tra il governo di Napoli e il popolo siciliano».

In Inghilterra divenne un caso molto dibattuto quello di Carlo Poerio, ministro dell’Istruzione nel governo costituzionale napoletano del 1848, che nel ’49 fu arrestato, processato e condannato a 24 anni di carcere duro (ne avrebbe scontati 10, per poi riparare in Piemonte dove gli sarebbe stato riconosciuto un rango politico di primo piano). Fu in questo clima che nel Regno Unito furono rese pubbliche le due lettere di William Ewart Gladstone a lord Aberdeen, che volevano essere un rapporto sulle carceri borboniche e sul trattamento dei prigionieri nel quale il regime di Ferdinando II veniva definito alla stregua di una «negazione di Dio». Un testo caratterizzato da una certa enfasi e non poche esagerazioni.

È in questo momento storico che Ferdinando II decise di dare una seconda prova di carattere – la prima era stata quella di cui all’inizio della «guerra carlista» – che gli sarebbe costata cara. Nel gennaio del 1855 si chiamò fuori dalla guerra di Crimea, nella quale, invece, Cavour si era schierato, a fianco di Francia e Inghilterra, contro la Russia. Nell’estate di quell’anno, scrive Di Rienzo, «convinto che l’offensiva dei coalizzati si sarebbe infranta sulle fortezze di Sebastopoli, il governo borbonico promulgava il divieto di concedere il passaporto ai sudditi siciliani per evitare che questi si potessero arruolare nella Legione anglo-italiana, composta da fuoriusciti politici della Penisola, ed emanava nuove disposizioni sanitarie, giustificate dall’epidemia di colera sviluppatasi in Crimea, che imponevano una quarantena di quindici giorni a tutto il naviglio proveniente dall’Impero ottomano».

Palmerston, divenuto primo ministro, nella seduta della Camera dei Comuni del 7 agosto accusava il regime borbonico di essersi schierato con la Russia, anzi di esserne diventato un vassallo. A suo avviso «nonostante la distanza geografica che separava i due Stati, l’influenza russa su Napoli era progressivamente cresciuta fino a divenire predominante». Secondo Palmerston, «il regno borbonico aveva dimostrato sfrontatamente la sua ostilità alla Francia e all’Inghilterra vietando l’esportazione di merci che il suo stato di neutrale gli avrebbe consentito tranquillamente di continuare a trafficare». Questa «palese violazione del diritto internazionale» appariva tanto più grave in quanto «perpetrata da un governo che si era macchiato di atti di crudeltà e di oppressione verso il suo popolo, assolutamente incompatibili con i progressi della civiltà europea». E qui il riferimento alle già citate lettere di Gladstone era quasi esplicito.

Palmerston fece di più: utilizzò fondi riservati del Tesoro britannico per finanziare una spedizione per liberare Luigi Settembrini, autore nel 1847 della Protesta del popolo delle Due Sicilie, Silvio Spaventa e Filippo Agresti, condannati a morte nel 1849, la cui pena era stata commutata nel carcere a vita da scontare nell’ergastolo dell’isolotto di Santo Stefano. L’operazione, progettata per la tarda estate del 1855, non arrivò a compimento, «ma», scrive Di Rienzo, «anche quel tentativo dimostrò, comunque, quale fosse il rispetto di Londra per la sovranità dello Stato borbonico e come la ferma volontà dimostrata da Ferdinando II di rivendicare l’autonomia del suo regno nelle grandi scelte di politica estera fosse prossima a ricevere un’esemplare punizione». Punizione «che i governi alleati avrebbero giustificato, servendosi di motivazioni completamente strumentali, tutte concentrate sulla critica della politica interna delle Due Sicilie, nell’impossibilità di usarne altre motivate da reali giustificazioni giuridiche attinenti la violazione del diritto internazionale».

Di qui un crescendo di manifestazioni di ostilità da parte dell’Inghilterra (ma anche, sia pure in minor misura, della Francia) nei confronti del Regno di Napoli. Palmerston pretende dalla corte di Caserta il licenziamento del direttore di polizia Orazio Mazza, accusato di aver offeso durante una rappresentazione teatrale («un episodio trascurabile», lo definisce Di Rienzo), il segretario della legazione inglese George Fagan. Il Times suggerisce addirittura di inviare a Napoli, a mo’ di «spedizione punitiva», navi Britanniche che avrebbero dovuto ottenere «gli stessi risultati delle missioni intimidatorie guidate dal commodoro Matthew Calbraith Perry, nella baia di Edo, tra il 1853 e il 1854, per ridurre a ragione la resistenza dello shogun Ieyoshi Tokugawa». Così come gli Stati Uniti in Estremo Oriente, termina l’articolo del Times, anche la Gran Bretagna non poteva tollerare l’esistenza di «un Giappone mediterraneo posto a poche miglia da Malta e non eccessivamente distante da Marsiglia». Immediatamente il ministero degli Esteri inglese fa eco a quell’editoriale, diramando una nota in cui si afferma che «il governo di sua maestà non poteva non tener conto dei sentimenti dell’opinione pubblica e dei circoli politici britannici perfettamente rispecchiati dalla stampa londinese». Solo la regina Vittoria riesce ad evitare che si passi dalle parole ai fatti. E risponde al governo con queste parole: «La regina, dopo aver esaminato la documentazione da voi allegata, ha espresso la più decisa contrarietà a una dimostrazione navale (che per essere efficace dovrebbe contemplare la possibilità di un’apertura delle ostilità) indirizzata ad ottenere dei cambiamenti nel regime politico delle Due Sicilie». In ogni caso prudentemente Ferdinando II decide di congedare Mazza.

Trascorre un po’ di tempo e si verifica un nuovo incidente. L’ambasciatore a Londra di Ferdinando II, Antonio La Grua, principe di Carini, informa «di aver rintuzzato con tagliente ironia le provocazioni di Palmerston il quale durante un ricevimento ufficiale gli aveva chiesto notizie di Carlo Poerio». Alle rimostranze del primo ministro britannico, il quale lo invitava a considerare che la detenzione di Poerio «non era materia di scherzo ma costituiva un affare serio e grave di cui il vostro governo conoscerà tra breve l’importanza», il diplomatico napoletano si vantava di aver ribattuto di non arrivare a capire «perché la sedicente magistratura d’Europa s’intestardisca a occuparsi delle nostre faccende e si dia pena di studiare una farmaceutica ricetta di cataplasmi senza avvertire il bisogno di tastare il polso, di guardare la lingua e ricercare i sintomi dell’ottima salute nostra».

Qualche anno dopo il ministro degli Esteri inglese, James Howard Harris (lord Malmesbury) si fermò a riflettere nelle sue memorie sul «caso Poerio» e sulle sue conseguenze. Palmerston e Gladstone, a suo avviso, avevano «commesso l’errore di mettere in discussione i diritti sovrani di uno Stato dispotico senza considerare che anche un regime assoluto possedeva le identiche prerogative di una repubblica o della stessa Inghilterra di difendersi contro gli avversari che lo volevano rovesciare con la violenza». Certo il regime borbonico era afflitto dalla «lentezza della giustizia». «Ma le torture alle quali Poerio si dice sia stato sottoposto», prosegue Malmesbury, «furono, a mio parere, inventate di sana pianta… Nessun individuo, trattato in maniera tanto disumana, avrebbe potuto ristabilirsi così rapidamente in soli tre mesi e apparirmi in così florida salute come Poerio che, quando mi fu presentato, nel 1859, alla Camera dei Lords dal conte di Shaftesbury, venne da me scambiato per un giovane pari reduce da una salubre villeggiatura». «Giusto o sbagliato che fosse», concludeva Malmesbury, «Ferdinando II, soprannominato “re bomba”, aveva una tale cattiva reputazione che tutto era lecito contro di lui, però, se si esclude questo sentimento largamente diffuso nell’opinione pubblica britannica, una spedizione armata diretta contro il suo regno costituiva una misura assolutamente illegittima».

È un fatto che in quegli anni il Regno di Napoli fu sottoposto ad una sorta di apartheid internazionale. Che parve attenuarsi solo verso la fine del 1856, quando esplosero moti a Palermo, a Cefalù, e, l’8 dicembre, si ebbe un tentativo (fallito) di regicidio contro Ferdinando II compiuto da Agesilao Milano. Il re cercò di approfittarne e di «risolvere» il problema dei detenuti politici avviando trattative per stipulare una convenzione con l’Argentina, al fine di stabilire sul Rio de la Plata «una colonia di sudditi napoletani, già condannati o in attesa di giudizio per delitti politici, che in quelle terre sarebbero stati confinati in commutazione della pena da espiare nella madrepatria». Ma Palmerston si affrettò a dichiarare ai Comuni che «l’invio dei detenuti in Argentina non poteva costituire un passo soddisfacente per riallacciare le normali relazioni diplomatiche con Napoli, perché le carceri napoletane, una volta svuotate, sarebbero state immediatamente riempite con nuove vittime della tirannia dei Borbone».

Quindi (28 giugno 1857) fu la volta della sfortunata spedizione a Sapri di Carlo Pisacane: un tentativo insurrezionale che-per l’ostilità dell’esercito ma anche del popolo – fallì e fu represso con durezza. Dell’equipaggio del piroscafo a vapore «Cagliari» di Pisacane facevano parte due macchinisti inglesi, tratti in arresto dalla gendarmeria napoletana. L’Inghilterra si mosse immediatamente per reclamare non solo la loro liberazione, ma addirittura un adeguato indennizzo economico che li risarcisse dell’«ingiusta detenzione».

Nel gennaio del 1859 Ferdinando II concede l’esilio perpetuo a circa novanta prigionieri (tra i quali Poerio). Inasprisce, però, le pene per i futuri arrestati. Così l’Inghilterra continua a tener viva la tensione con il regime borbonico e Londra sarà in prima fila a sostenere, nel 1860, l’impresa dei Mille. «Il Regno Unito», scrisse Malmesbury nelle sue memorie, «si sentiva autorizzato a servirsi della spada e dell’intuito del grande bucaniere Giuseppe Garibaldi contro i suoi nemici, come nel passato aveva utilizzato Drake e Raleigh, che gli spagnoli giustamente chiamarono pirati». Per di più nel mese di giugno tornarono al governo Palmerston e Gladstone, i più implacabili nemici della dinastia napoletana. Da quel momento l’aiuto inglese a Garibaldi fu decisivo.

Questa, del supporto britannico alla «liberazione del Mezzogiorno», è un’ipotesi che, scrive Di Rienzo, «la storiografia ufficiale ha sempre accantonato, spesso con immotivata sufficienza, e che ha trovato credito soltanto in una letteratura non accademica accusata ingiustamente, a volte, di dilettantismo e di preconcetta faziosità filo borbonica». Eppure c’è una gran mole di documenti che «mostrano almeno la plausibilità di questa interpretazione». E questo libro ce ne offre un’accurata disamina.

C’è la documentazione dell’aiuto inglese al viaggio e all’impresa di Garibaldi in Sicilia. Ma ci sono anche le prove della consapevolezza inglese dell’alleanza tra la malavita napoletana e gli insorti, evidenze che già si intravedevano nella Storia della camorra di Francesco Barbagallo edita da Laterza. Il 31 luglio 1860, il diplomatico inglese Henry George Elliot informa il Foreign Office «che numerose bande camorristiche erano pronte a scendere in campo per contrastare, armi alla mano, la mobilitazione dei popolani rimasti fedeli alla dinastia borbonica, per presidiare il porto in modo da facilitare uno sbarco delle truppe piemontesi e per controllare le vie di accesso a Napoli al fine di rendere possibile l’ingresso dei volontari di Garibaldi». Allo stesso modo Londra sapeva quasi tutto dell’attività di quel Liborio Romano che assoldò quei malavitosi «liberali» di cui ha recentemente scritto Nico Perrone in L’inventore del trasformismo. Liborio Romano, strumento di Cavour per la conquista di Napoli edito, anche questo, da Rubbettino.

In seguito alcuni uomini politici inglesi usarono parole di condanna per quel che era accaduto in quegli anni. Soprattutto dopo la «liberazione del Mezzogiorno». In Parlamento, il deputato conservatore Pope Hennessy aveva definito il tutto un «dirty affair» (sporco affare) e aveva denunciato «la furiosa repressione dell’armata sarda che si era macchiata di crimini contro l’umanità ben più efferati di quelli che l’opinione pubblica europea aveva imputato a Ferdinando II e al suo sventurato erede». Nella stessa sede George Cavendish-Bentinck aveva messo in evidenza quale errore fosse stato per il Regno Unito provocare quel grande incendio nell’Italia del Sud, in violazione di tutte le leggi internazionali. E uno dei più stretti collaboratori di Disraeli, Henry Lennox, aveva detto esplicitamente che sostituire il «dispotismo di un Borbone» con lo «pseudo liberalismo di un Vittorio Emanuele» era stato un grande sbaglio. Anche perché così «il Regno Unito aveva prostituito la sua politica estera appoggiando un’impresa illegittima e scellerata che aveva portato all’instaurazione di un vero e proprio regno del terrore». Fu per queste vie, conclude Di Rienzo rievocando il successivo sprezzante diniego britannico alla richiesta italiana di istituire una colonia penale in un isolotto prospiciente la baia di Gaya, nel sultanato del Brunei, che l’Italia unita ereditò «quella stessa debolezza geopolitica che aveva accelerato, se non addirittura provocato, la fine del Regno delle Due Sicilie». Un destino che si sarebbe riflesso sul nostro Paese fino ai giorni nostri, «nel segno», è la conclusione di Eugenio Di Rienzo, «di un passato destinato a non passare».

Vedi insight e inserzioni

Metti in evidenza il post

Tutte le reazioni:

2121