Un caposaldo dell’Orgoglio Meridionale: l’interpellanza parlamentare dell’on. Angelo Manna

Resoconto stenografico 597 – seduta di lunedì 4 marzo 1991 – Presidenza del Vicepresidente Adolfo SARTI

PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca: Interpellanza e interrogazioni.
Cominciamo dalla seguente interpellanza:
Il sottoscritto chiede di interpellare il Ministro della Difesa, per sapere – constatato che vige tuttora il più ostinato e pavido top secret di fatto su quasi tutti i documenti comprovanti gli intenzionali bestiali crimini perpetrati dalla soldataglia piemontese ai danni delle popolazioni, per lo più inermi, delle “usurpate province meridionali” dal tempo della camorristica conquista di Napoli a quello della cosiddetta “breccia di Porta Pia” (praticata dai papalini dal di dentro delle mura leonine?..): top secret voluto, evidentemente, dai grandi custodi di quell’epoca di scelleratezze e di razzie che prese il nome di “Risorgimento italiano” e della quale il sud paga sempre più a caro prezzo le conseguenze; considerato altresì che nell’assoggettato ex reame libero e indipendente va assumendo, finalmente, sempre più vaste proporzioni quel processo di revisione e di demistificazione della storia scritta dai vincitori (tuttora ufficiale!) che dovrà fornire le motivazioni di fondo e lo stimolo alle future immancabili rivendicazioni politiche delle colonizzate regioni -: quando vorrà degnarsi di consentire il libero accesso agli archivi dello stato maggiore dell’esercito italiano che nascondono tuttora, in almeno duemila grossi volumi, documenti fondamentali di natura non già soltanto militare (ordini, dispacci, rapporti relativi a movimenti di truppa e ad esiti di combattimenti, di imboscate e di raid repressivi e briganteschi), ma anche e soprattutto di natura squisitamente politica: istruzioni riservate e anche cifrate del governo subalpino a profittatori, luogotenenti, prefetti, ufficiali superiori, sindaci, comandanti di guardie nazionali; verbali di interrogatori eseguiti nelle carceri, nelle caserme, presso le sedi municipali dagli aguzzini in uniforme che si coprono di disonore nell’infame periodo delle leggi marziali e delle sbrigative esecuzioni capitali; soffiate di spie e informazioni di agenti segreti ai militari, distinte di requisizioni e di espropri illegittimi con l’indicazione delle vittime; elenchi dettagliati dei preziosi, dei contanti e degli oggetti d’arte o sacri razziati nelle case, nei banchi pubblici, nei palazzi reali e nelle chiese; concessioni, infine, di premi, cattedre universitarie o liceali, sussidi una tantum o vitalizi a rinnegati, prostitute, delinquenti comuni (camorristi) e profittatori dai nomi altisonanti trasformati in “eroi puri” e beatificati o divinizzati nei sacri testi della agiografia risorgimentale
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L’onorevole Manna ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-01134.
Angelo MANNA. Rinunzio ad illustrarla, signor Presidente, e mi riservo di intervenire in sede di replica.
PRESIDENTE. L’onorevole sottosegretario di Stato per la difesa ha facoltà di rispondere.
Clemente MASTELLA. Sottosegretario di Stato per la difesa. Signor Presidente, onorevole Manna, la mia risposta – me ne dispiace molto – è brevissima, per la verità. L’accesso ai documenti sul brigantaggio custoditi presso lo stato maggiore dell’esercito, contenuti in circa 140 contenitori e non duemila, come si legge nell’interrogazione, è libero. Unica formalità di rito è una richiesta scritta preventiva, necessaria per regolare l’afflusso dei visitatori. I documenti sono già stati utilizzati per realizzare opere edite.
PRESIDENTE. L’onorevole Manna ha facoltà di dichiarare se sia soddisfatto per la sua interpellanza n. 2-01134.
Angelo MANNA. Signor Presidente, non credo di potermi dichiarare soddisfatto per la risposta fornitami dall’onorevole sottosegretario, che avrei preferito non vedere stasera in quest’aula per il fatto che sono suo conterraneo e so benissimo quanto è costato ai suoi antenati vivere a Ceppaloni, a un tiro di schioppo da Casalduni e Pontelandolfo, terre ancora oggi maledette, terre di briganti, come furono definite, con tanto di carta protocollo e timbri dal regno unitario, nel 1861. Della risposta che a nome del governo si è degnata di dare alla mia interpellanza, ella è stato soltanto – mi scusi – la voce: e neppure la voce dell’attore, ma – mi consenta – quella del pappagallo (non ce l’ho con lei personalmente), perché quale rappresentante del Governo ella si è informata sommariamente e si è accontentata della solita risposta evasiva, degna soltanto della massima commiserazione, vista che a fornirgliela sono stati alti ufficiali di un esercito che è proprio quello che io mi sono sforzato di descrivere per 35 anni, degno erede di quello sardo-piemontese. Quello che è peggio, signor sottosegretario, è che, lungi dall’aver risposto in maniera neppure evasiva, ella ha prestato la sua voce di pappagallo ad uno stantio e puzzolente copione che, scritto male e stampato peggio, è quello che la solita combriccola dello stato maggiore dell’esercito italiano rabbercia e stiracchia a piacimento da più di un secolo, e da più di un secolo riesce ad imporre finanche ai rappresentanti del Governo dello Stato unitario, perché ad esso possono prestare soltanto la voce, e neppure quella dell’attore: quella del pappagallo. Per carità di greppia? No! Per carità di patria. Sì!
Certo: l’ufficio storico dello stato maggiore dell’esercito italiano è l’armadio nel quale la setta tricolore conserva e protegge i suoi risorgimentali scheletri infami; conserva e protegge le prove delle sue gloriosità sempre abiette; conserva e protegge le prove che nel 1860 l’esercito italiano calò a tradimento nel Regno di Napoli e si comportò, secondo il naturale dei suoi bersaglieri e carabinieri, da orda barbarica; conserva e protegge le prove che Vittorio Emanuele II di Savoia, ladro, usurpatore ed assassino – e perciò galantuomo – nonché il suo protobeccaio Benso Camillo, porco di Stato – e perciò statista sommo – ordinarono ai propri sadici macellai di mettere a ferro e a fuoco l’invaso reame libero, indipendente e sovrano e di annetterlo al Piemonte grazie ad un plebiscito che fu una truffa schifosa, combinata da garibaldesi, soldataglia allobrogica e camorra napoletana.
L’ufficio dello stato maggiore dell’esercito italiano è l’armadio nel quale l’unificazione tiene sotto chiave il proprio fetore storico: quello dei massacri bestiali, delle profanazioni e dei furti sacrileghi, degli incendi dolosi, delle torture, delle confische abusive, delle collusioni con Tore e Crescienzo (all’anagrafe Salvatore De Crescenzo) e con la sua camorra, degli stupri di fanciulle, delle giustizie sommarie di cafoni miserabili ed inermi, delle prebende e dei privilegi dispensati a traditori, assassini e prostitute, come la famigerata Sangiovannara, De Crescenzo, anch’essa, per l’anagrafe… Quali studiosi hanno potuto aprire questi armadi infami, signor sottosegretario? I crociati postumi, gli scribacchini diventati cattedratici per aver saputo rinnegare la propria origine e per aver saputo rinunciare alla ricerca della verità storica, per aver dimostrato di saper essere i sacerdoti del sacro fuoco del mendacio. Signor Presidente, per favore, si giri: guardi il pannello alle sue spalle. E’ falso, è un falso storico! L’ho detto e ridetto sette anni fa: alle urne, nel Regno di Napoli invaso, si presentò solo l’1,9 per cento! Come si ebbe, allora, un milione di voti?
Mauro MELLINI. Si fece con la tecnica dell’8 per mille!
Angelo MANNA. Sapessi a quante tecniche si fece ricorso!
PRESIDENTE. Onorevole Manna, mi consenta di interromperla. Le prometto che detrarrò dal computo del tempo a sua disposizione quello utilizzato per il mio intervento. Vorrei che lei sapesse che l’ascolto: anch’io mi considero un modesto cultore delle memorie storiche. Naturalmente, mi sono fatto un’opinione precisa, anche perché ho un’età purtroppo più avanzata della sua.
Angelo MANNA. Non è colpa sua, né merito mio…
PRESIDENTE. Mi consenta di farle una piccola raccomandazione sul linguaggio. Non mi permetterei mai di entrare in un dibattito storiografico di tanto interesse. La invito soltanto a quella moderazione di linguaggio per la narrazione di eventi drammatici, che pure appartengono in qualche modo alla storia d’Italia. Ne guadagnerà anche l’obiettività, la serenità e l’austerità di quest’aula.
Angelo MANNA. La ringrazio, signor Presidente. Accetto comunque la sua raccomandazione anche perché so che lei, da buon piemontese serio, ha letto i testi scritti sull’altra sponda e quelli del suo generale piemontese (una persona perbene) il Bertoletti, che ha scritto Il Risorgimento visto dall’altra sponda: un testo che io stesso curai quando l’editore napoletano Arturo Berisio volle ripubblicarlo, una trentina di anni fa.
PRESIDENTE. Conosco perfettamente questo genere letterario e le voglio ricordare che una casa editrice piemontese, che anche posso nominare…
Angelo MANNA. Io le dirò che è stato ristampato a Napoli.
PRESIDENTE. …nell’immediato secondo dopoguerra presentò una raffigurazione della storia d’Italia più problematica di quella esposta nei testi ufficiali. Mi riferisco ad un testo aureo che credo lei abbia ben presente, e che è L’Alfiere di Alianello.
Angelo MANNA. La ringrazio per la citazione. Alianello è uno dei miei sacri evangelisti.
Clemente MASTELLA, sottosegretario di Stato per la Difesa. Visto l’andamento della discussione, il Governo non c’entra! E’ un dialogo fra di voi.
Angelo MANNA. I piemontesi “buoni”, voglio dire onesti, ci sono sempre stati, ed anche a quel tempo. Uno per tutti il generale Covone, fior di galantuomo, che però ebbe il torto di mettersi troppe volte sugli attenti di fronte ad una canaglia come Cialdini e a emeriti cialtroni come Fanti, Della Rocca, Pinelli. Li vogliamo nominare tutti i cattivi? Non la finiremmo più! Certo, signor Presidente, anche qualche generale italiano è stato preso di recente dalla fregola della ricerca storica. E quello che è riuscito a capire, a scrivere e a dare alle stampe, è stato ed è mi consenta, signor Presidente – roba da storico voltastomaco.
Il generale Oreste Bovio, che dal 1980 al 1982 ha retto l’ufficio storico dell’esercito italiano, ha osato pubblicare nel 1987, naturalmente a spese dello Stato, quanto segue:”Non può ragionevolmente essere fatto alcun addebito all’ufficio storico dell’esercito per non aver sentito la necessità di analizzare un comportamento delle unità impiegate nella lotta al brigantaggio. Quale importanza potevano avere allora piccoli scontri con briganti e predoni?”. Povera storia, signor Presidente! Poveri cafoni meridionali, povera questione ardente, agraria, sociale! Povero Pasquale Villari, povero Antonio Gramsci, povero Guido Dorso, povero Gaetano Salvemini, povero Franco Molfese! Povera questione meridionale! Voglio supporre che questo Oreste Bovio sia stato gratificato abbastanza, magari con diplomi medaglie e mance competenti, dalla setta allobrogo-ligure-longobarda alla quale ha mostrato di sapere tanto bene reggere il sacco. E voglio sperare che levarie leghe nordiste, tanto care al liberalcapitalismo (gratificato a dovere dal “negrierismo” a basso costo sacramentato dalla legge Martelli) vorranno tenere presente, nelle loro antistoriche confutazioni della storia, questo pagliaccio di generale che, loro involontario profeta, con pochi tratti di penna pagatigli dallo Stato, ha annullato gli orrori dei massacri contadini meridionali da parte dell’orda assetata di sangue e di bottino, ed ha creduto che il clòu della questione meridionale – la sua bestiale conseguenza e cioè l’emigrazione in massa, come “cacciata dei cafoni” dalle proprie terre – fosse una fola inventata da revanscisti borboniani, o capricci di meridionali dediti al girovaghiamo per essere nati con la spiccata tendenza al turismo. Certo, negli armadi dello stato maggiore vi saranno anche le prove del fatto – ormai provato abbastanza – che, se a partire dal 1860, alla sua prima uscita, il regno unificato scrisse pagine vergognose ed abiette, non si rifece affatto nella prima guerra mondiale e toccò il fondo nella seconda, quando tradì nel 1914 la Triplice e quando, trent’anni dopo, tradì Germania e Giappone ed accorse in aiuto del vincitore anglo-franco-americano e si fece finanche stuprare, eroicamente, si capisce, dai marocchini. Ma noi del Sud – che non intende subire ulteriormente il danno della colonizzazione tendente all’assoggettamento totale e la beffa della distorsione premeditata dei fatti storici, che la sua colonizzazione determinò – non interessano le bubbole che i vestali del sacro fuoco del mendacio tricolore fanno propalare anche ad un sottosegretario di stato, nella certezza che, per carità di patria, anche egli, come i suoi predecessori, non disdegni di farsi complice loro nel servire la mistificazione e i suoi profeti abietti.
L’ufficio storico dell’esercito italiano custodisce e protegge le prove storiche che quella sacra epopea, che fu detta Risorgimento, altro non fu se non una schifosa pagina di rapine e di massacri scritta da un’orda barbarica che, oltre la vita ed i beni, rubò al Sud e portò nell’infrancesato Piemonte finanche il sacro nome d’Italia. Gli armadi con gli scheletri infami, che riguardano la repressione del cosiddetto brigantaggio – che fu epopea storica di decine di migliaia di cafoni disperati – recano la catalogazione G11 e G3, e sono circa 150 mila i fogli che, contenuti in 140 dossiers, costituiscono la prova documentale delle efferatezze subito dal Reame degradato a feudo sabaudo, da disbattezzare, spremere, colonizzare e sottomettere. Signor sottosegretario, signor Presidente, colleghi, io non mi chiedo affatto se l’aspetto più vergognoso sia rappresentato dal non già ottuso ma settario rifiuto da parte degli eredi della soldataglia piemontese, ligure e lombarda di aprire gli armadi infami, o se sia piuttosto rappresentato dall’acquiescenza, che è omertà passiva, di un Governo che consente a dei soldati (che possono solo gloriarsi di avere fatto carriera sul campo dell’eterna battaglia delle lottizzazioni ingaggiata dai partiti democratici egemoni) di gestire a piacimento una massa di documenti storici di eccezionale valore e di concederli in visione a piacimento soltanto a scrittorelli di indubbia fede antistorica, che non sprezzerebbero mai il sacro giuramento ateo liberal-capitalistico di servire vita natural durante il mendacio tricolore sul quale è fondata l’ancora imperversante agiografia del cosiddetto Risorgimento.
Sulla questione dell’ufficio storico dell’esercito italiano quattro anni fa Giorgio Boccascrisse su L’Espresso: “Sarebbe davvero troppo chiedere ai militari di documentare e pubblicizzare le violazioni della morale comune che il potere politico gli ha chiesto e ordinato”. Il Bocca non andò oltre, non so se per calcolo tricolorico o per improvviso inceppamento del cervello. Oltre – me lo consenta, signor Presidente – vado io. Affermando che il copione che i responsabili dell’ufficio storico dell’esercito italiano rabberciano e stiracchiano a piacimento e impongono persino ad un rappresentante del Governo italiano affinché si compiaccia di prestare alle sue battute soltanto la voce (neppure quella dell’attore, ma quella del pappagallo), ha 131 anni e non può essere rimaneggiato, riveduto, corretto, adattato ai tempi, adeguato alle necessità della storia. Sarebbe troppo esigere dai militari l’apertura degli armadi nei quali sono custoditi e protetti gli scheletri del cosiddetto Risorgimento. Ma non perché mai e poi mai, signor Presidente, un esercito ammetterebbe i crimini di cui si è macchiato per ordine di una classe politica egemone. Tutti gli eserciti del mondo commettono crimini orrendi, saponificando, napalmizzando, lanciando bombe atomiche, chimiche, batteriologice, ed è umano che nessun esercito sia disposto a mettere in piazza la propria disumanità e a produrne l’inconfutabile prova documentale.
Nel nostro caso, però, si tratterebbe di mettere in piazza che gli eroi del cosiddetto Risorgimento furono dei criminali sull’orlo dell’asburgizzazione, e che i loro sacri ideali fecero da paravento a uzzoli predatori e sanguinari. Al grido di:”fuori lo straniero” gli eroi – cioè i criminali – imposero ai rinnegati e agli spergiuri del Regno di Napoli la cacciata di un re che era napoletano da quattro generazioni e la distruzione di uno Stato libero, indipendente e sovrano.
Ed al suo posto imposero un re che parlava francese e che era il re più spergiuro e fellone e debitoso d’Europa, a prova di storia. Nel nostro caso si tratterebbe di mettere in piazza che l’annessione del reame napoletano fu un’operazione che senza l’intervento della camorra non sarebbe riuscita. Furono i camorristi di Salvatore De Crescenzo, “Tore e Crescienzo”, a presidiare i seggi nel corso del truffaldino plebiscito e ad “uccidere di mazzate” i difensori timidi, pavidi, delle ragione della monarchia nazionale borbonica. E furono ancora i camorristi ad inchiodare con le bocche rivolte verso il mare i cannoni che i fedelissimi della guardia nazionale (che si fregiava della bandiera tricolore, signor Presidente) avevano puntato sulla stazione ferroviaria dove, proveniente da Salerno, sarebbe arrivato lui, il leone imbecille, Giuseppe Garibaldi.
Nel nostro caso, signor Presidente, si tratterebbe di mettere in piazza che ai decennali massacri belluini perpetrati dall’orda barbarica seguì un’emigrazione che fu un’esplosione, a catena, che fu l’effetto della raffica di calcioni tricolori sparata dal regno unitario nei fondelli sfondati di coloro i quali avevano avuto l’infelice idea di scampare ai massacri. In tal modo si renderebbero pubbliche finalmente le cause vere della questione meridionale e si fornirebbero dunque ai politici e ai sindacati di oggi, signor Presidente, le basi sulle quali impiantare, finalmente, la fabbrica dei rimedi specifici. Nel nostro caso, infine, si tratterebbe di mettere in piazza che l’invasione, l’annessione e i massacri subiti dall’Emirato libero e sovrano del Kuwait pochi mesi fa li subì il Reame di Napoli ad opera di Saddam Hussein che si chiamava Vittorio Emanuele II, nel 1860…
Mauro MELLINI. In fatto di poligamia certamente un collegamento c’è!
Angelo MANNA. …e che anche allora l’invasione, l’annessione ed i massacri costituirono una violazione del diritto internazionale… Ma noi non avevamo il petrolio, caro Mellini. Avevamo soltanto l’oro, la dignità, l’onore… E, ciò che contava, eravamo un’enorme piazza di consumo: un mercato di nove milioni e mezzo di bocche!… E la comunità mondiale se ne stette comodamente a guardare! E, quando fu raggiunta dagli urli di sdegno degli uomini, e dai lamenti dei torturati, e dalle grida delle fanciulle, stuprate – signor Presidente, lei che è un cultore di storia – talvolta soltanto a colpi di baionetta, si affrettò a chiudere finestre e balconi; infastidita, molestata dal rumore. Signor sottosegretario, ho avuto dei rapporti con Falco Accade, che è stato Presidente della Commissione Difesa nella IX legislatura, e con i colleghi Edo Ronchi e Guido Pollice. Abbiamo spesso convenuto che bisognerebbe trasferire la massa documentale di cui l’esercito è tenutario e protettore dal 1856 (da quattro anni prima dell’annessione del Regno di Napoli a quello piemontese:quindi da quando non era esercito italiano ma esercito sardo-piemontese) presso gli archivi di Stato. Ma – quanto volte ho dovuto eccepirlo – a ciò non si opporrebbe l’esercito, ma tutti quei ministri i quali, pur di continuare a far credere agli italiani la bella favola del cosiddetto Risorgimento, non esitano a venire in quest’aula (o a frequentare convegni, presiedere congressi) per prestare a copioni vetusti le proprie voci nemmeno di attori, di pappagalli. E a rimetterci quel po’ di prestigio ministeriale, governativo e italiano, che ancora avevano.
Signor sottosegretario, nell’esprimere queste affermazioni e le chiedo perdono se da conterraneo, involontariamente, l’ho offesa – vorrei precisare che per dichiararmi soddisfatto della sua risposta dovrei aver fatto finta di non aver letto tutte le analoghe risposte fornite dai ministri Spadolini e Zanone prima ancora che da lei. Risposte tutte uguali: e tutte bugiarde! Onorevole sottosegretario, se lo gradirà, potrò darle una copia degli atti del convegno sul brigantaggio meridionale svoltosi a Cerreto Sannita nel 1986. Tra i suoi documenti vi è la scheda con la quale gli studiosi possono chiedere l’accesso alla massa documentale riguardante il brigantaggio e il cosiddetto Risorgimento. Dall’esame di questa scheda ella si potrà rendere conto che, alla fine, questi documenti restano inaccessibili ai quivis de populo…Ricordo che il generale Poli l’11 marzo 1987 scrisse al vicepresidente della Commissione difesa della Camera, l’onorevole Baraccetti, le seguenti parole:” Il problema più generale del libero accesso all’ufficio storico nella realtà non esiste, in quanto nel pieno rispetto e nell’osservanza del decreto del Presidente della Repubblica n. 1409 del 30 settembre 1963, il suo archivio è aperto a tutti i ricercatori, italiani e stranieri, senza remora o restrizione alcuna. Ne fanno fede le larghe utenze fruite da grossi nomi del mondo accademico”.
Sottolineo che tra questi “grossi nomi” non vi è nessun meridionale, nessuno studente, nessuno studioso attendibile. A fruire dei “permessi” sono stati e sono sempre i soliti scribacchini che fanno spendere centinaia di miliardi al contribuente italiano per consolidare le “puttanate” che gli storici prezzolati cominciarono a scrivere dal 1860 in poi, forti del solo merito di aver vinto

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IL FORMAGGIO MORBIDO MOZZATO VOLUTO DAI BORBONE

L’origine della Mozzarella di Bufala e’ molto antica, essa è strettamente legata alla presenza dei capi bufalini già dal lontano XI secolo nelle pianure paludose campane “Piana del Volturno”, infatti sono stati trovati parecchi manoscritti cenni storici a riguardo, risalenti al periodo Normanno, che ne fanno riferimento. La mozzarella in origine si puo’ affermare che sia nata quindi tra i Mazzoni (o Piana del Volturno) e Aversa mentre, in un secondo momento si e’ sviluppata nella Piana del Sele, nell’Agro Caleno e nel Basso Lazio. A partire dal XVI secolo d.C. avviene una forte diffusione del bufalo in Campania, dove all’inizio veniva allevato come animale da soma e poi come animale da latte nella apposite strutture denominate pagliare o bufalare tra cui la famosissima “ Real Pagliara di Carditello” voluta dai Borbone a confine tra Aversa e Capua, che trasformavano il latte munto in mozzarella ricotta burro e formaggi. La mozzarella all’inizio veniva consumata solo all’interno del nucleo familiare che la produceva, perché considerata un prodotto povero e di poco valore. Fù grazie all’intervento del Re di Napoli che con stupefacenti bonifiche territoriali e sviluppo delle vie di comunicazione, velocizzò i trasporti, così la mozzarella comincio’ a varcare i confini della Campania, al tempo Regno delle Due Sicilie che comprendeva anche Abruzzo, Molise, Basso Lazio, Puglie, Basilicata, Calabria e Sicilia, rendendola un prodotto ricercato ed apprezzato su tutte le tavole, anche nobili, non solo del sud. Il nome mozzarella deriva dal termine ‘mozzare’, in riferimento al taglio manuale eseguita con indice e pollice a partire dalla pasta filata ancora calda, allo scopo di creare le forma del formaggio stesso. La mozzarella originale campana, prevede l’uso del latte di bufala al posto di quello vaccino. L’origine della mozzarella pertanto è legata all’introduzione dei bufali in Italia. Secondo alcune fonti questi animali vennero introdotti già con i greci al centro-sud nel IV secolo a.C, per altri, con i re Normanni intorno al Mille. Quello che è certo è che con l’impaludamento della aree costiere tirreniche nelle zone centro meridionali il territorio divenne più adatto per l’allevamento dei bufali. Un primo documento su questo formaggio speciale risale al XII secolo in cui si parla della ‘mozza’ o ‘provatura’ che veniva offerta dai Monaci di San Lorenzo in Capua (Caserta) ai pellegrini in visita. La mozzarella era la versione meno raffinata della provola poiché non poteva essere conservata a lungo. Anche per questo motivo inizialmente la sua diffusione era limitata al sud Italia. Nel XVI secolo, precisamente nel 1570, un altro documento, un testo di cucina scritto da un cuoco della corte Papale, di nome Scappi, cita per la prima volta il termine mozzarella nell’elenco dei formaggi da lui serviti, ” in un ambiente dove pervenivano specialità da ogni parte d’Italia e d’Europa, cita: “…capo di latte, butirro fresco, ricotte fiorite, mozzarelle fresche et neve di latte…”.. Le mozzarelle venivano commercializzate a Capua già nel Cinquecento ma una più ampia diffusione in Italia si ha a partire dal XVIII secolo. Presso la reggia di Carditello nasce una struttura per l’allevamento delle bufale e la lavorazione del latte. Iniziano pian piano a diffondersi le ‘bufalare’: edifici in muratura a pianta circolare, dotate di un camino centrale, dove veniva lavorato il latte di questi animali per ottenere vari formaggi. Le mozzarelle, facilmente deperibili, venivano avvolte da fogli di giunco o mortella e inserite in anfore. Certamente la provola era più diffusa della mozzarella ma è strettamente collegata ad essa, perché ugualmente fatta con latte di bufala, rappresentando un’ulteriore fase della lavorazione il cui termine primario è “mozza”, di cui la più antica citazione sicura si ha prima del 1481 dal fiorentino Giovanni di Paolo Rucellai. 
Plinio il vecchio (N. H., XI 241) cita il laudatissimum caseum del Campo Cedicio, identificabile con quelle aree tra Mondragone ed il Volturno, cui pure compete l’attuale denominazione di “Mazzoni” e dove è assai sviluppato l’allevamento bufalino e la produzione di latticini di bufala. All’ epoca di Plinio si trattava evidentemente di prodotti vaccini, ma quando tra X e XI secolo si sviluppò il fenomeno dell’impaludamento, il bufalo trovò un habitat idoneo ed il suo latte sostituì quello vaccino nella preparazione di quel prelibato formaggio. La mozzarella, quindi, è collegata nella origine del termine alla mozza che altro non è se non la provatura, ovvero la provola; solo così si chiarifica l’espressione del 1570 dello Scappi “mozzarelle fresche” (incomprensibile perché per noi la mozzarella è solamente fresca!). Se nel mercato di Capua fin dal 1500 compaiono mozzarelle accompagnate da provole, i dati archivistici sembrano dimostrare come nella non lontana Castelvolturno pervenissero solo provature e le Assise della città di Napoli confermano, per quello stesso periodo, la presenza su quel mercato solo di provature affumicate e fresche; invece la mozzarella, accompagnata da provole, sembra comparirvi solo dal 1720 per diventare più frequente dal 1780 in poi. Contemporaneamente si incrementa sulla piazza capuana il consumo della carne di bufalo, tanto da costituirsi presso l’amministrazione della città un libro della macellazione vaccina e bufalina (1777-1781), mentre un secolo prima i pochi capi bufalini macellati annualmente erano registrati nel libro della macellazione vaccina (1681). con l’impaludamento della aree costiere tirreniche nelle zone centro meridionali il territorio divenne più adatto per l’allevamento dei bufali. Dal 1600 si inizia ad avere notizia delle “bufalare”: costruzioni in muratura di forma circolare dove si lavorava il latte di bufala producendo caciocavalli, burro, ricotta e, naturalmente, mozzarella. All’inizio la mozzarella, vista la sua deperibilità, era destinata ad un mercato prevalentemente locale. Negli annuali contratti per l’appalto del prodotto della “Reale Industria della Pagliara delle bufale” a Carditello, si stabiliva che la mozzarella doveva restare nella salsa 24 ore, mentre la provola 48; la successiva affumicazione, cui generalmente era sottoposta quest’ultima, era un espediente per una migliore conservazione in vista di più facile trasporto e commercializzazione. I documenti d’archivio dimostrano che la pratica dell’affumicazione era stata in precedenza strumento molto utilizzato nel tentativo di conservare più a lungo prodotti facilmente deperibili: infatti nel XVII secolo sul mercato capuano affluiscono accanto alle mozzarelle fresche, provole e mozzarelle affumicate, nonché ricotte di vacca e di bufala salate ed affumicate.
In definitiva la mozzarella si configura in origine come un sottoprodotto della preparazione della provatura/provola, circondata da una scarsa considerazione per le difficoltà di conservazione e commercializzazione date le peculiari caratteristiche di freschezza, e perciò destinata ad un circuito ristretto, magari di raffinati degustatori. Ancora intorno alla metà dell’800 nella piana del Sele “…le mozzarelle non erano destinate al commercio ma si confezionavano per uso familiare e il latte bufalino serviva per la lavorazione di provole affumicate per salvaguardarne la crosta dal deterioramento…” ( Migliorini). 
Questo incremento del consumo di derivati bufalini (carni e mozzarelle ) sulla fine del XVIII sec. è indubbiamente legato all’impianto della Tenuta Reale conosciuta come “Carditello”.
In effetti fino al 1790 si chiamò “Cardito” nei documenti ufficiali, avendo occupato parte di una più vasta area di tal nome, della cui estensione resta traccia nel nome del “Fosso del Cardito”, che dalla tenuta “Il Cammino” va verso occidente. 
I documenti della gestione della “Reale Industria della pagliata delle bufale”, conservati presso l’archivio della Reggia di Caserta, e permettono d’individuare negli anni ’80 di quel secolo quella “molta attenzione” di cui parlava il de Salis Marchlins, che porta il miglioramento della razza e l’incremento del prodotto: pur riducendosi nel 1790 il numero degli esemplari in lattazione di circa la metà, la quantità di prodotti, in latte e mozzarelle o provole, è appena dell’11% inferiore al massimo del 1784, che ha segnato kg. 30840 di mozzarelle o provole, per la cui manipolazione debbono essere stati impiegati più di 129.500 litri di latte di bufala.
Riportate all’epoca sono cifre di notevole consistenza: un mare di latte, che viene manipolato per inondare con un fiume di prodotto l’area casertana e quella napoletana; così si può spiegare la rinomanza, presso larghi strati della popolazione napoletana, della “Mozzarella di Cardito”, che nella diffusa ignoranza della geografia antropica ed economica della Regione viene tutt’oggi attribuita al grosso centro, che si incontra a ridosso di Caivano sulla S. S. 87 “Sannitica”, dove per altro non c’è stata mai l’ombra di un goccio di latte bufalino. I benefici influssi della Tenuta Reale si prolungano nel tempo: nel 1811 all’esame del compilatore della Statistica Murattiana, la razza bufalina campana, dopo le cure al miglioramento genetico attuate nel secolo precedente anche mediante incroci con esemplari della Piana del Sele risulta migliore di quella della campagna romana, si che l’allevamento bufalino è attività ad alto reddito (circa il 40% del capitale investito); il che giustifica l’elevato numero di capi (7800) presenti nell’area capuana.
Poco più di un cinquantennio dopo (1868), ad unità ormai avvenuta, il quadro appare notevolmente modificato giacchè il numero dei capi s’è ridotto a poco più di un terzo (2422): conseguenza diretta ed immediata delle bonifiche che hanno interessato le piane intorno al Volturno, recuperando terre all’agricoltura, ma riducendo drasticamente quelle idonee all’habitat bufalino. 
Si inizia così quel contrasto tra agricoltura avanzata ed il conservatorismo di chi vuol sfruttare a fondo un’attività che garantisce ancora un reddito elevato. E’ anche, questo, il tempo in cui con il miglioramento della rete stradale, con l’espandersi delle ferrovie, i prodotti bufalini cominciano a varcare i confini della Campania, per raggiungere altre zone di smercio. Con gli ulteriori interventi di bonifica, attuati in Campania a cavallo degli anni di guerra, sembrò si volesse segnare la definitiva scomparsa dell’allevamento bufalino; però malgrado le catastrofiche previsioni dell’immediato dopoguerra, si deve registrare un incremento medio dell’allevamento costante negli anni.


Elogio postumo di Ninco-Nanco

“Voi avete saputo il sito dove nacquero questi due fratelli (i Summa),da chi avevano essi appresa l’arte di comandare uomini, farsi amare, ubbidire,e temere,dove attinsero queste tre sublimi virtù,tanto difficile a godersi,quanto difficile a possedersi.Eppure un rozzo contadino,senza conoscere neanche la z, tartaglione,rozzo,e selvaggio, era temuto ubbidite ed amate da una banda furmidabile, cui riponeva le feducia in lui per la loro salvezza e non restavano mai delusi.Circa due mesi fu sempre con me, apprese così bene l’arta del deludere dell’incannare,e del sorprendere, che non ebbe simile, veloce come il lampo nella defesa,sapeva così bene scegliere la posizione difensive ed offensive che una volta prese, non ce la levava senza grave contusione,con tal tattica e sempre riuscite a sosoprafare forze due volte superiore alla sua, ed io stima che non vi puole essere migliore sensibilità per uno uomo dedite alla Guerra,fourchè la scelta del terreno da manovrare”. 
Scritto da Carmine Crocco e tratto da Franco Molfese, Storia del brigantaggio dopo l’Unità.

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“Educazione alla minorità”.

Parallelamente all’unità d’italia si mise in moto un’imponente propaganda che esaltasse le qualità del nord e le mancanze del Sud. Per convincere i Meridionali, dopo la carneficina di briganti, contadini e soldati conseguente all’occupazione piemontese, lo Stato italiano per far accettare la colossale spoliazione ed il conseguente trasferimento di ricchezza dalle regioni del Mezzogiorno a quelle settentrionali iniziò un’opera di denigrazione che non è mai terminata. Nella Storia dell’umanità non era mai successo che un popolo libero, tranquillo ed avanzato come quello che abitava le Due Sicilie, ha dovuto subire un’opera così grande di denigrazione da un popolo più arretrato, per economia e cultura, com’era quello piemontese, da uno staterello ambizioso, militarista e corrotto. Mai popolo progredito come quello nostro, erede della Magna Grecia e di successive civiltà avanzate, ha subito tale devastante demolizione etnica nella sua propria terra, mentre molti genocidi si sono compiuti nella storia contro popoli colonizzati che possedevano un livello tecnologico arretrato. Per schiavizzarci, e renderci miseri coloni è stato usato ogni mezzo. Da quello economico, concedendo ai proprietari terrieri terre e boschi del pubblico demanio di cui fecero scempio, a quello della forza, affidando la gestione del potere locale ai mafiosi, in precedenza mazzieri degli stessi baroni e possidenti agrari, a quello culturale, con il controllo dei mezzi di informazione e delle scuole.

Il consenso politico si creava favorendo la nascita di una piccola borghesia privilegiata, del tutto separata dal resto del popolo “basso”, i contadini poveri e i proletari, sfruttati come bestiame nel lavoro dei campi, per quello che serviva, e deportati per il superfluo, la gran parte nell’industria del nord, creata con i soldi dello stesso Sud, o venduti a stati stranieri in cambio di carbone ed altre utilità. Una corazza, solidificatasi nel lungo tempo della colonizzazione, fatta di luoghi comuni, di visioni parziali spacciate per verità e addirittura di menzogne programmate al solo fine di ridurre la città in condizioni di non nuocere: ovviamente l’Italia non è stata tenera nè con Palermo nè con Bari nè con il resto del Sud, ma Napoli era l’emblema del Sud e quindi bisognava ridurla a “Quintessenza del Male Assoluto”, al fine di preservarsi da altri possibili tentativi briganteschi tesi a recuperare una qualsiasi forma di perduta indipendenza e al fine di instillare nei vinti una spontanea adesione al concetto di Minorità. Un silenzio tombale sui mille anni della Capitale delle Due Sicilie, sulla sua cultura, sulla sua arte, sulla sua storia, sulle sue tradizioni. Tutto il buono è stato sepolto con abilità e quando non era possibile una Rimozione veniva spacciato per Italiano. Per cui la pizza, Caruso, la musica del settecento napoletano diventavano fatti italiani, mentre la camorra rimane napoletana. Quanto all’essere oppressi (in quel Sud tomba di Pisacane, fratelli Bandiera e oppositori indigeni), Lorenzo Del Boca rammenta che a giustiziare il maggior numero di patrioti italiani non fu l’Austria, ma il Piemonte. Ai meridionali, la liberazione per mano savoiarda costò centinaia di migliaia di morti (Civiltà Cattolica scrisse: un milione), con paesi rasi al suolo e la gente bruciata viva nelle case, dopo il saccheggio e gli stupri. Tutti «briganti»!

Cominciò allora quella «educazione alla minorità» che indusse i meridionali ad accettare un ruolo subordinato e certi settentrionali a ritenersi italiani meglio riusciti, con più diritti. Ma se mi dicono che il paese fu unito da mille idealisti nordici che liberarono «quelli là», tuttora fannulloni e delinquenti, nonostante ci si sveni per loro da 154 anni, ti meravigli se non li sopporto più e divento leghista? E se sono pure razzista e li chiamo «porci» (Bossi), «topi da derattizzare» (Calderoli, come Goebbels), «merdacce mediterranee» (Borghezio), «cancro» (Brunetta). In 154 anni l’Italia, e anche oggi, per mezzo dei suoi mass media, dei suoi opinion makers, dei suoi storici, dei suoi politici, dei suoi sociologi, dei giornalisti ha vomitato su Napoli tanto di quel veleno , che neanche il famigerato Vesuvio, nella peggiore delle eruzioni pliniane, avrebbe saputo fare. E, tuttavia, nonostante tutto questo, avallato dalla quasi totalità della cultura e della politica italiane qualcosa si muove: qualcosa che travalica i confini dell’Italietta. E’ l’Europa , anzi il Mondo, che riscopre la grandezza della Capitale delle Due Sicilie.

Un dato tra i tanti: nonostante l’Italia remi contro, Napoli si conferma come una delle mete preferite dal turismo mondiale: le statistiche informano che il 65% dei visitatori è straniero. Vale a dire che, dove non arriva la mala stampa italiana, la grandezza della città è fuori discussione.

E’ dunque la cultura, l’agente che libererà Napoli: la cultura da far conoscere fuori e la cultura da interiorizzare dentro.

E’ necessario che napoletani e meridionali si liberino della sindrome di Stoccolma e si riapproprino della propria grandezza. Roma è la capitale d’Italia, ma Napoli è la Capitale delle Due Sicilie. E’ tutta un’altra cosa!

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SI SENTE SPIRARE L’OSTRO

L’Ostro (dal latino Auster, vento australe) è il nome del vento che spira da sud; è anche detto vento di Mezzogiorno, è conosciuto anche col nome di “Noto” dall’omonimo personaggio della mitologia greca, figlio di Astreo e di Eos. Portava con sé caldo e pioggia, viveva nel profondo sud e possedeva un fiato talmente ardente che con esso bruciava intere città e vascelli. L’ostro è quindi un vento caldo e umido portatore di piogge. I suoi effetti sul clima italiano determinano il richiamo di aria calda da sud. Il vento del revisionismo, che fino a poco fa era un solo alito, inizia a ingrossarsi e stà iniziando a spirare. Venti anni e più ci sono voluti e grazie all’avvento del web siamo riusciti a raggiungere una discreta fetta di popolazione, che prima era relegata ad un’elite di persone per lo più appassionati e studiosi di storia che per cultura personale leggevano i libri di numerosi storici “non allineati”. Ma la verità quella vera, si rivela solo quando si rinuncia a tutte le idee preconcette. Vorrei precisare che noi dobbiamo dire la verità non solo per convincere quelli che non la conoscono, ma soprattutto per difendere quelli che la conoscono! La distorsione storica si è creata perché mettere in evidenza i lati oscuri e poco nobili del cosiddetto Risorgimento, poteva inficiare il fenomeno in sé, un mostro che si doveva fare a meno. Ma la verità si può ricercare da un dato incontestabile: l’enorme divario sociale ed economico tra Nord e Sud.
Un divario che è sempre di più aumentato e che ha raggiunto livelli intollerabili e inaccettabili.
La deindustrializzazione dell’ex Regno delle Due Sicilie, il saccheggio delle sue risorse finanziarie, la spietata repressione del brigantaggio, l’emigrazione forzata per milioni di persone, l’abbattimento di una dinastia illuminata con un’aggressione militare, gli oscuri accordi ed appoggi internazionali all’impresa piratesca di garibaldi, ecc., ecc. Una lotta sempre osteggiata dagli storici del regime che ad oggi non hanno mai voluto mollare la presa dalle sostanziali contraddizioni storiografiche. In realtà bisognava leccarsi ancora le ferite di una vera e propria guerra civile tra nord e sud e non tra austriaci ed italiani! Ma il sud italia, non era l’Austria, i napoletani non erano gli austriaci, cioè gli stranieri occupanti, feroci contro le popolazioni autoctone; ma una popolo italiano mite, governato da una dinastia italiana più dello stesso piemonte savoiardo! Per questo non si può trovare comprensione in quello che è stato fatto contro le popolazioni del sud per assoggettarle alla volontà del governo Piemontese. E’ solo questo il motivo di blindare la storia e di sottomettere un’intera popolazione alla sola verità del Nord. Molti anni sono passati dal “fatal 1860” ed una pacificazione era necessaria, ma non è mai arrivata. Lo stato unitario con il 150enario dell’unita (non unità) ha sprecato una grande occasione per chiedere scusa per i morti e le sofferenze provocate ad una popolazione inerme militarmente occupata, dove l’esercito piemontese fu ammaestrato ed addestrato agli eccidi sulla popolazione, a rappresaglie indiscriminate, al saccheggio, alla fucilazione sommaria dei contadini colti con le armi in mano o solamente sospettati, arresti di partigiani o solo sospettati di esserlo, fucilazioni, anche di parenti di essi, e stato d’assedio di interi paesi. Alcuni comandanti piemontesi emanarono, fra il 1861 e il 1862, bandi che i nazisti mai avrebbero sognato di applicare a popolazioni di origine germanica.
Naturalmente i piemontesi non erano italiani e si sentivano in diritto, contro tutte le convenzioni, e il diritto internazionale, di fare quel che volevano, di poter fucilare chiunque trasgrediva i molteplici divieti. Generali, colonnelli, maggiori e ufficiali che parteciparono a quelle repressioni dovevano sentirsi, in cuor loro, dei codardi. Diciamo semplicemente che erano dei criminali di guerra tanto è vero che ancora oggi, dopo 157 anni, nelle scuole non s’insegna la vera storia del Risorgimento piemontese che per il Sud, in realtà, fu vera colonizzazione e sterminio di massa.
Oro, danari e tutta la ricchezza fù depredata, ma non rimpiangiamo i beni materiali, ma la dignità e la libertà che furono tolte ai Meridionali i quali, coraggiosamente, preferirono andare a morire partigiani sui monti dell’ Appennino, piuttosto che veder calpestato il suolo della patria napoletana dalle “orde di assassjnj e ladroni del nord”, e quando il coraggio non fu più necessario a milioni espatriarono per trovare e fare la fortuna degli stati esteri che li ospitarono spesso come schiavi.
Nessun processo morale è mai stato celebrato contro i savoia, benso conte di cavour, garibaldi, bixio, cialdini, del giudice, de luca, fantoni, farini, fumel, la marmora, martini, pinelli, bianco, ecc.
Anzi molti questi sono stati eletti come eroi e padri della patria, quella patria matrigna che dove tutto ciò che era piemonte veniva glorificato e tutto ciò che era borbonico veniva additato al pubblico disprezzo. I militari piemontesi, gli azzurri sabaudi, in nove mesi trucidarono 8968 contadini, senza pietà; eseguivano ordini criminali ed i superiori davano loro facoltà di razzia e di saccheggio. Cominciarono ad incendiare paesi interi per incutere timore, paura e terrore. In poco tempo tutto il Sud insorse contro i nuovi invasori e pagò un prezzo altissimo in morti.
Scurcola fu devastata dai piemontesi e così Carbonara, Avigliano, Gioia del Colle e tante altre città furono bruciate ed i loro abitanti trucidati: Pontelandolfo, Casalduni, Venosa (patria d’Orazio), Barile, Monteverde, S. Marco, Rignano, Spinelli, Montefalcione, Auletta ed altre cento città. Mai conosceremo il numero dei contadini immolati, fucilati, trucidati. Il Piemonte massacrava un popolo, e ne distruggeva la sua economia, stava imponendo con la forza il nuovo ordine voluto dalla massoneria inglese. Antonio Gramsci, nato ad Ales in Sardegna ma originario di Gaeta, il cui nonno era , Don Gennaro Gramsci capitano della gendarmeria borbonica, parlando della questione meridionale ebbe a dire che: “.. .Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono di infamare con il marchio di briganti”. Queste sue considerazioni non furono mai accettate dal pci , e c’era una logica nella negazione della verità: “era necessario occultare e rimuovere l’eterodossia di Gramsci per poter affermare, nell’Italia postfascista, l’esistenza di una linea di continuità Gramsci-Togliatti che consolidasse la rappresentazione mitica e unitaria della storia del Pci”.
Ininterrotta fu la rottamazione del Sud, avviata nel 1860, per unificare l’Italia (ma in Parlamento, nel 1866, il capo del governo chiarì che avevano solo allargato il Piemonte). Prima l’arrivo di Garibaldi e i suoi (progetto inglese, la cui flotta militare protesse lo sbarco e affiancò l’impresa); seguiti da un via-vai di navi piemontesi e statunitensi che trasportavano soldati sabaudi in Sicilia: ufficialmente “disertori”, che svuotarono indisturbati gli arsenali militari; poi arrivò l’esercito piemontese propriamente detto, senza dichiarare guerra, e in circa dieci anni eliminò ogni resistenza (i “briganti”), con stati d’assedio, fucilazioni e arresti in massa, senza accusa né processo, fosse comuni e carceri ridotte a carnai (32mila, in un mese, nella sola Agrigento, denunciò Crispi), in cui le epidemie facevano stragi; deportazioni di decine di migliaia di persone, fra cui almeno 60mila soldati borbonici, campi di concentramento (ufficialmente di “rieducazione”: impararono a riconoscere il padrone); cittadine rase al suolo per rappresaglia, massacro della popolazione e donne stuprate, superstiti arsi vivi nelle case incendiate. Aspettiamo ancora le scuse che non verranno mai perché: appena annessi al resto d’Italia, i meridionali divennero incapaci di fare tutto quello che facevano prima e bene. Nacque un Paese che doveva produrre a Nord e consumare a Sud (la sola Fiat, dal 1975 a oggi, a vario titolo, ha preso più sovvenzioni pubbliche del Mezzogiorno). L’Italia appena unita stanziava soldi per le bonifiche: meno dell’1% della somma, al Sud (lo riferisce Nitti); il governo Renzi dei 4860 milioni di euro per le ferrovie, solo l’1,3 per cento da Firenze in giù (capito perché a Matera non è ancora arrivato il treno, dopo 156 anni?); l’Italia appena unita fa leggi in modo che le scuole si facciano a Nord e poco al Sud; il decreto sull’università (Letta) stabilisce che un ateneo è tanto “migliore”, e il suo “merito” premiato con ulteriori risorse, quanto più ricco è il territorio circostante e più soldi hanno i suoi studenti (è la condanna a morte per le università del Sud). Senza dimenticare che per il terremoto di Messina, nel 1908, l’Italia è l’ultima a far arrivare i soccorsi (dopo russi, inglesi, tedeschi…): mandando 10mila bersaglieri a fucilare sul posto i “presunti sciacalli” che rovistano fra le macerie e avviene una carneficina di superstiti che cercano di recuperare le loro cose o i corpi dei loro congiunti. Con il governo Monti, ministro all’Istruzione Francesco Profumo, i 112 milioni per e scuole terremotate (24mila e in gran parte al Sud) finiscono per un terzo alla sola Lombardia, il 97 % a Centro-Nord, il 3% al Sud; come (governo Letta) i fondi per combattere l’evasione scolastica, che ha record europei a Scampia e in alcuni quartieri di Palermo. Per abbuonare poi l’Ici a tutta Italia, Tremonti prese i soldi per porti e strade malmesse di Calabria e Sicilia e, in anni, sottrasse decine di miliardi al Mezzogiorno e li spese altrove. La Cassa per il Mezzogiorno, che non ebbe mai un presidente meridionale, fece strade, scuole, fognature, qualche diga, ma molto meno di quanto sia stato fatto nel resto del Paese, senza Cassa per il Non-Mezzogiorno. Si impegnò lo 0,5-0,7 del prodotto nazionale lordo, spiccioli. E sempre per non scusarsi ad oggi voltano la frittata: il ladro è il Sud e il derubato il Nord, unico caso al mondo e nella storia di furto continuato che arricchisce il derubato e impoverisce ladro (Pino Aprile). Al momento dell’Unità, il prodotto pro-capite era simile a Nord e Sud; da allora, quello del Sud non fa che diminuire e quello del Nord crescere. Oggi è al minimo storico, a livello di secondo dopoguerra, circa metà che a Nord, tanto che non si fanno manco più figli a Sud. La Questione meridionale è un progetto economico imposto con le armi e sostenuto dalla politica; figlia di volontà e interessi che hanno creato una colonia interna, nel Paese, secondo il sistema dilagato con la rivoluzione industriale, ora declinante e sostituita da quella informatica. Ma sapete perché il vento stà cambiando? Nonostante questo, i giovani meridionali non vogliono andar via, o addirittura tornano dopo essersi ben sistemati altrove, fanno miracoli, inventano lavori, economia che si regge sulle nuove tecnologie. E la verità che stà venendo a galla puzza troppo per dire che è profumo. Il vento del cambiamento lo abbiamo sentito con le ultime elezioni politiche dove l’intera popolazione dell’ex Regno ha votato compatta per un rinnovamento, nonostante fosse radicato in essa la politica di sinistra. Certo che i taliani hanno subito gettato fango dicendo che il voto è legato al reddito di cittadinanza ventilato dal movimento, ma il meridionale non è più il contadino credulone del 1860, come crede l’italiota, anche perché non lo fu nemmeno dopo la pseudo unità quando povero, lacero ed ignorante diede filo da torcere ad un’intero esercito, scatenando una vera e propria guerra civile. Attenti bugiardi perche l’Ostro può produrre molti danni!36188696_10214707173425447_8565368530118115328_n36199726_10214707125984261_212060758949756928_nabcHistoireDesMétéores_-_p153-2 (1)36063215_1480311428740894_8575563584182943744_ndesertificazione

Tutto ciò che era pubblico doveva essere abolito soprattutto le scuole!!

Nel 1734 il Sud andò a Carlo III di Borbone che, avendo in dote 28 milioni di ducati, pensò bene ricomporre lo Stato attraverso la cultura. Nacque così il ’700 con il rinascimento napoletano.
La scuola che si realizza è per rinnovare il sapere della gente. Ogni città, ed ogni villaggio doveva essere provvisto di scuole pubbliche. Ogni provincia doveva avere una scuola per uomini ed una per donne, dove apprendere le scienze primarie e le belle arti e, per i nobili, esercizi di colta società. Nella capitale fiorì l’Università con le diverse specializzazioni, università che era considerata come l’atto finale e sublime della pubblica istruzione.
Nel 1806 molte leggi furono emanate nel Regno delle Due Sicilie: si ebbe l’apertura di scuole speciali come l’Accademia delle Belle Arti, la scuola delle Arti e mestieri, l’Accademia Reale militare, la Politecnica, l’Accademia Navale, quella dei Sordomuti, una delle arti da disegno, un convitto di chirurgia e medicina, uno di musica.
I seminari furono conservati e potevano svolgere regolarmente e mirabilmente la loro funzione sociale.
Nacque allora anche la Società Reale, cioè un’accademia di storia ed antichità che si giovò di doni e privilegi e, così pure, quella detta d’incoraggiamento e pontaniana.
L’istruzione pubblica permise a tutti di imparare l’arte del leggere e dello scrivere, consentendo anche ai figli dei contadini più ricchi l’accesso agli uffici pubblici, la carriera nell’esercito e soprattutto la presa di coscienza delle libertà individuali e dell’indipendenza di cui godeva il Regno delle Due Sicilie.
I Borboni profusero non poche energie per sviluppare l’istruzione pubblica che prima del 1806 era commessa a 33 scuole normali, ai seminari delle Diocesi Vescovili, ai corpi religiosi e all’Università degli Studi di Napoli.
Ad Avellino vi era un collegio che conferiva i Gradi accademici per la giurisprudenza, la teologia e la medicina.
A Salerno si davano i gradi in medicina; gradi che fecero del dottorato salernitano una scuola rinomata in tutto il mondo.
Dopo il 1810 in tutti i comuni si istituirono scuole primarie gratuite a spese dei municipi; molte ne furono istituite nei capoluoghi di provincia.
Ferdinando II volle incrementare la cultura ed il sapere nel suo Regno introducendo altre 16 cattedre nell’Università della capitale, l’Orto Botanico, il Collegio Veterinario; istituì quattro Licei a Salerno, Catanzaro, Bari e l’Aquila.
Le spese per l’istruzione pubblica ammontavano a circa un milione di ducati all’anno.
I regolamenti per le scuole primarie furono approvati il 21 dicembre 1819.
Le ministeriali del 12 giugno 1821 e 7 agosto 1821 stabilirono il modo come dovessero scegliersi i maestri nelle scuole primarie. Con decreto del 13 agosto 1850 il Re nominò i Vescovi ispettori di tutte le scuole del Regno, pubbliche e private.
A Napoli esistevano 14 istituti d’istruzione media superiore con 1.343 alunni; due istituti di nobili fanciulle con 303 educande; 32 Conservatori di musica frequentati da 2.134 studenti.
Dopo il 1861 il Piemonte, scientificamente, chiuse tutte le scuole che erano sovvenzionate con denaro pubblico.
L’operazione doveva servire a due cose: rendere il Sud schiavo e colonizzato e trasferire i soldi, tutti quelli possibili, al Nord.
Il Piemonte, indebitato di un miliardo di lire con le banche londinesi, aveva bisogno di liquidità costante, anche per portare a temine l’opera di pulizia etnica nel Mezzogiorno d’Italia.
Prima ad essere attaccata fu l’istruzione pubblica, poi vennero svuotati tutti i forzieri delle banche e quelli dei comuni. Mai, nel Sud, la barbaria fu più feroce ed infame.
Il Villardi, che era stato mandato nella capitale a smantellare l′apparato scolastico napoletano, così ricorda:
“ Pareva che si volesse levar tutto a Napoli. Oggi per esempio, noi abbiamo sciolto l’Accademia delle Belle Arti, mentre si pagano tutti i professori; per l’istruzione secondaria, in una città di cinquecentomila anime, non abbiamo che un liceo di sessanta alunni e questo con un ministro intelligente e pieno di volontà… “.
Ecco, il Regno delle Due Sicilie era finito nelle mani degli eredi di Vittorio Emanuele I, della dinastia più reazionaria d’Europa; quella cioè che, abolendo il Codice Napoleonico, ristabilì l’antica legislazione complicata e senza unità, i privilegi fiscali e l’antica legislazione penale con la fustigazione e, cosa più terribile, proibì i culti ai cattolici perseguitando anche mortalmente ebrei e valdesi e, cosa ancora più abominevole, ridiede tutta l’istruzione nelle mani delle scuole religiose a pagamento, abolendo quelle pubbliche istituite da Napoleone.
Allo stesso modo represse con ferocia i tentativi dei genovesi di riacquistare l’antica dignità e libertà*.
(*Tra il 1 e il 10 aprile del 1849, il generale sabaudo Alfonso La Marmora ordinò ai suoi 30.000 bersaglieri il bombardamento di Genova che era insorta contro la tirannìa piemontese.)
I bersaglieri misero a sacco la città depredando beni e cose, violentando donne e bambini. Uccisero circa 600 Genovesi. Vittorio Emanuele II alla fine di quell’azione si congratulò con La Marmora definendo i cittadini di Genova “vile ed inetta razza di canaglie”.
Chi non poteva pagarsi l’istruzione, secondo le leggi dei Savoia, doveva rimanere analfabeta e la classe contadina, chiamata dai montanari piemontesi classe infima da erudire con le fucilazioni e le torture. In pochi mesi il governo piemontese distrusse secoli di cultura, di tradizioni, di storia, secoli di libertà e dignità.
Alla guida dei licei del Regno fu mandata gente illetterata, con il solo scopo di smantellare l’istruzione pubblica e rendere il popolo ignorante e servo. In poco tempo i piemontesi, sotto la gragnuola di ispettori, vice ispettori, delegati, bidelli, funzionari ed impiegati, quasi tutti venuti dal Piemonte, i quali non conoscevano nemmeno la lingua italiana, “‘nfrancesati” come erano, massacrarono e dissolsero la scuola primaria e secondaria.
Gli scagnozzi e gli scherani di Vittorio Emanuele II, re dei galantuomini e della borghesia cisalpina, i servi del governo della destra storica, ebbero l’ordine di chiudere l’Accademia Napoletana delle Scienze e di Archeologia, famosissima in tutto il mondo, mentre l’Istituto delle Belle Arti fu abolito per decreto.
Mai i Borboni avevano dissacrato la cultura, né la religione, né la dignità dei contadini e degli operai. La scuola superiore era affidata ad uomini di grande reputazione morale e professionalmente preparati. Ai sovrani napoletani poco importava, se politicamente fossero di idee repubblicane, liberali o legittimiste; sapevano che la matematica o la fisica non potevano essere politicizzate in una scuola seria. Uomini del calibro di Galluppi, Lanza, Flauti, De Luca, Bernardo Quaranta reggevano le cattedre universitarie.
Macedonio Melloni, cacciato da Parma per le sue idee liberali, fu accolto dai Borboni affinché portasse la sua esperienza nella scuola del Regno. Il Melloni era raccomandato presso il Governo Borbonico da Francesco Arago, ardentissimo e passionale repubblicano, ma ai Borboni interessava soprattutto “far funzionare le libere istituzioni nel modo migliore possibile”. Il ministro della P.I. BACCELLI nel 1894 nel fare il programma sulla nuova “Riforma della Scuola così si esprimeva nel suo preambolo:”…bisogna insegnare solo leggere e scrivere, bisogna istruire il popolo quanto basta, insegnare la storia con una sana impostazione nazionalistica, e ridurre tutte le scienze sotto una……… unica materia di “nozioni varie”, senza nessuna precisa indicazione programmatica o di testi, lasciando spazio all’iniziativa del maestro e rivalutando il più nobile e antico insegnamento, quello dell’ educazione domestica; e mettere da parte infine l’antidogmatismo, l’educazione al dubbio e alla critica, insomma far solo leggere e scrivere. Non devono pensare, altrimenti sono guai!». Gli studenti vengono “allevati” affinché diventino docili e remissivi lavoratori al servizio dello Stato o, nel caso di una ristretta minoranza, la nuova e fedele classe dirigente del paese.

UN REGNO DIFESO DA LAZZARI E BRIGANTI

E’ un secolare vuoto storico che oltraggia il valore e la dignità di un popolo, insultato, massacrato ed incarcerato nella propria terra, occupata dallo straniero! Anche nei fatti della rivoluzione anti-napoletana, anti-cristiana ed anti-borbonica del 1799, non si racconta la verità! Ma quegli accadimenti storici non possono essere dimenticati o, peggio, falsificati. Il popolo napoletano, che ha subito e poi combattuto sanguinose guerre di spoliazione e di soprusi, non può più essere vilipeso ed oggi invochiamo la verita storica per inorgoglire i figli del grande Sud, prima “lazzari”, poi “briganti” ed infine oggi ancora emigranti.
Ma che accadde in quei convulsi anni di sterminio di lazzari?
La fine del Seicento è l’epoca della filiazione della Massoneria speculativa dalla Massoneria operativa. Nelle Logge corporative entrano luminari della nobiltà, chiamati “Massoni Accettati”, che si assumono il compito di abbattere le monarchie assolute e riformare i costumi in tutto il mondo occidentale. Fra i massoni francesi ci sono Montesquieu, Rousseau, Voltaire, Lalande, Petion, Mirabeau, Danton , Lafayette e Napoleone. In pochi decenni, la Massoneria Universale si radica in Europa e penetra nei salotti buoni degli stati feudali europei. Nel 1750, nasce a Napoli una Gran Loggia, che designa Gran Maestro Raimondo di Sangro, principe di San Severo.
E’ l’inizio della fine della monarchia assoluta di Carlo Borbone, sorta nel 1734. Per affermare gli ideali massonici dei Landmarches, non c’è che un modo: distruggere le monarchie e lo Stato della Chiesa. E’ quello che succede. La monarchia borbonica di Ferdinando IV, ne da l’occasione. Nel 1796 le truppe francesi, guidate dal generale Napoleone Bonaparte cominciano a riportare significativi successi in Italia, l’una dopo l’altra vengono proclamate delle repubbliche “sorelle”, filofrancesi e giacobine (la Repubblica Ligure e la Repubblica Cisalpina nel 1797, la Repubblica Romana nel 1798). Nel 1798, le truppe francesi occupano Roma e proclamano la Repubblica romana. Ferdinando IV con le truppe napoletane, corre in difesa dello Stato Pontificio ed entra nella città del papa, Roma. L’esercito napoletano, forte di 70.000 uomini reclutati in poche settimane e comandato dal generale austriaco Karl von Mack entra nella Repubblica Romana con l’intenzione dichiarata di ristabilire l’autorità papale. Dopo solo sei giorni Ferdinando IV arriva a Roma, ma una immediata e risoluta controffensiva dell’armata francese del generale Jean Étienne Championnet sbaragliò rapidamente l’esercito napoletano alla battaglia di Civita Castellana così i borbonici furono costretti alla ritirata, l’armata francese poté avanzare agevolmente fino a Napoli dove venne costituita, con l’appoggio dei giacobini filofrancesi locali, la Repubblica Partenopea. Le truppe francesi entrate nel Regno di Napoli, devastarono e saccheggiarono il territorio, abbandonandosi a gravi violenze, e raggiunsero Napoli il 23 gennaio 1799 dove entrarono con la collaborazione dei democratici locali e schiacciarono la resistenza dei lazzari legittimisti e clericali.
Il 23 gennaio i giacobini napoletani proclamano da Castel Sant’Elmo la Repubblica di Partenopea.
Con un decreto del generale Championnet viene costituito e insediato il Governo Provvisorio. “In quei 4 giorni i francesi, con la collaborazione dei giacobini locali, massacrarono – come riferisce il generale Thiebault nelle sue memorie – non meno di ottomila napoletani”. Nei giorni successivi, la stessa sorte tocca alle città di Troia, Lucera, Bovino, Manfredonia, Foggia e San Severo. A Monte Sant’Angelo, invece, viene spogliata degli arredi in oro del Santuario di san Michele e tutti gli stemmi araldici, posti all’ingresso delle abitazioni signorili, sono distrutti con colpi di scalpelli. Nelle piazze sono alzati gli alberi della libertà, mentre la parola “cittadino” è sostituita ai titoli nobiliari. Il governo repubblicano, intanto, promulga leggi sulle libertà ed anche oltre millecinquecento (1500!) condanne a morte contro coloro che si oppongono a quella conquista e all’offesa quotidiana dei valori tradizionali popolari e cristiani di cui quegli alberi – abbattuti decine di volte – rappresentano il simbolo più odiato; intanto il commissario repubblicano francese Faypoult timbra le nostre opere d’arte e le spedisce a Parigi. La vita della neonata Repubblica è difficile fin dagli inizi: manca l’adesione popolare e quella delle province non occupate dall’esercito francese; sebbene i repubblicani siano spesso personalità di grande rilievo e cultura, appaiono anche eccessivamente indottrinari e lontani dalla conoscenza dei reali bisogni del popolo napoletano. Inoltre la Repubblica ha un’autonomia estremamente limitata, sottoposta di fatto alla dittatura di Championnet e alle difficoltà finanziarie causate principalmente dalle richieste dell’esercito francese costantemente in armi sul suo territorio. Non si riuscirà mai a costituire un vero e proprio esercito ottenendo solo limitati successi nella democratizzazione delle province. A questo si aggiunge una repressione spietata e sanguinaria contro gli oppositori del regime, che certo non aiuta a conquistare le simpatie popolari; difatti durante i pochi mesi della repubblica moltissime persone vengono condannate a morte e fucilate dopo sommari processi politici. Nel frattempo, nel resto delle province, la situazione comincia a precipitare. Il cardinale Fabrizio Ruffo sbarca il 7 febbraio in Calabria con l’assenso regio e con pochi compagni, riuscendo a costituire in poco tempo un’armata popolare (l’Esercito della Santa Fede) e ad impadronirsi rapidamente della regione e poi della Basilicata e delle Puglie. Nell’esercito di Ruffo militano anche diversi briganti come Fra Diavolo, Panedigrano, Mammone e Sciarpa. Una squadra navale inglese tenta la conquista dal mare, ma dopo una breve occupazione dell’isola di Procida è costretta alla ritirata dalle navi comandate dall’ammiraglio repubblicano Francesco Caracciolo, ex ufficiale della marina borbonica.
La marcia su Napoli dei “sanfedisti” diventa inarrestabile ed annienta, con la conquista di Castel Sant’Elmo, l’ultima sacca di resistenza repubblicana che termina al Ponte della Maddalena nonostante la strenua resistenza del Forte di Vigliena. Pochi giorni dopo, tra il 18 e il 22 giugno si arrendono gli ultimi forti cittadini in mano ai giacobini: Castel dell’Ovo, Castel Nuovo e Castel Sant’Elmo.
Il 13 giugno del 1799, in tutte le città del regno di Napoli, l’albero della libertà viene sradicato ed al suo posto trovano visibilità gli antichi crocifissi. Ottenuta la resa dei repubblicani, restava da decidere come trattare le centinaia di persone che avevano partecipato al governo di Napoli durante l’occupazione francese. Erano state diverse centinaia le persone che avevano prestato servizio alla Repubblica napoletana. Dal punto di vista giuridico la loro posizione era molto difficile. Siccome la Repubblica napoletana non era stata riconosciuta ufficialmente (lo stesso governo francese aveva rimandato indietro senza riceverla una delegazione inviata allo scopo di ottenerne il riconoscimento), essi non erano considerati prigionieri di guerra (con tutte le garanzie connesse). Rischiavano pertanto di essere giudicati da un tribunale penale come traditori. Il reato di tradimento era punito con la condanna a morte. Ai repubblicani trincerati in Castel Sant’Elmo, il Comandante Generale del Re, Fabrizio Ruffo offrì un'”onorevole capitolazione”, concedendo loro di optare per la fuga, imbarcandosi o seguendo le guarnigioni francesi, che avevano già abbandonato la città. Ma appena questo accordo fu sottoscritto ed accettato anche dai comandanti delle truppe regolari presenti all’assedio, sotto consiglio inglese, Ruffo viene esautorato dal comando. L’ammiraglio inglese Lord Orazio Nelson, non aveva tollerato la sconfitta navale a Procida e succube di Emma Hamilton amica della regina Maria Carolina, (a cui i giacobini avevano ghigliottinato la sorella a Parigi), non voleva perdonare i giacobini napoletani rei di essersi affrancati agli omologhi francesi. Pochi giorni più tardi, verrà impiccato ai pennoni de “La Minerva”, l’ammiraglio, Francesco Caracciolo, membro della loggia “Perfetta Unione”. Lo seguiranno in estate Domenico Cirillo, Michele Natale vescovo di Vico Equense e Gennaro Serra duca di Cassano, tutti patrioti-massoni, appartenenti all’Officina “Vittoria” di Napoli, e due donne, Luisa San Felice e Eleonora Pimentel Fonseca.
Dopo sei mesi, il sogno della repubblica napoletana termina in un bagno di sangue. L’8 luglio re Ferdinando IV di Borbone, dichiara decaduta la repubblica.
Su circa 8000 prigionieri, solo 124 vengono mandati a morte, 6 sono graziati, 222 condannati all’ergastolo, 322 a pene minori, 288 alla deportazione e 67 all’esilio. La perfidia di Nelson destò una forte impressione anche in Inghilterra, dove Charles Fox pronunciò un acceso discorso alla Camera contro il comportamento dell’ammiraglio.
«L’odio dell’inglese, contro i francesi e i loro partigiani, lo accecasse e lo spingesse ad atti selvaggi e sleali […] e anche l’ipotesi che egli ubbidisse ad ordini segreti del governo inglese, che volevano perpetuare nell’Italia meridionale l’antitesi e la discordia tra sovrani e sudditi, in modo che l’Inghilterra avesse sempre un piede in queste regioni, e potesse valersi delle due Sicilie pei suoi scopi militari e commerciali. »
(B. Croce, La repubblica napoletana del 1799, pp. XV-XVII, cfr. anche Filippo Ambrosini, L’albero della Libertà. Le Repubbliche giacobine in Italia 1796-99, Edizioni del Capricorno, Torino 2014, p. 242-47))
Voglio nuovamente ricordare il giovane popolo del ceto popolare napoletano “I LAZZARI” che in questi avvenimenti tumultuosi sociali e politici, di una rivoluzione mancata, combatterono contro l’esercito napoleonico, percepito come giacubino, ed in nome della tradizione cattolica, difesero Ferdinando IV, quale legittimo re. I lazzari si batterono per tre giorni ininterrottamente, il 21, 22 e 23 gennaio 1799 sulle mura di Napoli. Le forze francesi li soverchiarono; morirono in oltre diecimila per difendere la città. In seguito, i lazzari si allearono alle truppe sanfediste che riconquistarono Napoli tra giugno e luglio dello stesso anno, ponendo termine alla Repubblica Napoletana. Alcuni capi lazzaro, quali Antonio D’Avella detto Pagliucchella e Michele Marino (detto ‘o pazzo), per opportunità economiche, aderirono alla causa repubblicana e anch’essi furono impiccati in piazza del Mercato il 29 agosto del 1799 come gli alleati giacobini.
Storie avvolte nel mistero del silenzio di una storia reticente.

sanfedismo
Il movimento sanfedista si inserisce a pieno titolo nei movimenti europei controrivoluzionari della fine del XVIII secolo, come ad esempio quello sorto durante le guerre di Vandea nella omonima regione.

 

Li francisi
Gli invasori furono largamente invisi agli strati popolari (per una serie di ragioni tra cui l’ostentata irreligione, i saccheggi, le depredazioni, le imposizioni fiscali e l’imposizione della leva militare), mentre l’aristocrazia e la borghesia benestante videro con favore la loro presenza. I francesi furono protagonisti di episodi di crudeltà. Nel Regno di Napoli l’elenco fu tristemente lungo: nel basso Lazio avvennero le prime feroci stragi di civili: 1.300 persone furono massacrate a Isola Liri e nei dintorni; Itri e Castelforte furono devastate; 1.200 persone furono uccise a Minturno nel gennaio 1799, più altre 800 in aprile; gli abitanti della cittadina di Castellonorato furono tutti massacrati; 1.500 furono le persone passate a fil di spada nella sola Isernia, 700 a Guardiagrele, 4.000 ad Andria, 2.000 a Trani, 3.000 a San Severo, 800 a Carbonara, tutta la popolazione a Ceglie, ecc.Di fronte a queste violenze, la popolazione si sollevò in ogni parte del Regno. Le masse popolari armate assunsero nelle diverse regioni vari nomi: “lazzari” a Napoli, “montanari” in Abruzzo, “contadini” nella Terra di Lavoro. La «monarchia napoletana — come osserva Benedetto Croce —, senza che se lo aspettasse, senza che l’avesse messo nei suoi calcoli, vide da ogni parte levarsi difenditrici in suo favore le plebi di campagna e di città, che si gettarono nella guerra animose a combattere e morire per la religione e pel re, e furono denominate, allora per la prima volta, “bande della Santa Fede”»

 

cardinale ruffo
Fabrizio Dionigi Ruffo dei duchi di Bagnara e Baranello
detto il cardinale generale.
Ricevuto il titolo di “Comandante Generale” del Re, ottenne una nave e sette uomini. Salpò da Palermo e sbarcò l’8 febbraio in Calabria, sua terra natale. I primi centri di raccolta dei volontari furono Scilla e Bagnara, suoi feudi. Schiere di contadini risposero all’appello, fino a raggiungere il numero di 25.000 uomini abili alle armi. Ruffo chiamò il suo esercito Armata Cristiana e Reale. La regina, considerava il Ruffo inaffidabile e gli preferiva l’ammiraglio inglese Orazio Nelson. Il cardinale, propose una pacificazione generale, iniziando delle trattative volte a sottoscrivere una capitolazione prima che arrivassero espliciti ordini contrari. Così facendo cercò – nei limiti del possibile – di attenuare le prevedibili sofferenze dei giacobini concedendo loro di optare per la fuga, imbarcandosi o seguendo le guarnigioni francesi, che avevano già abbandonato la città. Ma il 24 giugno l’ammiraglio Nelson giunse in rada. Il giorno dopo, quando i primi giacobini stavano già aspettando il momento di imbarcarsi, l’ammiraglio inglese fece sapere che il patto era “infame” e che non ne avrebbe permesso l’esecuzione. Il cardinale Ruffo viene praticamente esautorato dal comando. Un ufficiale inglese, quindi, decise la sorte dei prigionieri napoletani, di cui 124 furono giustiziati!

 

canto
Il Canto dei Sanfedisti, riproposto nel Novecento da numerose compagnie di canto popolare: si noti il riferimento ironico alla Carmagnola (canto rivoluzionario). Il successo popolare che riscosse il movimento della Santa Fede dimostra che le idee rivoluzionarie e giacobine avevano fatto presa soltanto tra gli strati più istruiti della popolazione napoletana.
« A lu suone d’ê grancasce
viva viva ‘o populo vascie,
a lu suono d’î tammurielli
so’ risuorte ‘i puverielle.
A lu suono d’ê campane
viva viva ‘i pupulane,
a lu suono d’î viulini
morte a li giaccubbine!
Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunsiglie
viva ‘o rre cu la famiglia.
A Sant’Eremo tanto forte
l’hanno fatto comm’â ricotta,
a ‘stu curnuto sbrevognato
l’hanno mis’ ‘a mitria ‘n’capa.
Maistà, chi t’ha traduto?
Chistu stommaco chi ha avuto?
‘E signure, ‘e cavaliere
te vulevano priggiuniere.
Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunsiglie
viva ‘o rre cu la famiglia.
Alli trirece de giugno
sant’Antonio gluriuso
‘e signure, ‘sti birbante
ê facettero ‘o mazzo tante.
So’ venute li francise
aute tasse n’ci hanno mise,
liberté… egalité…
tu arruobbe a me
io arruobbo a te!
Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunsiglie
viva ‘o rre cu la famiglia.
Li francise so’ arrivate
ci hanno bbuono carusate,
et voilà, et voilà…
cavece ‘n culo a la libbertà!
A lu ponte d’â Maddalena
‘onna Luisa è asciuta prena
e tre miedece che banno
nu’ la ponno fa’ sgravà.
Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunsiglie
viva ‘o rre cu la famiglia.
A lu muolo senza ‘uerra
se tiraie l’albero ‘n terra
afferraino ‘e giacubbine
‘e facettero ‘na mappina.
È fernuta l’uguaglianza
è fernuta la libertà
pe ‘vuie so’ dulure e panza
signo’, iateve a cuccà!
Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunsiglie
viva ‘o rre cu la famiglia.
Passaie lu mese chiuvuso
lu ventuso e l’addiruso
a lu mese ca se mete
hanno avuto l’aglio arrete.
Viva tata maccarone
ca rispetta la religgione,
giacubbine iate a mare
ch’ v’abbrucia lu panare!
Sona sona
sona Carmagnola
sona li cunsiglie
viva o rre cu la famiglia. »

croce snfedista
Stampa sacra sanfedista con una croce istoriata e rappresentazioni simboliche ai lati della stessa: in alto la raffigurazione dei sovrani borbonici, al centro Sant’Antonio che impugna la bandiera borbonica, e San Gennaro, in basso a sinistra un angelo scaglia fulmini contro il demonio che trascina nelle fiamme dell’inferno l’albero della libertà spezzato con in cima il berretto frigio, e la bandiera tricolore e sotto il motto “Muore la Libertà e Viva sua Maestà”, a destra raffigurazione delle esecuzioni dei liberali con due impiccati ed un terzo in corso d’impiccagione da parte del boia, sotto la scritta “Morte dell’infami Giacobini”. A legenda della stampa la scritta in latino Nos autem gloriari oportet, in Cruce, Domini Nostri Jesu Christi