IL CORRICOLO

Il corricolo è sinonimo di calessino; ma, dato che non esistono sinonimi perfetti, spieghiamo la differenza tra corricolo e calessino.
Il corricolo è una specie di tilbury primitivamente destinato a contenere una persona e ad esser tirato da un cavallo; vi si attaccano due cavalli e trasporta da 12 a 15 persone.
E non si creda che vada al passo, come il carretto trainato da buoi dei re franchi, o al trotto come il biroccino della regía; no, va di triplo galoppo; è il carro di Pluto che rapiva Proserpina sulle sponde del Simeto non era piú ratto del corricolo che solca le strade di Napoli facendo sprizzar scintille dal selciato di lava e sollevando nugoli di cenere.
Eppure un solo de’ due cavalli tira veramente, ed è il timoniere. L’altro, detto bilancino, e che è attaccato di fianco, balza, caracolla; eccita il suo compagno, ed ecco tutto. Quale iddio gli ha concesso, come a Titiro, cotanto riposo? È il caso, è la provvidenza, è la fatalità: i cavalli, come gli uomini, hanno la loro stella.
Abbiamo detto che siffatto corricolo, destinato a una persona, ne trasporta abitualmente dodici o quindici; ciò — lo comprendiamo bene — richiede una spiegazione. Un vecchio proverbio francese dice: «quando ce n’è per uno, ce n’è per due». Ma non conosco nessun proverbio in nessuna lingua che dica: «quando ce n’è per uno, ce n’è per quindici».
E invece per il corricolo è proprio così, tanto nelle civiltà progredite ogni cosa è distolta dalla sua primitiva destinazione!
È impossibile determinare con precisione come e in quanto tempo si sia formato, sul corricolo, tale agglomerato successivo d’individui. Contentiamoci, dunque, di dire come vi si mantenga.
Prima di tutto, e quasi sempre, un grosso monaco è seduto in mezzo e forma il centro dell’agglomerato umano che il corricolo trascina come uno di quei turbinii di anime che Dante vide, dietro un grande stendardo, nel primo cerchio dell’inferno. Il monaco sostiene su uno dei suoi ginocchi qualche fresca nutrice di Aversa, e sull’altro qualche bella contadina di Bacoli o di Procida; ai due lati del monaco, fra le ruote e la cassa, si tengono in piedi i mariti di quelle signore. Dietro il monaco si rizza sulla punta dei piedi il proprietario o il conducente dell’equipaggio, che ha nella mano sinistra le redini e nella destra una lunga frusta con la quale imprime una eguale velocità all’andatura dei due cavalli. Alle spalle di costui si aggruppano, come gli staffieri delle buone famiglie, due o tre lazzaroni, che salgono, scendono, si succedono, si rinnovano, senza percepire alcun salario per la loro prestazione di servizio. Sulle due stanghe sono seduti due monelli raccolti sulla strada di Torre del Greco o di Pozzuoli, ciceroni in sopranumero delle antichità di Ercolano e di Pompei, guide brunite dei ruderi di Cuma e di Baia. Finalmente, sotto l’asse della vettura, fra le due ruote, in un reticolo a grosse maglie, che sbatte dall’alto in basso e dal lungo in largo, brulica qualcosa d’informe che ride, piange, grida, grugnisce; che si lagna, che canta, che sogghigna, ma che è impossibile distinguere nel polverone sollevato dagli zoccoli dei cavalli: sono tre o quattro bambini che appartengono non si sa a chi, che vanno non si sa dove, che vivono non si sa di che, che sono là non si sa come, e che vi restano non si sa perché.
Ora, mettete in colonna monaco, contadine, mariti, conducenti, lazzaroni, monelli e bambini: addizionate il tutto, aggiungendo il poppante dimenticato, e avrete il conto giusto. Totale: quindici persone.
Talvolta succede che il fantastico congegno, sovraccarico com’è, passa su una pietra smossa e si rovescia: allora tutta la carrozzata si sparge sugli orli della strada, ognuno lanciato secondo il suo maggiore o minore peso. Ma tutti si rialzano subito e dimenticano il loro accidente per occuparsi soltanto di quello del monaco: lo tastano, lo girano, lo rigirano, lo sollevano, l’interrogano. Se è ferito, il viaggio si sospende; il monaco viene trasportato, sostenuto, coccolato, coricato, vegliato. Il corricolo è posto in un angolo del cortile, i cavalli nella scuderia, e per quella giornata il viaggio è finito: pianti, lamenti, preci. Ma se, invece, il monaco è sano e salvo, tutti stanno bene: il frate risale al suo posto, la nutrice e la contadina ripigliano il loro; ognuno si sistema, si aggrappa, si stipa, e, al solo grido di incitamento del cocchiere, il corricolo riprende la sua corsa, rapido come la folgore e infaticabile come il tempo.
Ora Napoli, a prescindere dai dintorni, si compone di tre strade in cui si va sempre e di cinquecento strade in cui non si va mai. Le tre strade si chiamano Chiaia, Toledo e Forcella. Le altre cinquecento non hanno nome: sono l’opera di Dedalo, il labirinto di Creta, con il minotauro in meno e i lazzaroni in piú.
Vi sono tre modi per visitare Napoli:
A piedi, in corricolo, in calesse.
A piedi, si passa dovunque.
In corricolo, si passa quasi dovunque.
In calesse, si passa soltanto per le strade di Chiaia, Toledo e Forcella.
Di camminare a piedi non m’andava a genio: a piedi si vedono troppe cose.
Di andare in calesse nemmeno: in calesse non se ne vedono abbastanza.
Rimaneva il corricolo, termine medio, giusto mezzo, anello intermedio che riuniva i due estremi.
Mi fermai dunque al corricolo.
– Mio caro ospite Martino – ho deciso nella mia saggezza di visitare Napoli in corricolo. – Magnifico! – disse Martino – Il corricolo è una vettura nazionale che risale alla piú alta antichità. È la biga dei Romani e vedo con piacere che apprezzate il corricolo.
– Soltanto vorrei sapere quanto è il nolo di un corricolo al mese.
– Non si noleggia a mese un corricolo – mi rispose Martino. – Allora, a settimana.
– Non si noleggia a settimana un corricolo.
– Ebbene, a giornata.
– Non si noleggia a giornata un corricolo.
– Come si noleggia il corricolo?
– Ci si sale dentro quando passa e si dice: «Per un carlino». Finché il carlino dura, il cocchiere vi porta a spasso; consumato il carlino, vi sbarca. Volete ricominciare? Dite: «per un altro carlino»; il corricolo riparte, e così di seguito.
– Ma, mediante quel carlino, si va dove si vuole?
– No, si va dove il cavallo vuol andare. Il corricolo è come il pallone: non s’è trovato ancora il modo di dirigerlo.
– Ma allora, perché si va in corricolo?
– Per il piacere di andarci.
– Come! È per il loro piacere che quegli sciagurati si stipano in quindici in una vettura dove in due già si sta scomodi?
– Non per altra cosa.
– È originale!
– Ed è proprio così.
– Ma se io proponessi a un proprietario di corricoli di noleggiare uno dei suoi trabaccoli a mese, a settimana o a giornata?
– Rifiuterebbe.
– Perché?
– Non c’è l’abitudine.
– La prenderebbe.
– A Napoli non si prendono abitudini nuove: si conservano le vecchie………
(di Alessandro Dumas 1841)

Nessuna descrizione della foto disponibile.

E cchisto è ‘o fatto !… E QUESTO È IL FATTO…

Basta sfogliare un qualsiasi testo di storia d’Italia per rendersi conto dell’indecente faziosità con la quale gli infranciosati conquistatori e i loro degni accoliti (i nostri bravi traditori fra quelli) montarono i fasti del cosiddetto risorgimento e affrontarono il tema, ad esso pertinente, dell’altrettanto cosiddetto brigantaggio post-unitario nelle provincie meridionali. E non è necessario andarlo a pescare, questo qualsiasi testo (da aprire e leggere per vomitare…), fra i cimeli delle premiate Fiere delle Falsità allestite dal fatal Sessanta in poi, mentre quei funesti eventi si compivano. 
Sorelle carnali di quelle messe in piedi dopo il Novantanove e il Quarantotto, esse dànno ancora i numeri a qualsiasi ora del giorno e della notte, e non chiudono, e non sbaraccano mai… A finanziarle e a proteggerle pensa babbuccio loro, lo Stato unitario che quei numeri deve far uscire su tutte le ruote e, neppure due volte la settimana, e neppure ogni giorno: ma in ogni momento ! Sennò perde la faccia ! 
E certamente è questo l’aspetto più vergognoso della cosiddetta storia del cosiddetto risorgimento…. La Storia di tutte le nazioni del mondo rivede se stessa ogni volta che si trovi di fronte a nuove scoperte documentali: procede alle opportune revisioni senza far drammi, si aggiorna. La storia d’Italia (che è consapevole delle proprie falsità) resta inchiodata alle spudoratezze vigliacche ponzate dai tantissimi panegiristi della Solenne Impostura Risorgimentale: continua, con cinica premeditazione (mentendo sapendo di mentire), a spacciare Falsità su Falsità. 
I buoni ? Sempre loro: i vincitori. E i cattivi ? Sempre noi: i vinti… 
E qual è la più insopportabile delle beffe che si aggiungono ai tanti danni ? È il bossismo. Alla mostra permanente, immonda, della mistificazione organizzata si aggiunge l’acido spetazzare delle calunnie del fecciume leghista. Tutto italiano, il paesaggio? E già…Sputano addosso a noi finanche i padanisti. E sputano perché ci odiano, sputano perché ci schifano. Ma, chiediamoci, però: perché ce l’hanno tanto a morte con noi ? Ci odiano e ci schifano, forse, perché – individui, non persone – essi non sanno fare altro che sputare con voluttà morbosa sugli uomini e sulle cose che vanno ben oltre la portata del loro scadente comprendonio? Oppure ci odiano perché ci invidiano: perché, per quanto non siano adeguatamente attrezzati mentalmente – sempre individui, e mai persone – riescono ad intuire almeno questo: che l’abissino di partenza, il piccolo abisso di partenza, cioè, scavato dalla Storia tra loro, i galli, e noi, i greci, resti tuttora incolmato nei rispettivi discendenti ? Possiamo affermare che l’odio padanista è, dunque, l’ovvia conseguenza di un maledetto complessino: cioè di un piccolo complesso, di inferiorità ? 
A parere nostro, i padanisti (che non vanno mai confusi con i padani!) – saranno pure mezze calzette rivoltate e rattoppate, avranno finanche un sensibile deficit di materia grigia, saranno pure individui e non persone – ci odiano e ci schifano perché sono male informati su di noi, sanno, eccome no!, i cacchi dei nostri magliari, e basta ! Sanno dei nostri rifilatori di scartiloffi e di bidoni, e basta ! E fanno di tutte le nostre erbe un solo fascio… 
Chisto è ‘o fatto !… 
I padanisti ci disprezzano perché siamo noi, noi sudisti, gli italiani peggio referenziati dell’Italia-una, e tali restiamo finanche agli occhi loro di fecciaiuoli-storici, e cioè di povera gente senza storia. Di tal che (invece di dolersi del fatto di dover vegetare, poverini, sforniti di quell’abc che, consentendogli di imparare a campare, potrebbe consigliargli l’uso di sputacchiere aventi fisionomie niente affatto somiglianti a quelle dei nostri uomini e delle nostre cose), fecciaiuoli e fessi pure, decidono che guardare dall’alto in basso la Terronia gli spetti, perdìo, per essere loro prosapia divina, e noi miserabile spermaglia fetente di un dio minore. 
E sissignori: ci odiano e ci schifano, i fecciaiuoli. Ma chiediamoci subito: e noi?…Noi, odiati, calunniati, schifati: quando i fecciaiuoli della favolosa Padania ci svuotano addosso i loro cacatoi, in quale civilissimo modo li ripaghiamo? È vero o non è vero che li ripaghiamo con il più incazzato a morte dei Va fà nculo?… È vero o non è vero che ci spremiamo, fino a diventare paonazzi, per urlare, come tanti pazzi scatenati: ‘E nurdiste so’ na chiavica?… È vero!… Risolviamo il problema come se stessimo allo stadio: Nord-Sud, ics, parapatta e pace. Embè: loro ci hanno sturdute, stupetïate ‘e sìschere, e noi li abbiamo ntrunate, nzallanute ‘e pernacchie. Li padanisti fanno i Taniello e noi facciamo i fra Liborio del marchese di Caccavone: Chello va pe cchesto e cchesto va pe cchello… Restituiamo, l’abbiamo detto, pernacchi per fischi, e siamo pari. 
Sciù !, per il Nord e per il Sud ! Trista è ‘a rogna, pèvo è ‘a zella. 
Brutta è la scabbia, e la tigna è pure peggio… 
Il fecciume nordista, quello idiota, che è tardo e corto di comprendonio, ci odia e ci schifa anche perché è nato, cresciuto e pasciuto tra quelle Fiere delle Falsità di cui stiamo lodando montatori e protettori. Nel primo caso soffre di un brutto complesso di inferiorità, nel secondo caso il complesso di cui soffre sempre brutto è, ma è di superiorità. 
E perché è di superiorità ? Perché la storia d’Italia che esso conosce lo autorizza ad affacciarsi sul Garigliano (magari dal ponte di ferro che Ferdinando II di Borbone fece costruire sbalordendo l’Europa…) e a sputare e a vomitare e a farsi pure i suoi atti piccoli e grandi sulla faccia di tutti gli uomini e di tutte le cose che da quel Garigliano fino a Pantelleria rappresentano da quattromila e trecento anni il più sacro pianeta del pianeta Terra. La storia d’Italia scritta con i piedi dai lacché del sabaudismo travestiti da storici, è un tal ammasso di bugie che il fecciume nordista non potrebbe avere del Sud un concetto differente da quello che esprime attraverso le sue monotone, tristi, patetiche, sconsolanti raffiche di insulti e di calunnie. 
Dove la Storia dell’unità italiana è la storiella dell’agnello che sbrana il lupo, la favola della libertà che spezza le catene della schiavitù, l’epopea dei cavalieri dell’allobrogica tavola rotonda che tagliano le teste ai draghi sputa-fuoco della Terronia… Chi mise l’onore sulla faccia di un tricolore bianco, rosso e verde che era uno schifo di simbolo ateo-massonico-giacobino-filo-gallico, bonapartista ? Fu o non fu il sangue dei nostri soldati a ripulirlo, a disinfettarlo, a nobilitarlo, a fare di esso (che era soltanto una mappina fetente) il simbolo sacro di una Italia-una che avrebbe potuto fare la fortuna di tutti i suoi figli, e fece invece, vigliaccamente, figli e figliastri, padroni e schiavi, colonizzatori e colonizzati, mariuoli e derubati, massacratori e massacrati ?… 
E con quali braccia, se non con le nostre, furono fatte le automobili e le autostrade di quei fecciaiuoli che inventarono per noi l’emigrazione interna, gli stagionali, i pendolari, e che, campioni del liberismo fondato sul principio, caro al liberal-capitalismo, del massimo utile con il minimo sforzo, spremono i nostri operai nelle loro super-foraggiate industrie e vanno predicando la reintroduzione delle gabbie salariali per continuare a sfruttare i nostri lavoratori rimettendoci costi ancora più bassi ? 
E chi, se non noi, ricostruì il fecciume scarrupato dopo la seconda guerra mondiale ? Per rimettere in piedi le città dei fecciaiuoli, il Debito pubblico non impiegò forse i risparmi delle librette postali dei parenti dei nostri emigrati cacciati via a calcioni nel culo, espulsi sempre con la mazza e mai con la carrozza da quella fetenteria di Italia-una che i nordisti avevano inteso realizzare dopo aver sfruttato i nostri sogni e carpito la nostra buona fede, dopo aver fatto man bassa del nostro oro, dopo aver massacrato, infamandoli come briganti, un milione di cafoni, dopo aver profanato la nostra Civiltà che aveva solamente quattromilatrecento anni? E i danari della Cassa per il Mezzogiorno, danari destinati a noi, ci furono spediti o non ci furono spediti con tanto di retro-marcia innestata e bloccata a che pigliassero la via dei fecciaiuoli, ingrassassero quei brutti porcelloni suocce lloro, pari loro, che oggi li foraggiano ? 
E chi la chiese la soppressione della Cassa perché, peggio di un ministero delle colonie, espropriava regioni, province e comuni del Sud delle loro potestà gestionali e decisionali e, quot peius, invece di assegnarci gli istituzionali contributi aggiuntivi, ci spediva (taglieggiati alla base, ovviamente) contributi sostituivi che, non già quasi sempre ma sempre, non coprivano neppure i contributi ordinari ? La chiese il senatur ? Il capo-feccia della Padania? 
La chiese il sottoscritto, alla Camera dei Deputati, nel 1984. 
Non si vantino mai i fecciaiuoli…Ché non vi è mai di che. 
Non vi è mai stato. In tutta la loro storia senza storia… 
E chi gli insegnò, chi gli ha insegnato e chi gli insegna a leggere e a scrivere, ai fecciaiuoli ? 
Noi…Ma quali noi? Quei noi che però…saranno pure greci, e sissignori, ma hanno frequentato le scuole dell’Italia unita… Quei noi che la sanno lunga fino al Novantanove…Poi cominciano a introppicare, a incespicare, finché finiscono per spiegare ai fecciaiuoli in erba che il Sud debba ringraziarli a ffaccia nterra, i loro bisnonnetti e trisavoletti, ché furono proprio loro (oh, che bravi !…) a darci una mano fraterna a cacciar via un fetente di re straniero (che, guardacaso, parlava napoletano soltanto da un secolo e un quarto) e furono sempre proprio loro (oh, che magnanimi !…) a concederci l’onore di farci spartire con loro l’italianissimo loro re (che, riguardacaso, era soltanto un infranciosato-storico che non parlava neppure francese: parlava savoiardo…). 
Angelo Manna

IL SUD IGNORANTE

Nella seconda metà del ‘700 l’espulsione dei gesuiti da molti stati, iniziata nel 1767 con il provvedimento preso nel Regno di Napoli, e poi la bolla papale del 1773 “Dominus ac Redemptor noster”, con il quale l’ordine fu soppresso, ebbero grande rilevanza nel generale processo di “secolarizzazione dell’istruzione”, anche se il più delle volte i gesuiti furono sostituiti da altri ordini religiosi, anche per la difficoltà di trovare un adeguato numero di insegnanti laici. Nel Regno di Napoli la gestione delle scuole ricadeva in buona parte sugli istituti religiosi, ma lo Stato borbonico iniziò ad istituire un’istruzione pubblica. Furono Carlo III e Ferdinando IV di Borbone ad organizzare la prima istruzione scolastica pubblica nel Regno delle Due Sicilie.
Già nel 1766, poco prima dell’espulsione dei gesuiti, un piano di riforma che prevedeva l’istituzione di scuole pubbliche gratuite anche per i figli dei contadini fu preparato da Antonio Genovesi, su richiesta del ministro Tanucci e parzialmente attuato. Con la Rivoluzione francese si afferma una nuova concezione della scuola,  l’istruzione primaria è concepita come pubblica, obbligatoria e gratuita: tutti i cittadini, sia maschi che femmine, devono accedervi. Per i livelli superiori non deve esservi invece uguaglianza dell’istruzione, che deve valorizzare i talenti, ma uguaglianza di opportunità. La scuola, bandendo qualsiasi insegnamento religioso, deve essere laica, basata da una parte sulla trasmissione di capacità professionali utili, contenuti verificabili e metodi razionali e dall’altra sulla formazione civile. Così nel 1810, Gioacchino Murat decretò l’obbligatorietà della scuola primaria, che pur non raggiungendo la totalità dei cittadini riuscì a scolarizzare più della metà dei potenziali utenti. Anche l’istruzione secondaria fù ristrutturata I primi licei sul modello francese sono introdotti con la legge del 4 settembre 1802, affiancandoli ai ginnasi di modello austriaco, vengono creati collegi governativi in ogni provincia (tranne Napoli, dove ne sorgono due), il cui corso di studi viene poi articolato in un ginnasio propedeutico e un successivo liceo con due indirizzi: uno umanistico-letterario e l’altro scientifico. Con la Restaurazione numerosi pedagogisti ed educatori continuarono a lavorare per la crescita di un più moderno sistema scolastico. Ad esempio a Napoli, proseguendo nella stessa direzione già perseguita prima del periodo napoleonico, il marchese Basilio Puoti aprì una libera scuola, di carattere laico e classicista, al fine di educare le giovani menti del regno. Già ispettore generale della pubblica istruzione nel Regno delle Due Sicilie, Basilio Puoti, rinunciò ad ogni incarico per insegnare nella Scuola di lingua italiana da lui stesso fondata nel 1825 a Napoli e che ebbe come allievi illustri, tra gli altri, Luigi Settembrini e Francesco De Sanctis. Diversa era la situazione nel liberale Regno Sardo- Piemontese dove la legge Casati, alla vigilia dell’unificazione politico-militare della penisola, istituiva una scuola elementare articolata su due bienni e obbligatoria (1º biennio). Dopo la scuola elementare il sistema si divide in due: Ginnasio (a pagamento) e le scuole tecniche. Nonostante le “scuole tecniche” permettano il proseguimento degli studi alla scuola superiore e in alcuni casi all’università, il sistema risultava classista, dato il fenomeno dell’auto-esclusione, che portava alla rinuncia agli studi i figli delle famiglie meno agiate. L’insegnamento elementare doveva inculcare nelle classi popolari obbedienza, diligenza, pazienza, amore dell’ordine e del lavoro. La sua applicazione, formale e sostanziale, nelle diverse parti del nuovo Regno d’Italia fu largamente disomogenea. Il dibattito politico-culturale in tema di scuola, tra cui spiccano le voci di Francesco De Sanctis e di Pasquale Villari sottolinea le arretratezze della situazione del Mezzogiorno.
Di fatto al censimento del 1871 si attestò un notevole peggioramento dell’analfabetismo rispetto alla situazione pre-unitaria. Molti non sanno, che subito dopo l’annessione del regno borbonico allo stato sabaudo, in tutto il sud furono tenute chiuse le scuole per circa 15 anni, in modo da ottenere un’intera generazione di analfabeti da utilizzare come servi nelle zone industrializzate del Nord. Ai ragazzi meridionali bisognerebbe consigliare di leggere gli scritti di alcuni letterati meridionali come Vincenzo Padula che vissero proprio a cavallo di quegli anni che segnarono col sangue la storia del sud. Letterati che in un primo tempo guardarono con entusiasmo verso il risorgimento, ma che poi, negli anni successivi, dovettero amaramente rendersi conto che l’annessione aveva ulteriormente impoverito le classi meno abbienti a vantaggio dei vecchi e nuovi ricchi creati dai nuovi padroni del Nord.

Nessuna descrizione della foto disponibile.

Un caposaldo dell’Orgoglio Meridionale: l’interpellanza parlamentare dell’on. Angelo Manna

Resoconto stenografico 597 – seduta di lunedì 4 marzo 1991 – Presidenza del Vicepresidente Adolfo SARTI

PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca: Interpellanza e interrogazioni.
Cominciamo dalla seguente interpellanza:
Il sottoscritto chiede di interpellare il Ministro della Difesa, per sapere – constatato che vige tuttora il più ostinato e pavido top secret di fatto su quasi tutti i documenti comprovanti gli intenzionali bestiali crimini perpetrati dalla soldataglia piemontese ai danni delle popolazioni, per lo più inermi, delle “usurpate province meridionali” dal tempo della camorristica conquista di Napoli a quello della cosiddetta “breccia di Porta Pia” (praticata dai papalini dal di dentro delle mura leonine?..): top secret voluto, evidentemente, dai grandi custodi di quell’epoca di scelleratezze e di razzie che prese il nome di “Risorgimento italiano” e della quale il sud paga sempre più a caro prezzo le conseguenze; considerato altresì che nell’assoggettato ex reame libero e indipendente va assumendo, finalmente, sempre più vaste proporzioni quel processo di revisione e di demistificazione della storia scritta dai vincitori (tuttora ufficiale!) che dovrà fornire le motivazioni di fondo e lo stimolo alle future immancabili rivendicazioni politiche delle colonizzate regioni -: quando vorrà degnarsi di consentire il libero accesso agli archivi dello stato maggiore dell’esercito italiano che nascondono tuttora, in almeno duemila grossi volumi, documenti fondamentali di natura non già soltanto militare (ordini, dispacci, rapporti relativi a movimenti di truppa e ad esiti di combattimenti, di imboscate e di raid repressivi e briganteschi), ma anche e soprattutto di natura squisitamente politica: istruzioni riservate e anche cifrate del governo subalpino a profittatori, luogotenenti, prefetti, ufficiali superiori, sindaci, comandanti di guardie nazionali; verbali di interrogatori eseguiti nelle carceri, nelle caserme, presso le sedi municipali dagli aguzzini in uniforme che si coprono di disonore nell’infame periodo delle leggi marziali e delle sbrigative esecuzioni capitali; soffiate di spie e informazioni di agenti segreti ai militari, distinte di requisizioni e di espropri illegittimi con l’indicazione delle vittime; elenchi dettagliati dei preziosi, dei contanti e degli oggetti d’arte o sacri razziati nelle case, nei banchi pubblici, nei palazzi reali e nelle chiese; concessioni, infine, di premi, cattedre universitarie o liceali, sussidi una tantum o vitalizi a rinnegati, prostitute, delinquenti comuni (camorristi) e profittatori dai nomi altisonanti trasformati in “eroi puri” e beatificati o divinizzati nei sacri testi della agiografia risorgimentale
.
L’onorevole Manna ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-01134.
Angelo MANNA. Rinunzio ad illustrarla, signor Presidente, e mi riservo di intervenire in sede di replica.
PRESIDENTE. L’onorevole sottosegretario di Stato per la difesa ha facoltà di rispondere.
Clemente MASTELLA. Sottosegretario di Stato per la difesa. Signor Presidente, onorevole Manna, la mia risposta – me ne dispiace molto – è brevissima, per la verità. L’accesso ai documenti sul brigantaggio custoditi presso lo stato maggiore dell’esercito, contenuti in circa 140 contenitori e non duemila, come si legge nell’interrogazione, è libero. Unica formalità di rito è una richiesta scritta preventiva, necessaria per regolare l’afflusso dei visitatori. I documenti sono già stati utilizzati per realizzare opere edite.
PRESIDENTE. L’onorevole Manna ha facoltà di dichiarare se sia soddisfatto per la sua interpellanza n. 2-01134.
Angelo MANNA. Signor Presidente, non credo di potermi dichiarare soddisfatto per la risposta fornitami dall’onorevole sottosegretario, che avrei preferito non vedere stasera in quest’aula per il fatto che sono suo conterraneo e so benissimo quanto è costato ai suoi antenati vivere a Ceppaloni, a un tiro di schioppo da Casalduni e Pontelandolfo, terre ancora oggi maledette, terre di briganti, come furono definite, con tanto di carta protocollo e timbri dal regno unitario, nel 1861. Della risposta che a nome del governo si è degnata di dare alla mia interpellanza, ella è stato soltanto – mi scusi – la voce: e neppure la voce dell’attore, ma – mi consenta – quella del pappagallo (non ce l’ho con lei personalmente), perché quale rappresentante del Governo ella si è informata sommariamente e si è accontentata della solita risposta evasiva, degna soltanto della massima commiserazione, vista che a fornirgliela sono stati alti ufficiali di un esercito che è proprio quello che io mi sono sforzato di descrivere per 35 anni, degno erede di quello sardo-piemontese. Quello che è peggio, signor sottosegretario, è che, lungi dall’aver risposto in maniera neppure evasiva, ella ha prestato la sua voce di pappagallo ad uno stantio e puzzolente copione che, scritto male e stampato peggio, è quello che la solita combriccola dello stato maggiore dell’esercito italiano rabbercia e stiracchia a piacimento da più di un secolo, e da più di un secolo riesce ad imporre finanche ai rappresentanti del Governo dello Stato unitario, perché ad esso possono prestare soltanto la voce, e neppure quella dell’attore: quella del pappagallo. Per carità di greppia? No! Per carità di patria. Sì!
Certo: l’ufficio storico dello stato maggiore dell’esercito italiano è l’armadio nel quale la setta tricolore conserva e protegge i suoi risorgimentali scheletri infami; conserva e protegge le prove delle sue gloriosità sempre abiette; conserva e protegge le prove che nel 1860 l’esercito italiano calò a tradimento nel Regno di Napoli e si comportò, secondo il naturale dei suoi bersaglieri e carabinieri, da orda barbarica; conserva e protegge le prove che Vittorio Emanuele II di Savoia, ladro, usurpatore ed assassino – e perciò galantuomo – nonché il suo protobeccaio Benso Camillo, porco di Stato – e perciò statista sommo – ordinarono ai propri sadici macellai di mettere a ferro e a fuoco l’invaso reame libero, indipendente e sovrano e di annetterlo al Piemonte grazie ad un plebiscito che fu una truffa schifosa, combinata da garibaldesi, soldataglia allobrogica e camorra napoletana.
L’ufficio dello stato maggiore dell’esercito italiano è l’armadio nel quale l’unificazione tiene sotto chiave il proprio fetore storico: quello dei massacri bestiali, delle profanazioni e dei furti sacrileghi, degli incendi dolosi, delle torture, delle confische abusive, delle collusioni con Tore e Crescienzo (all’anagrafe Salvatore De Crescenzo) e con la sua camorra, degli stupri di fanciulle, delle giustizie sommarie di cafoni miserabili ed inermi, delle prebende e dei privilegi dispensati a traditori, assassini e prostitute, come la famigerata Sangiovannara, De Crescenzo, anch’essa, per l’anagrafe… Quali studiosi hanno potuto aprire questi armadi infami, signor sottosegretario? I crociati postumi, gli scribacchini diventati cattedratici per aver saputo rinnegare la propria origine e per aver saputo rinunciare alla ricerca della verità storica, per aver dimostrato di saper essere i sacerdoti del sacro fuoco del mendacio. Signor Presidente, per favore, si giri: guardi il pannello alle sue spalle. E’ falso, è un falso storico! L’ho detto e ridetto sette anni fa: alle urne, nel Regno di Napoli invaso, si presentò solo l’1,9 per cento! Come si ebbe, allora, un milione di voti?
Mauro MELLINI. Si fece con la tecnica dell’8 per mille!
Angelo MANNA. Sapessi a quante tecniche si fece ricorso!
PRESIDENTE. Onorevole Manna, mi consenta di interromperla. Le prometto che detrarrò dal computo del tempo a sua disposizione quello utilizzato per il mio intervento. Vorrei che lei sapesse che l’ascolto: anch’io mi considero un modesto cultore delle memorie storiche. Naturalmente, mi sono fatto un’opinione precisa, anche perché ho un’età purtroppo più avanzata della sua.
Angelo MANNA. Non è colpa sua, né merito mio…
PRESIDENTE. Mi consenta di farle una piccola raccomandazione sul linguaggio. Non mi permetterei mai di entrare in un dibattito storiografico di tanto interesse. La invito soltanto a quella moderazione di linguaggio per la narrazione di eventi drammatici, che pure appartengono in qualche modo alla storia d’Italia. Ne guadagnerà anche l’obiettività, la serenità e l’austerità di quest’aula.
Angelo MANNA. La ringrazio, signor Presidente. Accetto comunque la sua raccomandazione anche perché so che lei, da buon piemontese serio, ha letto i testi scritti sull’altra sponda e quelli del suo generale piemontese (una persona perbene) il Bertoletti, che ha scritto Il Risorgimento visto dall’altra sponda: un testo che io stesso curai quando l’editore napoletano Arturo Berisio volle ripubblicarlo, una trentina di anni fa.
PRESIDENTE. Conosco perfettamente questo genere letterario e le voglio ricordare che una casa editrice piemontese, che anche posso nominare…
Angelo MANNA. Io le dirò che è stato ristampato a Napoli.
PRESIDENTE. …nell’immediato secondo dopoguerra presentò una raffigurazione della storia d’Italia più problematica di quella esposta nei testi ufficiali. Mi riferisco ad un testo aureo che credo lei abbia ben presente, e che è L’Alfiere di Alianello.
Angelo MANNA. La ringrazio per la citazione. Alianello è uno dei miei sacri evangelisti.
Clemente MASTELLA, sottosegretario di Stato per la Difesa. Visto l’andamento della discussione, il Governo non c’entra! E’ un dialogo fra di voi.
Angelo MANNA. I piemontesi “buoni”, voglio dire onesti, ci sono sempre stati, ed anche a quel tempo. Uno per tutti il generale Covone, fior di galantuomo, che però ebbe il torto di mettersi troppe volte sugli attenti di fronte ad una canaglia come Cialdini e a emeriti cialtroni come Fanti, Della Rocca, Pinelli. Li vogliamo nominare tutti i cattivi? Non la finiremmo più! Certo, signor Presidente, anche qualche generale italiano è stato preso di recente dalla fregola della ricerca storica. E quello che è riuscito a capire, a scrivere e a dare alle stampe, è stato ed è mi consenta, signor Presidente – roba da storico voltastomaco.
Il generale Oreste Bovio, che dal 1980 al 1982 ha retto l’ufficio storico dell’esercito italiano, ha osato pubblicare nel 1987, naturalmente a spese dello Stato, quanto segue:”Non può ragionevolmente essere fatto alcun addebito all’ufficio storico dell’esercito per non aver sentito la necessità di analizzare un comportamento delle unità impiegate nella lotta al brigantaggio. Quale importanza potevano avere allora piccoli scontri con briganti e predoni?”. Povera storia, signor Presidente! Poveri cafoni meridionali, povera questione ardente, agraria, sociale! Povero Pasquale Villari, povero Antonio Gramsci, povero Guido Dorso, povero Gaetano Salvemini, povero Franco Molfese! Povera questione meridionale! Voglio supporre che questo Oreste Bovio sia stato gratificato abbastanza, magari con diplomi medaglie e mance competenti, dalla setta allobrogo-ligure-longobarda alla quale ha mostrato di sapere tanto bene reggere il sacco. E voglio sperare che levarie leghe nordiste, tanto care al liberalcapitalismo (gratificato a dovere dal “negrierismo” a basso costo sacramentato dalla legge Martelli) vorranno tenere presente, nelle loro antistoriche confutazioni della storia, questo pagliaccio di generale che, loro involontario profeta, con pochi tratti di penna pagatigli dallo Stato, ha annullato gli orrori dei massacri contadini meridionali da parte dell’orda assetata di sangue e di bottino, ed ha creduto che il clòu della questione meridionale – la sua bestiale conseguenza e cioè l’emigrazione in massa, come “cacciata dei cafoni” dalle proprie terre – fosse una fola inventata da revanscisti borboniani, o capricci di meridionali dediti al girovaghiamo per essere nati con la spiccata tendenza al turismo. Certo, negli armadi dello stato maggiore vi saranno anche le prove del fatto – ormai provato abbastanza – che, se a partire dal 1860, alla sua prima uscita, il regno unificato scrisse pagine vergognose ed abiette, non si rifece affatto nella prima guerra mondiale e toccò il fondo nella seconda, quando tradì nel 1914 la Triplice e quando, trent’anni dopo, tradì Germania e Giappone ed accorse in aiuto del vincitore anglo-franco-americano e si fece finanche stuprare, eroicamente, si capisce, dai marocchini. Ma noi del Sud – che non intende subire ulteriormente il danno della colonizzazione tendente all’assoggettamento totale e la beffa della distorsione premeditata dei fatti storici, che la sua colonizzazione determinò – non interessano le bubbole che i vestali del sacro fuoco del mendacio tricolore fanno propalare anche ad un sottosegretario di stato, nella certezza che, per carità di patria, anche egli, come i suoi predecessori, non disdegni di farsi complice loro nel servire la mistificazione e i suoi profeti abietti.
L’ufficio storico dell’esercito italiano custodisce e protegge le prove storiche che quella sacra epopea, che fu detta Risorgimento, altro non fu se non una schifosa pagina di rapine e di massacri scritta da un’orda barbarica che, oltre la vita ed i beni, rubò al Sud e portò nell’infrancesato Piemonte finanche il sacro nome d’Italia. Gli armadi con gli scheletri infami, che riguardano la repressione del cosiddetto brigantaggio – che fu epopea storica di decine di migliaia di cafoni disperati – recano la catalogazione G11 e G3, e sono circa 150 mila i fogli che, contenuti in 140 dossiers, costituiscono la prova documentale delle efferatezze subito dal Reame degradato a feudo sabaudo, da disbattezzare, spremere, colonizzare e sottomettere. Signor sottosegretario, signor Presidente, colleghi, io non mi chiedo affatto se l’aspetto più vergognoso sia rappresentato dal non già ottuso ma settario rifiuto da parte degli eredi della soldataglia piemontese, ligure e lombarda di aprire gli armadi infami, o se sia piuttosto rappresentato dall’acquiescenza, che è omertà passiva, di un Governo che consente a dei soldati (che possono solo gloriarsi di avere fatto carriera sul campo dell’eterna battaglia delle lottizzazioni ingaggiata dai partiti democratici egemoni) di gestire a piacimento una massa di documenti storici di eccezionale valore e di concederli in visione a piacimento soltanto a scrittorelli di indubbia fede antistorica, che non sprezzerebbero mai il sacro giuramento ateo liberal-capitalistico di servire vita natural durante il mendacio tricolore sul quale è fondata l’ancora imperversante agiografia del cosiddetto Risorgimento.
Sulla questione dell’ufficio storico dell’esercito italiano quattro anni fa Giorgio Boccascrisse su L’Espresso: “Sarebbe davvero troppo chiedere ai militari di documentare e pubblicizzare le violazioni della morale comune che il potere politico gli ha chiesto e ordinato”. Il Bocca non andò oltre, non so se per calcolo tricolorico o per improvviso inceppamento del cervello. Oltre – me lo consenta, signor Presidente – vado io. Affermando che il copione che i responsabili dell’ufficio storico dell’esercito italiano rabberciano e stiracchiano a piacimento e impongono persino ad un rappresentante del Governo italiano affinché si compiaccia di prestare alle sue battute soltanto la voce (neppure quella dell’attore, ma quella del pappagallo), ha 131 anni e non può essere rimaneggiato, riveduto, corretto, adattato ai tempi, adeguato alle necessità della storia. Sarebbe troppo esigere dai militari l’apertura degli armadi nei quali sono custoditi e protetti gli scheletri del cosiddetto Risorgimento. Ma non perché mai e poi mai, signor Presidente, un esercito ammetterebbe i crimini di cui si è macchiato per ordine di una classe politica egemone. Tutti gli eserciti del mondo commettono crimini orrendi, saponificando, napalmizzando, lanciando bombe atomiche, chimiche, batteriologice, ed è umano che nessun esercito sia disposto a mettere in piazza la propria disumanità e a produrne l’inconfutabile prova documentale.
Nel nostro caso, però, si tratterebbe di mettere in piazza che gli eroi del cosiddetto Risorgimento furono dei criminali sull’orlo dell’asburgizzazione, e che i loro sacri ideali fecero da paravento a uzzoli predatori e sanguinari. Al grido di:”fuori lo straniero” gli eroi – cioè i criminali – imposero ai rinnegati e agli spergiuri del Regno di Napoli la cacciata di un re che era napoletano da quattro generazioni e la distruzione di uno Stato libero, indipendente e sovrano.
Ed al suo posto imposero un re che parlava francese e che era il re più spergiuro e fellone e debitoso d’Europa, a prova di storia. Nel nostro caso si tratterebbe di mettere in piazza che l’annessione del reame napoletano fu un’operazione che senza l’intervento della camorra non sarebbe riuscita. Furono i camorristi di Salvatore De Crescenzo, “Tore e Crescienzo”, a presidiare i seggi nel corso del truffaldino plebiscito e ad “uccidere di mazzate” i difensori timidi, pavidi, delle ragione della monarchia nazionale borbonica. E furono ancora i camorristi ad inchiodare con le bocche rivolte verso il mare i cannoni che i fedelissimi della guardia nazionale (che si fregiava della bandiera tricolore, signor Presidente) avevano puntato sulla stazione ferroviaria dove, proveniente da Salerno, sarebbe arrivato lui, il leone imbecille, Giuseppe Garibaldi.
Nel nostro caso, signor Presidente, si tratterebbe di mettere in piazza che ai decennali massacri belluini perpetrati dall’orda barbarica seguì un’emigrazione che fu un’esplosione, a catena, che fu l’effetto della raffica di calcioni tricolori sparata dal regno unitario nei fondelli sfondati di coloro i quali avevano avuto l’infelice idea di scampare ai massacri. In tal modo si renderebbero pubbliche finalmente le cause vere della questione meridionale e si fornirebbero dunque ai politici e ai sindacati di oggi, signor Presidente, le basi sulle quali impiantare, finalmente, la fabbrica dei rimedi specifici. Nel nostro caso, infine, si tratterebbe di mettere in piazza che l’invasione, l’annessione e i massacri subiti dall’Emirato libero e sovrano del Kuwait pochi mesi fa li subì il Reame di Napoli ad opera di Saddam Hussein che si chiamava Vittorio Emanuele II, nel 1860…
Mauro MELLINI. In fatto di poligamia certamente un collegamento c’è!
Angelo MANNA. …e che anche allora l’invasione, l’annessione ed i massacri costituirono una violazione del diritto internazionale… Ma noi non avevamo il petrolio, caro Mellini. Avevamo soltanto l’oro, la dignità, l’onore… E, ciò che contava, eravamo un’enorme piazza di consumo: un mercato di nove milioni e mezzo di bocche!… E la comunità mondiale se ne stette comodamente a guardare! E, quando fu raggiunta dagli urli di sdegno degli uomini, e dai lamenti dei torturati, e dalle grida delle fanciulle, stuprate – signor Presidente, lei che è un cultore di storia – talvolta soltanto a colpi di baionetta, si affrettò a chiudere finestre e balconi; infastidita, molestata dal rumore. Signor sottosegretario, ho avuto dei rapporti con Falco Accade, che è stato Presidente della Commissione Difesa nella IX legislatura, e con i colleghi Edo Ronchi e Guido Pollice. Abbiamo spesso convenuto che bisognerebbe trasferire la massa documentale di cui l’esercito è tenutario e protettore dal 1856 (da quattro anni prima dell’annessione del Regno di Napoli a quello piemontese:quindi da quando non era esercito italiano ma esercito sardo-piemontese) presso gli archivi di Stato. Ma – quanto volte ho dovuto eccepirlo – a ciò non si opporrebbe l’esercito, ma tutti quei ministri i quali, pur di continuare a far credere agli italiani la bella favola del cosiddetto Risorgimento, non esitano a venire in quest’aula (o a frequentare convegni, presiedere congressi) per prestare a copioni vetusti le proprie voci nemmeno di attori, di pappagalli. E a rimetterci quel po’ di prestigio ministeriale, governativo e italiano, che ancora avevano.
Signor sottosegretario, nell’esprimere queste affermazioni e le chiedo perdono se da conterraneo, involontariamente, l’ho offesa – vorrei precisare che per dichiararmi soddisfatto della sua risposta dovrei aver fatto finta di non aver letto tutte le analoghe risposte fornite dai ministri Spadolini e Zanone prima ancora che da lei. Risposte tutte uguali: e tutte bugiarde! Onorevole sottosegretario, se lo gradirà, potrò darle una copia degli atti del convegno sul brigantaggio meridionale svoltosi a Cerreto Sannita nel 1986. Tra i suoi documenti vi è la scheda con la quale gli studiosi possono chiedere l’accesso alla massa documentale riguardante il brigantaggio e il cosiddetto Risorgimento. Dall’esame di questa scheda ella si potrà rendere conto che, alla fine, questi documenti restano inaccessibili ai quivis de populo…Ricordo che il generale Poli l’11 marzo 1987 scrisse al vicepresidente della Commissione difesa della Camera, l’onorevole Baraccetti, le seguenti parole:” Il problema più generale del libero accesso all’ufficio storico nella realtà non esiste, in quanto nel pieno rispetto e nell’osservanza del decreto del Presidente della Repubblica n. 1409 del 30 settembre 1963, il suo archivio è aperto a tutti i ricercatori, italiani e stranieri, senza remora o restrizione alcuna. Ne fanno fede le larghe utenze fruite da grossi nomi del mondo accademico”.
Sottolineo che tra questi “grossi nomi” non vi è nessun meridionale, nessuno studente, nessuno studioso attendibile. A fruire dei “permessi” sono stati e sono sempre i soliti scribacchini che fanno spendere centinaia di miliardi al contribuente italiano per consolidare le “puttanate” che gli storici prezzolati cominciarono a scrivere dal 1860 in poi, forti del solo merito di aver vinto

.

IL FORMAGGIO MORBIDO MOZZATO VOLUTO DAI BORBONE

L’origine della Mozzarella di Bufala e’ molto antica, essa è strettamente legata alla presenza dei capi bufalini già dal lontano XI secolo nelle pianure paludose campane “Piana del Volturno”, infatti sono stati trovati parecchi manoscritti cenni storici a riguardo, risalenti al periodo Normanno, che ne fanno riferimento. La mozzarella in origine si puo’ affermare che sia nata quindi tra i Mazzoni (o Piana del Volturno) e Aversa mentre, in un secondo momento si e’ sviluppata nella Piana del Sele, nell’Agro Caleno e nel Basso Lazio. A partire dal XVI secolo d.C. avviene una forte diffusione del bufalo in Campania, dove all’inizio veniva allevato come animale da soma e poi come animale da latte nella apposite strutture denominate pagliare o bufalare tra cui la famosissima “ Real Pagliara di Carditello” voluta dai Borbone a confine tra Aversa e Capua, che trasformavano il latte munto in mozzarella ricotta burro e formaggi. La mozzarella all’inizio veniva consumata solo all’interno del nucleo familiare che la produceva, perché considerata un prodotto povero e di poco valore. Fù grazie all’intervento del Re di Napoli che con stupefacenti bonifiche territoriali e sviluppo delle vie di comunicazione, velocizzò i trasporti, così la mozzarella comincio’ a varcare i confini della Campania, al tempo Regno delle Due Sicilie che comprendeva anche Abruzzo, Molise, Basso Lazio, Puglie, Basilicata, Calabria e Sicilia, rendendola un prodotto ricercato ed apprezzato su tutte le tavole, anche nobili, non solo del sud. Il nome mozzarella deriva dal termine ‘mozzare’, in riferimento al taglio manuale eseguita con indice e pollice a partire dalla pasta filata ancora calda, allo scopo di creare le forma del formaggio stesso. La mozzarella originale campana, prevede l’uso del latte di bufala al posto di quello vaccino. L’origine della mozzarella pertanto è legata all’introduzione dei bufali in Italia. Secondo alcune fonti questi animali vennero introdotti già con i greci al centro-sud nel IV secolo a.C, per altri, con i re Normanni intorno al Mille. Quello che è certo è che con l’impaludamento della aree costiere tirreniche nelle zone centro meridionali il territorio divenne più adatto per l’allevamento dei bufali. Un primo documento su questo formaggio speciale risale al XII secolo in cui si parla della ‘mozza’ o ‘provatura’ che veniva offerta dai Monaci di San Lorenzo in Capua (Caserta) ai pellegrini in visita. La mozzarella era la versione meno raffinata della provola poiché non poteva essere conservata a lungo. Anche per questo motivo inizialmente la sua diffusione era limitata al sud Italia. Nel XVI secolo, precisamente nel 1570, un altro documento, un testo di cucina scritto da un cuoco della corte Papale, di nome Scappi, cita per la prima volta il termine mozzarella nell’elenco dei formaggi da lui serviti, ” in un ambiente dove pervenivano specialità da ogni parte d’Italia e d’Europa, cita: “…capo di latte, butirro fresco, ricotte fiorite, mozzarelle fresche et neve di latte…”.. Le mozzarelle venivano commercializzate a Capua già nel Cinquecento ma una più ampia diffusione in Italia si ha a partire dal XVIII secolo. Presso la reggia di Carditello nasce una struttura per l’allevamento delle bufale e la lavorazione del latte. Iniziano pian piano a diffondersi le ‘bufalare’: edifici in muratura a pianta circolare, dotate di un camino centrale, dove veniva lavorato il latte di questi animali per ottenere vari formaggi. Le mozzarelle, facilmente deperibili, venivano avvolte da fogli di giunco o mortella e inserite in anfore. Certamente la provola era più diffusa della mozzarella ma è strettamente collegata ad essa, perché ugualmente fatta con latte di bufala, rappresentando un’ulteriore fase della lavorazione il cui termine primario è “mozza”, di cui la più antica citazione sicura si ha prima del 1481 dal fiorentino Giovanni di Paolo Rucellai. 
Plinio il vecchio (N. H., XI 241) cita il laudatissimum caseum del Campo Cedicio, identificabile con quelle aree tra Mondragone ed il Volturno, cui pure compete l’attuale denominazione di “Mazzoni” e dove è assai sviluppato l’allevamento bufalino e la produzione di latticini di bufala. All’ epoca di Plinio si trattava evidentemente di prodotti vaccini, ma quando tra X e XI secolo si sviluppò il fenomeno dell’impaludamento, il bufalo trovò un habitat idoneo ed il suo latte sostituì quello vaccino nella preparazione di quel prelibato formaggio. La mozzarella, quindi, è collegata nella origine del termine alla mozza che altro non è se non la provatura, ovvero la provola; solo così si chiarifica l’espressione del 1570 dello Scappi “mozzarelle fresche” (incomprensibile perché per noi la mozzarella è solamente fresca!). Se nel mercato di Capua fin dal 1500 compaiono mozzarelle accompagnate da provole, i dati archivistici sembrano dimostrare come nella non lontana Castelvolturno pervenissero solo provature e le Assise della città di Napoli confermano, per quello stesso periodo, la presenza su quel mercato solo di provature affumicate e fresche; invece la mozzarella, accompagnata da provole, sembra comparirvi solo dal 1720 per diventare più frequente dal 1780 in poi. Contemporaneamente si incrementa sulla piazza capuana il consumo della carne di bufalo, tanto da costituirsi presso l’amministrazione della città un libro della macellazione vaccina e bufalina (1777-1781), mentre un secolo prima i pochi capi bufalini macellati annualmente erano registrati nel libro della macellazione vaccina (1681). con l’impaludamento della aree costiere tirreniche nelle zone centro meridionali il territorio divenne più adatto per l’allevamento dei bufali. Dal 1600 si inizia ad avere notizia delle “bufalare”: costruzioni in muratura di forma circolare dove si lavorava il latte di bufala producendo caciocavalli, burro, ricotta e, naturalmente, mozzarella. All’inizio la mozzarella, vista la sua deperibilità, era destinata ad un mercato prevalentemente locale. Negli annuali contratti per l’appalto del prodotto della “Reale Industria della Pagliara delle bufale” a Carditello, si stabiliva che la mozzarella doveva restare nella salsa 24 ore, mentre la provola 48; la successiva affumicazione, cui generalmente era sottoposta quest’ultima, era un espediente per una migliore conservazione in vista di più facile trasporto e commercializzazione. I documenti d’archivio dimostrano che la pratica dell’affumicazione era stata in precedenza strumento molto utilizzato nel tentativo di conservare più a lungo prodotti facilmente deperibili: infatti nel XVII secolo sul mercato capuano affluiscono accanto alle mozzarelle fresche, provole e mozzarelle affumicate, nonché ricotte di vacca e di bufala salate ed affumicate.
In definitiva la mozzarella si configura in origine come un sottoprodotto della preparazione della provatura/provola, circondata da una scarsa considerazione per le difficoltà di conservazione e commercializzazione date le peculiari caratteristiche di freschezza, e perciò destinata ad un circuito ristretto, magari di raffinati degustatori. Ancora intorno alla metà dell’800 nella piana del Sele “…le mozzarelle non erano destinate al commercio ma si confezionavano per uso familiare e il latte bufalino serviva per la lavorazione di provole affumicate per salvaguardarne la crosta dal deterioramento…” ( Migliorini). 
Questo incremento del consumo di derivati bufalini (carni e mozzarelle ) sulla fine del XVIII sec. è indubbiamente legato all’impianto della Tenuta Reale conosciuta come “Carditello”.
In effetti fino al 1790 si chiamò “Cardito” nei documenti ufficiali, avendo occupato parte di una più vasta area di tal nome, della cui estensione resta traccia nel nome del “Fosso del Cardito”, che dalla tenuta “Il Cammino” va verso occidente. 
I documenti della gestione della “Reale Industria della pagliata delle bufale”, conservati presso l’archivio della Reggia di Caserta, e permettono d’individuare negli anni ’80 di quel secolo quella “molta attenzione” di cui parlava il de Salis Marchlins, che porta il miglioramento della razza e l’incremento del prodotto: pur riducendosi nel 1790 il numero degli esemplari in lattazione di circa la metà, la quantità di prodotti, in latte e mozzarelle o provole, è appena dell’11% inferiore al massimo del 1784, che ha segnato kg. 30840 di mozzarelle o provole, per la cui manipolazione debbono essere stati impiegati più di 129.500 litri di latte di bufala.
Riportate all’epoca sono cifre di notevole consistenza: un mare di latte, che viene manipolato per inondare con un fiume di prodotto l’area casertana e quella napoletana; così si può spiegare la rinomanza, presso larghi strati della popolazione napoletana, della “Mozzarella di Cardito”, che nella diffusa ignoranza della geografia antropica ed economica della Regione viene tutt’oggi attribuita al grosso centro, che si incontra a ridosso di Caivano sulla S. S. 87 “Sannitica”, dove per altro non c’è stata mai l’ombra di un goccio di latte bufalino. I benefici influssi della Tenuta Reale si prolungano nel tempo: nel 1811 all’esame del compilatore della Statistica Murattiana, la razza bufalina campana, dopo le cure al miglioramento genetico attuate nel secolo precedente anche mediante incroci con esemplari della Piana del Sele risulta migliore di quella della campagna romana, si che l’allevamento bufalino è attività ad alto reddito (circa il 40% del capitale investito); il che giustifica l’elevato numero di capi (7800) presenti nell’area capuana.
Poco più di un cinquantennio dopo (1868), ad unità ormai avvenuta, il quadro appare notevolmente modificato giacchè il numero dei capi s’è ridotto a poco più di un terzo (2422): conseguenza diretta ed immediata delle bonifiche che hanno interessato le piane intorno al Volturno, recuperando terre all’agricoltura, ma riducendo drasticamente quelle idonee all’habitat bufalino. 
Si inizia così quel contrasto tra agricoltura avanzata ed il conservatorismo di chi vuol sfruttare a fondo un’attività che garantisce ancora un reddito elevato. E’ anche, questo, il tempo in cui con il miglioramento della rete stradale, con l’espandersi delle ferrovie, i prodotti bufalini cominciano a varcare i confini della Campania, per raggiungere altre zone di smercio. Con gli ulteriori interventi di bonifica, attuati in Campania a cavallo degli anni di guerra, sembrò si volesse segnare la definitiva scomparsa dell’allevamento bufalino; però malgrado le catastrofiche previsioni dell’immediato dopoguerra, si deve registrare un incremento medio dell’allevamento costante negli anni.


Elogio postumo di Ninco-Nanco

“Voi avete saputo il sito dove nacquero questi due fratelli (i Summa),da chi avevano essi appresa l’arte di comandare uomini, farsi amare, ubbidire,e temere,dove attinsero queste tre sublimi virtù,tanto difficile a godersi,quanto difficile a possedersi.Eppure un rozzo contadino,senza conoscere neanche la z, tartaglione,rozzo,e selvaggio, era temuto ubbidite ed amate da una banda furmidabile, cui riponeva le feducia in lui per la loro salvezza e non restavano mai delusi.Circa due mesi fu sempre con me, apprese così bene l’arta del deludere dell’incannare,e del sorprendere, che non ebbe simile, veloce come il lampo nella defesa,sapeva così bene scegliere la posizione difensive ed offensive che una volta prese, non ce la levava senza grave contusione,con tal tattica e sempre riuscite a sosoprafare forze due volte superiore alla sua, ed io stima che non vi puole essere migliore sensibilità per uno uomo dedite alla Guerra,fourchè la scelta del terreno da manovrare”. 
Scritto da Carmine Crocco e tratto da Franco Molfese, Storia del brigantaggio dopo l’Unità.

L'immagine può contenere: 1 persona, spazio all'aperto

“Educazione alla minorità”.

Parallelamente all’unità d’italia si mise in moto un’imponente propaganda che esaltasse le qualità del nord e le mancanze del Sud. Per convincere i Meridionali, dopo la carneficina di briganti, contadini e soldati conseguente all’occupazione piemontese, lo Stato italiano per far accettare la colossale spoliazione ed il conseguente trasferimento di ricchezza dalle regioni del Mezzogiorno a quelle settentrionali iniziò un’opera di denigrazione che non è mai terminata. Nella Storia dell’umanità non era mai successo che un popolo libero, tranquillo ed avanzato come quello che abitava le Due Sicilie, ha dovuto subire un’opera così grande di denigrazione da un popolo più arretrato, per economia e cultura, com’era quello piemontese, da uno staterello ambizioso, militarista e corrotto. Mai popolo progredito come quello nostro, erede della Magna Grecia e di successive civiltà avanzate, ha subito tale devastante demolizione etnica nella sua propria terra, mentre molti genocidi si sono compiuti nella storia contro popoli colonizzati che possedevano un livello tecnologico arretrato. Per schiavizzarci, e renderci miseri coloni è stato usato ogni mezzo. Da quello economico, concedendo ai proprietari terrieri terre e boschi del pubblico demanio di cui fecero scempio, a quello della forza, affidando la gestione del potere locale ai mafiosi, in precedenza mazzieri degli stessi baroni e possidenti agrari, a quello culturale, con il controllo dei mezzi di informazione e delle scuole.

Il consenso politico si creava favorendo la nascita di una piccola borghesia privilegiata, del tutto separata dal resto del popolo “basso”, i contadini poveri e i proletari, sfruttati come bestiame nel lavoro dei campi, per quello che serviva, e deportati per il superfluo, la gran parte nell’industria del nord, creata con i soldi dello stesso Sud, o venduti a stati stranieri in cambio di carbone ed altre utilità. Una corazza, solidificatasi nel lungo tempo della colonizzazione, fatta di luoghi comuni, di visioni parziali spacciate per verità e addirittura di menzogne programmate al solo fine di ridurre la città in condizioni di non nuocere: ovviamente l’Italia non è stata tenera nè con Palermo nè con Bari nè con il resto del Sud, ma Napoli era l’emblema del Sud e quindi bisognava ridurla a “Quintessenza del Male Assoluto”, al fine di preservarsi da altri possibili tentativi briganteschi tesi a recuperare una qualsiasi forma di perduta indipendenza e al fine di instillare nei vinti una spontanea adesione al concetto di Minorità. Un silenzio tombale sui mille anni della Capitale delle Due Sicilie, sulla sua cultura, sulla sua arte, sulla sua storia, sulle sue tradizioni. Tutto il buono è stato sepolto con abilità e quando non era possibile una Rimozione veniva spacciato per Italiano. Per cui la pizza, Caruso, la musica del settecento napoletano diventavano fatti italiani, mentre la camorra rimane napoletana. Quanto all’essere oppressi (in quel Sud tomba di Pisacane, fratelli Bandiera e oppositori indigeni), Lorenzo Del Boca rammenta che a giustiziare il maggior numero di patrioti italiani non fu l’Austria, ma il Piemonte. Ai meridionali, la liberazione per mano savoiarda costò centinaia di migliaia di morti (Civiltà Cattolica scrisse: un milione), con paesi rasi al suolo e la gente bruciata viva nelle case, dopo il saccheggio e gli stupri. Tutti «briganti»!

Cominciò allora quella «educazione alla minorità» che indusse i meridionali ad accettare un ruolo subordinato e certi settentrionali a ritenersi italiani meglio riusciti, con più diritti. Ma se mi dicono che il paese fu unito da mille idealisti nordici che liberarono «quelli là», tuttora fannulloni e delinquenti, nonostante ci si sveni per loro da 154 anni, ti meravigli se non li sopporto più e divento leghista? E se sono pure razzista e li chiamo «porci» (Bossi), «topi da derattizzare» (Calderoli, come Goebbels), «merdacce mediterranee» (Borghezio), «cancro» (Brunetta). In 154 anni l’Italia, e anche oggi, per mezzo dei suoi mass media, dei suoi opinion makers, dei suoi storici, dei suoi politici, dei suoi sociologi, dei giornalisti ha vomitato su Napoli tanto di quel veleno , che neanche il famigerato Vesuvio, nella peggiore delle eruzioni pliniane, avrebbe saputo fare. E, tuttavia, nonostante tutto questo, avallato dalla quasi totalità della cultura e della politica italiane qualcosa si muove: qualcosa che travalica i confini dell’Italietta. E’ l’Europa , anzi il Mondo, che riscopre la grandezza della Capitale delle Due Sicilie.

Un dato tra i tanti: nonostante l’Italia remi contro, Napoli si conferma come una delle mete preferite dal turismo mondiale: le statistiche informano che il 65% dei visitatori è straniero. Vale a dire che, dove non arriva la mala stampa italiana, la grandezza della città è fuori discussione.

E’ dunque la cultura, l’agente che libererà Napoli: la cultura da far conoscere fuori e la cultura da interiorizzare dentro.

E’ necessario che napoletani e meridionali si liberino della sindrome di Stoccolma e si riapproprino della propria grandezza. Roma è la capitale d’Italia, ma Napoli è la Capitale delle Due Sicilie. E’ tutta un’altra cosa!

L'immagine può contenere: 3 persone