LE INDUSTRIE TESSILI DEL REGNO

Per i nazional-bugiardi il Regno delle Due Sicile era un paese unicamente agricolo e senza industrie, ma la realtà come al solito è un’altra e la conferma ci viene da i dati economici dove si evince che essa costituiva, in valore, la seconda fonte delle esportazioni del regno delle Due Sicilie (dopo chiaramente i prodotti dell’agricoltura con l’olio lampante in testa).
Le industrie tessili erano diversificate da tre settori principali: quello del cotone, della lana e della seta.
Nel 1835 si contavano ben 117 fabbriche di lana e alcune di queste come la “Sava” di Napoli, la “Ciccodicola” di Arpino, la “Manna” nel cicondario di Sora, non erano seconde alle più rinomate in Europa per la qualità delle macchine usate. Prima dell’unità l’industria tessile era capillarmente diffusa in tutto il regno: Abruzzo, Calabria, Basilicata e Puglia dove lavoravano diverse migliaia di operai. Il settore cotoniero vantava, al suo vertice, quattro stabilimenti nella parte continentale del regno ed uno in Sicilia con 1.000 o più operai ciascuno (1.425 lavoravano per VonWiller a Salerno; 1.160 in un’altra filanda della provincia; 1.129 nella filanda di Pellezzano; 2.159 nella Egg di Piedimonte Matese; di cui 200 erano fanciulle bisognose del Regio Albergo dei Poveri di Napoli, un migliaio nella Aninis-Ruggeri di Messina). Nello stesso periodo gli stabilimenti lombardi a stento raggiungevano i 414 operai della filatura Ponti; a Biella erano occupati 1.600 operai; a Torino nelle industrie miste di cotone e lana ne erano occupati 3.744.
Il comprensorio in cui si concentrò l’industria tessile meridionale è nel Salernitano, gli operai addetti alle fabbriche di tessuti erano 10.244 (dei quali 1.606 avevano la qualifica di “Capo d’Arte”). Nei tre principali stabilimenti salernitani erano attivi 50.000 fusi e oltre 10.000 addetti. Al contrario, le punte massime di sviluppo raggiunte dal Nord erano rappresentate dai 414 operai della filatura Ponti in Lombardia, dai 1.600 operai degli stabilimenti di Biella e dai 3.744 occupati a Torino nelle industrie miste di cotone e lana.
Quasi 12.000 lavoratori su 30.000 abitanti erano impiegati negli stabilimenti presenti nella “Terra di Lavoro” della valle del Liri, dove erano presenti oltre 15 lanifici (il più importante era la fabbrica Zino che aveva l’appalto per le uniformi dell’esercito), e nel circondario di Sora. Ad Arpino (vicino Sora) vi erano 32 fabbriche che impiegavano oltre 7.000 operai. L’industria del lino e della canapa diede lavoro a ben 100.000 tessitrici e 60.000 telai, fu così dato lavoro al mondo rurale prevalentemente femminile. Nella prima “Esposizione Nazionale Italiana di Prodotti Agricoli e Industriali e di Belle Arti” svoltasi a Firenze nel 1861, quindi subito dopo la proclamazione del Regno d’Italia, lo stabilimento tessile di Sarno, una sorta di polo tessile, risultò essere il più grande della penisola nella produzione del lino.
I più attenti all’imprenditoria industriale furono gli svizzeri. Negli anni ’30 nella Valle del Sarno venne fondata a Piedimonte d’Alife la manifattura di Egg, con 1.300 operai e 500 telai; a Scafati quella di Mayer e Zollinger; presso Salerno quella di Vonwiller e Zublin. Si può dire che l’industria tessile era prevalentemente in mano ad una cospicua comunità svizzera campana. Le industrie tessile di: Von Willer, Meyer & Zottingen, Zublin & Co., Schlaepfer, Wenner & Co., Escher & Co. erano dotate di stabilimenti meccanizzati, avevano in quell’epoca potenzialità superiori a quelle presenti nel distretto di Biella (che dopo l’unità diventerà stranamente il principale polo tessile italiano).
In quest’area, assieme al settore tessile, sorse anche un cospicuo indotto, in alcuni casi sopravvissuto fino ai nostri giorni. Il nucleo più antico della comunità elvetica in Campania si fa risalire alla nascita degli stabilimenti Egg a Piedimonte d’Alife.
La migrazione di tessitori svizzeri in Campania fu causata dalla ristrettezza di materie prime di cui soffriva il settore tessile elvetico durante il “blocco continentale” napoleonico, che impediva le esportazioni di filati dall’Inghilterra (fondamentali per la nascente industria tessile svizzera). Tra i primi svizzeri ad intraprendere la produzione tessile nel reame napoletano si ricordano in particolare i Meuricoffre (futuri banchieri) e Giovanni Giacomo Egg. Quest’ultimo nel 1812 ebbe in concessione dal governo un vecchio monastero a Piedimonte d’Alife che in breve trasformò in un moderno opificio dotato di una forza lavoro di 1.300 operai. Molti connazionali di Egg, incoraggiati dal suo successo, decisero così di stabilirsi nel Regno delle Due Sicilie, in cui la produzione di cotone (nell’area vesuviana) e di lana (negli Abruzzi) era abbondante e qualitativamente buona.
Inoltre la nascita di questo polo industriale portò alla richiesta di costruzione di una strada ferrata che consentisse il collegamento degli opifici con Napoli: all’epoca era già in costruzione la linea per Salerno (nel 1844 la ferrovia da Napoli era giunta a Nocera e nel 1866 giungerà a Salerno) e quindi
sembrava semplice prolungare tale tratta alla Valle dell’Irno.
LO STABILIMENTO DI NICOLA FENIZIO.
Ricordiamo anche gli stabilimenti del celebre imprenditore Nicola Fenizio, posti nel comune di Angri (provincia di Salerno) che davano lavoro a più di 4.000 persone e che esportavano ottima seta filata in tutto il mondo, tanto che i concorrenti arrivarono a contraffarne il marchio. La seta di Paolo Finizio era molto pregiata e ben pagata. Nell’anno 1832 i mercati di New York, del Massachusetts e della Pennsylvania pagavano una libbra da 6 a 7 $; mentre le migliori sete cinesi e francesi difficilmente superavano i 6 $ per libbra. Nel 1834 le sete del Finizio furono quotate a quasi 10 $; mentre quelle francesi e cinesi a quasi 8$. Le matassine di seta per cucire erano così perfette che in Germania ed in America erano preferite a tutte le altre. Così n America per incrementare le vendite alcuni produttori falsificarono il marchio di Paolo Finizio.
L’OPIFICIO DI SAN LEUCIO.
Presso Caserta, il vero fiore all’occhiello, per quanto riguarda la produzione della seta con 600 addetti e 130 telai. In questo stabilimento si introdussero tutte le fasi della lavorazione della seta, dalla coltivazione dei gelsi, all’allevamento del baco da seta, fino al manufatto finito. Si producevano prodotti serici di primissima qualità acquistati da tutte le corti europee.
LA PRODUZIONE TESSILE IN CALABRIA.
Oltre alle acciaierie di Cardinale in Calabria esistevano anche delle filande dette in gergo locale “vattandìari” dove venivano lavorate varie fibre naturali, fra cui la lana. Con questa veniva prodotto un tessuto impermeabile chiamato “arbascio” del quale nessuno sa più con esattezza come venisse realizzato. Notevole era la presenza di imprenditori stranieri. In particolare la Calabria citeriore era nota per la lavorazione della lana, le Serre e il Poro per quella della seta. Alla nascita dello Stato italiano, nel 1860, le imprese del settore disponevano complessivamente nella regione di circa 11 mila telai. Nella sola industria della seta operavano oltre tremila persone, con larga presenza femminile. Il Sud era inizialmente indietro nella produzione della seta, che incideva solo per il 17,5% della produzione complessiva italiana. In seguito all’incremento delle piantagioni di gelsi ed all’allevamento del baco si ebbe dal 1835 un rinnovato sviluppo dell’industria della seta e nuove filande sorsero in Calabria, in Lucania, in Abruzzo.
LA PRODUZIONE TESSILE NEL MESSINESE.
L’industria messinese nelle tessiture non solo era riuscita ad imporsi su tutta la Sicilia, ma si stava trasformando in una vera e propria holding. Il sigillo di qualità ed operosità dato dal governo regio agli industriali di Messina, la loro forza lavoro e i rispettivi Istituti di Credito, erano riusciti negli anni trenta del XIX secolo, a creare una realtà industriale impressionante. Essi non solo erano in grado di lavorare notevoli quantità di merce grezza, ma erano allo stesso tempo riusciti, a costruirsi le macchine e gli impianti atti allo scopo, come fecero i fratelli Ottavini di Messina nel 1851.
LO STABILIMENTO INDUSTRIALE AINIS DI MESSINA.
Era costui uno dei tanti imprenditori di Messina, desideroso di migliorare la sua posizione. Iniziò con una filanda ed una fabbrica per la stampa dei tessuti di cotone nella riva settentrionale della città di Messina. Nel 1855 la fabbrica, fu ulteriormente ingrandita fino a diventare un grandissimo stabilimento industriale. Nel 1858 vi aggiunse la tessitura meccanizzata: furono utilizzate tre macchinari a forza cavalli vapore, con 5 caldaie della potenza complessiva di 75 cavalli. Queste alimentavano pure, 102 telai e tutte le altre decine di macchine, necessarie per la completa lavorazione dei filati tessili, consumando 1200 tonnellate di carbone all’anno. In questo stabilimento si lavoravano annualmente, 500 balle di cotone filato, del peso di quintali 3.200; inoltre si utilizzavano diverse droghe necessarie per la coloritura e la stamperia dei filati per un peso di due quintali e mezzo. Il tessuto filato e stampato con questa tecnica lavorativa, ammontava annualmente a 60.000 pezze in tessuti diversi. Vi prestavano opera: 1.600 tessitrici, 50 scolare, 200 operai, 3 direttori, 6 fuochisti, 2 macchinisti, 4 incisori, 3 custodi pagandoli per salario, da un tarì a una onza. Il suo indotto dava lavoro ad altri 400 operai. Tale stabilimento, in modo diretto e in modo indiretto, forniva lavoro a 2.270 operai messinesi.

Fig. 1: INDUSTRIA TESSILE MESSINA
Tutta l’industria napoletana fu lasciata letteralmente languire dopo l’unificazione, affamata dall’abbattimento troppo repentino dei dazi e dalla mancanza di commesse statali, che furono assegnate ad aziende del Nord in proporzione vergognosa. Infatti, a fronte di un prelievo fiscale nelle privincie meridionali pari al 40% del totale, le industrie del Sud ottennero soltanto il 6% delle commesse militari ed di quelle relativa ai lavori pubblici.                                                  1,9

Fig: 2: Industria tessile della societa del Sebeto nella Valle dell’Irno
Il mito di un Regno delle Due Sicilie essenzialmente agricolo, con un’industria appena nascente, in grave ritardo rispetto al resto d’Europa a causa della miseria diffusa e della paralizzante burocrazia borbonica, resiste caparbiamente nonostante sia stato più volte clamorosamente smentito dalla ricerca storica d’archivio, di cui il libro del prof. Gennaro De Crescenzo, Le industrie del Regno di Napoli, è un esempio prezioso.

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Fig: 3: Un telaio calabrese

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Fig. 4: Lo stabilimento tessile di Gaetano Ainis di Messina

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