“SUD” E’ CHI VIENE MESSO NELLA CONDIZIONE DI NON ESSERE ED E’ POI RIMPROVERATO PER NON ESSERE!

Il nostro Mezzogiorno fu invaso in nome dell’Unità d’Italia, devastato, la sua economia distrutta: le più grandi acciaierie e officine meccaniche della penisola, i cantieri navali, i commerci con il resto del mondo: tutto mandato in malora, demolito; l’opposizione delle maestranze talvolta domata a fucilate dai fratelli d’Italia (avendo cominciato con Romolo e Remo…); rubato l’oro delle banche (1.500 miliardi di euro, se restituiti, oggi, con gli interessi), poi, pure gli ultrasecolari Banchi di Napoli e di Sicilia furono incorporati a forza, da istituti di credito del Nord, a prezzi da bancarella; e la strage di centinaia di migliaia di meridionali, chiamati briganti (o anche “non briganti”, e uccisi lo stesso, purché meridionali, come da dispaccio del sanguinario colonnello Fumel), per comodità dell’occupante; le rappresaglie con libertà di stupro etnico e patriottico sulle donne del Sud; le deportazioni in massa; infine l’emigrazione (mai esistita prima) di venti milioni di persone, per miseria indotta.
Mille interessi si coagularono contro il Sud. Nell’imperdibile libro del professor Eugenio Di Rienzo, Il Regno delle Due Sicilie e le potenze europee. 1830-1861, trovate i documenti sulle manovre della Gran Bretagna (e Francia, e Austria) per distruggere il Regno, politicamente non allineato (e con qualche attenzione di troppo per la Russia), ostacolo e concorrente degli inglesi sulle rotte commerciali mediterranee e persino oceaniche, alla vigilia dell’apertura del Canale di Suez e dopo la poderosa crescita della flotta mercantile napoletana.
A trascinare animi e folle fu anche la diffusione dell’idea che i popoli avessero diritto e addirittura dovere di costituire uno Stato nazionale nei “confini naturali” assegnati dalla geografia. Tali sentimenti, il vento di quei tempi, generarono politica, rivoluzioni, letteratura, ideali (di cui qualcuno approfittò). Un vento potente che sfociò poi nel nazionalismo, sino al nazionalsocialismo, e alimentò schieramenti ideologici: si alzò nell’Ottocento e imperversò per tutto il Novecento.
Mai gli uomini si erano scannati così; il numero delle vittime è stato calcolato in più di duecento milioni, nel mondo.
Benessere dei popoli (alcuni, mica tutti) e unità delle Nazioni (alcune, mica tutte) giustificarono ogni mezzo. Lo svuotamento di beni, di gente, di passato e di futuro che patì il nostro Mezzogiorno, fu destino di altre colonie interne (Irlanda, Scozia…) ed esterne, cui toccò fornire braccia, risorse e mercati al trionfo della seconda rivoluzione della specie umana, dopo quella dell’agricoltura: la produzione industriale di una quantità teoricamente illimitata di merci. I meridionali riscoprono la propria storia, nell’indifferenza o l’incredulità del resto del Paese e di parte del Sud. E, a mano a mano che riacquistano la memoria, perdono la vergogna dei vinti: più quella si diffonde, più questa scema; molti giovani, pur avendo grandi possibilità altrove, rifiutano di andarsene e avviano, a casa propria, iniziative economiche, culturali, sociali; mentre la politica (quella di sempre) si traveste da Sud, nascono partiti nuovi, movimenti identitari e territoriali (Lino Patruno li racconta in Fuoco del Sud); per la prima volta, un autonomista diviene presidente della Sicilia; la Regione Sardegna approva un documento del Partito sardo d’azione sulla “verifica delle ragioni della permanenza dell’isola in Italia” e in tribunale, mai successo, si riconosce a un indipendentista il diritto di difendersi in sardo; fuori dai sindacati nazionali (e talvolta contro), agricoltori e allevatori insorgono,
come il Movimento dei Forconi (specie siciliani e sardi), bloccano mezz’Italia. Era più di mezzo secolo che non si parlava tanto di Questione meridionale.
(di Pino Aprile da “Mai più terroni”)lb

“Coloro che non riuscirono a morire massacrati? Scesero dai monti e deposero le armi. Si vendettero finanche l’onore delle figliolette e delle madri per togliere il disturbo. Scesero dai monti per prendere la via dell’unica speranza di vita che la matrigna Italia fosse capace di additar loro: l’America…..un passaporto rosso, una mappatella appesa ad una mazza, la morte nel cuore. E fu l’emigrazione ………. Andò al porto di Napoli, l’Italia degli intellettuali, a vederli partire …
Fu soltanto capace di cantarci sopra, di sventolare fazzoletti, di intonare canzoni lacrimose … Partono ‘e bbastimente pe tterre assaje luntane …!
Versò qualche lacrimuccia vigliacca. Tornò a casa, mangiò con buon appetito, e si fece la controra. Prosit, Italia degli intellettuali …”.                                                              (Dal libro “QUEGLI ASSASSINI DEI FRATELLI D’ITALIA” di Angelo Manna)er bugia

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