LE RETORICHE CELEBRAZIONI A 100 ANNI DALLA FINE DELLA I GUERRA MONDIALE

Sono da poco terminate le celebrazioni della prima guerra mondiale il più grande conflitto mai visto, una carneficina che coinvolse quasi tutti i continenti, gran parte delle Nazioni e dei loro abitanti, cambiandone per sempre il destino. Crimini e orrori in vasta scala, armi nuove e micidiali, indifferenza per le spaventose perdite militari e civili hanno accomunato quasi tutti i numerosi fronti aperti. L’italia grazie alle spinte dei soliti imprenditori mazzettari entrò in guerra nel 1915, all’alba del 24 maggio gli Italiani passano il Piave diretti al fronte, in molti erano convinti che la guerra già iniziata non sarebbe durata che pochi mesi. L’italia, era un paese povero e impreparato, con generali felloni e così si trovò presto in trincea. La guerra per molti era l’occasione per fare pulizia dallo stantio Stato Liberale, dal giolittismo, dal trasformismo politico e forse l’occasione di unire davvero l’italia visto che non si era ancora arrivati ad avere un popolo unico. L’unità che era stata imposta con le armi e con il sangue sui territori liberi meridionali del pacifico Regno delle Due Sicilie con un atto di pirateria internazionale, non era riuscita a “fare gli italiani”. Quindi bisognava “completare” il Risorgimento e quale occasione migliore per farli diventare italiani come gli altri, dopo che poco più di 50 anni di forzata unificazione li aveva tenuti ai margini come esseri inferiori!
E così furono immolati per gli interessi economici di quelli stessi che li avevano sfruttati fino ad allora. Essendo ormai chiaro che quella guerra fu voluta soprattutto dal sospetto interventismo di gruppi industriali settentrionali che si arricchirono con le commesse belliche, mentre il pane mancava anche a Torino. E voluta da una classe politica desiderosa di appuntare medaglie altrui sul suo petto. Quella stessa che aveva trattato il Sud solo come malavita e serbatoio di voti. I terroni diedero la vita per una patria estranea che non l’aveva mai data per loro. Fù un altro massacro di meridionali! Questo fu la prima guerra mondiale: perché la maggioranza delle vittime furono ragazzi del Sud. Insomma ancora una volta “Il sangue dei terroni”, come lo storico-giornalista torinese Lorenzo Del Boca intitola il suo libro (ed. Piemme) sulle nefandezze della disunità d’Italia. Su un milione e mezzo di morti di quell’immane carneficina, la più atroce della storia nazionale, un milione provenivano dal Sud. Almeno un caduto a famiglia. Non solo non sapevano nulla di quel conflitto. Ma non sapevano nulla dei luoghi dove furono mandati a farsi cancellare. Né sapevano nulla degli altri che furono con loro perché glielo avevano impedito sia la condanna del Sud all’isolamento, sia l’immane emigrazione per terre assai lontane. Naturalmente non sono ricordati in nessuna celebrazione, come non sono ricordate le vittime del 1861 in una sempre attesa riconciliazione nazionale. Meno che mai quest’anno che si sono rievocati i cento anni della grande guerra. E solo una minoranza ha l’onore di un nome su una croce o in un sacrario. Perché la maggioranza fu solo poltiglia umana rimasta maciullata e irriconoscibile sulle pietraie del Carso, o sull’Isonzo e sul Piave, o nella rotta di Caporetto. In quella vergogna collettiva merito ormai riconosciuto di comandanti incompetenti e criminali (Cadorna in testa) che mandavano gli altri allo sbaraglio facendo la bella vita a chilometri di distanza. La bassa considerazione da parte dei nobili ufficiali sabaudi del valore delle vite dei soldati (specie se meridionali) coniò il termine: ”Carne da cannone”, dove si mandavano truppe contro obiettivi di scarso valore strategico.
Ordinavano di lanciarsi contro le mitraglie nemiche che li mietevano come insetti. Si calcola che ogni folle assalto che era loro imposto, ne lasciasse al suolo almeno il 50 per cento, una la percentuale più alta fra tutti i belligeranti. Tronchi spezzati, moncherini di braccia, gambe mozzate e calpestate dagli scarponi degli altri. I loro brandelli di carne si incollavano ai reticolati di quegli austriaci straniti anch’essi nel vedere in che modo fosse trattata la vita umana. Era del resto forse il modo migliore di perdere la gioventù, altrimenti si finiva con la cancrena o altre infezioni mortali o tormentati da parassiti nell’inferno delle trincee piene di merda, fango e gelo, se non si finiva fucilati in nome di una ferrea disciplina imposta da quegli stessi ufficiali codardi che sarebbero stati i primi a meritare il plotone d’esecuzione: le decimazioni (percentuali punitive di propri uomini estratti a sorte e condannati alla morte sommaria). Pare che i processi con le relative condanne a morte sulla propria truppa furono addirittura 400.000! La storia si ripeteva sempre contro gli ultimi, che pur andavano all’assalto al grido “Savoia”. I poveri ragazzi meridionali predestinati militi ignoti, o reduci mutilati a vita, o impazziti per sempre (gli “scemi di guerra”) erano in gran parte contadini poveri, per metà analfabeti. Decine di loro costavano meno di un piccolo obice. E i loro paesini li accompagnavano in processione alla partenza come in un funerale. Ma furono capaci dell’eroismo limpido di chi era sempre stato abituato al sacrificio. Questo fu la prima guerra mondiale per l’italia fatta con il sangue dei terroni. Ma se a 100 anni si commemora una delle guerre più sanguinose di cui ormai si sa tutto, il Paese continua a nascondere la verità e a mentire come sempre quando c’è di mezzo il Sud.

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