L’UNITA’ ?

La serie di eventi che portarono alla cosiddetta unità nazionale non possono in alcun modo essere ascritti al moto di popolo sublimato da Mazzini. Il successo arrivò percorrendo la via militare sostenuta dai governi di Francia e d’Inghilterra e accettata dalle rispettive classi dominanti. L’esito finale e alcuni particolari fanno pensare che l’intrigo internazionale fu opera del gabinetto inglese, mentre la fase operativa fu affidata all’esercito francese, il quale batté quello austriaco sulla pianura lombarda, la cui sconfitta schiuse le porte dell’Italia intera all’invasione sabauda. Accanto ai militari che prendevano possesso del paese si mosse la cosca degli speculatori, di cui Cavour si era circondato nell’infondato convincimento che la speculazione secondasse la crescita economica.
Fu questa classe a guidare il Regno unificato nei suoi primi decenni di vita e a dirigere l’azione governativa. Padrona dello Stato, essa riuscì a trasformare il potere politico in capitale mobiliare, in moneta contante, inaugurando un processo di accumulazione selvaggia a base peninsulare che dette luogo a due società, una pagante e l’altra percepente; una bi-fondazione mai superata, che per il Centosettentrione ha costituito, alla distanza, una fortuna e che per il Sud è stata ed è un disastro.
Il capitalismo toscopadano nacque con il viatico di soprusi, intrighi, trappole, raggiri e soprattutto leggi generali volutamente ambivalenti, il tutto orchestrato non da un qualche privato con le mani lunghe e scarso senso morale, ma dallo stesso parlamento costituzionale e da governi sedicenti nazionali, ai quali non riuscì difficile saccheggiare legalmente risorse dei privati meridionali, per riversarle legalmente nelle saccocce di privati settentrionali. Non solo: storicamente gli apparati istituzionali fecero in modo che al Sud fossero cancellate le attività esistenti e quelle nascenti, stroncando la forte crescita del paese. Ciò affinché le aziende del Nord non avessero concorrenti.
La sventura dei meridionali d’essere un popolo senza lavoro e senza produzione, la sventura ancora maggiore di dover sottostare a un tipo di gestione pubblica non solo colonialista ma anche farsesca ha avuto origine inequivocabilmente con l’unità politica d’Italia.
Sul finire del Seicento, il secolo della decadenza toscopadana, il Regno di Napoli si avviò alla rinascita. E’ questa la vera bilancia italiana: solo quando una parte scende, l’altra può salire. Il Sud
tornò all’indipendenza nazionale nel 1734 per effetto di nuovi equilibri fra le potenze e le dinastie europee. I Borbone furono i re dell’indipendenza napoletana nel nuovo contesto del nazionalismo europeo in formazione. Bisogna però sia chiaro che, quando Carlo III e Bernardino Tanucci arrivarono a Napoli, non si mossero nel vuoto. La lotta per affermare la sovranità esclusiva dello Stato era già aperta. L’opera di Pietro Giannone non è il parto di un giurista isolato nel deserto (Galasso, cit.).
Per altro, le spinte che la Rivoluzione commerciale esercitava sulla produzione agraria agì da ariete contro la rendita baronale e portò il pensiero economico ben oltre le deduzioni elaborate da Antonio Serra nel secolo precedente. Il buon governo assicurò al Paese sessant’anni di pace all’esterno e di tranquillità interna; cose che insieme consentirono importanti, anche se non rumorosi cambiamenti sociali. Lo storicismo di Vico, il pensiero dei Riformatori sociali, lo sdoganamento delle province dall’ilotismo aragonese e castigliano inaugurarono una
vasta rivoluzione culturale. La popolazione cresceva. Più uomini al lavoro nei campi, l’emersione della classe dei massari, lo spreco dei baroni allargarono l’area borghese della rendita.
Il paese si arricchì di promesse, Napoli risplendette di pensiero storico, giuridico, filosofico, artistico quanto nessun’altra capitale europea del tempo. Bastano i giudizi di Rousseau e di Goethe ad attestarlo. La massoneria europea guardò con simpatia e inviò i suoi agenti in avanscoperta………. Con il riformismo napoletano e la consacrazione della borghesia redditiera, con un alleggerimento della pressione demografica nelle campagne attraverso la rinascita delle manifatture, bloccate nei cinque secoli di usure genovesi, toscane e veneziane sui ricchi e sui poveri, il sistema meridionale sarebbe arrivato con le giuste scelte di Ferdinando II ad una buona industrializzazione, solo che a metà Ottocento la rivoluzione commerciale aveva già trasformato il mondo nel consumatore universale delle merci inglesi. Il nazionalismo di Ferdinando II dava fastidio a chi intendeva spadroneggiare sugli zolfi siciliani e sulle rotte mediterranee. Cosicché la diplomazia britannica, offrì il Sud in dono al conte di Cavour e al libero saccheggio del fisco sabaudo. Analizzò il saccheggio fiscale del Sud, F. S. Nitti e usò il termine drenaggio, tratto dall’ingegneria. Da affinato politico, egli volle essere cauto con le parole, molto cauto. Una metafora più pertinente del rapporto Nord/Sud è il principio di Archimede, secondo cui il galleggiamento di un corpo immerso nell’acqua è il prodotto della spinta che riceve dell’acqua spostata. La storia delle popolazioni meridionali subisce due tipi di falsificazione.
La retorica unitaria è volta a mostrare come positivo un fatto negativo. Riesce in questo intento rovesciando le responsabilità.
Ci sono dentro i Borbone e anche le stesse popolazioni meridionali, che vengono giudicate etnologicamente inferiori – un aborto, un prodotto mostruoso dell’Europa civile.
Un’altra falsificazione investe l’intero nostro passato, perché né gli storici romani, né gli storici cattolici né gli storici liberali (salvo qualche eccezione) hanno letto le nostre vicende nell’ottica di un
paese esterno alla romanità, alla Chiesa romana, all’Europa delle nazionalità.
La vicenda storica segnala una millenaria contrapposizione tra i paesi del Continente mediterraneo e i paesi del Continente europeo. S’intende comunemente che il Sud italiano appartenga ai secondi, mentre è una costante storica che la sua condizione reale sia consentanea a quella dei primi. Con l’unità italiana questa falsificazione è divenuta una trappola politica dalla quale bisogna impegnarsi a uscire.

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