IL TELEGRAFO NEL REGNO

Il 1º settembre 1851 viene inaugurata la prima linea telegrafica

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Telegrafo napoletano
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Posa del cavo telegrafico sottomarino

del Regno delle Due Sicilie tra Caserta e Capua, estesa l’anno seguente sino a Gaeta. In Italia i primi cavi sottomarini furono tra Reggio Calabria e Messina nel 1858. Il Regno delle Due Sicilie lasciò in eredità alla nuovo governo ben 86 stazioni telegrafiche, 2.874 Km di linee, suddivise in dorsale adriatica in cui era usato il sistema Morse e dorsale tirrenica con il sistema Henley. L’introduzione del servizio telegrafico nel Regno delle Due Sicilie nacque dall’esigenza di evitare l’isolamento telegrafico del regno. Nemmeno a dirlo, i maggiori oppositori furono gli inglesi, guarda caso i costruttori ed installatori dei “Telegrafi ottici Chappe” nati in Francia durante la Rivoluzione, che con l’avvento di questo nuovo ed affidabile strumento di comunicazione, vedevano svanire un altro loro monopolio. Ma la certezza e l’immediatezza a qualsiasi ora dei messaggi trasmessi e la potenziale capillarità del sistema abbattè ogni concorrenza ed il telegrafo elettrico, superate le prime resistenze, dilagò da un capo all’altro del Regno.
La rete telegrafica del Regno delle Due Sicilie fu, per estensione e difficoltà di realizzazione, un’impresa avveniristica di eccezionale importanza per quel tempo che, oltre a segnare un nuovo primato tra i tanti già annoverati, determinò una serie di innovazioni tecnologiche che ancor oggi costituiscono per la scienza delle telecomunicazioni un fondamento imprescindibile. Va innanzitutto detto che l’utilizzo ed il potenziamento della “telegrafia elettrica” corse parimenti allo sviluppo delle macchine a vapore, sia su rotaia che sul mare, ed ebbe un’importanza eccezionale anche per tutte le altre innovazioni tecnologiche. Oggi c’è chi, addirittura, lo paragona all’importanza di internet. Nell Aprile 1855 fu possibile inoltrare dispacci telegrafici con altri stati stranieri. Ferdinando II, intuendo l’importanza di questo nuovo strumento di comunicazione, aveva commissionato lo studio per la realizzazione di una complessa rete telegrafica che collegasse tutti gli uffici postali delle province e delle principali città del Regno, Sicila compresa. Considerata l’urgenza e la totale novità di quanto si voleva realizzare, Ferdinando II ritenne di affidare l’incarico al Corpo Militare di Strade e Ponti che già in passato si era particolarmente distinto e fatto apprezzare per l’estrema preparazione e competenza, come ad esempio la realizzazione dei ponti in ferro. Col Regio Decreto del n°3087 del 18 Giugno 1852 si posero le basi per la costruzione della prima linea telegrafica elettrificata nel Regno delle Due Sicilie nei domini “Al di qua del faro”, che grazie agli accordi postali con lo Stato Pontificio collegava Napoli a Terracina, località sul confine in territorio pontificio. A seguire venne eretta la linea da Napoli a Salerno e da Nola ad Avellino, tali linee comprendevano delle stazioni telegrafiche di 2a e di 3a classe che inizialmente non davano accesso al pubblico, salvo casi specifici, in quanto era di esclusiva prerogativa alle stazioni di 1a classe. Il 5 Dicembre del 1857 tale competenza fu estesa anche alle stazioni di 2a classe. L’apertura ufficiale del servizio avvenne il 23 Settembre 1854. Le inaugurazioni delle stazioni telegrafiche di Nocera, Salerno ed Avellino vengono riportate dalla Gazzetta Ufficiale n°222 15 Agosto 1953. A firma dell’Intendente Giuseppe Velia venne affisso, in data 30 Luglio 1853, il manifesto con cui si proclamavano i festeggiamenti civili e religiosi per l’inaugurazione del servizio telegrafico elettromagnetico ed il successivo 31 Luglio 1853 veniva benedetta ed inaugurata la nuova stazione operativa che alloggiò nella casina di fronte al palazzo dell’Intendenza (Palazzo Sant’Agostino). Col successivo Regio Decreto del 9 Ottobre 1854 del “Regolamento per la telegrafia elettrica” si prevedeva che il Servizio Telegrafico Magnetico venisse ripartito in linee e le stesse in divisioni che possono estendersi da 80 ad un massimo di circa 100 miglia napoletane (pari a circa 1.850 metri). La linea Napoli Salerno formava la IIa Divisione che comprendeva le seguenti stazioni: Nola 2a classe, Sarno 3a classe, Nocera 3a classe, Salerno 2a classe. Temporaneamente alla Divisione di Salerno venne aggregata la linea Nola – Avellino comprensiva anche delle stazioni di Avellino 2° classe e di Ariano 3° classe. Come detto gli ufizi di 2a classe non potevano far accedere al servizio i privati cittadini, questo distinguo è basilare per la composizione degli addetti al servizio telegrafico di cui all’art. 4 del Regio Decreto del 19 Ottobre 1854 che così sanciva: per la stazione di 2a classe che poteva accettare i dispacci dei privati era previsto il seguente personale: un Capo, un Ufficiale aiutante, quattro Segnalatori ed un Pedone. Nel caso che il servizio non era esteso alla corrispondenza dei privati l’organico postale era così suddiviso: un Capo, un Ufficiale aiutante, due Segnalatori ed un Pedone. Il Pedone svolgeva anche l’uffizio di inservienti. Ovviamente si previde anche il personale tecnico come i macchinisti ed gli artefici nonché il corpo Ispettivo atto a sorvegliare l’andamento del servizio telegrafico ed in mancanza degli Ispettori, presso l’officina centrale di Napoli erano stanziati degli Ufficiali che potevano supplire a tale ufficio. Il Regio Decreto n°4602 del 15 Dicembre 1857 promulgò il tariffario del servizio telegrafico ed Il successivo Regio Decreto n°4638 del 23 Dicembre 1857 approvava il relativo regolamento telegrafico nei domini “Al di qua del faro”, all’art. 1 che sanciva la ripartizioni delle linee telegrafiche in divisioni. Le divisioni ricadenti nella provincia salernitana: IIIa Divisione da Nocera a Potenza pari 63 miglia napoletane e IVa Divisione da Eboli a Castrovillari in miglia 95 napoletane. Le stazioni ricadenti nella provincia di Salerno: Nocera 2a classe, Cava 3a classe, Salerno 2a classe, Eboli 3a classe e Sala 2a classe.
Nonostante le serie difficoltà affrontate nel collocare pali e stendere fili su e giù per rocce e monti impervi, le principali città erano state già tutte collegate da più di anno con telegrafi del tipo ad aghi. Ciò che però attirò l’attenzione degli scienziati internazionali sull’impresa napoletana, realizzata al limite delle possibilità tecnologiche del tempo, furono due fattori: la lunghezza delle tratte tra i punti di allaccio e l’attraversamento del mare. Questa seconda caratteristica, strettamente collegata alla prima, attirò l’interesse soprattutto dell’Inghilterra. Alcuni documenti accennano della presenza a Napoli di Samuel Morse (l’inventore americano del telegrafo via filo) lasciando pensare ad un’applicazione fuori brevetto di qualche singolarità tecnica ancora segreta, allo stato attuale non si hanno ancora notizie precise sulle caratteristiche di costruzione dei primi cavi telegrafici sottomarini e sulle modalità di “amplificazione” degli impulsi in conduttori molto lunghi, ma una cosa è certa, il tutto fu studiato e realizzato felicemente a Napoli e precisamente a Pietrarsa, in quell’opificio che tanto aveva tormentato e tanto tormentava gli inglesi. Probabilmente non si adottò un cavo unico, ma, come si fece in larga scala dopo, dei “canapi sottomarini particolari” costituiti da una coppia di “anime conduttrici in rame puro”. Inoltre l’isolamento non fu realizzato come si era fatto fino a quel momento e cioè in legno di ciliegio e gomma naturale, ma in porcellana grezza di Capodimonte e catrame denso e gelatinoso “contenuto da una guaina catramata non rigida”. Con questo accorgimento, l’acqua marina anche a grandi profondità non avrebbe mai raggiunto l’anima dei cavi (immersi nel catrame) alterandone la conducibilità elettrica. l’attraversamento sottomarino telegrafico della Manica avvenne solo dopo che (in ordine) Capri, Procida, Ischia e la Sicilia erano state collegate alla terraferma.
Non solo l’attraversamento marino inglese avvenne molto dopo rispetto a quello napoletano, ma si interruppe dopo qualche giorno dalla sua pomposa inaugurazione.
Fu una grande brutta figura per chi deteneva il monopolio industriale e commerciale mondiale. Ufficialmente la causa dell’avaria fu addossata ad un danneggiamento involontario da parte di un pescatore, ma sta di fatto che quel collegamento restò interrotto per sempre e solo una nuova posa di un nuovo e diverso cavo (napoletano?) riuscì a collegare i due estremi. Nel 1857 le ultime isole ad essere collegate alla rete telegrafica del Regno delle Due Sicilie furono Ponza e Ventotene e ciò avvenne con un cavo subacqueo lungo 30 miglia marine, che è quasi il doppio della distanza che divide la Francia dall’Inghilterra. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una vera e propria impresa per quel tempo e sicuramente un altro primato se si considera la grande profondità del tratto di mare attraversato. A dispetto dell’avaria inglese, il cavo di Ponza fu dismesso solo 70 anni dopo quando, ancora perfettamente funzionante, fu abbandonato dal regime fascista e sostituito da un nuovo impianto, considerata la vetustà della tratta sottomarina borbonica e temendo una sua improvvisa interruzione con un insostenibile isolamento del confino politico insediato sull’isola. Nel 1942 la nuova tratta si interruppe per un ancoraggio errato di una unità da guerra ed il vecchio cavo borbonico continuò a fare il suo lavoro. C’è chi afferma che quella tratta, se rimessa in opera, oggi potrebbe funzionare ancora. Mentre l’Inghilterra impazziva nel far funzionare il suo telegrafo della Manica, nel 1859 Ferdinando II firmava l’inizio dei lavori di posa del cavo telegrafico tra la Sicilia e Malta. Una notizia di un’impresa colossale che fece il giro del mondo e che fece sognare i fautori di una posa oceanica tutta napoletana.
Nel 1859 i telegrafi del Veneto, della Lombardia, dello Stato Pontificio e, incredibile, del Piemonte erano gestiti da personale austriaco appartenente alla suddetta compagnia. Solo nel Regno delle Due Sicilie il personale era nazionale e militare.
Ma vi è anche un’altra caratteristica. Aperto il servizio al pubblico, il Regno delle Due Sicilie fu l’unico stato (avverrà solo in seguito anche nello Stato della Chiesa) dove era obbligatorio il “mittente certificato”. Perché con lo sviluppo del telegrafo pubblico ci fu chi, approfittando di questo strumento di comunicazione senza firma, inviava messaggi dai contenuti spesso falsi o con false firme, con gravi conseguenze per i destinatari.
Emblematico, curioso e poco noto il caso che interessò Crispi. Il 27 aprile del 1860, a pochi giorni dalla partenza di Garibaldi da Genova per Marsala, Crispi ricevette da Malta, con comunicazione telegrafica a firma di Nicola Fabrizi, il seguente telegramma: “Completo insuccesso nella provincia e nella città di Palermo. Molti profughi raccolti nelle navi inglesi giunti in Malta. Non vi muovete”. Era falso. Ordini di Garibaldi prima dello sbarco :
• impadronirsi repentinamente delle quattro porte della città,
• non lasciare entrare o uscire alcuno,
• intimare la resa e far prigioniero il presidio,
• prendere possesso dell’ufficio postale,
• impadronirsi dell’ufficio telegrafico. Nell’ufficio telegrafico, i Garibaldini trovano l’addetto (Federico Fortini) trasmette a Trapani la notizia dello sbarco di gente armata da due vapori di nazionalità ignota. Il garibaldino Giovan Battista Pentasuglia, pistola alla mano, gli impone di rettificare il messaggio e di telegrafare che si trattava invece di uno scarico di merci. Dall’altro capo del telegrafo rispondono: “Voi siete un imbecille”. Dopo di che, i Garibaldini interrompono le linee telegrafiche e mettono fuori servizio il telegrafo ottico che era montato in cima al castello di Marsala. Liborio Romano, Ministro dell’Interno del Regno di Napoli, corrisponde segretamente con Cavour mediante il telegrafo installato nel suo ufficio ma, apparentemente in contrasto con le istruzioni ricevute, fa entrare Garibaldi a Napoli, senza sparare un colpo.

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