BRIGANTI

“Il brigantaggio è la lotta fra la barbarie e la civiltà; sono la rapina e l’assassinio che levono lo stendardo della ribellione contro la società”.
Il nemico è un mostro, ignoto e ignobile: “[I briganti] sono rotti ad ogni lascivia e turpitudine, pronti ad ogni delitto: bevono il sangue, mangiano le carni umane”….. Per riportare all’umanità questi stranieri interni, degenerati e irriducibili, sarà necessario tutto l’armamentario coloniale disponibile: stato d’assedio, legge marziale, tribunali speciali, pena di morte, fucilazioni di massa, bombardamenti a tappeto, rappresaglie, terra bruciata.
Non mancavano modelli cui rifarsi. A Torino, un anonimo avrebbe suggerito per i riottosi meridionali “l’esempio offerto dallo sterminio delle truppe coloniali britanniche – i sepoys indigeni fucilati a migliaia – perpetrato dopo la grande insurrezione del 1857”. Il parallelo non era peregrino. La grande mutiny del 1857 aveva in comune con il “brigantaggio” meridionale, oltre agli auspicati aspetti repressivi, anche alcune cause. Un deputato alla Camera, Marzio Francesco Proto duca di Maddaloni in una interpellanza parlamentare del 20 novembre 1861 aveva protestato contro la politica dello sterminio asserendo che ” il governo del Piemonte vuole trattar le provincie meridionali come il Cortes od il Pizzarro facevano nel Perù e nel Messico, come i fiorentini nell’agro Pisano, come i genovesi nella Corsica, come gli inglesi nel regno del Bengala”.
Uno spazio alieno, il Sud, si trasforma molto presto in uno spazio coloniale e come tale viene trattato. Coreografie immaginarie riguardanti il “noi” e il “loro” non sono mai mero lavoro mentale. Sono esercizio di potere e di egemonia, come Said ha ribadito a proposito dell’orientalismo.

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