SOLDATI CONTRO BRIGANTI

Il vasto e complesso fenomeno che si sviluppò nelle regioni meridionali italiane nel settembre- ottobre 1860, mentre era ancora in atto l’assedio di Gaeta, e che durò con crescente intensità per sette anni per poi lentamente affievolirsi, fu il segno più evidente del disagio delle popolazioni rurali del Meridione di fronte al nuovo Stato nazionale che si andava delineando dopo l’annessione forzata del Regno delle Due Sicilie. Il territorio maggiormente interessato dal fenomeno del brigantaggio e che fu teatro degli scontri si identifica con l’area geografica della Valle del Volturno, che genericamente faceva parte dell’antica terra degli apici e che non a caso è stata definita “Terra di Lavoro”, per il suo paesaggio, prettamente agrario che conserva tuttora con quegli elementi essenzialmente strutturali che permettono il riconoscimento di caratteristiche peculiari che la distinguono etnicamente dalle altre regioni.
L’accesa campagna antiunitaria e filoborbonica fu condivisa dal clero, che insieme al venir meno della speranza di un miglioramento delle condizioni di vita, spinsero le masse contadine contro i possidenti liberali, e di conseguenza, contro il nuovo ordine costituito. Così, migliaia di contadini, pastori e salariati divennero briganti, arrivando a controllare vaste zone delle campagne meridionali, con qualche incursione nei centri urbani.
Ai militanti combattenti che costituivano l’esercito dei briganti, si affiancarono altre figure importanti: i cosiddetti “manutengoli”, i favoreggiatori delle bande tra i quali vi erano proprietari terrieri legati ai “Comitati borbonici”, gli stessi familiari dei briganti, la povera gente che, abitando o lavorando in campagna, aveva rapporti con essi; i “reazionari” cioè i meridionali schierati, a qualsiasi titolo e motivo, contro l’unificazione o che si opponevano alle misure lesive dell’autogoverno esercitato
dalla dittatura militare; gli “sbandati” per lo più gli ex militari borbonici o i giovani in età di leva che si sottraevano a tale obbligo, perché ciò implicava il paventato trasferimento in località del nord oltre ad una leva della durata di cinque anni, si rifugiavano nei boschi e in montagna.
Altre due figure apparvero nel contesto della lotta al brigantaggio: il “cafone” e i “galantuomini”, i cui nomi sono entrati a far parte dell’attuale lessico con significati in qualche modo diversi da quelli originali.
Per i “piemontesi”, come venivano definiti gli italiani del centro-nord, l’ambiente naturale e umano del Sud rappresentò una vera sorpresa, in senso negativo, perchè i meridionali erano diversi per la lingua (negli interrogatori dei processi era a volte, necessario avvalersi di interpreti), per le abitudini quotidiane, per il loro senso diverso di aggregazione, e per la sfiducia nelle leggi e nello Stato. Tali differenze si trasformarono ben presto in diffidenza e poi in ostilità sia verso le popolazioni meridionali che verso i nuovi venuti, i funzionari governativi e le uniformi del Regio Esercito e dei Carabinieri.
Il contadino meridionale venne subito definito unanimemente “cafone” per il suo comportamento chiuso, e considerato, se non come un nemico, ma certamente come un estraneo e ben lontano dai valori che il nuovo governo intendeva diffondere. I preconcetti e i pregiudizi anti-meridionali, che si sono trascinati fino ad oggi, si sono formati allora, quando il processo di unificazione, venne imposto e quindi considerato come una vera e propria occupazione, e quindi non venne mai accolto con entusiasmo. La differenza del dialetto, della mentalità e l’inizio del brigantaggio formarono una barriera insormontabile e il “cafone” fu ritenuto un nemico potenziale da cui guardarsi.
Il generale Giuseppe Govone, detto “cuore di pietra” è inviato in Abruzzo, Terra di Lavoro, e Sicilia a combattere il brigantaggio e dai dispacci che invia ai suoi superiori, risulta chiaro che il giovane ufficiale ha ben identificato correttamente le cause del brigantaggio: misero stato del proletariato, amministrazione corrotta, rivalità locali tra i galantuomini e una magistratura lenta e iniqua. Govone propone anche una soluzione: un repulisti della magistratura, ed il commissariamento dell’amministrazione locale. Chiaramente la sua proposta viene rifiutata, e gli viene ordinato di usare solo le maniere forti coi briganti. A Govone non resta che affrontare il problema del brigantaggio in Sicilia da un punto di vista strettamente militare: esegue rastrellamenti, prende d’assedio i centri abitati nei quali i ricercati si nascondono, non esita a colpire fiancheggiatori e familiari. Si tratta del momento più brutale e controverso dell’Unità d’Italia e Giuseppe Govone è nell’occhio del ciclone. Odiato dalla popolazione, soggetto a critiche da parte tanto dei politici piemontesi quanto dei notabili siciliani, Govone viene accusato di crimini di guerra. La questione arriva in parlamento, e il generale viene prosciolto dalle accuse ed anzi encomiato, ma sollevato dalla sua posizione. La sua vita finisce però tragicamente il 26 gennaio 1872, nella sua casa di Alba, il generale Giuseppe Govone, che per due decenni ha custodito i segreti dell’Unità d’Italia, sale su un cornicione, e si spara un colpo di pistola alla testa (forse il rimorso per aver ucciso tanta gente?). Anche il generale Carlo Angusto Brunetta d’Usseaux, in Calabria, analizzò il problema per superare questa barriera di incomprensione e capire a fondo la mentalità dei contadini meridionali, ma non ebbe il tempo e la possibilità di approfondire il problema perché impegnato nell’opera di repressione.
Il cafone non era considerato singolarmente come uomo, egli acquistava una sua identità soltanto nel caso di chiamata alle armi o se diventava brigante. Nel loro insieme, i cafoni costituirono una fonte importantissima per il reclutamento nelle file del brigantaggio, che consentiva loro di sottrarsi alla sottomissione ai cosiddetti “galantuomini”.
Quest’altra tipologia di personaggi veniva identificata nei proprietari e “signorotti” terrieri, negli impiegati e professionisti, che vivendo nei piccoli centri costituivano la classe dirigente, occupando tutte le cariche sociali, usandone e abusandone a proprio beneficio e a danno dei cafoni.
Le famiglie dei “galantuomini” si coalizzavano per conquistare tutte le cariche elettive e governative, fornendo al brigantaggio valido supporto. I comandi militari, divisi in zone e sottozone, erano consapevoli del difficile rapporto esistente tra galantuomini, cafoni e briganti, tanto che, nel 1863, il generale Alfonso La Marmora, comandante del 6° Corpo d’Armata a Napoli, descriveva la situazione al prefetto di Potenza: “… se l’ignoranza e la ferocia sono i caratteri delle classi inferiori, l’egoismo, l’intrigo e la sete di dominio sono quelli dei cosiddetti galantuomini…”.
Il generale Govone così si esprimeva al riguardo, il 2 dicembre 1861: “L’origine del brigantaggio è soprattutto nelle inimicizie feroci che in ogni paese dividono i pochi
signorotti, fra loro. I più ricchi sono chiamati borbonici dai meno ricchi, e questi si intitolano liberali, per rendersi forti con questo nome, e poter denunziare gli altri e sfogare l’invidia e la vendetta per antiche prepotenze sofferte da quelli… I partiti si fanno nella plebe dei clienti, e se ne giova all’occasione per spingerli al saccheggio degli avversari,e così nasce e si alimenta il brigantaggio”.
Alcuni galantuomini erano impegnati contro i briganti ma, salvo eccezioni, erano in genere poco apprezzati dai militari che li consideravano alleati poco affidabili.
La classe che ebbe vasta influenza sulla vita sociale delle popolazioni meridionali fu il clero, in linea di massima ostile al nuovo stato unitario di cui paventava le leggi considerate eversive. Una certa categoria del clero, quella secolare che viveva in famiglia, era portata ad una partecipazione attiva, anche armata, alla lotta al brigantaggio, che esponeva i preti a ritorsioni e sequestri. L’ostilità del clero si manifestava a livello ideologico per esempio con il ricusare l’esecuzione del “Te Deum” nelle feste nazionali e a livello pratico, con il manutengolismo e il favoreggiamento delle renitenze e delle diserzioni.
Benedetto Croce definì il brigantaggio meridionale un episodio di reazione legittimista paragonabile alla rivolta della Vandea nel periodo rivoluzionario francese, insurrezione di ispirazione monarchica e cattolica esplosa nel 1793 nelle zone a sud della Loira e che si concluse dopo massacri e distruzioni nel 1799, dopo un patteggiamento con Napoleone.
Chi erano dunque i briganti? Le montagne e i boschi dell’Appennino meridionale, la Sila, l’Aspromonte, la Puglia e la ”Terra di Lavoro” hanno sempre ospitato, soprattutto tra la fine del XVIII e il XIX secolo, gruppi di fuorilegge che nelle zone più impervie e solitarie cercavano sicuro rifugio dalle sorprese della gendarmeria. Erano in genere pastori o braccianti che, per vendetta o per “motivi d’onore”, avevano commesso omicidi e rapine.
L’origine del brigantaggio si può far risalire alle bande provenienti dalla Calabria, dai boschi di Monticchio e di Lagopesole, dall’Appennino avellinese e dal confine pontificio che nel 1799 avevano seguito il cardinale Fabrizio Ruffo, chiamato il “Cardinale generale”, nelle azioni di guerriglia antifrancese e nella feroce repressione contro chi aveva aderito alla Repubblica Partenopea.
I capi briganti più noti di quel periodo furono Pronio, Rodio, Michele Pezza di Itri (detto “Fra Diavolo”) e Gaetano Mammone, macellaio di Sora, generale in capo dell’insurrezione borbonica.
I briganti furono poi ricompensati dal governo borbonico con l’amnistia per i loro delitti e, in alcuni casi, anche con il riconoscimento dei gradi militari acquisiti durante la campagna.
Il legame che univa le bande dei briganti alla dinastia borbonica si riconfermò durante il “decennio francese” (1806-1815), periodo che comprese il regno di Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone I, e poi di Gioacchino Murat; in occasione dei moti del 1821e nel 1848; durante le repressioni seguite alla revoca della Costituzione e allo scioglimento del Parlamento da parte di re Ferdinando II.
Nel 1860 si verificò un cambiamento di tendenza: alcune bande di briganti si erano schierate con l’Esercito Volontario Meridionale, chiedendo in cambio la riabilitazione; ma, come è noto, Garibaldi e i Prodittatori, in suo nome, non elargivano indulti. Si verificò il caso del bandito silano Murraca, che da borbonico divenne garibaldino per poi ridiventare borbonico, quando si rese conto che le Camicie Rosse non “garantivano”, dal suo punto di vista, la libertà.
Il celebre e famigerato capobrigante Carmine Crocco Donatelli (condannato a morte nell’estate del 1872, pena commutata, con R.D. del 13settembre 1874, nei lavori forzati a vita) e il suo maggiore collaboratore, Giuseppe Nicola Summa, salariato di Avigliano, detto “Ninco Nanco” (ucciso il 13 marzo del 1864 in uno scontro a fuoco a Frusci), parteciparono all’insurrezione di Potenza in favore dei garibaldini. Affiancati dai briganti De Biase, Mastronardi e da altri sette, equipaggiati con armi e cavalli, penetrarono in Venosa, espugnandola in nome di Garibaldi, mettendosi poi a disposizione del sottoprefetto di Melfi Decio Lordi.
Nell’arco di pochi mesi, il Sud aveva assistito, subendole, a due invasioni: l’avanzata dell’Esercito garibaldino, proveniente dalla Sicilia verso il Nord, e la calata dell’Esercito sardopiemontese, eventi straordinari che erano avvenuti in un momento di grandi agitazioni sociali, che comprendeva anche le assegnazioni delle terre demaniali.
L’impresa garibaldina non si era ancora conclusa nel Mezzogiorno che una reazione borbonica e brigantesca vi era già scoppiata. Pietro Ulloa, ministro della Polizia di Francesco II, dettò le istruzioni per le bande, definite “Colonne di volontari superiormente approvate”, costituite con il compito di operare affiancate alle truppe borboniche assediate in Gaeta.
L’obiettivo delle bande era quello di concorrere alla restaurazione del legittimo sovrano sul Regno delle Due Sicilie. I “volontari”, non ancora denominati “briganti”, ebbero il primo scontro al combattimento del Macerone, il 26 ottobre 1860. Una folta squadra di contadini, chiamati poi “cafoni”, agli ordini di Teodoro Salzillo, affiancò le truppe del generale borbonico Luigi Scotti-Douglas. Altre, tra settembre e ottobre 1860, ebbero successo conquistando Pontecorvo, Teano, Sora, Venafro, Piedimonte d’Alife e Isernia. Qualche mese prima, a Bronte, in Sicilia, Nino Bixio e il maggiore Angelo Bassini avevano dovuto soffocare una prima reazione con terribile prontezza e con un discutibile processo sommario; a Isemia, una colonna garibaldina, guidata da Francesco Nullo e da Alberto Mario, venne sconfitta da contadini molisani spalleggiati da truppe borboniche; Ariano lrpino e Avellino erano
insorte, sebbene non troppo pericolosamente. Anche nel corso degli scontri sul Volturno, gli abitanti di Caiazzo dettero manforte alle truppe napoletane.
Nel novembre del 1860, pochi giorni dopo l’incontro del 26 ottobre tra Vittorio Emanuele II e Giuseppe Garibaldi, avvenuto al quadrivio di Taverna della Catena, nei pressi di Vairano Patenòra, nel territorio di Teano, sui muri fu affisso un proclama del generale piemontese Ferdinando Pinelli (medaglia d’oro per la lotta al brigantaggio), che invitava le bande a rientrare nelle proprie case, a deporre le armi e a cessare ogni ostilità contro l’autorità costituita, pena la fucilazione immediata. Il generale Enrico Della Rocca, che sostituì Garibaldi al comando dell’Esercito Merdionale, reagì alle prime sommosse popolari dei primi mesi del 1861 con provvedimenti spietati, ordinando di non fare prigionieri, ma di fucilare i rivoltosi, causando un deprecabile massacro a Scurgola.
Tra i motivi che concorsero all’insorgere di una potente e incontrollabile rivolta contro il nuovo Stato, fu predominante il gran numero di disoccupati dopo lo scioglimento dell’Esercito Meridionale, circa 20.000 uomini, e dell’Esercito borbonico, circa 70.000. Tale circostanza lasciò senza mezzi più di 100.000 uomini fra borbonici e garibaldini, tra i quali trovò sicura linfa il brigantaggio.
Quando il Governo stabilì la coscrizione obbligatoria, la popolazione meridionale reagì fieramente. I renitenti raggiunsero l’enorme cifra di 6.000 unità, ai quali si dette una caccia spietata, trattando famiglie e villaggi con crudeltà inaudita, tanto che, nel 1864, Garibaldi, indignato, si dimise dal Parlamento.
L’ordine del giorno emesso dal generale Manfredo Fanti, che prevedeva la fucilazione per coloro che, dimessi dall’Esercito volontario meridionale e da quello borbonico, venivano sorpresi con le armi in pugno, giustificando il comportamento del Regio Esercito nei confronti dei briganti e costituì la base giuridica del sistema di repressione del brigantaggio.
La rapidità di successo della “Spedizione dei Mille” e le conseguenti modalità dell’annessione del Regno delle Due Sicilie, avevano obbligato l’Armata Sarda a entrare nel Meridione senza alcuna preparazione preventiva. Inoltre, la resistenza delle ultime piazzeforti borboniche e la permanente minaccia austriaca nell’Oltrepo, ritardarono il controllo completo del territorio; infatti, nell’estate del 1861, alcune zone del Sud erano prive di guarnigioni dell’Esercito regolare peraltro in piena fase di ristrutturazione. Per questo motivo, la violenta reazione del brigantaggio meridionale dell’estate 1861, che interessò tutta la zona dell’ Appennino meridionale, trovò l’esercito impreparato, dovendo operare in un ambiente ostile e sconosciuto, privo di carte topografiche e costretto a muoversi in un territorio con scarse vie di comunicazione. Tale situazione comportò, per i reparti minori, la necessità di servirsi di guide locali nei rastrellamenti, con immaginabili conseguenze negative in fatto di riservatezza e di sicurezza.
Le bande che, a partire dalla primavera del 1861, dilagarono per tutto il Meridione, raggiunsero, nel periodo più intenso, l’organico di 30.000 uomini, la cui forma di lotta, che si sviluppava in azioni di guerriglia, richiese l’impiego di notevoli forze dell’Esercito regolare. Per la repressione del brigantaggio, fu necessario impiegare, circa 90.000 soldati (circa la metà dell’intera forza nazionale) alle dipendenze di un Comando Generale. L’organico consisteva in 34 reggimenti di fanteria, 19 battaglioni di Bersaglieri, 4 reggimenti di Cavalleria; e si costituirono presidi e colonne mobili, formate anche da Carabinieri e Guardie Nazionali, dislocati in Calabria, Sicilia, Abruzzo e Molise (L’Aquila, Chieti, Teramo, Avezzano), Umbria (provincia di Temi), Puglie, Basilicata, nel Casertano (Terra di Lavoro) e nelle Marche (zona di Ascoli).
Gli anni 1863 e 1866, soprattutto in Sicilia, segnarono le punte maggiori del brigantaggio cosiddetto politico.
Nelle varie operazioni di repressione, si distinsero, in particolar modo, i reparti delle brigate “Pistoia” (36° Rgt. Fanteria); “Bologna” (39° e 40° Rgt. Fanteria); “Pisa” (29° e 30° Rgt. Fanteria); “Cremona” (21° e 22° Rgt. Fanteria) e “Sicilia”(61° e 62° Rgt. Fanteria), oltre al I e II Battaglione Bersaglieri.
I generali Vialardi, De Sonnaz, Govone, Pinelli, Quintini, Franzini, Cadorna, Roccagna,  Villary e Pallavicini di Priola ebbero il compito di affrontare, impiegando le loro Unità, una lunga e sfibrante lotta che costò la perdita di oltre 2.000 uomini, causando innumerevoli vittime fra le popolazioni civili coinvolte nelle azioni di rappresaglia e nei saccheggi posti in atto dalle bande armate.
La formazione di una Commissione parlamentare d’inchiesta sul brigantaggio fu decisa nel corso della seduta parlamentare segreta del 6 dicembre 1862, e risultò composta dagli onorevoli Aurelio Saffi, Giuseppe Sirtori, Romeo, Castagnola, Ciccone, Argentino, Morelli, Nino Bixio e Giuseppe Massari (relatore). Impressiona fortemente la dichiarazione rilasciata dal generale La Marmora a tale commissione: “Dal mese di maggio 1861 al mese di febbraio 1863, noi abbiamo fucilato 7.151 briganti. Non so niente altro e non posso dire niente altro”. Inoltre più di 5.000
vennero arrestati e condannati a lunghissime pene detentive.
La reazione dei briganti alla ferocia dei soldati fu anch’essa feroce culminando con il massacro di un reparto del Reggimento “Saluzzo Cavalleria”. Il 12 marzo 1863, a Masseria Catapano, nei pressi di Melfi in Basilicata, un plotone del 4° Squadrone al comando del tenente Giacomo Bianchi, con il sergente Michele Lechbiscki e 21 cavalleggeri, viene attaccato dalle bande dei briganti Crocco, “Ninco Nanco”, Caruso e Coppa, forti di oltre 100 armati a cavallo e da due comitive a piedi, comandate dai briganti Malacame e Teodoro Gioseffi, detto “Caporal Teodoro”. Il tenente Bianchi, il sergente e 15 cavalleggeri furono accerchiati, e massacrati, vendicando così i 12 briganti morti a Rapalla nello scontro avvenuto il 21 novembre 1862 dallo stesso 4° Squadrone, guidato dal capitano Isidoro Cerruti.
Questo tipo di bande fu attivo fino al 1864-65 e in questo periodo, tranne lungo la frontiera pontificia, venne progressivamente meno per una graduale diminuzione della caratteristica originaria dovuta al maggior afflusso di truppe, che controllavano il territorio, all’adozione di leggi speciali e al consolidamento dello Stato, con il radicamento territoriale dei Carabinieri attraverso le loro stazioni. Anche per la legge presentata dall’onorevole Giuseppe Pica, promulgata il 15 agosto 1863, sottopose il Sud ai Tribunali militari e autorizzò la più spietata delle repressioni di massa, stabilendo condizioni di stato d’assedio in tutto il Mezzogiorno.
Un altro fattore ostacolò il brigantaggio sulla frontiera dello Stato della Chiesa, fu l’accordo di Cassino del 1867, stipulato tra le autorità italiane e quelle pontificie, che consentiva l’inseguimento dei briganti oltre il confine, in quanto questi cominciavano a costituire un serio problema anche per gli abitanti della Ciociaria, le cui proteste indussero Pio IX a modificare la sua politica, fino a quel momento più che tollerante nei confronti del brigantaggio, che invece ora era combattuto anche dalle truppe pontificie. Roma era stata sede della reazione ed aveva appoggiato e favorito tutta l’attività antigovernativa degli esuli borbonici e di qualche esponente del clero conservatore. Ma nel 1863 e nel 1865, gli accordi con il Governo italiano, culminati nel citato concordato di Cassino del 1867, portarono anche all’interdizione del traffico d’armi, di denaro e di uomini attraverso lo Stato Pontificio e al riconoscimento del diritto di estradizione dei briganti.
Nel 1866, in occasione della Terza guerra d’indipendenza, la possibilità di una vittoria austriaca, che avrebbe favorito una probabile restaurazione borbonica nel Meridione, alimentò in qualche modo le speranze dei legittimisti restituendo al brigantaggio il suo carattere politico. Ma la situazione era cambiata in modo irreversibile e con la fine della guerra, il brigantaggio si avviò verso la fase finale.
Tra i capi, erano quasi assenti i cosiddetti galantuomini e gli ex ufficiali borbonici e alla testa delle bande comparvero volontari stranieri legittimisti, ufficiali e avventurieri, alcuni di origine nobile, reclutati e sovvenzionati dai Borbone in esilio a Roma e protetti dal clero. Essi provenivano dalla Spagna, dal Belgio, dall’ Austria e dalla Germania; tra i più noti emergono i gli spagnoli Josè Borjes e Tristany, i francesi de Trazeguies Augustin Marie Olivier de Langlois (gentiluomo bretone), Kalkreuth e Don Luis Vives de Conamas, inviato dallo Stato Pontificio per dare una mano al capo brigante Chiavone. Alcuni furono fucilati, meno Tristany che riparò nello Stato
Pontificio. Oltre ai già menzionati Carmine Crocco Donatelli e Nicola Summa, detto “Ninco Nanco”, si resero famosi: il capo brigante Luigi Alonzi, detto “Chiavone”; Riccardo Colasummo, detto “Ciucciariello”, di Andria; Sacchitiello; Giuseppe Schiavone di S. Agata di Puglia, che operò nel Beneventano; Basile; Ciccone; Totaro; Giuseppe Petrella; Michele Schirò; Antonio Cozzolino, detto “Pilone”; Cosimo Mazzeo detto “Pizzichicchio”; Giuseppe Nenton; Gaetano Manzo; i fratelli Giona e Cipriano La Gala, sovvenzionati dal governo del papa per conto dei Borbone; Teodoro Gioseffi; Giuseppe Caruso; Nicola Napolitano; Nunzio Tamburrini e molti altri. Nella vita dei briganti, ebbero un ruolo importantissimo le loro donne, mogli o amanti, chiamate “drude” o “brigantesse”. Erano giovani donne che avevano seguito alla macchia i briganti condividendone i disagi della vita e i rischi. Alcune foto dell’epoca ce le mostrano, quasi sempre, vestite da uomo e armate; se catturate, rischiavano la fucilazione. Nell’Italia sessualmente repressa dell’Ottocento, l’immaginario maschile era destinato a subire il fascino di queste brigantesse, che spesso avevano la bellezza ombrosa di Michelina De Cesare, compagna di Francesco
Guerra. Queste infelici, erano disprezzate da molti ma dovrebbero invece destare compassione e simpatia, perché, trascinate da un tenero sentimento o costrette da una forza brutale, anche se si resero complici di azioni delittuose. Tra le più note si ricordano oltre alla De Cesare: Reginalda Cariello; Filomena Pennacchio; Giuseppa Vitale e Giovanna Tito della banda di Crocco; Arcangela Cotugno, moglie del capobanda Rocco Chirichigno, detto “Coppolone”; Maria Lucia Nella, compagna di Ninco Nanco e Marianna Petulli, compagna del capo brigante Paolo Serravalle.
Qualche donna fu coinvolta nel brigantaggio con funzioni di esca. In tal modo, nel 1865, in “Terra di Lavoro”, fu distrutta la banda Valente, attirata in una trappola organizzata dal sindaco di Cervaro con la complicità di una ragazza di cui era innamorato il capo banda.
“Il brigantaggio – concludeva l’on. Giuseppe Massari, in un suo intervento alla Camera nel 1875 – diventa la protesta selvaggia e brutale della miseria contro antiche e secolari ingiustizie…” .
Il generale Govone, interrogato sui motivi per cui le popolazioni dimostravano tanta simpatia per i briganti, aveva risposto semplicemente: “I cafoni veggono nel brigante il giudice dei torti che la società loro infligge”.
Dalle Lettere meridionali al Direttore dell’Opinione, che Pasquale Villari scriveva nel marzo del 1865, si legge: Per distruggere il brigantaggio noi abbiamo fatto scorrere il sangue a fiumi; ma ai rimedi radicali abbiamo poco pensato. In questa come in molte altre cose l’urgenza dei mezzi repressivi ci ha fatto mettere da parte i mezzi preventivi, i quali solo possono impedire la riproduzione di un male che certo non è spento e durerà un pezzo. Parole profetiche che sono ancora di un’attualità sconvolgente.
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