I 150 ANNI DI CERTIFICAZIONE DELLA “MAFIA”

(In memoria di Peppino Impastato)

Il primo documento storico in cui viene nominata una cosca mafiosa è del 1837: il procuratore generale di Trapani, Pietro Calà Ulloa, riferisce ai suoi superiori a Napoli dell’attività di strane sette dedite ad imprese criminose che corrompevano anche impiegati pubblici. Nel 1854, pur essendovi notizia del movimento clandestino anti borbonico, pur non ignorandosi che la tutela della proprietà terriera (latifondo e feudi ) era affidata a particolari gruppi di custodi, guardiani, fra loro associati, non si usavano i vocaboli ‘mafia’ e ‘mafiosi’: tutto al più si indicavano quei gruppi come gli ‘uomini’ di un determinato autorevole personaggio.
“Cosa nostra” nacque nei primi anni del XIX secolo dal ceto sociale dei massari, dei fattori e dei gabellotti, che gestivano i terreni della nobiltà siciliana, avvalendosi dei braccianti che vi lavoravano. Cosa nostra, come tutte le altre mafie, nacque per la scarsa presenza dello Stato sul territorio, ed iniziò ad assumerne le funzioni. Era gente violenta, che faceva da intermediario fra gli ultimi proprietari feudali e gli ultimi servi della gleba d’Europa, che per meglio esercitare il loro mestiere, si circondavano di scagnozzi. Questi gruppi divennero rapidamente permanenti assumendo il nome di “sette, confraternite, cosche”. Nel 1863 Giuseppe Rizzotto scrive, con la collaborazione del maestro elementare Gaspare Mosca, “I mafiusi de la Vicaria”, un’opera teatrale in siciliano ambientata nelle Grandi Prigioni del capoluogo siciliano. È a partire da questo dramma, che ebbe grande successo e venne tradotto in italiano, napoletano e meneghino, che il termine mafia si diffonde su tutto il territorio nazionale. Fino ad allora la mafia si caratterizzava come una struttura al di fuori dello Stato, ma strettamente legata ad esso. Lo sviluppo della criminalità organizzata in Sicilia è sostanzialmente attribuibile agli eventi contemporanei e successivi all’Unità d’Italia, in particolare a quella che fu l’acuta crisi economica da questa indotta in Sicilia e nel Meridione d’Italia. Infatti lo Stato italiano, non riuscendo a garantire un controllo diretto e stabile del governo dell’isola (la cui organizzazione sociale era molto diversa da quella settentrionale), cominciò a fare affidamento sulle cosche mafiose che, ben conoscendo i meccanismi locali, facilmente presero le veci del governo centrale.
La Sicilia risorgimentale ospita quindi l’embrione di Cosa Nostra nelle terre che gravitano intorno alla capitale indiscussa dell’isola: Palermo. I limoneti di questa città sono la culla economica della neonata organizzazione criminale che si diffonderà di li a poco. Sul colpevole vuoto di potere lasciato dal nuovo Stato Unitario si inserisce la speculazione illegale, che ha il suo centro nella gestione e nello sfruttamento dei grandi possedimenti terrieri resi più attaccabili dall’abolizione del feudalesimo. La figura malsana del gabellotto, cinghia di trasmissione fra mafia palermitana e proprietari terrieri, è partorita dall’assenza di un potere centrale che eserciti il monopolio della violenza. I proprietari minacciati dalle difficoltà dei tempi si affidano alla protezione criminale e la stessa politica locale e nazionale rinuncia alla gestione del Meridione insulare, sfruttandolo quale collettore di voti nel sistema clientelare e come strumento di potere locale fondato su un malsano baratto. I criminali ‘legali’ si occupano di mantenere l’ordine locale nel rispetto delle loro regole (piegate ai propri interessi economici) e i politici siciliani promettono in cambio una repressione morbida degli affari criminali, coadiuvati in questo torbido scambio da una pletora di poliziotti, magistrati e testimoni in malafede (o pesantemente intimiditi). Fu il Prefetto di Palermo, il marchese Gualtiero, nella primavera del 1865 – Garibaldi era sbarcato a Marsala appena cinque anni prima – ad avvisare ‘di un grave e prolungato malinteso fra il Paese e l’Autorità’, annunciando il pericolo che la ‘cosiddetta Maffia od associazione malandrinesca potesse crescere in audacia, e che, d’altra parte, il Governo si trovasse senza la debita autorità morale per chiedere il necessario appoggio alla numerosa classe di cittadini più influenti per senso di autorità…’ In quell’anno e nei successivi la mafia fece una timida comparsa nei rapporti dei funzionari locali: ma ancora non si distingueva in alcun modo mafioso da manutengolo e da malandrino.
Non si era ancora capito che, se il fuorilegge era l’eccezione, la mafia era la regola, se il fuorilegge era il braccio, la mafia era il tessuto connettivo solido e profondo.
Solo lentamente il termine, che pure esisteva nel dialetto locale ma in un significato diverso, prese a indicare chi, al di fuori delle autorità costituite, ma non necessariamente in lotta con esse, opponeva la solidarietà degli uomini di panza (capaci cioè di mantenere un segreto) alle leggi dello Stato. Il sistema palermitano è oggetto di studio fin dal momento della sua nascita. Il rapporto Franchetti è solo la più efficace delle analisi sulla questione criminale nel Mezzogiorno siculo. Tuttavia, gli sforzi antimafiosi si infrangono contro il muro della demagogia politica e il male crescente che affligge l’isola meridionale non è attaccato nel momento in cui è più fragile. Destra e Sinistra giocano sulla questione mafiosa utilizzandola per fini politici. Se la Destra storica si fregia della sua superiorità morale nei confronti di una Sinistra collusa a livello elettorale (e non solo) con la criminalità organizzata, la stessa Sinistra smaschera, in una doppia seduta infuocata che passerà alla storia (datata 1876) i meccanismi di governo locale della Destra siciliana. Ma l’astio che anima la contesa è strumentale e al cambio di timone, quando la Destra cede il passo alla Sinistra nel 1876, si spengono gradualmente le reciproche accuse di collusione. L’unico risultato è che la Sinistra affronta la questione mafiosa con la stessa carica equivoca dei governi dell’opposta fazione. Il clientelismo siciliano rimane la fondamenta del consenso parlamentare e il nuovo Ministro dell’Interno Nicotera ha il solo effetto di garantire alla mafia siciliana un più ampio campo di intervento, grazie alla maggiore spesa pubblica perpetrata durante la sua carica. Cosa Nostra, facendo leva sull’isolamento di chi vuole contrastarla per davvero e sulla sua immagine pubblica edulcorata ad arte, può iniziare la sua letale penetrazione nelle istituzioni romane, mentre prosegue con successo quella a livello locale.
Alla mafia palermitana si affianca ben presto una mafia agrigentina, che allo sfruttamento delle terre preferisce quello delle zolfiere, fonte di ricchezza della parte meridionale dell’isola sin dal principio del secolo. La ‘’Fratellanza di Favara’’ che agisce dal 1878 fino al processo imponente del 1883, deve il suo nome alla cittadina che risiede nel cuore dell’agrigentino, appunto Favara. Nelle miniere di zolfo si manifesta sull’esempio palermitano l’organizzazione criminale che regolerà la vita quotidiana di città e zone circostanti. Il ricco proprietario terriero cede i diritti minerari a imprenditori, che a loro volta assoldano sovrintendenti capaci di gestire un nutrito numero di guardiani, sorveglianti e minatori, e da ragazzini giovanissimi deformati dai pesanti carichi che devono trasportare quotidianamente. Gli affiliati alla “Fratellanza di Favara”, avevano un rituale di iniziazione in stile massonico, che avveniva pungendo l’indice dei nuovi membri per poi tingere con il sangue un’immagine sacra, che veniva bruciata mentre l’iniziato citava una formula di giuramento: tale cerimonia di affiliazione era tipica delle cosche mafiose di Palermo, a cui numerosi membri della “Fratellanza” erano stati affiliati nel 1879, durante la prigionia con mafiosi palermitani nel carcere di Ustica. Anche se non più con un regime feudale, nelle campagne siciliane gli agricoltori erano ancora più sfruttati. I grandi proprietari terrieri risiedevano a Palermo o in altre grandi città e affittavano i loro terreni a gabellotti con contratti a breve termine, che, per essere redditizi, costringevano il gabellotto a sfruttare i contadini. Per evitare rivolte e lavorare meglio, al gabellotto conveniva allearsi con i mafiosi, che da un lato offrivano il loro potere coercitivo contro i contadini, dall’altro le loro conoscenze a Palermo, dove si siglavano la maggioranza dei contratti agricoli. Tra i zolfari vigeva un terribile contratto denominato il “soccorso morto”, vera deportazione: se la famiglia povera e numerosa aveva bisogno di un misero prestito per sopravvivere, questo gli veniva concesso a patto che desse in garanzia un suo figlio, il quale veniva sfruttato senza pietà e abbandonato a sè stesso dai suoi parenti. Se un giorno la famiglia avesse restituito i soldi (ma spesso i bambini morivano di malattie, di stenti o per incidenti che erano all’ordine del giorno) i pochi che riuscivano ad arrivare alla vecchiaia (molti di questi erano costretti a rimanevano all’interno della miniera come ‘carusi’ ovvero schiavi a vita) in pessime condizioni fisiche e di salute. Questi bambini non venivano restituiti la maggior parte delle volte, perché fra le varie miniere se li scambiavano per cui spesso i genitori perdevano i contatti (nel solo distretto minerario di Caltanissetta nel 1882 i fanciulli sfruttati erano ben 6.732 nei lavori interni e 2.049 negli esterni). Questa pagina nera della storia italiana è anch’essa volutamente dimenticata, le responsabilità di chi governava e di coloro che avrebbero dovuto difendere i lavoratori tra questi bambini di pochi anni strappati e deportati come schiavi, senza diritti e senza più una famiglia che li proteggesse, in miniere invivibili di proprietà di latifondisti e/o famiglie aristocratiche siciliane, ma vi erano anche stranieri che attuavano gli stessi metodi anche se poi vi vantavano di essere persone civili, erano politicamente influenti e condizionavano direttamente o indirettamente le istituzioni. Vivevano distanti dalle miniere-lager, nei loro palazzi di città, lasciando la gestione mineraria ad aguzzini senza scrupoli, facendo arricchire ‘illegalmente’ proprietari ed aguzzini nella complicità e nel silenzio delle autorità e delle istituzioni politiche. (I terribili e frequenti incidenti nelle zolfare hanno ispirato poeti e scrittori: « Pròvati, pròvati a scendere per i dirupi di quelle scale — scrive un regalpetrese — visita quegli immensi vuoti, quel dedalei andirivieni, fangosi, esuberanti di pestifere esalazioni, illuminati tetramente dalle fuligginose fiamme delle candele ad olio: caldo afoso, opprimente, bestemmie, un rimbombare di colpi di piccone, riprodotto dagli echi, dappertutto uomini nudi, stillanti sudore, uomini che respirano affannosamente, giovani stanchi, che si trascinano a stento per le lubriche scale, giovinetti, quasi fanciulli, a cui più si converrebbero e giocattoli, e baci, e tenere materne carezze, che prestano l’esile organismo all’ingrato lavoro per accrescere poi il numero dei miseri deformi…» da Le Parrocchie di Regalpietra di Leonardo Sciascia.)
Nel 1893, in seguito al delitto Notarbartolo, l’esistenza di Cosa nostra e dei suoi rapporti con la politica diviene nota in tutta Italia. Il “Marchese Notarbartolo”, esponente di primo piano della “Destra Storica”Siciliana si era sempre battuto contro la corruzione e il malaffare. Il primo febbraio 1893 fu ucciso da due “Mafiosi”, appartenenti alla “Cosca di Villa-Abate”, guidata da Giuseppe Fontana che commise il delitto, per conto di un suo Referente Politico, un certo Salvatore Palizolo. Palizolo, secondo quanto è emerso da alcune indagini personali, condotte dal figlio del marchese, era un membro del Parlamento, che venne attaccato dal nobile Siciliano, perché coinvolto in alcuni Scandali Finanziari al Banco di Sicilia. I tre gradi di giudizio del Processo, avranno luogo, prima a Milano, poi a Bologna e infine a Firenze, (basati quasi esclusivamente sull’inchiesta portata avanti dal figlio di Notarbartolo), e si concludono tutti, dopo una prima condanna, con una generale Assoluzione per Insufficienza di Prove e con l’affermazione che la “Mafia Non Esiste”, è soltanto un’invenzione dei giornali per screditare la Sicilia. A partire dal 1891 in tutta la Sicilia gli agricoltori si unirono in fasci, sorta di sindacati agricoli guidati dai socialisti locali, chiedendo contratti più equi e una distribuzione più adeguata della ricchezza. Non si trattava di movimenti rivoluzionari in senso stretto ma essi furono comunque condannati dal governo di Roma che, nella persona di Crispi, nel 1893 inviò l’esercito per scioglierli con l’uso della forza. Giuseppe de Felice Giuffrida, considerato il fondatore dei fasci siciliani, venne processato e imprigionato.
Poco prima che fossero sciolti, la mafia aveva cercato di infilare alcuni suoi uomini in queste organizzazioni in modo che, semmai avessero avuto successo, essa non avrebbe perso i suoi privilegi. Continuò però anche ad aiutare i gabellotti cosicché, chiunque fosse uscito vincitore, ci avrebbe guadagnato fungendo da mediatrice tra le parti. Quando fu chiaro che lo Stato sarebbe intervenuto con la legge marziale, la “Fratellanza”, detta anche “Onorata Società” (due dei termini usati all’epoca per identificare Cosa nostra), si distaccò dai fasci (che avevano tentato in tutti i modi di evitare la penetrazione di mafiosi nelle loro file, spesso riuscendoci) e anzi aiutò il governo nella sua repressione, come vendetta per l’azione dei Fasci, che volevano mettere in discussione il potere dei latifondisti. Nel 1915 a Corleone i mafiosi uccisero Bernardino Verro, che era stato tra i più accesi animatori del movimento dei Fasci siciliani negli anni novanta del XIX secolo.
Con Giolitti si permise alle cooperative di chiedere prestiti alle banche e di intraprendere, (senza gabellotti), contratti diretti coi proprietari terrieri. Questo, insieme alla nuova legge elettorale del suffragio universale maschile, portò alla vittoria di diversi sindaci socialisti in varie città siciliane, e all’eliminazione del ruolo mafioso nella mediazione per i contratti. Perciò la mafia dovette allearsi con la Chiesa cattolica siciliana, preoccupata per gli sviluppi dell’ideologia marxista nelle campagne. Le cooperative cattoliche quindi non si chiusero ad infiltrazioni mafiose, a patto che questi ultimi scoraggiassero i socialisti. Nel primo quindicennio del Novecento si iniziano a contare le prime vittime socialiste ad opera della mafia, che colpiva sindaci, sindacalisti, attivisti e agricoltori indisturbatamente.
Il tema delle terre negate ai contadini resterà uno dei principali motivi di scontro sociale in Sicilia fino al secondo dopoguerra.

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In Sicilia, sono nati i principali movimenti giovanili delle ultime generazioni. Non aiutati dai media, snobbati dai politici, spesso confusi, retorici e maldiretti, hanno tuttavia tenuto campo per oltre 20 anni, nel nome dell’antimafia che si è trasformata in “antimafia sociale”. I giovani, infatti, hanno capito prima di tutti che la mafia non è un’escrescenza criminale ma un vero potere socio-politico, che si elimina solo trasformando profondamente la società. Questa intuizione, che è quella di Peppino Impastato e Giuseppe Fava, è oggi ben chiara in testa dell’ultimo ragazzino che viene a unirsi alla lotta.
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I mafiusi de la Vicaria – Opera teatrale
Autori Giuseppe Rizzotto e Gaspare Mosca
Lingua originale Siciliano
Genere Commedia
Ambientazione Palermo
Composto nel 1863
I mafiusi de la Vicaria è un’opera teatrale dialettale scritta nel 1863 da Giuseppe Rizzotto e Gaspare Mosca e ambientata nelle Grandi Prigioni di Palermo.

 

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Emanuele Notarbartolo di San Giovanni, banchiere e politico italiano. È considerato la prima vittima eccellente di cosa nostra. Direttore generale del Banco di Sicilia ed esponente della Destra storica. Nell’ottobre 1873 viene eletto sindaco di Palermo e rimane in carica fino al 30 settembre 1876. Durante il suo governo, attua varie opere urbanistiche ed è tra i promotori della costruzione del Teatro Massimo di Palermo. Ma, soprattutto, cerca di debellare il fenomeno della corruzione alle dogane. Nominato dal governo direttore generale del Banco di Sicilia, cerca di riorganizzare il sistema bancario che era stato scosso dopo l’Unità d’Italia. Crea una rete capillare di agenzie. Inoltre il Banco di Sicilia è sull’orlo del fallimento, e l’opera di Notarbartolo evita di far collassare l’economia siciliana.Il suo lavoro al Banco di Sicilia inizia a inimicargli molta gente. Il consiglio della banca è composto principalmente da politici, molti dei quali legati alla mafia locale. Raffaele Palizzolo, il deputato era colluso con la mafia locale da anni e le sue speculazioni avventate avevano creato non pochi screzi con Notarbartolo. Probabilmente un suo rapimento a scopo estorsivo avvenuto tempo addietro era una velata minaccia della mafia affinchè chiudesse un occhio sul malaffare nella banca. 
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Raffaele Palizzolo. Consigliere comunale di Palermo, fu eletto deputato alla Camera nel 1882 e riconfermato per altre 4 legislature, fino al 1890 e dal 1892 al 1900.Fu implicato in operazioni di borsa realizzate mediante denari altrui e in rapporti con la mafia. Dal governo Depretis fu affiancato all’allora direttore generale Emanuele Notarbartolo alla guida del Banco di Sicilia. Fu incriminato come mandante dell’uccisione del marchese Emanuele Notarbartolo avvenuta il 1º febbraio 1893, nel tragitto in treno tra Termini Imerese e Trabia, il quale venne ucciso con 27 colpi di pugnale da Matteo Filippello e Giuseppe Fontana, legati alla mafia siciliana. Questo caso accese un dibattito sulla situazione della mafia in Sicilia e in Italia e, soprattutto, sulla collusione tra mafia e politica, ma nessuno osò fare nomi. Nel 1899 la Camera dei deputati autorizzò il processo contro Raffaele Palizzolo come mandante dell’assassinio. Nel 1902 venne giudicato a Bologna colpevole e condannato a 30 anni di reclusione, ma la Cassazione annullò la sentenza e nel nuovo processo che si tenne nel luglio 1904 fu assolto dalla Corte d’Assise di Firenze per insufficienza di prove.

 

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I FASCI SICILIANI sono un movimento di uomini e donne che lottano contro lo sfruttamento del lavoro e la schiavitù del feudo anche se vengono presentati, nei dispacci di polizia diffusi dai quotidiani nazionali, come una minaccia all’ordine pubblico.
Un movimento imponente che, con le donne in prima fila, arrivò a contare -tra il 1881 e il 1884- trecento mila iscritti e più di 160 sedi in tutta l’isola. La repressione sanguinosa fu condotta non solo dell’esercito regio ma anche della mafia, braccio armato degli agrari. Leonardo Sciascia ebbe, infatti, a definire il movimento dei Fasci, “la prima ribellione popolare antimafia dell’Italia moderna e contemporanea”. NELLA FOTO: Una delle insurrezioni dei fasci siciliani a Castelvetrano nel 1893

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