O’ Pilone, il brigante vesuviano

Antonio Cozzolino, detto “Pilone” per la sua folta barba, ex scalpellino del Vesuvio ed ex sergente dei Cacciatori borbonici, fù eroe della battaglia di Calatafimi, ed è stato uno degli ultimi briganti ad essere catturato. Per oltre dieci anni carabinieri e bersaglieri gli diedero la caccia tentando di stanarlo sui pendii del Vesuvio, dove Pilone, stabilì il suo quartier generale. I piemontesi per ritorsione gli uccisero i genitori e il fratello ed arrestarono la sua donna, ma lui non si arrese mai. Alla fine, solo per il tradimento di un compagno, cadde vittima di un tranello in via Forìa a Napoli e fu ucciso a colpi di pugnale a pochi passi dall’Orto Botanico: aveva quarantasei anni. Nell’ archivio storico del Comune di Torre Annunziata, è stato trovato, casualmente, il certificato di nascita di Antonio Cozzolino, dove nacque il 20 gennaio 1824, in località Casale Nuovo, alle ore 16, nell’abitazione dei genitori Vincenzo e Carolina Liguori, fu battezzato il giorno seguente, presso la chiesa dello Spirito Santo. A Boscotrecase, si trasferì successivamente con i suoi genitori, visto che il padre era prima trainiere e poi divenne scalpellino lavorando la pietra lavica del Vesuvio. Antonio imparò ben presto il mestiere del padre e con lui lavorò fino al 1844 alla messa in opera dei binari della linea ferroviaria Napoli-Portici-Torre Annunziata-Castellammare di Stabia. Nel 1844 si sposò con Luigia Falanga di Boscoreale, ma nello stesso anno fu arrestato per porto abusivo d’armi (di cui era un grande appassionato) e resistenza alla Forza Pubblica. Per sfuggire alla prigione, si arruolò nell’esercito borbonico di Ferdinando II, e destinato al Corpo dei Cacciatori. Combattè contro bande di fuorilegge e criminali, contro i ribelli e contro i garibaldini. Nella battaglia di Calatafimi del 15 maggio 1860, Cozzolino, con il grado di sergente, strappò la bandiera dei Mille dalle mani dell’alfiere Menotti. Per questo atto di eroismo, ricevette la medaglia borbonica al Valor Militare. Lasciata la Sicilia e imbarcatosi per Napoli, si distinse nello scontro a Caiazzo con le truppe nemiche e fu promosso sergente maggiore. Ma nella battaglia del Volturno fu fatto prigioniero dai Piemontesi, rinchiuso nel carcere militare di Ischia. Quando venne liberato poco tempo dopo, tornò a Boscotrecase, riprendendo a fare lo scalpellino. Ma nel 1861, iniziò la sua nuova vita da brigante, al servizio però di Francesco II , l’ultimo Re delle Due Sicilie. Da allora in poi, con la sua banda, Pilone prese d’assalto treni e carrozze che trasportavano truppe piemontesi, liberò nove prigionieri borbonici dal carcere di Torre Annunziata, saccheggiò le masserie di quelli che davano ospitalità ai soldati savoiardi. Assalì Terzigno, Boscoreale, Pompei, Scafati e Boscotrecase. E qui, dove aveva vissuto, sfilò addirittura per le strade tra l’applauso dei suoi concittadini, che gridavano: «Viva il Re Francesco II, viva il Papa Pio IX, viva Pilone!». Fu promosso, dal re a «comandante delle truppe in guerra nella provincia di Napoli». Tanti giovani, entusiasti di combattere contro i Piemontesi, si unirono alla sua banda, che ormai scorrazava in tutto il territorio vesuviano. Ma il cerchio era prossimo a stringersi intorno a lui ed ai suoi uomini. Nel 1866, nel tentativo di assaltare un treno prima che entrasse nella stazione di Sarno, la Guardia Nazionale intervenne e decimò tutti i suoi uomini, solo Pilone si salvò. Allora si rifugiò a Roma, dove fu accolto dal suo sovrano Francesco II. Nonostante ciò, fu arrestato e liberato nel 1869. Ritornò ancora una volta a Boscotrecase e riuscì a sottrarsi per un anno, rifugiandosi nelle campagne, ai carabinieri e gendarmi che intendevano catturarlo. Oramai, però, era diventato un personaggio scomodo, anche per la camorra locale che, a causa sua, vedeva ostacolati i suoi traffici per la massiccia presenza delle forze dell’ordine nel territorio. E così fu tradito, per le 1.500 lire della taglia, da un suo vecchio compagno, Salvatore Giordano, che il 14 ottobre 1870 lo accompagnò in via Foria a Napoli, tra il Real Albergo dei Poveri e l’Orto Botanico, dove Pilone fu circondato da quindici poliziotti ed ucciso da uno di essi che gli affondò una lama nel petto. Così il giornale Roma descrisse il fatto: «Il famigerato Pilone, sfuggito alle persecuzioni cui era fatto segno nel tenimento di Torre Annunziata…  stamane doveva perpetrare un ricatto verso l’Albergo dei Poveri in via Foria… gli agenti della forza pubblica in borghese hanno riconosciuto il brigante e, avvicinandosi, gli hanno intimato l’arresto. Pilone era armato di un nodoso bastone e di un pugnale, si è scagliato sulla guardia Zighella che più lesto gli ha tirato un colpo al cuore e lo ha ucciso all’istante». Morì, così, il più grande brigante napoletano, nato a Torre Annunziata, ma vissuto sempre tra Boscotrecase e Boscoreale. Fu un fuorilegge che si macchò di delitti, o fu un vero e leale partigiano borbonico che combattè contro le truppe occupanti piemontesi che, a loro volta, si comportarono da invasori compiendo anch’esse ogni sorta di misfatti? Purtroppo la storia ufficiale ci nega il giudizio finale.                                                  Pantaloni neri a righe di tela, giacca di velluto, panciotto sbottonato, cappello bianco, occhiali azzurri. Elegante, alla sua maniera di contadino, Antonio Cozzolino va incontro alla morte a Napoli, il 14 ottobre 1870. In via Foria, all’altezza dell’Orto Botanico, lo affianca un fedelissimo, Salvatore Giordano, messaggero d’agguato che ad un tratto si dilegua, lasciando il capo all’assalto dei poliziotti disseminati nella zona. Millecinquecento lire intasca per quel tradimento, mentre i vincitori della storia dominano finalmente il palcoscenico, senza più l’ombra di una banda che non ha mollato la resistenza borbonica, sperando nella rinascita del regno “duosiciliano”.

Una figura divenuta mito, autentica leggenda, agli occhi dell’intera popolazione vesuviana. Delitti e tradimenti che si consumarono all’ombra del Vesuvio nell’ambito della guerriglia ingaggiata tra i fedelissimi dei Borbone e le truppe di “occupazione” piemontesi. Una vera e propria guerra, partigiana della Resistenza. Un conflitto sanguinoso e violento esploso all’indomani dell’unità d’Italia nei territori dell’ex Regno delle Due Sicilie tra i “resistenti” borbonici e i sostenitori dei Savoia. Dopo l’invasione di Terzigno, Pilone divenne un Robin Hood del Vesuvio. Chiese danaro ai ricchi proprietari, fece rapide incursioni nel territorio di Sarno e sui monti Lattari, tolse alla camorra vesuviana il controllo delle “trafiche“, cioè del commercio delle partite di uva, sequestrò un Magliulo di Torre del Greco, lo liberò per 1500 ducati, e infine, il 30 gennaio del 1863, rapì il marchese Michele Avitabile, Presidente del Consiglio di Amministrazione del Banco di Napoli. Chiese un riscatto di 20000 ducati, si accontentò di 9000.

Il questore di Napoli, Nicola Amore, dichiarò che si era superato il limite estremo della decenza e pretese che si facesse terra bruciata intorno al brigante.  Per anni Pilone si sottrasse alla caccia di soldati e poliziotti, irridendoli e esasperandoli: le sue improvvise apparizioni notturne nelle selve del Vesuvio, l’astuzia e l’ammirazione che per lui nutriva “il popolo minuto“ ne fecero un personaggio leggendario. Ma i capi della camorra vesuviana non potevano più consentire che, per colpa di uno solo, le forze dell’ordine mettessero il territorio in stato d’assedio, bloccassero tutti i traffici e disseminassero spie in ogni caffé tra Napoli e Torre. Bisognava ammazzare Pilone, non catturarlo. Era necessario evitare il clamore di un processo e il rischio che egli si pentisse e “cantasse“, su questo punto furono tutti d’accordo: camorristi e “galantuomini“.

Cozzolino, robusto come un pilastro, con barba folta e scapigliata occupa un masso di roccia come poltrona da leader e da la porge all’ospite, seduto su un’altra pietra, un bicchiere di vino caprettone. Taccuino e matita,un cronista, intervista l’ex scalpellino, poi soldato dell’esercito borbonico, attraversando pagine di storia, raccontando battaglie vinte e perse. Chiarendo subito: “Io, brigante che ha combattuto contro i briganti? E allora? Che significa brigante? Io sono un combattente di re Francesco II. Un corretto lealista, non un bandito. I banditi veri sono quelli che ci hanno assalito conquistando le nostre terre, stuprando le nostre donne, bruciando le nostre case, riducendo in cenere i nostri raccolti e uccidendo i nostri figli, i nostri fratelli, i nostri genitori. Sono quelli i fuorilegge, i criminali. I veri briganti. Non certo io! Noi siamo brava gente che lotta per riportare il re di Napoli sul trono che fu dei suoi padri”.

Dall’impatto con i garibaldini a tutte le azioni successive contro l’Unità  d’Italia imposta, si rischiarano le tenebre di una pesante disfatta e salgono alla ribalta le ragioni di chi ha perso e lo spettro di un patto oscuro dello Stato con la camorra.

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Un famoso brigante locale che tenne in scacco per diversi anni le truppe regolari piemontesi. Pilone aveva il dominio indiscusso tra le aree alle falde del Vesuvio e il mare in provincia di Napoli. Bisogna ricordare i “briganti” che vennero considerati fuorilegge. Ma il popolo dell’epoca, però, li reputava patrioti. Alla fine la storia la scrivono i vincitori. Così bisogna ricordare il nome del vesuviano Pilone nella sua sfida eroica ed ardimentosa al potere sabaudo.  
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Non potendo il Governo mettere mano ai mezzi coercitivi che avrebbe voluto e proclamare ad alta voce lo stato d’assedio senza passare agli occhi degli Esteri per Governo violento e imposto colla baionetta ai napoletani, a mezzo di disposizioni dubbie, ambigue, elastiche, emanate sottovoce e privatamente mise la cosa senza il nome e dando al militare amplissimi poteri lasciò intatte e influenti le autorità civili, cosicché si trovarono ben tosto a fronte due autorità che si urtarono. A scrivere questo non fu un borbonico, ma l’ufficiale piemontese  A. Bianco di Saint-Jorioz, impegnato nella repressione del brigantaggio sul confine tra Campania e Lazio. Tra il luglio e agosto furono fucilati un centinaio di contadini a Gioia del Colle, più di 500 ribelli e manutengoli in provincia di Teramo, e Pontelandolfo e Casalduni subirono un atroce martirio. Ma l’aspetto veramente paradossale dell’intera questione fu che l’opposizione democratica sostenne e giustificò, e nei momenti più difficili, pretese la più dura repressione militare del brigantaggio. I massacri di Somma, di Pontelandolfo e di Casalduni furono giudicati  atti giusti e necessari, dettati dalle ragioni dell’ordine pubblico e della sicurezza, e Cialdini,che godeva dell’appoggio incondizionato dei democratici, mandò sotto processo  il Bosco solo per le pressioni della stampa estera.
Quando, all’inizio di agosto, Giuseppe Ricciardi chiese provvedimenti più rapidi e incisivi contro i responsabili dell’eccidio di Somma la risposta del generale fu freddissima e venata di sarcasmo: Speravo che la risposta da me datale  intorno alla faccenda di Somma, bastasse ad appagare ogni delicato suo sentimento in tale proposito. In ogni modo, ella comprenderà, signor Conte, che essendosi stabilita un’inchiesta, può la coscienza pubblica rimanere tranquilla pel corso regolare della giustizia.
La coscienza pubblica, invece, non era tranquilla, poiché temeva che accadesse quello che accadde. Il 30 novembre 1861 il Tribunale militare mandò assolto Bosco di Ruffina, ritenendo provato che egli aveva messo al muro sei complici del brigantaggio.”””
La storia, si sa, tentano di scriverla – e di imporne il racconto – i vincitori. Questa storia del brigantaggio vesuviano voglio riscriverla, anche perché c’è qualcosa di nuovo da dire.

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