La VERITA’ sul Regno d’italia

“Quella che io espongo è la storia di tutte le rivoluzioni. Esse sono quasi sempre l’opera di qualche uomo a cui due o tre funzionari comprati aprono le porte e di cui il popolo, per lo più indifferente alle questioni che si agitano, diventa il complice senza saperlo, prestando loro, per curiosità o per desiderio di rumore, il soccorso imponente delle sue masse”.
“Insomma io non avevo scorto da nessuna parte quell’entusiasmo per l’unità italiana, che imbevuto dalle illusioni piemontesi io mi ero atteso di vedere manifestarsi ovunque…da per tutto infine il Piemonte era riguardato come uno straniero e come un conquistatore. In faccia a tali sentimenti, sono obbligato di riconoscere che il vero stendardo del movimento italiano non aveva mai cessato di essere l’indipendenza e non era mai stato l’unità, di cui l’idea non era anche matura!…L’unità di una nazione non si crea: bisogna aspettare che nasca alla sua ora. Allora solamente può essere forte e durevole.” (considerazioni molto esplicative Filippo Curletti, una spia assoldata da Cavour). 
Vi fu allora, così come succede spesso oggi, una palese e gigantesca manipolazione mediatica, ai danni della nazione ‘canaglia’ di turno. Lo stato sabaudo era la “personificazione dello stato liberale” per Palmerston, che il 21 maggio 1852 ricorda i “grandi interessi politici e commerciali che ha l’Inghilterra per la conservazione dell’indipendenza della Monarchia sarda e della sua prosperità”. Il Regno di Sardegna è lo Stato perfetto agli occhi di Palmerston e della Corona britannica: monarchia costituzionale e governo liberale, con una politica economica liberista ed una politica estera filo-britannica. Ma anche filo-francese. Il 15 agosto 1853, il duca di Guiche, inviato francese a Torino, scrive al suo Ministro degli Esteri Thouvenel che in Piemonte “il governo è parlamentare e costituzionale in apparenza, in realtà è una macchina difficile a definire ma i cui ingranaggi obbediranno sempre al ministro di Francia se questi vuole darsene la pena e fare uso delle forme”. Per i governi di Londra e Parigi, dunque, un modello da esportare in tutta la penisola italiana. Alla sponda offerta dalla politica di Palmerston, il giornalismo salariato tesseva le lodi dell’unica monarchia costituzionale d’Italia, contrapposta all’assolutismo dei Borbone, dei Lorena, degli Asburgo e alla teocrazia pontificia. I paesi dispotici così miserabili, come gli stati papeschi, devono al despotismo la vergognosa loro inferiorità.
” In realtà, la condizione economica e sociale degli ‘stati papeschi’, cioè lo Stato Pontificio e il ‘cattolicissimo’ Regno delle Due Sicilie, poteva difficilmente essere ritenuta ‘miserabile’. In entrambi gli Stati, le strutture assistenziali ecclesiastiche, gli ordini monastici, le parrocchie, gli ospedali (spesso gestiti dal clero) garantivano un welfare eccellente rispetto al Piemonte, dove l’abolizione di tali strutture porterà, invece, ad una povertà generalizzata e graverà ulteriormente sul debito, già enorme, della nazione. Il 7 agosto 1855, di fronte alla Camera dei Comuni, Palmerston sferra un attacco frontale al regno borbonico, che “aveva dimostrato sfrontatamente la sua ostilità alla Francia e all’Inghilterra vietando l’esportazione di merci che il suo stato di neutrale gli avrebbe consentito tranquillamente di continuare a trafficare”. Una “palese violazione del diritto internazionale”, tanto più grave perché “perpetrata da un governo che si era macchiato di atti di crudeltà e di oppressione verso il suo popolo, assolutamente incompatibili con i progressi della civiltà europea”. Non importa se gli “atti di crudeltà” borbonici non siano mai stati confermati, anzi smentiti (come le lettere di Gladstone), né se fosse stata proprio Londra ad armare i rivoluzionari siciliani. Come non importerà, 150 anni dopo, se Gheddafi avesse veramente bombardato manifestazioni pacifiche di suoi cittadini (fatto smentito dalle rilevazioni satellitari russe). Il Regno delle Due Sicilie era diventato ufficialmente uno ‘stato-canaglia’ e gli serviva una tirata d’orecchi. Non con un intervento ‘diretto’ di Londra, ma attraverso il Piemonte, debitore della City: una nazione indebitata non è una nazione libera. Non potendo più privatizzare nulla per ripagare parte del debito contratto, per il governo sabaudo era necessario invadere stati sovrani dal Tesoro prospero, come le Due Sicilie, lo Stato Pontificio, i granducati di Toscana, Modena, Parma. Sono i Rothschild, manovratori della City, i veri beneficiari di quella vasta operazione che verrà chiamata dai posteri ‘Risorgimento‘. L’eliminazione di stati sovrani economicamente e politicamente indipendenti dagli influssi d’oltremanica e oltralpe, significò non solo l’eliminazione di potenziali nemici, ma l’estensione in tutta Italia del modello economico piemontese. Il Piemonte era, infatti, non solo l’unico stato completamente nelle mani dei banchieri inglesi, ma anche l’unico ad essersi quasi privato del tallone aureo per l’emissione della moneta. Il modello economico duosiciliano prevedeva che il Banco delle Due Sicilie, emettesse solamente ducati d’oro e d’argento. Non vi erano banconote, ma titoli di fede emessi esclusivamente a fronte di un avvenuto deposito. A unità compiuta, infatti, dei 607,4 milioni di lire a cui equivalevano le riserve auree del neonato Regno d’Italia, ben 443,2 milioni erano rappresentati dalle riserve borboniche e solamente 27 dal Piemonte. Nelle Due Sicilie il tallone aureo andava di pari passo con una politica economica autarchica e protezionistica: la produzione dei beni era funzionale al soddisfacimento della domanda interna e solo il surplus rimanente poteva essere esportato. La popolazione godeva inoltre della rete di strutture assistenziali già nominate. Questo rendeva il Sud borbonico decisamente sgradevole all’alta finanza. Il suo progresso era lento ma sicuro, la borghesia era impegnata nell’attività commerciale ed imprenditoriale (che crea sviluppo) e non in attività finanziarie (che sottraggono ricchezza alla collettività), la politica estera lontana da mire espansionistiche. Il regime ‘costituzionale’ che gli intellettuali europei sbandieravano contro Napoli, Roma e Firenze era, quindi, la copertura ideologica di un sistema economico che garantiva a pochi (i proprietari privati degli istituti di emissione monetaria) il potere su molti (il popolo) attraverso il monarca, il governo, il parlamento e il monopolio della violenza legittima di cui questi disponevano (per conto terzi). Non si trattava quindi di una guerra tra stato liberale e monarchia assoluta, ma tra monarchie legittime e usurocrazie cioè regimi in cui il potere è esercitato dai prestatori di denaro. Il piemonte si veste di una ‘guerra di liberazione’ o ‘umanitaria’ agli occhi dell’opinione pubblica europea, altrimenti l’ingresso dei soldati piemontesi in territorio straniero sarebbe parso per ciò che era: un’invasione. Le modalità con cui ciò avvenne ci vengono appunto descritte da Filippo Curletti, l’agente segreto di Cavour che, incarcerato dal conte quando non più utile, decise di vendicarsi rivelando per iscritto molti particolari scomodi sulle vicende ‘risorgimentali’. Coinvolto nei moti che portarono alla destituzione dei Lorena nel Granducato di Toscana, Curletti descrive la ‘rivoluzione’ fiorentina non come un moto popolare nato spontaneamente, bensì come un’operazione condotta da un gruppo di ottanta carabinieri travestiti da popolani, data l’indisponibilità dei fiorentini a ribellarsi ai Granduchi. Scrive Curletti: “la propaganda secreta dei Piemontesi nelle Romagne e nella Toscana cominciava a produrre i suoi frutti; tutto era pronto per una rivoluzione; i comitati che agitavano gli spiriti in questi due paesi sotto la direzione del Conte Cavour, domandavano al ministro il segnale dell’azione e qualche uomo sicuro per operare il movimento”. Una guerra sotterranea, come si può notare, fondata sulla propaganda e l’organizzazione segreta. Di fatto, i ‘ribelli’ erano armati da una potenza straniera (il Piemonte), come conferma anche l’epistolario dell’ammiraglio Persano, che scriveva a Cavour: “noi continuiamo, con massima segretezza, a sbarcare armi per la rivoluzione, a tergo delle truppe napoletane”. A Napoli come a Firenze, il metodo è lo stesso usato dieci anni prima a Palermo dagli inglesi. Tornando a Curletti, l’agente spiega come le modalità con cui si sarebbero svolti i moti furono decise a tavolino da lui e dall’ambasciatore piemontese. Gli agenti, mascherati da popolani, avrebbero formato una compagine numerosa che, al grido di “Viva l’Indipendenza! Abbasso i Lorena!”, si sarebbe diretta verso Palazzo Pitti. Mentre il clamore così suscitato riusciva a coinvolgere alcuni fiorentini, Curletti ed i suoi uomini correvano a sequestrare le casse pubbliche del Granducato: “alle 4 del pomeriggio Buoncompagni era installato nel palazzo del Sovrano presso il quale era accreditato; alla stessa ora tutte le casse pubbliche erano vuote, senza che una sola lira sia entrata nel tesoro piemontese. Quelli che non avevano potuto prendere parte al saccheggio si installarono chi alle poste chi ai ministeri. (…) Io ricevetti per mia parte dalle mani stesse di Buoncompagni una gratificazione di seimila franchi”. Si è trattato, quindi, di una vera e propria rapina, condotta da agenti cavouriani ai danni del Granducato di Toscana. Ma Firenze non è stato un caso isolato. Curletti fornisce i suoi servigi di stato in stato: Toscana, Parma, Modena, Stato Pontificio, Due Sicilie e le modalità di sovversione e rapina che descrive sono le stesse in ogni stato. Rapine che superano i limiti della decenza se ci si attiene a quanto Curletti testimonia relativamente al ducato di Modena. Qui il plenipotenziario sabaudo La Farina, che aveva sostituito il duca, avrebbe ordinato all’uomo fidato di Cavour di raccogliere tutto l’oro e l’argento del duca e di farlo fondere. Ma non prima di aver scritto un articolo sul quotidiano locale in cui dichiarava che il duca si era portato via tutto, in modo che nessuno si chiedesse che fine avessero fatto i preziosi della nobile famiglia. L’oro e l’argento, assunta una nuova forma, non sarebbero più stati esigibili da parte dei duchi ad un loro eventuale ritorno. Non paghi di ciò, lo stesso Curletti, insieme ad altri, si è reso autore di vere e proprie estorsioni. Usufruendo del nuovo ruolo di tutore dell’ordine pubblico, aveva il dovere di stilare una lista di proscrizione di tutti i fedelissimi del duca. Tra questi vi erano sempre (casualmente?) i personaggi più ricchi della città, ai quali venivano estorte laute somme di denaro in cambio della cancellazione dalla lista (che li avrebbe salvati dall’arresto o dalla confisca dei beni). Vere e proprie azioni banditesche, che trovano paragone solo con quelle di…Giuseppe Garibaldi. Non si può parlare di Risorgimento, infatti, senza citare il Generale dei Mille. Ma l’Unità d’Italia sarebbe stata “impossibile senza la Massoneria”, proprio per la capacità di collegamento operativo tra le logge. In realtà la fedeltà non era rivolta al Re ma al Maestro. Quel Maestro era probabilmente Lord Palmerston, primo ministro inglese e fondatore dell’Ordine Reale di Sion, a cui facevano capo le logge massoniche italiane e le vendite carbonare. Le prime erano state represse su volontà di Ferdinando II nel periodo dal 1825 al 1832 e costrette a sopravvivere in segreto, le seconde avevano in passato mostrato fedeltà ai Borbone. Durante la Repubblica Partenopea, infatti, il loro ruolo fu determinante nel 1813-14, quando furono alla base di sollevazioni filo-borboniche in Calabria ed Abruzzo. Ma la fedeltà a Londra era più vincolante. Gli 800mila affiliati alla Carboneria nelle Due Sicilie scelsero di tradire la monarchia e forse fu questo a decretarne la fine. L’organizzazione delle società segrete e delle logge era tale da garantire una sovversione interna, comprando, delegittimando o uccidendo chi ostacolava i loro piani. Le rapine effettuate da Garibaldi ai danni del Regio Banco di Sicilia, erano analoghe a quelle di Curletti a Firenze, Parma, Modena e in altre città. Le appropriazioni indebite di Garibaldi provocarono non pochi danni al Banco delle Due Sicilie, che si ritrovò, ad unificazione compiuta, quasi privo di riserve auree o argentee con cui concedere prestiti. Situazione aggravata dal comportamento del neonato governo unitario. L’istituto, che era l’unico deputato all’emissione monetaria nel regno borbonico, non solo fu scisso in due istituti diversi (Banco di Napoli e Banco di Sicilia), ma gli fu esplicitamente proibito di ritirare dalla circolazione i ducati d’oro e d’argento duosiciliani, che costituivano oltre il 65% della moneta circolante nella penisola. A provvedere ad un loro graduale ritiro ci pensò la Banca Nazionale degli Stati Sardi (poi Banca Nazionale del Regno d’Italia) insieme ad altri istituti di credito nati ad hoc: il Banco di Sconto e Sete (creato nel 1863 attraverso fondi Rothschild), il Credito Mobiliare di Torino, la Cassa di Sconto di Torino e la Cassa Generale di Genova. Insieme, le quattro banche costituirono una cordata guidata da Carlo Bombrini, amico di Cavour e direttore della banca centrale sabauda, che le utilizzerà per spostare al Nord le commesse imprenditoriali meridionali. In pratica, le uniche due banche meridionali si trovarono impossibilitate a fornire credito nel Meridione, non potendo ritirare le monete d’oro e d’argento da loro stesse emesse, che sarebbero servite come garanzia per i prestiti. Tutte le monete borboniche furono ritirate da banche settentrionali, fondate proprio negli anni dell’unificazione, che le usarono come garanzia per concedere prestiti ad imprenditori settentrionali. Un perfetto esempio di capitalismo di rapina, che rispondeva ad un piano di spoliazione e spartizione progettato sin nei minimi dettagli. “I napolitani non dovranno essere mai più in grado di intraprendere”, scrisse Bombrini. E così fu. Tra i beneficiari di questo sciacallaggio, ci fu anche Francesco Cirio, che grazie ai finanziamenti del Credito Mobiliare di Torino diede vita alla prima industria conserviera italiana. Cirio approfitterà dell’impossibilità per le imprese meridionali di usufruire dei prodotti della loro terra per creare un giro d’affari che lo porterà ad ottenere dapprima concessioni ferroviarie agevolate per il trasporto di alimenti all’estero (grazie alla legge Cirio del 1885) e poi addirittura una posizione di monopolio sulla Società Ferroviaria dell’Alta Italia. Contratti agevolati proprio dal Bombrini, che attraverso la cordata bancaria di cui sopra riuscirà ad ottenere almeno tredici concessioni ferroviarie. Un’operazione non da poco se si pensa che il suo stesso amico Cavour era azionista della Società Anonima Molini Anglo-Americani e non poteva non nutrire interesse nell’esportazione del grano tramite via ferrata. Un conflitto d’interessi notevole, che si aggiunge al suo comportamento durante la crisi granaria del 1853. In quell’occasione, mentre l’autarchia borbonica impediva l’esportazione di grano per assicurare il cibo a tutti i cittadini, il Piemonte liberista la favoriva apertamente, mettendo il profitto del primo ministro davanti al sostentamento del popolo.
Il popolo veneto, nel 1866, si oppose all’invasione sabauda, e contrariamente alla vulgata della storiografia ufficiale, l’esercito ‘asburgico’ si chiamava Austro-Veneto e vide i veneti combattere a difesa degli Asburgo contro i ‘tajani. Come a Lissa, nell’alto Adriatico, quando il 20 luglio 1866 la Imperial Veneta Marina sconfiggerà la Regia Marina italiana. La nave ammiraglia Re d’Italia verrà rovinosamente affondata dalla Ferdinand Max, grazie al capotimoniere Vincenzo Vianello di Pellestrina, incitato così dall’ammiraglio Tegetthoff: “Daghe dosso, Nino, che la ciapèmo!”. Gli equipaggi erano infatti veneti, parlavano veneto e festeggiarono quella vittoria urlando “Viva San Marco!”. Come si può, dunque, parlare di ‘guerra d’indipendenza’ e non di ‘guerra d’invasione’? I libri di storia non spiegheranno mai, infatti, come avrebbe potuto una nazione priva di sbocchi al mare come l’Austria sconfiggere l’Italia in campo marittimo: ma la memoria storica è scritta sulla sabbia, lo spirito critico una moda d’altri tempi.

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