I PREGIUDIZI UNITARI: L’INFERIORITA’ MORALE DEL SUD E LA CUPIDIGIA BORBONICA

Il Regno delle Due Sicilie, dal 1816, è durato circa 125 anni, inframmezzati dal cosiddetto decennio francese (1806-1815). Ebbe termine con l’Unità, con tutte le ricadute sociali ed economiche per le sue popolazioni.
Il risultato conseguito avvenne con modalità criticabili, come la propaganda antiborbonica e antimeridionalista che, subito dopo la nascita del nuovo Stato, fu ingenerosamente orchestrata nei confronti di un regno, che, accanto ai suoi innegabili e gravi difetti, aveva avuto notevoli pregi e conseguito diversi primati.
Si volle presentare l’Italia Meridionale come un territorio arretrato e feudale, retto da una monarchia reazionaria e incapace, da denigrare e ridicolizzare: ciò forse per giustificare l’annessione al Piemonte e poi con il brigantaggio, per dare un senso alle azioni repressive esercitate con estrema durezza. Quest’atteggiamento dello stato unitario continuò a manifestarsi per lungo tempo, anche nei primi decenni del Novecento, e contribuì, anche psicologicamente, a far aumentare il divario economico tra il Mezzogiorno e il resto del Paese, ancor oggi drammaticamente esistente.
I molti primati, di natura tecnica, che furono conseguiti dallo Stato borbonico, sono un’innegabile realtà che dovrebbero scalfire i tanti pregiudizi negativi che si sono accumulati a svantaggio di un regno che, pur con le sue gravi pecche, non fu peggiore di diversi altri stati pre-unitari del nostro Paese.
All’accusa che spesso si rivolge alla monarchia borbonica di aver tesaurizzato grandi ricchezze e di non averle utilizzate per elevare le precarie condizioni di vita delle popolazioni del Mezzogiorno, si potrebbe contrapporre quella, rivolta ai governi di impronta piemontese, i quali, anziché incamerare nel 1860 quelle ricchezze per risanare i loro precari bilanci, avrebbero potuto e dovuto utilizzarle per migliorare le condizioni delle nuove province di cui essi stessi ne denunciavano l’arretratezza. Il regno borbonico fu concepito come stato indipendente dopo i lunghi periodi di dominazione straniera sotto i vicerè spagnoli (1503-1707) e austriaci (1707-1734). Nel suo sviluppo si possono idealmente individuare almeno tre distinti periodi. Il primo comprende il regno di Carlo, il quale, salito al trono nel 1734, vi rimase fino al 1759 (quando divenne Re di Spagna con il nome di Carlo III) e la prima parte del regno di Ferdinando (IV di Napoli e III di Sicilia) estesa fino al 1799, quando il Re fu costretto a un breve esilio a Palermo a seguito del costituirsi a Napoli della Repubblica napoletana (durata dal gennaio al giugno di quell’anno). Il secondo periodo va dal 1799 al 1830 e comprende la seconda parte del regno di Ferdinando (divenuto nel 1816 Ferdinando I, Re delle Due Sicilie), morto nel 1825 e quello del suo successore Francesco I, morto a sua volta nel 1830; il periodo è inframmezzato dal cosiddetto decennio francese (1806-1815). Il terzo periodo comincia con l’ascesa al trono di Ferdinando II (1830) e comprende il breve regno di Francesco II, subentrato nel 1859 alla morte del padre, fino alla conquista piemontese del 1860. Nel l primo periodo, Carlo III fu un sovrano illuminato che condusse una considerevole opera riformatrice, consolidando l’indipendenza del Paese; ne modernizzò le strutture, ridimensionò lo strapotere dei baroni e contenne quello della Chiesa. In questa opera egli si giovò dell’aiuto del toscano Bernardo Tanucci (1698- 1783), che fu suo uomo di fiducia, ricoprì diverse cariche governative e continuò a esercitare la sua positiva influenza come presidente del consiglio di reggenza, insediatosi durante la prima parte del regno di Ferdinando, salito al trono a soli nove anni di età. Durante tutto il periodo il Paese, che formalmente era suddiviso in due regni, quelli di Napoli e di Sicilia, ebbe un grande sviluppo, notevole specialmente se si tien conto dello stato di grave precarietà in cui esso inizialmente si trovava. Grandi opere pubbliche trasformarono Napoli affancandola alle altre capitali europee; le scoperte di Pompei ed Ercolano ebbero un’influenza enorme sulla cultura mondiale e contribuirono, insieme ad altre attrattive del Paese, a incrementare le arti e un turismo di eccezionale rilievo. La Capitale divenne il centro di studi filosofici, economici e finanziari e sede di un movimento che si sviluppò ad armi pari con i più progrediti ambienti dell’Illuminismo europeo. Giambattista Vico (1668- 1744), Pietro Giannone (1676-1757), Bartolomeo Intieri (1678-1757), Celestino Galiani (1681-1753), Antonio Genovesi (1713-1769), Ferdinando Galiani (1728- 1787), Gaetano Filangieri (1752-1788), sono solo alcuni dei pensatori, degli economisti, degli studiosi che fecero di Napoli uno dei più importanti centri del rinnovamento culturale. Il Genovesi fu, nel 1755, il primo in assoluto a ricoprire una cattedra universitaria in Economia.
Fu costruita la Reggia di Caserta, con il collegato Acquedotto Carolino, da ritenere un capolavoro di ingegneria idraulica, di circa 38 km, lungo il cui percorso si estendevano giardini e tenute reali destinate sia allo svago che a fini produttivi ; lo sviluppo agricolo, edilizio, industriale, manifatturiero dell’area casertana divenne una delle maggiori attrattive dello stato.
L’esercito, e particolarmente la marina, furono riorganizzati ed ebbero un ruolo importante nel tenere alto il prestigio del Paese. La seconda disponeva di una flotta tra le più potenti dell’epoca, che controllò per un certo periodo il Mediterraneo occidentale, senza sfigurare nei confronti delle marinerie inglese e spagnola, esercitando tra l’altro la funzione di opporsi alla dilagante pirateria: essa fu la prima a dotarsi di truppe da sbarco ben addestrate (marines). Un gioiello architettonico di grande rilievo fu il Teatro San Carlo, progettato a partire dal 1736, costruito dal marzo 1737 all’autunno dello stesso anno. Nel 1738 furono iniziati i lavori per il Palazzo di Capodimonte, destinato a ospitare le collezioni d’arte, nel 1751 fu avviata la costruzione del Real Albergo dei poveri, un immenso edificio da impiegare per ospitare orfani abbandonati, vagabondi, mendicanti, scuole di arti e mestiri per i più poveri. Vennero create fabbriche per la produzione di articoli di lusso come una manifattura di arazzi, una di pietre dure, e infine, la più importante, quella famosa delle ceramiche di Capodimonte. L’antistoricità del governo borbonico è solo retorica unitaria. Il riformismo napoletano non adottò in toto il modello dei i filosofi inglesi, che mirava alla formazione di un universo di proprietari esclusivi, e di un numero di esclusivi nullatenenti elevato all’ennesima potenza. La secolare fedeltà dei contadini verso i Borbone prova la giustezza del modello borbonico, ispirato alle riflessioni di Antonio Genovesi e Gaetano Filangieri.
Il secondo periodo comincia subito dopo la fine della repubblica napoletana del 1799, che rappresentò una discontinuità nello sviluppo dello Stato; per la repressione di frange contrarie alla monarchia. Fu inframmezzato dai regni dapprima di Giuseppe Bonaparte (1806-1808) e poi di Gioacchino Murat (1808-1815): il decennio francese, da essi rappresentato, risultò positivo per gli interventi sull’economia che ricevette una forte spinta in senso borghese e produsse una modernizzazione della società. Dopo la restaurazione, fino alla morte di Ferdinando I, avvenuta nel 1825, e durante la breve parentesi di Francesco I durata fino al 1830, il regno, pur rispettando molte delle innovazioni apportate dai francesi, non tornò più ai livelli di sviluppo sociale e culturale che aveva vissuto nel Settecento. Si trattò di un periodo in cui si badò più che altro a gestire l’ordinaria amministrazione.
Il terzo periodo si identifica quasi completamente con il regno del nuovo sovrano Ferdinando II (1830-1859), il quale, pur nell’ambito di un modello assolutistico del potere, adottò una politica di incoraggiamento dell’economia. Investì in infrastrutture, nei cantieri navali, nelle bonifiche delle aree paludose in varie zone del Regno. Promosse un notevole sviluppo industriale del Paese: le Officine di Pietrarsa, che erano il maggior complesso industriale italiano dell’epoca.
Nel decennio 1830-1840, il Regno delle Due Sicilie fu insomma tutt’altro che un paese arretrato, privo di ogni forma di sviluppo come è stato descritto nel seguito dai vincitori; esso ebbe infatti dei sussulti positivi persino negli anni immediatamente precedenti alla sua fine. Ma negli anni ‘40 imboccò un periodo travagliato, specialmente dopo che i moti rivoluzionari del 1848 che rafforzarono la visione assolutistica del Sovrano, portato prima a concedere e poi a ritirare la costituzione. Lo stato fu spinto verso un isolamento sempre maggiore il cui epilogo si ebbe nel corso dei noti avvenimenti del 1860. Le forze armate e la stessa marina si macchiarono di tradimenti, di trame e complotti che contribuirono al disfacimento del Regno. Il Re Francesco II, appena insediato, fu abbandonato dalle potenze europee e, dopo l’epica resistenza di Gaeta, fu costretto a lasciare il Paese.
La Repubblica Partenopea, il regno dei Napoleonidi e lo Stato italiano, rifiutando il riformismo, innescano uno dei fondamenti della Questione meridionale, quello che è costato più sangue e più lacrime, la povertà contadina.
Non v’è dubbio che l’unificazione politica della penisola italiana ha prodotto un risultato disastroso per le popolazioni del sud e delle isole. Il carattere coloniale dello Stato nazionale fu evidente sin dalla Dittatura di Garibaldi. La creazione di uno Stato borghese, fondato sulle eguaglianze economiche contemplate dal diritto civile può sembrare un passo avanti, ma, in mancanza dello sviluppo industriale, fu un passo indietro per l’equilibrio fra le classi sociali e per l’equa divisione del prodotto interno. L’eguaglianza giuridica dei cittadini, o meglio dei soggetti di diritto, la degradazione degli aristocratici a borghesi venne compensata economicamente, permettendo ai baroni di far passare (o di acquistare per pochi soldi, o sgraffignare sottobanco) i beni assoggettati a diritti promiscui (con i contadini) come beni in piena proprietà (terre). Questo, per non parlare del passaggio in mano privata dei beni ecclesiastici. Gli antichi diritti dei contadini non ebbero, alcun compenso. Si ebbe una versione meridionale della questione della povertà, al fine di delineare la nascita del proletariato, dei nullatenenti, nella mirabolante liberazione dell’uomo-contadino feudale realizzata ad opera dello Stato di diritto. Per giustificare sé stessa, la borghesia meridionale ha cancellato la storia del paese, o peggio ha trasformato in negativo ciò che era positivo (i Borbone, il Cardinale Ruffo, il brigantaggio, etc), ed essendo la classe addetta alla gestione del sapere e all’alfabetizzazione interclassista, è riuscita nell’opera di mettere sugli altari il nemico della nazione; ha costruito altresì dei miti autolesionisti, tipo quello che porta in cielo un incosciente e ambiguo artefice dell’unità, come Garibaldi, o come la Juventus, specchio di ogni imbroglio circa il primato torinese.

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