La Guerra tra Italiani

Proibita la caccia, proibito andare nei boschi, proibita la pastorizia, obbligo di abbattere entro 48 ore gli stazzi e le capanne nei boschi. Condanna a morte “con rito sommario” anche per “gli spargitori di voci allarmanti”; per chi inducesse “i villici” al lamento, alla protesta; per chi insultasse il ritratto del Re, lo stemma dei Savoia e la bandiera italiana. A morte chi vede un brigante e non lo denuncia, chi gli presta qualsiasi forma di aiuto o indicazione. Come dire: “Se obbedisci al brigante, ti uccidiamo noi; se non obbedisci, ti uccide lui”.

In Calabria, il maggiore piemontese Pietro Fumel, noto torturatore, condannava a morte, poi annotava di aver fatto fucilare “trecento briganti e non briganti”.
Ordinò ai proprietari di bruciare i pagliai, di murare e scoperchiare le case isolate, di abbattere gli animali, di chiudere tutti i forni di campagna: niente più pane.
Sennò? Faceva incendiare tutto lui, e chi non aveva obbedito veniva fucilato.

Un pastorello di 17 anni, che non capiva le domande

dell’ufficiale che lo interrogava, fu “giustiziato” come brigante perché trovato a calzare “scarpe in dotazione all’esercito sardo”.
Garibaldi aveva promesso ai contadini del Sud l’assegnazione delle terre demaniali, ma il nuovo Stato italiano, oltre a non mantenere la promessa, li aggredì con le vessazioni anti-brigantaggio accennate, con una tassazione esosa e con coscrizioni militari obbligatorie per almeno cinque anni, che toglievano braccia al lavoro dei campi e senza deroghe per motivi familiari.
La pseudo Unità d’Italia realizzata “a spese del Sud” non debellò
il brigantaggio, ma lo generò “quale fioritura opportunistica di delinquenti in una stagione di grande illegittimità e confusione”; come guerra civile, fra i “cafoni” derubati delle terre demaniali già liberamente coltivabili nel regno dei Borbone e i “galantuomini”
voltagabbana che le avevano usurpate con licenza dei piemontesi; e come guerriglia di resistenza di ex militari napoletani, patrioti e cittadini che non accettavano la fine delle libertà, del relativo benessere e dei diritti goduti (e solo con l’invasione scoperti) sotto il re Francesco II, e l’avvento di un regime di terrore, di spoliazione
e arbitrio, instaurato nel Mezzogiorno da occupanti che parlavano francese o dialetti mai uditi.
Vincenzo Padula, liberale e favorevole alla causa unitaria, scrisse nel libro “Calabria. Prima e dopo l’unità”: “Finora avevamo i briganti, ora abbiamo il brigantaggio;
tra l’una e l’altra parola corre grande divario. Vi hanno briganti quando il popolo non li ajuta, quando si ruba per vivere o morire con la pancia piena; e vi ha il brigantaggio quando la causa del brigante è la causa del popolo”.
E’ stato stimato che a opporsi in armi al nuovo regime furono dagli 80.000 ai 135.000 meridionali definiti briganti; e che almeno altrettanti si prestarono a sostenerli, rifornirli, spiare per loro; e potevano farlo perché avevano l’appoggio di buona parte della popolazione.

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