BRIGANTI SIETE VOI!

“Per quei vieni la violenza è un diritto, per tanti vieni la violenza è un delitto .. Voi potete rubare, violentare, uccidere, e nessuno vi condannerà.”. Per più di un secolo e mezzo, ben 159 anni, in cui bugie, menzogne e verità nascoste, hanno azionato quel subdolo meccanismo di denigrazione della popolazione meridionale, talmente oliato un dovere da aver coinvolto anche alcune persone abitanti del Sud. La storia o meglio gli “illustri” storiografi che l’hanno riportato e pubblicato sui libri di scuola, ha sempre raccontato l’unico colpevole dei problemi del Meridione, è stato il Regno Borbonico e il governo dei Borbone, era supportato dal carattere superficiale e indolente dei suoi sudditi che con la filosofia della vita “bast’ che c’è sta ‘o sol”, i meridionali pigri e svogliati quali erano, trascorrevano le giornate da nullafacenti in attesa che qualche miracolo gli procurasse di che vivere. Invece al “buon” Piemonte non interessava per niente l’Unità d’Italia, ai Piemontesi interessava la conquista delle ricchezze del Sud, delle sue riserve auree, delle sue fabbriche. Dal 1860 al 1870 i nuovi pirati, i piemontesi, riuscirono a depredare tutto quel che c’era da prendere, svuotarono le casse dei comuni, quelle delle banche, quelle dei poveri contadini, quelle delle comunità religiose, dei conventi; saccheggiarono le chiese e le campagne; smontarono i macchinari delle fabbriche per montarli al Nord; rubarono opere d’arte di valore inestimabile, quadri, vassoi, statue. Le miniere di ferro, il laboratorio metallurgico della Mongiana in Calabria; le industrie tessili della Ciociaria; le manifatture di Terra di Lavoro; i cantieri navali sparsi per tutto il Mezzogiorno; la magnifica fabbrica di Pietrarsa, i monti frumentari, le scuole pubbliche e soprattutto la dignità e la libertà furono tolte ai meridionali. Il 1861 è un anno che ogni UOMO al mondo sta pensando, non per la pseudo unità di Italia imposta con la forza, ma perché è il Savoia iniziarono il massacro del Sud. Questa è la verità, ed ecco comparire i Briganti. Cannoni contro città indifese; baionette conficcate nelle carni di giovani, preti, contadini; donne violentate e sgozzate; vecchi e bambini trucidati. Case e chiese saccheggiate, monumenti abbattuti, libri bruciati, scuole chiuse. La fucilazione di massa divenne pratica quotidiana. Dal 1861 al 1871, un milione di contadini furono abbattuti; anche se i governi piemontesi su questo massacro non fornivano dati, perché nessuno doveva sapere. Col termine Briganti, coloro che hanno raccontato la storia, hanno voluto volontariamente mortificare tutta quella parte di popolo, che si era ribellata, ancora una volta, all’invasore: “Combattemmo, nella nostra terra, una guerra legittima di liberazione e di resistenza contro una cultura ed un popolo stranieri, difendemmo palmo a palmo, case, terre e famiglie da una rivoluzione che non poteva e non doveva essere nostra, uccidemmo e morimmo come i tanti e sconosciuti eroi di una contro-rivoluzione che ci aveva già visto combattere e morire in Francia o in Spagna, nel 1799 come nel 1820, nel 1848 come nel 1860. ”Una delle più crudeli accuse e più inique è dire che i contadini meridionali amano l’ozio; ho visto molta gente lavorar meglio, nessuno lavorar più. La miseria crudele non ha ucciso le intime energie della razza, l’anima essenziale della stirpe; il brigante e l’emigrante con la rivolta e con l’esodo sono la prova di una mirabile capacità espansiva. – Che cosa farai? – io chiedevo al vecchio contadino che partiva. – Chi lo sa! – egli mi rispondeva. Non chiedeva nulla, non voleva nulla. Andava a lottare, a soffrire; aspirava alla sazietà. In altri tempi sarebbe stato brigante o complice; ora andava a portare la sua forza di lavoro, il suo misticismo doloroso nella terra lontana, a costituire forse con i suoi compagni quella che dovrà essere la nuova Italia. O povera gente così forte e così infelice, così buona e così calunniata! (Francesco Saverio Nitti 1899). Voi mi chiederete, perché il brigantaggio non esiste più quando molte cause permangono? Perché noi mandiamo ogni anno fuori di Europa, dal solo Mezzogiorno continentale, un vero esercito di quasi cinquanta mila persone e i contadini di Basilicata, delle Calabrie, del Cilento, che non chiedono nulla allo Stato, nemmeno bonifiche derisorie, nemmeno consorzi mentitori, nemmeno tariffe di protezione, danno il contingente più largo. Io vorrei fare, io farò forse un giorno una carta del brigantaggio e una dell’emigrazione e l’una e l’altra si completeranno e si potrà vedere quali siano le cause di entrambi. In tutto il resto le cose non sono mutate. La massa degli intermediari è cresciuta, è altresì strabocchevolmente aumentato il numero dei professionisti. Vi erano nel regno di Napoli centomila ecclesiastici un tempo: maggiore è forse oggi, nelle province che lo componevano, il numero dei professionisti laureati e diplomati. E almeno gli ecclesiastici non si sposavano e non chiedevano alle amministrazioni impieghi per i figliuoli. Le terre pubbliche sono state usurpate, usurpate contro la legge, e noi abbiamo assistito spettatori silenziosi a tanto male. Le imposte sono cresciute e cresciute su chi non può pagarle: e sono insostenibili e crudeli. Non una parola di amore ha portato la civiltà nuova a tante sofferenze, non una parola di pace. I contrasti sono ancora stridenti; e così assorbiti come siamo dalle nostre miserie, dalle nostre vanità, dalle nostre preoccupazioni, noi chiudiamo gli occhi a tutto e non vediamo. In un’ora difficile, in un’ora di periglio, il male sopito ora potrebbe divampare. Abbiamo costruito alcune ferrovie ed è stato un bene anche quando non rappresentano un’attività; abbiamo imposta, sia pure con poca efficacia, l’istruzione obbligatoria, e il popolo, se ha imparato molte cose inutili, alcune utili ha appreso. L’esercito, per fortuna nostra non ancora basato sull’ordinamento territoriale, che vorrebbe dire la fine dell’unità, ha avuto un vantaggio: centinaia di migliaia dei nostri contadini sono usciti dai loro paesi, hanno visto nuove città, hanno sopra tutto dimenticato. Gli odii trasmessi per eredità, acuiti dalla vicinanza, esacerbati dalla ingiustizia, sono qualche volta diminuiti. Il contadino ha acquistato un più alto concetto di sé; chi ricorre a lui, sia pure per il voto, per la sovranità fittizia del momento, non può esser sempre inumano. V’ho detto che cosa sia stato il brigantaggio: vi ho raccontato tutta una storia di dolore. Ora permettete che io mi chieda: abbiamo noi rimosse le cause del male? La stessa domanda si rivolgeva venti anni or sono Pasquale Villari, e rispondeva con tristezza che le cause esistono tuttavia. Alcune, e le principali, non solo non sono state eliminate, ma in qualche punto si sono inacerbite. L’Italia nuova non ha avuto il suo Manhès; ma le persecuzioni sono state terribili, qualche volta crudeli. Ed è costata assai più perdite di uomini e di danaro la repressione del brigantaggio di quel che non sia costata qualcuna delle nostre infelici guerre dopo il 1860. Nei nostri Parlamenti si fa sovrastare ora il pericolo dei dinamitardi; allora non v’era la dinamite e si parlava con terrore dei fuochisti, miserabili contadini che a ogni agitazione volevano riprender le terre che gli altri usurpava. E la monarchia trovava la difesa appunto nel divampare degli odii popolari. Così Francesco II cercò di salvarsi nel 1860, impiegando la stessa politica che più di sessant’anni prima avea salvata la corona del suo bisavolo. L’esercito disciolto, proprio come nel 1799, fu il nucleo del brigantaggio, come la Basilicata ne fu il gran campo di azione. Anche allora uomini di fede pura lasciarono la vita miseramente. I briganti entrarono nelle borgate e nelle città, ebbero i loro generali, i loro capi, i loro protettori, i loro sfruttatori; fu l’esplosione di tutti gli odii, fu il divampare di tutte le vendette. Sopra tutto al sorgere del brigantaggio nel nord-est della Basilicata, fra i trucidati furono alcuni uomini che erano per la virtù della vita e la nobiltà delle idee onore della loro terra. Ma più tardi la politica entrò solo in parte, come mezzo di unione e di rallegamento. Il popolo non comprendeva l’unità, e odiava sopra tutto i ricchi, e riteneva che il nuovo regime fosse tutto a loro benefizio.

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Carmine Donatelli, detto Crocco (Rionero in Vulture, 5 giugno 1830 – Portoferraio, 18 giugno 1905), è stato un partigiano duosiciliano, tra i più noti e rappresentativi del periodo risorgimentale. Era il capo indiscusso delle bande del Vulture, sebbene agissero sotto il suo controllo anche alcune dell’Irpinia e della Capitanata.

Nel giro di pochi anni, da umile bracciante divenne comandante di un esercito di duemila uomini e la consistenza della sua armata fece della Basilicata uno dei principali epicentri del brigantaggio post-unitario nel Mezzogiorno continentale. Dapprima militare borbonico, disertò e si diede alla macchia. In seguito, combatté nelle file di Giuseppe Garibaldi, poi per la reazione legittimista borbonica, distinguendosi da altri briganti del periodo per chiara e ordinata tattica bellica e imprevedibili azioni di guerriglia, qualità che vennero esaltate dagli stessi militari sabaudi.
Alto 1,75 m, dotato di un fisico robusto e un’intelligenza non comune, fu uno dei più temuti e ricercati partigiani del periodo post-unitario, guadagnandosi appellativi come “Generale dei Briganti”, “Generalissimo”, “Napoleone dei Briganti”, su di lui pendeva una taglia di 20.000 lire.





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Giuseppe Caruso, soprannominato Zi’ Beppe (Atella, 18 dicembre 1820 – Atella, 1892), è stato un partigiano duosiciliano, tra i più distintivi del brigantaggio lucano. Assieme a Giovanni “Coppa” Fortunato e a Ninco Nanco fu uno dei più spietati luogotenenti di Carmine Crocco ma, dopo essersi consegnato alle autorità sabaude nel 1863, fu anche uno dei responsabili della repressione del brigantaggio nel Vulture. Stando a quanto affermato da Crocco, Caruso uccise 124 persone in circa quattro anni di latitanza.
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Teodoro Gioseffi, soprannominato Caporal Teodoro (Barile, 1825 – …), partigiano duosiciliano. Nel mese di aprile 1861, periodo di massima esplosione del brigantaggio in Basilicata, Teodoro si arruolò nella banda di Carmine Crocco, per poi passare sotto il comando di Ninco Nanco e quindi del generale spagnolo José Borjes (alleato di Crocco), partecipando all’occupazione dei comuni di Trivigno, Vaglio, Bella, Ruvo del Monte, Pescopagano e Pietragalla nel periodo autunnale del 1861. Quando Crocco ruppe la coalizione con Borjès, Caporal Teodoro prese il comando della banda di Botte, suo compaesano, avendo sotto il suo controllo San Fele, Ruvo del Monte, Rapone e Monticchio.

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