NINO BIXIO VERO EROE?

Non era un tipo simpatico, anzi, a dire il vero, quando gli girava storta ce la metteva tutta per rendersi odioso. Anche perché, scontroso e irascibile per natura, quando la “benda sanguigna” gli calava sugli occhi, e cioè non capiva più niente a causa della rabbia sorda che lo prendeva, diventava talmente aggressivo e violento da non esitare a uccidere. Come, appunto, fece. Eppure, nonostante queste sgradevoli spigolosità del carattere, il luogotenente di Garibaldi durante la Spedizione dei Mille nel 1860, divenne uno dei personaggi più illustri del Risorgimento. Un marinaio genovese che divenne uno dei più stimati generali del suo tempo, senatore del Regno e, infine, armatore di una nave che lo condurrà verso il suo ultimo appuntamento con il destino. Gerolamo Bixio, che fin da piccolissimo venne subito chiamato Nino, nacque a Genova il 2 ottobre 1821, irruento e aggressivo fin da bambino, ottavo e ultimo figlio di Tomaso e di Colomba Caffarelli. Nino non venne battezzato per il disinteresse del padre verso il bambino, ma la vera tragedia affettiva avvenne quando aveva otto anni e la madre morì. Questa perdita lo segnò per tutta la vita. E non fu un caso, visto che anche gli altri fratelli, non appena poterono, si allontanarono da casa, tagliando i rapporti con il padre e la sua nuova moglie. In aula Nino era irrequieto ed un osso duro tanto per i maestri, quanto per i compagni. Lo chiamavano “il terrore della scuola” e nel 1834, a 13 anni, lasciò per sempre i banchi. Il padre, che voleva sbarazzarsi di lui, prima lo fece battezzare, poi lo imbarcò come mozzo su una nave. Fu questo evento, con tutte le spiacevoli conseguenze che il bambino dovette affrontare da solo, a forgiare il carattere di ferro. Amò il mare ed in seguito si arruolò nella Regia Marina Sarda e, crescendo, divenne fervente mazziniano. Partecipò come volontario nel 1848 alla guerra in Lombardia e nel 1849 a Roma, insieme all’amico Goffredo Mameli. Nel 1850, dopo aver speso buona parte del suo tempo sui libri, superò brillantemente l’esame di capitano di prima classe. Dunque, marinaio, soldato e fiero sostenitore dell’unità d’Italia. Quanto bastava per diventare nel 1860 secondo di Garibaldi nella Spedizione dei Mille, dove si distinse per coraggio, capacità di comando ma anche eccesso. In Sicilia, durante una sosta della marcia su Palermo, Bixio passando a cavallo, vede dei volontari siciliani che si stanno riposando. Imprecando, comincia a urlare: “Ma chi comanda qui?”. Allora si fa avanti il capo dei volontari, uno dei più noti garibaldini della prima ora, e risponde: “Sono io che comando, il generale La Masa”. “Macché generale La Masa, lei è il generale la merda”, gli grida in faccia. Quello, senza pensarci due volte, sfodera la sciabola e si avventa contro Bixio, cominciando a duellare. Soltanto l’intervento del colonnello Sirtori, con la sua pacatezza lombarda, fece interrompere il duello prima che si arrivasse all’irreparabile.
Una decina di giorni dopo, altro increscioso episodio. A Palermo si stavano svolgendo i funerali del volontario ungherese Luigi Tukory e Bixio, passando accanto ad un colonna di garibaldini che stavano trasportando un grosso carico di armi, li ferma e ordina loro di seguire il corteo funebre. Il loro comandante, Carmelo Agnetta, lo guarda e replica che lui prende ordini solo da Garibaldi. E gli chiede: “E lei chi è?”. Non l’avesse mai fatto. Bixio scende da cavallo, gli si avvicina e gli assesta un poderoso manrovescio. Agnetta sfodera la sciabola e i due cominciano a scambiarsi fendenti, fino a quando non interviene Garibaldi in persona che mette Bixio agli arresti. “Come potete comandare diecimila uomini – gli dirà severo – voi che non sapete comandare a voi stesso?”. Per inciso, Agnetta non volle passare sopra all’incidente e il 17 novembre 1861, a Brissago, in Svizzera, i due si Nino Bixio in divisa da generale dell’esercito italiano sfidarono a duello. Il colpo di pistola di Agnetta fracassò la mano destra di Bixio, che da quel giorno perse la normale mobilità delle dita. Ancora peggio fu quello che accadde a Paola, in Calabria, l’11 settembre 1860. Un vapore, l’Elettrico, doveva trasportare truppe garibaldine a Napoli. Per fare imbarcare tutti, Bixio aveva ordinato che ognuno stesse in piedi. Quando però arrivò sul ponte della nave, vide che alcuni volontari bavaresi, erano seduti per terra. Prese allora una carabina e, urlando e imprecando, cominciò a colpirli selvaggiamente. Un giovane trombettiere ungherese, colpito alla testa, morì con il cranio sfondato. Gli altri si avventarono su quella furia umana e poco ci mancò che Bixio non venisse cacciato in mare. Garibaldi, in seguito, lo fece mettere agli arresti dicendo agli ufficiali che chiedevano la sua testa: “Trovatemi un altro Bixio, e io faccio subito fucilare questo”.
Alla storia passarono anche i fatti di Bronte. Dal momento che i Borbone avevano regalato la cittadina all’ammiraglio inglese Nelson, i britannici si rivolsero a Garibaldi per mettere fine alla rivolta contadina che aveva insanguinato la zona. Gli insorti, guidati dall’avvocato Lombardo, avevano già ammazzato quindici persone tra ricchi proprietari terrieri e ora si temeva il peggio. Così Garibaldi inviò Bixio, il quale fece allestire un processo, individuò cinque presunti responsabili, tra i quali Lombardo, e li fece fucilare. La fretta con cui tutto questo avvenne, fu tale che si parlò apertamente di strage di innocenti, in quanto i veri responsabili erano già fuggiti da un pezzo. Comunque sia, Bronte restò per sempre una macchia nella carriera di Bixio. Quindi Nino Bixio, non fù un grande eroe così come ce lo dipinge una storia scritta dai vincitori per nascondere la verità che era un criminale di guerra tra i più efferati e feroci, da solo, eseguì 700 fucilazioni. Dobbiamo dedurre che, sempre da solo, uccise più di 3.000 contadini se consideriamo che, raramente si fucilava una sola persona per volta. Quando il nome di questo bieco assassino verrà cancellato dalle lapidi dei paesi meridionali, quando si distruggeranno i monumenti innalzati al Garibaldi, che approvava dette fucilazioni?
Dal momento in cui i piemontesi varcarono il Tronto, in circa un mese furono massacrati più uomini che i traditori puniti in 30 anni da tutti i governi chiamati “dispotici” dai liberal-massoni. Costoro:“… fatto compiuto per restar monumento di stoltezza. Una gretta minoranza invoca il suffragio universale; impone la sua volontà con le baionette di due eserciti stranieri e li fa combattere e votare; inventa un diritto di moltitudine che calpesta; un finto diritto unanime e della finzione si fa clava per schiacciare il diritto popolare. Come conseguenza la menzogna troneggia e come libertà mascherata è servaggio orrendo. Sono pochi, e si dicono tanti; e, perché pochi, sono paurosi e spietati; e a contenere i cittadini hanno bisogno di eserciti stranieri, di magistrati aguzzini, di assediare, di disarmare, di bombardare, di mettere a ferro e fuoco i paesi e fucilare contadini,; i liberali, atterriti comandano col terrore; i soldati, si associano con i camorristi; corrotti, corrompono; odiati in patria rendono la patria serva dello straniero perché essa li respinge. Quel plebiscito fu come una tazza di cicuta per il Reame, come quella propinata ad Atene da Focione; dove fugati gli onesti dal voto, i votanti erano schiavi, infami e forestieri”.
Dopo il 1860 Bixio diventò generale dell’esercito italiano, e poi senatore del Regno ma un bel giorno, stanco di ciondolare in Parlamento, gli tornò la voglia di riprendere il mare. Indebitandosi, si fece costruire in Inghilterra una grande nave mista motore-vela che guidò verso l’Oriente, per stabilire una linea commerciale con l’Italia. Non tornò mai più. Colpito dal colera, alle 9 del 16 dicembre 1873 morì tra atroci dolori sulla sua nave. Il corpo infetto, chiuso in una cassa metallica, fu sepolto nell’isola di Pulo Tuan, che nella lingua locale significa Isola del Signore. Tre indigeni disseppellirono la cassa, denudarono il cadavere e poi lo riseppellirono alla buona vicino ad un torrente. Due di loro, infettati dal colera, morirono in 48 ore. Pochi resti di Nino Bixio, vennero rintracciati, grazie al terzo indigeno, e nel giugno del 1866. Le ossa vennero cremate il 10 maggio del 1877 nel consolato italiano di Singapore. Il 29 settembre le ceneri giunsero infine a Genova dove la moglie e i quattro figli accompagnarono l’urna al cimitero di Staglieno, dove “l’eroe” si trova tuttora.

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