Rivelazione de modi come fu agevolata la invasione di Garibaldi; e come fu tentata la corruzione nello esercito.

„ Appena giunsi in Napoli (dopo l’amnistia) i miei amici politici, ed io sentimmo, che precipuo dovere era di fare ogni sforzo affinché l’esercito napoletano rimanesse intatto: secondo me, è stata una sventura immensa la distruzione di quel
bellissimo esercito. Io feci la propaganda nelle caserme, a rischio di farmi fucilare, ed a quanti uffiziali vedevo, io dicevo: – il vostro onor militare è salvo, perché in Sicilia vi siete battuti contro Garibaldi; ora siete in casa vostra, e dovete imitare
l’esempio dello esercito toscano che a’ 27 aprile fece sì con la sua bella attitudine, che il Gran Duca se ne andasse volontariamente. Gli ufficiali rispondevano: noi saremmo
pronti, ma i nostri soldati sono talmente fanatizzati, che ci fucilerebbero. – È questa una delle principali cagioni, per cui è stata impossibile una sollevazione militare, anche pria dello ingresso di Garibaldi, che avrebbe trovata in Napoli una rivoluzione in piedi, ed un esercito intero… Ma vi pare, che senza il lavoro segreto di questi uffiziali, senza il nostro lavoro, avrebbe potuto mai entrare Garibaldi in Napoli, città di mezzo milione d’abitanti, con 4 castelli gremiti di truppe, ed un presidio di ottomila soldati?! – Egli entrò solo in Napoli, perché noi liberali, con buon numero di uffiziali, gliene aprimmo le porte.                                                                                          (Discorso del deputato napoletano Ricciardi nel parlamento di Torino, tornata 20 maggio 1861).
Coordinato a questa rivelazione è l’importante documento pubblicato da molti giornali, e ristampato dal giornale napoletano, il Nomade, 27 marzo 1861, col titolo „ Reclamo al parlamento italiano pe’ decreti emanati dai ministro della guerra, circa la fusione dello esercito piemontese col napoletano „ pubblicazione che il giornalista dice aver fatta a premura di distinti ufficiali napoletani.                                                       – Da questo documento si ricava:                                                                                                 – 1. che mentre Cavour accettava trattare l’intima alleanza col re di Napoli, e il Piemonte, faceva corrompere e sedurre con denaro e promesse di gradi, i generali, ed ufficiali napoletani per mezzo de’ noti suoi ambasciatori, ed agenti;                             – 2. che Nunziante, nel tempo stesso che si atteggiava come paladino del suo re, di sottomano preparava una insurrezione militare per detronizzarlo, e spalancarne la reggia al Piemonte;
– 3. che questi disegni andarono falliti per la fedeltà de’ soldati;
– 4. che sono enormi falsità la spontanea dedizione de’ popoli, e l’entusiasmo delle milizie per Garibaldi, e per Vittorio Emmanuele; e che fu solenne impostura il plebiscito, unico titolo, su cui il macchiavellismo della rivoluzione fonda le sue
pretensioni.
All’anzidetta pubblicazione altre ne succedono, con le quali taluni degli uffiziali napoletani, a propria difesa, o a sfogo di polemiche e di recriminazioni, chiariscono le fasi di questa dolorosa iliade.                                                                                                  Così il FERRARI in un opuscolo, in confutazione di ciò che intorno a lui riferisce il libro del tenente Gaeta „Nove mesi in Messina„ si sforza scagionarsi dalla taccia
addebitataglisi: il MILANO incrimina lo stesso Gaeta di calunnia; e produce in discarico una lettera scrittagli dal generale Fergola a’ 12 ottobre 1862, che lo purga da ogni imputazione, e definisce il suo arresto, una misura di prudenza in tempi eccezionali: ed il PALMIERI nello anzidetto opuscolo dove accenna a’ gravi errori militari occorsi ne’ fatti di Milazzo e di Messina, e narra della parte da lui presa nelle campagne del Volturno e del Garigliano, fino alla disastrosa ritirata negli Stati Pontificii, ed al suo arresto nel Piemonte da gennaio a giugno 1861.
Da ultimo non è da trasandarsi il severo giudizio di un giornale estero su’ luttuosi disastri dello esercito napoletano:
„ Ciò che avviene presentemente (1860) nel reame delle due Sicilie, ha pochi riscontri nella storia. Rare volte un esercito ha dato un esempio come quello napoletano; né pure Cortes, e Pizzarro trovarono nel Messico, e nel Perù avversarii così innocui, come li ha incontrati Garibaldi nel continente di Napoli, dove vediamo un esercito eccellentemente armato disciogliersi, e fuggire davanti una schiera a lai inferiore,
mancante di molte cose, che egli possiede in abbondanza.
– Ma il fatto, che per sino alcuni generali insistono presso il re per indurlo ad abbandonare la sua casa; che gli ufficiali stessi diano l’esempio del quanto poco importi loro l’onore della propria bandiera, è cosa senza esempio odia storia degli eserciti moderni; – né pure i cipai delle Indie ci hanno abituati a notizie come quelle, che ora ci affluiscono ogni giorno. Noi vediamo una depravazione infinita dalla vicinanza del trono, fin giù ne’ tuguri della plebe. Uno de’ Principi vuol farsi garantire i suoi appannaggi dal nemico capitale della sua dinastia, da Vittorio
Emmanuele, ed è pronto a passare nel campo Sardo… Garibaldi deve esser dolente, che a Napoli la cosa gli sia stata resa tanto facile. – In faccia a tale nemico la sua gloria militare non può arricchirsi di alcun alloro. Ma anche a coloro, che sognano una Italia indipendente debbono sorgere gravi dubbi d’ogni specie su l’avvenire dì essa, nel trovare in una delle sue popolazioni più rilevanti un tale infiacchimento… „ (Giornale Ost-Deutsch- Post… settembre 1860).

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La storia di questo paese non è affatto da scoprire. Essa è stata scientificamente nascosta o cancellata, dalle classi dominanti che hanno gestito il processo unitario.
Negli anni che vanno dal 1860 al 1863 ci fu un dibattito
continuo – anche a livello parlamentare – sulla
piemontizzazione dell’ex-Reame delle Due Sicilie. In quegli anni gli ambienti colti conoscevano di ciò che stava accadendo molto di più quanto gli stessi ambienti sappiano oggi. Poi, con l’emanazione della legge Pica, scritta da un meridionale e voluta soprattutto dalle consorterie meridionali, calò la coltre dell’oblio, sancita dall’eco lontana dei plotoni d’esecuzione.
Si mise il bavaglio alla stampa, si asservì la magistratura, si militarizzarono le regioni a sud del Tronto, si fece strame dello stesso statuto spaccando il paese in due aree giuridiche distinte. Si condannarono milioni di esseri umani ad un esodo biblico.
Inutile recriminare e dire che si poteva fare una Italia diversa, che lo stesso Minghetti si vide bocciato un progetto che esaltava le autonomie. Tanto chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto.
Ora rimane la necessità storica e l’obbligo morale di ovviare a tutto questo.
Compito che spetta alla politica, ed ai meridionali soprattutto, i quali “scoprendo” la propria storia non si sentiranno più figli di un dio minore e sapranno darsi un futuro e forse lo daranno anche a questa specie di paese chiamato Italia.

 

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