ALLA RICERCA di una REALE INDIPENDENZA: Il Reale Istituto d’Incoraggiamento di Napoli

Nel 1806, anno dell’abolizione del regime feudale a sostegno di un radicale rinnovamento economico e civile avviato da Giuseppe Bonaparte, veniva fondata a Napoli la “Reale Società di Incoraggiamento alle Scienze Naturali”. Essa aveva lo scopo di promuovere non solo la ricerca scientifica pura (Fisica, Chimica, Biologia, Botanica, Zoologia, Medicina, Vulcanologia, ecc.), ma anche la ricerca applicata, per favorire il decollo di un’economia moderna nel Mezzogiorno d’Italia. Membri di tale Società furono i migliori intellettuali e scienziati del tempo: Cuoco, Delfico, Cotugno, Del Giudice, Tenore, ecc.
La “Reale Società di Incoraggiamento” coordinava e promuoveva iniziative e ricerche in tutto il Regno e si impegnava ad allestire laboratori e musei scientifici, dove trovarono collocazione le più moderne macchine, per una pronta divulgazione della tecnologia contemporanea.
Nell’ambito di tale progetto, per formare dei tecnici preparati, la sua attività, con diverse denominazioni, si prolungò fino ai primi decenni del Novecento, e si esaurì negli anni trenta, probabilmente nel 1937, in quella che nel corso dell’Ottocento ne era divenuta la sede definitiva, Palazzo Spinelli in piazzetta Tarsia.
Una sua eredità può essere considerata l’Università Parthenope, sorta a seguito di trasformazione del Regio Istituto Superiore Navale (poi Istituto Universitario Navale), la cui nascita fu promossa dall’Istituto d’Incoraggiamento. Il nome fu inizialmente Regal Società d’Incoraggiamento alle Scienze Naturali ma, nello stesso periodo, fu conosciuta anche come Società d’Incoraggiamento per le Scienze e le Arti Utili.
L’istituzione nasceva con due propositi piuttosto dissimili tra loro: raccogliere l’eredità di una settecentesca e defunta istituzione accademica, la Reale Accademia delle Scienze e Belle-Lettere di Napoli, che aveva esaurito la sua breve stagione negli anni dal 1780 al 1788; inoltre la fondazione proponeva, per mano dello stato, di promuovere e indirizzare gli studi teorici verso innovazioni ritenute utili alla società.
Oltre che di «braccia esecutrici operanti con buoni e fini criteri» per l’avanzamento delle industrie «fa mestieri d’intelligenze dirigenti», perciò bisognava «educare ingegneri meccanici e capi di speciali manifatture», al quale fine la scuola per gli operai era «poca cosa».
Facendo riferimento alla famosa École Polytecnique, istituita in Francia dalla Convenzione Nazionale (in cui insegnavano illustri professori, a cui si accedeva con «rigorosi esami», in cui vigeva una «militar disciplina» e si davano «pubblici esami») e al Politecnico di Vienna istituito nel 1816. Francesco Del Giudice ingegnere uscito dalla Scuola di Ponti e Strade, fu una figura di primo piano nella Napoli borbonica: comandante del Corpo dei Vigili del Fuoco, socio e segretario dell’Istituto di Incoraggiamento alle Scienze, ebbe l’incarico dal re Ferdinando II di adattare il mercato di commestibili alla strada di Tarsia per la solenne Esposizione delle Manifatture del Regno del 1853. L’edificio fu poi assegnato nel 1856 all’Istituto di Incoraggiamento presso il quale nel medesimo anno fu decretata anche l’istituzione di una scuola di arti e mestieri. Fu merito di Francesco Del Giudice, subito dopo l’Unità d’Italia, l’apertura, presso l’Istituto di Incoraggiamento alle Scienze, dell’Istituto Tecnico di Napoli (R. D. 30 Ottobre 1862), di cui tenne la presidenza fino al 1880 e che dal 1884 fu intitolato a G. B. Della Porta. Egli si premurò anche di salvare dalla dispersione gli strumenti del Collegio dei Pilotini (istituito nel 1770 da Ferdinando IV) e di fare istituire nel 1868 l’Istituto Nautico, annesso all’Istituto Tecnico. Del Giudice si richiamava alle esperienze napoletane delle Scuole di ponti e strade, della Scuola militare e di altre speciali dalle quali uscivano ottimi ingegneri minerari, di strade ferrate, ecc. Ma lamentava l’assoluta mancanza di capi delle officine «primi motori delle grandi industrie» e di ingegneri meccanici. E citava l’esempio «del più vasto opificio meccanico ed il più antico che abbiamo in questa città, quello de’ Granili al Ponte della Maddalena, diretto dal sig. F. Henry». In esso per la «mancanza di braccia dirigenti e l’ignoranza de’ suoi operai, si dovevano far venire gli aiutanti dalla Francia e dal Belgio».
Anche gli altri «opifici meccanici li vediamo diretti da esteri, e quasi tutte le nostre fabbriche e le nostre industrie hanno capi forestieri che le governano». Da questa constatazione derivava, secondo Del Giudice, «il bisogno presso di noi di una scuola industriale superiore» per istruire «ingegneri meccanici e tecnici» e che, perciò, nulla avesse in comune quanto all’insegnamento con la Scuola di arti e mestieri il cui compito era quello di istruire gli operai. Anzi doveva essere soppressa, come deliberato dal Corpo scientifico dell’Istituto «l’attuale scuola degli artieri», funzionante presso di esso, per farla confluire «ingrandita e migliorata» nell’insegnamento superiore industriale. Una tale scuola industriale superiore doveva essere posta «alla immediata dipendenza» dell’Istituto di Incoraggiamento, di cui avrebbe dovuto far parte. Requisito per l’ammissione alla scuola doveva essere il possesso di cognizioni teoriche (matematiche pure, geometria, meccanica razionale, fisica, chimica, disegno), propedeutiche agli insegnamenti di geometria, meccanica, fisica e chimica industriale, cognizioni di geometria descrittiva del disegno delle macchine, cinematica, usi del calorico e dell’elettricità nelle industrie, metallurgia, ecc. La scuola avrebbe dovuto
essere fornita di modelli e disegni di macchine, di una copiosa raccolta delle opere più notabili in fatto di ogni maniera di scienze applicate, non escludendo le opere periodiche e speciali che pubblicansi ne’ paesi civili d’Europa, che d’ordinario sono le prime a dare il segnale de’ nuovi trovati, delle invenzioni e delle scoperte. L’Istituto di Incoraggiamento poteva mettere a disposizione le sue raccolte, la biblioteca, l’edificio. Su quest’ultimo, anticamente mercato di commestibili a Tarsia, in cui già si era tenuta nel 1853 la solenne mostra quinquennale, Del Giudice ci fornisce alcune preziose informazioni sulle trasformazioni in atto: Per la scuola superiore evvi il nostro edificio accademico, altra volta murato per mercato di commestibili, poi adoperato per sale temporanee di pubblica mostra di arti e manifatture, e poscia
assegnato per uso del Reale Istituto. Ai lavori già fatti oggi alacremente si attende per compiere nel centro dell’edificio una sala di oltre 12.000 palmi quadrati, in cinque compartimenti di trafori a colonne, che farà rivivere le belle forme e decorazioni di una delle più gaie e nobili architetture de’ secoli classici: d’ambo i lati due spaziosi e quadrangolari atrii, fiancheggiati da ambulacri a modo di portici, sorretti da colonne, si vanno coprendo con nuovi congegni che li lasceran traslucidi, attuandosi anche in ciò il nostro disegno generale per tutto l’edificio. E già le sale che potrebbero assegnarsi alle cattedre ed alle raccolte sono a buon termine e prestamente agli ordini superiori [piano superiore] potrà darsi mano alla sala delle adunanze accademiche ed a quella per l’archivio, per la biblioteca e per gli uffici.
Per completare il «vero ammaestramento industriale» occorreva secondo Del Giudice «la polvere delle officine e delle manifatture» e, mostrando ancora la sua costante propensione all’esperienza diretta, riteneva che «dopo il corso degli studi nelle scuole» [aule], gli alunni più bravi, scelti per concorso, avrebbero dovuto visitare, a spese pubbliche, «i più cospicui stabilimenti speciali in patria e fuori». Nel futuro dell’istituto Del Giudice sognava «anche noi potremo avere una grande scuola politecnica». In essa si sarebbero raggruppate le altre scuole superiori: militare, di ponti e strade, degli ingegneri tecnici e l’Istituto di Incoraggiamento. Una visione complessa, dunque, di largo respiro, fondata sullo sviluppo culturale, economico e civile delle province napoletane, che si sarebbe scontrata, purtroppo, con la povertà delle risorse e l’angustia politica del nuovo Stato unitario. Dopo aver richiamato sinteticamente le sue proposte (scuole rurali in tutti i comuni, lezioni di agricoltura nei capoluoghi dei circondari e delle province, fondazione di istituti agrari nelle principali regioni, scuole superiori di agricoltura e veterinaria «in questa principal città», ingrandimento delle Società economiche, scuola primaria «in questa città per i giovani artieri, scuola superiore per gl’ingegneri meccanici e tecnici e per i capi di opifici e di manifatture [Istituto Tecnico], scuola speciale per coloro che volessero dedicarsi al commercio», Del Giudice concludeva il
suo disegno di un sistema scolastico professionale e industriale invitando ad una «sollecita adesione de’ migliori partiti perché il Reale Istituto di Incoraggiamento alle scienze naturali [tale era allora la denominazione completa dell’Istituto], oltre a’ suoi studi per lo avanzamento di tutte le discipline proprie delle scienze nelle loro applicazioni» avesse i mezzi per «assumere il difficile ed importantissimo incarico di Consiglio Superiore per l’ammaestramento agrario, industriale e commerciale» nelle province meridionali. Nel difficile periodo della crisi postunitaria (1860-1864), durante la quale l’Istituto di Incoraggiamento rischiò di sparire e, nello stesso tempo, la fondazione dell’Istituto Tecnico avvenne in un contesto di gravi condizionamenti. Con «l’unificazione la sorte non fu propizia a questo glorioso Corpo accademico, sconosciuto ai più, inviso a taluni, forse per l’impronta borbonica».
L’Istituto fu posto prima alle dipendenze del Ministero della Pubblica Istruzione (decreto del 26 ottobre 1860), poi del Ministero dell’Interno, infine, come Società economica, del Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio. Il Consiglio Provinciale di Napoli assegnò all’Istituto, quale Società economica, un contributo di 400 ducati (16 settembre 1861), che l’anno seguente depennò, in considerazione del fatto che l’Istituto fosse governativo .                                                                                         1, Il busto di Francesco Del Giudice nella villa comunale di Napoli. Fu tanto intelligente, apprezzato ed onesto nella sua professione che fu probabilmente l’unico pubblico dirigente borbonico a sopravvivere all’Unità d’Italia: mantenne la carica di Direttore per oltre quarant’anni, attraversando tutti gli stravolgimenti della Storia che portarono dal Regno delle Due Sicilie al Regno d’Italia. Una volta annesso il Sud Italia, infatti, avvenne una vera e propria rivoluzione nelle più alte cariche delle istituzioni napoletane, che furono tutte assegnate a Piemontesi o fedelissimi di Cavour, come Liborio Romano.
Del Giudice, si salvò dall’epurazione: amato dai Borbone e dai Savoia, il suo mandato finì solo nel 1878, con una carriera che cominciò sotto re Francesco I di Borbone e finì sotto i primi giorni di Umberto I: l’eccellenza non ha mai avuto bandiera politica.
2, La tradizione dei Pompieri a Napoli è la più antica e gloriosa d’Italia grazie alla genialità di Francesco del Giudice, che, a distanza di quasi due secoli, rimane un esempio di eccellenza.
Francesco del Giudice decise di abbracciare una scienza ancora acerba: la tutela dei cittadini dal fuoco, lo stesso fuoco che, nel passato, distrusse intere città ed eliminò libri, testimonianze e segreti delle civiltà antiche che mai saranno conosciuti.
I suoi primi lavori si possono recuperare nell’anno 1848, quando era già diventato Ingegnere e Direttore degli “Artigiani Pompieri” di Napoli, corpo fondato nel 1806, il primo d’Italia: una serie di volumi nei quali sono proposte numerose soluzioni modernissime per combattere gli incendi, partendo dai consigli sui migliori materiali di costruzione per gli edifici ed arrivando a consigliare un abbigliamento per i pompieri assai simile a quello attuale, con caschetto, mascherina e tuta ignifuga. Ma non si fermò qui: del Giudice arrivò ad immaginare anche che in un futuro, con città sempre più grandi e con incendi sempre più difficili da spegnere, sarebbe servito un pronto intervento rapido ed efficace: bisognava realizzare una camionetta per i vigili del fuoco. Si trattava di una semplicissima carrozza che trasportava una enorme caldaia a vapore, capace di creare una pressione necessaria a far funzionare una moderna pompa idrica. E ancora: in che modo bisogna gettare l’acqua sul fuoco? Pubblicò un libro che indicava gli studi sui metodi migliori per spegnere rapidamente gli incendi e per salvare le persone intossicate dai fumi: anno 1851. Le sue pubblicazioni furono tanto moderne e visionarie da essere ancora studiate ben 165 anni dopo la prima stampa.
Come tanti uomini dell’800 che resero Napoli capitale delle scienze e del diritto, del Giudice non volle tradire nemmeno il suo cognome: era infatti anche un raffinatissimo giurista, tanto da permettergli di compilare il primo regolamento nazionale dei pompieri, che vinse un concorso indetto a Bologna.

3, E pensare che ancora oggi dopo più di vent’anni di revisione storica i fardelli d’itaglia ci raccontano ancora la favola che vennero a civilizzarci perché eravamo brutti, sporchi, cattivi e ignoranti come capre. Una civiltà antica di tre millenni, bollata dai conquistatori come un popolo di selvaggi e incivili, letteralmente “peggio degli affricani”, …con due effe, come gentilmente ci descrivevano gli arroganti e vieppiù incolti ufficiali sabaudi.

 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...