Giornata della memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia.

Il Risorgimento, non è stato solo un’epopea eroica e popolare raccontataci nei libri di storia; né la resistenza di tante genti meridionali può essere svilita come “brigantaggio”. La revisione storiografica che và avanti da molti anni, sebbene sempre un po’ in sordina, ha dimostrato ampiamente con prove documentali e con l’accurata ricostruzione storiografica, che l’unificazione italiana produsse un’azione troppo violenta ai danni dei meridionali, intrecciando guerra d’occupazione ad una guerra civile. Questo blog, con la divulgazione storica e il relativo recupero della memoria, riconoscere il tributo di sangue e di dignità pagato dal Sud Italia, ammettere le eccesive violenze come veri e propri crimini umanitari compiuti da una parte di italiani contro un’altra parte, in una guerra che fu di conquista e non di liberazione, può costruire un’identità nazionale realmente condivisa. E necessario che si garantisca al Sud Italia la dignità e la consapevolezza che merita. Operazione complessa e delicata, perchè i gruppi di potere temono il risveglio del popolo meridionale. Si sa che la storia la scrivono i vincitori infatti sull’Unità d’Italia i libri raccontano una menzogna. Ma è anche un processo che merita di essere ricercato ed implementato, perché non vi può essere unità di popolo e di nazione laddove vi è una memoria contesa, frammentata, usurpata. Interrogare la storia con la dovuta intelligenza potrebbe costituire un avanzamento dell’ormai vetusta “Questione Meridionale” che esiste ancora oggi. L’obiettivo è indicare il 13 febbraio come giornata ufficiale in cui si possano commemorare i meridionali che perirono in occasione dell’Unità d’Italia, nonché i relativi paesi rasi al suolo. Si ufficializza da una proposta del M5S avanzata in molte sedi istituzionali, ma è fondamentale che essa non si contamini con interessi politici che ne minerebbero l’importanza per un dialogo serio in tutte le sedi. Ci sono pagine colpevolmente cancellate dalla storiografia ufficiale, che conservano spunti significativi e utili per capire e quindi cambiare le dinamiche e le scelte di un Paese come l’Italia, mai veramente unito che dal 1860 a oggi, dà ai nostri giovani meno della metà dei diritti, dei servizi, delle speranze e delle occasioni concesse ai giovani del resto dell’Italia e dell’Europa. L’oggi è figlio di ieri e le disparità sono la conseguenza di scelte che hanno disegnato un Paese duale, dove il reddito pro-capite al Sud inferiore di oltre il 40% a quello del Nord, poche le infrastrutture, un deserto di treni, autostrade, servizi sanitari e fra un po’ anche di università, mentre gli investimenti sono concentrati nella parte del Paese che già gode, grazie alla spesa pubblica, delle migliori condizioni. Il 13 febbraio per ricordare la fine dell’assedio di Gaeta e del Regno delle Due Sicilie (13 febbraio 1861) per ricordare le tante dimenticate vittime del’unificazione italiana. “Massacrati, deportati come soldati e come civili, arrestati, licenziati e poi emigranti… Si tratta di centinaia di migliaia di persone (e poi milioni quando diventiamo emigranti) in gran parte giovani e in meno di dieci anni. Che cosa resta? Resta un popolo dimezzato nelle cifre e nelle aspirazioni, nei progetti e nelle speranze. Conoscete un altro popolo nel mondo che (senza che nessuno lo abbia mai riconosciuto) per tanto tempo e per tante persone abbia subito un trattamento simile? Questo ci spiega perché è così complicato ritrovare la strada di un riscatto. Questo ci spiega perché è così necessario continuare il nostro lavoro di ricostruzione di verità storica, identità e orgoglio. Questo ci spiega perché i risultati finora raggiunti in questo lavoro e i segnali di vita, di rabbia e di speranza che i popoli dell’ex Regno delle Due Sicilie continuano a dare sono quasi miracolosi, piaccia o no a qualcuno. Ed è quasi un miracolo che ancora esista questo popolo e che magari, a poco a poco, stia riacquistando la sua memoria e anche le sue aspirazioni e le sue speranze” (Gennaro De Crescenzo, “Noi, i neoborbonici”, 2016).
Un destino che aveva in serbo per quei popoli ben dieci anni di violenze, stupri, saccheggi, fucilazioni e miseria e, per i decenni a venire, migrazioni di massa che sono continuate per tutti questi anni. Che hanno visto lasciare la loro terra milioni di contadini e braccianti prima e centinaia di migliaia di diplomati e laureati oggi.
In quella data veniva proclamato a Torino Vittorio Emanuele II re d’Italia. Una proclamazione illegittima fatta quando ancora le piazze di Messina e Civitella del Tronto ancora combattevano onorevolmente a difesa della loro terra. Falsamente avallata da plebisciti farsa ai quali parteciparono meno del 2 % della popolazione ed ai quali votarono illegalmente anche garibaldini e soldati mercenari ungheresi che presero parte all’arrembaggio, all’annessione violenta ed agli eccidi che seguirono. Una proclamazione falsa come dimostrato dal numero progressivo del registro dei verbali del parlamento sabaudo che indicava l’8˚ seduta, quella da italiani, dopo la 7˚ da piemontesi, e dal nome adottato dal nuovo re, Vittorio Emanuele II re d’Italia e non, come da prassi consolidata, Vittorio Emanuele I, sovrano di un nuovo stato. La Verità, per tali circostanze, cominciava già a far valere le sue ragioni dimostrando con quei “dettagli” che non si trattò della nascita di un nuovo stato, ma solamente e squallidamente dell’allargamento del regno di Sardegna. Non un solo aspetto di tutto quanto riguardò quegli eventi, dall’aggressione dell’11 maggio 1860 alla dichiarazione del 17 marzo 1861, ma anche gli innumerevoli altri accadimenti successivi possono vantare il benché minimo criterio di legalità e legittimità. Assistiamo al continuo e costante degrado dei nostri valori e della nostra cultura e della nostra già asfittica economia; degrado quest’ultimo che oltre ad alimentare l’incessante fenomeno migratorio soprattutto dei nostri giovani alimenta il malaffare, la corruzione e le mafie. Ma inganni e truffe non possono proseguire in eterno; prima o poi giunge il momento di riconoscerle! Non è più procrastinabile la rivendicazione delle legittime aspirazioni umane, storiche, culturali, economiche e sociali che per troppi anni, sono state negate al nostro popolo.
La resistenza delle popolazioni all’annessione fu massiccia, ma la repressione lo fu ancora di più e non guardò né a sesso né ad età: la legge Pica decretò lo stato d’assedio, di fronte al quale inorridirono Gramsci, Ferrari ed altri parlamentari.
Pagine di storia oggi note, atti parlamentari che restituiscono la verità per troppo tempo occultata.
Si assiste sgomenti ad un divario Nord-Sud che non è mai stato colmato e che, diventa sempre più ampio, condannando il Sud all’arretramento ed alla marginalità.
Interrogarsi, sulle cause di ciò, può essere di stimolo nel trovare soluzioni che consentano di superare il divario, che spesso nasce o si accompagna al pregiudizio, per realizzare quell’unità nazionale proclamata, ma che di fatto resta un “mito” per alcuni ed una “condanna” per altri. Bisogna mettere in discussione le “favole risorgimentali” facendo giustizia di un passato troppo in fretta cancellato. Quindi comprendere la storia per rimediare agli errori e rimuovere gli ostacoli che, di fatto, impediscono il superamento dello squilibrio attuale.Chiedersi perché, a partire dal 1860 si è innescato un processo di progressivo depauperamento della nostre risorse. Se l’unificazione italiana doveva portare benefici al Mezzogiorno, come mai le condizioni di vita delle popolazioni stentano ancora a raggiungere o, almeno, ad avvicinarsi agli standard di quella parte della popolazione che vive al Nord? Cosa è stato fatto, in questi 156 anni, per far crescere l’economia meridionale? Quanti hanno combattuto per difendere il suolo che oggi calpestiamo, non erano stranieri erano i nostri avi. Difesero le loro case, le loro famiglie, il futuro dei loro figli e nipoti, che non erano e non sono entità lontane: siamo noi stessi.
Alcuni emigrarono e riuscirono a sostenere le famiglie rimaste qui, con il duro lavoro in terre lontane. Altri combatterono e morirono per liberarci dai “liberatori”. Altri furono semplicemente uccisi in applicazione di una legge (Pica) che decretò lo stato d’assedio in tutto il Mezzogiorno, colpendo indiscriminatamente (paesi interi furono rasi al suolo e incendiati, invocando il cd. diritto di rappresaglia) .
Gli uni e gli altri meritano di essere ricordati.
Se volete dare un piccolo contributo a questa causa vi invito a firmare la petizione su: www.change.org/p/il-giorno-della-memoria-per-le-vittime-del….
Certo no si cambieranno le cose ma dimostriamo di esserci!

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