Quei terroni barbari da ‘abbruciare vivi’!

«Tolta la dolcezza del clima e le bellezze naturali, questi paesi sono orrendi in tutto e per tutto: gli abitanti sono gli esseri più sudici che io abbia mai visto; fiacchi, stupidi e per di più con un dialetto che muove a nausea tanto è sdolcinato…». Così Carlo Nievo, fratello del più celebre Ippolito, scrive al padre nell’ inverno del 1860.                Lo stesso Nievo che, da Sessa Aurunca, si augurava: «Dal Tronto a qui ove sono, io farei abbruciare vivi tutti gli abitanti; che razza di briganti!». Soltanto un paio di anni dopo, alcuni brillanti alti ufficiali piemontesi si incaricheranno di tradurre in opera il suo auspicio. Spiccheranno, fra costoro, il generale Pinelli, specialista in esecuzioni di massa di briganti o sedicenti tali; Pietro Fumel, particolarmente appassionato di finte fucilazioni; Gustavo Mazé de la Roche, uso a trucidare i prigionieri e a considerare «uno smacco» le (rare) scarcerazioni di evidenti vittime di arresti arbitrari. A rileggere le “imprese”, se così si può dire, dei militari dell’ esercito neounitario si viene colti da una crisi di rigetto per lo stereotipo degli “italiani brava gente”. A Pontelandolfo e a Casalduni, come notava acutamente lo storico Roberto Martucci nel suo fondamentale L’ invenzione dell’ Italia unita, si stava dalle parti del genocidio degli indiani d’ America, fra un film di Sergio Leone e un’ elegia di Tex Willer/Aquila della Notte. Il fatto è che Fumel e compagnia agiscono, militarmente, su un terreno che, nei primissimi mesi dall’ Unità, è stato arato, sul piano, per così dire, culturale, dall’ intellighenzia nordista. I Nievo (anche Ippolito, nel suo diario al seguito dei Mille, è tutt’ altro che tenero coi «terroni»), i Farini, i Visconti-Venosta reputano da subito il Sud, e le sue genti, un’ Africa popolata da barbari irredimibili. Gente da colonizzare. L’ argomento legato al malgoverno borbonico, viene presto abbandonato a favore di una lettura in chiave di inferiorità etnica. È, in presa diretta, la nascita della teoria delle due Italie: l’ operosa, europea celtica gente che s’ attesta sin sul Tronto contrapposta ai barbari del meridione. Sarà il sociologo lombrosiano Alfredo Niceforo a conferire dignità scientifica a questa teoria. Così come si può collocarea quel tempo la prima delle ricorrenti “guerre” fra potere politicoe magistratura: con i proconsoli di Rattazzi a invocare pene esemplari e i giudici a spaccare il capello in quattro nell’ assurda – agli occhi di Torino – pretesa di dividere gli innocenti dai colpevoli. È in questo clima che Ottaviano Vimercati, il quale da esule aveva combattuto in Algeria, scrive a un amico: «Gli Arabi, che combattevo quindici anni fa, erano un modello di civiltà e di progresso in confronto a queste popolazioni <…& non potresti farti un’ idea delle barbarie e del vero abbrutimento dei paesani di qui». Per poi concludere, pragmaticamente, che l’ annessione del Sud sarebbe bene considerarla un’ eredità da accettare col beneficio dell’ inventario, e cioè tenendosi la terra e buttando a mare i terroni. Nasce da qui, da questo fertile humus immediatamente disgregante, il surplus di sadismo che sembra, a volte, trasparire dai dispacci in zona d’ operazioni? E preservare l’ Unità era, prima che un dovere, una necessità. Ma a che prezzo? Poche, ma coraggiose, furono le voci di protesta, che non riuscìrono ad arginare massacri e atrocità che, in nome di una terribile Realpolitik, acuirono il solco già esistente fra le due Italie. Ne portiamo ancora il segno, non foss’ altro perché nessuno ha ancora chiesto perdono per quei morti innocenti.1,2,3,,

TESTE MUMMIFICATE e CRANI di “BRIGANTI” nel Museo Lombrosiano di Torino

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