“Educazione alla minorità”.

Parallelamente all’unità d’italia si mise in moto un’imponente propaganda che esaltasse le qualità del nord e le mancanze del Sud. Per convincere i Meridionali, dopo la carneficina di briganti, contadini e soldati conseguente all’occupazione piemontese, lo Stato italiano per far accettare la colossale spoliazione ed il conseguente trasferimento di ricchezza dalle regioni del Mezzogiorno a quelle settentrionali iniziò un’opera di denigrazione che non è mai terminata. Nella Storia dell’umanità non era mai successo che un popolo libero, tranquillo ed avanzato come quello che abitava le Due Sicilie, ha dovuto subire un’opera così grande di denigrazione da un popolo più arretrato, per economia e cultura, com’era quello piemontese, da uno staterello ambizioso, militarista e corrotto. Mai popolo progredito come quello nostro, erede della Magna Grecia e di successive civiltà avanzate, ha subito tale devastante demolizione etnica nella sua propria terra, mentre molti genocidi si sono compiuti nella storia contro popoli colonizzati che possedevano un livello tecnologico arretrato. Per schiavizzarci, e renderci miseri coloni è stato usato ogni mezzo. Da quello economico, concedendo ai proprietari terrieri terre e boschi del pubblico demanio di cui fecero scempio, a quello della forza, affidando la gestione del potere locale ai mafiosi, in precedenza mazzieri degli stessi baroni e possidenti agrari, a quello culturale, con il controllo dei mezzi di informazione e delle scuole.

Il consenso politico si creava favorendo la nascita di una piccola borghesia privilegiata, del tutto separata dal resto del popolo “basso”, i contadini poveri e i proletari, sfruttati come bestiame nel lavoro dei campi, per quello che serviva, e deportati per il superfluo, la gran parte nell’industria del nord, creata con i soldi dello stesso Sud, o venduti a stati stranieri in cambio di carbone ed altre utilità. Una corazza, solidificatasi nel lungo tempo della colonizzazione, fatta di luoghi comuni, di visioni parziali spacciate per verità e addirittura di menzogne programmate al solo fine di ridurre la città in condizioni di non nuocere: ovviamente l’Italia non è stata tenera nè con Palermo nè con Bari nè con il resto del Sud, ma Napoli era l’emblema del Sud e quindi bisognava ridurla a “Quintessenza del Male Assoluto”, al fine di preservarsi da altri possibili tentativi briganteschi tesi a recuperare una qualsiasi forma di perduta indipendenza e al fine di instillare nei vinti una spontanea adesione al concetto di Minorità. Un silenzio tombale sui mille anni della Capitale delle Due Sicilie, sulla sua cultura, sulla sua arte, sulla sua storia, sulle sue tradizioni. Tutto il buono è stato sepolto con abilità e quando non era possibile una Rimozione veniva spacciato per Italiano. Per cui la pizza, Caruso, la musica del settecento napoletano diventavano fatti italiani, mentre la camorra rimane napoletana. Quanto all’essere oppressi (in quel Sud tomba di Pisacane, fratelli Bandiera e oppositori indigeni), Lorenzo Del Boca rammenta che a giustiziare il maggior numero di patrioti italiani non fu l’Austria, ma il Piemonte. Ai meridionali, la liberazione per mano savoiarda costò centinaia di migliaia di morti (Civiltà Cattolica scrisse: un milione), con paesi rasi al suolo e la gente bruciata viva nelle case, dopo il saccheggio e gli stupri. Tutti «briganti»!

Cominciò allora quella «educazione alla minorità» che indusse i meridionali ad accettare un ruolo subordinato e certi settentrionali a ritenersi italiani meglio riusciti, con più diritti. Ma se mi dicono che il paese fu unito da mille idealisti nordici che liberarono «quelli là», tuttora fannulloni e delinquenti, nonostante ci si sveni per loro da 154 anni, ti meravigli se non li sopporto più e divento leghista? E se sono pure razzista e li chiamo «porci» (Bossi), «topi da derattizzare» (Calderoli, come Goebbels), «merdacce mediterranee» (Borghezio), «cancro» (Brunetta). In 154 anni l’Italia, e anche oggi, per mezzo dei suoi mass media, dei suoi opinion makers, dei suoi storici, dei suoi politici, dei suoi sociologi, dei giornalisti ha vomitato su Napoli tanto di quel veleno , che neanche il famigerato Vesuvio, nella peggiore delle eruzioni pliniane, avrebbe saputo fare. E, tuttavia, nonostante tutto questo, avallato dalla quasi totalità della cultura e della politica italiane qualcosa si muove: qualcosa che travalica i confini dell’Italietta. E’ l’Europa , anzi il Mondo, che riscopre la grandezza della Capitale delle Due Sicilie.

Un dato tra i tanti: nonostante l’Italia remi contro, Napoli si conferma come una delle mete preferite dal turismo mondiale: le statistiche informano che il 65% dei visitatori è straniero. Vale a dire che, dove non arriva la mala stampa italiana, la grandezza della città è fuori discussione.

E’ dunque la cultura, l’agente che libererà Napoli: la cultura da far conoscere fuori e la cultura da interiorizzare dentro.

E’ necessario che napoletani e meridionali si liberino della sindrome di Stoccolma e si riapproprino della propria grandezza. Roma è la capitale d’Italia, ma Napoli è la Capitale delle Due Sicilie. E’ tutta un’altra cosa!

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