LA FORZATA LIBERAZIONE

Mentre si celebra la “Liberazione”, che poi in realtà fu colonizzazione per la quale tanti pagarono un prezzo troppo alto, in Italia c’è chi non ha voglia di liberare alcunché. Napoli si liberò dal nazifascismo combattendo tra il 27 settembre e il 30 set. del 1943. Per scoprire poi che i liberatori non erano migliori di quelli dai quali ci eravamo liberati. Ricordando che resistenza e autodeterminazione dei popoli è molto meglio che essere liberati e colonizzati e che le/gli individui resistenti, giusto quando resistono, vengono sempre additati come criminali e terroristi.
Di “liberazioni”, d’altro canto, la nostra terra ne aveva già viste tante. Non esistono zone che non ricordano le stragi compiute da quei fottutissimi liberatori dei Savoia. Mandarono Garibaldi e il suo amico stragista Bixio a sedare le rivolte contadine e dopo aver stretto un patto con i ricchi infine dissero che i poveri erano terroristi, briganti che volevano impedire l’unità.
L’unità dei ricchi.
Ogni liberatore arrivato nella terra nostra costruiva palazzi, ci derubava di risorse, cancellava la cultura precedente dichiarandola fuorilegge e così noi ricominciavamo il cammino. Questa è la storia che le tante generazioni meridionali hanno tramandato e che non possiamo mai dimenticare. Perciò guardo con sospetto ogni liberatore, anche se parla un’altra lingua e rappresenta la terra che ci ha trattato da immondizia e ci ha cacciati via.
Poveri eravamo e poveri siamo rimasti.
E mentre i ricchi si arricchivano il popolo era sorvegliato a vista per il timore che altre rivolte contadine potessero rinascere e nuovi briganti uscire dai boschi. Guardavamo il nostro mondo trasformarsi.
Da colonia dei Savoia eravamo ufficialmente diventati una colonia americana.
Quello che so è che non ci hanno affatto liberati e che l’unica liberazione utile per le nazioni e i territori è quella che deriva da propri bisogni e dalla propria capacità di autogovernarsi. Perciò si ricordi il 25 aprile come la data in cui si celebra il sogno di tante persone resistenti. Un sogno tradito da chi poi non ha visto affatto realizzarsi i tanti progetti fatti per il futuro. Finito un oppressore ne ritornò un altro, ciascuno aveva il proprio egoistico disegno e a nessuno di loro interessava il nostro parere. Eravamo diventati la colonia di chi ci rivendeva merce, cancellava la nostra cultura, si appropriava di quello che avremmo dovuto gestire noi. Il 25 aprile ci ricordi tutto questo.
Perché è utile conservare memoria ed è utile raccontare la storia non con le parole dei vincenti ma anche con quelle di chi, comunque, è stato sconfitto.
Buon 25 aprile a tutti?

Napoli e i napoletani secondo Goethe

Il mio buon amico Volkmann mi costringe di quando in quando a dissentire dalle sue opinioni. Egli afferma tra l’altro che a Napoli vi siano dai trenta ai quaranta mila oziosi. E quanti lo hanno ripetuto dopo di lui! Ma avendo io una certa conoscenza del Sud, ho subito sospettato che tale giudizio dipendesse dalla mentalità propria del Nord, dove si considerano oziosi tutti coloro che non s’affannano a lavorare tutto il santo giorno. Perciò ho osservato attentamente questo popolo napoletano, e ho potuto constatare che vi è molta gente mal vestita, ma nemmeno uno che sia disoccupato. Avevo chiesto spiegazioni ad alcuni amici del luogo su cosa facessero questi innumerevoli “vagabondi”, ma non ho ricevuto risposte soddisfacenti. Allora mi sono messo io stesso alla ricerca, mentre visitavo la città. Cominciai, in quell’enorme caos che è Napoli, a fare conoscenza con diversi tipi, inquadrandoli e classificandoli secondo il loro aspetto, il modo di vestire, di comportarsi, di operare.
Ho trovato quest’operazione più facile qui che altrove, essendo i napoletani uomini aperti, che rivelano anche esteriormente la loro estrazione sociale. Iniziai la mia inchiesta di buon mattino: la gente che vedevo qua e là ferma o intenta a riposare, erano persone il cui mestiere, in quell’ora, esigeva appunto una sosta. Erano infatti: facchini, che hanno i loro posti fissi in determinate piazze; biroccioi, con i carretti a cavallo, intenti a governare le loro bestie; marinai, sul molo, con la pipa in bocca; pescatori, sdraiati al sole perché spira vento contrario. Ho visto tanti andare e venire, ma tutti portavano qualche segno della loro attività. Di accattoni non ne ho visto uno solo, che non fosse un vecchio, o un inabile, o uno storpio. Quanto più mi guardavo attorno, e quanto più attentamente osservavo, tanto meno riuscivo a trovare dei veri vagabondi. Darò qualche particolare, per rendere il mio resoconto più evidente e credibile. I ragazzi più piccoli sono occupati in vario modo. Alcuni vanno da Santa Lucia a vendere il pesce in città; altri raccolgono legna nei pressi dell’arsenale, dove c’è abbondanza di trucioli, o anche in riva al mare, che deposita pezzetti di legno. Ho visto bambini di pochi anni camminare a quattro gambe, che aiutavano i più grandi. Vanno poi in centro con la legna raccolta e piantano le loro bancarella. Vendono agli operai ed ai piccolo-borghesi, che usano quel materiale per riscaldarsi o per la cucina.
Altri ragazzi portano a vendere in giro l’acqua sulfurea, di cui si fa gran consumo specialmente in primavera. Altri s’industriano alla meglio nella compra-vendita di frutta, miele filato, dolciumi, non fosse che per guadagnarsi la loro porzione gratuitamente.
Graziosissimo è vedere uno di quei monelli, la cui attrezzatura consiste in una tavoletta e in un coltello, portare in giro un melone o una zucca arrostita, con intorno un nugolo di altri piccoli. Lui appoggia la tavola in terra e si mette a tagliare a pezzetti il frutto. I piccoli avventori controllano misurando con le dita se per il loro soldo hanno avuto il giusto, mentre il minuscolo commerciante tratta quella clientela di buongustai con la stessa precauzione, per non dover rimetterci neanche una briciola. Ho la convinzione che, rimanendo qui più a lungo, si potrebbero raccogliere parecchi esempi di simile industriosità infantile.
Un numero rilevante di uomini e di ragazzi, si occupano di trasportare con gli asini i rifiuti fuori della città. La campagna che circonda Napoli è tutta un immenso orto: è un piacere osservare l’incredibile quantità di verdura che viene portata in città tutti i giorni, e come l’industriosità umana riporti poi alla campagna i rifiuti della cucina, per concimare la vegetazione. I torsoli e le foglie dei cavolfiori, dei broccoli, dei carciofi, dei cavoli, dell’insalata, dell’aglio, costituiscono una parte notevole della spazzatura della città; e ognuno cerca di raccoglierne quanto più può. Riempiono, con un’abilità particolare, i grandi canestri issati sul dorso d’un asino. Non c’è un orto, che non abbia il suo asino. Servi, ragazzi, i padroni stessi vanno e vengono dalla città durante la giornata. Con quale premura questa gente raccoglie anche lo sterco dei cavalli e dei muli! Quando di notte i ricchi se ne tornano a casa in carrozza, non pensano che già dall’alba altri uomini s’industrieranno a seguire le tracce dei loro cavalli.
Talvolta due di questi individui fanno società, comprano un asino, prendono in fitto un pezzo di terra e, lavorando alacremente, sviluppano la loro attività, grazie a questo clima felice, in cui la vegetazione non si arresta mai. È impossibile descrivere tutte le varietà del piccolo commercio che si possono osservare a Napoli. Ma non posso non accennare ai venditori ambulanti, che provengono dagli strati più umili della popolazione. Alcuni girano con barilotti di acqua gelata, limoni e bicchieri, per preparare limonate, bevanda alla quale anche il più straccione non sa rinunziare; altri girano con vassoi di liquori diversi e bicchierini; altri ancora portano dei vassoi di paste, dolciumi, agrumi ed altre frutta: si direbbe che tutti vogliano partecipare e rendere ancor più grandiosa la festa del piacere, che a Napoli si celebra tutti i giorni.
Vi è poi una moltitudine di altri rivenditori che offrono in vendita le loro povere mercanzie sopra una semplice tavoletta o dentro il coperchio d’una scatola, o disponendole sulla nuda terra nella pubblica piazza. Non si tratta di oggetti di un’unica categoria merceologica, ma d’una rigatteria vera e propria. Pezzetti di ferro, cuoio, panno, tela, ecc., che vengono comperati dalle persone più disparate. Molta gente della classe più bassa è inoltre occupata presso i mercanti e gli artieri in qualità di commessi e fattorini.
Non si fanno quattro passi, questo è vero, senza imbattersi in gente malvestita, ma questa non è una ragione per gridare al vagabondo, al perdigiorno. Sarei tentato di enunciare il paradosso che a Napoli la maggior parte delle industrie sono forse ancora in mano delle classi più umili. Non si può certo paragonare quest’industria con quella della Germania, costretta ad affannarsi non solo giorno per giorno ed ora per ora, nelle giornate buone per le giornate cattive, e nell’estate per l’inverno. Se l’uomo del nord è obbligato dalla natura a provvedere ai fatti suoi; se le nostre donne sono obbligate a salare e ad affumicare le carni per mantenerle per tutto l’anno; se gli uomini devono fare le provviste di legna, di grano e di foraggio per le bestie e così via, è chiaro che le più ore ed i giorni più belli, dedicati al lavoro, sono sottratti al piacere. Da noi, per mesi e mesi si rinunzia gioco forza all’aria libera e si cerca nell’interno della casa un riparo contro il mal tempo, la pioggia, la neve e il gelo; le stagioni si succedono alle stagioni e chiunque non voglia finir male, deve diventare un recluso. Non si tratta di libera scelta, di decidere di fare questi sacrifici; è la natura che ci costringe a tribolare, a provvedere. Questi influssi ambientali, rimasti invariati per migliaia d’anni, hanno anche dato un’impronta decisiva al nostro carattere, per tanti aspetti rispettabile. Ecco perché giudichiamo troppo severamente le popolazioni del sud, alle quali il cielo sorride tanto benigno. Un uomo povero, che a noi sembra un miserabile, può in questi paesi non solo soddisfare i suoi bisogni più urgenti e più necessari, ma anche godersi beatamente la vita; un così detto lazzarone napoletano potrebbe infischiarsene del posto di viceré in Norvegia o rifiutare la nomina di governatore in Siberia.
Johann Wolfgang Goethe (1787)

PROSPETTO ECONOMICO DEL REGNO

A Napoli la stessa cultura meridionalista ha ignorato sistematicamente il mare, non lo ha vissuto come risorsa, non lo ha rivendicato come diritto. Però è un fatto che fino a tutto il Settecento e oltre la flotta borbonica fu seconda soltanto a quella inglese. Qualche raro libro di storia racconta la passione di re Ferdinando per la navigazione a vapore allora ai suoi esordi. Sempre il medesimo Ferdinando, fanatico della propulsione a vapore, istituì a Pietrarsa il Real Opificio Meccanico Militare che fu la prima scuola di ingegneri meccanici d’Italia. (Ermanno Rea, Napoli Ferrovia, 2007).
La marina napoletana nei primi anni del regno di Carlo III era definita “povera”, la “navigazione né mari del nostro regno facevasi con legni stranieri in difetto dè nazionali” (L. Bianchini). Per questo anche il commercio languiva, i porti erano chiusi e per l’esportazione ci volevano dei permessi speciali che erano difficili da ottenere. Ma sia Carlo III che Ferdinando IV, capirono che solo con una moderna marineria mercantile e militare si poteva migliorare il commercio. Grazie al ministro Acton si creò una flotta navale che nel 1793 era la maggiore di tutti gli stati italiani, fù ingrandito e riadattato il porto di Napoli, si costruirono arsenali, si fondarono scuole nautiche. Bisogna ricordare però che molte difficoltà incontravano le navi mercantili, che dovevano quasi sempre essere scortate da navi militari, perché i pirati barbareschi, francesi e successivamente greci infestavano le coste predando i mercantili fino all’imboccatura dei porti. Dal Regno di Napoli si potevano esportare prodotti e manufatti gran parte dei quali godevano dello smercio nel Levante come i ricami e i preziosi galloni, le pannerie e le seterie, le telerie, la carta, i coralli, le terraglie, i vini, lo zolfo, la cenere di soda, i frutti secchi, la pasta, i legnami, l’olio, il lino ed altro ancora. Dal Levante i mercanti napoletani potevano importare quei generi che più gli conveniva come ogni sorta di droga, l’avorio, il caffè moka, ed ogni sorta di commestibile, carbon fossile e vari minerali, e li avrebbero avuti così di prima mano senza dover ricorrere ad altre piazze d’Italia o di Francia, come fino all’ora avevano fatto, acquistandoli tutti di seconda e terza mano. Inoltre avendo l’Egitto riaperte le relazioni con l’India e la Cina per mezzo del Mar Rosso, sui mercati del Cairo e di Alessandria si potevano acquistare i prodotti importati dall’Oriente come pepe, zenzero, zuccheri, telerie, mussolina di cotone, ami, Cassia lignea, cannella, rabarbaro, thè, macchine, ed ogni sorta di manifattura cinese ed altro. Aprendo i maggiori porti napoletani al transito delle merci, osservava Riccardo Fantozzi, si sarebbe avuta la ricorrenza generale non solo dei bastimenti nazionali ma anche degli Esteri, i quali invitati non solo dalla felice situazione centrale del Mediterraneo e delle piazze di Napoli e di Messina, ma anche dal porto franco e di dogana di transito, non mancherebbero di approdarvi sia per prendere notizie commerciali, quanto per scaricarne le loro mercanzie da tale traffico e lascerebbe così la formazione di depositi indette due piazze ponendolo in condizione di provvedere ad altre nazioni. La felice situazione geografica del Regno delle Due Sicilie, centrale del Mediterraneo, voleva il porto di Napoli e non solo di poter primeggiare nel commercio del Levante sopra tutte le altre nazioni europee, ma anche di gareggiare con le maggiori città commerciali della Grecia e degli altri stati italiani, della Francia e della Spagna. Ma per fare ciò bisognava dare un nuovo impulso ed occorreva eliminare gli ostacoli che si frapponevano. Così il console napoletano in Egitto, R. Fantozzi, aveva avuto uno scambio di vedute con il pashà Mohamed Ali sul modo di aprire delle relazioni dirette di Commercio appunto fra l’Egitto e il Regno di Napoli, e sulla possibilità di concedere ai napoletani il libero transito per l’Egitto delle merci che avrebbero voluto importare dall’India. Il viceré espresso il suo gradimento al Fantozzi, e per dare un incoraggiamento al suo progetto sarebbe stato il primo a spedire a Napoli quei carichi che gli sarebbero stati indicati, assicurando poi la massima protezione al commercio di transito con l’India e favorendo i mercanti napoletani che non avrebbero pagato più di quello che pagavano gli inglesi sui diritti e avrebbero goduto degli stessi privilegi. Arrivato a Napoli il progetto del Fantozzi veniva trasmesso dal ministero degli Esteri a quello degli Interni.
Nel 1818 il governo borbonico, contrariamente a quanto avveniva in altri stati europei, aveva imboccato la strada di una politica doganale ispirata a criteri piuttosto liberistici. Si sopprimevano le dogane “baronali” che dipendevano ora solo dalla Gran Dogana della Capitale, che istituì una scala franca per le navi e le merci provenienti dall’estero. Si approvò un “codice di commercio” regolato dal Ministero della Marina, e a Napoli venne istituita la direzione generale per la navigazione (a cui dipendevano 10 commissioni marittime: Napoli, Gaeta, Salerno, Amantea, Pizzo, Gallipoli, Barletta, Manfredonia, Pescara e Giulianova. Per la Sicilia Palermo, che dipendeva da Napoli, Catania, Messina, Siracusa, Girgenti, e Trapani. Controllavano il movimento delle navi nei porti, riscuotevano i dazi ed esplicavano varie formalità.) che rendeva conto al ministero della marina e a quello delle finanze. Questo richiamò nel Regno un gran numero di commercianti, industriali e banchieri stranieri. Così, mentre la maggior parte dei governi europei attuava una politica doganale protettrice delle industrie nazionali, il governo borbonico proseguiva una politica liberista. Dal 1817 si favorì l’importazione di merci straniere con un dazio che non superava il 3%, solo poche merci raggiungevano il 25%. Ciò aggravò però un ristagno dei prodotti nazionali e così su alcuni prodotti fu attuata nel 1823 una politica più protezionistica. Si mantenne una tassa del 3% sulle merci grezze mentre si aumentò al 30% su quelle lavorate, ma le merci che viaggiavano sulle navi napoletane venne ridotto il dazio. Si istituì il porto franco a Messina e si stabilì che il cabotaggio lungo le coste dei reali domini di qua e di là del faro fosse libero ed immune da qualsiasi formalità e pagamento. Queste nuove tariffe contribuirono ad alleviare gli ostacoli che si contrapponevano al commercio estero con il regno e a stimolare la nascita di una borghesia commerciale ed industriale. Il 16 ottobre 1827 si stipulò una convenzione tra il Regno delle Due Sicilie e Costantinopoli per il libero passaggio delle navi napoletane nel mar Nero. Il Regno di Napoli, nel periodo che va dal 1830 al 1860 superò la crisi economica causata dalle vicende del governo napoleonico e dalla Restaurazione. Tale progresso era dovuto al formarsi una nuova borghesia agiata sorta gli inizi del secolo e irrobustitasi negli anni successivi. Si trattava di borghesi agiati, avvocati, notai, medici, affittuari che disponevano di capitali facendo largo ad una borghesia industriale e commerciale che cominciò a sorgere col blocco continentale che stimolò lo sviluppo di alcune industrie, come quelle del cotone e della lana e si diffuse ancora più dopo il 1824 con la protezione doganale accordata alle industrie del Regno ed in particolare a quella della stoffa, della seta, della carta, dei tessuti di cotone, della canapa, del lino e dei panni di lana. Si diede così impulso all’attività industriale la quale migliorò grazie ai capitali stranieri, svizzeri e tedeschi, che cominciarono ad affluire nel regno.
Si costituirono alcune società come la società enologica, la società industriale partenopea, la società per la navigazione a vapore, ed una rete di società economiche che si adoperarono per migliorare le condizioni economiche del paese. L’esportazione della seta grezza consentita nel 1824, invogliò la cultura del gelso e l’allevamento del baco e i 2/3 di tale produzione (1.200.000 libbre) veniva esportato negli Stati Uniti. La produzione di seta napoletana soddisfaceva tutti i bisogni interni tanto da sospenderne l’importazione dall’estero. Manifatture di seta sorgevano in diverse province del regno e Catanzaro era da considerarsi il centro di tale manifatture, dove nel 1845 si contavano 19 case con 52 telai. Altre sorgevano a Napoli, Reggio, Monteleone, Matera, Cosenza, Trapani, Messina e Palermo. I Rasi ed i velluti del grandioso” stabilimento di San Leucio a Caserta, avevano una fama universale. Nel 1835 a Napoli, ad Isola del Liri e ad Arpino sorgevano fabbriche di tessuti di lana bene attrezzate che davano un’eccellente produzione e facevano largo uso della materia prima locale, tanto che l’esportazione della lana grezza aumentò e ne diminuì la sua importazione. Molte industrie del cotone erano sorte in Campania, in Calabria, in Abruzzo ed in Sicilia e lavoravano ogni genere di tessuto, potendo gareggiare con i prodotti svizzeri francesi e inglesi. Avevano introdotto la forza motrice del vapore nella filatura e nella tessitura, e i macchinari Inglesi e svizzeri per i fusi erano aumentati tanto che nel 1840 ve ne erano 30.000 e producevano 2 milioni di libbre di filati, impiegando ben 60.300 operai! Notevole fu anche lo sviluppo dell’industria della carta e in dieci anni dalla quasi totale importazione del fabbisogno interno si arrivò all’esportazione in molti paesi europei, nel levante e in Brasile. Buoni furono i progressi dell’industria meccanica che nel 1859 contava 100 opifici e 12.000 operai. In agricoltura le reali società economiche (erano sorte già dal 1810 come società di agricoltura) si erano adoperate molto per diffondere i nuovi metodi di coltivazione e per incoraggiare l’introduzione dell’avvicendamento agrario per fare abbandonare l’antico sistema di riposo della terra avevano acquistato macchine e avevano importato semi e piante per sperimentare l’andamento di nuove culture, diffondevano nozioni utili sulla qualità dei terreni e promuovevano l’uso dei concimi minerali e nuovi metodi per la cura delle malattie delle piante, stabilendo premi di incoraggiamento per coloro avessero ottenuto una maggiore produzione o introdotti nei propri campi macchine e nuovi metodi di coltivazione. Questi sforzi iniziavano a dirottare le menti dei proprietari terrieri e di alcuni contadini. La produzione del grano crebbe di molto a confronto dell’inizio del secolo, tanto che la maggioranza della popolazione mangiava pane di grano e ciò non accadeva in tutta la penisola! La produzione cerealicola e del granturco era divenuta la più alta di molti stati preunitari ed anche la produzione di olio aumentò grazie all’estensione delle colture e al miglioramento dei metodi di raccolta e molitura delle olive. La produzione di vino venne quadruplicata, si coltivò il cotone che era molto richiesto dalle industrie. Larga era l’esportazione di agrumi specie dalla Sicilia verso i paesi nordici ricercati per le proprietà antiscorbutiche. Dopo il 1845 si abbandonò la politica protezionistica e si intensificarono le relazioni commerciali con l’estero, stipulando trattati con Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia, Russia, Belgio, Austria, Danimarca, Prussia, Sardegna, Paesi bassi e Impero ottomano. Furono emanati tre decreti che riducevano le tasse sui prodotti di importazione, con riduzioni tra il 15 e il 60%. Ed ancora meglio fece Francesco II che a marzo del 1860 ridusse i dazi fino al 70% su molti generi di consumo e materie prime. La marina mercantile raddoppiò il numero dei legni con nuove navi ad elica che erano “atti grandemente al trasporto delle merci in brevissimo tempo e quindi con tenui noli” (L. Bianchini). Il governo contribuì a tale sviluppo migliorando porti e fari, fondando scuole nautiche e favorendo la costituzione di compagnie di assicurazione marittime.
La politica economica del Regno per molti storici ed economisti è vista solo come protezionistica e fine a se stessa, ma in realtà era da supporto ad una identità nazionale in campo economico necessaria per favorire un fattore di prosperità della nazione, necessaria visti anche i progressi che venivano attuati in altri paesi. (A. Lepre).
Ma i fasti del Settecento e dell’Ottocento sono ormai solo un ricordo, l’unità della penisola avvierà una decadenza post- unitaria per la marina mercantile, per i cantieri navali, per il Porto di Napoli e tutti i porti del Regno, per i traffici , per il commercio, per le industrie e per la stessa agricoltura nulla sarà più come prima: l’economia che lentamente si stabilizzava verso un futuro di floridità viene annegata in quel mare che come dice Rea non verrà più visto come una grande risorsa.

1a
La storia “architettonica” del porto durante la fine dell’Ottocento è fatta di nuovi ampliamenti e costruzioni tutte relative ai moli. Il molo di San Vincenzo raggiunge una lunghezza di 800 metri, la banchina interna al molo di San Gennaro viene sistemata per alloggiarvi un deposito franco per i Magazzini Generali. I nuovi moli sono tre, denominati rispettivamente molo Orientale, molo a Martello e molo Curvilineo, si realizzarono anche l’area di Porta di Massa, la lussureggiante Villa del Popolo ed una linea ferroviaria interna. Nelle vedute settecentesche, così come in molte fotografie dell’Ottocento, Napoli appare adagiata sulle pendici di rilievi che giungono fino al mare, protesa verso le acqua con poche lingue di terra artificiale: il lunghissimo molo San Vincenzo, il molo grande con la Lanterna e, solo verso la fine dell’Ottocento, il molo Orientale. Il tessuto edilizio compatto e stratificato, punteggiato dal bagliori delle cupole e dalle rare macchie verdi, si affacciava dai dirupi tufacei o giungeva spesso a lambire le acque del Golfo, solcate da silenziosi velieri.
Con la realizzazione ella Litoranea, il compimento della colmata di Santa Lucia, il prolungamento di via Caracciolo e l’allargamento di via Posillipo, anche il litorale occidentale diventa parte dell’intervento che, in continuità con quelli ottocenteschi, modificherà definitivamente la naturale linea di costa. Non più spiagge, caseggiati o costoni tufacei, da Posillipo fino al Piliero, un ampio e continuo solco viario separa il tessuto urbano dalle acque del Golfo e definisce il margine della città sul mare.
 
1b
L’enorme quantità di naviglio nel porto del Piliero sulla omonima via.
1c
La Società d’Incoraggiamento per le Scienze e le Arti Utili, nasceva con due propositi piuttosto dissimili tra loro: da un lato, raccogliere l’eredità di una settecentesca e defunta istituzione accademica, la Reale Accademia delle Scienze e Belle-Lettere di Napoli, che aveva esaurito la sua breve stagione negli anni dal 1780 al 1788; dall’altro, la fondazione si proponeva, per mano dello stato, di promuovere e indirizzare gli studi teorici verso innovazioni ritenute utili dalla società. L’Istituto aveva una propria pubblicazione istituzionale, edita periodicamente con il nome di “Atti”. A essa si affiancò l’emissione di un “Rendiconto”. L’istituto si dedicava ad incidere concretamente nei tentativi di dare vita ad una struttura industriale nell’economia del Regno all’altezza dei tempi. 
1d
La Marina Mercantile delle Due Sicilie vantava una tradizione secolare che, per traffici, attività cantieristiche e qualità della flotta, al momento del trapasso unitario, aveva pochi eguali nel vecchio continente, è napoletano il piroscafo “Ferdinando I”, consegnato alla storia come il primo bastimento con propulsore a vapore per la navigazione marittima, che fu varato il 24 giugno 1818 e salpò per il suo viaggio inaugurale il 27 settembre dello stesso anno. Fu a Napoli che iniziò così la navigazione a vapore d’altura, allorché questo sistema pionieristico di solcare i mari non era stato neppure messo in pratica in Francia ed in altri Paesi europei ad eccezione dell’Inghilterra ove era stato adottato per la navigazione fluviale. Fu napoletana la prima Compagnia di navigazione a vapore del Mediterraneo, che assunse il nome di “Amministrazione Privilegiata dei pacchetti a vapore delle Due Sicilie”, con un servizio regolare di linea, fornendo anche il primo esempio di convenzione marittima in Italia, poiché assunse dal Governo di S.M. Siciliana la concessione in privativa del trasporto della corrispondenza postale.Fu napoletana anche la prima crociera turistica della storia preparata nel 1833 con il piroscafo “Francesco I” ed antesignana di oltre mezzo secolo rispetto ad analoghe iniziative intraprese in seguito da altri Paesi industrializzati; una crociera cui parteciparono i più bei nomi dell’aristocrazia europea e che, in poco più di tre mesi, toccò alcuni tra i più suggestivi porti del Mediterraneo fino ad Istanbul, sbalordendo il mondo civile per accuratezza ed efficienza organizzativa. Ferdinando IV, dette incarico al giurista Michele De Jorio di redigere un codice della navigazione di respiro internazionale, destinato a divenire una pietra angolare della legislazione regolante il commercio marittimo e tutti i rapporti privatistici e pubblicistici ad esso inerenti. 

LE STRAGI NEL SUD IN NOME DELL’UNITA’ MAI CONCESSA!

Il 14 agosto del 1861, esattamente 157 anni fà all’alba dell’Unità d’Itaglia, veniva perpetrato a danno degli abitanti di due paesi in provincia di Benevento, Pontelandolfo e Casalduni, ad opera dei liberatori italo-piemontesi una strage che solo una mente criminale avrebbe potuto concepire.
Alle prime ore del giorno di quel 14 agosto viene, infatti, scritta una delle pagine più nere del risorgimento puntualmente ignorata dalla storiografia ufficiale e dai testi scolastici, quando su ordine del generale Enrico Cialdini viene inviata per un’operazione di rappresaglia (poiché erano stati uccisi dai briganti alcuni soldati del regio esercito) al comando del colonnello Pier Eleonoro Negri una colonna di 500 bersaglieri con la disposizione di massacrare tutti gli abitanti, ritenuti complici dei briganti, e per vendetta radere al suolo i due paesi. Enrico Cialdini fu il mandante del massacro in virtù della legge Pica che gli dava i più ampi e criminali poteri di fucilare sul posto senza processo, massacrare intere famiglie, mettere a ferro e a fuoco interi paesi e villaggi del Meridione e arrestare e deportare tutti coloro che davano solidarietà e un minimo di sussistenza ai cosiddetti briganti. Negli ordini scritti ai suoi sottoposti era solito raccomandare di: non usare misericordia ad alcuno, uccidere senza fare prigionieri, tutti quanti. Ed è esattamente quello che avvenne ad opera di questo criminale a Pontelandolfo e Casalduni. E dire che a questo esecrabile personaggio nel nostro Paese – di fatto un volgare criminale – sono dedicate numerose vie e piazze e sarebbe ora di cancellarle. Antonio Gramsci, nel 1920, su Ordine Nuovo, a proposito di questi genocidi e di queste vere e proprie pulizie etniche perpetrate dei civilizzatori e liberatori italo-piemontesi a danno delle popolazioni meridionali, così ebbe a scrivere: Lo stato italiano si è caratterizzato come una dittatura feroce che ha messo a ferro e a fuoco l’Italia meridionale, squartando, fucilando e seppellendo vivi i contadini poveri che i scrittori salariati tentarono di infamare con il marchio di briganti.
Ma per restare nello specifico degli eccidi di Pontelandolfo e Casalduni, ecco quanto riportò dettagliatamente e testualmente nel suo diario Carlo Margolfo, uno dei 500 Bersaglieri entrati, allalba di quel maledetto 14 agosto in paese a compiere la strage: Al mattino del mercoledì, giorno 14, riceviamo lordine superiore di entrare nel comune di Pontelandolfo, fucilare gli abitanti ed incendiarlo. Entrammo nel paese, subito abbiamo incominciato a fucilare i preti e gli uomini, quanti capitava, indi il soldato saccheggiava ed infine abbiamo dato l’incendio al paese, di circa 4500 abitanti. Quale desolazione non si poteva stare d’intorno per il gran calore e quale rumore facevano quei poveri diavoli che la sorte era di morire abbrustoliti e chi sotto le rovine delle case. Questa la raccapricciante testimonianza del bersagliere Margolfo che fu attivo protagonista di quell’eccidio. L’ordine era stato perentorio: radere al suolo i due paesi, non farne rimanere in piedi una sola pietra. Vennero assaltate le chiese, le case, al grido di piastra- piastra, saccheggiate prima di appiccarvi il fuoco. Il diritto di rappresaglia consentiva a queste belve di uccidere, in unorgia di sangue, anche vecchi e bambini e stuprare le donne senza prima avere loro strappato gli orecchini. Concettina Biondi una ragazzina appena sedicenne venne violentata malgrado l’ordine fosse quello di risparmiare i bambini. Ecco i genocidi e le pulizie etniche che venivano perpetrate agli albori dell’Unità d’Italia dai liberatori piemontesi nei confronti delle popolazioni meridionali.
Si può senz’altro dire che la ferocia, per diritto di rappresaglia dimostrata in quel maledetto 14 agosto del 1861 dai piemontesi nei confronti degli abitanti di Pontelandolfo e Casalduni fu, senza dubbio, superiore a quella dimostrata, sempre per diritto di rappresaglia dai nazisti esattamente 83 anni dopo nell’agosto del 1944 a Marzabotto e a Sant’Anna di Stazzema, dove gli abitanti furono anch’essi fucilati senza saccheggi e stupri e le case dei due paesi non furono bruciate al contrario di quelle di Pontelandolfo e Casalduni di cui i piemontesi ne lasciarono intatte solamente tre.
Eppure i nostri libri di storia non fanno altro che ricordare opportunamente perché non se ne perda la memoria le vittime dei nazisti dellagosto del 1944. Ma è anche giusto ritrovare la memoria di quegli eccidi e di quelle pulizie etniche di cui furono vittime le popolazioni meridionali ad opera di altri italiani che si spacciarono perliberatori e civilizzatori e puntualmente ignorati dalla storiografia ufficiale e scolastica.
Diceva Leonardo Sciascia: Questo è un paese senza memoria e io non voglio dimenticare. E per non dimenticare crediamo sia giusto e doveroso ricordare e celebrare oggi, quelle vittime innocenti in cui più di mille non- italiani furono massacrati da altri sedicenti italiani liberatori da chissà cosa, che con la coscienza sporca loro e di molti altri che si dicono essere italiani hanno sempre cercato, per tutto questo tempo, di far passare sotto silenzio o peggio di giustificare l’accaduto come se si potesse giustificare la morte di 1000 o più innocenti. Italiani siete voi fratelli di Italia!
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NEL BUIO DELLA STORIOGRAFIA UFFICIALE IL REVISIONISMO ILLUMINA LA VERITA’!

La ricerca storica ci accende una luce nel buio della storiografia ufficiale dove molti personaggi onorati o spacciati per eroi nell’attuale sistema, in realtà erano criminali incalliti o persone pronte a calpestare qualsiasi senso morale pur di avere fama e successo. Ogni sistema premia o riconosce chi gli è affine.
Per capire la natura del sistema attuale basterebbe accorgersi dei tanti personaggi riconosciuti come eroi, ma che di fatto erano feroci criminali, che ad oggi danno il nome a molte vie o piazze delle città italiane. A scuola ci hanno raccontato una Storia d’Italia assai mistificata, in cui alcuni personaggi che in realtà erano criminali o mercenari di bassa lega appaiono come eroi di primario splendore. Questo risulta logico se si pensa che la stessa Unità d’Italia fu un evento pilotato da chi deteneva il potere imperiale. Dire la verità significa far comprendere il vero sistema di potere.
Garibaldi, spacciato per “eroe dei due mondi”, in realtà era un criminale al soldo degli inglesi, per i quali aveva praticato il traffico di schiavi e il saccheggio mediante la “guerra di corsa”. Nell’America del sud era stato arrestato e condannato per aver rubato cavalli. Gli stessi Savoia si lamentavano del suo comportamento a dir poco disonesto. In una lettera inviata a Cavour, Vittorio Emanuele II, dopo lo storico “incontro di Teano”, scriveva di Garibaldi: “Come avrete visto, ho liquidato rapidamente la sgradevolissima faccenda Garibaldi, sebbene – siatene certo – questo personaggio non è affatto così docile né così onesto come lo si dipinge, e come voi stesso ritenete. Il suo talento militare è molto modesto, come prova l’affare di Capua, e il male immenso che è stato commesso qui, ad esempio l’infame furto di tutto il denaro dell’erario, è da attribuirsi interamente a lui, che s’è circondato di canaglie, ne ha seguito i cattivi consigli e ha piombato questo infelice paese in una situazione spaventosa”.
L’11 maggio del 1860 i Mille sbarcarono a Marsala, favoriti dalle navi della flotta inglese “Intrepid” e “H.M.S. Argus”, ormeggiate al porto di Marsala (la flotta borbonica non avrebbe mai attaccato gli inglesi). Fra i Mille c’erano diversi delinquenti comuni. Garibaldi stesso aveva scritto: “Francesco Crispi arruola chiunque: ladri, assassini e criminali di ogni sorta”.
L’impresa dei Mille non fu altro che un modo per soggiogare la popolazione al nuovo potere, e infatti, dopo l’unificazione d’Italia le repressioni saranno ferocissime e riguarderanno molte regioni d’Italia, specie quelle meridionali e il Veneto. Ovviamente, dopo l’impresa militare, nel 1864, Garibaldi sarà accolto a braccia aperte dalla regina d’Inghilterra e dal ministro Henry John Palmerston. Ufficialmente, in quell’incontro Garibaldi ringraziò le autorità inglesi per l’appoggio dato alla spedizione dei Mille, ma non raccontò che da molti anni era al soldo di Londra per commettere nel Sud America ogni sorta di crimine.
Anche Nino Bixio, altro personaggio spacciato per eroe, non risparmiò repressioni nel sangue. Ad esempio, nell’agosto del 1860, egli represse nel sangue le proteste a Biancavilla, Cesarò, Randazzo, Maletto e Bronte.
A Bronte i contadini avevano fatto ricorso alla giustizia, sostenuti dall’avvocato Nicola Lombardo, ma tutte le cause intentate contro gli usurpatori delle loro terre erano fallite. L’unica strada rimasta era quella della sollevazione. La repressione a Bronte fu feroce, gli insorti furono massacrati durante i tumulti o arrestati e fucilati in seguito. Furono fucilate almeno cento persone, che in nome dei principi propugnati dallo stesso Garibaldi si erano riappropriate di alcune terre usurpate dai parenti di Nelson.
La responsabilità del massacro di Bronte sarà attribuita a Bixio, che in una serie di lettere documentò gli eventi che portarono al fatto criminale. Ad esempio, in una di queste, scritta il 7 agosto 1860 e inviata al maggiore Giuseppe Dezza, dice di aver messo le “unghie addosso a uno dei capi”. Si raccontò anche l’episodio del garzone che chiese il permesso di portare due uova all’avvocato Lombardo, che si trovava in carcere, a cui Bixio disse cinicamente: “altro che uova, domani avrà due palle in fronte!”. Lombardo sarà fucilato insieme ad altre quattro persone, accusate di aver organizzato la rivolta a Bronte.
I fatti di Bronte furono considerati di poco conto e posti sotto silenzio dalla storiografia ufficiale, per proteggere il mito di Garibaldi e dei Mille. Gli eventi furono in parte chiariti soltanto da uno studioso di Bronte, il professor Benedetto Radice, che pubblicò nell’Archivio Storico per la Sicilia Orientale, nel 1910, una monografia dedicata a Nino Bixio a Bronte (1910, Archivio Storico Siciliano). Dopo questo scritto, molti sapevano dell’eccidio, ma nessuno storico considerò questo e altri fatti per modificare l’interpretazione del Risorgimento Italiano. Nell’ottobre del 1985, il Comune di Bronte pose un monumento alla memoria delle vittime delle repressioni. Sulla targa del monumento si legge: “Ad perpetuam rei memoriam che nell’agosto 1860 di cittadini brontesi donò la vita in olocausto – Amministrazione Comunale – 10 ottobre 1985”. Ciò nonostante, a pochi metri è rimasta una strada dedicata a Nino Bixio, segno che i presunti eroi, anche quando i fatti vengono a galla, tardano ad essere considerati per quello che erano veramente, ovvero criminali al soldo del potere dominante.
Questi personaggi sono diventati “eroi” proprio per aver sottomesso le popolazioni attuando crimini di vario genere e promettendo cose che sapevano di non poter mantenere. Con l’avvento di Garibaldi, i contadini siciliani si erano illusi di poter avere quella libertà che chiedevano da tempo. Con un decreto, Garibaldi abolì la tassa sul macinato e ogni altra tassa imposta dal potere precedente. Il 2 giugno 1860 emanò norme per la divisione delle terre dei demani comunali, assegnandone una quota ai combattenti garibaldini o ai loro eredi, se caduti. Con queste riforme Garibaldi accrebbe la sua popolarità, e accese le speranze dei siciliani, che però ben presto dovettero accorgersi che le riforme erano state soltanto un atto propagandistico, poiché la quantità di tasse da pagare era quella di prima e la redistribuzione delle terre non era avvenuta. I contadini sarebbero diventati ancora più poveri, e quelli che si sarebbero sollevati sarebbero diventati “fuorilegge” e uccisi senza alcuna pietà.
Bixio, Garibaldi e altri “eroi” obbedivano al diktat “Italia e Vittorio Emanuele”, che veniva indicato in tutti i decreti come formula che conferiva poteri pressoché assoluti al fine di imporre l’occupazione in vista dell’unificazione dell’Italia. Nell’art. 1 del decreto del 17 maggio 1860 si legge: “Durante la guerra, il giudizio dei reati…”, tale decreto avrà efficacia anche dopo la “sconfitta” dell’esercito borbonico. Da ciò si inferisce che l’occupazione delle terre veniva considerata uno stato di guerra, e le popolazioni “ribelli” dovevano essere trattate come combattenti in guerra. Tutti coloro che si ribellarono al potere sabaudo furono trucidati, repressi, oppure fucilati dopo un processo sommario nei Tribunali di guerra. In altre parole, il popolo italiano fu considerato come un nemico in guerra, e non come compartecipe ai fatti unitari. Nelle sollevazioni, il popolo faceva richieste economiche precise, e la repressione scattava affinché queste richieste venissero ritirate, in quanto non c’era alcuna intenzione da parte dei Savoia di rispettare la sovranità popolare o di rendere più equa la situazione economica dell’Italia.
I massacri della popolazione e le condanne a morte venivano attuati in nome del re (che soltanto con la legge 17 marzo 1861 n. 4671 diventerà ufficialmente re d’Italia), sulla base del decreto 17 maggio 1860 n. 84, da cui si legge “Le sentenze, le decisioni e gli atti pubblici saranno intestati: In nome di Vittorio Emanuele Re d’Italia”.
A sua volta, Vittorio Emanuele obbediva alle autorità inglesi che lo avevano messo sul trono. Le autorità inglesi difendevano gli interessi dei Lord e degli altri personaggi dell’establishment. Ad esempio, a Bronte, il Console inglese, John Goodwin, faceva continue pressioni affinché Garibaldi e l’allora Ministro dell’Interno Francesco Crispi tutelassero a tutti i costi gli interessi agricolo-patrimoniali dei Nelson. Nelle lettere, Goodwin invita a punire l’avvocato Nicola Lombardo: “arrestare l’autore di tale assassinio onde essere giudicato dall’autorità competente e condannato.
In conclusione, ieri come oggi molti sono i falsi eroi nazionali, che in realtà sono veri criminali, e molti veri eroi delle terre depredate dalle autorità occidentali risultano essere considerati “terroristi” e per questo perseguitati e uccisi.
Oggi, se volete essere consacrati ad eroi, andate a massacrare innocenti nelle missioni estere, e se morirete ammazzati magari vi dedicheranno una via o una piazza. Di sicuro diranno che siete “caduti per la libertà” e vi offriranno una corona di fiori e una medaglia. La vostra vita sarà valsa una medaglia e molti onori, mentre le vite innocenti che avrete distrutto non avranno nemmeno il valore di un minuto di silenzio.Gli eroi del RisorgimentoNINO_BIXIO1garibaldini12

I DELUSI DELL’UNITA’

All’indomani dell’unità, molte delle aspettative generate dalla spedizione dei mille furono deluse dallo stato unitario appena formatosi. Nelle Due Sicilie i contadini e gli strati più poveri della popolazione, dopo aver inizialmente creduto che con Garibaldi le condizioni di vita sarebbero migliorate, si ritrovarono, invece, ad affrontare maggiori tasse e la coscrizione (servizio di leva) obbligatoria, con una conseguente diminuzione delle braccia in grado di sostenere una famiglia.«Tutt’altra Italia io sognavo nella mia vita, non questa miserabile all’interno e umiliata all’estero e in preda alla parte peggiore della nazione».Ne I Malavoglia di Giovanni Verga appare chiara la disillusione, seguita da una cocente delusione, della popolazione di fronte alla nuova Italia unita, attraverso i racconti della lunga coscrizione del giovane ‘Ntoni, la morte del giovane Luca nella battaglia di Lissa e le nuove tasse. La cocente delusione di chi sperava che l’unità d’Italia avrebbe cambiato le sorti del Sud è ben raccontata anche nel romanzo di Anna Banti, “Noi credevamo”. Nel meridione continentale questo malcontento popolare sfociò nel movimento di resistenza definito brigantaggio. Così scriveva in proposito Verdi il 16 giugno 1867 : “Cosa faranno i nostri uomini di Stato? Coglionerie sopra coglionerie! Ci vuol altro che mettere delle imposte sul sale e sul macinato e rendere ancora più misera la condizione dei poveri. Quando i contadini non potranno più lavorare ed i padroni dei fondi non potranno, per troppe imposte, far lavorare, allora moriremo tutti di fame. Cosa singolare! Quando l’Italia era divisa in piccoli Stati, le finanze di tutti erano fiorenti! Ora che siamo tutti uniti, siamo rovinati”. Lo stesso Garibaldi nel 1868 scrisse in una lettera ad Adelaide Cairoli: «Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Sono convinto di non aver fatto male, nonostante ciò, non rifarei oggi la via dell’Italia meridionale, temendo di essere preso a sassate, essendosi colà cagionato solo squallore e suscitato solo odio.» Delusi furono anche molti liberali che avevano riposto nell’unità d’Italia la realizzazione delle loro ambizioni, ma che si ritrovarono in una situazione politica sostanzialmente immutata; mentre il risveglio economico, garantito dalle politiche fiscali di Ferdinando II e dalle floridissime condizioni del regno borbonico, cessò di colpo. Il patriota Luigi Settembrini, mentre era rettore all’università di Napoli, disse agli studenti: «Colpa di Ferdinando II! Se avesse fatto impiccare me e gli altri come me, non si sarebbe venuto a questo!». Rimase rammaricato anche Ferdinando Petruccelli della Gattina, che nella sua opera “I moribondi del Palazzo Carignano” (1862), espresse la sua amarezza nei confronti della negligenza della nuova classe politica. Anche il clero rimase deluso, sia per la perdita di Umbria e Marche da parte dello Stato pontificio, sia per il frequente esproprio di beni ecclesiastici, la soppressione degli Ordini Religiosi e la chiusura di numerosi istituti di utilità sociale. Quindi sono gli stessi eroi del risorgimento ad essere delusi del risorgimento! 

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L’UNITA’ CHE SI FECE CON 10 ANNI di GUERRA CIVILE !

Una guerra civile feroce durata dieci anni (1860-1870) contro degli occupanti che parlavano francese o il dialetto piemontese e che arrivarono nel Sud, con modi di pensare lontanissimi tali da essere incomprensibili. Terra e libertà aveva promesso Garibaldi per i contadini del Sud senza il cui concorso la folle impresa dei Mille sarebbe naufragata in un bagno di sangue, laggiù in Sicilia. I primi editti del generalissimo abolirono l’imposta del macinato, soppressero il dazio, stabilirono le prime divisioni delle terre demaniali, e ripristinarono degli usi civici usurpati. Fu un momento che illuse le attese e le speranze di un futuro migliore per le classi subalterne del Sud. Ma presto le cose cambiarono mostrando il loro vero volto: con il massacro di Bronte, e la repressione di Bixio, con l’uccisione dei rivoltosi contro le prepotenze secolari dei latifondisti e lo scenario divenne più chiaro. “Occorre che tutto cambi, affinché nulla cambi” disse il protagonista de “Il Gattopardo”. La scelta era stata fatta, in difesa della proprietà e dell’ordine sociale nelle campagne e fu quasi una guerra. Dopo il crollo improvviso della dinastia borbonica, il nuovo Stato unitario dei Savoia si trovò a dover fronteggiare un movimento di rivolta che sfociò nella lotta armata, che venne represso con una durezza eccezionale, esagerata ed indiscriminata, forma violenta di una lotta di classe, che colpiva la classe più vilipesa e sfruttata della società meridionale, quella dei “cafoni” che a loro volta insorgevano contro l’oppressione e la miseria. Il volto del nuovo Stato si presentò con la circoscrizione obbligatoria, con lo stato d’assedio, i tribunali militari, le fucilazioni sommarie per i briganti, il domicilio coatto; il Mezzogiorno divenne un problema di ordine pubblico, trattato come la terra di conquista del Piemonte. Il generale Pinelli aveva già applicato nell’aquilano la fucilazione a chi avesse “con parole o con denaro o con altri mezzi eccitato i villici ad insorgere,” e “a coloro che con parole, od atti insultassero lo stemma dei Savoia, il ritratto del re, o la bandiera Nazionale”. Scrive Denis Mack Smith, storico liberale inglese nelle sua famosa Storia d’Italia: “I contadini trovati in possesso di armi erano fucilati sul posto e i soldati fatti prigionieri erano a volte legati a un albero e arsi vivi; altri erano crocifissi e mutilati. La legge della giungla trionfava e i soldati erano spinti per rappresaglia ad analoghi eccessi. Non veniva dato quartiere, ma al terrore si rispondeva con il terrore.
Degli uomini erano fucilati per dei semplici sospetti, intere famiglie punite per le azioni di uno dei loro membri, villaggi saccheggiati e incendiati per aver dato rifugio a dei banditi.” La repressione terroristica dell’esercito verso i “cafoni”, (“la più grande canaglia dell’ultimo ceto” li definì il generale Solaroli, aiutante di campo di Vittorio Emanuele) toccò punte di inaudita ferocia con l’eccidio di Casalduni e Pontelandolfo nel beneventano, con metodi così sanguinari che il professor Francesco Barra in “Il brigantaggio in Campania” parla di “un autentico e orrendo pogrom”. Le cifre di questa guerra civile ancora oggi fanno rabbrividire. Il numero dei caduti fu superiore a quello dei caduti di tutte le altre guerre del Risorgimento messe insieme. Secondo le stime del Molfese risulta che i guerriglieri nel quinquennio 1861-1865 caduti in combattimento o fucilati furono 5.212, il totale di “briganti posti fuori combattimento” di 13.853.
Molti di quelli che saranno poi i più temuti capobriganti, Carmine Donatelli Crocco, lo Zapata italiano, parteciparono al processo di unificazione per poi ritrovarsi dall’altra parte della barricata, tra le fila della reazione sanfedista e legittimista, prendendo in prestito la coccarda rossa e le bandiere bianche dei Borbone. Li definirono con il marchio infamante di BRIGANTI. Nel 1865, in Basilicata, in Puglia e in Calabria il grande brigantaggio a cavallo, al comando di Crocco, Borjès, Ninco-Nanco, Coppa, Tortora, Sacchitiello che minacciava le fondamenta stesse del nuovo Stato unitario, veniva sconfitto con la cattura, la resa e l’uccisione dei capi, con il sistema della “terra bruciata”. Una resistenza disperata e senza prospettive, repressa con leggi violente (la “legge Pica fece della repressione più rigorosa non una misura eccezionale, ma la regola sanzionata dal diritto”) e con una mobilitazione di uomini e mezzi mai vista prima che raggiunse l’acme nel 1863 quando furono concentrati nel Sud 120.000 soldati, quasi la metà dell’intero esercito. Lo stratega della sconfitta del brigantaggio in Basilicata e nel Beneventano fu il generale Emilio Pallavicini di Priola che si servì della collaborazione di uno dei luogotenenti più fidati di Crocco nel Melfese, Giuseppe Caruso di Atella, il primo “pentito” d’Italia. Caruso si era costituito nel settembre del 1863; in cambio della libertà divenne una guida dell’esercito; profondo conoscitore dei luoghi e dei nascondigli più segreti, consentì di scovare e distruggere molte bande armate e minacciò di catturare lo stesso Crocco. Grazie alla raccomandazione del Pallavicini per i servizi resi venne poi assunto come brigadiere delle guardie forestali di Monticchio. Il contributo fondamentale del traditore Giuseppe Caruso, una sorta di Pat Garrett, è stato volutamente sottovalutato dalla storiografia di parte liberale. L’ex vaccaro dei Fortunato fu anche l’artefice della distruzione avvenuta nel 1867 nel bosco di Bucito, in Basilicata, di una delle bande più agguerrite del picentino, quella di Luigi Cerino di Gauro che operava per lo più nel vasto massiccio montuoso dei Picentini e degli Alburni. Per l’uccisione di Cerino, a Caruso il governo assegnò una pensione di 100 lire al mese, somma rilevante per quegli anni. Nel Picentino, fra queste montagne a cavallo di due province, nelle folte ed impervie boscaglie e nelle grotte naturali, alla macchia operarono una costellazione di piccole-medie bande appiedate, che raramente superavano i 20 componenti, guidate da abili e spietati capi, estremamente mobili, conoscitori perfetti dei luoghi e di ogni più impenetrabile recesso, capaci di lunghe e durissime marce, di giorno e di notte, d’inverno o d‘estate. Una vita senza respiro. Appesa ad un filo. Erano pastori, contadini, braccianti, carbonai analfabeti, renitenti alla leva o disertori, sbandati del disciolto esercito borbonico, semplici avventurieri alla ricerca di bottini e di vendette personali contro i “galantuomini”. Compirono numerosi ricatti e sequestri di persona, vendette contro i proprietari terrieri, le autorità municipali e i membri delle guardie nazionali. Una fitta rete di appoggi, di complicità e connivenze, nelle montagne e nei paesi, li teneva al riparo dalle perlustrazioni delle truppe. La cosiddetta “polizia dei briganti” impressionò anche i membri della commissione d’inchiesta presieduta dal Massari. Nel 1870 il brigantaggio, poteva dirsi completamente sconfitto. Antonino Maratea (Ciardullo) capobrigante di Campagna era stato fucilato nella piazza principale del suo paese il 1 dicembre 1865, insieme al ferocissimo ladro e assassino Carmine Amendola di Giffoni, detto il Pestatore. Prima di lui era stato ucciso nel bosco di Persano il 24 novembre 1864 Gaetano Tranchella di Serre. La banda Scarapecchia era stata decimata e dispersa nei pressi del fiume Sele, quella del terribile Francesco Cianci (Cicco Ciancio) di Montella nel novembre del 1866 a Calavello nel comune di Lioni. A Castiglione del Genovesi il 28 maggio del 1869 venne ucciso, in uno scontro con la guardia nazionale di Castiglione e San Cipriano Picentino, Andrea Ferrigno, uno dei più noti capo banda del picentino. Il montellese Ferdinando Pica perse la vita in un duello rusticano sui monti di Solofra per mano del compaesano Alfonso Carbone. L’intera banda Carbone si costituì a Montella il 5 settembre 1869. Poi fu la volta di Manfra, Gatto, Marcantuono, Parra e Boffa mentre il cadavere putrefatto di Nicola Marino era stato identificato sul monte Bulgheria, nel territorio di Torre Orsaia. Il brigantaggio non aveva però ancora chiuso la sua pagina di storia. Si protrasse addirittura fino al 1873 quando fu ucciso a Flumeri (Av) l’ultimo protagonista dell’epopea del brigantaggio, il celebre capo-banda Gaetano Manzo di Acerno. La vita avventurosa e fuorilegge di Manzo è notissima dopo le descrizioni particolareggiate che hanno fornito le sue stesse vittime. Umile pastore di Acerno, sperduto paese del salernitano al confine con l’avellinese, Manzo renitente alla leva, si aggregò dapprima alla banda di Ciardullo per poi formare una propria banda autonoma, forte di quindici briganti, il cui nucleo centrale era costituito da suoi compaesani di Acerno. Per trovare i complici e i manutengoli e catturare la banda Manzo si utilizzavano senza scrupolo anche sistemi illegali. Un solo esempio per tutti: un certo Salvatore Caputo fu arrestato dai Carabinieri mentre si trovava nelle campagne di Prepezzano “in altitudine sospetta”. Proprio così: ”altitudine sospetta” è scritto nel rapporto datato 7 luglio 1872 e firmato dal Maggiore Enrico De Rogatis. Negli anni ’70 malgrado il vento sia cambiato e il brigantaggio sta scrivendo gli ultimi cruenti episodi di un movimento in estinzione, le tre o quattro piccole bande che ancora sopravvivono nell’area dei picentini possono ancora fruire del sostegno dell’ambiente contadino e bracciantile. Il fenomeno del “manutengolismo” così diffuso durante il brigantaggio post-unitario nasceva dalla miseria e rappresentava l’unico mezzo per cambiare la propria vita di “dannati della terra” e combattere i soprusi, gli inganni, lo sfruttamento condividendo “la mortale avventura del brigantaggio. E‘ interessante per inquadrare gli ultimi anni del brigantaggio riportare ciò che scrive il Molfese.” Contrariamente all’opinione dei pochi scrittori sul brigantaggio post-unitario che hanno trattato anche dei fatti svoltisi dopo il 1864, e che tutti indistintamente ne hanno considerato la fase finale affrettatamente e con superficialità, coinvolgendo il brigantaggio di quel periodo in un solo giudizio negativo che lo raffigura come una manifestazione di criminalità comune in continuo declino, l’esame del lungo periodo che va dalla sconfitta del grande brigantaggio fino alla fine ufficialmente riconosciuta del brigantaggio meridionale (1870), riserva non poche sorprese a chi voglia approfondire meglio le cose. Intanto, in quegli anni seguita ad essere evidente il carattere <policentrico> del brigantaggio, che persiste ostinato nell’Abruzzo chietino, nell’Abruzzo aquilano e in Terra di Lavoro, nel Salernitano, nel Lagonegrese, e infine in Calabria, senza collegamenti apprezzabili tra le varie aree. In questi diversi centri il brigantaggio conserva ancora a lungo la virulenza dei primi anni e specialmente in Abruzzo e in Terra di Lavoro si può parlare di un grosso brigantaggio, condotto, cioè, da molte bande formate di numerosi elementi che non si limitano a praticare soltanto i ricatti e le distruzioni di proprietà a danno della borghesia agraria, ma affrontano incessantemente le forze repressive. Nelle regioni che ufficialmente si considerano <pacificate> (Puglia, Molise, Beneventano, Basilicata, Irpinia), la sicurezza pubblica nelle campagne e lungo le vie di comunicazione lascia sempre a desiderare. Riappaiono continuamente piccole bande a compiere rapine e ricatti. Il fuoco sembra covare sotto le ceneri. Interessanti risultano anche le annotazioni sul nuovo, dinamico metodo della <persecuzione incessante> inaugurato dal generale Pallavicini nel Beneventano che come era stato designato, dopo la defenestrazione del Conte di San Elena, per distruggere la banda Manzo installando il suo quartier generale nel comune di Montecorvino Rovella. “Pallavicini ricercava sempre la chiave del successo oltre che nell’azione militare, in due altri fattori: la collaborazione delle municipalità e delle guardie nazionali (che gli altri comandanti militari difficilmente sollecitavano o sapevano guadagnarsi), e la persecuzione dei manutengoli condotta con ogni espediente,anche a rischio di provocare conflitti con l’autorità giudiziaria. Questo metodo era divenuto sempre più efficace quanto più era andata crescendo la forza delle autorità statali con il conseguente isolamento dei briganti”. Il capo banda Tortora esclamò al suo processo:“ I Ladri sono i galantuomini delle città, e primi i concittadini miei, ed uccidendoli non fò loro che la giustizia che meritano; se tutti i cafoni conoscessero il loro meglio non si avrebbe a restare in vita per uno”.
“I briganti difendevano, senza ragione e senza speranza, la libertà e la vita dei contadini, contro lo Stato, contro tutti gli Stati. Per loro sventura si trovarono ad essere inconsapevoli strumenti di quella Storia che si svolgeva fuori di loro; a difendere la causa cattiva, e furono sterminati. Ma, col brigantaggio, la civiltà contadina difendeva la propria natura, contro quell’altra civiltà che le sta contro e che, senza comprenderla, eternamente la assoggetta: perciò, istintivamente,i contadini vedono nei briganti i loro eroi. La civiltà contadina è una civiltà senza Stato, e senza esercito: le sue guerre non possono essere che questi scoppi di rivolta; e sono sempre, per forza, delle disperate sconfitte; ma essa continua tuttavia, eternamente, la sua vita, e dà ai vincitori i frutti della terra, ed impone le sue misure, i suoi dèi terrestri, e il suo linguaggio”. (Carlo Levi, da “Cristo si è fermato a Eboli”).

TERRONI INTERNATIONAL

Cos’hanno in comune la Sardegna del 1720 e del 1847; il Regno delle Due Sicilie del 1860-61 e il Mezzogiorno di oggi; la Germania Est del 1989 e di adesso; la Grecia e altri paesi dell’UE, Italia inclusa, sottoposti a cure da cavallo (o eutanasia…) dalla Germania; e persino l’intera Europa rispetto al resto del mondo? Sono Sud di Nord sempre più grandi; costretti in stato di minorità con sistemi che, anche quando non riconoscibili come tali nella forma, rimangono gli stessi nella sostanza, pur al procedere dei secoli e al mutare di regimi e tecnologie. Ogni volta, però, studiati come nuovi, nonostante tutto sia già stato fatto, visto, detto, e ignorato. All’origine, ufficialmente mossi dalle migliori intenzioni, c’è l’intento di distruggere qualcosa, per sostituirlo con altro, di meglio (per chi lo fa, non per chi lo subisce). Poi si scoprirà che quello (o molto di quello) che si è distrutto non meritava di esserlo e la sostituzione con qualcosa di meglio rimane un’intenzione, chissà se mai davvero esistita. Un cammino, così, viene interrotto; se pur si volesse riprenderlo, la distanza fra chi ha imposto la frenata per approfittarne, e chi è stato frenato, cresce. E continuerà a farlo, finché non intervenga una volontà (credibile e condivisa) di colmarla. La volontà di stare insieme alla pari. Con il disconoscimento di diritti già goduti e l’esclusione «dell’elemento indigeno» da «ogni partecipazione alla vita pubblica» (e dall’economia, se non in ruoli gregari), «si creava una colonia» scrive il magistrato e senatore Giuseppe Musio nel 1875, storico della sua Sardegna, prima annessa al Piemonte, poi italiana. Le stesse parole ritroveremo, come copiate, nei testi di tanti autori che si sono occupati della riduzione a colonia dell’ex Regno delle Due Sicilie; poi, nelle analisi sulla Germania Est oggi e, infine, su cosa rischia l’Europa mediterranea per l’uso spregiudicato del super-euro da parte dei tedeschi, con l’appoggio sempre meno convinto della Francia che, non potendo impedire alla Germania di fare, preferisce aiutarla a fare (i francesi si sentono vittime ricorrenti dell’imperialismo tedesco per le invasioni subite, ma dimenticano che le guerre napoleoniche fecero circa tre milioni di morti, di cui una parte rilevante tedeschi, quando l’Europa aveva 165 milioni di abitanti, scrive Guillaume Duval in Made in Germany. Le modèle allemand au-delà des mythes). L’accostamento fra le vicende storiche e attuali dell’Italia e della Germania, su questi temi, è obbligato: sono molto simili, perché figlie di un’idea di stato-nazione che ebbe la sua prima teorizzazione al mondo con il Risorgimento italiano e i suoi sviluppi (tanto da essere preso a esempio). Come ricordano gli storici, l’esaltazione del concetto di stato- nazione portò al nazionalismo e alle avventure coloniali, imperialiste; e poi, degenerando, al nazional-socialismo. Da noi cominciò nel 1720: la Sardegna fu ridotta a «una fattoria del Piemonte». E nacque la Questione sarda. L’isola subì tali spoliazioni, che ancora agli inizi degli anni Cinquanta del Novecento era «la meno coltivata e la più disboscata regione d’Italia» riferisce Sandro Ruju nel volume monografico della Storia d’Italia di Einaudi. Industria e ricca agricoltura specializzata del Regno delle Due Sicilie, circa un secolo e mezzo dopo, furono sacrificate allo sviluppo del Nord. E fu la Questione Meridionale. Nella Germania Est (in cui il paese riunificato, per infrastrutture e sussidi alla popolazione, ha comunque riversato una quantità impressionante di denaro), dopo la caduta del muro di Berlino, si è arrivati a “sperpero e distruzione di risorse senza confronti in tempo di pace”. E ora hanno la Questione orientale. Tanto che la Germania Est è oggi l’ex paese del blocco orientale con la peggiore economia, mentre era il primo. È anche l’unico degli ex satelliti dell’Unione Sovietica in cui proprio l’incontro con la più potente economia d’Europa ha comportato l’azzeramento sia del sistema produttivo che dell’intera classe dirigente (in nessuno degli altri è successo altrettanto). Il caso della Germania Est, porta a riflessioni nuove: la rappresentazione e la causa del ritardo degli altri “Sud”, a partire dal nostro Mezzogiorno, sono indicate nella carenza di infrastrutture e servizi (dai trasporti alla sanità, all’istruzione) di cui è dotato, invece, il resto del paese. Be’, questo non si può dire dei Länder (regioni) orientali tedeschi, eppure essi sono indiscutibilmente “Sud”. Significa che sbaglia chi pensa si risolva il problema solo dando ai territori svantaggiati le stesse condizioni di efficienza degli altri. È evidente che questo ci vuole, ma non basta, senza la volontà di essere pari. I “compiti a casa” assegnati dai paesi forti dell’Unione Europea ai più deboli, per fronteggiare la crisi economica, hanno aggravato i guai invece di risolverli (che fosse proprio questo il risultato voluto?): i “tagli” per risparmiare hanno frenato l’economia, acuito la crisi, ridotto lavoro, produzione ed entrate fiscali e accresciuto i costi per l’aumento della disoccupazione. Giusto il contrario di quanto ci si proponeva. E questo ha così tanto inasprito le tensioni fra paesi del Sud e del Nord che alcuni si domandano se abbia ancora senso restare nell’euro, la moneta comune, o nell’Unione. Generando la Questione europea. L’unificazione violenta delle economie, dalla Sardegna che diviene piemontese all’Europa di oggi (alle Due Sicilie, si fece pure guerra), ha creato divari che crescono con il tempo (alla vigilia dell’Unità, dopo circa 130 anni di governo sabaudo, in Sardegna, tolti possidenti e pensionati, i “senza professione” erano 330.000: più della metà della popolazione e quasi il doppio di quelli che ne avevano una: minatore, pastore, artigiano…). La cosa è ben più evidente nel caso della Germania Est e dell’Europa meridionalizzata. Si è ricorsi alla moneta unica, per rendere senza ritorno il ricongiungimento fra tedeschi dell’Ovest e dell’Est e la permanenza nell’Unione Europea di una Germania ormai troppo grande e ricca per lasciarla sola e incontrollata. Il marco occidentale fu equiparato a quello orientale, che valeva quattro volte e mezzo meno; poi si varò l’euro, specie per pressione della Francia, che nella moneta comune vedeva sparire il primato del marco sul franco (illusorio successo fotografato dal folgorante e citatissimo commento dello storico inglese Geoffrey Garrett: «Una Germania intera per Kohl, mezzo marco per Mitterrand»). L’unificazione monetaria dell’Europa precedeva quella politica per accelerarla, forzarla. Insomma, come far sposare al tuo erede la figlia del tuo socio: intanto si rafforza l’azienda; l’amore poi verrà… Dalla Sardegna al continente, dal Settecento al Duemila, si ripropongono fenomeni economici e sociali incredibilmente simili (cambiano solo le dimensioni): si crea un divario, poi se ne addossa la colpa a chi l’ha subito; si impedisce uno sviluppo autonomo, il che indebolisce capacità e volontà, sino all’apatia; l’emigrazione, lo svuotamento dei paesi; il risentimento, la protesta, donde le accuse di vittimismo; la rassegnazione e la rinuncia, sino alla denatalità: i giovani non si sposano e, se sì, non fanno figli. Nel caso del Mezzogiorno, nel 2012, per la terza volta in un secolo e mezzo, si è avuto un saldo demografico negativo: più i morti dei nati. Era già accaduto nel 1867, ma c’erano stati i massacri e i saccheggi compiuti dai “fratelli d’Italia” (conoscete la storia di Caino?) ed era ancora in corso la guerra civile contro i “briganti” che si opponevano a un esercito invasore. (Naturalmente la causa del crollo di popolazione al Sud non furono le stragi, i furti, «l’instaurazione di un vero e proprio regno del terrore», come fu denunciato in Parlamento a Londra, rammenta Paolo Mieli, in “I conti con la storia”, ma il fatto che i meridionali, incuriositi dall’arrivo di un esercito, si distrassero e trascurarono le loro donne: «Scusate, ma che state facendo?», «On va faire l’Italie». Poi, qualcuno deve aver detto: «Fate l’amore non fate la guerra». Un altro saldo demografico negativo si era avuto dopo la Prima guerra mondiale, nel 1918, ma in seguito alla spaventosa “influenza spagnola” (in realtà portata da soldati statunitensi) che fece 50 milioni di vittime nel mondo ed è ritenuta la più assassina pandemia della storia dell’umanità. Qualche domanda ci vuole, se gli stessi risultati, al Sud, li abbiamo avuti in seguito a vent’anni di Lega Nord e al modo in cui è stata fatta l’Unità (e pensare che nel secolo precedente, il Regno delle Due Sicilie aveva più che raddoppiato la popolazione in pochi anni; ma con una «crescita», scrive in “Borbonia felix” Renata De Lorenzo, docente di storia, «di tipo russo, orientale o balcanico», !?; mentre se a crescere è la popolazione del Centro-Nord, «è evidente il nesso tra demografia e vita civile». I meridionali non hanno ancora pagato il debito di gratitudine per il sopraggiunto metodo sabaudo, occidentale, massonico di controllo delle nascite. Erano abituati ad altri, più divertenti ma meno sicuri…. Quello che succede oggi nel nostro Sud accade contemporaneamente nella Germania Est, dove, con un sesto della popolazione, si concentra metà della disoccupazione (prima inesistente) di tutto il paese; la quantità di case vuote e sfitte a causa dell’emigrazione a Ovest è tale che, per fermare il crollo dei prezzi oltre limiti tollerabili, meno di dieci anni dopo la caduta del muro, si era già deciso di abbattere 350.000 abitazioni. Né mai, in tempo di pace, le nascite erano scese tanto fra i tedeschi dell’Est; ci fu qualcosa di paragonabile solo con la Prima guerra mondiale. C’è «una costante diminuzione della popolazione delle regioni dell’Est a partire dal momento dell’unificazione» ricordano gli economisti Nicola Coniglio, Francesco Prota e Gianfranco Viesti in Note sui processi di convergenza regionale in Germania e Spagna: si è passati da 1,52 figli a donna, a 0,77 nel 1994, il «livello più basso di sempre». Ed è dovuto soprattutto al fatto che a emigrare dai Länder orientali sono principalmente donne (55 per cento), giovani (dai 18 ai 29 anni), altamente qualificate. In una parola: il futuro. Sembra un bollettino di guerra: il vincitore si prende i beni, le donne, la gioventù e il futuro del vinto. E la chiamano Unità. Se guardiamo poi, non a un paese o due, ma a tutta l’Europa unita, osserviamo gli stessi fenomeni. Quando in Sardegna furono imposte analoghe politiche economiche egoiste e di rapina, si ebbero rivolte, proteste, tacitate con la violenza, gli stati d’assedio e condanne a morte di cui il Piemonte è sempre stato generoso. Risultati? Nell’isola non si è mai sopita una vena indipendentista che s’ingrossa nei periodi più aspri. Nell’ex Regno delle Due Sicilie si ebbe un’opposizione in armi, per circa dieci anni: fu schiacciata; e oggi affiorano, via via più forti e convinti, propositi autonomisti. Nella Germania Est rimpiangono addirittura il muro! Nell’Europa unita, i paesi più stressati da fragilità economica e instabilità politica e dall’aggressiva strategia mercantilista della Germania cominciano a pensare che se questo è stare insieme, forse meglio soli. E fanno conti per vedere se non convenga uscire dalla moneta comune. Il che si ritorcerebbe contro la stessa Germania: la sua economia è sbilanciata sulle esportazioni, che crollerebbero, perché i concorrenti, svalutando la propria moneta, abbatterebbero i prezzi, mentre i tedeschi, con un euro ancora più forte, non potrebbero fare altrettanto. L’egoismo, però, se è vero che alla lunga non paga, nell’immediato rende. La storia è maestra, insegna a sbagliare. Con la caduta del muro di Berlino, scomparvero, da un giorno all’altro, gli analisti politici più sofisticati e meglio pagati del pianeta: i sovietologi, capaci di elaborare teorie e previsioni complicatissime da segnali minimi, non visibili da occhio profano. Mentre, pure in conseguenza di quel crollo, hanno ripreso vigore i cultori di una delle più complesse dottrine politico-sociali, il meridionalismo, nato in Italia e ora importato nel Nord del continente, per cercare di capire la Germania Est di oggi e l’Europa di domani (c’è una circostanza dimenticata che accomuna terroni e tedeschi orientali: ai primi fu fatto pagare, dal Piemonte, con una tassa speciale, il costo dell’invasione subita; e solo sui tedeschi dell’Est restò l’obbligo di pagare all’Unione Sovietica i danni di guerra cui era stata condannata la Germania nazista, avendo quella occidentale versato quasi nulla. Vizietto teutonico: neanche dopo la Prima guerra mondiale i tedeschi pagarono i debiti e, pur ergendosi oggi a feroce guardiana del patto di stabilità dell’Unione Europea che impedisce di sforare di più del 3 per cento il bilancio nazionale, la Germania rifiutò di pagare la sanzione prevista, quando fu lei a farlo. Così, oggi, nel tentativo di capire la Germania dell’Est, i tedeschi studiano la nostra Questione meridionale. Ma, nonostante questo, è proprio da quanto hanno fatto, dopo l’unificazione, nelle loro regioni orientali, che i tedeschi (si intende dell’Ovest, pur se a capo del governo c’è una dell’Est) traggono il metodo per agire nell’Unione Europea. Essi «hanno cominciato a trasferire sull’Europa in crisi le “verità” conquistate durante la riunificazione» scrive il sociologo Ulrich Beck, docente alla London School of Economics, in Europa tedesca. La nuova geografia del potere. E quali erano queste verità? Che quelli dell’Ovest, i Wessis, erano più bravi in tutto e per aggiustare l’Est bisognava sostituire i connazionali orientali ai posti di comando, in ogni campo, e rimpiazzare tutto quello che era dell’Est con l’analogo dell’Ovest: la geografia come soluzione. E così si sta comportando la Germania con i paesi debitori, in Europa, non sostituendosi ai capi (non può, almeno per ora…), ma obbligandoli a politiche, regole, “compiti a casa”. Con lo stesso “atteggiamento imperiale” usato con la Germania Est. «In altre parole», riassume Beck, è quello «il modello della politica tedesca di crisi in Europa.» . Ovvero quello che creò la Questione sarda, poi la Questione meridionale, poi la Questione orientale tedesca; e oggi la Questione europea: ancora un Nord e un Sud, ma sempre più grandi. Detto questo, ricordiamoci pure che veniamo da un passato molto peggiore. La Sardegna fu il primo Sud, per la fusione con lo «stato peggio governato d’Italia» scrisse il filosofo e deputato Giovanni Battista Tuveri: nacque così «il primo rapporto tra Nord e Sud in uno stato dell’Italia moderna» aggiunse Franco Venturi; e quel che fu fatto all’isola fece scuola, divenne metodo: il modo dell’Italia di essere paese. La Questione meridionale fu l’estensione al Mezzogiorno continentale del sistema economico (e politica conseguente) che la dinastia sabauda aveva adottato con l’isola: la trattava come una colonia, a cui dava poco e da cui prendeva persino la dignità regale, perché mentre la Sardegna era un regno, gli altri stati sardi “di terraferma”, con essa prima confederati e poi “fusi”, erano solo un insieme di enti minori: il Principato del Piemonte, i Ducati di Savoia, d’Aosta, di Monferrato, di Genova (ex repubblica), parte di quello di Milano, il Marchesato di Saluzzo, i Feudi delle Langhe e del Canavese, la Signoria di Vercelli, i Contadi di Nizza e di Asti (riporto da Nuovi elementi di Geografia, del 1850, citato dal professor Francesco Cesare Casùla in Italia. Il grande inganno 1861-2011). Ma alla Sardegna non piace essere Sud (anche i sardi «hanno sofferto e soffrono di pregiudizi largamente accostabili a quelli di tutto il Sud» scrive il professor Antonino De Francesco, in La palla al piede), ritenendo di essere una cosa e una storia a parte: al più, assimilabile al Centro, per latitudine (ma trattasi di illusione ottica, perché Olbia è alla stessa altezza di Barletta e Cagliari a quella di Catanzaro); per percorsi comuni (con la Toscana e Pisa, in particolare, che a lungo signoreggiò in una larga fetta dell’isola); e anche ritenendosi, molti sardi, più simili al Nord, per la storia condivisa prima con la Liguria (Genova concorreva con Pisa nell’infeudarsi l’isola) e poi con il Piemonte; ma soprattutto per alcune “specificità” (parola a cui tengono molto) e comportamenti che li distinguono dal Mezzogiorno, in scelte di modernità (l’elevata percentuale di votanti favorevoli al divorzio; quella, molto alta, dei matrimoni civili; o la partecipazione ad attività di volontariato, superiore alla media italiana, molto superiore a quella del Sud). Ma pure nell’isola i sardi vedono un Sud e un Nord sia geografico che sociale, economico, specie per l’approdo del turismo ricco ed elitario, non soltanto in Costa Smeralda (a Olbia, sentendosi settentrionali rispetto ai cagliaritani, in qualche tornata elettorale alla Lega Nord hanno dato percentuali a due cifre); e la stessa diversità ravvisano fra il litorale e l’interno: il primo più evoluto, aperto, ricco, per via della maggiore facilità di contatti e scambi con il continente; il secondo più antico (e, nel desiderio e nell’attesa dei turisti, persino “arcaico”: e così glielo offrono, rifatto per forestieri e telecamere), custode severo dei costumi, dell’essere e del pensare isolano. Tanto che si dice “Sardegna italiana” di quella costiera, e “Sardegna sarda” di quella interna (più o meno la distinzione che c’era fra Romanìa e Barbarìa, quando l’occupazione romana dell’isola costrinse a rifugiarsi nelle più aspre zone lontano dal mare). Tutta insieme, però, la Sardegna è indubitabilmente Sud. Lo è stata molto prima e molto più del Mezzogiorno continentale, ma si è visto meno. E, per i dati economici pesanti, le infrastrutture scarse, il tipo di industrializzazione che (come a Taranto, a Gela, ad Augusta e altrove) usa l’isola, la svuota, la sporca e l’abbandona, dopo una breve illusione di uscita da un ritardo plurisecolare, la Sardegna rientra a pieno titolo nella Questione meridionale. Nel caso dell’isola, non ci fu bisogno di crearne le condizioni, ma solo di peggiorarle con un’economia da rapina che ne impedì una ripresa autonoma, anche quando la si tentò. Per il Sud continentale fu necessario prima conservare quel che c’era di storto e malfatto; poi spezzare le spighe alte e gonfie, perché il campo ne offrisse solo di basse e magre, per accusare il contadino di incapacità. È un sistema adottato da sempre (Erodoto racconta che lo consigliò Trasibulo, tiranno di Mileto, a Periandro, tiranno di Corinto), ma si fa fatica a riconoscerlo, perché viene nascosto dietro cattiva informazione e dettagli strillati che oscurano il totale. Mentre i ricchi diventano sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri (vale che si parli di persone o di paesi), la responsabilità viene pubblicamente addossata ai più poveri, ovvero a chi ha meno potere per incidere su quel che accade e non governa i mezzi di comunicazione, per raccontare un’altra verità. Che ne dite, per esempio, di “i greci sono pigri” (lavorano più di duemila ore all’anno; i tedeschi meno di 1.400); o “classi dirigenti locali”, che sono “dirigenti” solo perché eseguono (guadagnandoci, si capisce) politiche e voleri di quelle centrali? La Germania Est, per dire: caduto il muro di Berlino, lo stato fratello dell’Ovest condusse l’unificazione in modo così violento ed egoista da azzerare completamente la potenza industriale dell’Est (molta era di discutibile solidità, ma in alcuni comparti era fra le prime al mondo) e la sua economia. Il presidente del Centro Europa Ricerche, Vladimiro Giacché, in Anschluss, (Annessione), ne fa un racconto dettagliato e terribile: l’unificazione si tradusse in una razzia a opera di aziende, banche, speculatori tedesco-occidentali e stranieri (alcune imprese acquisirono quelle concorrenti dell’Est, a volte molto migliori per qualità di prodotti e gestione, solo per chiuderle); città di grande tradizione industriale cessarono di esserlo in pochi mesi; milioni di posti di lavoro (poco meno di due, solo nel primo anno) andarono distrutti; la disoccupazione (abolita per norma costituzionale nella Germania orientale) è diventata la condizione adesso più diffusa. La Germania Est è oggi un paese assistito e viene paragonato al Mezzogiorno d’Italia. Cercate di immaginare cosa successe: da un giorno all’altro vengono sostituite la moneta e tutte le regole della nostra vita, della nostra comunità, il modo di produrre, chi comanda in città, nel paese, in azienda, a scuola. Chi lo fa, ci dice che è per unificare finalmente il paese; ed è vero. Ma è lui che decide come, con quale velocità, con quali norme. Nella nostra comunità ed economia arrivano a legioni gli unificatori, qualche idealista e molti affaristi: noi dobbiamo ancora capire come ci si muove nel mondo che stanno estendendo nel nostro; loro lo sanno già: è il loro mondo che estendono; non devono imparare niente. E quando c’è un dubbio, sono loro che lo risolvono: a proprio danno? I tedeschi avevano la stessa lingua, una storia comune che si era interrotta da pochi decenni, e una moneta che aveva lo stesso nome, pur se diverso valore. Ed è successo quel che è successo: l’economia dell’Est è di fatto cancellata, i tedesco-orientali hanno un livello di vita più basso di quelli occidentali, ma nemmeno quello potrebbero mantenere senza la pioggia di sussidi con cui li si mette in condizione di comprare, comprare, comprare, però senza fare. Ora immaginate la stessa cosa in Sardegna, con una dominazione spagnola che viene sostituita da quella sabauda (non avendo in comune niente: né storia, né lingua, né economia, né moneta); e, peggio ancora, nel Regno delle Due Sicilie, dove c’era uno stato autonomo, il più grande di quelli preunitari d’Italia, una società complessa, una storia ricchissima, una cultura tanto fertile e originale che ancor oggi riempie il mondo, un’economia sofisticata, già padrona delle più avanzate tecnologie del tempo. Ma, mentre le Germanie, Est e Ovest, da quando furono separate cominciarono a contare i giorni per la riunificazione, né la Sardegna né il Regno delle Due Sicilie chiedevano di essere annessi al Piemonte. Lasciate perdere le panzane che ci propinano da un secolo e mezzo sulla patriottica attesa dell’arrivo dei garibaldini e Vittorio Emanuele. Questo lo volevano i fuoriusciti napoletani a Torino, che erano il 7,6 per cento del totale, 1500, in gran parte lombardo-veneti: quindi, un centinaio di persone. E Luigi Carlo Farini (che da dittatore a Modena, per conto dei Savoia, si era impadronito dei beni del duca spodestato), da luogotenente a Napoli, scrisse che non erano più di 100 a volere l’unificazione. Come sosteneva anche Massimo D’Azeglio, che si chiedeva se fosse giusto prendere a «archibugiate» chi non voleva diventare piemontese. Per questo ci vollero tante stragi e tanti anni di guerra per “unificare” il Sud. Lo storico Emilio Gentile, in “Né stato né nazione”, a proposito delle celebrazioni della nostra Unità, rammenta che già dal primo giubileo, nel 1911, fecero «da stridente contrappunto la deprecazione dei mali non sanati e dei guasti prodotti dall’unificazione, avvenuta senza il consenso del popolo, con la condanna della Chiesa, per effetto di fortunate combinazioni esterne e non per necessaria e valida iniziativa interna». Eppure, quando il sogno coltivato dalle due Germanie pacificamente si avvera (mi trovavo lì il giorno in cui crollò il muro: li ho visti piangere, abbracciarsi, ubriachi di felicità. E di altro…), «la riunificazione rappresenta uno shock tremendo che provoca un crollo del pil», il prodotto interno lordo, delle regioni orientali, con una «riduzione complessiva superiore a un terzo» in soli due anni, scrivono Coniglio, Prota e Viesti. Be’, al Sud ci fu pure una lunga guerra; in Sardegna anni di stati d’assedio. Ma qualcuno ancora vuol dirci che se quelle economie sprofondarono e lo spirito della gente pure, fu perché “non sono come noi, signora”. Non si danno da fare. A me l’Italia va bene unita; l’Europa mi piace priva di frontiere; il mondo è più bello senza il muro di Berlino; la Cina meglio avercela concorrente commerciale che nemico nucleare. Ma le cose vanno raccontate per come sono, per come furono. Il raffronto fra quel che accadde in Sardegna con la Fusione Perfetta (in pratica, l’annessione al Piemonte), nel Regno delle Due Sicilie con la conquista da parte dei Savoia, e nella Germania Est con l’unificazione a quella Ovest, è impressionante: sistemi che si ripetono per sottrarre valore e capitali umani (costringendo i migliori all’emigrazione interna; o persino per eliminazione fisica, nel caso dell’ex Regno delle Due Sicilie); selezione della classe dirigente secondo la disponibilità ad adeguarsi al nuovo potere e servirlo, mortificando e rimuovendo chi non si adatta, con epurazioni feroci (nella Germania Est non si è arrivati alle fucilazioni, come da noi, ma qualcuno si è suicidato, altri hanno abbandonato il paese), per disabituare a decidere e dirigere e indurre all’obbedienza (grandi capi d’industria tedeschi orientali sono stati ridotti a direttori di filiali che attendono ordini da eseguire). In breve, detto con le parole di analisti tedeschi e stranieri: oggi, la Germania Est è una “colonia interna” di quella dell’Ovest, come il Mezzogiorno per l’Italia, la Sardegna per il Piemonte preunitario. Lo stesso presidente dell’Autorità cui fu affidata la liquidazione dell’economia dell’Est, la Treuhandanstalt, ammise a posteriori che «alcune imprese tedesco-occidentali si comportarono come ufficiali di un esercito coloniale». Con una differenza: l’Ovest (pur se a beneficio quasi esclusivo delle proprie imprese) ha investito nell’Est per realizzare infrastrutture, migliorare le condizioni abitative, dotare di un reddito sociale, servizi e assistenza i cittadini rimasti senza lavoro. In questo senso, la Germania ha fatto quel che in 150 anni l’Italia non ha fatto al Sud e il Piemonte e l’Italia non hanno fatto in Sardegna in tre secoli. «Un risultato sicuramente positivo nel processo di transizione della Germania orientale» avvertono Coniglio, Prota e Viesti nel loro studio «è la convergenza nella qualità della vita, nei consumi, come negli stili di vita. Inoltre, le regioni dell’Est dispongono di infrastrutture moderne, di un capitale umano di elevata qualità (in parte eredità della ex Repubblica democratica tedesca), di un sistema legale efficiente ed efficace». Dopo lo shock e il crollo per la riunificazione, il prodotto «pro capite della parte Est del paese passa dal 49 per cento del livello della Germania occidentale, nel 1991, al 67 per cento del 1996. Poiché molti dei trasferimenti provenienti dall’Ovest sono destinati a sostenere il consumo, il reddito disponibile pro capite raggiunge un livello notevolmente più alto, pari all’81-83 per cento». E questo divario fra quanto si produce e quanto si spende misura il grado di dipendenza dell’Est dall’Ovest, la sudditanza (sono io che ho in mano la qualità della tua vita… ): gli togli la possibilità (e, alla lunga, forse la capacità) di far da soli, meglio o peggio, si vedrà, gli togli quello che ha già, poi gli dai qualcosa, perché sia un buon consumatore, e deve dirti grazie. Il giorno in cui non conviene più farlo, perché c’è la crisi, perché ho ampliato i miei mercati e tu divieni meno importante (come gli ultimi vent’anni di governi italiani di rapina al Sud?), ti accuso di vivere alle mie spalle e ti tolgo quello che hai di più senza produrlo. Si tratta, secondo una descrizione del sociologo Jack Goody adattabilissima a queste vicende, di «rapporti di potere iniqui», che si trasformano «in uno scambio forzato, come in alcuni contesti coloniali o di conquista, nei quali un esercito invasore (e non sempre son necessarie le armi) prende ciò che vuole e lascia in cambio oggetti (o condizioni) dal valore irrisorio» (o molto precario). Torniamo all’essenziale: quello che crea parità è la volontà di raggiungerla e rispettarla. Il resto può persino trarre in inganno: la Germania Est è stata dotata di tutte le infrastrutture e i servizi la cui mancanza è ritenuta causa vera del ritardo nel Sud d’Italia, della Questione meridionale, eppure a 20 anni dal crollo del muro di Berlino è stato calcolato che per la vera “convergenza” (il termine con cui si dice che Est e Ovest saranno davvero alla pari) ce ne vorranno almeno altri 30. Ma la stima è considerata troppo ottimistica, perché secondo altre ricerche ci vorrà un secolo; mentre per la più importante rivista economica della Germania, l’edizione tedesca del «Financial Times», se non cambieranno le condizioni, bisognerà aspettare 320 anni! (La Sardegna passò sotto le cure di Torino e poi di Roma 290 anni fa.). Ma tu guarda quanto sono diventati “pigri” i tedeschi dell’Est e incapaci le loro “classi dirigenti coloniali”…. Pardon: “locali”……
di PINO APRILE
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Il monologo del Generale Donatelli Carmine Crocco

Giudicarci … Vorreste giudicarci,
liquidarci come volgari ladri ed assassini?
Come avremmo potuto sopravvivere nel fitto delle boscaglie,                                          nei ricoveri improvvisati delle notti d’inverno,
braccati come lupi, sempre in fuga
da una sorte segnata, alla disperata
ricerca di una terra di sole!
Stranieri nei nostri paesi, oltraggiati
dalla storia e dal tempo, sembrava
giunto il momento del riscatto…
Fatale illusione… Con me uomini
e donne che non vollero piegare la
fronte dinanzi al sopruso, gelosi di
usanze e costumi, uomini che non
vollero vendere l’onore di mogli e
giovani figlie; molti costretti alla
macchia per accuse false, vittime
d’odio, e anche soldati di un re,
spodestato e deriso.
Un grappolo di uomini che divenne un esercito.
E intorno a noi il timore e la
complicità di un popolo.
Quel popolo che disprezzato da regi
funzionari ed infidi piemontesi
sentiva forte sulla pelle che a noi era
negato ogni diritto, anche la dignità di
uomini. Dignità negata a loro, popolo dei cafoni.
E chi poteva vendicarli se non noi,
accomunati dallo stesso destino.
Cafoni anche noi, non più disposti a
chinare il capo. Calpestati, come
l’erba dagli zoccoli dei cavalli,
calpestati ci vendicammo.
E contro di noi in questa sporca
guerra un’infinità di uomini armati.
Nei nostri villaggi, saccheggi, incendi,
rapine. Per noi un solo
destino – briganti o emigranti.
Molti, molti si illusero di poterci
usare per le rivoluzioni.
Le loro rivoluzioni.
Ma libertà non è cambiare padrone!                                                                                       
Non è parola vana ed astratta.
È dire, senza timore, “è mio” e
sentire forte il possesso di qualcosa,
a cominciare dall’anima.
È vivere di ciò che si ama.
Vento forte ed impetuoso in ogni
generazione rinasce.
Così è stato, così sempre sarà.

DCC
Nel giro di pochi anni, da umile bracciante divenne comandante di un esercito di duemila uomini, e la consistenza della sua armata fece della Basilicata uno dei principali epicentri del brigantaggio post-unitario nel Mezzogiorno continentale. Dapprima militare borbonico, disertò e si diede alla macchia. In seguito, combatté nelle file di Giuseppe Garibaldi, poi per la reazione legittimista borbonica e infine per sé stesso, distinguendosi da altri briganti del periodo per chiara e ordinata tattica bellica e imprevedibili azioni di guerriglia, qualità che vennero esaltate dagli stessi militari sabaudi.
Alto 1,75 m, dotato di un fisico robusto e un’intelligenza non comune,fu uno dei più temuti e ricercati fuorilegge del periodo post-unitario, guadagnandosi appellativi come “Generale dei Briganti”, “Generalissimo”, “Napoleone dei Briganti”, e su di lui pendeva una taglia di 20.000 lire.
Arrestato nel 1864 dalla gendarmeria dello stato pontificio, ove aveva tentato di trovar riparo, venne processato nel 1870 da un tribunale italiano. Fu condannato a morte e poi all’ergastolo nel carcere di Portoferraio. Durante la detenzione, scrisse le sue memorie, che fecero il giro del regno e divennero oggetto di dibattito per sociologi e linguisti. Benché una parte della storiografia dell’Ottocento e inizi del Novecento lo considerasse principalmente un ladro e un assassino, a partire dalla seconda metà del Novecento iniziò ad essere rivalutato come un eroe popolare, in particolar modo da diversi autori della tesi revisionista.
Durante la detenzione, il brigante iniziò la stesura della sua autobiografia, realizzata in due manoscritti (in realtà furono tre, ma uno di essi, in possesso del professor Penta, venne da questi smarrito). Il più noto è quello elaborato con l’ausilio di Eugenio Massa, un capitano del regio esercito, interessato a farsi raccontare gli avvenimenti di cui era stato protagonista.
Massa, che riconobbe le sue brillanti capacità di leader e pubblicò il racconto di Crocco, allegando l’interrogatorio di Caruso, in un libro denominato Gli ultimi briganti della Basilicata: Carmine Donatelli Crocco e Giuseppe Caruso (1903). L’opera fu ripubblicata più volte nel dopoguerra da diversi autori quali Tommaso Pedio (Manduria, Lacaita, 1963), Mario Proto (Manduria, Lacaita, 1994) e Valentino Romano (Bari, Adda, 1997). L’altra versione autobiografica, che non subì alcuna revisione linguistica, venne pubblicata dall’antropologo Francesco Cascella nell’opera Il brigantaggio: ricerche sociologiche ed antropologiche (1907), con la prefazione di Cesare Lombroso.
Come già accennato, le memorie di Crocco trascritte con il capitano Massa sono tuttora oggetto di dibattito e sono stati avanzati dubbi sull’autenticità dei suoi scritti. Secondo Tommaso Pedio, alcuni episodi raccontati non rispondono al vero o non vengono fedelmente ricostruiti, Benedetto Croce ritenne che le memorie fossero «bugiarde».
Del Zio considerò il brigante quale autore del documento, data «la narrativa, la conoscenza esatta di persone, luoghi, paesi, campagne, e le iniziali di molti nominati», ma definì poco veritiera la storia raccontata; per costui, infatti, Crocco «mentisce in molti punti, esagera in altri, occulta quasi sempre e costantemente le sue brutalità, le sue lordure». Indro Montanelli dichiarò che si tratta di un componimento «viziato dall’enfasi e dalle reticenze, ma non privo di spunti descrittivamente efficaci sulla vita dei briganti, e abbastanza sincero».

 

Una Storia matrigna

Nonostante fosse a conoscenza delle misere condizioni dei contadini, il governo post-unitario non fece niente per alleviarle, ma anzi le esasperò, attraverso l’aumento delle tasse, l’introduzione della leva obbligatoria, la vendita dei beni ecclesiastici e la divisione di alcuni terreni demaniali che favorirono i grandi proprietari, e soprattutto mediante la messa in campo di un vero e proprio apparato repressivo, con la proclamazione dello stato d’assedio. «Nella seconda metà del 1862, i comandi militari trasformarono lo stato d’assedio in un complesso di misure eccezionali, che colpivano, soprattutto, gli strati contadini e i manutengoli borghesi che avevano appoggiato i briganti. Si procedette, direttamente, in tutte le province ad arresti in massa di supposti fautori dei briganti oppure si affidarono i colpevoli alle autorità politiche. Erano i possidenti meridionali e la borghesia agraria ad insistere perché si ricorresse alla “persecuzione incessante”» . E persecuzione fu: la Legge “Pica” del 1863 istituì infatti i tribunali militari – operanti fino al 1865 – e le giunte provinciali per l’invio a domicilio coatto. Gli effetti di tale provvedimento furono deleteri, perché i soldati «ebbero carta bianca, le fucilazioni, anche di vecchi, donne e bambini divennero cosa ordinaria o non straordinaria». Solo in quel periodo furono denunciate 10.666 persone, di cui 2.118 condannate per brigantaggio, 6.739 assolte e 123 decedute in carcere. Dati che fanno immaginare come un qualsiasi pretesto potesse diventare motivo di arresto, addirittura venivano segnalati semplici indizi o oggetti che potevano ricondurre ad azioni antigovernative.

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Onesto è colui che cambia il proprio pensiero per accordarlo alla verità. Disonesto è colui che cambia la verità per accordarla al proprio pensiero. (detto Arabo)