IL REAL MUSEO MINERALOGICO

Tra le aule e i cortili dell’Università Federico II di Napoli, si nasconde un tesoro a molti sconosciuto, spesso anche agli stessi studenti che affollano i piani dell’edificio di Via Mezzocannone 8. Voluto nel 1801, per volontà del sovrano illuminato Ferdinando IV di Borbone, il Real Museo è il primo museo del suo genere ad essere stato istuito, non sono in Italia, ma nel mondo. Il sovrano voleva dar vita ad un centro di interesse scientifico, un luogo dove favorire scambi culturali, in cui illustrare i risultati di campagne di ricerca finalizzate allo sfruttamento delle risorse minerarie. Gli stessi minerali presenti nel museo sono frutto di spedizioni volute dallo stesso sovrano, che già nel 1789 inviò sei ricercatori in altrettanti distretti minerari europei per la raccolta, la quale si arricchì poi nel corso del tempo, grazie anche a numerose donazioni.
Numerosi importanti studiosi vi hanno operato, fra questi Matteo Tondi, Carminantonio Lippi, Arcangelo Scacchi e Ferruccio Zambonini. Non bisogna dimenticare che il re incaricò ad organizzare il museo a Giuseppe Melograni, professore della cattedra di mineralogia all’ateneo partenopeo. Nel 1845, il Museo ospitò il VII Congresso degli Scienziati Italiani, che vide la partecipazione di ben 1611 scienziati.
Il Museo conserva circa 30.000 campioni, tra i quali alcuni molto rari per dimensioni o bellezza. All’ingresso del museo vi è la collezione dei Grandi Cristalli, per le eccezionali dimensioni e grandezza che vi sono ospitati, tra essi spiccano una coppia di cristalli di quarzo provenienti dal Madagascar e dal peso di circa 482 kg, tra i più grandi al mondo nel loro genere.
Ma il grosso della collezione mineraria è ospitato nella monumentale Biblioteca del Collegio dei Gesuiti, dove più di 6000 minerali provenienti da tutto il mondo sono stati catalogati in 38 vetrine verticali e 18 bacheche orizzontali.
La sala successiva, infine, ospita un’apposita collezione di minerali provenienti dall’area vesuviana tra cui anche diverse “bombe vulcaniche”, sparate dal Vesuvio durante le diverse eruzioni.
Una nota merita anche il cosiddetto “Medagliere”, il quale raccoglie delle vere e proprie medaglie, la cui particolarità è quella di essere state coniate utilizzando la lava appena emessa dal Vesuvio durante le eruzioni o prelevata dal lago di lava all’interno del cratere, fino al 1944. Entrare nel salone monumentale, che occupa gli splendidi ambienti dell’antica Biblioteca del Collegio Massimo dei Gesuiti, provocherà un immediato moto di meraviglia. Nella Collezione dei Meteoriti è esposto anche un frammento di siderite di sette chili e mezzo, rinvenuto nel 1784 a Toluca (Messico). Affascinanti e singolari alcuni cammei tipici dell’artigianato napoletano intagliati su pietra lavica, e le medaglie coniate con la lava del Vesuvio, fra cui risaltano quelle del 1805 riproducenti i profili di Ferdinando IV e Maria Carolina (sorella di Maria Antonietta). È inoltre esposta una testa di satiro in marmo bianco di Carrara, scolpita da Antonio Canova, dalla cui bocca spunta come una zanna un cristallo di quarzo. Questa meraviglia, testimonia il ruolo fondamentale della città di Napoli nella promozione della scienza e della cultura nel mondo. Una meraviglia imperdibile.

COLPEVOLI di ESSERE NATI a SUD!

L’invasione piemontese del pacifico Stato delle Due Sicilie fu ben più di una semplice sconfitta militare e si può affermare che essa ha tanto inciso sulla nostra vita sociale ed economica che ancora oggi viviamo nell’atmosfera creata da quell’evento, dal quale sono nati tutti i nostri mali presenti. Gli effetti di una sconfitta militare, infatti, per quanto terribili, col tempo vengono sanati se il territorio e la popolazione non vengono annessi a quelli del vincitore. Per le Due Sicilie, invece, a causa della particolare posizione geografica, senza soluzione di continuità territoriale con il resto della penisola italiana, l’annessione ha prodotto effetti così devastanti che la coscienza del popolo stesso ne è stata alterata. La storia più che millenaria del Sud, ricca di immense glorie e di immani tragedie, prima dell’occupazione piemontese era stata la storia di un popolo che non aveva mai perso, nel bene e nel male, la propria identità nazionale. E’ stata, dunque, questa perdita, causata dalla forzata unione con gli altri popoli della penisola; il più grave danno inferto al Popolo Duosiciliano. Il Regno delle Due Sicilie proprio nel 1860 si stava trasformando in un grande Stato moderno. C’erano tutte le premesse, perché allora era una tra le più progredite nazioni d’Europa, ma la delittuosa opera delle sette che governavano la Francia e l’Inghilterra e la sete di conquista savoiarda ne distrussero i beni e le tradizioni, compiendo un vero e proprio genocidio umano e spirituale. Come fu precisato da Lemkin, che definì per primo il concetto di genocidio, esso “non significa necessariamente la distruzione immediata di una nazione…. esso intende designare un piano coordinato di differenti azioni miranti a distruggere i fondamenti essenziali della vita dei gruppi nazionali…… Obiettivi di un piano siffatto sarebbero la disintegrazione delle istituzioni politiche e sociali della cultura, della lingua, dei sentimenti nazionali della religione e della vita economica dei gruppi nazionali e la distruzione della sicurezza personale, della libertà, della salute, della dignità e persino delle vite degli individui… non a causa delle loro qualità individuali ma in quanto membri del gruppo nazionale”. Si dice, inoltre, che vi sono due metodi per cancellare l’identità di un popolo: il primo, quello di distruggere la sua memoria storica; il secondo, quello di sradicarlo dalla propria terra per mischiarlo con altre etnie. Noi Duosiciliani abbiamo subito entrambi i soprusi, ma fortunatamente, per la nostra storia di quasi tremila anni, il nostro inconscio collettivo ci ha salvati in parte dalla distruzione della nostra identità nazionale. La principale causa del crollo delle Due Sicilie va, senza dubbio, inquadrata nel marciume generato dalla corruzione massonica. Esso era dappertutto: nelle articolazioni statali, nell’esercito, nella magistratura, nell’alto clero (fatta salva gran parte dell’episcopato), nella corte del Re, vera tana di serpenti velenosi. Infatti, come ha esattamente analizzato Eduardo Spagnuolo: “addebitare ai piemontesi le colpe del nostro disastro e’ vero solo in parte e contrasta anche con i documenti dell’epoca. La responsabilità della perdita della nostra indipendenza e della nostra rovina è per intero della classe dirigente duosiciliana, che si fece corrompere in ogni senso. Non a caso le bande guerrigliere più motivate, come quella del generale Crocco e del sergente Romano, si muovevano per colpire, innanzitutto, i collaborazionisti e gli ascari delle guardie nazionali”. L’opposizione armata, tuttavia, fu soltanto un aspetto della più vasta resistenza all’invasione piemontese, perché la resistenza si sviluppò per anni in modo civile. Numerose furono le proteste della magistratura e dei militari, le resistenze passive dei dipendenti pubblici e i rifiuti della classe colta a partecipare alle cariche pubbliche. Moltissime le manifestazioni di malcontento della popolazione, soprattutto nell’astensione alla partecipazione ai suffragi elettorali, e la diffusione, ad ogni livello, della stampa legittimista clandestina contro l’occupazione piemontese. Mai, nella sua storia, lo Stato delle Due Sicilie aveva subito una così atroce invasione. Quante ricchezze, inoltre, furono distrutte insensatamente, che avrebbero potuto fare veramente grande l’Italia. L’economia dell’Italia meridionale, poi, ebbe un crollo verticale non solo perchè il centro propulsore fu spostato al Nord, che ne venne privilegiato, ma anche perché la concezione dogmatica del liberoscambismo imposto dal Piemonte, impedì in seguito di porvi dei ripari. Il miope colonialismo dei piemontesi, come poi si rivelò l’occupazione dei “liberatori”, divenne una vera e propria tragedia, che dura ancora ai nostri giorni e che solo il conciliante e forte temperamento della gente del Sud ha impedito che divenisse una catastrofe irreversibile. Gli abitanti delle Due Sicilie furono usati, prima come carne da cannone per le altre guerre coloniali dei Savoia, poi come mercato per i prodotti delle industrie del Nord e come serbatoio di voti per quei ciechi politici meridionali, spesso solo servi sciocchi delle lobby del cosiddetto “triangolo industriale”. La classe dirigente meridionale, inoltre, allo scopo di conservare piccoli vantaggi domestici, ha fiancheggiato sempre tutti i governi che si sono avvicendati in Italia dall’inizio dell’occupazione, governi che pur definendosi “italiani”, hanno curato solo e sempre gli interessi di alcuni, i quali per questo mantengono eterna la ” questione meridionale “. Il Popolo delle Due Sicilie, in tutta la sua lunghissima storia, non ha mai fatto una guerra d’aggressione contro altre genti. Ha dovuto, invece, sempre difendersi dalle aggressioni degli altri popoli, che lo hanno assalito con le armi o con le menzogne. Ancora oggi dal Nord dell’Italia, per una congenita ignoranza, alimentata continuamente dalla propaganda risorgimentale avallata dallo Stato “italiano”, siamo ancora puerilmente aggrediti con violenze verbali, con luoghi comuni sui “meridionali”. Nella considerazione di tutti gli avvenimenti succedutisi dopo il 1860 fino ad oggi si può senza dubbio affermare che proprio a causa di quel violento movimento nato nel Nord, il cosiddetto “risorgimento”, si originò un processo autodistruttivo, che, passando attraverso continue guerre, per lo più suggestivamente etichettate, culminò nel fascismo, che, con la sua fine, ridusse a una sciatta repubblica tutta la penisola italiana, così ricca di valori prima del “risorgimento”. I Duosiciliani veraci, tuttavia, sanno di far parte di un paesaggio unico e inconfondibile, sanno che il loro animo immutabile e viscerale, proprio per questo, dovunque si troveranno, si porteranno sempre dietro questa loro contraddizione: quella di essere diventati forzatamente “italiani”.

GLI ZAMPOGNARI L’EMBLEMA DELLE DUE SICILIE

Lo zampognaro è il suonatore di zampogna, un’antico strumento a fiato diffuso nell’Italia centro-meridionale, in pratica in tutto il territorio appartenuto al Regno delle Due Sicilie. La zampogna, da non confondere con la cornamusa diffusa nel nord Italia e in altre regioni europee, è uno strumento tradizionale caratterizzato dalla presenza di più canne sonore. Insieme alla zampogna suona la ciaramella uno strumento a fiato ad ancia doppia che puo’ considerarsi un antenato dell’oboe.
Le regioni dove è presente la zampogna sono: Lazio (province di Frosinone e Latina), Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia.
Comunemente con il termine di zampognari si definiscono quei musicisti o figuranti che con l’arrivo del Natale (in particolare durante il periodo della Novena dell’Immacolata Concezione e del Natale), percorrono le vie cittadine, in abiti tipici, suonando motivi natalizi tradizionali, quali ad esempio Tu scendi dalle stelle di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori. Generalmente gli zampognari suonano in coppia, uno la zampogna vera e propria ed un altro la ciaramella, si tratta di pastori o contadini che si trasferiscono temporaneamente in città per il periodo natalizio. Sono secoli che con l’approssimarsi del Natale, gli zampognari, lasciano i loro paeselli e si recano a portare il messaggio musicale della natività in tutta Italia, e spesso anche all’estero. In termini culturali sono un patrimonio di tradizione millenaria altrove introvabile e si può facilmente intuire che forse sarebbe opportuno non pensare ad essa solo a Natale.
La “coppia” di zampognari rappresenta anche una presenza fissa del presepe e in particolare del presepe napoletano, dove generalmente trova posto nelle immediate vicinanze della “capanna” o “grotta” della Sacra Famiglia. Per il popolo meridionale, zampogna e zampognaro sono l’immagine stessa del Natale, così come il presepe, ci fanno rivivere l’autentico Natale della tradizione, che altrimenti non avrebbe il medesimo sapore, ed è la zampogna che da sola ci fa provare certe sensazioni che altrimenti non percepiremmo più.
Se è vero che la zampogna nei grandi centri urbani si usa solo nel periodo natalizio, in ambito rurale/pastorale questa accompagna tutti gli accadimenti dell’anno. Oggi l’impiego della zampogna e degli zampognari in ambito rurale (processioni, rituali, feste e balli) è praticato in Campania (provincia di Salerno), Basilicata, Calabria, Sicilia (provincia di Messina) Abruzzo.
È importante ricordare come, in seguito alla migrazione dal sud verso l’industriale nord, oggi in grandi città come Milano si trovano zampognari (di diverse provenienze) che mantengono viva la tradizione sia esecutiva, sia costruttiva. Quindi la zampogna e soprattutto l’arte del suonarla corrisponde ad un ricco patrimonio di tradizioni, storia ed è parte essenziale di una cultura storica meridionale che non deve andare perduta, bisogna tramandare questa cultura mediante la conoscenza alle future generazioni, non possiamo perdere la nostra identità di popolo!
La presenza della zampogna – come tale – in altre regioni d’Italia è dovuta alla passione di alcuni musicisti di altre regioni che l’hanno fatta propria, ma non è espressione di tipicità ne di tradizione.
“I pifferari scendono dalle selvagge montagne degli Abruzzi per suonare i loro rustici strumenti dinnanzi alle immagini della Madonna. Vestono un’ampia cappa di panno scuro e portano il cappello a punta come i briganti”. Così Hector Berlioz, nel 1832, ci rappresenta gli zampognari dai quali apprese, l’aria che poi volle inserire, secondo il gusto dell’epoca, come Sérénade d’un Montagnard des Abruzzes à sa maîtresse, nell’Aroldo in Italia. La letteratura romantica ha costruito l’immagine dello zampognaro vagabondo, musico di piazza, metà pastore, metà mendicante, secondo uno stereotipo consolidato che ancora resiste.

SEGRETI ed OMISSIONI sulla PAGINA PIÙ BUIA della STORIA italiana!

La pagina più nera della storia d’Italia é ancora celata, coperta dal segreto della vergogna da oltre 160 anni, per quegli avvenimenti che condannarono a morte 5.212 persone, con più di 500.000 persone arrestate. Per la maggior parte furono stipati nelle navi peggio degli animali (anche se molti percorsero a piedi l’intero tragitto), fatti sbarcare a Genova, da dove, attraversando laceri ed affamati la via Assarotti, venivano smistati in vari campi di concentramento istituiti a Fenestrelle, S. Maurizio Canavese, Alessandria, nel forte di S. Benigno in Genova, Milano, Bergamo, Forte di Priamar presso Savona, Parma, Modena, Bologna, Ascoli Piceno ed altre località del Nord. Una storia taciuta, insabbiata, distorta. E tale sarebbe rimasta se negli anni la tenacia di ricercatori instancabili, alieni da qualsivoglia logica politica, decisero di far conoscere vicende sepolte sotto la densa polvere del tempo, e la coltre della vergogna. E’ venuta fuori così un’altra storia, diversa, inedita, sorprendente: la prima pulizia etnica dell’età moderna. Deportazioni, facile reclusione, persecuzione alla Chiesa cattolica, profanazioni dei templi, fucilazioni di massa, stupri, perfino bambine (figlie di “briganti”) costretti ai ferri carcerari e ben 62 paesi furono rasi al suolo!
Una pagina che non si vuole scrivere è quella relativa alle carceri in cui furono rinchiusi i soldati “vinti”. Il governo piemontese dovette affrontare il problema dei prigionieri, e di 1700 ufficiali dell’esercito borbonico.
Il Risorgimento è stato sempre visto e narrato come ha voluto la parte vincitrice: questa dei buoni, l’altra, la perdente, dei cattivi. Ma c’è un altro Risorgimento fatto di lutti, di sangue, di fango, dolore, crudeltà, ferocia. Non vi si sottrassero i piemontesi e neanche i meridionali. Fu il tempo dei briganti: banditi o guerriglieri? Combattenti di una rivolta contadina, partigiani ante litteram, movimento di liberazione contro l’invasore o banditi spinti da generici impulsi delinquenziali?
Nel 1860, alla caduta del regno borbonico, sconfitto dall’esercito di volontari garibaldini, il Meridione veniva annesso agli altri stati già sotto il dominio di Casa Savoia e si presentò all’appuntamento unitario in condizioni di grande squilibrio sociale. La distribuzione della ricchezza, che traeva la sua unica fonte dalla produzione agricola, era iniquamente spartita tra un ristrettissimo numero di latifondisti, mentre la massa dei braccianti agricoli era ridotta alla fame. I borbone erano caduti anche per l’iniziativa garibaldina di tipo rivoluzionario che aveva alimentato nelle masse meridionali concrete speranze di un radicale rinnovamento della società, ma il nuovo governo che nel 1861 prese le redini del potere era l’espressione della borghesia, quella Destra storica che affrontò la questione meridionale con un patto di alleanza tra i ricchi possidenti del nord e proprietari terrieri del sud, eludendo la promessa garibaldina della tanto agognata riforma agraria che doveva destinare la terra ai contadini. Le strutture economiche e sociali rimasero immutate, le condizioni per i più deboli finirono addirittura per peggiorare. Questo è il motivo per cui i briganti godevano dell’incondizionata simpatia delle masse rurali che li identificavano alla stregua di veri e propri eroi, paladini di una giustizia che prendeva la spada contro i soprusi dei ricchi e contro le autoritarie imposizioni del nuovo padrone: il Regno d’Italia.
Fin dai primi mesi del 1860 il fenomeno del brigantaggio assunse dimensioni dilaganti e costrinse i Piemontesi a portare il numero dei soldati impiegati nel Sud dagli iniziali 22.000 a un contingente di 50.000 nei 1861, aumentato a 105.000 l’anno successivo fino a raggiungere il numero di 120.000 uomini nel 1863. La lotta armata fra briganti meridionali e truppe dell’esercito regolare in cinque anni fece un’ecatombe di vittime, assumendo le proporzioni di una guerra civile. Si calcola che fra il 1861 e il 1865 rimasero uccisi in combattimento, o passati per le armi, 5.212 briganti e che ne siano stati tratti in arresto 5.044. Occorsero misure severissime per stroncare definitivamente il brigantaggio: venne proclamato lo stato d’assedio, con rastrellamenti di renitenti alla leva, di sospetti, di evasi e pregiudicati. Le rappresaglie furono atroci e sanguinose da entrambe le parti. Spesso le masse furono coinvolte loro malgrado negli scontri, pagando con la distruzione di interi villaggi, con le fucilazioni senza processo di centinaia di contadini ritenuti fiancheggiatori dei briganti. Vicende che si ripeteranno nel corso della storia della Resistenza fino al Vietnam. Per crimini così aberranti, la verità storica è riuscita a emergere ed ha fatto sapere come effettivamente sono andate le cose. Gli accadimenti della nostra storia post-unitaria sono stati, invece, artatamente occultati, nascosti, sepolti sotto una spessa coltre di oblio, quasi cancellati. Nessuno realmente conosce, la triste sorte riservata a migliaia e migliaia di meridionali rinchiusi nel campi di concentramento del nord Italia dopo il dissolvimento dello stato borbonico e l’avvento dei Piemontesi nel Sud. Eppure in tanti sono morti fra gli stenti, le privazioni, i maltrattamenti, le esecuzioni sommarie, nei lager allestiti dai Savoia che, sicuramente, assai poco diversi dovevano essere da quelli approntati, meno di un secolo dopo, dagli aguzzini nazisti.
Una storiografia di parte, scorretta e compiacente, che si è impegnata, per tanti lunghi interminabili decenni, a tenere nascosta una verità scomoda. In quei luoghi, veri e propri lager, ma istituiti per un trattamento di “correzione ed idoneità al servizio”, i prigionieri, appena coperti da cenci di tela, potevano mangiare una sozza brodaglia con un po’ di pane nero raffermo, subendo dei trattamenti veramente bestiali, ogni tipo di nefandezze fisiche e morali. Per oltre dieci anni, tutti quelli che venivano catturati, oltre 40.000, furono fatti deliberatamente morire a migliaia per fame, stenti, maltrattamenti e malattie. Quelli deportati a Fenestrelle, una fortezza situata a quasi duemila metri di altezza, sulle montagne piemontesi, ufficiali, sottufficiali e soldati borbonici che non vollero finire il servizio militare obbligatorio nell’esercito sabaudo, tutti quelli che si dichiararono apertamente fedeli al Re Francesco II, quelli che giurarono aperta resistenza ai piemontesi, subirono il trattamento più feroce. Le persone imprigionate non sapevano nemmeno di cosa fossero accusati e non erano nemmeno registrati, sicché solo dopo molti anni venivano processati e condannati senza alcuna spiegazione logica. Furono vilmente imprigionati la maggior parte di quei valorosi soldati che, in esecuzione degli accordi intervenuti dopo la resa di Gaeta, dovevano invece essere lasciati liberi alla fine delle ostilità.
Dopo sei mesi di eroica resistenza dovettero subire un trattamento infame che incominciò subito dopo essere stati disarmati, venendo derubati di tutto e vigliaccamente insultati dalle truppe piemontesi. Pochissimi riuscirono a sopravvivere: la vita in quelle condizioni, anche per le gelide temperature che dovevano sopportare senza alcun riparo, non superava i tre mesi. Non era più gradevole il campo impiantato nelle “lande di San Martino” presso Torino per la “rieducazione” dei militari sbandati, rieducazione che procedeva con metodi di inaudita crudeltà. Così, in questi luoghi terribili, i fratelli “liberati”, maceri, cenciosi, affamati, affaticati, venivano rieducati e tormentati dai fratelli “liberatori”. Altre migliaia di “liberati” venivano confinati nelle isole, a Gorgonia, Capraia, Giglio, all’Elba, Ponza, in Sardegna, nella Maremma malarica. Tutte le atrocità che si susseguirono per anni sono documentate negli Atti Parlamentari, nelle relazioni delle Commissioni d’Inchiesta sul Brigantaggio, nei vari carteggi parlamentari dell’epoca e negli Archivi di Stato dei capoluoghi dove si svolsero i fatti. Francesco Proto Carafa, duca di Maddaloni, sosteneva in Parlamento: “Ma che dico di un governo che strappa dal seno delle famiglie tanti vecchi generali, tanti onorati ufficiali solo per il sospetto che nutrissero amore per il loro Re sventurato, e rilegagli a vivere nelle fortezze di Alessandria ed in altre inospitali terre del Piemonte… Sono essi trattati peggio che i galeotti. Perché il governo piemontese abbia a spiegar loro tanto lusso di crudeltà? Perché abbia a torturare con la fame e con l’inerzia e la prigione uomini nati in Italia come noi?”.
Ma della mozione presentata non fu autorizzata la pubblicazione negli Atti Parlamentari, vietandosene la discussione in aula! Il 19 novembre 1861 il generale Manfredo Fanti inviava un dispaccio al Conte di Cavour chiedendo di noleggiare all’estero dei vapori per trasportare a Genova 40.000 prigionieri di guerra. Cavour così scriveva al luogotenente Farini due giorni dopo: “Ho pregato La Marmora di visitare lui stesso i prigionieri napoletani che sono a Milano”, ammettendo, in tal modo, l’esistenza di un altro campo di prigionia situato nel capoluogo lombardo per ospitare soldati napoletani.
Questi uomini del Sud finirono i loro giorni in terra straniera ed ostile, con il commosso ricordo e la struggente nostalgia della Patria lontana, non dimentichiamo che molti di loro non erano che ragazzi.
Questa è stata l’unità, fatta con la politica della criminalizzazione del dissenso, con il rifiuto di ammettere l’esistenza di valori diversi dai propri, il rifiuto di negare ai “liberati” di credere ancora nei valori in cui avevano creduto. I combattenti delle Due Sicilie, i soldati dell’ex esercito borbonico ed i tanti civili detenuti nei “lager dei Savoia”, uomini in gran parte anonimi per la pallida memoria che ne è giunta fino a noi, vissero un eroismo fatto di gesti concreti, adempiendo fedelmente al proprio compito fino in fondo, opponendosi ai sovvertitori, con la libertà interiore di chi non si lascia asservire!

Tutto ciò che era Pubblico doveva essere abolito e così fù per le scuole!

Nel 1734 il Sud divenne uno stato autonomo grazie a Carlo III di Borbone che, avendo in dote 28 milioni di ducati, pensò bene ricomporre lo Stato attraverso la cultura. Nacque così il ’700 napoletano.
La scuola fu l’istituzione realizzata per imporsi e per rinnovare il sapere della gente. Ogni città, ogni villaggio doveva essere provvisto di scuole pubbliche.
Ogni provincia doveva avere una scuola per uomini ed una per donne, ove potessero apprendere le scienze primarie e le belle arti e, per i nobili, esercizi di colta società.
Nella capitale fiorì l’Università con le diverse specializzazioni, università che era considerata come l’atto finale e sublime della pubblica istruzione.
E si continuò nel 1806, molte leggi furono emanate nel Regno delle Due Sicilie: si ebbe l’apertura di scuole speciali come l’Accademia delle Belle Arti, la scuola delle Arti e mestieri, l’Accademia Reale militare, la Politecnica, l’Accademia Navale, quella dei Sordomuti, una delle arti da disegno, un convitto di chirurgia e medicina, uno di musica.
I seminari furono conservati e potevano svolgere regolarmente e mirabilmente la loro funzione sociale.
Nacque allora anche la Società Reale, cioè un’accademia di storia ed antichità che si giovò di doni e privilegi e, così pure, quella detta d’incoraggiamento e pontaniana.
L’istruzione pubblica permise a tutti di imparare l’arte del leggere e dello scrivere, consentendo anche ai figli dei contadini più lungimiranti l’accesso agli uffici pubblici, la carriera nell’esercito e soprattutto la presa di coscienza delle libertà individuali e dell’indipendenza di cui godeva il Regno delle Due Sicilie.
I Borbone profusero non poche energie per sviluppare l’istruzione pubblica che prima del 1806 era commessa a 33 scuole normali, ai seminari delle Diocesi Vescovili, ai corpi religiosi e all’Università degli Studi di Napoli.
Ad Avellino vi era un collegio che conferiva i Gradi accademici per la giurisprudenza, la teologia e la medicina.
A Salerno si davano i gradi in medicina; gradi che fecero del dottorato salernitano una scuola rinomata in tutto il mondo.
Dopo il 1810 in tutti i comuni si istituirono scuole primarie gratuite a spese dei municipi; molte ne furono istituite nei capoluoghi di provincia.
Ferdinando II volle incrementare la cultura ed il sapere nel suo Regno introducendo altre 16 cattedre nell’Università della capitale, l’Orto Botanico, il Collegio Veterinario; istituì quattro Licei a Salerno, Catanzaro, Bari e l’Aquila.
Le spese per l’istruzione pubblica ammontavano a circa un milione di ducati all’anno.
I regolamenti per le scuole primarie furono approvati il 21 dicembre 1819.
Le ministeriali del 12 giugno 1821 e 7 agosto 1821 stabilirono il modo come dovessero scegliersi i maestri nelle scuole primarie. Con decreto del 13 agosto 1850 il Re nominò i Vescovi ispettori di tutte le scuole del Regno, pubbliche e private.
A Napoli esistevano 14 istituti d’istruzione media superiore con 1.343 alunni; due istituti di nobili fanciulle con 303 educande; 32 Conservatori di musica frequentati da 2.134 studenti.
Dopo il 1861 il Piemonte, scientificamente, chiuse tutte le scuole che erano sovvenzionate con denaro pubblico.
L’operazione doveva servire a due cose: rendere il Sud schiavo e colonizzato e trasferire i soldi, tutti quelli possibili, al Nord.
Il Piemonte, indebitato di un miliardo di lire con le banche londinesi, aveva bisogno di liquidità costante, anche per portare a temine l’opera di pulizia etnica nel Mezzogiorno d’Italia.
Prima ad essere attaccata fu l’istruzione pubblica, poi vennero svuotati tutti i forzieri delle banche e quelli dei comuni. Mai, nel Sud, la barbaria fu più feroce ed infame.
Il Villardi, che era stato mandato nella capitale a smantellare l′apparato scolastico napoletano, così ricorda:
“Pareva che si volesse levar tutto a Napoli. Oggi per esempio, noi abbiamo sciolto l’Accademia delle Belle Arti, mentre si pagano tutti i professori; per l’istruzione secondaria, in una città di cinquecentomila anime, non abbiamo che un liceo di sessanta alunni e questo con un ministro intelligente e pieno di volontà… “.
Ecco, il Regno delle Due Sicilie era finito nelle mani degli eredi di Vittorio Emanuele I, della dinastia più reazionaria d’Europa; quella cioè che, abolendo il Codice Napoleonico, ristabilì l’antica legislazione complicata e senza unità, i privilegi fiscali e l’antica legislazione penale con la fustigazione e, cosa più terribile, proibì i culti ai cattolici perseguitando anche mortalmente ebrei e valdesi e, cosa ancora più abominevole, ridiede tutta l’istruzione nelle mani delle scuole religiose a pagamento, abolendo quelle pubbliche istituite da Napoleone.
Allo stesso modo represse con ferocia i tentativi dei genovesi di riacquistare l’antica dignità e libertà. (Tra il 1 e il 10 aprile del 1849, il generale sabaudo Alfonso La Marmora ordinò ai suoi 30.000 bersaglieri il bombardamento di Genova che era insorta contro la tirannìa piemontese).
I bersaglieri misero a sacco la città depredando beni e cose, violentando donne e bambini.
Uccisero circa 600 Genovesi. Vittorio Emanuele II alla fine di quell’azione si congratulò con La Marmora definendo i cittadini di Genova “vile ed inetta razza di canaglie”.
Chi non poteva pagarsi l’istruzione, secondo le leggi dei Savoia, doveva rimanere analfabeta e la classe contadina, chiamata dai montanari piemontesi classe infima da erudire con le fucilazioni e le torture. In pochi mesi il governo piemontese distrusse secoli di cultura, di tradizioni, di storia, secoli di libertà e dignità.
Alla guida dei licei del Regno fu mandata gente illetterata, con il solo scopo di smantellare l’istruzione pubblica e rendere il popolo ignorante e servo. In poco tempo i piemontesi, sotto la gragnuola di ispettori, vice ispettori, delegati, bidelli, funzionari ed impiegati, quasi tutti venuti dal Piemonte, i quali non conoscevano nemmeno la lingua italiana, “‘nfrancesati” come erano, massacrarono e dissolsero la scuola primaria e secondaria.
Gli scagnozzi e gli scherani di Vittorio Emanuele II, re dei galantuomini e della borghesia cisalpina, i servi del governo della destra storica, ebbero l’ordine di chiudere l’Accademia Napoletana delle Scienze e di Archeologia, famosissima in tutto il mondo, mentre L’Istituto delle Belle Arti fu abolito per decreto.
Mai i Borbone avevano dissacrato la cultura, né la religione, né la dignità dei contadini e degli operai. La scuola superiore era affidata ad uomini di grande reputazione morale e professionalmente preparati. Ai sovrani napoletani poco importava, se politicamente fossero di idee repubblicane, liberali o legittimiste; sapevano che la matematica o la fisica non potevano essere politicizzate in una scuola seria. Uomini del calibro di Galluppi, Lanza, Flauti, De Luca, Bernardo Quaranta reggevano le cattedre universitarie.
Macedonio Melloni, cacciato da Parma per le sue idee liberali, fu accolto dai Borbone affinché portasse la sua esperienza nella scuola del Regno. Il Melloni era raccomandato presso il Governo Borbonico da Francesco Arago, ardentissimo e passionale repubblicano, ma ai Borbone interessava soprattutto “far funzionare le libere istituzioni nel modo migliore possibile”. Il ministro della P.I. BACCELLI nel 1894 nel fare il programma sulla nuova “Riforma della Scuola così si esprimeva nel suo preambolo:”…bisogna insegnare solo leggere e scrivere, bisogna istruire il popolo quanto basta, insegnare la storia con una sana impostazione nazionalistica, e ridurre tutte le scienze sotto una………unica materia di “nozioni varie”, senza nessuna precisa indicazione programmatica o di testi, lasciando spazio all’iniziativa del maestro e rivalutando il più nobile e antico insegnamento, quello dell’ educazione domestica; e mettere da parte infine l’antidogmatismo, l’educazione al dubbio e alla critica, insomma far solo leggere e scrivere. Non devono pensare, altrimenti sono guai!». Gli studenti vengono “allevati” affinché diventino docili e remissivi lavoratori al servizio dello Stato o, nel caso di una ristretta minoranza, la nuova e fedele classe dirigente del paese.

DOPO 180 ANNI la Ferrovia Napoli – Bari “FORSE” si farà!

Che la ferrovia fosse un’opera strategica per lo sviluppo economico del Sud lo avevano capito già nel 1845 i tanto vituperati Borbone. Il 15 agosto 1845, Emmanuele Melisurgo dopo aver costituita una società a capitale misto, in parte inglese, rappresentato da John Pook e da David Nuñes Carvalho, presentò al governo napoletano un progetto per costruire una ferrovia, di collegamento tra le sponde tirrenica e adriatica del regno; partendo da Napoli, avrebbe toccato Avellino, Ariano Irpino, Lucera, Foggia, Canosa, Barletta e Bari giungendo infine a Brindisi. Da Brindisi si sarebbero staccate delle diramazioni. Il piano molto ambiziosamente prevedeva anche collegamenti con gli Abruzzi e le Calabrie. Il progetto non prevedeva alcun onere finanziario per lo Stato.Il re Ferdinando II di Borbone aggiunse altre richieste quali, tariffe più basse di quelle proposte, trasporto gratuito dei militari ma accordò la concessione per la sola linea per le Puglie riservandosi il diritto di rilasciare concessioni anche ad altri soggetti su percorsi confluenti e con diritto di passaggio. Il 2 marzo 1846 fu rilasciato al Melisurgo il decreto di concessione della Napoli-Barletta che prevedeva la possibilità di prolungamento a Otranto; prevedeva anche il deposito di una cauzione di trecentomila ducati dei quali 50.000 già versati e il resto da versare entro 8 mesi dalla data. I moti del 1848 uniti alla difficoltà di reperire i finanziamenti in Inghilterra, provocarono però il blocco dell’opera. Inoltre Melisurgo schieratosi tra coloro che richiedevano la costituzione venne considerato un sovversivo, fu ferito, arrestato e condannato al carcere ma riuscì a salvarsi fuggendo poi in Inghilterra.Nel 1853 Ferdinando II decise la costruzione della linea ferroviaria delle Puglie proposta dal Melisurgo ma a spese dello Stato con possibilità di compartecipazione dei privati: l’inizio dei lavori concessi in appalto per la costruzione del tronco Nola-Sarno-Sanseverino (che avrebbe dovuto poi proseguire per Avellino) era fissato per il 1º marzo 1853.Nonostante l’onerosità del progetto, il Melisurgo (tornato per un’amnistia) si propose allora come costruttore della tratta Foggia-Bari con finanziamento a carico di una società privata.L’offerta fu al momento respinta ma un successivo decreto reale del 7 aprile 1855, gli concesse la costruzione e l’esercizio della intera ferrovia da Napoli a Brindisi. Melisurgo costituì quindi, il 26 maggio 1855, la Società in Commandita E. Melisurgo e compagni per la ferrovie delle Puglie da Napoli a Brindisi con sede a Napoli, prevedendo l’emissione di 220.000 azioni da 100 ducati ciascuna. Il consiglio di amministrazione della società stipulò poi un accordo con i Rothschild per la vendita delle azioni all’estero. L’inaugurazione dei lavori avvenne l’11 marzo 1856, e l’8 ottobre 1855, con Decreto legge n. 2589, si “permetteva” inoltre al Melisurgo, “concessionario della ferrovia delle Puglie”, di costruire una traversa tra Mercato San Severino e Salerno. Il percorso studiato e concesso della rete ferroviaria della Società in Commandita E. Melisurgo e compagni per la ferrovie delle Puglie da Napoli a Brindisi era strutturato su una linea principale con le sue diramazioni. La linea partiva da Napoli verso Casoria, Pomigliano, Marigliano e poi volgeva in direzione di Sarno e San Severino; affrontava in una serie di gallerie i rilievi montuosi per raggiungere Avellino. Proseguiva in territorio irpino verso Ariano Irpino poi puntava verso Bovino, Lucera e infine Foggia. Da Foggia in poi puntava a sud verso Barletta, Bari e proseguiva in direzione di Brindisi, Lecce e Otranto. Una diramazione era prevista per Taranto. Il piano della società del Melisurgo conteneva le premesse per l’estensione verso le Calabrie, sul versante ionico, fino a raggiungere lo Stretto di Messina, ma tale concessioni non venne mai esaminata anche se Francesco II ne fece oggetto della concessione “estesa” (ma inutile) al gruppo Talabot.Il Melisurgo ottenne anche la concessione della “traversa” da Salerno a Mercato San Severino e l’incarico di appaltante della prima parte della Salerno-Taranto, concessa al D’Agiout, fino ad Eboli.Forse nel 2026, a conclusione lavori, si faciliteranno gli spostamenti di persone e merci da Bari verso Napoli e Roma: sarà possibile andare da Bari a Napoli in 2 ore e da Bari a Roma in 3 ore.”. Aspetteremo il 2026, ma si tratta di un vecchio progetto preparato ed approvato all’epoca dei Borbone nel 1846, 180 anni fa e con tanto di avvenuta pubblicazione negli atti di quel tanto disprezzato Regno delle Due Sicilie, rivisto nel 1920 da un progettista dell’epoca, tal ing. Dini, e che il Comitato ha riscoperto di recente nelle pieghe di una relazione pubblicata nel 1930 da una organizzazione sindacale dell’epoca, “sull’importanza storica, commerciale, industriale, agricola, culturale e demografica della città di Barletta”; progetto che descrive e prospetta la realizzazione di una linea direttissima Barletta-Napoli lunga 204 Km e che oggi correrebbe parallela, all’incirca, all’autostrada A16 Napoli (Salerno)-Canosa, lunga 172,5 Km.Gli arretrati Borbone ancora oggi per alcuni signori che si definiscono storici, nell’800 avevano ben intuito, con acuta ed oggettiva lungimiranza, che il percorso più breve dall’Adriatico al Tirreno parte da Barletta, anticipando i progettisti degli anni ’60 dell’autostrada A16. E’ risaputo che ad una minore distanza corrispondono tempi di percorrenza più bassi e costi inferiori delle tariffe ferroviarie, così come quelle dei pedaggi autostradali. Non per niente, tutte le linee ad alta velocità, in Italia, corrono ragionevolmente parallele alle autostrade. E con i moderni elettrotreni, la distanza di 200 Km sarebbe coperta oggi in meno di un’ora!” Con decreto 2 Marzo 1846 n. 10005, veniva approvata la costruzione di una ferrovia ‘direttissima’ Barletta-Napoli, in considerazione dell’aumentato traffico e sviluppo commerciale; e questo bisogno è maggiormente sentito oggi. Durante gli ultimi anni del regno furono accordate alcune concessioni ferroviarie sia da Ferdinando II che, dopo la sua morte dal successore Francesco II. Di queste alcune vennero iniziati i lavori e alcune tratta anche realizzate ma la caduta del regno e l’annessione al Regno d’Italia oltre a provocare il fermo dei lavori portò per tutte la decadenza delle concessioni, la perdita dei capitali investiti e la riassegnazione di buona parte degli stessi a nuovi concessionari.Questi furono anche gli anni in cui si affacciarono alla ribalta del regno i potenti gruppi Rothschild – Talabot e De-la-Hante – Salamanca con mire per le linee tra Napoli e l’Adriatico.Alla fine di aprile 1860 Francesco II nominò Giacomo Savarese presidente della commissione per le concessioni ferroviarie, incarico di grande importanza politica nel turbolento periodo.Con il Decreto Reale del 28 aprile 1860 (Decreto contenente de’ provvedimenti per la costruzione di tre grandi linee di strade ferrate ne’ dominii continentali, e di altrettante nei dominii di là del Faro), Francesco II tracciò un piano di prolungamento delle ferrovie esistenti, il quale si sarebbe poggiato sia sull’affidamento dei lavori in concessione a privati, che sull’iniziativa governativa; e che avrebbe interessato sia la parte continentale, che quella insulare del Regno: «Essendo nostro volere che una rete di ferrovie copra le più fertili e le più industriose contrade de’ reali dominii al di qua e al di là del Faro, onde immegliare sempre di più le condizioni economiche delle nostre popolazioni, favorire lo sviluppo progressivo della loro prosperità, e sollevarle a livello delle esigenze del cresciuto movimento commerciale; considerando che a raggiungere l’intento fa mestieri che si adottino tali mezzi, i quali non lascino più oltre in espettazione le nostre sovrane sollecitudini; considerando che questi mezzi non possono ridursi altrimenti che a due, la via cioè delle concessioni circondate dalle migliori facilitazioni possibili con l’assicurazione o di un minimum di interessi o di una sovvenzione, ovvero in luogo delle concessioni la via della intrapresa per conto del nostro real- Governo con capitali indigeni e sopra una scala di larga e pronta esecuzione.»(Francesco II delle Due Sicilie)Il 24 agosto 1860 il governo napoletano concesse alla società Gustave Delahante & C (della quale facevano parte anche Talabot, Blount, Salamanca, Chatellon, Buddicom e Parent) molte delle tratte ferroviarie previste, comprese quelle richieste inutilmente dal De Riseis e dal Melisurgo.Ma la caduta dei Borbone comportò anche la riconsiderazione della convenzione con la società del Delahante. Il 6 settembre 1860, Giuseppe Garibaldi, con tutto il suo stato maggiore, utilizzò il treno da Salerno per raggiungere Napoli ove arrivò a mezzogiorno. Insediatosi quale prodittatore a Napoli dispose che tutto il programma di costruzioni fosse affidato alla società Adami e Lemmi di Livorno; il 13 ottobre emanò il relativo decreto annullando di fatto la concessione alla Melisurgo e C. anche se molti lavori erano a buon punto e tutte le gallerie e i ponti erano già stati costruiti e lasciando aperta di facoltà di subconcessione alla società Delahante “…della linea delle Apulie e degli Abruzzi co’ relativi passagli degli Appennini, come risulta dall’Atto del Governo Borbonico in loro favore…”La Società delle strade ferrate meridionali, una società ferroviaria privata fondata nel 1862 dal conte Pietro Bastogi e vice presidenti il barone Bettino Ricasoli ed il conte Giovanni Baracco, che gestiranno un gran numero di linee ferroviarie, con la legge 21 agosto 1862, n. 763, divenne la concessionaria di buona parte delle tratte ferroviarie concesse in precedenza dal governo borbonico.Si può dedurre che il Mezzogiorno verrà utilizzato come terra di conquista alla stregua di una colonia solo per favorire gli interessi del Nord ecco perchè vi è un’evoluzione atipica o ritardata, dove altre condizioni avrebbero permesso alla regione meridionale di inserirsi con successo in una dinamica di crescita e di integrazione, e tutto ciò lo dimostra proprio la storia della ferrovia Napoli Bari un’asse importante nel 1845, fondamentale oggi e non ancora costruita. Questi sono i fatti storici il resto sono chiacchiere da pseudostorici!419Persone raggiunte17InterazioniImpossibile mettere in evidenza

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Gli Italian Guards delle Due Sicilie

Furono soltanto 20 mila (su 72 mila previsti) i giovani che si presentarono alla prima leva militare del Regno d’Italia nel 1861. Il governo decise di provvedere con mezzi sbrigativi alla risoluzione del problema, inviando reparti regolari dell’esercito piemontese nei piccoli paesi del Meridione. Rastrellamenti e deportazioni di tutti maschi dell’apparente età dai venti ai 25 anni, e in alcuni casi anche fucilazioni sommarie (Castelsaraceno, Carbone, Latronico), per ragazzi in gran parte figli di contadini e spesso all’oscuro della chiamata alle armi, segnarono una delle pagine più oscure dei primi momenti del Regno d’Italia. Alcuni di questi ragazzi riuscirono a sfuggire definitivamente a una leva che non capirono, riparando sui piroscafi in partenza per il Nuovo Mondo, aggiungendo il proprio nome a quello di molti ex soldati borbonici in fuga da una coscrizione obbligatoria che spesso diveniva uno stato di semi-prigionia. Furono soprattutto i più valorosi difensori degli ultimi baluardi di Re Francesco a pagare il prezzo più alto. I soldati di Gaeta e di Civitella del Tronto infatti vennero letteralmente deportati verso campi di concentramento in Piemonte affinchè diventassero innoqui.
Per 684 valorosi soldati meridionali la sorte fu invece meno amara, almeno in un primo momento. Grazie all’intermediazione dell’americano Chatham Roberdeau Wheat, protagonista della guerra d’indipendenza insieme alla brigata inglese, ai militari fu data la possibilità di scegliere tra l’internamento nei campi di concentramento e l’esilio negli Stati del Vecchio Sud, per riprendere in America una nuova vita.
Quelli che scesero quindi sul molo di New Orleans dalle navi “Elisabetta”, “Olyphant”, “Utile”, “Charles & Jane”, “Washington” e “Franklin” non erano semplici braccia da lavoro per i campi della Louisiana. Tra la fine delle ostilità italiane e lo sbarco a New Orleans, la causa secessionista aveva gettato semi forti e virulenti tra le colonie che stavano per dar vita alla Confederazione americana. L’arrivo, tra dicembre del 1860 e gli inizi del 1861 in Louisiana, di uomini che conoscevano bene l’uso delle armi e che avevano combattuto con onore nella guerra contro le truppe garibaldine, venne visto quindi con occhio molto interessato da chi aveva già in mente una forza armata indipendente dall’Unione. Per gli scomodi ex soldati borbonici ebbe inizio a New Orleans una nuova vita che nel giro di pochi mesi li vide ancora una volta indossare una divisa e mettere un fucile a tracolla, camminare su strade infangate e scavare trincee. Divennero i soldati della Confederazione americana. Ancora una volta ribelli e dalla parte sbagliata della storia. Nonostante tutto leali e coraggiosi anche in una terra sconosciuta.
Lo stato della Luisiana reclutò gran parte di questi uomini nel 6 reggimento formato dalle brigate Europee: nacquero il battaglione dell’ “Italian guards” e la “Garibaldi-Legion” (presto rinominato Legione Italiana in seguito alla protesta degli stessi soldati borbonici) mentre il 10′ reggimento di Fanteria della Luisiana la I Compagnia venne costituito esclusivamente da ex soldati di Re Francesco. Veterani che durante il progressivo inasprimento della guerra vennero via via inseriti in quasi tutti i reggimenti della Confederazione.
Pagarono un tributo notevole alla causa della guerra. Parteciparono a tutte le battaglie più importanti del conflitto e il 10 aprile del 1865, alla resa del Generale Lee ad Appomatox si poterono contare solo pochi superstiti. Il 10 reggimento, su 987 effettivi iniziali, si arrese con soli 18 reduci. Tra questi vi era Salvatore Ferri, già soldato del Regio esercito borbonico.
Una condotta esemplare, quella tenuta da soldati che già avevano subito l’onta della sconfitta in Italia e che tra le file opposte riconobbero anche diversi nemici che avevano indossato la casacca da garibaldini. Caduta New Orleans, i superstiti dei battaglioni formati da italiani ex borbonici furono inviati a Port Hudson dove si distinsero per il coraggio e l’abnegazione e più di uno ottenne anche un riconoscimento pubblico. Per i soldati che perdono la guerra e per una nazione che cessa di esistere come avvenne per la Confederazione non vi è nessuna medaglia al valore militare a ricordarne le gesta. Per Gian Battista il cui stesso nome attinge all’ironia della storia invece la gloria arrivò al momento della sepoltura. Nato a Lavagna (Genova) nel 1831, combattente con il grado di sergente nel 27 reggimento della Virginia, soldato valorosissimo della brigata Stonewall, Gian Battista Garibaldi visse fino al 1914 e fu seppellito nel cimitero di Lexington, accanto al Generale Lee e al generale Jackson, a ricordarne il grande eroismo.
Una storia esemplare, quella di Gian Battista, che scelse di servire contro tutto tutti e tutto la bandiera della Confederazione, convinto assertore della libertà nei confronti dell’Unione e nemico temibile per ogni soldato dell’Unione.
Come lui, gli altri ex borbonici mantennero alto l’onore di Re Francesco, memori anche delle disumane condizioni nelle quali erano stati tenuti da prigionieri dei Piemontesi. I loro nomi non hanno ricevuto l’onore di una lapide sul campo di battaglia di Gettysburg (cosa avvenuta invece per gli italiani della Garibaldi Guard nordista), ma sono rimasti impressi nella memoria storica della Lousiana che ne aveva raccolto le tracce nel sacrario confederato locale (Confederate Memorial Hall), distrutto dalla furia dell’uragano Katrina. Nomi che ben presto troveranno spazio nei musei storici di Civitella del Tronto, per rendere onore a combattenti leali e coraggiosi. Capitati dalla parte sbagliata della storia.
“È con profondo rispetto e senso dell’onore che mi rivolgo a voi. Voglio esprimere la mia sincera stima e gratitudine per il supporto e l’aiuto di tutti gli ex soldati di Borbonici che combatterono per la libertà della nostra patria durante la guerra di aggressione nordista. L’amore della patria, della libertà, e l’indipendenza furono i principali motivi di quei valorosi soldati che combatterono tanti anni fa al nostro fianco. I vostri compatrioti combatterono con onore e si distinsero sui campi di battaglia per 4 lunghi anni per difendere la nostra libertà. Questo non è stato dimenticato, e con le parole del Generale Lee: “non li dimenticheremo mai”. Il sacrificio degli ex soldati borbonici durante la guerra non sono stati dimenticati. La loro storia è finalmente riemersa negli Stati Uniti. La loro storia, ed è stata narrata alla convenzione nazionale del UDC e dei discendenti dei veterani Confederati. La loro storia è stata presentata alla riunione nazionale del movimento neoconfederato in Huston e ripetuta alla convenzione dei discendenti di veterani confederati, ove sarà fatto l’appello di tutti quei vostri compatrioti che combatterono con noi. Siate fieri del vostro passato e del vostro retaggio. La loro memoria ed i loro sacrifici sono con noi”.(Parole pronunciate dalla discendente del presidente degli Stati Confederati d’America, sig.ra Betty Russo, sposata con un oriundo siciliano, discendente dei fratelli Russo in forza alla “Italian Guards” i quali avevano militato nell’esercito delle Due Sicilie).

LA NOTTE del 3 giugno a Campora

Nel 1863, la popolazione di Campora (SA), un piccolo paese del Cilento definito dal procuratore generale del re (saboia) presso la Corte di Appello di Napoli “covo di bruti picchè uomini”, fu protagonista di una rivolta antiunitaria, che a tutt’oggi è sconosciuta agli stessi abitanti del paese. La notte di Campora vide protagonisti da una parte di cittadini e dai cosiddetti “briganti”, uomini che avevano creduto e lottato per un’Italia migliore che la monarchia sabauda non seppe dare. Con l’unità d’Italia ci furono tasse fino allora sconosciute e il servizio militare obbligatorio. In questo clima, nacque una
reazione, una resistenza contadina all’unità italiana, che sfociò in quel movimento di protesta sociale definito — dagli storici detrattori del Meridione — “brigantaggio”. I piemontesi, che non conoscevano affatto l’Italia “inferiore” — così la chiamavano — si aspettavano di essere accolti con tarallucci, tarantelle, fiori e fanfare, ma furono invece accolti da schioppettate che forse nessuno aveva loro preannunciato; per farsi “rispettare” ricorsero a quella che lo scrittore -giornalista Salvatore Scarpino chiama “la pedagogia del plotone d’esecuzione”. “Briganti — gridava De Sivo — noi combattenti in casa nostra, difendendo i tetti paterni, e galantuomini voi venuti qui a depredar l’altrui? Il padrone di casa è brigante, e non voi piuttosto venuti a saccheggiare la casa?” Furono molte le bande di rivoltosi antiunitari che agirono al Sud, alcune col chiaro obiettivo di riportare Francesco II sul trono di Napoli. Anche nel Cilento ci furono diverse bande, ma la più importante — oggetto finanche di una interrogazione
parlamentare — fu quella di Giuseppe Tardio, originario di Piaggine, un paese del Cilento interno. Giuseppe Tardio, “intelligente ed inafferrabile condottiero dei contadini-briganti”, come scrive Antonio Chiazza nella prima biografia su Tardio, era primo di quattro fratelli ed aveva studiato con sacrifici presso il Reale Liceo di Salerno, laureandosi nel 1858 — a 24 anni— in Legge con il massimo dei voti. Di sentimenti liberali, il giovane legale di origine contadina, dopo aver visto il gattopardismo e gli antichi padroni che, mutato regime politico, erano rimasti a galla per continuare a spadroneggiare, passò con i filoborbonici dopo essere stato addirittura ispettore della Polizia Generale ed essere stato anche in prigione per aver partecipato, tempo addietro ad una manifestazione a Salerno a favore di Vittorio Emanuele II. Il 18 settembre del 1861, con 32 uomini, partì dal porto di Civitavecchia e nella notte tra il 21 e il 22 settembre sbarcò ad Agropoli, dove compì numerose azioni di rivolta antiunitaria in numerosi paesi del Cilento: Centola, Foria, Camerata, Butani, Celle Bulgheria, Novi Velia, Vallo della Lucania, spesso accolto con simpatia da parte della popolazione, mentre la sua soldatesca andava sempre più ingrossandosi. Al comune di Camerata, ad esempio, nel luglio del 1862 i suoi militanti abbatterono gli stemmi reali, frantumarono il busto di Vittorio Emanuele II, lacerarono una litografia di Garibaldi e strapparono tutte le carte affisse ai muri. Tutto questo mentre due giovani sorelle, Anna Teresa e Filomena Castelluccio, rispettivamente di 24 e 22 anni, calpestavano i resti del busto del sovrano savoiardo gridando con rabbia: “ancora esisti?” e poi andarono incontro ai pochi liberali del paese gridando loro: “avete finito di fottere!”
Nel suo primo “Proclama ai popoli delle due Sicilie” pubblicato a Butani il 3 luglio 1862, a cui seguì più tardi il proclama di Campora, Giuseppe Tardio, che si qualificò come “Il Capitano Comandante l’armi Borboniche”, scriveva: “Cittadini, il fazioso dispotismo del subalpino regime nel conquistare il Regno vi sedusse con proclami fallaci. Amari frutti ne avete raccolti. Riducendo queste belle contrade a provincia, angariandovi di tributi, apportandovi miseria e desolazione. Inaugurando il diritto alla fucilazione a ragione di Stato (del re Galantuomo!). I più arditi è ormai un anno da che brandirono le armi. E l’ora di fare l’ultimo sforzo è suonata.
Non tardate punto ad armarvi, e schieratevi sotto il vessillo del legittimo Sovrano Francesco II, unico simbolo e baluardo dei diritti dell’uomo e del cittadino; nonché della prosperità commerciale e ricchezze dei popoli.
Esiterete voi ad affrontare impavidi gli armati Piemontesi, onde costringerli a valicare il Liri? “. Molti furono i camporesi con i quali – come risulta nel volume n° 99 conservato presso l’Archivio di Stato di Salerno e contenente l’istruttoria fatta per i fatti di Campora dal giudice Guerriero Filippo a Gioi il 30 settembre 1863 — il combattivo avvocato cilentano aveva preso contatti: Carlo Veltri, Andrea Perriello, Vincenzo De Nardo, Antonio Perriello e spesso si recava a mangiare con i suoi uomini a casa di Giuseppe Galzerano (fu Aniello), di Francesco e Angelo Ciardo, quest’ultimo ufficiale della Guardia Nazionale. E proprio a Campora, come dicevamo, egli preparò nella notte tra il 3 e 4 giugno 1863, un altro “Proclama ai popoli delle due Sicilie: ” Cittadini, Voi che destinati foste dalla Provvidenza, a godere le delizie, che la natura, le scienze e le arti hanno profuso a dovizia in questa parte Meridionale d’Italia, seconda valle dell’Eden. Ma da quasi un triennio di duro, tirannico e fazioso dispotico regime subalpino, vi ha ridotto alla triste condizione dei barbari del settentrione del Medio evo, riducendo queste contrade alla triste condizione di Provincia, disprezzando i vostri sinceri e pietosi atti di religione, angariandovi di tributi …Insorgete a un grido e accorrete a schierarvi sotto il vessillo del vostro Augusto e Legittimo Sovrano Francesco II, quale unico simbolo e baluardo pel rispetto della Religione, della sicurezza personale, dell’inviolabilità della libertà, della proprietà, del domicilio e della pace e dell’onore delle famiglie, nonché della proprietà commerciale e ricchezze dei popoli … Unico sia il vostro grido: viva Francesco II, l’indipendenza e autonomia delle Due Sicilie!”. Con la presa di Roma del 20 settembre 1870, la libertà di Tardio e di altri rifugiati politici, cominciò a correre seri pericoli. E fu infatti, proprio un suo paesano — Nicola Mazzei (che faceva il bersagliere a Roma) a denunziarlo e a farlo arrestare per ben due volte, dopo che lo stesso Tardio era sfuggito la prima volta con uno stratagemma. Egli fu arrestato insieme a Pietro Rubano, anch’egli di Piaggine, unitosi a lui nel dicembre del 1861, dopo aver fatto
parte della banda di Carmine Crocco Donatelli. Tardio e Rubano furono tradotti nel carcere di Roma, messi a disposizione del Tribunale di Vallo della Lucania e successivamente trasferiti nel Carcere di Salerno. Fu istituito il processo e Tardio nominò suo difensore l’avvocato Carmine Zottoli, del foro di Salerno e famoso difensore di “briganti”. Il 24 maggio 1871 egli produsse una sua memoria difensiva, nella quale rispondeva per iscritto sui capi d’accusa: ” Io non sono colpevole di reati comuni poiché il mio stato, il mio carattere e la mia educazione non potevano mai fare di me
un volgare malfattore; io non mi mossi e non e non agii che con
intendimenti e scopi meramente politici; talché non si potrebbe chiamarmi responsabile di qualsivoglia reato comune che altri avesse per avventura perpetrato a mia insaputa contro la espressiva mia volontà e contro il chiarissimo ed unico scopo per cui la banda era stata da me radunata”. Il 23 giugno 1892, dopo una serie di ricorsi e dopo essere stato trasferito a scontare la sua pena (prima la

condanna a morte, poi trasformata in lavori forzati a vita) nel terribile carcere dell’isola di Favignana (TP) – dove i Borbone rinchiudevano i nemici della patria e dove rimase segregato per 22 anni — Giuseppe Tardio, l’avvocato-brigante, si spense all’età di 58 anni, probabilmente avvelenato da una donna per paura, che facesse delle rivelazioni compromettenti!