IL BRIGANTE

Spara schuppetta mia spara ch’è l’ura
cuntra de chine porta tirannia
spara e nud’avire mai paura
tu si cumpagna de la vita mia.

Tu c’hai zumpatu colle voschi e munti
tu chi t’ammucci sutt ‘a chilli manti
tu chi sparannu gridi canti e cunti
chille mille passate de briganti.

Canta sta Brigantiska a tuttu u munnu
mannala ccu ‘llu ventu ad ogne banna
vola finu allu sule russu e tunnu
edi lu core miu chi cci la manna.

Gridala forte e portala luntanu
falla sentire mo sta verità
junciale centu e centu e mille manu
ripigliuatilla sta tua libertà.

Tu c’hai sparatu ppe ‘llu rre Burbune
nun si fermata mai davanti a nente
tu chi nud’ hai volutu mai patrune
riportacella a tutta la tua gente.

Ripigliatilla ‘e chi ti la cacciata
rigalala a chine te vo bene
cha lu sa puru chine l’ha criata
ca certamente a ttie puru appartene.

Cantu sta Brigantiska senza sdignu
la cantu ca stu core nun se spagna
tu si ‘llu Vicerè de chistu Rignu
e Giosafatte ‘u rre de la muntagna.

Cantu sta Brigantiska finu a quannu
la vuce mia luntana sinne và
spara schuppetta mia jetta lu bannu
ca li briganti vonnu ‘a libertà.

Tantu campa nu rre tantu n’amanta
tantu chine alla vita nud’ha nente
tantu nu riccu, tantu nu pezzente
finu a cchi lu distinu cce accunsente.

La vonnu e ppo la circanu a ‘lli stilli
alle muntagne de la Sila antica
chi ‘lle ricoglia già de piccirilli
dintra le vraza de na granne amica.

La vonnu e po la circanu alla luna
chi l’accumpagna e ‘lle signa ‘lla via
e cantanu alla notte na canzuna
notte ‘e briganti, notte de magia.

E dissa a chilli tempi Giosafatte
alli briganti: “Ppe l’eternità
ccu sangu nostru nue facimu pattu
pigliamunilla si sta libertà”.

E dissa Giosafatte: “Ppe sta sorte
ppe chista terra e ppe sta libertà
spara schuppetta mia finu alla morte
ca de briganti nue murimu ccà
ca li briganti vonnu a libertà”

briganti (1)briganti

L’Italia un’invenzione dei Rothschild!

In una lettera alla sorella di Luigi Filippo, Talleyrand, allora ambasciatore a Londra, scrisse il 15 ottobre 1830: “Il ministero britannico è sempre messo al corrente di tutto da Rothschild da dieci a dodici ore prima dei dispacci di Lord Stuart (l’ambasciatore a Parigi). Le loro navi non imbarcano passeggeri e salpano con qualsiasi tempo”. I Rothschild non si fanno scrupoli, combattono senza mezze misure chi minaccia di intaccare il loro potere e non si lasciano fermare nemmeno dalle guerre, anzi le loro capacità sono tali che riescono ad essere al contempo i banchieri di Cavour e di Metternich e la loro spregiudicatezza è pari alla loro abilità.”  Nel 1831 Cavour indebitò il Piemonte con James de Rothschild, per pagar i debiti si fece aiutare da Carlo de Rothschild con ulteriori prestiti di 180 mila scudi l’anno. In questo modo il Piemonte e Cavour furono presto nelle mani dei Rothschild. Questo fu un primo passo fondamentale per arrivare all’unione dell’ Italia con la forza e decisa dai Rothschild stessi attraverso i “burattini” Garibaldi, Cavour, Mazzini, Bixio, etc. Dopo l’impresa di Garibaldi, la quasi totalità della ricchezza «napoletana» andò al Piemonte, e Camillo Benso Conte di Cavour poté saldare i suoi enormi debiti con i Rothschild. La conquista degli Stati che componevano la Penisola italiana e, in particolare, del ricco Regno delle Due Sicilie da parte dei Savoia non fu solo dettata dall’esigenza di rientrare dall’esposizione nei confronti di Banque Rothschild che aveva già investito parecchio nelle avventure belliche piemontesi. Nella spedizione dei Mille, il ruolo della massoneria inglese fu determinante con un finanziamento di tre milioni di franchi ed il monitoraggio costante dell’impresa. Nelle lettere di Mazzini a Pike (un noto satanista), ecco una frase emblematica: Il 15 agosto 1871 Pike disse a Mazzini che alla fine della Terza Guerra Mondiale coloro che aspirano al Governo Mondiale provocheranno il più grande cataclisma sociale mai visto. Giornali e televisioni ogni tanto ci dicono che il popolo italiano ha un mostruoso debito pubblico, ma nessuno ci dice verso chi siamo debitori. Apparentemente la cosa non è semplice da spiegare, in effetti la spiegazione è semplicissima: è soltanto una truffa, una grande truffa. Nel 1849 si costituiva in Piemonte la Banca Nazionale degli Stati Sardi, di proprietà privata. L’interessato Cavour che aveva infatti propri interessi in quella banca; impose al parlamento savoiardo di affidare a tale istituzione compiti di tesoreria dello Stato. Si ebbe, quindi, una banca privata che emetteva e gestiva denaro dello Stato! A quei tempi l’emissione di carta moneta veniva fatta solo dal piemonte, al contrario il Banco delle Due Sicilie emetteva monete d’oro e d’argento. La carta moneta del Piemonte aveva anch’essa una riserva d’oro (circa 20 milioni), ma il rapporto era che ogni tre lire di carta valevano una lira d’oro. Il fatto è che, per le continue guerre che i savoiardi facevano, quel simulacro di convertibilità in oro andò a farsi benedire, sicché ancor prima del 1861 la carta moneta piemontese era diventata carta straccia per l’emissione incontrollata che se ne fece. Avvenuta la conquista di tutta la penisola, i piemontesi misero le mani nelle banche degli Stati appena conquistati. Naturalmente la Banca Nazionale degli Stati Sardi divenne, dopo qualche tempo, la Banca d’Italia. Avvenuta l’occupazione piemontese fu immediatamente impedito al Banco delle Due Sicilie (diviso poi in Banco di Napoli e Banco di Sicilia) di rastrellare dal mercato le proprie monete d’oro per trasformarle in carta moneta secondo le leggi piemontesi, poiché in tal modo i Banchi avrebbero potuto emettere carta moneta per un valore di 1200 milioni e sarebbero potuti diventare padroni di tutto il mercato finanziario italiano. Quell’oro piano piano passò nelle casse piemontesi. Tuttavia, nonostante tutto quell’oro rastrellato al Sud, la nuova Banca d’Italia risultò non avere parte di quell’oro nella sua riserva. Evidentemente aveva preso altre vie, che erano quelle del finanziamento per la costituzione di imprese al nord operato da banche, subito costituite per l’occasione, che erano socie(!) della Banca d’Italia: Credito mobiliare di Torino, Banco sconto e sete di Torino, Cassa generale di Genova e Cassa di sconto di Torino. Le ruberie operate e l’emissione non controllata della carta moneta ebbero come conseguenza che ne fu decretato già dal 1 MAGGIO 1866, il corso forzoso, cioè la lira carta non poté più essere cambiata in oro. Da qui incominciò a nascere il Debito Pubblico: lo Stato cioè per finanziarsi iniziò a chiedere carta moneta a una banca privata. Lo Stato, quindi, a causa del genio di Cavour e soci, ha ceduto da allora la sua sovranità in campo monetario affidandola a dei privati, che non ne hanno alcun titolo (la sovranità per sua natura non è cedibile perché è del popolo e dello Stato che lo rappresenta). Oltretutto da quando nel 1935 fu decretato definitivamente che la lira non era più ancorata all’oro, si ebbe che il valore della carta moneta derivò da allora semplicemente e unicamente dalla convenzione di chi la usa e accetta come mezzo di pagamento. La carta moneta, dunque, è carta straccia e in realtà alla Banca d’Italia (che è privata), a cui si dovrebbe pagare il debito pubblico, non si deve dare nulla. Ed è necessario, infine, ricordare che ancora oggi le quote dell’attuale Banca d’Italia sono possedute da varie Casse di Risparmio, da Banche e da Assicurazioni, cioè enti privati su cui la Banca d’Italia dovrebbe vigilare.

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Le banche centrali sono banche private create illegalmente e di proprietà della  famiglia bancaria Rothschild .
La famiglia è in circolazione da più di 230 anni  e si è inserita in ogni paese del pianeta, ha minacciato ogni leader mondiale e i loro governi e gabinetti con la morte e la distruzione fisica ed economica, e poi ha costretto la propria gente in queste banche centrali a controllare e gestire il portafoglio di ogni paese.
 I Rothschild controllano anche le macchinazioni di ogni governo a livello macro , non riguardo a se stesse con le vicissitudini quotidiane delle nostre vite personali. Praticamente sconosciuto al grande pubblico è il fatto che la Federal Reserve degli Stati Uniti è una società privata, situata sul proprio terreno, immune dalle leggi statunitensi. Questa società di proprietà privata (controllata dai Rothschild, dai Rockefeller e dai Morgan) stampa il denaro PER IL GOVERNO USA, che paga gli interessi per il “favore”. 

IL FATAL “1866”

Lissa è un’isola del mare Adriatico, la più lontana dalla costa dalmata, conosciuta nell’antichità come Issa. Base navale della Repubblica Veneta fino al 1797.

L’8 Aprile 1866 a Berlino il regno d’italia firma un patto d’Alleanza con la Prussia.

Il 16 giugno scoppia la guerra fra Prussia e Austria e il 20 giugno con il proclama del re l’Italia dichiara guerra all’Austria; ma l’arroganza dei piemontesi fu prontamente smorzata poche ore dopo (24 giugno) a Custoza dove l’esercito tricolorato forte contro le popolazioni meridionali ed i briganti, viene sconfitto dall’esercito asburgico (nel quale militavano i soldati veneti). Fra il 16 e il 28 giugno le armate prussiane invasero l’Hannover, la Sassonia e l’Assia ed il 3 luglio ci fu la vittoria dei prussiani a Sadowa. Due giorni dopo l’impero asburgico decise di cedere il Veneto alla Francia (con il tacito accordo che fosse poi dato ai Savoia) pur di concludere un armistizio. Ma gli impavidi italiani furono però contrari a tale proposta che umiliava le forze armate italiane, viste le penose condizioni dell’esercito dopo la batosta di Custoza, puntarono sulla forte marina per riportare una vittoria sul nemico che consentisse loro di chiudere onorevolmente (una volta tanto) una guerra. I Piemontesi si sentivano forti in mare perché grazie all’oro delle casse dell’ex Regno delle Due Sicilie e per ripagare gli amici massoni che li avevano aiutati nell’impresa ordinano ai cantieri di William H. Webb di New York nel 1861 la pirofregata corazzata Re d’italia insieme alla gemella Re di Portogallo, navi dallo scafo in legno rivestito esternamente da piastre corazzate dello spessore di 120 mm, ed un armamento molto potente, composto da 32 cannoni da 160 e 200 mm tutti ad anima rigata, più quattro pezzi ad anima liscia da 72 libbre. A prua, sotto la linea di galleggiamento, l’unità era dotata di uno sperone in ferro. Oltre alla nave, anche l’apparato motore venne progettato e costruito negli Stati Uniti. Bisogna ricordare che i Cantieri Navali di Castellammare di Stabia avrebbero potuto costruire in maniera più egregia ed in minore tempo tali unità, ma si sa i terroni dovevano emigrare! In realtà le due unità della classe presentavano gravi deficienze: la principale era costituita dalla corazzatura, che non copriva la totalità dell’opera viva e soprattutto il timone, che era esposto sia al maltempo che ad attacchi nemici (difetti che si rivelarono fatali per la Re d’Italia). Gravi problemi affliggevano inoltre l’apparato motore, tanto che in due anni la velocità scese da 12 ad 8 nodi. Ulteriori difetti erano rappresentati dalla poca manovrabilità e dalle scarse qualità di varie strumentazioni interne. A causa delle avarie alle caldaie e della scarsa qualità del legno con cui lo scafo era stato costruito, ma si sa che se paghi una tangente sotto forma di acquisto ti ritrovi poi un bene di scarsa qualità! Fù proprio Camillo Benso presidente del consiglio l’assertore più convinto della necessità per il Regno d’Italia di dotarsi di una forza navale potente che amalgamasse le competenze delle marine preunitarie a volere l’acquisto di nuove unità navali : «Voglio delle navi tali da servire in tutto il Mediterraneo, capaci di portare le più potenti artiglierie, di possedere la massima velocità, di contenere una grande quantità di combustibile […] consacrerò tutte le mie forze […] affinché l’organizzazione della nostra Marina Militare risponda alle esigenze del Paese». Le nuove navi vennero costruite a Londra (Affondatore, cantiere Mare di Millwall), in Francia (Terribile, Formidabile, San Martino, Regina Maria Pia, Palestro, Varese, nei cantieri Forges et Chantiers de la Méditerranée di La Seyne-sur-Mer, mentre la Castelfidardo e l’Ancona nei cantieri francesi di Saint Nazaire). Le poche navi costruite in italia furono realizzate chiaramente nei cantieri di Genova.

Ma gli italiani non potevano certo pensare di trovare sul loro cammino i Veneti, l’ossatura della marina austriaca. Nella regia marina italiana, oltre alle deficienze tecniche, vi erano gravissimi problemi di coesione tra i comandanti ed uno scarso addestramento degli equipaggi. La marina militare austriaca era praticamente nata nel 1797 e già il nome era estremamente significativo: “Oesterreich-Venezianische Marine” (Imperiale e Regia Veneta Marina). Equipaggi ed ufficiali provenivano praticamente tutti dall’area veneta dell’impero (veneti, giuliani, istriani e dalmati, popoli con forte attaccamento alla Serenissima) che avevano ben recepito le tradizioni nautiche, militari, culturali e storiche. La lingua corrente era il veneto, a tutti i livelli. Nel 1849 dopo la rivoluzione veneta capitanata da Daniele Manin c’era stata, è vero, una certa “austricizzazione” ma questo cambiamento non poteva essere assorbito nel giro di qualche mese; e non si può quindi dar torto a Guido Piovene, un intellettuale veneto del novecento, che considerava Lissa l’ultima grande vittoria della marina veneta-adriatica. I nuovi marinai infatti continuavano ad essere reclutati nell’area veneta dell’impero asburgico, non certo nelle regioni alpine, e il veneto continuava ad essere la lingua corrente, usata abitualmente anche dall’ammiraglio Wilhelm von Tegetthoff che aveva studiato (come tutti gli altri ufficiali) nel Collegio Marino di Venezia, “costretto” a parlar veneto fin dall’inizio della sua carriera per farsi capire dai vari equipaggi. La lingua veneta contribuì ad elevare la compattezza e l’omogeneità degli equipaggi; estremamente interessante quanto scrive l’ammiraglio Angelo Iachino: “… non vi fu mai alcun movimento di irredentismo tra gli equipaggi austriaci durante la guerra, nemmeno quando, nel luglio del 1866, si cominciò a parlare della cessione della Venezia all’Italia.” Né in terra, né in mare i veneti erano così ansiosi di essere “liberati” dagli italiani come certa storiografia pretenderebbe di farci credere.

Pensiamo che perfino Garibaldi “s’infuriò perchè i Veneti non si erano sollevati per conto proprio, neppure nelle campagne dove sarebbe stato facile farlo!”.

La marina tricolorata brillava solamente per la rivalità fra le tre componenti e cioè la marina siciliana (o garibaldina), la napoletana e la sarda. Inoltre i comandanti delle tre squadre nelle quali l’armata era divisa, l’ammiraglio Persano, il vice ammiraglio Albini ed il contrammiraglio Vacca erano separati da profonda ostilità.

Dalla lettura del quotidiano francese “La Presse”: “Pare che all’amministrazione della Marina italiana stia per aprirsi un baratro di miserie, furti sui contratti e sulle transazioni con i costruttori, bronzo dei cannoni di cattiva qualità, polvere avariata, blindaggi troppo sottili, ecc. Se si vorranno fare delle inchieste serie, si scoprirà ben altro”.

Si arrivò così alla mattina del 20 luglio.

“La Marina italiana aveva, su quella Austriaca, una superiorità numerica di circa il 60 per cento negli equipaggi e di circa il 30 per cento negli ufficiali. Ma il nostro personale proveniva da marine diverse e risentiva del regionalismo ancora vivo nella nazione da poco male unificata e in particolare con l’antagonismo o meglio razzismo fra Nord e Sud.” E così in circa un’ora l’abilità del Tegetthoff ed il valore degli equipaggi consentì alla marina austro-veneta di riportare una meritata vittoria. Le perdite furono complessivamente di 620 morti e 40 feriti, quelle austro-venete di 38 morti e 138 feriti. La corazzata “Re d’Italia”, speronata dall’ammiraglia Ferdinand Max, affondò in pochi minuti con la tragica perdita di oltre 400 uomini, la corvetta corazzata Palestro colpita da un proiettile incendiario esplose trascinando con se oltre 200 vittime. E quando von Tegetthoff annunciò la vittoria, gli equipaggi veneti risposero lanciando i berretti in aria e gridando: “Viva San Marco”.

Degno di menzione è anche il capo timoniere della nave ammiraglia “Ferdinand Max”, Vincenzo Vianello di Pellestrina, detto “Gratton”, il quale agli ordini di Tegetthoff manovrò abilmente la nave per speronare ed affondare l’ammiraglia “Re d’Italia”, guadagnandosi la medaglia d’oro imperiale assieme a Tomaso Penso di Chioggia. Famoso è nella tradizione il comando che Tegetthoff diede a Vianello: “…daghe dosso, Nino, che la ciapemo!”.

Alla fine, nonostante le sconfitte di Custoza e Lissa, il Veneto passò all’Italia.

E a Napoleone III, imperatore dei francesi, non resterà che dire riferendosi agli italiani: “Ancora una sconfitta e mi chiederanno Parigi”.

Disse Giuseppe Mazzini su “Il dovere” del 24 Agosto 1866: “E’ possibile che l’Italia accetti di essere additata in Europa come la sola nazione che non sappia combattere, la sola che non possa ricevere il suo se non per beneficio d’armi straniere e concessioni umilianti dell’usurpatore nemico?”

“NAVI DI LEGNO CON EQUIPAGGI DI FERRO CONTRO NAVI DI FERRO CON EQUIPAGGI DI LEGNO”

Degno di nota è la storia dell’eroismo di un semplice marinaio di seconda classe, che durante l’azione all’interno di Porto San Giorgio, il meridionale Antonio Sogliuzzo, in seguito ad un colpo che centrò il suo cannone, perse la mano destra ed ebbe quella sinistra gravemente lesionata, ma non volle lasciare il posto sino al termine dello scontro per non distogliere i compagni dal combattimento: per il suo comportamento venne decorato con la Medaglia d’oro al valor militare. Nato in una famiglia dell’isola d’Ischia, nel 1865 fu arruolato nella Regia Marina per svolgere gli obblighi del servizio militare di leva imbarcato sulla pirofregata corazzata Ancona con l’incarico di addetto alle artiglierie. Mentre la nave stava bombardando le postazioni austriache rimase ferito leggermente da una granata austriaca che colpì il cannone mentre lo stava caricando. Fu poi ferito una seconda volta da una palla di cannone che gli asportò completamente la mano destra, mentre la sinistra rimase quasi completamente spappolata, con il pollice asportato. Nonostante la gravità delle feriti rimase al suo posto di combattimento, lasciandolo solo la termine della battaglia, venendo poi trasferito il 19 luglio, insieme agli altri feriti, sulla nave ospedale Washington. Per il coraggio dimostrato in questa azione fu decorato con la Medaglia d’oro al valore militare a vivente, ma a causa delle ferite riportate fu riformato e congedato nel febbraio 1867. Si stabilì ad Ischia, ma per le mutilazioni e soprattutto per la scarsità della pensione erogatagli, per vivere dovette seguire la strada di altri milioni di meridionali che erano divenuti italiani: emigrò negli Stati Uniti d’America e si stabilì a New York, svolgendo l’attività di pescatore. Si spense in quella città il 21 gennaio 1927, lontano dalla sua terra e soprattutto dimenticato dalla sua ingrata nuova patria!

lissa la kaiser sperona la re di portogallo
La Re d’Italia affonda dopo essere stata speronata dalla Erzherzog Ferdinand Max, nave ammiraglia di Tegetthoff, il 20 luglio 1866 nel Mare Adriatico, nei pressi dell’isola di Lissa, oggi Croazia che determinò la Vittoria austriaca.
Lissa
Fu la prima grande battaglia navale tra navi a vapore corazzate e l’ultima nella quale furono eseguite deliberate manovre di speronamento.
Affondatore
L’Affondatore era un ariete corazzato a torri di I ordine, ordinata al cantiere Mare di Millwall, vicino a Londra, l’11 ottobre 1862, ebbe una costruzione alquanto travagliata. La consegna della nave era prevista entro nove mesi ma poco tempo dopo il cantiere fallì. Rilevò il cantiere il signor Harrison, progettista del’Affondatore ma che poté impostare la nave solo nell’aprile 1863, dilatando quindi i tempi previsti di costruzione a un anno e mezzo. Nonostante la presenza nel contratto di una clausola che prevedeva una penale di 50 sterline per ogni giorno di ritardo sulla consegna (stabilita per il 1º ottobre 1864) la penale accumulata dal cantiere giunse ad ammontare a 5.000 sterline, ma l’Italia, accondiscese a spostare la data della consegna al 6 giugno 1866, rinunciando alla riscossione della penale e non prestando nemmeno attenzione ai deludenti risultati di velocità e stabilità che emergevano dalle prime prove in mare.
Con l’Affondatore si introduceva, rispetto alle navi precedenti, una soluzione rivoluzionaria nella disposizione dell’armamento: invece di avere qualche decina di cannoni disposti in batteria sulle due fiancate, la nave aveva due giganteschi (per l’epoca) cannoni singoli Armstrong Mark IV ad avancarica da 254/30 mm in due torri corazzate girevoli, disposte assialmente, una a prua ed una a poppa, destinata a rivoluzionare il concetto di nave da battaglia, di cui l’Affondatore può essere ritenuto un primo prototipo, non molto riuscito.

Re_d'Italia

Tegetthoff-lithographie
Wilhelm von Tegetthoff, ammiraglio austriaco, artefice della vittoria della flotta austriaca nella battaglia di Lissa. Il 28 novembre 1840, tredicenne, entrò nella Imperiale e regia scuola dei cadetti di marina alloggiato negli stabili dell’antico monastero di Sant’Anna, a Castello, Venezia. L’Imperial Regia marina austriaca era totalmente influenzata dalla componente veneta, di fatto, la base navale e l’Arsenale erano anch’essi basati nella città del leone di San Marco e Tegetthoff venne preparato alla carriera imparando il veneto, lingua di comando della Marina. Attribuire la responsabilità della sconfitta agli inetti comandi italiani, in particolare a Carlo Pellion di Persano.

La Guarnigione di Messina

La guarnigione di Messina, al comando del Maresciallo Fergola, era composta da circa 4.000 uomini della 13ª Direzione Artiglieria, 2° Battaglione Genio, 3°-5°-6° Reggimento di linea. La cittadella era dotata di ben 455 cannoni, ma vetusti e sorpassati, che ben poco poterono contro la maggiore potenza e gittata dei 43 nuovi cannoni rigati dell’artiglieria sabauda. La potenza e la doppia gittata dei cannoni piemontesi ridussero ad un cumulo di macerie in poco tempo il fortino. Il deposito Norimbergh, pieno di polvere pirica, centrato più volte, prese fuoco, rischiando di saltare in aria. Anche la zona della Cittadella, dove erano ricoverati oltre 1.000 civili (per lo più donne e bambini), subì un forte cannoneggiamento.
Da parte borbonica si cercò di allungare il tiro dei vecchi cannoni (alcuni avevano circa 150 anni di vita), interrandoli in parte, ma perdendo così in dirigibilità del tiro. Anche dal mare le navi piemontesi Vittorio Emanuele e Carlo Alberto spararono molte salve, ma senza arrecare alcun danno, perché l’amm. Persano se ne stava prudentemente fuori tiro. Alle 5 del pomeriggio del 9 marzo, la Cittadella ormai ridotta al silenzio alzò bandiera bianca.Il 13 marzo alle 7 dei mattino Cialdini alla testa del 35° fanteria con musica e bandiera fece il suo ingresso nella Cittadella di Messina, dichiarando “prigioniera” la guarnigione borbonica. La resa fu firmata a bordo della nave Maria Adelaide. Cialdini non concesse l’onore delle armi ai vinti, che avevano fatto solo il loro dovere, e respinse sdegnosamente la spada dell’anziano gen. Fergola, anzi nell’occasione insultò pesantemente il gen. Fergola, dicendogli che “non era degno di essere italiano e di volergli sputare in faccia”.            Gli ufficiali dello Stato Maggiore, tra cui il T. Col. Guillamat ed i cap. Gaeta e Brath, vennero addirittura messi sotto processo per la “colpa” di essersi distinti nella resistenza nella Cittadella. Le sei bandiere della Real Cittadella non caddero nelle mani piemontesi: le truppe borboniche preferirono strapparle, quale ultimo gesto di lealtà al re ed alla patria!

Gennaro Fergola fu allievo esterno del Collegio Militare della Nunziatella dove il 5 gennaio 1814 ottenne la nomina a secondo tenente dell’arma di artiglieria. Apparteneva ad una famiglia di scienziati e artisti, tra cui ricordiamo i pittori Luigi Fergola e Salvatore Fergola ed il matematico Nicola Fergola. A prosecuzione della tradizione di famiglia, il figlio di Gennaro, Emanuele Fergola divenne un noto matematico ed astronomo. Percorse una rapida carriera, il 13 giugno 1859, fu promosso generale di brigata e nominato ispettore di artiglieria in Sicilia.
In seguito all’invasione delle truppe garibaldine, il 9 agosto 1860 le truppe napoletane abbandonarono la Sicilia e Fergola assunse il comando superiore delle fortezze di Messina, Augusta e Siracusa. Da questa posizione tentò di condurre operazioni in soccorso di Reggio Calabria, la quale era stata nel frattempo attaccata dalle truppe garibaldine, ma senza successo. L’8 ottobre 1860 Francesco II delle Due Sicilie lo promosse maresciallo di campo, plaudendo al comportamento della guarnigione. In seguito alla resa della fortezza di Gaeta (14 febbraio 1861) la piazzaforte di Messina comandata da Fergola fu posta sotto assedio dal generale piemontese Enrico Cialdini, che minacciando rappresaglie intimò la resa.
Sotto il comando di Gennaro Fergola, Messina resistette otto mesi fino al 13 marzo 1861. In segno di riconoscenza per l’attaccamento al Regno delle Due Sicilie, Gennaro Fergola fu decorato da Francesco II delle Due Sicilie con la gran croce dell’Ordine di San Giorgio. Onore ad un eroe dimenticato!

messina
Il 14 marzo, essendo state richieste piú volte da Torino le bandiere della Real Cittadella, il gen. Fergola rilasciò una dichiarazione nella quale affermava che le bandiere avrebbero dovuto essere sei, ma che di esse non restavano che le aste essendo stati strappati i drappi dalle truppe quale ultimo gesto di fedeltà al Re Francesco II.
MESSINAIDUEFORTI
Sotto il comando di Gennaro Fergola, Messina resistette otto mesi fino al 13 marzo 1861.
A seguito della resa, ed in ragione della lunga resistenza, non fu concesso l’onore delle armi alla guarnigione e gli ufficiali vennero tutti arrestati. In segno di riconoscenza per l’attaccamento al Regno delle Due Sicilie, Gennaro Fergola fu decorato da Francesco II delle Due Sicilie con la gran croce dell’Ordine di San Giorgio.
Gennaro_Fergola (1)
“Uffiziali, Sottouffiziali e Soldati,
è questo l’ultimo ordine che io vi rivolgo, e la mano mi trema nel vergarlo. Allorchè presi il comando di questa Fortezza e di voi tutti, sacro giurammo di difendere fino agli estremi questo interessante sito fortificato che la Maestà del Re (N.S.) aveva affidato al nostro onore e alla nostra fedeltà. Avete ben veduto che tutti abbiamo mantenuto il giuramento, serbando fedeltà, attaccamento e devozione al nostro amatissimo sovrano Francesco II. Immensi sono stati gli sforzi che per lo spazio di cinque giorni si son fatti colle nostre artiglierie per distruggere i lavori di attacco che il nemico costruiva sulle alture della città di Messina ed in altri siti ancora, ma poco effetto à provocato il nostro fuoco, sí perché quasi tutti i lavori erano al di là della portata delle nostre artiglierie, sí perché altri trovavansi mascherati da casamenti ed oggetti occasionali. Quindi l’inimico profittando di tali suoi vantaggi à compiuto inosservato la maggior parte dei suoi lavori. Poco dopo il mezzo giorno di oggi e precisamente quando estenuati di forze prendevate un po’ di ristoro, à aperto simultaneamente un fuoco formidabile contro questa Real Cittadella, che l’à ridotta in poche ore nello stato in cui si ravvisa, ad onta di quella resistenza che si è potuta fare colle nostre artiglierie di una portata molto inferiore a quella delle sue. Veduto dunque che inutile si rendeva qualunque altro nostro mezzo di difesa, e che eravamo a causa dello incendio sviluppatosi minacciati da una sicura esplosione della gran polveriera Norimbergh e suo magazzino attiguo anche pieno di polvere, se non vi si apportava un pronto rimedio, è chiesta per ben due volte per mezzo di parlamentari una tregua al nemico per la durata di 24 ore. Ma vedendo egli di quanto aveva col suo fuoco prodotto di danno e della trista posizione in cui eravamo, à rigettato la mia domanda, e mi ha fatto sentire che dovevamo renderci a discrezione, e che se a tanto non divenivamo e non gli si dava risposta decisiva per le ore 9 della sera, avrebbe riaperto il fuoco con l’aggiunta di altre batterie che ancora non erano punto a vista della fortezza. In tale stato di cose, riunito il consiglio di difesa e sentitone anche il parere, è stato forza sottoporci a quanto il nemico imponeva. Quindi mio malgrado e vostro, domani la Piazza sarà resa. Cosí non avrei giammai ceduto, ma gli incendi che seco noi minacciavano 1000 e piú tra donne e fanciulli mal ricoverati, e che vi si appartengono, e la nostra eccezionale posizione, perché le potenze europee àn permesso una aggressione non mai letta nelle istorie, e noi da chicchessia sperar non potevamo soccorso di sorte, mi ànno obbligato a cedere. Cediamo alla forza perché sopraffatti dalla superiorità dei mezzi e non dal valore dei vincitori. Certo che la nostra resistenza non avrebbe salvata la Monarchia, sagrificata con la resa di Gaeta; non ci restava che salvar solo l’onore militare e nazionale: e mi lusingo che lo stesso nemico ci farà giustizia di concedercene l’orgoglio, come spero che voi me la farete: nel convenire d’aver visto con voi fino all’ultimo i disagi, le privazioni, ed i pericoli. Un dovere però mi resta a compiere ed è quello di esternare a voi tutti i miei sentiti e distinti ringraziamenti per aver saputo ognuno cosí bene secondare le mie vedute nel difendere questa Real Cittadella, ove rinchiusi per circa 8 mesi abbiamo dato le piú grandi prove di abnegazione e di fedeltà al nostro Augusto Sovrano Francesco II. Se l’abbiano particolarmente però i signori generali De Martino, Combianchi ed Anguissola, Ten. Col. Recco, Capitani Lamonica, Di Gennaro e Lauria; e fra tutti il mio capo di stato maggiore ed Uffiziali dello stesso signor Ten. Col. Guillamat, Capitano Cavalieri e Subalterni Gaeta e Brath. Io vi ringrazio tutti di cuore, poichè tutti avete gareggiato nella difesa della rocca. Accettate tutti vi prego tali miei ringraziamenti che partono da un cuore leale e riconoscente. Miei bravi compagni d’armi, nella mia lunga carriera militare di 47 anni ò veduto diverse peripezie non dissimili alla presente, ma però la provvidenza o presto o tardi ha fatto sempre rilucere la sua giustizia quando meno si attendeva, per cui non ci perdiamo d’animo, e confidando in essa auguriamoci giorni piú felici, i quali compenseranno i tristi e dolorosi che abbiamo sofferti. Mi avevo prefisso di porre ai piedi del Real Trono le mie umili suppliche per chiedere alla munificenza Sovrana un compenso speciale al vostro attaccamento, alla vostra sperimentata fedeltà, ma la sorte avversa delle armi me lo à impedito e con dolore mi divido da voi tutti, ma porterò scolpito profondamente nell’anima mia la rimembranza di voi, della vostra fede. Della vostra lealtà, del vostro militare coraggio. Non so quale sarà il mio destino ed il vostro in avvenire, ma se la mia età mi permetterà in seguito potervi rivedere, sarà sempre una vera gioia per me poter stringere la mano a qualcuno dei difensori di questa Real Fortezza, ai quali nè le minacce, nè i pericoli, nè le lusinghe, nè i pravi esempi, nè men la morte seppe far declinare da quella via d’onore che solo è sprone e ricompensa al prode che pel suo Re combatte per vincere o morire. Addio miei bravi camerati! Addio! La sventura ci divide, fede e lealtà fu la nostra divisa, e questa non si spogli giammai da noi, ciascuno di voi porti scolpita in core la nobile parola, che l’univa con nodo indissolubile al nostro sventurato, ma eroico sovrano.
Fergola 12 MARZO 1861

LA RAZZA MALEDETTA

OSSERVAZIONI DEL Dr. NAPOLEONE COLAJANNI deputato al Parlamento.

Un «romanzo antropologico», così Napoleone Colajanni definì le pseudoscientifiche teorie razziali del Niceforo, sostenitore della inferiorità antropologica degli abitanti del Meridione rispetto a quelli del Settentrione. Sembrava un dibattito fosse stato definitivamente sepolto nel dimenticatoio della storia, invece Richard Lynn, professore emerito di psicologia all’Università dell’Ulster (Regno Unito), lo ha ripescato. Basandosi su semplici correlazioni, ad esempio i risultati delle indagini INVALSI sui diversi livelli di apprendimento fra ragazzi de Sud e ragazzi del Nord, il professore ha sostenuto che il quoziente intellettivo fosse legato alla latitudine: più si va a sud e più esso scema. Qualunque studentello di statistica sa che non basta un legame fra due variabili per affermare esista un nesso di causalità.  Nella razza maledetta si dimostra con ragionamenti semplici (non sempre son necessarie complesse dimostrazioni scientifiche per confutare delle tesi) quanto siano insostenibili le tesi del Niceforo.  Il «dogmatismo meccanicistico» di quest’ultimo e la sua rigida concezione deterministica lo portavano a considerare il delinquente come un tipo antropologico – la cui natura era la causa dei comportamenti delinquenziali – e ad escludere l’influenza che i fattori socio-economici potevano avere nella genesi dei fenomeni stessi. Queste razze inferiori, che si dovevano distruggere senza rimpianto nell’interesse della civiltà. I progressi dell’antropologia e della sociologia adesso hanno portato le ricerche in Europa dove si sono riscontrate razze inferiori, di cui — sempre nell’interesse delle civiltà ed anche della moralità! — bisogna augurarsi la pronta scomparsa — che all’uopo si può artificialmente procurare. Il Lapouge è il rappresentante più geniale e più logico di questi antroposociologi, che per vedere progredire e migliorare l’umanità vorrebbero distrurne almeno una buona metà. In Italia, però, c’è tutta una scuola rinomata — quella del Lombroso — che, se fosse logica e non fosse impeciata di opportunismo, dovrebbe arrivare alle identiche conclusioni cui pervenne l’autore delle Selections sociales.   Il Lombroso, infatti, in numerose e ben note pubblicazioni, ha sostenuto sempre, che l’alta delinquenza di alcuni paesi, specialmente di alcune regioni dell’Italia, devesi all’influenza di un fattore irriducibile: la razza. Al Lombroso, in questo si uniscono incondizionatamente gli altri due triumviri della scuola antropologico-criminale, Ferri e Garofalo. I discepoli di questa scuola si sono creduti nel dovere di esagerare gli insegnamenti dei maestri; forse non senza compiacimento degli ultimi, cui talora mancò il coraggio delle conclusioni radicali. Sul libro del Sig. Alfredo Niceforo: La delinquenza in Sardegna (Palermo, Remo Sandron 1897) — il Niceforo è il lombrosiano ultimo venuto — si potrebbe passar sopra se si dovesse tener conto soltanto del suo valore scientifico: ma il rumore intorno al medesimo sollevato con rara abilità e con vera solidarietà dai compagni di scuola, consiglia altrimenti; e impone altresì un diligente esame il fatto che il Ferri al libro ha aggiunto una prefazione, nella quale lo presenta come uno dei saggi più completi di sociologia criminale. Combattendo il Niceforo, dunque, si combatte il Ferri e tutta la sua scuola in una delle quistioni più discusse e che ha grande importanza scientifica e pratica. Il Prof. Lombroso con un articolo nel Corriere della Sera (Razze e criminalità in Italia, N° 297 dell’anno 1897) è venuto in aiuto del Niceforo. Questa è la migliore prova che il Niceforo rispecchia su questa questione della razza precisamente il pensiero della scuola di antropologia criminale, col rigore scientifico dello statistico ed è riuscito a darci una calunniosa requisitoria che va a colpire non una piccola zona della Sardegna, ma una buona metà dell’Italia. Egli ha trovato anzitutto che l’intera Sardegna ha un suo reato speciale e territoriale, che la caratterizza: la grassazione. Ogni suo circondario, ogni sua zona ha poi la sua specialità: in Alghero, ad esempio, prevale il furto e vi è, piaga immedicabile, la corruzione femminile; a Bosa — limitrofa di Alghero — prevalgono le ingiurie e le diffamazioni…. perché nelle vene dei suoi abitanti scorre molto sangue vanitoso spagnuolo; nel Nuorese spesseggiano furto e danneggiamento. Il Nuorese e l’Alta Ogliastra con l’appendice di Villacidro costituiscono la zona delinquente per antonomasia. In contrapposto a questa zona delinquente sta la Gallura, ch’è la parte moralmente più sana della Sardegna.

Le conclusioni dell’esame statistico, egli afferma, sono chiare e semplici: 1° ogni territorio della Sardegna hai una forma sua particolare, caratteristica di criminalità; 2° c’è una specie di plaga moralmente ammalata, che ha per carattere suo speciale la rapina, il furto, il danneggiamento. Da questa zona delinquente partono numerosi bacteri patogeni a portare nelle altre regioni il sangue e la strage. L’autore non lo dice esplicitamente, ma lascia capire che in ogni abitante della zona delinquente si può scorgere un candidato all’assassinio. Il sospetto viene corroborato da quanto scrisse il sig. Paolo Orano, suo compagno di scuola e di viaggio in Sardegna; il quale Orano con certe sue lenti d’ingrandimento scoprì cinquanta delitti . Stabiliti i fatti, il Niceforo, risale alle cause. E causa causarum di tanto male è il temperamento regionale del popolo sardo in generale e della zona delinquente in particolare, ch’è tra i fattori predisponenti ad alcune forme criminose, ed in ispecial modo all’omicidio e al danneggiamento pur non potendosi stabilire quale forza esso fattore raggiunga nella genesi di simile forma di delinquenza.

Non c’è imbarazzo alcuno per ispiegare le varietà criminose dei circondari e dei mandamenti. Sappiamo già che gli spagnuoli sono responsabili delle diffamazioni e delle ingiurie di Bosa; con un pizzico di altri popoli si spiega il resto. «Le forme speciali di delinquenza corrispondono alla grande differenza antropologica della popolazione, scrive il Niceforo. Iberi, Grecia Trojani, Baleari, Corsi, Etruschi, Cartaginesi, Romani, Vandali, Saraceni, Pisani, Genovesi, Spagnuoli e poi….i Piemontesi» lasciarono rappresentanti in Sardegna. E quasi a conferma di tutto ciò aggiunge che nella Gallura — la zona, relativamente, dei galantuomini — la razza è diversissima: «occhi azzurri vi guardano e belle fanciulle dai capelli biondi vi passano accanto; ivi trovate tipi perfettamente celti» (!)

Questa grande differenza antropologica, che si può già intravedere dalla conoscenza delle vicende storiche dell’isola viene confermata dalla craniologia. Il Niceforo, seguendo il Sergi e il Meigs, ritiene che la forma del cranio come quella che si trasmette ereditariamente e inalterabilmente da padre in figlio somministri il criterio migliore per giudicare delle razze viventi in un paese; e trova che dallo studio dei crani sardi può risultare ancora meglio la grande e continua sovrapposizione delle razze in Sardegna».

Il Niceforo, non si è limitato ad accettare i risultati scientifici delle lunghe e diligenti ricerche del Sergi; ha studiato per conto proprio i crani ed altri dati antropologici dei Sardi ed ha scoverto qualche cosa, che forse era sfuggita all’illustre professore di Roma. «Nel delinquente nativo di Orgosolo «riscontrò stigmate ataviche (peccato che non ci dica quali sono!) impresse nell’organismo in modo sorprendente, e negli uomini di Portoscuso ha trovato crani spiccatamente dolicocefali»(!) . Nientedimeno! Il Niceforo non vuole seguire in tutto ciecamente i maestri; perciò non accetta la classificazione chiara e semplice di Ferri dei fattori del delitto; non li divide in fattori fisici, biologici e sociali, ma parla di due fattori — il fattore individuale moltiplicato pel fattore di ambiente. Qualcuno potrà credere che nell’ambiente sia compreso il fattore fisico e quello sociale; ma del primo non c’è traccia nel libro e manca qualsiasi rapporto tra caldo, freddo, umido e pioggia etc, da un lato e delitti dall’altro; non e’ è alcun divertente calendario criminale.

Non c’è regione in Italia, che per tutti i dati antropometrici — indice cefalico, statura, colore della carnagione, degli occhi e dei capelli, altezza e strettezza della fronte, piccolezza e grandezza della bocca, forma del naso aquilino, arricciato o schiacciato, ampiezza del torace e pelli ricciuti o ondulati — presenti tanta uniformità di colorazione quanto la Sardegna, cui si accosta la Sicilia — con maggiore varietà di tinte — e tutto il mezzogiorno d’Italia. Questa uniformità dei caratteri del cranio e degli altri dati antropometrici venne risolutamente affermata dallo stesso Lombroso nel citato libro sull’Antisemitismo. Potrei ancora dilungarmi su questo tema e addurre nuovi fatti storici in favore di ciò che sostengo da tanti anni e in tanti scritti ma il già detto mi pare che basti a sfatare questo pregiudizio della razza; mi limiterò soltanto a ricordare che alla fine del secolo scorso la Lombardia e il Piemonte che oggi sono oggetto di ammirazione e di invidia, erano in condizioni morali assai diverse; i caratteri dei piemontesi sopratutto si avvicinavano maggiormente a quelli dei Sardi e dei Siciliani odierni. Il Tivaroni, infatti, li ricorda come gente parca, d’istinti selvaggi, manesca. La mendicità; egli soggiunge, era grandissimo e proporzionata solo al numero altrettanto grande lei banditi. La impronta morale della regione veniva completata dalla estrema ferocia penale. (L’Italia prima della rivoluzione francese). Per la “zona delinquente” il Niceforo lo esclude recisamente; egli ne ritiene la razza, che l’abita inadattabile, impossibile a progredire, e ad evolversi, e carattizzata, immersa in un passato, che non ha più ragione di esistere.

Questa la sua desolante conclusione; la quale se fosse giusta consiglierebbe l’uso del ferro e del fuoco per distruggerne gli abitanti. Ma la logica è fatale e suggerisce altrimenti: la razza maledetta, popola tutta la Sardegna, la Sicilia e il mezzogiorno d’Italia, ch’è tanto affine per la sua criminalità per le origini e pel suoi caratteri antropologici, dovrebbe essere trattata col ferro e col fuoco – condannata alla morte come le razze inferiori dell’Africa dell’Australia ecc. che i feroci e scellerati civilizzatori dell’Europa sistematicamente distruggono per rubarne le terre. Potremmo e dovremmo disperare della Sardegna e del mezzogiorno d’Italia se fosse provato che un governo onesto e intelligente per lunga serie di anni invano avesse fatto convergere i suoi sforzi al miglioramento di quelle contrade e di quelle razze maledette, fa l’Italia nuova — lo confessano tutti — finora nulla di bene per esse ha fatto, ma molto di male. Per avere scritto la verità sui costumi politici e morali de mezzogiorno fui fatto segno ad un inaudito, ignominioso tentativo di linciaggio entro l’aula stessa i Montecitorio. Ciò ricordo perché si sappia che il me non sono tenerezze morbose per il mio paese per i miei concittadini. Ma a loro dissi spesso paro! aspre e che mi facevano sanguinare il cuore peri desiderio ardente, immenso ch’è in me di vedere guariti dalla lebbra del delitto, dell’analfabetismo, della corruzione politica. La rampogna in apparenza crudele — come appare crudele al bambino il chirurgo che taglia sul vivo e caustica — partì dalle mie labbra per l’amore sincero che porto alle contrade natie, che vorrei vedere innalzate al livello della maggiore civiltà. Sferzai duramente, sferzai a sangue, perché ho fede antica e salda nella perfettibilità della mia razza, di governi previdenti e perseveranti in concorso con cittadini illuminati ed energici, potrebbero ricondurci all’antico splendore.

Questa fede mi farà continuare per la via battili sinora ma mi costringe in pari tempo alla protesi contro le stolte teorie dei superuomini e delle super razze, che segnalano la razza maledetta non alla progressiva trasformazione, ma alla distruzione!

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Presso l’università di Torino è attivo dal 1876 il Museo di antropologia criminale “Cesare Lombroso” da lui stesso fondato. La raccolta di questi materiali, spesso macabri, passò anche per appropriazioni legalmente condannabili, come confessa lo stesso Lombroso: “Il primo nucleo della collezione fu formato dall’esercito, avendovi vissuto parecchi anni come medico militare, prima del ’59 e poi nel ’66, ebbi campo di misurare craniologicamente migliaia di soldati e briganti eraccoglierne molti crani e cervelli. Lombroso teneva il  teschio di Giuseppe Villella, un presunto brigante, in bella vista sulla scrivania, come fermacarte.

LA BANDA LA GALA

La montagna del Taburno, solenne ed austera per il colore bianco-grigio della pietra calcarea, al tempo di Carlo III di Borbone, era diventata nelle ampie spianate tra i 1000 e 1100 metri altimetrici, deposito estivo dei cavalli stalloni dell’esercito. All’improvviso, tra la fine del 1860 e l’inizio del 1861 se ne scopre l’importanza strategica, compresa com’è nella catena degli Appennini, per i cui i valichi i briganti possono scorrazzare attraverso la Campania, le Puglie e la Basilicata, nel tentativo di riconquistare Napoli ed impedire all’esercito piemontese le comunicazioni tra il Tirreno e l’Adriatico. La fitta abetaia e il terreno accidentato, ben si prestano alla guerriglia. Cipriano La Gala, qui fissa il suo quartiere generale, di qui manovra ben trecento uomini organizzandoli in commandi di non più di dieci persone, in continue sortite contro i territori di Cancello, Nola, Caserta, Limatola, Durazzano, Arpaia, Sant’Agata dei Goti, Cervinara. Obiettivo di Cipriano è la restaurazione di Francesco II sul trono di Napoli; arruola gli uomini pagandoli con il danaro che il comitato centrale borbonico gli invia tramite messi fidati; quando però le sovvenzioni non arrivano più, è costretto a provvedere da sè. Ricorre al sistema delle grassazioni e il 23 maggio 1861 estorce denaro in Avella (Av) a Michele Abate, Francesco Biancardi, Aniello d’Avanzo e Martino de Lucia. Nello stesso giorno, sempre in Avella, sequestra un bambino di undici anni Vincenzo d’Avanzo; chiede e ottiene dal padre un riscatto in ragione di L. 204, provviste di pasta, sale e tabacco. Il fanciullo si mostra docile; in pochi giorni di prigionia conquista la fiducia dei carcerieri, quindi col pretesto di raccogliere per loro fragole nel bosco, se la dà a gambe. Al processo testimonierà a favore di Cipriano, illustrando la buona indole del brigante, ma il La Gala negherà di averlo mai visto. Un mese dopo, sull’imbrunire assalta l’Ufficio del Ricevitore della Ferrovia di Cancello, portando via dalla cassa 314 lire e 50 centesimi. Indi procede ad una spedizione punitiva: l’uccisione del caffettiere Ferrara che ha fatto la spia contro di lui. Il brigante Antonio Pipolo lo fa legare ed incita gli altri a sparargli addosso. Dopo qualche esitazione, quattro colpi partono. Il 27 luglio l’assalto alla corriera sulla strada di Cimitile (Na), si conclude con un tragico bilancio: muoiono Bartolo Cuminellie Pietro Brocchieri carabinieri di scorta; è ferito il postiglione, derubato un passeggero genovese. Uno dei luogotenenti più fidi, Crescenzo Gravina, il 31 di agosto, in circostanze non chiare, uccide un bersagliere di Pisa. Allo stesso periodo, risale il saccheggio subito dai fratelli Giovanni e Michele Mascolo di Sasso di Roccarainola (Na). Il Mascolo accusato di meditare la vendetta e di essere disposto a denunziare 14 briganti alle autorità, preso con la forza, è chiamato a discolparsi dinanzi al tribunale dei briganti. Come in un regolare processo, si odono i testimoni a discarico, i testi di accusa, la requisitoria del Pubblico Ministero Piscitelli, cognato dell’accusato. Le imputazioni sono talmente inverosimili che lo stesso Cipriano conviene trattarsi di testimonianze calunniose non rispondenti al vero; i giurati dopo aver votato l’assoluzione più completa, si associano al Presidente nella deplorazione dei rancori personali del Piscitelli verso il congiunto e decidono di indennizzare il Mascolo per i danni subiti, anche e soprattutto in riconoscimento delle munizioni e vettovaglie da lui fornite alla Comitiva. La banda, forte di 85 uomini, il 2 settembre si dirige al villaggio di Paolini di Sant’Agata dei Goti, verso la casa dei fratelli sacerdoti don Giacomo e don Pasquale Viscusi. La nipote Domenica cerca di opporsi alla cattura degli zii, chiede pietà per il vecchio don Giacomo, ma Cipriano infastidito dalle sollecitazioni, fa per trafiggerla con lo stile. Nel trambusto generale, il vecchio prete, sentite le grida della nipote, preferisce consegnarsi ai briganti, dicendosi disposto a pagare il riscatto. Le prime richieste sono avanzate in ragione di 12.000 ducati. Impossibile pagare una somma simile; i contraenti si accordano per 6.000 ducati; i due fratelli sono portati in montagna e dopo una settimana, Pasquale è rimandato a casa per sollecitare il pagamento dell’intera somma. Frattanto un altro prete: Messandro Ruotolo di 30 anni sequestrato in contrada Acquavitara sulla strada tra Arpaia e Arienzo, viene a fare compagnia al Viscusi. Vorrebbe confortarlo, parlare con lui, ma ne è dissuaso dal brigante Antonio Sperone. Ma Giona impaziente, non vuole aspettare oltre, tronca un orecchio al Viscusi; Ruotolo testimone oculare, vede Pasquale Papa, fratello di Domenico addentare l’orecchio e con i filacci di carne tra i denti, lo sente esclamare “capperi che bel sapore hanno gli orecchi dei preti!” Giona infastidito, glielo toglie di bocca; non è il caso di mangiarlo, lo si deve spedire alla famiglia per averne quattrini. Ci si domanderà perchè tanta ferocia verso un sacerdote. Gli è che i briganti detestavano i preti, le cui competenze si estendevano per legge fino a stilare il certificato di buona condotta dei parrocchiani. Essi erano tenuti ad individuare quanti si allontanasse di casa per imprese di brigantaggio politico e a trasmettere le loro relazioni al Sindaco, al Comandante dei Carabinieri, al Comandante della Guardia Nazionale, al Delegato di Polizia. In particolare il giovane Domenico Papa da Santa Maria a Vico, era stato costretto a farsi brigante a causa del sacerdote Giuseppe Mazzone che aveva avuto la poca accortezza di parlare male di lui e del fratello Pasquale con le donne più pettegole del paese: Carmela Nuzzo e Giuseppa Campagnuolo. Aveva loro confidato che quei ladri avevano avuto quello che si meritavano ed erano stati arrestati nella cupa di Pizzoli. Le donne menarono un gran chiasso per il villaggio e forse riflettendo che il parroco aveva l’abitudine di anticipare un po’ gli eventi, avevano voluto fare un sopralluogo di persona in casa dei Papa, dove trovarono i presunti arrestati, pacificamente raccolti in seno alla famiglia. I giovani montarono in gran collera e senza interporre indugi si recarono a casa di Don Giuseppe, gli fracassarono vetri ed imposte con grosse pietre, aspettando che si affacciasse per farlo fuori. Malauguratamente, Vincenzo, fratello del prete, ritornava dai campi dopo aver falciato l’erba e per un qui pro quo, fu ucciso da Domenico Papa. Di qui la necessità di sottrarsi alla giustizia e farsi davvero brigante. Domenico Papa aveva più volte maledetto il suo triste destino con i nuovi compagni. Ecco perchè la permanenza di don Giacomo Viscusi sul Taburno non si presentava esente da rappresaglie, nonostante il denaro del riscatto arrivasse un po’ per volta. Vero è che D’Avanzo gli rilasciava ricevute di questo genere come la seguente “Noi Giona e Cipriano La Gala dichiariamo aver ricevuto la somma di ducati 1700 dai catturati Pasquale e Giacomo Viscusi e la ragione per cui abbiamo richiesto questo denaro, è di mantenere la truppa a difesa di Francesco II, e che quando Questi sarà ritornato a Napoli, i detti Viscusi riavranno il loro denaro”. Don Giacomo è venuto in uggia ai sequestratori. Basta che Nicola Jannotta detto Rofaniello si lasci sfuggire l’esclamazione – Questo infame carbonaro è ancora vivo -, perchè la violenza esploda senza remore. Gionata si slancia contro il prete, imitato dagli altri. Obbligano il contadino Carmine Atarella a dare in prestito la zappa per scavare un fosso ed in questo ancora vivo, gettano il sacerdote. Quando il maggiore delle Guardie Nazionali Pasquale D’Ambrosio da Arienzo, riesce a seguito di una perlustrazione, ad individuare la tomba dell’ucciso, con raccapriccio si avvede che ha le braccia rivolte in su con le palme aperte, quasi a voler sostenere il peso dei grossi sassi. Nota che un macigno di circa un cantaio e mezzo gli grava sul petto e sulla testa. Al collo le varie ecchimosi e un fazzoletto ben stretto denotano il tentativo di strangolamento. Ormai non rimane che lavare il cadavere, rivestirlo e dargli cristiana sepoltura. Lo sgomento per l’odioso crimine, non ancora si è smorzato tra le genti del Circondano, quando si diffonde notizia più agghiacciante. Il tribunale La Gala ha eseguito sentenza contro una spia sul Taburno, il 4 settembre contro Francesco De Cesare di Laiano, frazione di Sant’Agata dei Goti. Era De Cesare una vecchia conoscenza di Cipriano e Giona, compagno di prigionia nei bagni penali di Castellammare, presso cui i La Gala scontavano la pena a 20 anni di carcere per furto aggravato, a seguito della condanna loro inferta dalla Gran Corte Criminale di Terra di Lavoro il 24 aprile 1855. Durante una rissa, erano volati affronti pesanti e parole grosse tra i tre. Nel 1860 dopo l’evasione da Castellammare, De Cesare non aveva voluto aggregarsi ai fratelli, limitandosi in apparenza a fare il loro manutengolo, in realtà collaborava con la truppa per segnalare i loro movimenti e non aveva mancato di contribuire all’arresto di 17 briganti. I La Gaia a mezzo del portaordini Cosmo Matera, mandano a chiamare De Cesare; si porti subito al Taburno. Invano Cosmo sconsiglia De Cesare dal farlo; per non spaventare la moglie Antonia, il manutengolo dice che starà un po’ fuori per affari. Arrivato a destinazione, riceve accoglienze cordiali da Giona che lo porta da Cipriano; questi sul momento lo abbraccia, poi a bruciapelo gli dice: “Francesco tu devi morire; Giona scannalo”. De Cesare per quanto legato ad un albero, non si rende conto della prossima esecuzione e pensa ad uno scherzo. Trafitto da innumerevoli pugnalate, ha però la forza di imprecare contro i vigliacchi traditori, gente da lui trattata altre volte a calci e schiaffi. Cipriano alla fine, scarica sul corpo martoriato il suo fucile a doppia canna. Molte cose orrende sono successe, così viene a sapere il maggiore D’Ambrosio; preparato al peggio, il giorno dopo sale sul Taburno diretto a contrada Pozzillo, con il capitano dei 18° battaglione bersaglieri. La realtà è tuttavia macabra oltre l’immaginabile. Sul balcone di una casetta di campagna, si vede la testa di Francesco De Cesare con una pipa in bocca; sugli alberi vicini, là una gamba, là un braccio, là altre membra informi. Dovunque biglietti, sotto brani di carne umana “Così si fa alle spie, Questo spetta ai traditori e simili “. Per terra traccia di fuoco appena spento ed ossa umane spolpate; a turno i briganti avevano mangiato un po’ di carne arrostita del De Cesare. Pasquale Papa avrebbe voluto che anche prete Ruotolo ne mangiasse un poco. Fu indi risaputo che un vecchio brigante soprannominato La Vecchierella, il meno coraggioso di tutti, aveva reciso i genitali del De Cesare, se li era sospesi al petto e se ne era andato in giro così per due giorni. Le imprese della banda suscitano lo sdegno del Maggiore Comandante Pinelli e del Maggiore Franzini che mobilitano la Guardia Nazionale di Cervinara in uno stato di allarme permanente, impegnandolo nel duplice incarico di difendere i contadini occupati nel raccolto delle castagne e di osservare gli spostamenti dei La Gaia. Siamo al 29 ottobre. Il Luogotenente Luigi Savoia con 19 militi svolgeva opera di vigilanza, allorché Nunzio Clemente contadino impegnato nei lavori dei campi, un’ora dopo mezzodì, ode uno squillo di tromba. Il suono non gli pare quello militare, lo sente poco rassicurante. Cautamente avanza per vederci chiaro e si imbatte in 8 briganti armati. Di corsa, va a riferire la cosa al luogotenente, ma questi con belle maniere lo esorta a stare calmo; devono essere altre Guardie Nazionali spedite di rincalzo da Cervinara dagli ufficiali superiori, preoccupati di lasciare con piccolo drappello lui, in una località lontana dall’abitato, in una evenienza di attacco. Ha appena terminato di dire così, allorché una scarica di fucileria uccide lui, i militi Antonio Clemente, Agostino Lallo, Serafino Pisanelli, Luigi Saldi, Giovanbattista Teti. Un grido di gioia sopravanza le schiopDepettate ; è Giona che urla “Avanti Cipriano, che abbiamo ucciso il Capitano”. Tutt’intorno spuntano numerosi i briganti; militi e contadini fuggono terrorizzati. Due Guardie Nazionali, tra cui Giovanni Genovese, sono fatte prigioniere. Per un po’ i briganti non fanno parlare di sè. Il 18 novembre Caporal Giona, riprende a fare opera di grassazione. Questa volta ai Paolini di Sant’Agata dei Goti, ai danni dell’agiato proprietario Angelo Soriano; gli sequestra la moglie settantenne Maddalena Russo che rilascia dopo 15 giorni, non senza aver prima intascato il riscatto di 3.000 ducati, pari a L.12.750. I banditi non si fanno scrupolo di derubare i salariati Giuseppe Esposito e Vincenzo Panno, di violentare tre giovani braccianti agricole: le sorelle Lucia e Maddalena De Lucia, Orsola Nuzzo. Cipriano La Gala si indigna per la feroce aggressione, prendendo le distanze da Giona, in quanto come notorio, egli non attenta alle virtù delle fanciulle, nè consente che si offenda l’onore delle famiglie. Ormai la deplorazione non tocca la sensibilità di Giona, che anzi durante il saccheggio del 27 novembre in casa di Equizia e Giuseppe Abate in Cervinara per un valore di 198 lire, fa prigioniero Giuseppe. Lo porta in montagna e gli recide entrambe le orecchie, che poi spedisce alla moglie Chiara Maria Raucci per un riscatto di L. 2,295. Dispone in ginocchio Carmine Clemente, Carmine Iuliano e taglia loro l’orecchio destro. Il contadinello Giovanni Abate di S. Martino Valle Caudina, si inginocchia senza subire imposizione, pronto alla mutilazione. Per il suo gesto piace a Giona che non gli fa del male e lo rimanda a casa, dopo aver ricevuto dalla famiglia 10 cantaia di pane, 6 di maccheroni e 10 prosciutti. Cipriano anzi, gli regala una piastra che Abate non vuole tenere per sè e dà ad un brigante che gli aveva mostrato compassione. Non egualmente fortunato era stato Giuseppe Abate di 47 anni, alto e robusto nella persona; nonostante avesse pagato complessivamente 600 ducati e speso altri 200 in vettovaglie e regali, aveva ricevuto crudele mutilazione di entrambe le orecchie. La banda, alla fine di dicembre ’61, ha ormai i giorni contati, braccata da ogni parte, da Benevento, Caserta e Napoli; si scinde in piccoli groppuscoli per eludere la vigilanza dell’esercito e guadagnare il confine pontificio. Sulla sera del 6 gennaio 1862, si dà per certo che Cipriano si aggira nel territorio dei Mazzoni di Capua, usando come ricovero durante la notte, una casa di Casal di Principe (Ce). I carabinieri di Capua ricevono l’ordine di recarsi sul posto ed accerchiare la casa. Il sergente Luigi Monti e il maresciallo Giacomo Gedda lungo il percorso, intimano l’alt a vari uomini a cavallo. Non si ottempera al comando. Gli uomini si danno alla fuga, meno uno che viene riconosciuto nella persona di Angelo Menniello manutengolo e preso come guida, obbligato a dare le indicazioni necessarie per arrivare al rifugio. Nella casina, tutti dormono meno Cipriano che sveglia i suoi ed insieme con Giona e Domenico Papa, si apre un varco tra i militi sparando su di loro ed uccidendo il maresciallo Gedda. Nella sua sortita, è favorito dall’oscurità e dalla pioggia battente; Non fanno a tempo a porsi in salvo Aniello Mercogliano, un ex sequestrato obbligato ad aggregarsi nella banda, in cui è rimasto sei mesi e due guardiani di bufali che hanno concesso l’ospitalità. Arrestati i tre, si procede all’inseguimento e il contadino Carlo Guerra proprietario della masseria Bonito, ammette di aver dato aiuto a tre uomini, di cui uno ferito gravemente alla mano. Nell’impossibilità di fornire bende, ha stracciato una camicia e dato un asino al ferito. Antonio Federico, Ferdinando Santoro, Francesco Gravante, Marcello Petrella e i sacerdoti Vincenzo e Giovanni Caianiello, hanno riconosciuto nel ferito Cipriano La Gaia. I tre raggiungono come si proponevano il confine e si mettono al sicuro. Una fitta rete di omertà li protegge, finchè amici potenti procurano ai La Gaia, a D’Avanzo e Papa un passaporto con tanto di visto dell’ambasciata di Francia per Marsiglia e della legazione di Spagna per Barcellona. Partiti da Civitavecchia sul piroscafo Aunis delle messaggerie imperiali diretti a Marsiglia, fanno scalo a Genova il 10 luglio 1863. Durante l’assenza del capitano, sceso a terra per vidimare le carte di bordo all’Ufficio di Sanità del porto, salgono sul vapore un commissario di polizia italiana, agenti e carabinieri ed arrestano i quattro, in aperta violazione della Convenzione consolare italo-francese. In particolare gli articoli 12 e 13 così recitavano: “Art. 12 – E convenuto che: i funzionari dell’ordine giudiziario e gli ufficiali ed agenti della dogana non potranno in alcun caso, operare nè visite, nè ricerche a bordo dei legni, senza essere accompagnati dal console o viceconsole della nazione cui quei legni si appartengono. Art. 13 – Le autorità locali potranno intervenire solo quando i disordini sopravvenuti a bordo dei legni fossero di natura da turbare la tranquillità e l’ordine pubblico a terra o nel porto, o quando una persona del paese, non facente parte dell’equipaggio vi si troverà compromessa. Il console generale di Francia, informato con molto ritardo dell’incidente diplomatico dal Prefetto di Genova, che pure non aveva alcun diritto a fare arrestare passeggeri in transito, si trova dinanzi al fatto compiuto e li abbandona alla giustizia italiana. Sarà incolpato di eccesso di potere dal ministro francese degli affari esteri, in quanto ottemperando ad una richiesta politica, si era sostituito alla legazione dell’Imperatore in Italia. I La Gala, D’Avanzo e Papa sotto nutrita scorta, vengono condotti al carcere di S. Maria Capua Vetere in attesa di giudizio. La prima seduta del processo, inizia il 24 febbraio 1864 dinanzi alla I Corte d’Assise del Circolo. Componenti: il Presidente On. Filippo Capone deputato al Parlamento Nazionale. Consiglieri: Cav. Mariano Englen e Sig. Vincenzo Napoletano. Procuratore Generale Pasquale Giliberti. Assumono le difese per Cipriano La Gala l’Avv. Ottavio Cecaro, per Giona l’Avv. Domenico Tammaro, per Giovanni D’Avanzo l’Avv. Giovanni Paolillo, per Domenico Papa l’Avv. Luigi Garofalo. Così numeroso è il pubblico dei giornalisti e curiosi, che l’aula non li contiene tutti; si rende pertanto indispensabile il trasferimento in una sala più ampia del Quartiere Militare. Tra la folla, molte belle signore puntano i loro occhialini sulla corte e sugli imputati. Eccetto Giona, giallognolo nel colorito e bieco nello sguardo, gli altri hanno un aspetto distinto. Cipriano ora sui trant’anni, ha la dignità di un facoltoso commerciante, D’Avanzo sui trentacinque anni, nei tratti severi del volto ricorda vagamente uno sbirro, Papa sui ventuno anni è un bel giovane. Giona conta ventotto anni. La difesa facilmente ottiene che non siano sentiti come testimoni di accusa Lotti e Campagnuolo, un tempo facenti parte della banda. Gli avvocati vanamente chiedono che l’atto diplomatico d’estradizione sia acquisito agli atti e per ovvie ragioni; si capisce subito che il processo salterebbe in quanto gli imputati sono stati irregolarmente arrestati. Mentre Giona nega ogni attività delittuosa, D’Avanzo ci tiene a precisare che i suoi guai con la giustizia derivano dal servizio da lui reso quale Comandante della gendarmeria ausiliaria di Cervaro. Qui nel 1849 aveva l’incarico di sorvegliare gli attendibili politici che lo sopportavano di malanimo. Venuta l’ora della rivalsa, l’11 novembre 1860 convinsero le Autorità ad operare una visita al suo domicilio. Gli furono sequestrate lettere del Vial, del Peccheneda, del Mazza e da carceriere si trovò carcerato. Liberato nel giugno ’61, invano rivolse una supplica per ottenere la reintegrazione sul posto occupato. Al fine di sottrarsi a molte persecuzioni, preferì dal 1° luglio ’61 espatriare e rifugiarsi nello Stato Pontificio. Domenico Papa ricorda le tristi circostanze in cui fu costretto a darsi al brigantaggio, a causa di prete Mazzone che rovinò la sua reputazione di onesto operaio, calunniandolo come ladro. Cipriano invece non nega gli addebiti, ribadisce di aver agito per motivi politici. Intorno a lui si è creata la leggenda di capo spietato e crudele; gli si attribuiscono più colpe di quante egli non se ne riconosca. Chiede perciò di mettere a verbale che molti capibanda scorazzavano sul Taburno nel 1861; il presidente acconsente. “Voglio però dare documento alla giustizia del come i carichi a me apposti debbono forse con più ragione farsi gravare sugli altri numerosi Capibanda che nel tempo della mia latitanza tenevano questi luoghi, e coi quali sempre che mi occorse incontrarmi non mancai di dolermi con loro delle tante grida che dappertutto si levavano per gli atti obbrobriosi ai quali si lasciavano andare, e di esortarli a impedire ogni eccesso. Ho fatto scrivere una lista di tutti i nomi de’ Capibanda mentovati, e che all’uopo consegno nelle mani della giustizia rimettendola a voi. D. Chi ha scritto la lista che ora mi presentate? R. Questa l’ho dettata e fatta scrivere sotto i miei occhi dall’attuale compagno di prigione Giovanni d’Avanzo, come potete anche da lui sapere. Nomino per mio difensore l’Avv. D. Ottavio Cecaro. Segna la croce (non sa leggere nè scrivere).                                                Notamento de’ Capibanda e degli altri che domiciliavano ne Monti di Cervinara:                      1) Domenico Bello di Cervinara.                                                                                                                        2) Pasquale Martone, id.                                                                                                                                   3) Antonio Caruso di Avella.                                                                                                                            4) Domenico il Calabrese. –                                                                                                                                 5) Antonio Zappatore. –                                                                                                                                        6) Antonio Pungolo.                                                                                                                            Capibanda che esistevano tra’ monti e contorni di Cancello.                                                              1) Giuseppe Tiniero di Arienzo –                                                                                                                     2) Antonio Pipolo, di Napoli o Marigliano –                                                                                                  3) Lisco Fabiano di Marigliano –                                                                                                                        4) Donato Pizza dì Cicciano-                                                                                                                      5) Felice di Marigliano–                                                                                                                                      6) Angelo Pascarella alias Angiolillo di Messercola –                                                                                  7) Luigi Esposito di Marigliano –                                                                                                                     8) Francesco Liberato di Camposano.                                                                                                         Capibanda che stavano pe’ monti di Taburno.                                                                                        1) I fratelli Giovanni e Tommaso Romano di Limatola –                                                                          2) Il nipote del Generale Bosco a nome Giuseppe –                                                                                       3) Luciano Martino di Casalduni –                                                                                                                   4) Padresanto di Guardia Sanframondi –                                                                                                         5) Cosimo di Cerreto –                                                                                                                                       6) Giuseppe Gallo di Casalduni –                                                                                                                         7) Vincenzo alias Pelorosso di Cerreto –                                                                                                         8) Un Maggiore borbonico che portava 180 persone -.                                                                                  9) Il nipote del generale Vial, il tenente ed altri che venivano da Benevento –                                   10) Michele Caruso.                                                                                                                                    Capibanda de’ dintorni di Nola.                                                                                                                    1) Crescenzo Gravina di Palma –                                                                                                                      2) Angelo Bianco di Bajano –                                                                                                                            3) altro a nome La Vecchia di Monteforte –                                                                                                      4) Pasquale D’Avanzo di Avella –                                                                                                                    5)Antonio Del Mastro di Avella –                                                                                                                     6) Giuseppe Santaniello della parte di Palma –                                                                                           7) Benedetto D’Avanzo di Avella o Mugnano.                                                                                        Nelle udienze successive i testimoni si mostrano reticenti, non riconoscono gli imputati, cadono in contraddizioni e il Pubblico Ministero si lamenta di così spiccata perdita di memoria. Alcuni arrivano ad affermare, con suo sommo dispetto, che è proprio così; hanno subito tali violente emozioni, da esserne restati davvero scimuniti. Con involontario umorismo, i contadini derubati richiamano all’attenzione del Presidente che le Guardie Nazionali del Savoia, superstiti all’attacco, non si sono mostrate più eloquenti di loro. C’era o non c’era Cipriano? I cronisti diligentemente annotano che la paura chiude la bocca di tutti e non c e verso di provare la effettiva presenza degli imputati ai fatti. L’avvocato Cecaro su Cipriano ha buon gioco; con la sua eloquenza stringente demolisce le motivazioni di accusa; là dove non si può negare la partecipazione di Cipriano, come nell’uccisione del De Cesare, sostiene che il suo patrocinato può essere accusato di mancanza di aiuto e di assistenza, non di omicidio volontario e premeditato. Inoltre non può neppure configurarsi come il mandante di imprese, giacchè non si è potuto accertare che tutti i commandi cooperassero, spinti dalla stessa mente direttrice verso un medesimo fine. Cipriano è da considerarsi un partigiano del Borbone e basta. Quanto poi alle buone azioni in difesa degli umili, basta far riferimento ai numerosi contadini che spontaneamente hanno voluto fare testimonianza, onde rendere di pubblico dominio le restituzioni di denaro e suppellettili, nonchè il rilascio di molte persone. Il Pubblico Ministero ammette che la difesa è stata eloquentissima ed egli non pensa di emularne la valentia. “… Dunque sarebbero invendicati i militi di S. Martino, i carabinieri, perchè è impossibile sapere quale degli assassini ebbero il funesto privilegio di ucciderli. Per Montesquieu, la legge è come una tela di ragno, i moscerini vi restano presi, i grossi se la scappano. La legge non raggiungerebbe mai i grandi misfattori, poichè invece di dieci si riunirebbero in 50 e quindi sarebbe difficile sapere chi avesse ucciso o derubato nel tale o nel tal altro caso; si commetterebbero i più grandi misfatti raggiungendo la impunità. Ed allora… i nostri poveri codici sarebbero come quelle tele di ragno, fatte solo per prendere i ladruncoli, qualche reo di omicidio volontario e non coloro che si riconoscono in gran numero ed insorgono contro la società, danneggiandola, commettendo i più orrendi misfatti”. La sentenza emessa il 13 marzo 1864, condanna D’Avanzo a venti anni di reclusione, Domenico Papa ai lavori forzati, Cipriano e Giona alla pena di morte. Ma l’Avvocato Cecaro sa di poter tentare ancora una carta. I La Gala dietro suo consiglio, indirizzano a Francesco II una supplica …. e attraverso gli opportuni canali diplomatici, fu fatta opera di persuasione e la condanna a morte dei La Gala nel successivo ricorso alla Cassazione, fu commutata nei lavori forzati a vita. Doveva finire così; gli stessi magistrati sapevano che non avrebbero potuto ottenere di più.                        

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Fratelli La Gala

Supplica A Sua Real Maestà Francesco II Re del Regno delle due Sicilie                   Sire Magnanimo,                                                                                                            Cipriano e Giona La Gala prostrati ai sacri pié di V. M. umilmente espongono come essi, fin dal 10 luglio ’63 arrestati abusivamente in Genova, tradotti in S. Maria unitamente agli altri due colleghi Giovanni D ‘Avanzo e Domenico Papa, sono stati gli esponenti condannati a morte e gli altri due, uno cioè il D’Avanzo ad anni 20 di ferri e l’altro Papa ai ferri a vita. Cosicchè vedendosi gli oratori con i ferri ai piedi ed alle mani già in cappella, supplicano la carità a V. M. degnarsi parlarne al Papa ed al suo Ministro Antonelli come a ludibrio del suo passaporto vidimato dai consoli francese e spagnolo, sono ridotti in tale stato previo un arresto abusivo. Cosicchè trattandosi di morte e trattandosi essere inciampati in mano ad un governo nemico, supplicano V. Maestà cooperarsi col Ministro Pontificio interporre i suoi uffici colla Francia e liberare perchè giusto, i quattro condannati, cioè i Della Gala a morte e il D’Avanzo Giovanni ai ferri per anni 20 ed il Papa Domenico ai ferri a vita. V. Maestà può se vuole, stante che tutta la ragione è dal canto dei supplicanti e si tratta di morte a ludibrio della savia convenzione diplomatica del 1838 cui è favorevole ai supplicanti intorno all’omissione politica art. 6. Di tanto espongono e l’avranno a grazia speciale mentre non riusciva mica difficile ad un governo nemico esacerbato contro i medesimi di farli trovare colpevoli e di intrigarli come egli voleva. Essi si raccomandano alla giustizia di V. Maestà, quali hanno ragione per essere stati abusivamente presi in terreno straniero, contro ogni legge divina ed umana ed internazionale. L’avrà a grazia speciale come da Dio. Gli umilissimi sudditi di Vostra Maestà Cipriano e Giona La Gala non che Giovanni D’Avanzo e Domenico Papa supplicano come sopra.

Caruso
MICHELE CARUSO da Torremaggiore (PZ) capobrigante dell’omonima banda Caruso con la “camicia di forza” dopo la cattura, fu fucilato a Benevento (largo fuori porta Rufina) nel dicembre 1863.

LA SUDETERMINAZIONE

“Dopo il brigantaggio queste terre hanno ritrovato una loro funebre pace; ma ogni tanto, in qualche paese, i contadini, che non possono trovare nessuna espressione nello Stato, e nessuna difesa nelle leggi, si levano per la morte, bruciano il municipio o la caserma dei carabinieri, uccidono i signori, e poi partono, rassegnati, per le prigioni”. [da C. Levi, Cristo si è fermato a Eboli].
Con i “discorsi biologico-razzisti” degli ultimi decenni dell’Ottocento nelle teorie dell’antropologia criminale di Cesare Lombroso e del suo allievo Alfredo Niceforo, si ammetteva una differenza tra i caratteri delle popolazioni italiane in “due razze”: una del Nord e una del Sud, gli “arii” e i “mediterranei”. La “decadenza” dell’Italia era causata da questa differenza razziale, dove la società meridionale non poteva che essere “atavica”, incline al delitto passionale, al brigantaggio, alla mafia, alla camorra, ovvero quelle tipiche forme di “delinquenza selvaggia e primitiva”. Invece il carattere antropologico faceva loro buon gioco per la spiegazione che i mediterranei erano profondamente individualisti, mentre nell’Italia settentrionale, il senso civico e il “sentimento di organizzazione sociale” della “razza degli arii” consentivano un radicamento socialista. Il rapporto tra enunciazioni e pratiche di potere riproduce una retorica paternalistica del Nord che per costruire un impero è convinta di essere la parte buona che protegge la parte debole, “cattiva”, (il sud), invadendola della propria idea di sviluppo e civiltà. La compenetrazione del sapere scientifico, infarcito di abbondanti stereotipi e luoghi comuni, con il potere suscita gli effetti desiderati: “La morale di base di una società arretrata da un’immagine scontata, pittoresca, che si fa beffa di un secolo di storia, riportando alla memoria le stampe dell’Illustrazione Italiana di fine Ottocento, dove le genti del Sud sono rappresentante come “lazzaroni” che mangiano con le mani la pasta e si dilettano al sole, adagiandosi nell’ozio. L’insieme di questi stereotipi vanno affiancati quelli ormai celebri: il Sud, terra della sporcizia, delle clientele, dello sperpero, dell’indolenza e dell’imbroglio”. Dinanzi al riproporsi ridondante di luoghi comuni da una parte, e dall’altra parte, la tendenza risentita che suscita la reazione oppure la difesa da qualsiasi accusa di razzismo, luogo per antonomasia dell’arretratezza, della diversità e dell’inferiorità rispetto al resto dell’Italia e dell’Europa. Un tenace catalogo che oscilla lungo l’intersezione tra una diversità antropologica e certe dirette conseguenze in termini economiche, sociali e politici. I meridionali sono passionali, indisciplinati, ribelli, individualisti e, dunque, inabili alla formazione di una cultura razionale, civica, ordinata. Di conseguenza, il contesto sociale ed economico è sottosviluppato a causa del clientelismo politico, delle relazioni gerarchiche e patriarcali, e delle varie forme di manifestazione del crimine organizzato. Con buona approssimazione, la descrizione del Mezzogiorno potrebbe essere qui terminata, ma invece diviene un buon cibo per inchieste giornalistiche, fiction, documentari televisivi e nel suo interno si inserisce il “dispositivo Saviano”: «a partire da una descrizione del territorio apparentemente accuratissima, pagina dopo pagina si fa descrizione morale di una popolazione preda inguaribile dei suoi incubi atavici, dunque la lotta fra Bene e Male, ove il male è tanto assoluto da non potere postulare che un intervento radicale, ossia portato alle radici antropologiche della questione: è necessario un intervento dello stato-chirurgo sul cancro-popolazione» (Petrillo 2011). Così la realtà romanzata fa buon gioco di stereotipi, corroborandosi in un atto di fede e a ben vedere, non è assai diverso da quanto in precedenza letto. Sebbene esisti una letteratura che faccia giustizia di questi cliché antimeridionali, la ragione per cui siano ancor oggi in circolazione più prepotentemente di quanto non si voglia credere si annida in quel “senso comune” sorretto dalle verità delle rappresentazioni, da immagini cristallizzate nel tempo e, semmai, corroborato persino da ricerche scientifiche. L’orientalismo aiuta sicuramente a costruire un’immagine dominante del Mezzogiorno italiano al contempo come paradiso turistico e inferno sociale, ma «la soggezione simbolica passa anche e soprattutto attraverso la sua definizione come luogo dell’arretratezza e del sottosviluppo, come forma incompiuta di nord» il Nord europeo a percepirsi nella sua compiutezza di civiltà superiore, dall’altro, e a definire il Sud stesso come una sua copia imperfetta ovvero come una porzione della civiltà occidentale che non segue il ritmo del suo cuore pulsante, collocato lontano dalle rive mediterranee. Il Sud è un Nord “esterno” e “senza”, senza storia, senza progresso, senza la luce della ragione, senza futuro, insomma senza tutte quelle conquiste del Nord moderno. «L’idea di un Sud come di un non Nord, di un Sud pensato da altri, non più soggetto di pensiero, ma brutta copia di un’altra latitudine, è un processo facilmente percepibile all’interno del territorio italiano». D’altro canto, nella storia d’Italia il pregiudizio o meglio il razzismo antimeridionale è sempre stato adoperato per soddisfare le istanze economiche, ma anche politiche ed ideologiche. A questo punto anche la stessa “questione meridionale” è il prodotto della “surdeterminazione” di differenti istanze. Infatti, in alcuni temi della “quistione” meridionale, proprio Gramsci segnala come «l’ideologia diffusa in forma capillare dai protagonisti della borghesia nelle masse del Settentrione» rappresenti “il Mezzogiorno” dentro il refrain di «palla di piombo che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo civile dell’Italia», perché «i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori, dei semibarbari o dei barbari completi, per destino naturale; se il Mezzogiorno è arretrato, la colpa non è del sistema capitalistico o di qualsivoglia altra causa, ma della natura che ha fatto i meridionali poltroni, incapaci, criminali, barbari» (Gramsci, 1930). Esemplare è l’esercizio gramsciano di decostruzione e dell’unificazione italiana e della “questione meridionale”. In quel pregiudizio, o meglio, in quel razzismo antimeridionale, solidificatosi in “senso comune”, Gramsci intravede il riflesso delle istanze economiche e delle istanze ideologiche, in un rispecchiamento “surdeterminato”. In questa sovrapposizione, il pregiudizio in termini di inferiorità biologica, vale a dire di naturalizzazione ed essenzializzazione, non fa che consolidarsi nelle forme del razzismo. Intrecciato alla vicenda storica del nazionalismo, il razzismo è però qualcosa che eccede il nazionalismo.
A tutt’oggi non c’è alcuna difesa d’ufficio verso una causa meridionalistica, quanto piuttosto l’indagine di cosa si nasconda dietro questo archivio di rappresentazioni corroborate da studi pluridecorati quando non prodotti di inchieste o scoop di noti giornalisti. Addirittura si costruiscono a tavolino feroci baby gang come la banda della parrucchiella per dimostrare che la delinquenza è nel dna di questo popolo e nonostante venga sconfessata questa notizia che ormai ha fatto il giro del mondo paragonando sempre più Napoli come una città violenta del tipo america latina nessun telegiornale italiota e/o straniero ne ha dato smentita. Il motivo è semplice è che seppur la notizia sia falsa i meridionali restano sempre geneticamente criminali è la fossetta cranica direbbe il Lombroso!

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UOMINI e NAVI della MARINA BORBONICA

Si è sempre ironizzato sull’esercito dei Borboni, ma loro flotta era invece alla metà dell’Ottocento, una delle più tecnicamente progredite dell’ Italia d’allora. Sulle galere “San Gennaro, Concezione, e Sant’ Antonio” nel 1816 veniva issata la bandiera con i gigli d’oro del nuovo regno delle Due Sicilie; e solo 45 anni più tardi quella bandiera sarebbe per sempre ammainata dai legni che erano con Francesco II a Gaeta, dove egli si era trasferito per l’ estrema resistenza: la corvetta a vapore ” Messaggero” la fregata “Partenope”, la corvetta ” Saetta”, e l’ avviso “Delfino”. La flotta che Carlo di Borbone figlio di Filippo V di Spagna, trovò a Napoli nel 1734, quando vi entrò, assumendo l’anno seguente il titolo di re delle Due Sicilie ( finalmente Napoli dopo ventisette anni di dominazione austriaca, che seguivano a due secoli di soggezione alla Spagna, era rielevata a capitale di una monarchia autonoma), era davvero esigua. Le quattro galere del viceregno austriaco erano infatti riuscite a salpare alla volta di Trieste, mentre il vascello San Leopoldo navigava già in Adriatico. Le navi rimaste erano soltanto quattro vetuste galere e pochi altri legnetti, quasi tutti inservibili, che proprio per tale motivo non avevano neppure tentato di raggiungere l’Austria. Non v’era alcuna ordinanza di marina, non esisteva difesa delle coste, sì che città e popolazioni litoranee e bastimenti mercantili si trovavano indifesi di fronte alle frequenti scorrerie dei barbareschi. Ma in breve tempo Carlo riuscì ad avviare le basi di una marina: acquistò tre galere ch’erano in costruzione a Civitavecchia che furono, le prime unità efficienti della flotta borbonica; piantò egli stesso, nel 1735, il primo chiodo nella trave che formava la chiglia della nuova galera capitana; e nel medesimo anno istituì l’Accademia dei guarda stendardi, collegio per la formazione degli ufficiali di marina, e la Scuola dei Grumetti (grumete, dallo spagnolo: mozzo) per i futuri piloti. Ci volle però l’atto di forza del commodoro inglese Martin per spronare Carlo a dar vita, e molto celermente, ad una forte marina. Nel 1742 William Martin era entrato nel golfo di Napoli con quattro vascelli, una fregata e tre bombardiere per dissuadere il re dall’intervenire nella guerra scoppiata tra Spagna e Austria, alla quale ultima era alleata la Gran Bretagna. Poiché non riusciva con le buone, il commodoro posò l’orologio sul casseretto della sua nave, l’ Ipswich, fissando in mezz’ora di tempo il limite per la risposta: o il sovrano sarebbe rimasto neutrale o la squadra britannica avrebbe bombardato la città. Subito questo smacco, re Carlo ordinò senza indugio la costruzione non soltanto di navi sottili, come le galere (quattro ne furono impostate a Palermo), ma anche delle fregate come la San Ferdinando da 54 cannoni, la SS. Concezione e Santa Amalia da 30 cannoni (a Napoli), e due altre da 30, ne commissionò alla Spagna, facendo venire alcuni ufficiali, per foggiare la sua marina secondo il modello spagnolo, e ricalcando le ordinanze ch’erano state emanate nel 1701 da Filippo V; infatti sino al 1778 i comandi erano impartiti in lingua castigliana. Bisogna però ricordare che le navi spagnole erano a quei tempi le migliori nel mondo per progetto e costruzione, di certo superiori a quelle inglesi e francesi (mentre eccellevano gli ufficiali e gli equipaggi britannici), ed era proprio la Spagna ad ostacolare lo sviluppo della flotta del regno delle Due Sicilie. Carlo creò il corpo degli ufficiali di guerra, quello dei piloti e l’amministrazione della marina; fondò l’arsenale di Napoli e ne costruì il porto militare. Stabilì l’uniforme degli ufficiali, che comprendeva una giubba azzurra sopra il bianco panciotto, pantalone e calzabrache bianchi, cappello a tricorno. A parte la prepotenza del commodoro Martin, il re delle Due Sicilie aveva ben motivo di possedere una flotta efficiente, anche perché obiettivo della squadretta di sciabecchi algerini, entrati nel golfo di Napoli il 21 aprile 1738, era la cattura dello stesso re! Quindi per combattere i principali avversari i barbareschi – pirati più che corsari – contro di loro nel 1739 vennero armate tre piccole squadre di galeotte e feluconi. Così il 23 giugno la galera comandata dall’alfiere Antonio Doria attaccò due legni tripolini a largo di Capo Palinuro, e li catturò, conducendoli come preda a Napoli. Altra vittoria fu quella del 13 agosto 1740, quando le due galeotte di Tommaso Vicuna, tenente di galera, mandarono a fondo presso Punta Stilo in calabria due analoghe navi tripoline, catturandone le ciurme. Nonostante gli accordi diplomatici intercorsi tra la corte borbonica e la Sublime Porta, dalla quale dipendevano le reggenze di Tripoli, Tunisi e Algeri, porti d’armamento dei barbareschi, dove si era firmato un trattato di pace tra il re di Napoli e il sultano. Ma invece le scorrerie dei pirati continuavano, sicché i regi legni dovettero quindi proseguire le crociere di vigilanza lungo le rotte costiere, spesso intercettando le navi africane. Tra i comandanti borbonici emerge la figura di Giuseppe Martinez, più noto con il nome di guerra di “capitan Peppe”, spagnolo di nascita (era nato nel 1702), passò al servizio di Carlo quale alfiere e si distinse dapprima nel comando della galera San Francesco, poi della squadra delle galeotte e dal 1750, degli sciabecchi. Capitan Peppe non si limitò solo a difendere le coste nazionali, ma si spinse nelle acque dei barbareschi, catturando una galeotta (1747) e uno sciabecco (1750), tutt’e due tunisine. Nell’aprile del ’52, nel Mar Jonio, egli impegnò i suoi quattro sciabecchi contro una grande unità bey di Algeri, forte di sedici cannoni e più di 200 uomini d’equipaggio. La battaglia durò tre giorni e si concluse con l’ affondamento del Gran Leone e la morte di centonove algerini, mentre lo stesso reis e gli altri mori vennero catturati. Tra il 1753 e il ’57 il Martinez prese non meno di quattro pinchi e una galeotta, rinsaldando una fama d’invincibilità che lo fece divenire leggendario, sì che la bandiera napoletana era temuta dai barbareschi. Chiamato Carlo a succedere al fratellastro Ferdinando VI sul trono di Spagna nel 1759, la corona delle Due Sicilie passò al figlio Ferdinando IV, ancora in minore età; e nel periodo di reggenza la marina fu trascurata, al punto che non vennero impostate nuove navi e la Spagna riprese la sua supremazia sul regno di Napoli. La flotta, ridotta a tre fregate e altrettante galere, era quasi inattiva, tanto che i pirati ricominciarono la scorrerie, sbarcando abbastanza spesso sulle coste a scopo di preda e riducendone in schiavitù gli abitanti. Ferdinando IV raggiunta nel 1767 la maggiore età, si volse con passione alla marina, spinto a ciò sia dalla propria indole, sia dalla moglie Maria Carolina, che con il suo forte carattere liberò il regno dall’ ingerenza spagnola e patrocinò una potente armata. Di certo l’atto più determinante del nuovo indirizzo marittimo (e non di quello soltanto) fu la chiamata a Napoli di Giovanni Acton, che dal’ iniziale incarico di segretario di stato per la marina (1778) divenne in pochi anni l’ ispiratore e quasi l’ arbitro della politica delle Due Sicilie. (Guglielmo Acton comandava la pirocorvetta Stromboli che non aprì il fuoco sui mille durante lo sbarco a Marsala.Nel 1870 divenne ministro della Marina italiana e nel 1879 vice-ammiraglio). Il nobile inglese John Francis Edward Acton,formulò un piano organico che prevedeva una forza di quattro (se non addirittura dodici) fregate, dodici sciabecchi, una novantina di legni minori; intraprese la costruzione del cantiere di Castellamare di Stabbia, trasferì a Portici l’ Accademia di Marina, ingrandendola; abolì l’uso in servizio della lingua spagnola; inviò i migliori tra i giovani ufficiali a militare su navi inglesi e francesi; istituì il corpo dei cannonieri di marina e quello della fanteria di marina, detto dei “Liparotti” essendo in prevalenza formato da isolani dell’ isola di Lipari; acquistò due vascelli da 64 cannoni e una fregata da 50. E teneva in continua attività le navi, tanto che di buon grado inviò una forte squadra per concorrere alla spedizione ispano-maltese-portoghese contro Algeri. Nonostante i bombardamenti proseguiti per dieci giorni, l’attacco non conseguì risultati notevoli. Tuttavia vi si segnalò il capitano di fregata Caracciolo che con lo sciabecco San Gennaro e il Vigilante s’era spinto così vicino alle batterie del porto che alcuni legni algerini uscirono e l’accerchiarono; ma lo sciabecco potè liberarsi grazie all’aiuto di due galee maltesi. Caracciolo diede poi avvio a un incidente diplomatico. Dopo la rivoluzione del 1789 Gran Bretagna e Francia erano in guerra, e ne approfittarono i barbareschi per riprendere le scorrerie, aiutati dall’uno o dall’altro belligerante. Il naviglio militare delle Due Sicilie era perciò in mare a protezione del proprio traffico mercantile. Appunto per dar caccia a due sciabecchi algerini che volevano attaccare una polacca napolitana, la fregata borbonica Sirena si spinse nella rada di Cavalaire e li mandò a fondo. Ma così il comandante Caracciolo aveva svolto un’azione di fuoco in acque territoriali francesi, onde proteste della repubblica e inchiesta. Caracciolo fu messo agli arresti a Gaeta, ma pochi mesi dopo fu liberato e ebbe anche il comando del vascello Tancredi. Intanto la politica dell’Acton dava i suoi frutti, e l’armata comprendeva cinque vascelli, otto fregate, sei corvette, per elencare soltanto le unità principali. Tuttavia, benché la flotta borbonica fosse pronta all’azione e bene armate fossero tutte le batterie del golfo, quando il capitano di vascello francese Latouche-Tréville si presentò con i suoi dieci vascelli dinanzi a Napoli (16 dicembre 1792) per esigere soddisfazione in seguito ad altro incidente diplomatico, Ferdinando IV cedette. Non soltanto, ma la squadra francese fu rifornita di tutto punto, e, per raddobbare il vascello Languedoc danneggiato da un successivo fortunale, si disarmò il Tancredi. La sosta del Languedoc fece così divulgare tra i simpatizzanti le nuove idee della rivoluzione. Partito Latouche-Tréville, il re si accordò con la Gran Bretagna e nel settembre del ’93 inviò una squadra per cooperare con gli inglesi alla difesa di Tolone. Caduta la città in mano ai repubblicani, tre navi napolitane presero parte alla battaglia del 13-14 marzo 1795 presso Capo Noli contro i francesi. Gli alleati attaccarono due vascelli francesi rimasti isolati dal loro gruppo e arresisi soltanto dopo aver perduto 400 uomini ed esser rimasti quasi disalberati. La cooperazione militare con gli inglesi ebbe una sosta in seguito alla tregua tra Napoli e la
Francia nel 1796; tuttavia, due anni dopo, la vittoria di Nelson ad Abukir entusiasmò Ferdinando IV che accolse trionfalmente l’ammiraglio britannico e riprese le ostilità contro i francesi. Ma, sconfitto dallo Championnet l’esercito napolitano, il re s’imbarcò per Palermo sul vascello ammiraglio inglese Vanguard, scortato da una divisione borbonica, comandata dal Caracciolo, che nel ’97 era stato promosso brigadiere (o commodoro). Lo stato d’incertezza aveva indotto molti marinai a rimanere a Napoli: al Sannita, unità di bandiera del brigadiere, mancavano ben 264 uomini. Il 28 dicembre 1798, una settimana dopo la partenza del sovrano, il vicario regio incendiò i 78 legnetti da guerra ch’erano nelle grotte di Posillipo; e, fatto ancor più doloroso, una decina di giorni più tardi vennero dati alle fiamme, per ordine del commodoro inglese Campbell, tre vascelli, una fregata, una corvetta e bastimenti minori, affinchè non cadessero in mano ai francesi. Un altro vascello fu sabotato a Castellamare per ostruirne il porto. « Tacito, mesto e costernato mirava il popolo… e l’un l’altro dimandava: Perché questa rovina? Non potevano i marinari napolitani e inglesi trasportare in Sicilia que’ legni? » scrive lo storico napoletano Pietro Colletta nella sua «Storia del reame di Napoli dal 1734 al 1825 ». Passato in disarmo a Messina il Sannita, Caracciolo chiese licenza di andare a Napoli per sue private faccende, e da Acton la ottenne l’11 febbraio 1799. Giunto però a Napoli, si lasciò convincere a militare nella Marina della repubblica partenopea. I motivi erano numerosi e seri: l’avere il re disertato la causa della patria, fuggendo e per giunta l’avere egli preferito nave straniera a quella d’un prode e onorato suo suddito, qual egli era; la condotta altezzosa di Nelson verso i napoletani e la loro marina; l’incendio della flotta napolitana; ma forse anche la minaccia di morte se avesse rifiutato di servire la repubblica. Per contro, passando sotto la bandiera rivoluzionaria, egli tradì la fedeltà al sovrano. Nominato comandante della Marina, Caracciolo racimolò gli equpaggi per alcune cannoniere e con esse uscì più volte ad attaccare forze inglesi e regie. La repubblica ebbe breve vita, schiacciata dalle armi borboniche, russe e britanniche. La capitolazione firmata, per conto del re, dal suo vicario il cardinale Ruffo, avrebbe dovuto assicurare ai repubblicani la vita e la libertà, con la possibilità di emigrare; ma Nelson, giunto cinque giorni dopo, annullò d’imperio la convenzione e fece arrestare coloro che considerava ribelli. Tra essi Caracciolo, che fu condotto in catene sulla nave ammiraglia dove per ordine di Nelson si riunì una corte marziale cui presiedeva il Thurn, comandante della fregata Minerva contro la quale Caracciolo aveva aperto il fuoco: onde l’accusa d fellonia. La sentenza fu di condanna a morte ignominiosa. Caracciolo era stato tra gli ufficiali comandati tra il 1779 e il 1781 su navi britanniche e nel 1795 aveva combattuto insieme con Nelson presso capo Noli. Invano egli fece pregare l’ex compagno d’ armi di concedergli morte da soldato. Nel pomeriggio del 29 giugno 1799 il duca Don Francesco Maria Caracciolo, di 47 anni, brigadiere nella marina di S.M. il re delle Due Sicilie, venne impiccato a una varea del pennone di trinchetto della “Minerva” la nave che egli aveva comandato dodici anni prima. Di lui scrisse il Randaccio: ” Questa fu la fine di Francesco Caracciolo, esperto marinaio, prode soldato, buon cittadino; fine che a lui procacciò fama maggiore di quella che avrebbe meritato per le opere sue.” Della marina detta siciliana che aveva seguito il re in Sicilia, alcune navi parteciparono al blocco di Malta, in mano ai francesi, che si arresero nel 1800; e al blocco di Genova, dove si distinse la galeotta “Levriera” comandata da Raffaele de Cosa. Nella seconda fuga di Ferdinando IV a Palermo, il 23 gennaio 1806, la maggior parte della flotta seguì il re imbarcatosi questa volta su un suo vascello. Durante i regni di Giuseppe Bonaparte e di Murat le navi borboniche e quelle inglesi combatterono contro le unità leggiere e sottili di Napoli, comandate e guidate anzitutto da cinquantacinque ufficiali di sentimenti liberali, alcuni dei quali avevano servito la repubblica partenopea, salvandosi mediante l’esilio in Francia, come Giovanni Bausan, che compì imprese assai ardue. Le frequenti azioni traevano origine dai tentativi di prendere isole e fortificazioni in mano all’altra parte, come Gaeta, Ischia, Capri, Procida e addirittura la Sicilia. Caduto Murat e proclamato nel 1815 il nuovo regno delle Due Sicilie con Ferdinando (che da quarto mutò il numero in primo), l’armata era ora composta anche dai murattiani, poiché la tregua d’armi tra le forze di Murat e quelle austro-borboniche imponeva che venisse riconosciuto il grado agli ufficiali dell’ex regno di Napoli passati al servizio di Ferdinando. I tempi erano mutati, non più propizi alle vendette ma idee di libertà. Ma tuttavia non correva buon sangue tra «fedelini» e i murattiani, anche perché questi ultimi avevano conseguito delle rapide promozioni murattiane, gradi elevati, al punto da aver superato i «fedelini », rimasti con il Borbone. D’altro canto, il sovrano premiò i suoi fidi con onorificenze e vantaggi ai fini della pensione. La flotta, formata anche dalle navi dell’ex Marina murattiana era meno forte che nel 1798, comprendeva due vascelli, sei fregate, cinque corvette e quasi 200 legni minori. Una divisione al comando di Bausan fu inviata nel settembre 1820 con il corpo di spedizione a domare l’insurrezione che, scoppiata a Napoli, si era estesa in Sicilia. Per l’aspetto scientifico e tecnico la Marina napolitana era alla testa tra le marine italiane. Nel 1818venne costruito a Napoli il Ferdinando I, primo piroscafo che solcasse il Mediterraneo, e per giunta in regolare servizio postale; nello stesso anno venne fondato l’Osservatorio astronomico-nautico presso l’Accademia di marina, e nel 1819, fu inaugurata la Specola di marina per l’istruzione degli ufficiali, militari e mercantili, nell’uso degli strumenti nautici. Più tardi, una commissione di ufficiali sardi venne inviata a studiare i progressi della Marina delle Due Sicilie. Intanto nel 1824, era sceso in mare il Vesuvio, primo vascello borbonico da 84 cannoni e con carena foderata di rame, seguito da una serie di altre belle unità, sì che Napoli possedeva la più potente flotta d’Italia. Durante il breve regno di Francesco I, succeduto nel 1825 a Ferdinando I, una squadra borbonica fu mandata nel ’28 contro il bey di Tripoli, il quale pretendeva un grosso aumento della regalia che le Due Sicilie gli davano ogni anno per ottenerne l’immunità dagli attacchi di quei pirati. Poiché tre anni prima una divisione sarda aveva ridotto il bey a più miti consigli, mediante un risoluto attacco a Tripoli, Francesco I confidava di poter ripetere la cosa, ma la squadra napolitana, comandata da Alfonso Sozj Carafa, non fu da tanto e rientrò a Messina dopo aver inutilmente cannoneggiato Tripoli; onde il Sozj Carafa venne sottoposto a Consiglio di guerra, e il capitano di fregata Raffaele de Cosa fu spedito con tre navi a incrociare a sud della Sicilia per intercettare i barbareschi. Riuscì a catturare una goletta tripolina, e il bey si contentò di meno. Uno dei primi atti di Ferdinando II, re dal 1831, fu di clemenza verso gli ufficiali allontanati dal servizio dopo i moti del 1820-21. Appassionato anch’egli del mare, il nuovo sovrano accrebbe la flotta, che veniva formata non soltanto dalle costruzioni di Castellammare e di Napoli, ma anche con acquisti all’estero: in Gran Bretagna si comperarono tre «pacchetti a vapore » per il servizio mercantile tra Napoli e la Sicilia (1836), che poi, trasferiti all’armata, ne divennero le prime unità a propulsione meccanica. In soli cinque anni entrarono in servizio 19 legni a vapore, sei dei quali di costruzione nazionale e tra essi le pirocorvette Èrcole, Archimede, Carlo III, e Sannita: in fatto di navi a vapore, l’armata era la terza in Europa. Non esisteva però alcun bacino di carenaggio e perciò i bastimenti, oltre a dipendere da porti esterni a quelli del regno, non potevano essere tutti in efficienza. Per la costante scarsità di ufficiali, nel 1840 fu ristabilito, per la sola marina, il servizio di leva obbligatorio, abolito nel 1821 dopo il ripristino del potere assoluto del Borbone, il quale preferiva equipaggi volontari, scelti a discrezione dei capi e più ligi al sovrano, mentre la coscrizione conferiva al militare la coscienza di un dovere verso la nazione piuttosto che verso il monarca. Ma Ferdinando II, volle mostrarsi aperto alle nuove idee. Pochi anni prima v’era stato un avvenimento che precorse i tempi: l’operazione congiunta mediante la quale, per gli accordi tra i due governi, una divisione delle Due Sicilie e una sarda si presentarono in assetto di combattimento dinanzi a Tunisi, per chiedere soddisfazione di certi oltraggi fatti ai loro sovrani. Bastò la presenza della squadra (1833) che il bey, intimorito, rendesse gli onori alle bandiere delle due marine d’Italia. Nel 1840 il re fondò nell’opificio di Pietrarsa una scuola di ingegneri meccanici per la condotta delle motrici dei piroscafi; ampliando poi la fabbrica in modo che vi furono costruite macchine a vapore, catene, argani e altri attrezzi. Tre anni più tardi, ad accompagnare la sorella del re andata sposa all’imperatore del Brasile fu inviata una divisione composta dal vascello Vesuvio (gagliardetto di comando del capitano di vascello de Cosa) e dalle fregate Partenope, Amalia e Isabella, che rimasero assenti quasi sei mesi, spingendosi per la prima volta nell’emisfero australe. È stato asserito che le navi delle Due Sicilie navigassero poco e che il sovrano fosse restìo a inviarle all’estero, per evitare contatti con popoli più liberi; ma occorre ricordare il successivo viaggio delI’ Amalia a Rio de Janeiro (1844), la campagna d’istruzione dell’Urania in tutto l’Atlantico, durata 19 mesi, per gli allievi del Collegio di marina (« Si parlò a Napoli, di questo viaggio, come di un viaggio al Polo »), e le crociere di altre unità verso porti olandesi, britannici, francesi oltre che nel Mediterraneo. Quando, nel 1847-48, si ebbero i moti rivoluzionari e la guerra all’Austria, la flotta delle Due Sicilie era formata da 13 navi a vela e 22 a vapore, con 610 pezzi d’artiglieria, più il naviglio minore. In costruzione: un vascello da 84 cannoni e una pirocorvetta. Si badi che già da quasi un decennio l’artiglieria di bordo comprendeva i cannoni-obici Paixhans da 80, arma novissima e micidiale, da poco introdotta sulle navi di Francia, ove pure era stata ideata e dalla Gran Bretagna adottata soltanto nel 1851. A domare i moti di Palermo nel gennaio 1848 fu prontamente inviata una squadra di otto unità a vapore sulle quali erano stati imbarcati 5000 soldati, ma il loro generale fu inferiore al compito e gli insorti costrinsero le truppe a reimbarcarsi. I regi vennero cacciati dall’intera isola, tranne la cittadella di Messina. Suo malgrado Ferdinando II lasciò partire da Napoli una squadra che cooperasse con i sardi nell’Alto Adriatico, per difendere Venezia insorta contro l’Austria. Il 27 aprile i napoletani festanti salutavano con grida di “Viva l ‘Italia!” le navi in uscita dal porto, sulle quali sventolava la nuovissima bandiera orlata dei tre colori attorno allo stemma borbonico, quand’ecco una barca borghese accostò il “Roberto”, unità con l’ insegna del brigadiere de Cosa. Nella barca era il re in abito civile. Chiamato il de Cosa, gli consegnò una busta sigillata, con l’ ordine di aprirla in alto mare, e lo congedò con l’ ammonimento: “Ricordati che sei vecchio e tieni famiglia!”. Nel plico era l’ordine che la squadra, sbarcate le truppe a Pescara e Giulianuova (cioè in territorio delle Due Sicilie) – rientrasse a Napoli. Giunto però a Pescara il brigadiere temporeggiò e proseguì per Ancona. Ingnorò un altro ordine del re di rientrare a Napoli e continuò per Venezia, adducendo la richiesta di aiuto che quel governo provvisorio gli aveva inviato. Il barone de Cosa nel frattempo promosso retroammiraglio, era animato da nobili sentimenti e sostenuto in ciò dai ministri liberali, ma trattenuto dal re che di persona gli scrisse di badar bene a non assalire gli austriaci. Il 16 maggio la squadra napoletana entrò a Venezia accolta con grandi onori e feste. Ad essa il 22 si unì la squadra sarda di Abini e, con le navi veneziane mossero tutte verso Trieste. In vista delle navi austriache il vento cadde, si che due pirocorvette napolitane presero a rimorchio due fregate, mentre le tre pirofregate si avvicinavano a tutto vapore al nemico e le altre cinque navi a vela restavano indietro sparpagliate. Le sette unità sarde e napolitane che erano a portata di tiro non ebbero animo di attaccare le undici navi austriache, tutte a vela (Albini diffidò dei napolitani) e intanto annottò. I piroscafi del Lloyd rimorchiarono in porto, a Trieste le loro unità militari, che rimasero protette dalle batterie di terra. Nel frattempo a Napoli Ferdinando aveva revocato la costituzione e soffocato il moto liberale. E vano essendo stato l’ordine di immediato rientro che il nuovo ministro aveva diretto al de Cosa, il re spedì il brigadiere Cavalcanti latore di ordini perentori. Con un piroscafo Cavalcanti giunse l’ 11 giugno nel golfo d Trieste, dove le unità napolitane, sarde e venete erano in crociera per bloccare quel porto. Il dispaccio del sovrano ingiungeva al de Cosa di muovere subito per Reggio; se avesse esitato il Cavalcanti lo avrebbe surrogato nel comando, De Cosa dovette chinare il capo, e la sua squadra parti tra i fischi degli equipaggi sardi e veneti. Giunto a Reggio, il vecchio ammiraglio trovò l’ordine di andare a domare la rivolta nella Sicilia insorta. Chiese di venire esonerato dal servizio, a quei tempi bastava molto meno per rimetterci la testa! Collocato a riposo l’anziano soldato, contro la Sicilia fu inviata una forte squadra agli ordini del brigadiere Cavalcanti al comando di 14.000 soldati, dalla cittadella di Messina, unico baluardo rimasto ai regi; ripresero Messina stessa l’8 settembre, poi via via Milazzo, Catania, altre città e infine Palermo, il 14 maggio 1849. Nell’ultimo decennio la Marina borbonica andò avanti stancamente, quasi a presagio della prossima fine. Il 5 giugno 1850, sul Monarca, il tenente di vascello d’Amico sussurrò all’orecchio di altro ufficiale: « Chi sa poi quale bandiera isserà questa nave? ». È un episodio sintomatico, al pari dell’esplosione di una polveriera (17 dicembre 1856), che provocò molte vittime, e dell’incendio della pirocorvetta Carlo III, che saltò in aria a Napoli il 4 gennaio 1857, con la morte di 39 tra ufficiali e marinai, fatti che corse voce fossero di natura dolosa. Proseguivano intanto le costruzioni nuove, cui s’erano aggiunti taluni legni a vapore acquistati nel 1848 in Gran Bretagna dal governo rivoluzionario siciliano; e finalmente nel 1852 Napoli era stata dotata di un bacino di raddobbo. L’ultimo varo di nave borbonica si svolse il 18 gennaio 1860 a Castellammare, alla presenza del nuovo re Francesco II, succeduto da sette mesi al padre. Per ironia della sorte il nome della nave era Borbone. Nell’estate di quell’anno, mentre i Mille occupavano le Due Sicilie, l’armata del regno comprendeva: 2 vascelli, 5 fregate a vela, (2 a vapore, in costruzione o allestimento), 2 corvette a vela e 11 a vapore, 5 brigantini, 10 avvisi a vapore, 82 legni minori, tra i quali 2 rimorchiatori. Gli ultimi avvenimenti della Marina borbonica risentono dell’indole dei differenti ufficiali e marinai, del loro modo di sentire, spesso in netto contrasto. Così, da un lato troviamo obbedienza al sovrano per tener fede al giuramento militare, o per ferma convinzione di lealtà verso di lui. È il caso del comandante della Partenope e specialmente dei marinai, devoti ai Borbone, come mostrano l’episodio dell’ammutinamento dell’equipaggio a bordo della Fulminante (14 luglio 1860), a Napoli, per protesta contro gli ufficiali che non volevano uscir in mare a combattere; e quello dei marinai del Fieramosca, che rinchiusero nei camerini comandante e ufficiali, perché temporeggiavano al fine di non compromettersi (quando il Fieramosca giunse a Napoli, gli ufficiali vennero liberati, e i marinai, sbarcati e imprigionati in Castel S. Elmo). Dall’altro lato,
in molti passarono alla bandiera sarda, come il capitano di fregata Amilcare Anguissola, che, invece di rientrare a Messina, il 10 luglio condusse la pirocorvetta Veloce a Palermo, unendosi alla squadra di Persano in Sicilia (l’ammiraglio sardo indusse però l’Anguissola a offrire la sua nave a Garibaldi, per evitare complicazioni diplomatiche). Nella zona intermedia coloro che stavano a guardare come si sarebbero messe le cose. E forse erano i più. Di certo, la confusione era grande. È stato detto che lo sbarco dei Mille a Marsala non fu impedito dalle navi borboniche, come invece era logico attendersi, dato che il governo di Napoli riceveva notizie precise sulla spedizione di Garibaldi. In realtà tre unità napolitane accorsero verso Marsala appena quel semaforo ebbe segnalato l’avvicinarsi di due vapori sospetti ( il Piemonte e il Lombardo) e, per navigare più celermente, la pirocorvetta Stromboli mollò il cavo con cui rimorchiava la fregata a vela Partenope e arrivò presso la città mentre i garibaldini stavano sbarcando. Ma, sollecitato dal comandante dell’Intrepid inglese presente in porto, il capitano di fregata Guglielmo Acton non aprì il fuoco, per evitare di colpire alcuni edifici con la bandiera britannica, ove si raccoglievano i Mille. Alla fine lo Stromboli tirò qualche granata contro il Piemonte e sui garibaldini. Ma era troppo tardi. Infatti il Consiglio di guerra cui i tre comandanti erano stati sottoposti ne decretò l’ assoluzione, per avere essi « adempiuto con zelo ed energia il proprio dovere ». II giusto contegno degli ufficiali si manifestò anche a Palermo, dal 27 al 29 maggio, dopo l’ingresso dei garibaldini: da parte delle navi borboniche in rada fu effettuato un intenso cannoneggiamento della città, ma mentre la Partenope (comandante Cossovich) battè soltanto le barricate degli insorti, l’Ercole (comandante Flores) fece fuoco sul centro della città, spazzando via Toledo e causando danni e vittime. Quanto al Fieramosca, il suo comandante Vacca bombardò la città, ma il dì seguente andò a bordo di un’unità sarda per esprimere il suo rammarico. Questo capitano di vascello Vacca e il capitano di fregata Acton furono coinvolti nell’azione che sardi e garibaldini effettuarono la notte sul 13 agosto per catturare il vascello Monarca in lavori a Castellammare. Il suo comandante, Giovanni Vacca, s’era accordato in segreto con l’ammiraglio Persano, cui aveva fornito precise notizie sul punto d’ormeggio del Monarca, notizie dal Persano trasmesse al Piola-Caselli che con il Tukery avrebbe condotto l’operazione. Il mattino del 13, Vacca ordinò di togliere le catene di ferro, sicché per l’ormeggio restassero soltanto i cavi. A ogni buon conto egli non informò nessuno della sua nave, e prudentemente si allontanò da bordo. Di notte, il Tukery entrò in porto a fanali spenti e parecchi suoi uomini erano già passati a bordo del Monarca quando fu dato l’allarme. Guglielmo Acton , comandante in 2° del vascello, reagì con prontezza, guidando la sua gente a respingere gli aggressori. Il Tukery fu costretto a ritirararsi. Vi furono molti morti, Acton resto ferito. Quando Francesco II lasciò Napoli per Gaeta, fu seguito dalla sola Partenope. Sulle altre unità tutti si rifiutarono, perché era stata diffusa la voce che andando col re, le navi sarebbero poi state consegnate all’Austria. Piuttosto duro è il giudizio prevalente degli storici sulla Marina borbonica. Gli ufficiali erano professionalmente capaci, buoni gli equipaggi; navi e tecnica ben progredite. Giova però aggiungere che quegli ufficiali delle Due Sicilie che più lealmente si comportarono verso il loro re, furono poi tra i migliori della Marina italiana sorta nel 1861.

tratto da Storia Illustrata anno 1973.

Bandiere della marina Borbonica:

I) Stendardo reale….

II)Bandiera delle navi da guerra….

III)Insegna di comando….

IV)Insegna di pilota…..

V)Guidone di comando….

VI) Bandiera d’ imbarcazione…..

VII)Fiamma delle navi da guerra…..

VIII)Guidone di comandante militare di un convoglio.

LA TOMBA di PARTENOPE ESISTE!

Per secoli si è dibattuto sul luogo di sepoltura di un essere mitologico, ma a Napoli la realtà e leggenda da sempre si fondono insieme in tutt’uno. Di quel luogo mitologico dove fu sepolta la sirena, morta sull’isolotto di Megaride, si discusse nell’antichità (Stazio,Licofrone, Strabone) ma anche in tempi moderni (Sannazaro, Pontano, il Celano, Bartolommeo Capasso, ecc.). Partenope posò dove era la torre di Fàlere, e dove il Clanio irrigava la terra con le sue acque. Le fanciulle del luogo la raccolsero, le costruirono una tomba, e la onorarono ogni anno con libazioni e sacrifizi di buoi. E ciò si accorda col vanto, che davansi i Napoletani, di aver nella loro città il monumento della Sirena Partenope. Degli scrittori moderni, che vollero determinare il luogo; in cui si credeva dagli antichi fosse situata la tomba di Partenope, io seguo Fabio Giordano, che la colloca nel punto più elevato della città, presso il tempio della Fortuna sul colle di S. Aniello. Dopo la venuta in Napoli di Dietimo capitano delle navi ateniesi, la Sirena fu onorata con la corsa lampadica. « Essi (gli Euboici) nel primo fondare, di candido marmo una nobile sepoltura della terra nel ventre trovarono; il titolo della quale, di lettera appena nota, tra loro leggendolo, trovarono che dicea: Qui PARTENOPE VERGINE SICULA « MORTA GIACE». — Ma la scoperta del muro a S. Aniello fu assai diversamente e più rettamente giudicata da altro testimone oculare, il Bolvito, il quale in una nota marginale alla Relazione del Lettieri scrisse : « Essendose in questo anno 1585 aperta quella via che dal largo che sta avante la porta de S. Aniello cala a la strada di S. Maria de Constantinopoli, vi son state ritrovate dietro della intrascritta muraglia con li quadroni de pietra dolce senza calcio certe altre muraglie indietro poste nell’ infra depinto modo: queste erano di mattoni et anco de quatrotti di pietra dolce reticolati, ma non molto grosse; et li vacui di esse tramezzatamente stavano per tutto preindicato terreno, et cossi senza dubbio doveano circuire per tutto detta muraglia principale

della città, perché ingagliardevano la detta muraglia mirabilmente ».
Ma cosa dire della lapide millenaria all’interno della basilica di San Giovanni Maggiore che ospita un frammento di lapide, la cui iscrizione, che recita:
Omnigenum Rex Autor
Scs + Ian
Partenopem tege fauste
«San Gennaro proteggi Partenope» (invocazione rivolta a «Scs Ian», vale a dire, a san Gennaro), è quindi la pietra tombale del sepolcro di Partenope.
Quindi, se il ricordo della sirena è associato a due luoghi sacri dedicati al Battista (San Giovanni a Mare e San Giovanni Maggiore), non si tratta d’un semplice caso, ma una relazione tra le due figure dovrà anche esserci. E allora varrà la pena di riflettere per un momento: Giovanni è il santo della verginità (vive da eremita nel deserto; respinge le seduzioni di Salomè), così come vergine è Partenope; è il santo delle acque (battezza Cristo nel Giordano, e inoltre la tradizione popolare vuole che nel suo giorno festivo nell’acqua si versi il piombo fuso, con finalità divinatoria, e ci si lavi il viso con l’acqua di rose o magari con la rugiada), così come dalle acque del mare arriva Partenope; è il santo della fecondità (alla rugiada è attribuita facoltà fecondatrice, al pari del sole, nel periodo solstiziale), e analoga concezione suggeriscono i seni della Sirena nella fontana di Spina Corona.
Il mito della Sirena Partenope, rivive ancora silente nel ventre della sua città!
Ricordiamo Matilde Serao: « Parthenope non è morta, Parthenope non ha tomba, Ella vive, splendida giovane e bella, da cinquemila anni; corre sui poggi, sulla spiaggia. E’ lei che rende la nostra città ebbra di luce e folle di colori, è lei che fa brillare le stelle nelle notti serene (…) quando vediamo comparire un’ombra bianca allacciata ad un’altra ombra, è lei col suo amante, quando sentiamo nell’aria un suono di parole innamorate è la sua voce che le pronunzia, quando un rumore di baci indistinto, sommesso, ci fa trasalire, sono i baci suoi, quando un fruscio di abiti ci fa fremere è il suo peplo che striscia sull’arena, è lei che fa contorcere di passione, languire ed impallidire d’amore la città. Parthenope, la vergine, la donna, non muore, non muore, non ha tomba, è immortale …è l’amore. »

TROPPO FIATO ALLE TROMBE!

I tromboni della storiografia ufficiale suonano che il sud fu liberato dalla tirannia dei Borboni, che il popolo non sopportava più. Il Regno delle Due Sicilie era una terra povera e arretrata, infestata da Briganti che fu civilizzata dai Piemontesi, che la portarono nel regno d’Italia cercando di dare ai suoi abitanti una dignità di cittadini che non avevano mai avuta. Ma la cosa più importante è che ci portarono la libertà, oltre il benessere. Secondo questa storia il sud versava in condizioni di povertà ed arretratezza talmente gravi che la calata dei Piemontesi fu una vera fortuna per quelle popolazioni. A questo punto ristabilire un minimo di verità storica è alquanto semplice perché è assurdo quanto viene asserito! Niente di più falso. Qualcuno ha mai visto uno stato che entra in guerra per dare la libertà e la ricchezza al suo vicino? Mai visto. Non si capisce perchè i Piemontesi farebbero eccezione. La verità è che il regno delle due Sicilie, pur non essendo un paradiso, era sicuramente uno stato molto ricco, con una florida agricoltura, dove il commercio con altri stati era attivissimo. Il debito pubblico era un quarto di quello del Piemonte. Per la buona amministrazione e le finanze oculate, la Borsa di Parigi, allora la più grande del mondo, quotava la Rendita dello Stato napoletano al 120 per cento, ossia la più alta di tutti. Il Banco di Napoli era florido. Il primo tratto di ferrovia sul suolo italiano, la prima rete di gas, il primo telegrafo elettrico, 9000 medici esercitavano nel Regno e ciò è indice di un livello di assistenza sanitaria buona sempre a conferma di prosperità. Un medico ogni mille abitanti, più di qualche paese europeo odierno!!     Il regno, rispetto “all’industrializzatissimo Piemonte” aveva una percentuale tripla degli occupati nel settore. Aveva in percentuale più o meno lo stesso numero di occupati nell’agricoltura e nel commercio. Il tasso di povertà era tra i più favorevoli rispetto alle altre zone d’Italia. Ma perchè queste plateali falsificazioni? Inoltre basterebbe dare un ‘occhiata alla crescita della popolazione sotto il regno dei “cattivi” Borbone per capire che qualcosa non quadra nella storiografia ufficiale. In poco più di 100 anni la popolazione si triplica. Ciò risulterebbe molto difficile se ci fossero solo condizioni di assoluta povertà, alta mortalità e disoccupazione. E tutto  questo sarebbe sufficiente per smentire le tesi ufficiali. Purtroppo ancora oggi la storiografia ufficiale, continua a riportare queste clamorose bugie. Alessandro Bianco, conte di Saint-Jorioz piemontese, sterminatore di gente pacifica, scrivendo le sue memorie sul brigantaggio, ebbe momenti di lucida analisi nell’individuare le radici del brigantaggio ed il rifiuto della popolazione per l’invasore piemontese:      “Il Piemonte si è avvalso di esuli ambiziosi servili, incuranti delle sorti del proprio paese e preoccupati soltanto di rendersi graditi, con i loro atti di acquiescente servilismo, a chi, da Torino decide ora sulle sorti delle province napoletane. E accanto a questi uomini, adulatori e faziosi, il Piemonte ha posto negli uffici di maggiore responsabilità gli elementi peggiori del paese figli dei più efferati borbonici, per fama spioni pagati dalla polizia, sono ora giudici di mandamento o Giudici circondariali, sotto prefetti o delegati di polizia; negli uffici sono ora soggetti diffamati e ovunque personale eterogeneo e marcio che ha il solo merito di essersi affrettato ad accettare il programma Italia e Vittorio Emanuele ed una sola qualità, quella di saper servire chi detiene il potere”.
(Tratto da : A. Bianco di Joroz, Il brigantaggio alla frontiera pontificia 1860-63, Milano ed. Daelli (pag 373/76))
La storiografia ufficiale ha dato sempre un certa lettura dei fatti che portarono all’unificazione del regno d’Italia. Chi non è nato qui, chi non ci vive, che non ne conosce le pieghe, inevitabilmente finisce per accettare le spiegazioni ufficiali, pochi vanno a fondo e cercano di studiare la cosa. La ‘monnezza’, la pizza e il mandolino, le canzoni, le fatalità, i meridionali sono simpatici ma inaffidabili, perchè sono in fondo tutti mafiosi. Non amano lavorare. La mancanza di senso civico, di rispetto, di educazione, viene attribuita al carattere, con spiegazioni di tipo antropologico. Forse non per colpa loro, ma perchè sono quelli che vengono trasmessi e quelli che passano. Così le mire espansionistiche di Cavour furono mascherate dai fermenti risorgimentali. In nome dell’unità d’Italia i Piemontesi invasero il pacifico Regno delle due Sicilie, lo depredarono, trucidarono la popolazione che costrinsero all’emigrazione per la povertà. Così è ovvio che non si poteva dire che si trattava di una guerra di conquista e di rapina! Un pò come gli Americani mascherano come guerra di libertà l’invasione dell’Iraq per impossessarsi dei ricchissimi giacimenti petroliferi. L’impoverimento del territorio meridionale lo stiamo pagando ancora oggi. E la politica del governo (del nord) a tutt’oggi è tesa a mantenere quelle zone in condizione di sudditanza morale e materiale. Tutto è come nelle migliori colonie dove furono affidati ai peggiori elementi la guida della polizia e della burocrazia. L’alto tasso di corruzione della pubblica amministrazione, le commistioni con la malavita, nascono allora e quei legami perversi si sono mantenuti e rinsaldati fino ai giorni nostri. Questo spiega perchè il popolo meridionale ha percepito lo Stato, le Istituzioni, come totalmente estranei. Cosi spiega l’assenza di senso civico e la mancanza di rispetto per la res pubblica.
Ma non si vuole dare nessuna giustificazione al popolo meridionale che ha le sue colpe, per l’indolenza ed il fanatismo con cui oggi subisce condizioni di vita inaccettabili, costretta convivere con i soprusi della malavita. Ma se non si capiscono i mali, è difficile trovare rimedi adeguati. C’è poco da fare senza una presenza forte e amichevole dello Stato, che rimedi e alle nefandezze storiche e ne riconquisti la fiducia, il meridionale non crederà alle Istituzioni, perchè c’è una sfiducia atavica e non si batterà per una cosa che non sente sua. Dovrebbe essere lo Stato a spezzare il controllo del territorio operato dalla malavita. Controllo che venne reso possibile dal Regno d’Italia, dai Piemontesi e che viene perpetuato ancora oggi. Sono stati inutili gli investimenti e gli sperperi dei vari interventi straordinari, Casse del mezzogiorno, ecc.. Quei soldi hanno arricchito e arricchiscono i soliti noti, ma non migliorano le condizioni di vita del Sud. Perché lo stato non dimostra di volere davvero estirpare la malavita, non lo si può pretendere dai cittadini eroi, che poi lo Stato democratico quotidianamente tradisce. Un tradimento verso il popolo iniziato con i “ribelli” che definirono “briganti” i quali chiedevano la libertà e la terra a loro promessa con un editto ufficiale ed invece furono fucilati da quel Garibaldi che doveva essere il liberatore, ma era solo un mercenario sanguinario, al soldo dei capitalisti del nord.
Dite la verità quanti di voi sapevano? Credo pochi, perchè come la maggioranza a scuola abbiamo studiato il mito del Risorgimento, l’Unità di Italia, le figure eroiche di Garibaldi, dei Mille, Bixio…
Questa storia del risorgimento è una delle falsificazioni storiche più grosse.

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Negli anni ’70 escono una serie di saggi, di giovani intellettuali e storici meridionali ( Nicola Zitara, Edmondo Maria Capecelatro, Antonio Carlo e altri).
Nei loro saggi attraverso una puntuale e rigorosa analisi socio-economica del Meridione preunitario, sostengono e dimostrano con dati e numeri inoppugnabili, (per esempio sull’industria agro-alimentare ma anche siderurgica nel Napoletano e non solo) che al momento dell’Unità il divario Nord-Sud non esistesse (o comunque non fosse determinante) sicché a determinare il sottosviluppo del Sud sia stata l’azione politica dello Stato unitario, In altre parole sostengono che la dialettica sviluppo–sottosviluppo si sia instaurata nell’ambito di uno spazio economico unitario – quindi a unità d’Italia compiuta – dominato dalle leggi del capitale.
Tale tesi – che si ricollega fra l’altro a una serie di studi sullo sviluppo ineguale del capitalismo, in modo particolare di Paul A. Baran, di Andre Gunter-Frank e Samir Amin – tende a porre in rilievo come la dialettica sviluppo-sottosviluppo non si instauri fra due realtà estranee o anche genericamente collegate, ma presuma uno spazio economico unitario in cui lo sviluppo è il rovescio del sottosviluppo che gli è funzionale: in altri termini lo sviluppo di una parte è tutto giocato sul sottosviluppo dell’altra e viceversa e dunque il sottosviluppo del Sud è il risultato dello sviluppo capitalistico e non della sua assenza.
Zitara, Capecelatro e Antonio Carlo furono accusati e tacciati di “nostalgie borboniche”. Perché? Per le differenti analisi – parzialmente anche rispetto a Gramsci – sulla Questione Meridionale?
No: semplicemente perché avevano osato dissacrare quanto tutti avevano divinizzato: il movimento e il processo, considerato progressivo e progressista, del Risorgimento. Avevano osato mettere in dubbio e contestare le magnifiche sorti e progressive dello Stato unitario, sempre celebrato da chi a destra, a sinistra e a centro aveva sempre ritenuto che tutto si poteva criticare in Italia ma non l’Italia Unita e i suoi eroi risorgimentali.
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Per ristabilire, con un minimo di decenza un po’ di verità storica occorrerebbe, messa da parte l’agiografia e l’oleografia patriottarda italiota, andare a spulciare fatti ed episodi che hanno contrassegnato, corposamente e non episodicamente, il Risorgimento e Garibaldi: Bronte e Francavilla per esempio. Che. non sono episodi né atipici né unici né lacerazioni fuggevoli di un processo più avanzato. Ebbene, a Bronte come a Francavilla vi fu un massacro, fu condotta una dura e spietata repressione nei confronti di contadini e artigiani, rei di aver creduto agli Editti Garibaldini del 17 Maggio e del 2 Giugno 1860 che avevano decretato la restituzione delle terre demaniali usurpate dai baroni, a chi avesse combattuto per l’Unità d’Italia. Così le carceri si riempirono in breve e assai più di prima. La grande speranza meridionale ottocentesca, quella di avere da parte dei contadini una porzione di terra, fu soffocata nel sangue e nella galera. Così la loro atavica, antica e spaventosa miseria continuò. Anzi: aumentò a dismisura. I mille andarono nel Sud semplicemente per “traslocare” manu militari, il popolo meridionale, dai Borbone ai Piemontesi. Altro che liberazione!
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L’Unità d’Italia si risolverà sostanzialmente nella “piemontesizzazione” della Penisola e fu realizzata dal Regno del Piemonte, dalla Casa Savoia, dai suoi Ministri – da Cavour in primis – dal suo esercito in combutta con gli interessi degli industriali del Nord e degli agrari del Sud – il blocco storico gramsciano – contro gli interessi del Meridione e delle Isole e a favore del Nord; contro gli interessi del popolo, segnatamente del popolo-contadino del Sud; contro i paesi e a vantaggio delle città, contro l’agricoltura e a favore dell’industria.