ANALISI ECONOMICA DELLA “QUISTIONE” MERIDIONALE

Il Mezzogiorno d’Italia è l’area più sottosviluppata d’Europa. Tale situazione è scaturita da oltre un secolo e mezzo di immobilismo politico ed economico, cosa che ha causato la fine delle realtà produttive che erano il vanto della nostra terra. Il Sud, aveva rappresentato non solo uno dei principali centri di produzione culturale europea, ma anche politica ed economica. Per quanto concerne il settore industriale, era tutto il paese (nei vari stati preunitari) a trovarsi in condizioni di arretratezza rispetto alle potenze europee, si pensi ad esempio all’Inghilterra, che nel 1861 era egemone in molti campi della produzione (industria estrattiva e mineraria, trasporti, industria pesante) e avanzata in politica agraria. L’arretratezza nel settore agricolo in Italia causò, per certi versi, anche l’arretratezza nel settore industriale; infatti, l’industrializzazione italiana si ebbe molto tardi (tra il 1880 e il 1900) e, quindi, solo dopo l’Unità. Tale condizione fu uno dei freni alla crescita, a cui và aggiunta la mancanza di combustibili fossili e di capitali da investire nei settori produttivi. In ogni caso, vale la pena osservare quali fossero le differenze di base e le distanze esistenti ben prima del 1861. Nel Regno delle Due Sicilie, furono espletati vari tentativi per cercare di restare al passo con le altre capitali europee. Negli anni Quaranta, i Borbone, la cui precedente inattività lasciò che il mercato meridionale da fosse invaso da prodotti d’importazione, mutarono la loro politica, mirando alla creazione di un settore industriale non più diretto all’autoconsumo bensì all’esportazione. Vennero, infatti, innalzati dazi doganali, sulla base del modello protezionistico attuato da tutte le potenze europee in via d’industrializzazione, in modo da scoraggiare l’ingresso di beni importati nel mercato interno e diminuendo, quindi, un peso non indifferente per la bilancia commerciale. Si favorì, inoltre, la nascita di imprese con capitale sociale costituito da azioni di piccolo taglio, stimolando in tal modo l’intervento del medio ceto nell’attività produttiva. I poli industriali del Regno erano però molto limitati. La Campania non sfigurava sulla scena europea, in quanto a popolazione, con Napoli – quarta città in Europa dopo Parigi, Londra e Pietroburgo – e il suo hinterland, seguita da Terra di Lavoro. In questa regione, si trovavano numerosi centri di produzioni industriale, che trainavano l’industria pesante ed estrattiva esistente in Calabria. Per quanto concerne, invece, la Sicilia, salvo alcune realtà positive, l’isola si trovava in uno stato di forte arretratezza rispetto al resto del Regno. Le città industrialmente più attive erano Messina e Catania, nelle quali si era formato un ceto modernamente imprenditoriale ed erano sorti stabilimenti nel settore tessile, conciario, dei saponi, dei tabacchi e dei succhi d’agrumi. Per quanto concerne il resto dell’Italia, prima dell’Unità “neppure il Nord aveva un vero apparato industriale”, così come “la Lombardia, ora così fiera delle sue industrie, non aveva quasi che l’agricoltura”. La situazione settentrionale era molto simile a quella meridionale più di quanto sicuramente lo sia oggi. Nel Nord dominava la scena industriale il settore tessile, che trascinava con sé settori importanti dell’agricoltura. Ad esempio, furono tramutate terre di coltivazione cerealicola in terre per la bachicoltura, grazie allo sviluppo che i setifici ebbero nel contesto europeo. In Liguria fioriva la cantieristica navale, che ebbe grande sviluppo con l’avvento delle acciaierie e delle ferriere Piemontesi e Lombarde. La differenza sostanziale tra il Nord e il Sud del paese, anche nel settore industriale, era rappresentata dalla struttura e dalla composizione sociale, oltre che dalla titolarità delle iniziative: infatti, eccezion fatta per le industrie pesanti e le armerie la cui gestione era appannaggio esclusivo dello Stato, la totalità delle attività industriali erano svolte da soggetti facoltosi appartenenti alla borghesia imprenditoriale, che non disdegnavano il ricorso a capitali di rischio, magari anche stranieri, per le loro iniziative. Al Meridione, invece, l’azione dello Stato era predominante: infatti, grazie all’operato della corona fu possibile sviluppare le industrie di estrazione, lavorazione e trasporto dei metalli pesanti, così come nel caso della marina e delle ferriere, ma solo grazie alle barriere in entrata poste dai Borbone si evitò l’ingresso massiccio nel mercato meridionale di prodotti di altre nazioni, con prezzi più bassi rispetto a quelli interni. Il PIL pro capite nel 1861, come si evince dal lavoro di Daniele e Malanima, nel Nord Italia, era di 333 lire, mentre nel Sud, per il medesimo anno, era di 335 lire. Come osservano Daniele e Malanima, alla data dell’Unità, non esisteva tra Nord e Sud un vero e proprio divario economico. Le due economie, seppur differenti, riuscivano a stare sul medesimo livello di produzione. Il PIL, e il PIL pro-capite erano attestati sullo stesso piano fino al 1890. Le differenze, in alcuni casi anche marcate, si notavano di più in riferimento al problema sociale. Tali indicatori mostravano, infatti, che il Settentrione, per statura media, mortalità infantile e speranze di vita alla nascita, era leggermente in vantaggio. Il divario più netto si registrava, invece, a proposito del grado di alfabetismo. Esso era molto più marcato nelle regioni del Nord Italia, Lombardia, Piemonte e Liguria su tutte, piuttosto che nel Sud del Paese, dove il problema dell’arretratezza dell’istruzione presentava punte molto elevate. A Nord come a Sud, esistevano regioni più avanzate di altre e queste distanze risultavano maggiori rispetto a quelle tra le due grandi aree del paese. Nel complesso, l’Italia era una nazione che ancora non aveva provato l’esperienza della rivoluzione industriale e il settore produttivo non riusciva a reggere il confronto con le altre potenze già sviluppate in seguito al processo di industrializzazione. Il passaggio da un’economia principalmente agraria e, talvolta, destinata all’autoconsumo ad una più sviluppata, industriale e orientata per il mercato, è identificato da molti studiosi come la fase da cui è scaturito o si è aggravato decisamente il secolare divario tra il Nord e il Sud del paese. Infatti, la comparsa delle industrie, nel senso moderno della parola, avvenne in primo luogo nel Settentrione, dove si sviluppò considerevolmente un’azione d’investimento nelle nascenti attività industriali di forti quantità di capitali, dando vita, così, al decollo produttivo del Paese. Solo dopo l’unificazione, si formò il cosiddetto “triangolo industriale” (Torino-Milano-Genova), che avrebbe portato il Nord, negli anni a cavallo tra il XIX e il XX secolo, a rappresentare l’area più industrializzata d’Italia. Alla fine degli anni Ottanta dell’Ottocento che ha inizio una vera e propria divergenza tra le due parti del Paese, più per il take-off industriale del Centro-Nord che per un regresso del Mezzogiorno, che, comunque, non vedeva affrontati i suoi problemi di fondo. Quindi dal 1861 al 1891 il divario in termini di PIL pro-capite era del tutto trascurabile, addirittura per certi versi si potrebbe definire fisiologico, ma dall’ultimo anno in poi il divario aumentò vertiginosamente fino al 1951, in un processo caratterizzato da un declino senza precedenti. Vennero infatti persi, da parte del Mezzogiorno, 50 punti percentuali di PIL pro-capite. In termini di ricchezza, equivaleva al dato secondo cui un lavoratore del Sud Italia guadagnava, nel 1951, la metà di un lavoratore del Nord. Le differenze, nel 1861, erano, quindi, quelle ereditate dalla situazione pre-unitaria. Mentre era ancora in fase embrionale lo sviluppo del triangolo industriale, si verificarono nel Mezzogiorno due grandi fenomeni: il brigantaggio e l’emigrazione. Il primo fu una vera e propria “guerra civile” che spaccò la popolazione, in lotte fratricide, fra i favorevoli all’Unità d’Italia e chi ne era contrario. Il brigantaggio non era una novità nella penisola. Lungo tutta l’Italia era diffuso un senso di ribellione al potere centrale, anche se con quel termine si può indicare una forma di banditismo a scopo di rapina e di estorsione. Il brigantaggio unitario scaturì senz’altro dalla situazione disperata in cui versava il Mezzogiorno dopo l’Unità. La scintilla che fece scattare sollevazioni antisabaude in tutto il Meridione ebbe origine dalla percezione che il Piemonte non era intervenuto nel Sud per fare l’Unità d’Italia, bensì per colonizzarlo o, come sottolinea Petracco “per allargare i confini sabaudi”. Venne quindi attuata una “Piemontesizzazione”, un processo di cui, addirittura, mostrarono consapevolezza gli stessi protagonisti dell’Unità. Con questo intervento vennero sostituiti tutti i validi amministratori dell’ex Regno delle Due Sicilie con quelli inviati dal Piemonte e furono messe in discussione tutte le realtà industriali del Mezzogiorno: e quando ciò non successe intenzionalmente fu a causa della concorrenza intervenuta dopo l’annullamento dei dazi protezionistici. Qualsiasi prodotto di cui il Mezzogiorno aveva bisogno veniva fatto arrivare dal Piemonte, “persino la carta dei dicasteri” come ebbe modo di dichiarare in una commissione d’inchiesta, il 20 Novembre 1861, il duca di Maddaloni Francesco Proto Carafa. Per i meridionali non vi fu più alcuna attività in grado di fruttare un reddito adeguato. La già fragile economia meridionale non seppe rispondere alle sempre più numerose azioni che miravano a renderla “subalterna” o a spostarla su un piano di concorrenza. Quando apparve chiara la natura della politica con cui fu governato il Sud, caratterizzata dalla volontà centralistica della politica sabauda, le tensioni accumulate esplosero. L’estromissione dagli impieghi, dalle magistrature, dall’insegnamento, dalle fabbriche, dall’esercito, dalle gendarmerie, dai conventi e dai servizi di una quantità enorme di persone; l’aumento delle imposte e l’introduzione di nuovi pesanti tributi; la chiusura degli opifici e dei cantieri; l’esclusione delle imprese meridionali dalle commesse di Stato con la conseguente disoccupazione; l’ imposizione della circoscrizione obbligatoria, che privava delle braccia da lavoro migliaia di famiglie rurali, furono solo alcuni dei provvedimenti che colpirono i territori meridionali e che favorirono la formazione di un numero considerevole di briganti, che combattevano per il ritorno sul trono del buon Re Francesco II di Borbone, la cui repressione violenta ebbe come protagonisti Cialdini, la Marmora e Cadorna. La seconda grande questione che scaturì da quel periodo fu l’emigrazione, che si acutizzò proprio a causa del divario nord/sud. Nel primo quindicennio successivo l’Unità, gli espatri, per lo più transoceanici, dal Mezzogiorno e dalla Sicilia, furono circa di quattro milioni di persone, tanto da portare alcuni autori a definire questo fenomeno come una vera e propria “fuga di popolo”. Il governo appena nato non provò ad arginare questo processo, anzi favorì il perdurare di un’emigrazione massiccia. Da uno studio dell’Accademia Nazionale dei Lincei, guidata da De Meo, risulta che con l’azione combinata dei proventi delle tasse sulle migrazioni e delle rimesse dei meridionali all’estero, entrarono nel nuovo Stato italiano 3 milioni e 300 mila miliardi di lire, nel corso di trent’anni. Tale somma costituì uno strumento di un certo rilievo per finanziare l’industrializzazione italiana, permettendo la nascita del settore produttivo nel Nord Italia, nonché il suo repentino sviluppo. Le correnti migratorie divennero, col tempo, una consuetudine: l’annuario statistico di Correnti-Maestri del 1876 riportava che gli italiani che lasciavano il suolo patrio erano circa 100 mila all’anno; mentre nel 1901 furono circa mezzo milione, e nel solo anno 1913 furono 872 mila, ossia un italiano su quaranta. Com’è stato osservato: “l’Italia dalla metà degli anni Novanta è già un paese che aveva scelto di esportare in massa forza-lavoro, trasformando così in emigranti produttori di reddito all’estero quelli che potevano essere una massa di produttori-consumatori all’interno”. Si può capire l’importanza delle rimesse degli italiani all’estero, prendendo in considerazione il fatto che nel 1907 la FIAT fu colpita da una forte crisi di liquidità. La Banca d’Italia intervenne in aiuto dell’industria piemontese utilizzando il Banco di Napoli, la banca che all’epoca era dotata di maggiore liquidità, proprio grazie alle rimesse degli emigranti. “Le rimesse non costituiscono solo un importantissimo apporto finanziario per le famiglie e per gli Stati di provenienza degli espatriati ma anche uno strumento di crescita e progresso divenendo una fonte primaria per la crescita dell’ economia nazionale”. Gli studiosi del fenomeno spiegano che a livello macroeconomico, l’afflusso delle rimesse rafforza la bilancia nazionale dei pagamenti dei paesi più poveri riducendo il loro debito nei confronti dei paesi più ricchi. L’Italia, è cresciuta con le rimesse degli emigranti. Interi paesi del sud sono sopravvissuti esclusivamente grazie alle rimesse. Fino agli anni Ottanta i soldi erano canalizzati principalmente nella costruzione della casa o nell’avviamento di un’attività autonoma. Oggi, invece, nessuno sogna di rientrare in patria, se non per situazioni particolari, e le rimesse rappresentano soltanto il 10% di quello che erano fino a 30 anni fa. A conferma che l’Unità fu il frutto della volontà di unificare i confini territoriali del Paese sulla base di istituzioni preesistenti nel Regno sabaudo, Cavour, primo ministro del nuovo Stato, decise che il debito pubblico del Piemonte, che nel 1860 aveva un passivo di ben 91.010.834 lire e che nel 1861, in base a quanto dichiarò il ministro Bastogi alla Camera, era caratterizzato da uno spaventoso deficit di 314 milioni di lire, dovesse essere completamente assimilato a quello del nuovo Regno d’Italia, nonostante il fatto che il Mezzogiorno con un territorio di gran lunga più vasto, apportava allo Stato solo 42 milioni di deficit. Bisogna ricordare che il Piemonte fu più volte salvato grazie la liquidità delle Banche meridionali, il cui stato di salute derivava, prima, dalla gestione Bernardo Tanucci e, poi, dalle rimesse dei meridionali all’estero. L’Italia meridionale, finì per partecipare al pagamento dei debiti che appartenevano agli Stati dell’Italia del Centro-Nord con una quota ben più grande di quella che rappresentava. Ciò contribuì alla crescita di un dislivello economico tra le due parti del Paese. Le dinamiche della rivoluzione industriale segnarono una frattura definitiva all’interno dell’Italia, cristallizzando i rapporti tra Nord e Sud. E’ nel primo decennio del Novecento che cominciano a delinearsi i contorni di una nuova geografia economica, dando inizio all’andamento dualistico dell’economia italiana e alla recessione del Sud.

L'immagine può contenere: una o più persone, folla e spazio all'aperto
LA FUGA DEL POPOLO MERIDIONALE

Briganti e galantuomini: quando i nazisti indossavano il kepì

In tema di brigantaggio meridionale il protagonista è quasi sempre il contadino, il pastore o il brigante (che poi è la stessa cosa), i quali si contrapponevano ad una classe sociale diversa, quella dei ‘galantuomini’: grandi proprietari terrieri e allevatori, responsabili del patto con l’amministrazione piemontese che ha contrassegnato la nascita dell’Unità d’Italia. Fu una guerra civile che ebbe due aspetti: quello militare, caratterizzato da una ferocia inutile e da una inadeguatezza della classe militare al comando, che lascia presagire i disastri del 1866, e quello politico-sociale, nel quale spicca il ruolo dei galantuomini e il loro tacito patto con l’amministrazione piemontese, destinato ad incidere non solo sul futuro del meridione, anche sugli esiti del processo di unificazione dello Stato. Dopo l’unità, la destra al governo non attuò una politica favorevole alle popolazioni delle campagne meridionali e in particolare non intervenne per modificare la struttura della proprietà terriera, basata sul grande latifondo. Il malcontento e le difficilissime condizioni di vita dei contadini diedero origine al grave fenomeno del brigantaggio: grandi e piccole bande armate imperversarono nel Mezzogiorno, dando vita a uno scontro che assunse i toni e le dimensioni di una vera e propria guerra civile nei confronti della quale lo stato non volle trovare altra risposta che la repressione militare. Inseguimenti e cacce all’uomo sulle alture. Sali, scendi, montagne, boschi, spara, e spesso muori. Una guerra feroce di poveri cristi, una guerra di agguati, schioppettate, gole tagliate, prigionieri seviziati. Si stenta a distinguere le ragioni dai torti e a cogliere a volte una natura umana comune, nella lotta infame senza pietà tra briganti e piemuntisi. Che poi non erano solo settentrionali, tanto meno piemontesi, ma venivano da ogni parte d’Italia, meridione compreso, dato che la leva obbligatoria impegnava in arme tutti i ragazzi dello Stato neonato, cresciuto a dismisura rispetto all’originario Regno di Sardegna. E così si osservano le miserie e le viltà della guerra senza quartiere che insanguinò per dieci anni il Mezzogiorno, le ingiustizie, l’incapacità di capire degli uni e degli altri. Una rivolta contadina contro i metodi ed i sistemi adottati dal nuovo regime, ma a T’orino non si ammette che altre possano essere le cause della rivolta contadina, né tanto meno che a provocare la degenerazione delle prime manifestazioni legittimiste in delinquenza comune sia stata la politica della Destra. Nessuno vuole che si parli di “occupazione piemontese” meridionale e la Camera dei Deputati non consente ad un suo membro di presentare il 20 novembre del 1861 e di illustrare una mozione che è un violento atto di accusa contro la politica del Governo cui si attribuisce la responsabilità di aver provocato nelle province napoletane una situazione che non riesce più a controllare. Gli uomini di Stato del piemonte- afferma nella sua mozione il duca di Maddaloni Francesco Proto Carafa deputato di Casoria – hanno corrotto nel Regno di Napoli quanto vi rimaneva di morale. Hanno spoglio il popolo delle sue leggi, del suo pane, del suo onore… e lasciato cadere in discredito la giustizia… Hanno dato l’unità al paese, è vero, ma lo hanno reso servo, misero, cortigiano, vile. Contro questo stato di cose il paese ha reagito. Ma terribile ed inumana è stata la reazione di chi voleva far credere di avervi portato la libertà… Pensavano di poter vincere con il terrorismo l’insurrezione, ma con il terrorismo si crebbe l’insurrezione e la guerra civile spinge ad incrudelire e ad abbandonarsi a saccheggi e ad opere di vendetta. Si promise il perdono ai ribelli, agli sbandati, ai renitenti. Chi si presentò fu fucilato senza processo. I più feroci briganti non furono certo da meno di Pinelli e di Cialdini. Le accuse mosse dal duca di Maddaloni irritano il governo a T’orino, non si può ammettere che un deputato meridionale faccia proprie le accuse che i leggittimisti borbonici muovono agli uomini del nuovo regime. Il deputato di Casoria è invitato a ritirare la sua mozione e, al suo diniego, la Presidenza della Camera non ne autorizza la pubblicazione negli Atti Parlamentari e ne vieta la discussione in aula perché espressione della pia bieca reazione. Anche Giuseppe Ricciardi (eletto nel Collegio di Foggia) preannunzia una sua interpellanza sulle condizioni delle province meridionali. Ma il Governo non intende discutere su questo argomento. La stesso Presidente del Consiglio interviene ed invita la Camera a non fare discussioni inutili: il promuovere la questione delle piaghe delle provincie meridionali – ritiene il Ricasoli- sarà un perder tempo prezioso, sarà il ripetere una storia dolorosa di cose che purtroppo sappiamo. Giuseppe Ferrari (eletto nel Collegio di Gavirate, prov. di Varese) sostiene la necessità che la Camera affidi ad una propria Commissione una inchiesta da condurre nelle province infestate dal brigantaggio per accertarne le cause e proporre rimedi per sanare la tragica situazione provocata dalla guerra civile alimentata dalla erronea politica che nel Mezzogiorno svolgono moderati e Governo. Il Ferrari, che non nasconde il pericolo del brigantaggio e le conseguenze che esso può avere nella vita del giovane Regno d’Italia, viene interrotto da Giuseppe Massari : nelle campagne meridionali non si combatte una guerra civile – afferma il segretario della Camera dei Deputati- I briganti sono masnadieri, non un partito politico. L’insistenza con cui i deputati meridionali si oppongono al diniego del Governo di iscrivere all’ordine del giorno le loro interpellanze, irrita anche i deputati della Sinistra i quali, invece, vorrebbero preordinare l’ordine dei lavori per il dibattito sulla Questione Romana . Solo nel 1863 venne costituita una commissione parlamentare di inchiesta sul brigantaggio allo scopo di conoscere più approfonditamente questo fenomeno e mettere il parlamento in condizione di approntare gli strumenti legislativi per poterlo sconfiggere. Così si approverà con procedura di urgenza dal Senato nella seduta del 6 agosto, e pubblicata il 15 agosto del 1863, la famigerata “Legge Pica” che assegna alla competenza dei Tribunali Militari i reati di brigantaggio, sancisce la fucilazione per chi oppone resistenza all’atto della cattura e aiuta, in qualsiasi modo, i briganti fornendo loro notizie e viveri, riconosce la possibilità di applicare le attenuanti previste dal Codice Penale anche ai delitti di brigantaggio, concede attenuanti a chi, entro tre mesi dalla entrata in vigore della legge, si presenti alle autorità costituite e istituisce il domicilio coatto per gli oziosi, i vagabondi, i sospetti e i manutengoli . Le testimonianze dei militari che parteciparono alla repressione del brigantaggio e che furono interpellati dalla commissione, o comunque ne scrissero, sono in grande maggioranza concordi nello stabilirne il carattere fondamentale di rivolta sociale, e si sforzano di individuare gli strati sociali protagonisti della sollevazione, indicandoli, in genere con sufficiente precisione, nei “giornalieri,” e portando quindi l’attenzione prevalentemente sulla piaga dei bassi salari. Analoghe opinioni, più o meno documentate, espressero in scritti ed in altre circostanze anche altri ufficiali di vari gradi, dal generale ex garibaldino Gaetano Sacchi, che comandò la divisione militare di Catanzaro nel 1868, al sottotenente di cavalleria Enea Pasolini (figlio del noto statista moderato e grande proprietario terriero romagnolo, Giuseppe), che morì nel 1868 di malattia contratta per servizio in Calabria, fino agli estensori di scritti rimasti anonimi, degni di nota per alcune acute considerazioni racchiusevi e, in qualche caso, anche per un senso di umana comprensione che li ispira. […]
Il passaggio dei contadini meridionali al brigantaggio fu quindi, una forma di protesta estrema che nasceva dalla miseria e non trovava altro mezzo che la violenza per lottare contro l’ingiustizia, l’oppressione e lo sfruttamento. Un vecchio contadino di Roccamandolfi, nel Molise, riassunse una volta, con scabra efficacia, questa realtà di fatto: “Noi siamo tristi, è vero, ma ci hanno sempre perseguitati; i galantuomini si servono della penna e noi del fucile, essi sono i signori del paese e noi della montagna.” Il sottoprefetto di Ariano Irpino, Lucio Fiorentino, notava : “Qui nelle capanne è più facile trovare fucili che pane.”
Il movente economico-sociale, che era alla base del moto di massa, si rifrangeva poi nel complesso intreccio delle reazioni psicologiche individuali, dominate da due fondamentali sollecitazioni: l’impulso anarchico alla vendetta e alla distruzione, proprio della mentalità contadina. La famigerata “legge Pica”, dette “ottimi” risultati in materia di repressione ma non intaccò in profondità le cause che avevano originato il fenomeno e quindi lasciò la questione del tutto e fatalmente irrisolta. Una legge che lasciò sul campo oltre 60.000 vittime, un lascia-passare che legittimava gli atti scellerati commessi dall’esercito piemontese, già in precedenza colpevole di atti di ritorsione verso i cittadini inermi adulti o bambini, uomini o donne, senza alcuna differenza, dove nemmeno le donne incinte venivano risparmiate!
Le scuole vennero chiuse per oltre un decennio, decine di migliaia di meridionali prelevati dalle loro case e deportati in veri e propri campi di concentramento,
Accanto ai tribunali militari e alle fucilazioni sul posto, non vi fu molto di più. Mancò da parte del governo una seria e incisiva azione politica diretta a migliorare le condizioni di vita della popolazione meridionale.
E quando i briganti furono finalmente debellati, si diede inizio un altro flagello: quello dell’emigrazione.
Il contadino, sceso dalla montagna e gettato alle ortiche lo schioppo, prese la misera valigia di cartone con le sue povere cose e si trasferì al di là dell’Oceano, verso terre lontane e spesso inospitali.
Da brigante si trasformò in emigrante ed è francamente difficile dire quale delle due esperienze sia stata più dura e drammatica. Al meridionale, al cafone, umiliato, violentato,tradito,calpestato, non restava altra scelta che lasciare la propria casa. Ad oggi, all’ inizio di terzo millennio, ancora si parla diffusamente di una “questione meridionale” ben lungi dall’essere risolta!


La repressione messa in atto nel primo decennio dell’Italia unita, con la lotta del regno sabaudo contro il brigantaggio propriamente detto. Ma per briganti s’intendevano soprattutto quanti, ed erano tanti, per un motivo o per l’altro non accettavano la piemontesizzazione del Mezzogiorno continentale e della Sicilia, e vi si ribellavano duramente. Certo, questa impresa violenta non è che l’ultimo capitolo di una secolare storia di sanguinose repressioni, in cui i poteri statali che si erano via via avvicendati non furono in grado di trovare altra risposta ai sommovimenti sociali (al cui centro sono quasi sempre questioni legate alla proprietà o alla gestione delle terre) che non fosse il sangue. Se non che, di quel decennio e in uno stato che si definisce liberale, quel che soprattutto colpisce è la delega assoluta concessa ai militari che governano, quasi sempre alla faccia di prefetti e procuratori del re, con leggi (e soprattutto non leggi) eccezionali, con stati d’assedio, con decimazioni, con tribunali militari sorti da null’altro che dalla feroce mentalità extralegale di chi li aveva istituiti e gestiti.

La “grande mattanza” s’attaglia alle gesta del colonnello Pietro Fumel da Ivrea che adotta metodi ben più sbrigativi. È spietato. Va a caccia di otto briganti di Bisignano. Uno rimane ucciso, uno è ferito, gli altri sei si consegnano per liberare i parenti arrestati come ricatto. Secondo quanto riferisce un rapporto prefettizio (ed è descrizione identica a quella che ottant’anni dopo vedrà i partigiani vittime dei criminali nazifascisti) il colonnello Fumel li faceva quindi fucilare sul luogo e attaccare poscia alle antenne del telegrafo che fiancheggiano la strada con un cartello appeso al collo indicante i delitti che avevano commessi e ad esempio dei tristi. È descrizione identica a quella che ottant’anni dopo vedrà la tragica fine dei partigiani vittime dei criminali nazifascisti. Una carneficina, a Fagnano Castello ordina la fucilazione di cento contadini inermi, delle orrende scenografie (spesso le vittime erano decapitate e le loro teste impalate) e nessuno lo ferma. Una volta, avendo saputo che un vescovo se la intendeva coi briganti dà ordine di arrestarlo. Nessuno ne ha il coraggio. Allora Fumel entra in chiesa una mattina che il vescovo solennemente pontificava, si avvia all’altare e lo arresta sotto gli occhi della folla. Poi lo fa fucilare. E non risparmia i cadaveri dei “banditi”: spesso, tagliate le teste, le fa mettere sotto vetro e le offre come orrendi regali.







Il marchese Emilio Pallavicini da Genova, futuro senatore del regno, vanta poteri amplissimi: è “autorizzato a oltrepassare i limiti [cioè le leggi, ndr] quando le circostanze lo esigano (quasi sempre!). Il giorno 15 settembre ultimo scorso [1865] in via riservata io ordinai ai comandanti di Zona e Sottozona di procedere novellamente all’arresto dei parenti dei briganti con l’avvertenza di doversi tale provvedimento applicare soltanto ai parenti prossimi, cioè al padre, alla madre, ai fratelli, alle sorelle, alla moglie e ai figli […] Tale misura eccezionale non va considerata come una trasgressione alle superiori determinazioni avuto riguardo della tacita autorizzazione del provvedimento eccezionale che il Ministro stesso [Petitti Bagliani] mi concedeva

Nel decennio che ha visto inaugurare la storia dell’Italia unita ci sono state più guerre, oltre a quella militare: una guerra civile, che ha contrapposto selvaggiamente italiani del Nord e italiani del Sud; e una guerra fratricida, paese per paese, di meridionali contro altri meridionali, una guerra di classe tra proprietari e contadini senza terre.

APOLOGIA dei LUCIANI

Se davvero esiste il cielo dei pazzi d’amore per Napoli, in quel cielo un posto privilegiato spetta di diritto, senz’alcun dubbio, ai Luciani. E se il cuore della Napoli antica e bella batte ancora in alcune parti della città, una di queste è, senz’altro, quel che resta del vecchio Borgo Marinaro di Santa Lucia. Quel che resta lo fu a dispetto della colossale operazione di speculazione edilizia post-unitaria di fine Ottocento (la prima in ordine di tempo a dare il sacco alla città), che con la scusa di una radicale bonifica dei vicoli, si limitò alla fine in una spettacolare operazione di facciata, impinguando però le tasche dei soliti pescecani vicini al governo. Soltanto di facciata, come amaramente osservò Matilde Serao e come denunciò con veemenza nei suoi versi il nostro Ferdinando Russo.”Addó se vere cchiú Santa Lucia?”, “Addó sentite cchiú ll’addore ‘e mare?”,”Se scarta ‘o bbello e se ncuraggia ‘o bbrutto!” Ma si sa che Ferdinando Russo, il cantore della genuina anima luciana, era un rompiscatole filoborbonico. Un passatista, insomma, da non ascoltare. Così la pensava il “sommo” Benedetto Croce, che non poche gratuite stroncature riservò alla carriera letteraria del povero Ferdinandiello. Non c’è niente di più acido della malevole piccineria di un grande. Ma il Russo continuò imperterrito per la sua strada, malgrado l’ostracismo delle vestali della cultura ufficiale, ostracismo durato fin quasi ai nostri giorni. La damnatio memoriae di essere corrivi nella simpatia per una dinastia, esecrata in tutti i libri di testo di storia italiani, quale è quella dei Borbone, perseguita da sempre anche i Luciani. I Luciani, cosí chiamati per l’abitare il Borgo Marinaro sorto appunto attorno alla chiesa dedicata alla bella martire siciliana, Santa Lucia. Il nucleo primigenio, dovuto a coloni greci, nasce alle pendici del Monte Echia, meglio conosciuto con il nome di Pizzofalcone. È tradizione che, di fronte al mare di Santa Lucia, Virgilio, dimorante nel Castro Luculliano (poi Convento del Salvatore, infine Castel dell’Ovo), scrivesse le Bucoliche ed alcuni, quattro per l’esattezza, libri delle Georgiche. Ciò la dice lunga sulla permanente amenità del posto, dovuta peraltro alle numerose sorgenti di ottime acque minerali, tra cui la Ferrata e la Sulfurea, che sgorgavano abbondanti nelle vicine grotte tufacee del Monte Echia e, quindi, prospicienti la spiaggia stessa. Queste grotte furono dette Platamonie, da cui Chiatamone. Tanto che finirono per fornire di acqua ferrata e sulfurea l’intera città di Napoli e i Casali vicini. L’acqua veniva raccolta e trasportata nelle famose “múmmare”, anfore di creta, dove si conservava sempre freschissima. Generalmente erano le belle e procaci Luciane a dedicarsi alla vendita ed al commercio delle acque, mentre gli uomini, se non erano imbarcati come marinai nella flotta reale napolitana, si dedicavano alla pesca ed alla vendita dei gustosi frutti di mare. Benché facenti parte della medesima grande metropoli, iLuciani si tennero sempre un po’ distinti dagli altri abitanti, vuoi per la loro innata “scienza di mare” quale marinai, cosa che li contrapponeva ferocemente, in memorabili risse, agli abitanti del Quartiere Porto, vuoi per la specificità dei mestieri più diffusi tra di essi quali l’acquaiola e il pescatore. Queste peculiarità diedero vita, nel tempo, ad abitudini, costumanze e riti del tutto diversi dal resto di Napoli. Persino nel dialetto si poteva distinguere un Luciano dagli altri Napoletani. Infine i Luciani si vantavano di essere tutti, ma tutti, nessuno escluso, bambini e donne comprese, fedelissimi ai Re Borbone. Non a caso il Casino del Chiatamone era stato scelto quale residenza estiva della Corte. Da sempre i Regnanti napoletani si mescolavano senza scorta con quella vociante e variopinta folla, che popolava quell’intricato dedalo di viuzze del Borgo Marinaro. Luciano tra iLuciani, Ferdinando II veniva qui a comprare di persona frutti di mare freschi per la mensa regale. Sembra che sia stata coniata proprio da questo Re, per il suo abituale fornitore, la famosa indecifrabile denominazione di “ostricaro fisico”. Il pescatore la prese, ironicamente, come un titolo onorifico elargito dal Re in quanto gli ricordava tanto quel “dottore fisico”, con cui si fregiavano con superbia certi grassi borghesi che avevano studiato. Già, ladamnatio memoriae per i Luciani di essere restati, nella buona e nella cattiva sorte, fedeli ai tanto vituperati Borbone! Si comincia nelle tragiche giornate del gennaio 1799, allorché quelli del Borgo di Santa Lucia, all’unisono con gli abitanti di tutti gli altri quartieri cittadini, si oppongono con determinazione al francese invasore. Cataste di corpi di Luciani trucidati testimoniano che la loro fedeltà al Trono non è vuota leggenda. E poi nei sanguinosi moti del maggio 1848, quando i Luciani affronteranno dalle parti di Montecalvario folti gruppi di camorristi armati, che spalleggiano gli insorti antiborbonici. Come sempre nei moti risorgimentali la malavita organizzata sa benissimo da che parte stare. Della cosa si ricorderà, nel 1860, il famigerato don Liborio Romano, ministro di polizia all’arrivo in Napoli di don Peppino Garibaldi. A garantire l’ordine pubblico nella città ci penserà la camorra, tramite la neocostituita guardia cittadina. Di quest’ultima, per espresse disposizioni dello stesso ministro, non potranno far parte i Luciani. Il binomio Luciani – Borbonismo si può dire che non scomparse mai del tutto. Tanto che anni dopo, quando Francesco II, ultimo Re di Napoli, trovandosi in esilio a Parigi e avendo pregato Vincenzo Gemito di mandargli un’opera che gli ricordasse la sua cara ed indimenticabile Napoli, l’artista non trovò di meglio che modellare una piccola scultura in bronzo, che ritraeva un ragazzo lucianovenditore di acqua sulfurea con la sua “múmmara”. Nessun dono fu più gradito di questo. È da sottolineare che quello dei Luciani non fu mai cieco Borbonismo. Lo dimostra il loro atteggiamento di fronte alla vicenda dello sfortunato ammiraglio napoletano, Francesco Caracciolo. Nemico dei Borbone, il Caracciolo conosce l’infamante morte per impiccagione a causa dell’odio di Nelson (un’imperdonabile macchia nella gloriosa vita marinara di quest’ultimo), malgrado il parere contrario del Cardinale Ruffo che lo vuole salvo. Le spoglie mortali di Caracciolo troveranno poi riposo, ad opera dei marinai luciani, nell’ipogeo di Santa Maria della Catena, la Madonna protettrice del Borgo. Onore ad un marinaio caduto da parte di altri marinai, anche se avversari. Alla Madonna della Catena era dedicata la popolarissima festa della Nzegna. Era il festone dei Luciani e si svolgeva nel mese di agosto di ogni anno. L’ultima Nzegna data dall’ormai lontano 1953. In questa festa veniva scelta una coppia, formata rigorosamente, per antica consuetudine mai venuta meno, da un pescatore e da un’acquaiola. Vestiti con sfarzosi abiti, i due rappresentavano, per l’intero giorno, l’alter ego della regale coppia delle Maestà Borboniche in terra luciana. Si formava così un pittoresco e variopinto corteo, che, tra lazzi ed acclamazioni, giungeva sulla riva del mare di Santa Lucia, dove tutti, anche donne e bambini, si tuffavano o venivano tuffati in acqua. Compresi i malcapitati e disattenti spettatori. E guai a protestare! Era questo un grazioso omaggio dei Luciani al loro mare. Un mare sempre amico, che diventerà però amarissimo nel periodo post-unitario, quando ai primi del Novecento iLuciani, a migliaia, conosceranno, a causa di una nera miseria, la dura strada dell’emigrazione verso le Americhe. Si comporranno così le struggenti strofe di Santa Lucia luntana. (Santa Lucia, luntana a tè quanta malincunia).

La canzone finisce poi per diventare un vero e proprio inno nazionale di tutti gli emigranti meridionali. Eppure quel mare, un giorno non lontano, i Luciani l’avevano orgogliosamente solcato a bordo delle splendide navi della Real Flotta Napolitana. E qui occorre sfatare la leggenda che vuole che tutta la Marina Borbonica abbia defezionato. Le navi, a maggioranza di equipaggio luciano, non si consegnarono al nemico. Giustamente annota Ferdinando Russo che i Luciani andarono sempre fieri di questo comportamento, perché delle loro navi “ai piemontesi non avevano ceduto manco nu chiuovo!”. Ferdinando Russo, un altro furioso pazzo d’amore per Napoli, che con il suo poemetto “‘O Luciano d’ ‘o Rre”, pubblicato nel 1910, innalza un imperituro monumento poetico alla silenziosa fedeltà deiLuciani alla causa del loro Re Borbone, perché, come fa dire al suo protagonista, soltanto “chillo era ‘o Rre!”

Gli eroi della Nunziatella dimenticati dalla storia!

Il 7 settembre 1860 alla “Nunziatella” regnava una grande agitazione: la notizia che il Re aveva raggiunto Gaeta e che l’esercito avrebbe tentato un’ultima difesa sulla linea del Volturno, nonostante i silenzi di molti ufficiali ed istruttori, era trapelata. Alcuni dei ragazzi decisero di fuggire dal collegio per raggiungere il loro Re e per poter partecipare all’ultima difesa. I loro nomi volutamente dimenticati dalla storia non possono essere cancellati, perché rappresentano sentimenti e valori che non hanno confini, ed il loro esempio sarebbe stato di grande aiuto al popolo meridionale, molto più che il ricordo di Garibaldi e di Cavour. Non possiamo ricordare come eroi positivi solo quelli che, venuti da fuori, ci avrebbero “liberato” invadendoci. Furono invece cancellati dalla storia i due fratelli Antonio ed Eduardo Rossi, 17 e 14 anni, che erano figli di un ufficiale morto nella campagna di Sicilia del 1848. Un giornalista francese presente a Gaeta durante l’assedio li ricorda così: “Ho incontrato stasera su una batteria un sottotenente di 15 o 16 anni che serviva ai pezzi con due soli uomini per quattro cannoni, caricando, puntando e tirando con rabbia. Questo bravo ragazzo si chiama Rossi ed ha un fratello che, come lui, si è distinto durante l’assedio”. Eliezer Nicoletti, 17 anni, figlio del maggiore di fanteria che sbaragliò i garibaldini di Pilade Bronzetti alla battaglia del Volturno, Ludovico Manzi, 17 anni, Ferdinando de Liguoro, figlio del colonnello comandante il 9° Puglia, reggimento da lui condotto da Capua a Napoli con i garibaldini ormai padroni della città. Dopo la resa fu come gli altri vessato e maltrattato. Non furono riconosciuti a questi ragazzi nemmeno i gradi acquisiti sotto il loro legittimo Re. De Liguoro emigrò in Austria, dove fu ammesso nell’esercito e combatté anche a Custoza contro i piemontesi nel 1866. Alfonso Scotti Douglas, 11 anni, il più giovane di questi ragazzi, figlio del generale di origine parmense Luigi, fu adibito ai lavori del genio nella piazza di Capua. Carmine Ribas, 18 anni, che raggiunse l’anziano padre di stanza a Gaeta, fu anch’egli adibito ai lavori del genio nella piazza di Capua. Francesco e Felice Afan de Riviera, 17 e 16 anni, figli del generale Gaetano, raggiunsero i fratelli maggiori che combattevano a Capua. Anch’essi dopo Gaeta emigrarono in Austria e Felice abbracciò in seguito la vita religiosa entrando in convento a Napoli, dove morì nel 1924. Francesco Pons de Leon, 18 anni, raggiunse il padre, maggiore in servizio nella piazza di Gaeta e operò lui pure come semplice servente ai pezzi di una batteria. Ferdinando Ruiz, 17 anni, nipote del generale Vial, fra mille peripezie riuscì ad arrivare a Gaeta solo nel gennaio 1861. Ferdinando e Manfredi Lanza, 17 e 16 anni, figli di un ufficiale del genio, si comportarono da piccoli eroi a Gaeta e Ferdinando, l’ultimo giorno d’assedio, fu colpito da una granata che gli troncò di netto un piede. Infine Carlo Giordano, 17 anni, orfano da pochi mesi del padre, generale napoletano. Fuggì dalla Nunziatella il 10 ottobre, dopo i suoi compagni. Durante l’assedio servì alla batteria Malpasso con abnegazione e coraggio, supplendo all’inesperienza con la forza della sua giovane età e con l’entusiasmo di chi difende la propria Patria da una vile aggressione. L’11 febbraio 1861 iniziarono le trattative di resa della piazza di Gaeta. Il generale Cialdini preferì non interrompere il bombardamento, anzi lo intensificò perché, come scrisse a Cavour, naturalmente in francese, “le bombe fanno ragionare male e diminuiscono le condizioni richieste”. Poche ore prima della firma della capitolazione, il 13 febbraio 1861, scoppiò con un tremendo boato il deposito di munizioni della batteria Transilvania, che travolse uomini e cose e distrusse la batteria servita da Carlo Giordano. Fu l’ultima vittima di una inutile ferocia e di una assurda guerra civile. I suoi resti non furono mai trovati, ma il suo ricordo deve rimanere nei cuori dei meridionali perché il suo sacrificio non sia dimenticato. Da nessuna parte, né a Gaeta né altrove esiste una lapide che ricordi questo ragazzo che, a torto o a ragione, considerò il Regno delle Due Sicilie la sua Patria!

Nonostante avesse provato, sin dalla sua fondazione, di essere un “semenzaio di ottimi ufficiali”, la Nunziatella seguì il destino di tante istituzioni dell’ex Regno delle Due Sicilie e con decreto di Vittorio Emanuele II di Savoia del 4 maggio 1861 fu declassata da accademia a scuola militare del Regio Esercito: tale operazione prevedeva che essa fosse destinata a preparare i giovani alla vita delle armi, in vista della loro ammissione all’Accademia di artiglieria e genio di Torino e alla Scuola di fanteria e cavalleria di Modena. Il nuovo ordinamento del ridenominato Collegio militare di Napoli fu sancito da un decreto del 6 aprile 1862 e prevedeva l’ammissione dei ragazzi tra i tredici e i sedici anni che avessero compiuto gli studi ginnasiali. Il numero complessivo degli allievi era fissato a un valore massimo di 250 unità[. Tra gli altri, il deputato Giuseppe Ricciardi nel 1861 lamentò in Parlamento tale atto, inserendolo in un più vasto scontento per l’abolizione di altre istituzioni culturali napoletane; e pochi anni più tardi, nel 1870, fu l’ex-allievo e professore Mariano d’Ayala a battersi nel Parlamento del Regno d’Italia contro la nuova minaccia di soppressione[. Nonostante ciò, la Nunziatella diede un notevolissimo contributo alla formazione dei quadri direttivi del Regio Esercito, tanto che i tre ex-allievi Enrico Cosenz (1882-1893)[Domenico Primerano (1893-1896) e Alberto Pollio (1908-1914) ne furono rispettivamente il primo, secondo e quarto capo di Stato maggiore. Bernardino Milon (1842-48) fu invece Ministro della guerra nel periodo 1880-81.

Un atteggiamento di diffidenza continuò ad esistere nei confronti dei quadri direttivi provenienti dall’ex-esercito delle Due Sicilie e della Nunziatella che solo dopo la I guerra mondiale iniziò a diminuire.

IL LATO OSCURO

“Analizzando un cranio mi apparve tutto ad un tratto, come una larga pianura sotto un infiammato orizzonte, risolto il problema della natura del delinquente, che doveva riprodurre così ai nostri tempi i caratteri dell’uomo primitivo giù giù fino ai carnivori”.
E il cranio del brigante calabrese Giuseppe Villella!
Cesare Lombroso nota in quel cranio una fossetta anomala, che aveva contenuto il lobo mediano del cervelletto. Lombroso ritiene che nel criminale, e talvolta anche nel folle, in cui compare questa fossetta, riaffiorino caratteri ancestrali scomparsi nell’uomo moderno. È la teoria dell’atavismo, che ebbe ampia circolazione tra criminologi e medici dell’epoca, una sorta di evoluzione al contrario e un’idea che ha avuto un consenso molto ampio nella comunità scientifica a quei tempi, I positivisti erano in buona misura razzisti come la stragrande maggioranza degli occidentali dell’epoca. Cioè credevano che le differenza di sviluppo delle varie società avessero una spiegazione all’interno delle cosiddette razze e Lombroso partecipa alla cultura del suo tempo. La sua idea dell’atavismo, di identificare delle caratteristiche morfologiche che potessero denunciare delle attitudini comportamentali nel male, è frutto di questo tessuto culturale, di questa voglia di trovare delle spiegazioni razionali e quanto più possibile scientifiche con i metodi dell’epoca, per qualcosa che si osserva. Lombroso misurò la forma e la dimensione dei cranii di molti briganti uccisi e portati dal Meridione d’Italia in Piemonte, concludendone che i tratti atavici presenti riportavano indietro all’uomo primitivo. Di fatto il suo lavoro nella prima metà del XX secolo venne strumentalizzato nel contesto dell’eugenetica e da certe forme di “razzismo scientifico”. Lombroso sostenne sempre con forza la necessità della pena capitale nell’ordinamento italiano. Riteneva infatti che se il criminale era tale per la sua conformazione fisica, non fosse possibile alcuna forma di riabilitazione, individuando in tal modo l’obiettivo cui il sistema penale doveva tendere per la sicurezza della società.

IL CORRICOLO

Il corricolo è sinonimo di calessino; ma, dato che non esistono sinonimi perfetti, spieghiamo la differenza tra corricolo e calessino.
Il corricolo è una specie di tilbury primitivamente destinato a contenere una persona e ad esser tirato da un cavallo; vi si attaccano due cavalli e trasporta da 12 a 15 persone.
E non si creda che vada al passo, come il carretto trainato da buoi dei re franchi, o al trotto come il biroccino della regía; no, va di triplo galoppo; è il carro di Pluto che rapiva Proserpina sulle sponde del Simeto non era piú ratto del corricolo che solca le strade di Napoli facendo sprizzar scintille dal selciato di lava e sollevando nugoli di cenere.
Eppure un solo de’ due cavalli tira veramente, ed è il timoniere. L’altro, detto bilancino, e che è attaccato di fianco, balza, caracolla; eccita il suo compagno, ed ecco tutto. Quale iddio gli ha concesso, come a Titiro, cotanto riposo? È il caso, è la provvidenza, è la fatalità: i cavalli, come gli uomini, hanno la loro stella.
Abbiamo detto che siffatto corricolo, destinato a una persona, ne trasporta abitualmente dodici o quindici; ciò — lo comprendiamo bene — richiede una spiegazione. Un vecchio proverbio francese dice: «quando ce n’è per uno, ce n’è per due». Ma non conosco nessun proverbio in nessuna lingua che dica: «quando ce n’è per uno, ce n’è per quindici».
E invece per il corricolo è proprio così, tanto nelle civiltà progredite ogni cosa è distolta dalla sua primitiva destinazione!
È impossibile determinare con precisione come e in quanto tempo si sia formato, sul corricolo, tale agglomerato successivo d’individui. Contentiamoci, dunque, di dire come vi si mantenga.
Prima di tutto, e quasi sempre, un grosso monaco è seduto in mezzo e forma il centro dell’agglomerato umano che il corricolo trascina come uno di quei turbinii di anime che Dante vide, dietro un grande stendardo, nel primo cerchio dell’inferno. Il monaco sostiene su uno dei suoi ginocchi qualche fresca nutrice di Aversa, e sull’altro qualche bella contadina di Bacoli o di Procida; ai due lati del monaco, fra le ruote e la cassa, si tengono in piedi i mariti di quelle signore. Dietro il monaco si rizza sulla punta dei piedi il proprietario o il conducente dell’equipaggio, che ha nella mano sinistra le redini e nella destra una lunga frusta con la quale imprime una eguale velocità all’andatura dei due cavalli. Alle spalle di costui si aggruppano, come gli staffieri delle buone famiglie, due o tre lazzaroni, che salgono, scendono, si succedono, si rinnovano, senza percepire alcun salario per la loro prestazione di servizio. Sulle due stanghe sono seduti due monelli raccolti sulla strada di Torre del Greco o di Pozzuoli, ciceroni in sopranumero delle antichità di Ercolano e di Pompei, guide brunite dei ruderi di Cuma e di Baia. Finalmente, sotto l’asse della vettura, fra le due ruote, in un reticolo a grosse maglie, che sbatte dall’alto in basso e dal lungo in largo, brulica qualcosa d’informe che ride, piange, grida, grugnisce; che si lagna, che canta, che sogghigna, ma che è impossibile distinguere nel polverone sollevato dagli zoccoli dei cavalli: sono tre o quattro bambini che appartengono non si sa a chi, che vanno non si sa dove, che vivono non si sa di che, che sono là non si sa come, e che vi restano non si sa perché.
Ora, mettete in colonna monaco, contadine, mariti, conducenti, lazzaroni, monelli e bambini: addizionate il tutto, aggiungendo il poppante dimenticato, e avrete il conto giusto. Totale: quindici persone.
Talvolta succede che il fantastico congegno, sovraccarico com’è, passa su una pietra smossa e si rovescia: allora tutta la carrozzata si sparge sugli orli della strada, ognuno lanciato secondo il suo maggiore o minore peso. Ma tutti si rialzano subito e dimenticano il loro accidente per occuparsi soltanto di quello del monaco: lo tastano, lo girano, lo rigirano, lo sollevano, l’interrogano. Se è ferito, il viaggio si sospende; il monaco viene trasportato, sostenuto, coccolato, coricato, vegliato. Il corricolo è posto in un angolo del cortile, i cavalli nella scuderia, e per quella giornata il viaggio è finito: pianti, lamenti, preci. Ma se, invece, il monaco è sano e salvo, tutti stanno bene: il frate risale al suo posto, la nutrice e la contadina ripigliano il loro; ognuno si sistema, si aggrappa, si stipa, e, al solo grido di incitamento del cocchiere, il corricolo riprende la sua corsa, rapido come la folgore e infaticabile come il tempo.
Ora Napoli, a prescindere dai dintorni, si compone di tre strade in cui si va sempre e di cinquecento strade in cui non si va mai. Le tre strade si chiamano Chiaia, Toledo e Forcella. Le altre cinquecento non hanno nome: sono l’opera di Dedalo, il labirinto di Creta, con il minotauro in meno e i lazzaroni in piú.
Vi sono tre modi per visitare Napoli:
A piedi, in corricolo, in calesse.
A piedi, si passa dovunque.
In corricolo, si passa quasi dovunque.
In calesse, si passa soltanto per le strade di Chiaia, Toledo e Forcella.
Di camminare a piedi non m’andava a genio: a piedi si vedono troppe cose.
Di andare in calesse nemmeno: in calesse non se ne vedono abbastanza.
Rimaneva il corricolo, termine medio, giusto mezzo, anello intermedio che riuniva i due estremi.
Mi fermai dunque al corricolo.
– Mio caro ospite Martino – ho deciso nella mia saggezza di visitare Napoli in corricolo. – Magnifico! – disse Martino – Il corricolo è una vettura nazionale che risale alla piú alta antichità. È la biga dei Romani e vedo con piacere che apprezzate il corricolo.
– Soltanto vorrei sapere quanto è il nolo di un corricolo al mese.
– Non si noleggia a mese un corricolo – mi rispose Martino. – Allora, a settimana.
– Non si noleggia a settimana un corricolo.
– Ebbene, a giornata.
– Non si noleggia a giornata un corricolo.
– Come si noleggia il corricolo?
– Ci si sale dentro quando passa e si dice: «Per un carlino». Finché il carlino dura, il cocchiere vi porta a spasso; consumato il carlino, vi sbarca. Volete ricominciare? Dite: «per un altro carlino»; il corricolo riparte, e così di seguito.
– Ma, mediante quel carlino, si va dove si vuole?
– No, si va dove il cavallo vuol andare. Il corricolo è come il pallone: non s’è trovato ancora il modo di dirigerlo.
– Ma allora, perché si va in corricolo?
– Per il piacere di andarci.
– Come! È per il loro piacere che quegli sciagurati si stipano in quindici in una vettura dove in due già si sta scomodi?
– Non per altra cosa.
– È originale!
– Ed è proprio così.
– Ma se io proponessi a un proprietario di corricoli di noleggiare uno dei suoi trabaccoli a mese, a settimana o a giornata?
– Rifiuterebbe.
– Perché?
– Non c’è l’abitudine.
– La prenderebbe.
– A Napoli non si prendono abitudini nuove: si conservano le vecchie………
(di Alessandro Dumas 1841)

Nessuna descrizione della foto disponibile.

E cchisto è ‘o fatto !… E QUESTO È IL FATTO…

Basta sfogliare un qualsiasi testo di storia d’Italia per rendersi conto dell’indecente faziosità con la quale gli infranciosati conquistatori e i loro degni accoliti (i nostri bravi traditori fra quelli) montarono i fasti del cosiddetto risorgimento e affrontarono il tema, ad esso pertinente, dell’altrettanto cosiddetto brigantaggio post-unitario nelle provincie meridionali. E non è necessario andarlo a pescare, questo qualsiasi testo (da aprire e leggere per vomitare…), fra i cimeli delle premiate Fiere delle Falsità allestite dal fatal Sessanta in poi, mentre quei funesti eventi si compivano. 
Sorelle carnali di quelle messe in piedi dopo il Novantanove e il Quarantotto, esse dànno ancora i numeri a qualsiasi ora del giorno e della notte, e non chiudono, e non sbaraccano mai… A finanziarle e a proteggerle pensa babbuccio loro, lo Stato unitario che quei numeri deve far uscire su tutte le ruote e, neppure due volte la settimana, e neppure ogni giorno: ma in ogni momento ! Sennò perde la faccia ! 
E certamente è questo l’aspetto più vergognoso della cosiddetta storia del cosiddetto risorgimento…. La Storia di tutte le nazioni del mondo rivede se stessa ogni volta che si trovi di fronte a nuove scoperte documentali: procede alle opportune revisioni senza far drammi, si aggiorna. La storia d’Italia (che è consapevole delle proprie falsità) resta inchiodata alle spudoratezze vigliacche ponzate dai tantissimi panegiristi della Solenne Impostura Risorgimentale: continua, con cinica premeditazione (mentendo sapendo di mentire), a spacciare Falsità su Falsità. 
I buoni ? Sempre loro: i vincitori. E i cattivi ? Sempre noi: i vinti… 
E qual è la più insopportabile delle beffe che si aggiungono ai tanti danni ? È il bossismo. Alla mostra permanente, immonda, della mistificazione organizzata si aggiunge l’acido spetazzare delle calunnie del fecciume leghista. Tutto italiano, il paesaggio? E già…Sputano addosso a noi finanche i padanisti. E sputano perché ci odiano, sputano perché ci schifano. Ma, chiediamoci, però: perché ce l’hanno tanto a morte con noi ? Ci odiano e ci schifano, forse, perché – individui, non persone – essi non sanno fare altro che sputare con voluttà morbosa sugli uomini e sulle cose che vanno ben oltre la portata del loro scadente comprendonio? Oppure ci odiano perché ci invidiano: perché, per quanto non siano adeguatamente attrezzati mentalmente – sempre individui, e mai persone – riescono ad intuire almeno questo: che l’abissino di partenza, il piccolo abisso di partenza, cioè, scavato dalla Storia tra loro, i galli, e noi, i greci, resti tuttora incolmato nei rispettivi discendenti ? Possiamo affermare che l’odio padanista è, dunque, l’ovvia conseguenza di un maledetto complessino: cioè di un piccolo complesso, di inferiorità ? 
A parere nostro, i padanisti (che non vanno mai confusi con i padani!) – saranno pure mezze calzette rivoltate e rattoppate, avranno finanche un sensibile deficit di materia grigia, saranno pure individui e non persone – ci odiano e ci schifano perché sono male informati su di noi, sanno, eccome no!, i cacchi dei nostri magliari, e basta ! Sanno dei nostri rifilatori di scartiloffi e di bidoni, e basta ! E fanno di tutte le nostre erbe un solo fascio… 
Chisto è ‘o fatto !… 
I padanisti ci disprezzano perché siamo noi, noi sudisti, gli italiani peggio referenziati dell’Italia-una, e tali restiamo finanche agli occhi loro di fecciaiuoli-storici, e cioè di povera gente senza storia. Di tal che (invece di dolersi del fatto di dover vegetare, poverini, sforniti di quell’abc che, consentendogli di imparare a campare, potrebbe consigliargli l’uso di sputacchiere aventi fisionomie niente affatto somiglianti a quelle dei nostri uomini e delle nostre cose), fecciaiuoli e fessi pure, decidono che guardare dall’alto in basso la Terronia gli spetti, perdìo, per essere loro prosapia divina, e noi miserabile spermaglia fetente di un dio minore. 
E sissignori: ci odiano e ci schifano, i fecciaiuoli. Ma chiediamoci subito: e noi?…Noi, odiati, calunniati, schifati: quando i fecciaiuoli della favolosa Padania ci svuotano addosso i loro cacatoi, in quale civilissimo modo li ripaghiamo? È vero o non è vero che li ripaghiamo con il più incazzato a morte dei Va fà nculo?… È vero o non è vero che ci spremiamo, fino a diventare paonazzi, per urlare, come tanti pazzi scatenati: ‘E nurdiste so’ na chiavica?… È vero!… Risolviamo il problema come se stessimo allo stadio: Nord-Sud, ics, parapatta e pace. Embè: loro ci hanno sturdute, stupetïate ‘e sìschere, e noi li abbiamo ntrunate, nzallanute ‘e pernacchie. Li padanisti fanno i Taniello e noi facciamo i fra Liborio del marchese di Caccavone: Chello va pe cchesto e cchesto va pe cchello… Restituiamo, l’abbiamo detto, pernacchi per fischi, e siamo pari. 
Sciù !, per il Nord e per il Sud ! Trista è ‘a rogna, pèvo è ‘a zella. 
Brutta è la scabbia, e la tigna è pure peggio… 
Il fecciume nordista, quello idiota, che è tardo e corto di comprendonio, ci odia e ci schifa anche perché è nato, cresciuto e pasciuto tra quelle Fiere delle Falsità di cui stiamo lodando montatori e protettori. Nel primo caso soffre di un brutto complesso di inferiorità, nel secondo caso il complesso di cui soffre sempre brutto è, ma è di superiorità. 
E perché è di superiorità ? Perché la storia d’Italia che esso conosce lo autorizza ad affacciarsi sul Garigliano (magari dal ponte di ferro che Ferdinando II di Borbone fece costruire sbalordendo l’Europa…) e a sputare e a vomitare e a farsi pure i suoi atti piccoli e grandi sulla faccia di tutti gli uomini e di tutte le cose che da quel Garigliano fino a Pantelleria rappresentano da quattromila e trecento anni il più sacro pianeta del pianeta Terra. La storia d’Italia scritta con i piedi dai lacché del sabaudismo travestiti da storici, è un tal ammasso di bugie che il fecciume nordista non potrebbe avere del Sud un concetto differente da quello che esprime attraverso le sue monotone, tristi, patetiche, sconsolanti raffiche di insulti e di calunnie. 
Dove la Storia dell’unità italiana è la storiella dell’agnello che sbrana il lupo, la favola della libertà che spezza le catene della schiavitù, l’epopea dei cavalieri dell’allobrogica tavola rotonda che tagliano le teste ai draghi sputa-fuoco della Terronia… Chi mise l’onore sulla faccia di un tricolore bianco, rosso e verde che era uno schifo di simbolo ateo-massonico-giacobino-filo-gallico, bonapartista ? Fu o non fu il sangue dei nostri soldati a ripulirlo, a disinfettarlo, a nobilitarlo, a fare di esso (che era soltanto una mappina fetente) il simbolo sacro di una Italia-una che avrebbe potuto fare la fortuna di tutti i suoi figli, e fece invece, vigliaccamente, figli e figliastri, padroni e schiavi, colonizzatori e colonizzati, mariuoli e derubati, massacratori e massacrati ?… 
E con quali braccia, se non con le nostre, furono fatte le automobili e le autostrade di quei fecciaiuoli che inventarono per noi l’emigrazione interna, gli stagionali, i pendolari, e che, campioni del liberismo fondato sul principio, caro al liberal-capitalismo, del massimo utile con il minimo sforzo, spremono i nostri operai nelle loro super-foraggiate industrie e vanno predicando la reintroduzione delle gabbie salariali per continuare a sfruttare i nostri lavoratori rimettendoci costi ancora più bassi ? 
E chi, se non noi, ricostruì il fecciume scarrupato dopo la seconda guerra mondiale ? Per rimettere in piedi le città dei fecciaiuoli, il Debito pubblico non impiegò forse i risparmi delle librette postali dei parenti dei nostri emigrati cacciati via a calcioni nel culo, espulsi sempre con la mazza e mai con la carrozza da quella fetenteria di Italia-una che i nordisti avevano inteso realizzare dopo aver sfruttato i nostri sogni e carpito la nostra buona fede, dopo aver fatto man bassa del nostro oro, dopo aver massacrato, infamandoli come briganti, un milione di cafoni, dopo aver profanato la nostra Civiltà che aveva solamente quattromilatrecento anni? E i danari della Cassa per il Mezzogiorno, danari destinati a noi, ci furono spediti o non ci furono spediti con tanto di retro-marcia innestata e bloccata a che pigliassero la via dei fecciaiuoli, ingrassassero quei brutti porcelloni suocce lloro, pari loro, che oggi li foraggiano ? 
E chi la chiese la soppressione della Cassa perché, peggio di un ministero delle colonie, espropriava regioni, province e comuni del Sud delle loro potestà gestionali e decisionali e, quot peius, invece di assegnarci gli istituzionali contributi aggiuntivi, ci spediva (taglieggiati alla base, ovviamente) contributi sostituivi che, non già quasi sempre ma sempre, non coprivano neppure i contributi ordinari ? La chiese il senatur ? Il capo-feccia della Padania? 
La chiese il sottoscritto, alla Camera dei Deputati, nel 1984. 
Non si vantino mai i fecciaiuoli…Ché non vi è mai di che. 
Non vi è mai stato. In tutta la loro storia senza storia… 
E chi gli insegnò, chi gli ha insegnato e chi gli insegna a leggere e a scrivere, ai fecciaiuoli ? 
Noi…Ma quali noi? Quei noi che però…saranno pure greci, e sissignori, ma hanno frequentato le scuole dell’Italia unita… Quei noi che la sanno lunga fino al Novantanove…Poi cominciano a introppicare, a incespicare, finché finiscono per spiegare ai fecciaiuoli in erba che il Sud debba ringraziarli a ffaccia nterra, i loro bisnonnetti e trisavoletti, ché furono proprio loro (oh, che bravi !…) a darci una mano fraterna a cacciar via un fetente di re straniero (che, guardacaso, parlava napoletano soltanto da un secolo e un quarto) e furono sempre proprio loro (oh, che magnanimi !…) a concederci l’onore di farci spartire con loro l’italianissimo loro re (che, riguardacaso, era soltanto un infranciosato-storico che non parlava neppure francese: parlava savoiardo…). 
Angelo Manna

IL SUD IGNORANTE

Nella seconda metà del ‘700 l’espulsione dei gesuiti da molti stati, iniziata nel 1767 con il provvedimento preso nel Regno di Napoli, e poi la bolla papale del 1773 “Dominus ac Redemptor noster”, con il quale l’ordine fu soppresso, ebbero grande rilevanza nel generale processo di “secolarizzazione dell’istruzione”, anche se il più delle volte i gesuiti furono sostituiti da altri ordini religiosi, anche per la difficoltà di trovare un adeguato numero di insegnanti laici. Nel Regno di Napoli la gestione delle scuole ricadeva in buona parte sugli istituti religiosi, ma lo Stato borbonico iniziò ad istituire un’istruzione pubblica. Furono Carlo III e Ferdinando IV di Borbone ad organizzare la prima istruzione scolastica pubblica nel Regno delle Due Sicilie.
Già nel 1766, poco prima dell’espulsione dei gesuiti, un piano di riforma che prevedeva l’istituzione di scuole pubbliche gratuite anche per i figli dei contadini fu preparato da Antonio Genovesi, su richiesta del ministro Tanucci e parzialmente attuato. Con la Rivoluzione francese si afferma una nuova concezione della scuola,  l’istruzione primaria è concepita come pubblica, obbligatoria e gratuita: tutti i cittadini, sia maschi che femmine, devono accedervi. Per i livelli superiori non deve esservi invece uguaglianza dell’istruzione, che deve valorizzare i talenti, ma uguaglianza di opportunità. La scuola, bandendo qualsiasi insegnamento religioso, deve essere laica, basata da una parte sulla trasmissione di capacità professionali utili, contenuti verificabili e metodi razionali e dall’altra sulla formazione civile. Così nel 1810, Gioacchino Murat decretò l’obbligatorietà della scuola primaria, che pur non raggiungendo la totalità dei cittadini riuscì a scolarizzare più della metà dei potenziali utenti. Anche l’istruzione secondaria fù ristrutturata I primi licei sul modello francese sono introdotti con la legge del 4 settembre 1802, affiancandoli ai ginnasi di modello austriaco, vengono creati collegi governativi in ogni provincia (tranne Napoli, dove ne sorgono due), il cui corso di studi viene poi articolato in un ginnasio propedeutico e un successivo liceo con due indirizzi: uno umanistico-letterario e l’altro scientifico. Con la Restaurazione numerosi pedagogisti ed educatori continuarono a lavorare per la crescita di un più moderno sistema scolastico. Ad esempio a Napoli, proseguendo nella stessa direzione già perseguita prima del periodo napoleonico, il marchese Basilio Puoti aprì una libera scuola, di carattere laico e classicista, al fine di educare le giovani menti del regno. Già ispettore generale della pubblica istruzione nel Regno delle Due Sicilie, Basilio Puoti, rinunciò ad ogni incarico per insegnare nella Scuola di lingua italiana da lui stesso fondata nel 1825 a Napoli e che ebbe come allievi illustri, tra gli altri, Luigi Settembrini e Francesco De Sanctis. Diversa era la situazione nel liberale Regno Sardo- Piemontese dove la legge Casati, alla vigilia dell’unificazione politico-militare della penisola, istituiva una scuola elementare articolata su due bienni e obbligatoria (1º biennio). Dopo la scuola elementare il sistema si divide in due: Ginnasio (a pagamento) e le scuole tecniche. Nonostante le “scuole tecniche” permettano il proseguimento degli studi alla scuola superiore e in alcuni casi all’università, il sistema risultava classista, dato il fenomeno dell’auto-esclusione, che portava alla rinuncia agli studi i figli delle famiglie meno agiate. L’insegnamento elementare doveva inculcare nelle classi popolari obbedienza, diligenza, pazienza, amore dell’ordine e del lavoro. La sua applicazione, formale e sostanziale, nelle diverse parti del nuovo Regno d’Italia fu largamente disomogenea. Il dibattito politico-culturale in tema di scuola, tra cui spiccano le voci di Francesco De Sanctis e di Pasquale Villari sottolinea le arretratezze della situazione del Mezzogiorno.
Di fatto al censimento del 1871 si attestò un notevole peggioramento dell’analfabetismo rispetto alla situazione pre-unitaria. Molti non sanno, che subito dopo l’annessione del regno borbonico allo stato sabaudo, in tutto il sud furono tenute chiuse le scuole per circa 15 anni, in modo da ottenere un’intera generazione di analfabeti da utilizzare come servi nelle zone industrializzate del Nord. Ai ragazzi meridionali bisognerebbe consigliare di leggere gli scritti di alcuni letterati meridionali come Vincenzo Padula che vissero proprio a cavallo di quegli anni che segnarono col sangue la storia del sud. Letterati che in un primo tempo guardarono con entusiasmo verso il risorgimento, ma che poi, negli anni successivi, dovettero amaramente rendersi conto che l’annessione aveva ulteriormente impoverito le classi meno abbienti a vantaggio dei vecchi e nuovi ricchi creati dai nuovi padroni del Nord.

Nessuna descrizione della foto disponibile.

Un caposaldo dell’Orgoglio Meridionale: l’interpellanza parlamentare dell’on. Angelo Manna

Resoconto stenografico 597 – seduta di lunedì 4 marzo 1991 – Presidenza del Vicepresidente Adolfo SARTI

PRESIDENTE. L’ordine del giorno reca: Interpellanza e interrogazioni.
Cominciamo dalla seguente interpellanza:
Il sottoscritto chiede di interpellare il Ministro della Difesa, per sapere – constatato che vige tuttora il più ostinato e pavido top secret di fatto su quasi tutti i documenti comprovanti gli intenzionali bestiali crimini perpetrati dalla soldataglia piemontese ai danni delle popolazioni, per lo più inermi, delle “usurpate province meridionali” dal tempo della camorristica conquista di Napoli a quello della cosiddetta “breccia di Porta Pia” (praticata dai papalini dal di dentro delle mura leonine?..): top secret voluto, evidentemente, dai grandi custodi di quell’epoca di scelleratezze e di razzie che prese il nome di “Risorgimento italiano” e della quale il sud paga sempre più a caro prezzo le conseguenze; considerato altresì che nell’assoggettato ex reame libero e indipendente va assumendo, finalmente, sempre più vaste proporzioni quel processo di revisione e di demistificazione della storia scritta dai vincitori (tuttora ufficiale!) che dovrà fornire le motivazioni di fondo e lo stimolo alle future immancabili rivendicazioni politiche delle colonizzate regioni -: quando vorrà degnarsi di consentire il libero accesso agli archivi dello stato maggiore dell’esercito italiano che nascondono tuttora, in almeno duemila grossi volumi, documenti fondamentali di natura non già soltanto militare (ordini, dispacci, rapporti relativi a movimenti di truppa e ad esiti di combattimenti, di imboscate e di raid repressivi e briganteschi), ma anche e soprattutto di natura squisitamente politica: istruzioni riservate e anche cifrate del governo subalpino a profittatori, luogotenenti, prefetti, ufficiali superiori, sindaci, comandanti di guardie nazionali; verbali di interrogatori eseguiti nelle carceri, nelle caserme, presso le sedi municipali dagli aguzzini in uniforme che si coprono di disonore nell’infame periodo delle leggi marziali e delle sbrigative esecuzioni capitali; soffiate di spie e informazioni di agenti segreti ai militari, distinte di requisizioni e di espropri illegittimi con l’indicazione delle vittime; elenchi dettagliati dei preziosi, dei contanti e degli oggetti d’arte o sacri razziati nelle case, nei banchi pubblici, nei palazzi reali e nelle chiese; concessioni, infine, di premi, cattedre universitarie o liceali, sussidi una tantum o vitalizi a rinnegati, prostitute, delinquenti comuni (camorristi) e profittatori dai nomi altisonanti trasformati in “eroi puri” e beatificati o divinizzati nei sacri testi della agiografia risorgimentale
.
L’onorevole Manna ha facoltà di illustrare la sua interpellanza n. 2-01134.
Angelo MANNA. Rinunzio ad illustrarla, signor Presidente, e mi riservo di intervenire in sede di replica.
PRESIDENTE. L’onorevole sottosegretario di Stato per la difesa ha facoltà di rispondere.
Clemente MASTELLA. Sottosegretario di Stato per la difesa. Signor Presidente, onorevole Manna, la mia risposta – me ne dispiace molto – è brevissima, per la verità. L’accesso ai documenti sul brigantaggio custoditi presso lo stato maggiore dell’esercito, contenuti in circa 140 contenitori e non duemila, come si legge nell’interrogazione, è libero. Unica formalità di rito è una richiesta scritta preventiva, necessaria per regolare l’afflusso dei visitatori. I documenti sono già stati utilizzati per realizzare opere edite.
PRESIDENTE. L’onorevole Manna ha facoltà di dichiarare se sia soddisfatto per la sua interpellanza n. 2-01134.
Angelo MANNA. Signor Presidente, non credo di potermi dichiarare soddisfatto per la risposta fornitami dall’onorevole sottosegretario, che avrei preferito non vedere stasera in quest’aula per il fatto che sono suo conterraneo e so benissimo quanto è costato ai suoi antenati vivere a Ceppaloni, a un tiro di schioppo da Casalduni e Pontelandolfo, terre ancora oggi maledette, terre di briganti, come furono definite, con tanto di carta protocollo e timbri dal regno unitario, nel 1861. Della risposta che a nome del governo si è degnata di dare alla mia interpellanza, ella è stato soltanto – mi scusi – la voce: e neppure la voce dell’attore, ma – mi consenta – quella del pappagallo (non ce l’ho con lei personalmente), perché quale rappresentante del Governo ella si è informata sommariamente e si è accontentata della solita risposta evasiva, degna soltanto della massima commiserazione, vista che a fornirgliela sono stati alti ufficiali di un esercito che è proprio quello che io mi sono sforzato di descrivere per 35 anni, degno erede di quello sardo-piemontese. Quello che è peggio, signor sottosegretario, è che, lungi dall’aver risposto in maniera neppure evasiva, ella ha prestato la sua voce di pappagallo ad uno stantio e puzzolente copione che, scritto male e stampato peggio, è quello che la solita combriccola dello stato maggiore dell’esercito italiano rabbercia e stiracchia a piacimento da più di un secolo, e da più di un secolo riesce ad imporre finanche ai rappresentanti del Governo dello Stato unitario, perché ad esso possono prestare soltanto la voce, e neppure quella dell’attore: quella del pappagallo. Per carità di greppia? No! Per carità di patria. Sì!
Certo: l’ufficio storico dello stato maggiore dell’esercito italiano è l’armadio nel quale la setta tricolore conserva e protegge i suoi risorgimentali scheletri infami; conserva e protegge le prove delle sue gloriosità sempre abiette; conserva e protegge le prove che nel 1860 l’esercito italiano calò a tradimento nel Regno di Napoli e si comportò, secondo il naturale dei suoi bersaglieri e carabinieri, da orda barbarica; conserva e protegge le prove che Vittorio Emanuele II di Savoia, ladro, usurpatore ed assassino – e perciò galantuomo – nonché il suo protobeccaio Benso Camillo, porco di Stato – e perciò statista sommo – ordinarono ai propri sadici macellai di mettere a ferro e a fuoco l’invaso reame libero, indipendente e sovrano e di annetterlo al Piemonte grazie ad un plebiscito che fu una truffa schifosa, combinata da garibaldesi, soldataglia allobrogica e camorra napoletana.
L’ufficio dello stato maggiore dell’esercito italiano è l’armadio nel quale l’unificazione tiene sotto chiave il proprio fetore storico: quello dei massacri bestiali, delle profanazioni e dei furti sacrileghi, degli incendi dolosi, delle torture, delle confische abusive, delle collusioni con Tore e Crescienzo (all’anagrafe Salvatore De Crescenzo) e con la sua camorra, degli stupri di fanciulle, delle giustizie sommarie di cafoni miserabili ed inermi, delle prebende e dei privilegi dispensati a traditori, assassini e prostitute, come la famigerata Sangiovannara, De Crescenzo, anch’essa, per l’anagrafe… Quali studiosi hanno potuto aprire questi armadi infami, signor sottosegretario? I crociati postumi, gli scribacchini diventati cattedratici per aver saputo rinnegare la propria origine e per aver saputo rinunciare alla ricerca della verità storica, per aver dimostrato di saper essere i sacerdoti del sacro fuoco del mendacio. Signor Presidente, per favore, si giri: guardi il pannello alle sue spalle. E’ falso, è un falso storico! L’ho detto e ridetto sette anni fa: alle urne, nel Regno di Napoli invaso, si presentò solo l’1,9 per cento! Come si ebbe, allora, un milione di voti?
Mauro MELLINI. Si fece con la tecnica dell’8 per mille!
Angelo MANNA. Sapessi a quante tecniche si fece ricorso!
PRESIDENTE. Onorevole Manna, mi consenta di interromperla. Le prometto che detrarrò dal computo del tempo a sua disposizione quello utilizzato per il mio intervento. Vorrei che lei sapesse che l’ascolto: anch’io mi considero un modesto cultore delle memorie storiche. Naturalmente, mi sono fatto un’opinione precisa, anche perché ho un’età purtroppo più avanzata della sua.
Angelo MANNA. Non è colpa sua, né merito mio…
PRESIDENTE. Mi consenta di farle una piccola raccomandazione sul linguaggio. Non mi permetterei mai di entrare in un dibattito storiografico di tanto interesse. La invito soltanto a quella moderazione di linguaggio per la narrazione di eventi drammatici, che pure appartengono in qualche modo alla storia d’Italia. Ne guadagnerà anche l’obiettività, la serenità e l’austerità di quest’aula.
Angelo MANNA. La ringrazio, signor Presidente. Accetto comunque la sua raccomandazione anche perché so che lei, da buon piemontese serio, ha letto i testi scritti sull’altra sponda e quelli del suo generale piemontese (una persona perbene) il Bertoletti, che ha scritto Il Risorgimento visto dall’altra sponda: un testo che io stesso curai quando l’editore napoletano Arturo Berisio volle ripubblicarlo, una trentina di anni fa.
PRESIDENTE. Conosco perfettamente questo genere letterario e le voglio ricordare che una casa editrice piemontese, che anche posso nominare…
Angelo MANNA. Io le dirò che è stato ristampato a Napoli.
PRESIDENTE. …nell’immediato secondo dopoguerra presentò una raffigurazione della storia d’Italia più problematica di quella esposta nei testi ufficiali. Mi riferisco ad un testo aureo che credo lei abbia ben presente, e che è L’Alfiere di Alianello.
Angelo MANNA. La ringrazio per la citazione. Alianello è uno dei miei sacri evangelisti.
Clemente MASTELLA, sottosegretario di Stato per la Difesa. Visto l’andamento della discussione, il Governo non c’entra! E’ un dialogo fra di voi.
Angelo MANNA. I piemontesi “buoni”, voglio dire onesti, ci sono sempre stati, ed anche a quel tempo. Uno per tutti il generale Covone, fior di galantuomo, che però ebbe il torto di mettersi troppe volte sugli attenti di fronte ad una canaglia come Cialdini e a emeriti cialtroni come Fanti, Della Rocca, Pinelli. Li vogliamo nominare tutti i cattivi? Non la finiremmo più! Certo, signor Presidente, anche qualche generale italiano è stato preso di recente dalla fregola della ricerca storica. E quello che è riuscito a capire, a scrivere e a dare alle stampe, è stato ed è mi consenta, signor Presidente – roba da storico voltastomaco.
Il generale Oreste Bovio, che dal 1980 al 1982 ha retto l’ufficio storico dell’esercito italiano, ha osato pubblicare nel 1987, naturalmente a spese dello Stato, quanto segue:”Non può ragionevolmente essere fatto alcun addebito all’ufficio storico dell’esercito per non aver sentito la necessità di analizzare un comportamento delle unità impiegate nella lotta al brigantaggio. Quale importanza potevano avere allora piccoli scontri con briganti e predoni?”. Povera storia, signor Presidente! Poveri cafoni meridionali, povera questione ardente, agraria, sociale! Povero Pasquale Villari, povero Antonio Gramsci, povero Guido Dorso, povero Gaetano Salvemini, povero Franco Molfese! Povera questione meridionale! Voglio supporre che questo Oreste Bovio sia stato gratificato abbastanza, magari con diplomi medaglie e mance competenti, dalla setta allobrogo-ligure-longobarda alla quale ha mostrato di sapere tanto bene reggere il sacco. E voglio sperare che levarie leghe nordiste, tanto care al liberalcapitalismo (gratificato a dovere dal “negrierismo” a basso costo sacramentato dalla legge Martelli) vorranno tenere presente, nelle loro antistoriche confutazioni della storia, questo pagliaccio di generale che, loro involontario profeta, con pochi tratti di penna pagatigli dallo Stato, ha annullato gli orrori dei massacri contadini meridionali da parte dell’orda assetata di sangue e di bottino, ed ha creduto che il clòu della questione meridionale – la sua bestiale conseguenza e cioè l’emigrazione in massa, come “cacciata dei cafoni” dalle proprie terre – fosse una fola inventata da revanscisti borboniani, o capricci di meridionali dediti al girovaghiamo per essere nati con la spiccata tendenza al turismo. Certo, negli armadi dello stato maggiore vi saranno anche le prove del fatto – ormai provato abbastanza – che, se a partire dal 1860, alla sua prima uscita, il regno unificato scrisse pagine vergognose ed abiette, non si rifece affatto nella prima guerra mondiale e toccò il fondo nella seconda, quando tradì nel 1914 la Triplice e quando, trent’anni dopo, tradì Germania e Giappone ed accorse in aiuto del vincitore anglo-franco-americano e si fece finanche stuprare, eroicamente, si capisce, dai marocchini. Ma noi del Sud – che non intende subire ulteriormente il danno della colonizzazione tendente all’assoggettamento totale e la beffa della distorsione premeditata dei fatti storici, che la sua colonizzazione determinò – non interessano le bubbole che i vestali del sacro fuoco del mendacio tricolore fanno propalare anche ad un sottosegretario di stato, nella certezza che, per carità di patria, anche egli, come i suoi predecessori, non disdegni di farsi complice loro nel servire la mistificazione e i suoi profeti abietti.
L’ufficio storico dell’esercito italiano custodisce e protegge le prove storiche che quella sacra epopea, che fu detta Risorgimento, altro non fu se non una schifosa pagina di rapine e di massacri scritta da un’orda barbarica che, oltre la vita ed i beni, rubò al Sud e portò nell’infrancesato Piemonte finanche il sacro nome d’Italia. Gli armadi con gli scheletri infami, che riguardano la repressione del cosiddetto brigantaggio – che fu epopea storica di decine di migliaia di cafoni disperati – recano la catalogazione G11 e G3, e sono circa 150 mila i fogli che, contenuti in 140 dossiers, costituiscono la prova documentale delle efferatezze subito dal Reame degradato a feudo sabaudo, da disbattezzare, spremere, colonizzare e sottomettere. Signor sottosegretario, signor Presidente, colleghi, io non mi chiedo affatto se l’aspetto più vergognoso sia rappresentato dal non già ottuso ma settario rifiuto da parte degli eredi della soldataglia piemontese, ligure e lombarda di aprire gli armadi infami, o se sia piuttosto rappresentato dall’acquiescenza, che è omertà passiva, di un Governo che consente a dei soldati (che possono solo gloriarsi di avere fatto carriera sul campo dell’eterna battaglia delle lottizzazioni ingaggiata dai partiti democratici egemoni) di gestire a piacimento una massa di documenti storici di eccezionale valore e di concederli in visione a piacimento soltanto a scrittorelli di indubbia fede antistorica, che non sprezzerebbero mai il sacro giuramento ateo liberal-capitalistico di servire vita natural durante il mendacio tricolore sul quale è fondata l’ancora imperversante agiografia del cosiddetto Risorgimento.
Sulla questione dell’ufficio storico dell’esercito italiano quattro anni fa Giorgio Boccascrisse su L’Espresso: “Sarebbe davvero troppo chiedere ai militari di documentare e pubblicizzare le violazioni della morale comune che il potere politico gli ha chiesto e ordinato”. Il Bocca non andò oltre, non so se per calcolo tricolorico o per improvviso inceppamento del cervello. Oltre – me lo consenta, signor Presidente – vado io. Affermando che il copione che i responsabili dell’ufficio storico dell’esercito italiano rabberciano e stiracchiano a piacimento e impongono persino ad un rappresentante del Governo italiano affinché si compiaccia di prestare alle sue battute soltanto la voce (neppure quella dell’attore, ma quella del pappagallo), ha 131 anni e non può essere rimaneggiato, riveduto, corretto, adattato ai tempi, adeguato alle necessità della storia. Sarebbe troppo esigere dai militari l’apertura degli armadi nei quali sono custoditi e protetti gli scheletri del cosiddetto Risorgimento. Ma non perché mai e poi mai, signor Presidente, un esercito ammetterebbe i crimini di cui si è macchiato per ordine di una classe politica egemone. Tutti gli eserciti del mondo commettono crimini orrendi, saponificando, napalmizzando, lanciando bombe atomiche, chimiche, batteriologice, ed è umano che nessun esercito sia disposto a mettere in piazza la propria disumanità e a produrne l’inconfutabile prova documentale.
Nel nostro caso, però, si tratterebbe di mettere in piazza che gli eroi del cosiddetto Risorgimento furono dei criminali sull’orlo dell’asburgizzazione, e che i loro sacri ideali fecero da paravento a uzzoli predatori e sanguinari. Al grido di:”fuori lo straniero” gli eroi – cioè i criminali – imposero ai rinnegati e agli spergiuri del Regno di Napoli la cacciata di un re che era napoletano da quattro generazioni e la distruzione di uno Stato libero, indipendente e sovrano.
Ed al suo posto imposero un re che parlava francese e che era il re più spergiuro e fellone e debitoso d’Europa, a prova di storia. Nel nostro caso si tratterebbe di mettere in piazza che l’annessione del reame napoletano fu un’operazione che senza l’intervento della camorra non sarebbe riuscita. Furono i camorristi di Salvatore De Crescenzo, “Tore e Crescienzo”, a presidiare i seggi nel corso del truffaldino plebiscito e ad “uccidere di mazzate” i difensori timidi, pavidi, delle ragione della monarchia nazionale borbonica. E furono ancora i camorristi ad inchiodare con le bocche rivolte verso il mare i cannoni che i fedelissimi della guardia nazionale (che si fregiava della bandiera tricolore, signor Presidente) avevano puntato sulla stazione ferroviaria dove, proveniente da Salerno, sarebbe arrivato lui, il leone imbecille, Giuseppe Garibaldi.
Nel nostro caso, signor Presidente, si tratterebbe di mettere in piazza che ai decennali massacri belluini perpetrati dall’orda barbarica seguì un’emigrazione che fu un’esplosione, a catena, che fu l’effetto della raffica di calcioni tricolori sparata dal regno unitario nei fondelli sfondati di coloro i quali avevano avuto l’infelice idea di scampare ai massacri. In tal modo si renderebbero pubbliche finalmente le cause vere della questione meridionale e si fornirebbero dunque ai politici e ai sindacati di oggi, signor Presidente, le basi sulle quali impiantare, finalmente, la fabbrica dei rimedi specifici. Nel nostro caso, infine, si tratterebbe di mettere in piazza che l’invasione, l’annessione e i massacri subiti dall’Emirato libero e sovrano del Kuwait pochi mesi fa li subì il Reame di Napoli ad opera di Saddam Hussein che si chiamava Vittorio Emanuele II, nel 1860…
Mauro MELLINI. In fatto di poligamia certamente un collegamento c’è!
Angelo MANNA. …e che anche allora l’invasione, l’annessione ed i massacri costituirono una violazione del diritto internazionale… Ma noi non avevamo il petrolio, caro Mellini. Avevamo soltanto l’oro, la dignità, l’onore… E, ciò che contava, eravamo un’enorme piazza di consumo: un mercato di nove milioni e mezzo di bocche!… E la comunità mondiale se ne stette comodamente a guardare! E, quando fu raggiunta dagli urli di sdegno degli uomini, e dai lamenti dei torturati, e dalle grida delle fanciulle, stuprate – signor Presidente, lei che è un cultore di storia – talvolta soltanto a colpi di baionetta, si affrettò a chiudere finestre e balconi; infastidita, molestata dal rumore. Signor sottosegretario, ho avuto dei rapporti con Falco Accade, che è stato Presidente della Commissione Difesa nella IX legislatura, e con i colleghi Edo Ronchi e Guido Pollice. Abbiamo spesso convenuto che bisognerebbe trasferire la massa documentale di cui l’esercito è tenutario e protettore dal 1856 (da quattro anni prima dell’annessione del Regno di Napoli a quello piemontese:quindi da quando non era esercito italiano ma esercito sardo-piemontese) presso gli archivi di Stato. Ma – quanto volte ho dovuto eccepirlo – a ciò non si opporrebbe l’esercito, ma tutti quei ministri i quali, pur di continuare a far credere agli italiani la bella favola del cosiddetto Risorgimento, non esitano a venire in quest’aula (o a frequentare convegni, presiedere congressi) per prestare a copioni vetusti le proprie voci nemmeno di attori, di pappagalli. E a rimetterci quel po’ di prestigio ministeriale, governativo e italiano, che ancora avevano.
Signor sottosegretario, nell’esprimere queste affermazioni e le chiedo perdono se da conterraneo, involontariamente, l’ho offesa – vorrei precisare che per dichiararmi soddisfatto della sua risposta dovrei aver fatto finta di non aver letto tutte le analoghe risposte fornite dai ministri Spadolini e Zanone prima ancora che da lei. Risposte tutte uguali: e tutte bugiarde! Onorevole sottosegretario, se lo gradirà, potrò darle una copia degli atti del convegno sul brigantaggio meridionale svoltosi a Cerreto Sannita nel 1986. Tra i suoi documenti vi è la scheda con la quale gli studiosi possono chiedere l’accesso alla massa documentale riguardante il brigantaggio e il cosiddetto Risorgimento. Dall’esame di questa scheda ella si potrà rendere conto che, alla fine, questi documenti restano inaccessibili ai quivis de populo…Ricordo che il generale Poli l’11 marzo 1987 scrisse al vicepresidente della Commissione difesa della Camera, l’onorevole Baraccetti, le seguenti parole:” Il problema più generale del libero accesso all’ufficio storico nella realtà non esiste, in quanto nel pieno rispetto e nell’osservanza del decreto del Presidente della Repubblica n. 1409 del 30 settembre 1963, il suo archivio è aperto a tutti i ricercatori, italiani e stranieri, senza remora o restrizione alcuna. Ne fanno fede le larghe utenze fruite da grossi nomi del mondo accademico”.
Sottolineo che tra questi “grossi nomi” non vi è nessun meridionale, nessuno studente, nessuno studioso attendibile. A fruire dei “permessi” sono stati e sono sempre i soliti scribacchini che fanno spendere centinaia di miliardi al contribuente italiano per consolidare le “puttanate” che gli storici prezzolati cominciarono a scrivere dal 1860 in poi, forti del solo merito di aver vinto

.

IL FORMAGGIO MORBIDO MOZZATO VOLUTO DAI BORBONE

L’origine della Mozzarella di Bufala e’ molto antica, essa è strettamente legata alla presenza dei capi bufalini già dal lontano XI secolo nelle pianure paludose campane “Piana del Volturno”, infatti sono stati trovati parecchi manoscritti cenni storici a riguardo, risalenti al periodo Normanno, che ne fanno riferimento. La mozzarella in origine si puo’ affermare che sia nata quindi tra i Mazzoni (o Piana del Volturno) e Aversa mentre, in un secondo momento si e’ sviluppata nella Piana del Sele, nell’Agro Caleno e nel Basso Lazio. A partire dal XVI secolo d.C. avviene una forte diffusione del bufalo in Campania, dove all’inizio veniva allevato come animale da soma e poi come animale da latte nella apposite strutture denominate pagliare o bufalare tra cui la famosissima “ Real Pagliara di Carditello” voluta dai Borbone a confine tra Aversa e Capua, che trasformavano il latte munto in mozzarella ricotta burro e formaggi. La mozzarella all’inizio veniva consumata solo all’interno del nucleo familiare che la produceva, perché considerata un prodotto povero e di poco valore. Fù grazie all’intervento del Re di Napoli che con stupefacenti bonifiche territoriali e sviluppo delle vie di comunicazione, velocizzò i trasporti, così la mozzarella comincio’ a varcare i confini della Campania, al tempo Regno delle Due Sicilie che comprendeva anche Abruzzo, Molise, Basso Lazio, Puglie, Basilicata, Calabria e Sicilia, rendendola un prodotto ricercato ed apprezzato su tutte le tavole, anche nobili, non solo del sud. Il nome mozzarella deriva dal termine ‘mozzare’, in riferimento al taglio manuale eseguita con indice e pollice a partire dalla pasta filata ancora calda, allo scopo di creare le forma del formaggio stesso. La mozzarella originale campana, prevede l’uso del latte di bufala al posto di quello vaccino. L’origine della mozzarella pertanto è legata all’introduzione dei bufali in Italia. Secondo alcune fonti questi animali vennero introdotti già con i greci al centro-sud nel IV secolo a.C, per altri, con i re Normanni intorno al Mille. Quello che è certo è che con l’impaludamento della aree costiere tirreniche nelle zone centro meridionali il territorio divenne più adatto per l’allevamento dei bufali. Un primo documento su questo formaggio speciale risale al XII secolo in cui si parla della ‘mozza’ o ‘provatura’ che veniva offerta dai Monaci di San Lorenzo in Capua (Caserta) ai pellegrini in visita. La mozzarella era la versione meno raffinata della provola poiché non poteva essere conservata a lungo. Anche per questo motivo inizialmente la sua diffusione era limitata al sud Italia. Nel XVI secolo, precisamente nel 1570, un altro documento, un testo di cucina scritto da un cuoco della corte Papale, di nome Scappi, cita per la prima volta il termine mozzarella nell’elenco dei formaggi da lui serviti, ” in un ambiente dove pervenivano specialità da ogni parte d’Italia e d’Europa, cita: “…capo di latte, butirro fresco, ricotte fiorite, mozzarelle fresche et neve di latte…”.. Le mozzarelle venivano commercializzate a Capua già nel Cinquecento ma una più ampia diffusione in Italia si ha a partire dal XVIII secolo. Presso la reggia di Carditello nasce una struttura per l’allevamento delle bufale e la lavorazione del latte. Iniziano pian piano a diffondersi le ‘bufalare’: edifici in muratura a pianta circolare, dotate di un camino centrale, dove veniva lavorato il latte di questi animali per ottenere vari formaggi. Le mozzarelle, facilmente deperibili, venivano avvolte da fogli di giunco o mortella e inserite in anfore. Certamente la provola era più diffusa della mozzarella ma è strettamente collegata ad essa, perché ugualmente fatta con latte di bufala, rappresentando un’ulteriore fase della lavorazione il cui termine primario è “mozza”, di cui la più antica citazione sicura si ha prima del 1481 dal fiorentino Giovanni di Paolo Rucellai. 
Plinio il vecchio (N. H., XI 241) cita il laudatissimum caseum del Campo Cedicio, identificabile con quelle aree tra Mondragone ed il Volturno, cui pure compete l’attuale denominazione di “Mazzoni” e dove è assai sviluppato l’allevamento bufalino e la produzione di latticini di bufala. All’ epoca di Plinio si trattava evidentemente di prodotti vaccini, ma quando tra X e XI secolo si sviluppò il fenomeno dell’impaludamento, il bufalo trovò un habitat idoneo ed il suo latte sostituì quello vaccino nella preparazione di quel prelibato formaggio. La mozzarella, quindi, è collegata nella origine del termine alla mozza che altro non è se non la provatura, ovvero la provola; solo così si chiarifica l’espressione del 1570 dello Scappi “mozzarelle fresche” (incomprensibile perché per noi la mozzarella è solamente fresca!). Se nel mercato di Capua fin dal 1500 compaiono mozzarelle accompagnate da provole, i dati archivistici sembrano dimostrare come nella non lontana Castelvolturno pervenissero solo provature e le Assise della città di Napoli confermano, per quello stesso periodo, la presenza su quel mercato solo di provature affumicate e fresche; invece la mozzarella, accompagnata da provole, sembra comparirvi solo dal 1720 per diventare più frequente dal 1780 in poi. Contemporaneamente si incrementa sulla piazza capuana il consumo della carne di bufalo, tanto da costituirsi presso l’amministrazione della città un libro della macellazione vaccina e bufalina (1777-1781), mentre un secolo prima i pochi capi bufalini macellati annualmente erano registrati nel libro della macellazione vaccina (1681). con l’impaludamento della aree costiere tirreniche nelle zone centro meridionali il territorio divenne più adatto per l’allevamento dei bufali. Dal 1600 si inizia ad avere notizia delle “bufalare”: costruzioni in muratura di forma circolare dove si lavorava il latte di bufala producendo caciocavalli, burro, ricotta e, naturalmente, mozzarella. All’inizio la mozzarella, vista la sua deperibilità, era destinata ad un mercato prevalentemente locale. Negli annuali contratti per l’appalto del prodotto della “Reale Industria della Pagliara delle bufale” a Carditello, si stabiliva che la mozzarella doveva restare nella salsa 24 ore, mentre la provola 48; la successiva affumicazione, cui generalmente era sottoposta quest’ultima, era un espediente per una migliore conservazione in vista di più facile trasporto e commercializzazione. I documenti d’archivio dimostrano che la pratica dell’affumicazione era stata in precedenza strumento molto utilizzato nel tentativo di conservare più a lungo prodotti facilmente deperibili: infatti nel XVII secolo sul mercato capuano affluiscono accanto alle mozzarelle fresche, provole e mozzarelle affumicate, nonché ricotte di vacca e di bufala salate ed affumicate.
In definitiva la mozzarella si configura in origine come un sottoprodotto della preparazione della provatura/provola, circondata da una scarsa considerazione per le difficoltà di conservazione e commercializzazione date le peculiari caratteristiche di freschezza, e perciò destinata ad un circuito ristretto, magari di raffinati degustatori. Ancora intorno alla metà dell’800 nella piana del Sele “…le mozzarelle non erano destinate al commercio ma si confezionavano per uso familiare e il latte bufalino serviva per la lavorazione di provole affumicate per salvaguardarne la crosta dal deterioramento…” ( Migliorini). 
Questo incremento del consumo di derivati bufalini (carni e mozzarelle ) sulla fine del XVIII sec. è indubbiamente legato all’impianto della Tenuta Reale conosciuta come “Carditello”.
In effetti fino al 1790 si chiamò “Cardito” nei documenti ufficiali, avendo occupato parte di una più vasta area di tal nome, della cui estensione resta traccia nel nome del “Fosso del Cardito”, che dalla tenuta “Il Cammino” va verso occidente. 
I documenti della gestione della “Reale Industria della pagliata delle bufale”, conservati presso l’archivio della Reggia di Caserta, e permettono d’individuare negli anni ’80 di quel secolo quella “molta attenzione” di cui parlava il de Salis Marchlins, che porta il miglioramento della razza e l’incremento del prodotto: pur riducendosi nel 1790 il numero degli esemplari in lattazione di circa la metà, la quantità di prodotti, in latte e mozzarelle o provole, è appena dell’11% inferiore al massimo del 1784, che ha segnato kg. 30840 di mozzarelle o provole, per la cui manipolazione debbono essere stati impiegati più di 129.500 litri di latte di bufala.
Riportate all’epoca sono cifre di notevole consistenza: un mare di latte, che viene manipolato per inondare con un fiume di prodotto l’area casertana e quella napoletana; così si può spiegare la rinomanza, presso larghi strati della popolazione napoletana, della “Mozzarella di Cardito”, che nella diffusa ignoranza della geografia antropica ed economica della Regione viene tutt’oggi attribuita al grosso centro, che si incontra a ridosso di Caivano sulla S. S. 87 “Sannitica”, dove per altro non c’è stata mai l’ombra di un goccio di latte bufalino. I benefici influssi della Tenuta Reale si prolungano nel tempo: nel 1811 all’esame del compilatore della Statistica Murattiana, la razza bufalina campana, dopo le cure al miglioramento genetico attuate nel secolo precedente anche mediante incroci con esemplari della Piana del Sele risulta migliore di quella della campagna romana, si che l’allevamento bufalino è attività ad alto reddito (circa il 40% del capitale investito); il che giustifica l’elevato numero di capi (7800) presenti nell’area capuana.
Poco più di un cinquantennio dopo (1868), ad unità ormai avvenuta, il quadro appare notevolmente modificato giacchè il numero dei capi s’è ridotto a poco più di un terzo (2422): conseguenza diretta ed immediata delle bonifiche che hanno interessato le piane intorno al Volturno, recuperando terre all’agricoltura, ma riducendo drasticamente quelle idonee all’habitat bufalino. 
Si inizia così quel contrasto tra agricoltura avanzata ed il conservatorismo di chi vuol sfruttare a fondo un’attività che garantisce ancora un reddito elevato. E’ anche, questo, il tempo in cui con il miglioramento della rete stradale, con l’espandersi delle ferrovie, i prodotti bufalini cominciano a varcare i confini della Campania, per raggiungere altre zone di smercio. Con gli ulteriori interventi di bonifica, attuati in Campania a cavallo degli anni di guerra, sembrò si volesse segnare la definitiva scomparsa dell’allevamento bufalino; però malgrado le catastrofiche previsioni dell’immediato dopoguerra, si deve registrare un incremento medio dell’allevamento costante negli anni.