BRIGANTESSE: Il ruolo delle donne con il fucile in spalla

Sulle donne che parteciparono alla Resistenza scrive Guerri : «Per qualificarle, alcuni giornalisti sabaudi recuperano l’antico termine “druda”, dal gaelico, che indica l’amante disonesta, la femmina di malaffare. «Se talora il brigante può rifarsi una vita e ricominciare da capo, alla donna non è concesso: bandita dalla società, vive emarginata, privata di affetti e amicizie, non può più nemmeno guadagnarsi da vivere. Alla donna che sceglie l’illegalità non si attribuiscono giustificazioni sociali, bensì tare culturali; non drammatici moventi individuali, ma turbe di una psicologia malata». «Senza le donne non ci sarebbe stata la Resistenza», aveva dichiarato Arrigo Boldrini, parlamentare del Pci che aveva partecipato alla lotta partigiana col nome di battaglia “Bulow”. Eppure, la storiografia resistenziale è di fatto maschista, riconoscendo alle donne “il contributo prezioso” da esse dato, riservando all’uomo non la partecipazione alla Resistenza, ma l’identificazione stessa con essa. Ma le donne svolsero un ruolo determinate durante la Resistenza, nella lotta per la liberazione dall’occupazione nazista. E non sempre andava tutto bene e se venivano scoperte erano sottoposte alle stesse angherie e torture riservate ai maschi, con l’aggiunta, delle violenze sessuali. Durante la Seconda Guerra Mondiale il compito delle donne si rivelò prezioso e insostituibile anche nelle attività produttive ed economiche. La chiamata alle armi tolse infatti molte braccia maschili all’agricoltura e all’industria, sostituendole con quelle femminili. Nel febbraio del 1861, con la capitolazione di Gaeta, ultima roccaforte borbonica, il Regno delle Due Sicilie cessa di esistere. Francesco II, ripara a Roma, ospite del Papa. La precarietà dell’esilio, la solidarietà di numerose dinastie europee e le notizie delle difficoltà che il nuovo Stato italiano incontra per radicarsi nel territorio, lo spingono a coltivare la speranza di un sollecito ritorno sul trono. Dovunque, nei territori dell’ex regno, a Napoli, come nei centri minori, sorgono comitati segreti filoborbonici, allo scopo di sollevare le popolazioni contro gli invasori piemontesi. In tutto il Mezzogiorno si accendono i fuochi della ribellione contadina, alimentati da uno sconquasso politico e sociale insostenibile. Il possesso e l’uso della terra hanno da sempre costituito un fattore scatenante di rivolte. Ma né le leggi eversive, né l’esproprio dei beni ecclesiastici hanno fatto conseguire la più antica aspirazione delle classi rurali: la proprietà della terra. Ed è terra ostile quella che i contadini lavorano per conto di altri, aristocratici e latifondisti. Spesso sottratta zolla dopo zolla, ai boschi, alle macchie ed alle pietraie montane. In cambio i contadini ricevono un salario che consente appena di sopravvivere. Il mutamento di governo ha ingenerato speranze che ben presto si rivelano infondate. La terra non cambia proprietario, e i contadini ne sono sempre fuori, messi nell’impossibilità pratica di acquistarla o riscattarla con i sofismi di una legge fatta da un parlamento di “galantuomini” per i “galantuomini”. Il destino dei contadini appare segnato: rassegnarsi o ribellarsi. L’esercito borbonico, che per molti giovani rappresentava uno sbocco occupazionale, è stato disciolto. Una moltitudine di giovani si è ritrovata bollata con il marchio della diserzione, senza nemmeno venirne a conoscenza. Contadini senza terra e soldati senza esercito, null’altro possono fare che darsi alla macchia. Nascono e proliferano, ingrossate anche da gruppi di evasi dai bagni penali, le bande dei briganti che sfruttano la conoscenza dei luoghi, l’ardimento e la sete di rivendicazione sociale per dare scacco all’esercito piemontese, un esercito straniero, che parla una lingua straniera, che applica leggi straniere, che obbedisce ad un re straniero e che dunque è un esercito di occupazione. La violenza esplode in tutta la sua virulenza: l’occasione è propizia anche per soddisfare la sete di vendetta troppo a lungo repressa nei confronti dei possidenti e dei “galantuomini”. Nelle Calabrie, nelle Puglie e, soprattutto, in Basilicata sono messi a fuoco e depredati interi paesi, massacrate le personalità più in vista e più odiate, sbaragliate le truppe piemontesi. L’esercito è impotente, percorre a casaccio le contrade più impervie, cade in imboscate, vede i suoi uomini falciati da un nemico invisibile, reagisce con violenza alla violenza in una spirale infinita di sangue. Il fenomeno del brigantaggio approda nel Parlamento che, lungi dal preoccuparsi di tentare con una saggia politica di riforme sociali, di rimuoverne le cause, sceglie la facile via della repressione, adottando una legislazione speciale, la legge Pica, che instaura il terrore nei territori occupati, la fucilazione sul campo, lo stupro delle donne dei ribelli. In questo contesto matura il dramma delle “brigantesse”, che è il dramma della rottura dell’equilibrio familiare, dramma di madri senza più figli, di ragazze orfane dei genitori, di vedove: è dramma di donne disperate che, ribaltando un ruolo stereotipo di rassegnazione e sudditanza, si dimostrano capaci di affiancare con coraggio i propri uomini e partecipare attivamente alla rivolta contadina. È difficile attribuire una data di nascita al brigantaggio femminile, ma una prima significativa figura femminile di età moderna può essere individuata in Francesca La Gamba, nata a Palmi (RC) nel 1768 e attiva nel decennio di occupazione francese (1806-1816). Francesca, filandiera di professione, madre di tre figli, divenne capobanda, spinta da un’incontenibile sete di vendetta contro i francesi che l’avevano colpita negli affetti più cari. Rimasta vedova del primo marito, dal quale aveva avuto due figli, convolò in seconde nozze. Avvenente d’aspetto ed esuberante nel carattere, attirò le mire di un ufficiale francese che, invaghitosene, tentò, forte della sua posizione sociale, di sedurla. Respinto dalla fiera Francesca, il militare pensò di vendicarsi in maniera terribile. Nottetempo fece affiggere un falso manifesto di incitamento alla rivolta contro l’esercito francese di occupazione ed il mattino successivo fece arrestare i figli della donna, accusandoli di essere gli autori della bravata. Alle suppliche di Francesca, l’ufficiale fu irremovibile: i giovani subirono un processo sommario e furono fucilati. Francesca, pazza di dolore, si unì ad una banda di briganti che operava nella zona, dismise gli abiti femminili ed indossò quelli dei briganti. In breve, fornì prove di ardimento tali da divenire il capo riconosciuto della banda stessa, seminando ovunque il terrore. I francesi si accanirono nella caccia della donna, fino a quando un loro drappello cadde in un’imboscata teso da Francesca. Tra i soldati fatti prigionieri la sorte volle che ci fosse proprio l’ufficiale suo nemico. Con una coltellata Francesca gli strappò il cuore e lo divorò ancora palpitante. Nell’orrore di questa vicenda, caricata di colore dal mito, possono leggersi le ragioni che hanno spesso indotto tranquille popolane meridionali a trasformarsi in Erinni vendicatrici: la prevaricazione degli occupanti, il loro disprezzo per gli affetti feriti, l’irrefrenabile ansia di vendetta suscitata nei popoli conquistati. Crollato il mondo familiare intorno al quale si è costruita a fatica una pur misera esistenza, la vendetta femminile si dimostra ancor più feroce di quella maschile. Si tratta di fenomeni tuttavia limitati che fanno da contraltare a tanti episodi di rassegnazione e di pianto: costituiscono un’eccezione, non la regola. Non si può attribuire autonomia assoluta al brigantaggio femminile preunitario, ma ciò non sminuisce il ruolo delle donne nella rivolta contadina. Anzi, lo amplia e agevola la comprensione dell’intera questione delle classi subalterne meridionali.
È comprovata nelle vicende rivoluzionarie, la presenza di un considerevole numero di donne nell’organizzazione brigantesca. Come si poteva fare a meno di donne in una banda di briganti numerosa e perfettamente organizzata, per motivi logistici, di collegamento, di approvvigionamento e, perché no, anche per motivi affettivi. Occorre introdurre una distinzione tra “la donna del brigante” e “la brigantessa”. Numerosi sono gli esempi di “donne del brigante”, più rari quelli di “brigantesse”. Gli uni e gli altri concorrono però in eguale misura a definire il ruolo della donna nelle classi rurali della seconda metà dell’Ottocento meridionale italiano e contribuiscono certamente all’affermazione del posto che la donna occupa nell’odierna società italiana. La “donna del brigante” è colei che ha dovuto o voluto seguire il proprio uomo (spesso marito, talora amante, raramente figlio) che si è dato alla macchia. Nel primo caso, quello della costrizione, il darsi alla macchia del proprio uomo l’ha confinata in una condizione ancora più disperata. Le è venuta meno ogni forma di sostentamento: l’opinione pubblica l’ha additata con disprezzo e l’ha isolata, spesso anche per timore di sospetti di connivenza. Non le è rimasto che il mendicio e il meretricio. Sola, senza mezzi, disprezzata dai borghesi benpensanti e dai popolani acquiescenti, controllata a vista dalle autorità governative, talvolta oggetto di attenzioni inconfessabili dei “galantuomini”, ha preferito alla fine seguire fino in fondo la scelta di vita del suo uomo. La “donna del brigante” è anche colei che viene rapita e sedotta dal bandito, e costretta contro il suo volere a seguirlo nelle sue azioni brigantesche. Spesso finisce però per innamorarsene, per quella condizione psicologica che oggi è detta “sindrome di Stoccolma”. Alcune volte, “la donna del brigante “ segue volontariamente l’uomo di cui è innamorata, come Maria Capitanio, una ragazza, che nel 1865, a quindici anni si innamorò di Agostino Luongo, un operaio delle ferrovie. Maria continuò ad amarlo e a frequentarlo di nascosto anche quando questi si dette alla macchia. Lo seguì nella latitanza, consumò le “nozze rusticane” e partecipò per pochi giorni alle azioni delittuose della banda, fungendo da vivandiera e da carceriera di un ricco possidente, tenuto in ostaggio. Catturata dopo una decina di giorni, in uno scontro a fuoco, grazie ai denari del padre, fu prosciolta dall’accusa di brigantaggio, essendo riuscita a dimostrare, attraverso false testimonianze, di essere stata costretta con la forza a seguire il brigante Luongo. Rivelatrice di contraddizioni è la vicenda di Filomena Pennacchio, una tra le più note “brigantesse”. Figlia di un macellaio, nata in Irpinia nella provincia borbonica di Principato Ultra, fin dall’infanzia incrementò il povero bilancio familiare servendo come sguattera presso alcuni notabili del paese. Alcuni mesi dopo il primo incontro con Giuseppe Schiavone, famoso capobanda lucano, vendette per alcuni ducati il poco che aveva e lo seguì nella latitanza. La vita brigantesca la rese subito un’intrepida combattente. Con Schiavone partecipò a furti di bestiame e a sequestri di persona, trovando modo di meritarsi il rispetto e la simpatia di tutta la banda. Prese parte attiva all’eccidio di nove soldati del 45° Reggimento di Fanteria nel luglio del 1863 a Sferracavallo. Era altresì capace di slanci di generosità come è testimoniato dal soccorso che offrì ad alcune vittime della banda Schiavone e per aver cercato di salvare alcune vite. Di lei si disse anche, essere stata non solo l’amante di Schiavone ma anche di Carmine Crocco, il leggendario e riconosciuto capo di tutte le bande lucane e dei suoi luogotenenti Ninco Nanco e Donato Tortora. La presenza di più donne nella banda portava facilmente ad episodi di gelosia, dei quali si servì largamente l’esercito occupante per annientare il nemico. E fu proprio la gelosia di Rosa Giuliani, cui Filomena Pennacchio aveva sottratto i favori di Schiavone, a tradire quest’ultimo: la delazione della Giuliani consentì, infatti, l’arresto di Schiavone e di altri briganti che furono subito condannati a morte. Prima di morire, il feroce Schiavone volle rivedere ancora Filomena, gravida di un suo figlio. Fu un incontro tenerissimo tra la brigantessa e il capobanda terrore delle valli dell’Ofanto che in ginocchio chiedendole perdono, le baciava le mani, i piedi ed il ventre pregno. Filomena Pennacchio però non visse nel ricordo del suo uomo. Preferì, allettata da una promessa di sconto della pena, tradire facendo catturare con le sue rivelazioni un altro luogotenente di Crocco, Agostino Sacchitiello ed altre due famose “brigantesse”, Giuseppina Vitale e MariaGiovanna Tito. Fù condannata a venti anni di reclusione. Anche per la calabrese Maria Oliverio, detta “Ciccilla”, è la gelosia il detonatore che fa esplodere la determinazione criminale della “brigantessa”: Ciccilla era una bellissima ragazza dalle lunghe e nere chiome e dagli occhi corvini. Sposa di Pietro Monaco, un ex soldato borbonico ed ex garibaldino, datosi al brigantaggio, non lo aveva inizialmente seguito. Rimase nel proprio paese, accontentandosi di rari, furtivi momenti di intimità con il marito quando questi scendeva dai monti, fino a quando venne a sapere che Monaco aveva avuto una fugace relazione con la sorella. Ciccilla decise di vendicarsi. Invitò la sorella in casa e nel cuore della notte la trucidò con un pugnale. Subito dopo raggiunse la banda del marito, divenendone addirittura il capo di fatto. Il raccapriccio che accompagnò le sue gesta si diffuse in tutto il circondario. Perfino i suoi stessi briganti ne ebbero terrore. Usava, infierire sui cadaveri dei nemici uccisi, mutilandoli atrocemente con coltelli e rasoi che portava sempre con sé. Catturata dopo la morte del marito, fu disconosciuta dai suoi stessi familiari. Anche la madre rifiutò di visitarla in carcere. Il processo, che fu celebrato a Catanzaro con grande partecipazione di gente e che vide come testimoni a carico anche i parenti suoi e del marito, si concluse con la condanna a morte. Ed è uno dei rari casi di sentenza capitale per una donna. Storie brigantesche, di ferocia e di teneri sentimenti che le esasperazioni di una guerra civile non riescono a sopprimere del tutto. Accanto a donne che uccidono senza pietà, vi sono donne che mandano messaggi d’amore ricamati su fazzoletti (Maria Suriani al “capitano Cannone”) o a ricamare l’immagine dell’amante (con tanto di fucile a trombone) su una tovaglietta. Nemmeno sfugge alla dura legge della guerriglia e della latitanza il bisogno di sentirsi pienamente donna, di essere madre. Sono molti gli esempi di briganti catturati in combattimenti che, ad un più attento esame, si rivelano “brigantesse” in stato di gravidanza, dimostrazione della necessità di chi si è dato alla macchia di ricostruirsi una vita normale, anche attraverso i sentimenti più naturali. Rosa Reginella, della banda di Agostino Sacchitiello viene catturata con il suo compagno a Bisaccia nel novembre 1864, dopo un accanito combattimento a cui non si sottrae nonostante la gravidanza avanzata. Due mesi dopo partorirà in carcere. Gravide al momento della cattura sono anche Serafina Ciminelli di aspetto e corporatura simile ad una bambina, compagna del capobanda Antonio Franco e la bella Generosa Cardamone, amante di Pietro Bianchi. Per le brigantesse catturate si aprono le vie del carcere. La legislazione dell’epoca non prevede condanne differenziate per i due sessi, ma l’orientamento dei giudici e quello di comminare condanne più lievi alle donne, anche in considerazione del fatto che quasi mai è possibile processualmente accertare la volontarietà nella scelta di delinquere. Normalmente la pena inflitta si aggira sui quindici anni di carcere. Si tratta però di una condanna solo in apparenza più lieve. Infatti, le condizioni di vita all’interno delle carceri del Regno d’Italia, sono pessime: il rancio è appena sufficiente a sopravvivere, le condizioni igienico-sanitarie sono impossibili. Costrette ad una vita di stenti, a continui spostamenti, a marce forzate, le “brigantesse” accusano il peso dei disagi fisici e quando vengono catturate mostrano i segni della debilitazione. La mancanza di igiene (per coprirsi spesso indossano gli abiti sporchi dei nemici uccisi in combattimento) produce infezioni, che poco o niente curate in carcere, le portano ad una morte prematura. È il caso della Ciminelli che appena un anno dopo la cattura muore come recita l’atto di morte del comune di Potenza per “setticemia”, provocata da un’infiammazione del perineo. Il dramma delle donne del brigantaggio si consuma nell’indifferenza, quando non nel disprezzo, nel silenzio dell’opinione pubblica. Gli atti ufficiali dei Carabinieri Reali, quelli delle Prefetture, i fascicoli processuali le accomunano tutte ai loro uomini, non attribuendo mai alle donne del brigantaggio un ruolo di soggetto sociale autonomo. Le cronache giornalistiche e gli scrittori coevi le descrivono solo come manutengole, amanti, concubine, “ganze”, “drude”, donne di piacere dei briganti. Ciò ha impedito di prendere in considerazione il fenomeno e non ha consentito uno studio più approfondito sui risvolti sociali e politici della rivolta delle donne meridionali. Delle “brigantesse” restano oggi solamente le poche foto che la propaganda di regime ha voluto tramandare per una distorta lettura iconografica del brigantaggio. Così, accanto a “brigantesse” che si sono fatte ritrarre − armi in pugno − in abiti maschili, vi sono le foto ufficiali dopo la cattura e, talora, dopo la morte in una postura innaturale. Come i loro uomini, trucidati e frettolosamente rivestiti, legati ad un palo o ad una sedia, gli occhi rigidamente spalancati, con in mano i loro fucili e circondati dai loro giustizieri. Macabro trofeo di una guerra civile occultata. Emblematiche sono le foto che si conservano di Michelina Di Cesare, una delle pochissime “brigantesse” uccise in combattimento: alcune la ritraggono negli abiti tradizionali che ne esaltano la bellezza mediterranea. L’ultima, scattatale dopo la morte, mette in evidenza lo scempio fatto sul suo cadavere.
Di Valentino Romano da Bandite di Pino CasamassimaBRIGANTESSE: Il ruolo delle donne con il fucile in spalla

Sulle donne che parteciparono alla Resistenza scrive Guerri : «Per qualificarle, alcuni giornalisti sabaudi recuperano l’antico termine “druda”, dal gaelico, che indica l’amante disonesta, la femmina di malaffare. «Se talora il brigante può rifarsi una vita e ricominciare da capo, alla donna non è concesso: bandita dalla società, vive emarginata, privata di affetti e amicizie, non può più nemmeno guadagnarsi da vivere. Alla donna che sceglie l’illegalità non si attribuiscono giustificazioni sociali, bensì tare culturali; non drammatici moventi individuali, ma turbe di una psicologia malata». «Senza le donne non ci sarebbe stata la Resistenza», aveva dichiarato Arrigo Boldrini, parlamentare del Pci che aveva partecipato alla lotta partigiana col nome di battaglia “Bulow”. Eppure, la storiografia resistenziale è di fatto maschista, riconoscendo alle donne “il contributo prezioso” da esse dato, riservando all’uomo non la partecipazione alla Resistenza, ma l’identificazione stessa con essa. Ma le donne svolsero un ruolo determinate durante la Resistenza, nella lotta per la liberazione dall’occupazione nazista. E non sempre andava tutto bene e se venivano scoperte erano sottoposte alle stesse angherie e torture riservate ai maschi, con l’aggiunta, delle violenze sessuali. Durante la Seconda Guerra Mondiale il compito delle donne si rivelò prezioso e insostituibile anche nelle attività produttive ed economiche. La chiamata alle armi tolse infatti molte braccia maschili all’agricoltura e all’industria, sostituendole con quelle femminili. Nel febbraio del 1861, con la capitolazione di Gaeta, ultima roccaforte borbonica, il Regno delle Due Sicilie cessa di esistere. Francesco II, ripara a Roma, ospite del Papa. La precarietà dell’esilio, la solidarietà di numerose dinastie europee e le notizie delle difficoltà che il nuovo Stato italiano incontra per radicarsi nel territorio, lo spingono a coltivare la speranza di un sollecito ritorno sul trono. Dovunque, nei territori dell’ex regno, a Napoli, come nei centri minori, sorgono comitati segreti filoborbonici, allo scopo di sollevare le popolazioni contro gli invasori piemontesi. In tutto il Mezzogiorno si accendono i fuochi della ribellione contadina, alimentati da uno sconquasso politico e sociale insostenibile. Il possesso e l’uso della terra hanno da sempre costituito un fattore scatenante di rivolte. Ma né le leggi eversive, né l’esproprio dei beni ecclesiastici hanno fatto conseguire la più antica aspirazione delle classi rurali: la proprietà della terra. Ed è terra ostile quella che i contadini lavorano per conto di altri, aristocratici e latifondisti. Spesso sottratta zolla dopo zolla, ai boschi, alle macchie ed alle pietraie montane. In cambio i contadini ricevono un salario che consente appena di sopravvivere. Il mutamento di governo ha ingenerato speranze che ben presto si rivelano infondate. La terra non cambia proprietario, e i contadini ne sono sempre fuori, messi nell’impossibilità pratica di acquistarla o riscattarla con i sofismi di una legge fatta da un parlamento di “galantuomini” per i “galantuomini”. Il destino dei contadini appare segnato: rassegnarsi o ribellarsi. L’esercito borbonico, che per molti giovani rappresentava uno sbocco occupazionale, è stato disciolto. Una moltitudine di giovani si è ritrovata bollata con il marchio della diserzione, senza nemmeno venirne a conoscenza. Contadini senza terra e soldati senza esercito, null’altro possono fare che darsi alla macchia. Nascono e proliferano, ingrossate anche da gruppi di evasi dai bagni penali, le bande dei briganti che sfruttano la conoscenza dei luoghi, l’ardimento e la sete di rivendicazione sociale per dare scacco all’esercito piemontese, un esercito straniero, che parla una lingua straniera, che applica leggi straniere, che obbedisce ad un re straniero e che dunque è un esercito di occupazione. La violenza esplode in tutta la sua virulenza: l’occasione è propizia anche per soddisfare la sete di vendetta troppo a lungo repressa nei confronti dei possidenti e dei “galantuomini”. Nelle Calabrie, nelle Puglie e, soprattutto, in Basilicata sono messi a fuoco e depredati interi paesi, massacrate le personalità più in vista e più odiate, sbaragliate le truppe piemontesi. L’esercito è impotente, percorre a casaccio le contrade più impervie, cade in imboscate, vede i suoi uomini falciati da un nemico invisibile, reagisce con violenza alla violenza in una spirale infinita di sangue. Il fenomeno del brigantaggio approda nel Parlamento che, lungi dal preoccuparsi di tentare con una saggia politica di riforme sociali, di rimuoverne le cause, sceglie la facile via della repressione, adottando una legislazione speciale, la legge Pica, che instaura il terrore nei territori occupati, la fucilazione sul campo, lo stupro delle donne dei ribelli. In questo contesto matura il dramma delle “brigantesse”, che è il dramma della rottura dell’equilibrio familiare, dramma di madri senza più figli, di ragazze orfane dei genitori, di vedove: è dramma di donne disperate che, ribaltando un ruolo stereotipo di rassegnazione e sudditanza, si dimostrano capaci di affiancare con coraggio i propri uomini e partecipare attivamente alla rivolta contadina. È difficile attribuire una data di nascita al brigantaggio femminile, ma una prima significativa figura femminile di età moderna può essere individuata in Francesca La Gamba, nata a Palmi (RC) nel 1768 e attiva nel decennio di occupazione francese (1806-1816). Francesca, filandiera di professione, madre di tre figli, divenne capobanda, spinta da un’incontenibile sete di vendetta contro i francesi che l’avevano colpita negli affetti più cari. Rimasta vedova del primo marito, dal quale aveva avuto due figli, convolò in seconde nozze. Avvenente d’aspetto ed esuberante nel carattere, attirò le mire di un ufficiale francese che, invaghitosene, tentò, forte della sua posizione sociale, di sedurla. Respinto dalla fiera Francesca, il militare pensò di vendicarsi in maniera terribile. Nottetempo fece affiggere un falso manifesto di incitamento alla rivolta contro l’esercito francese di occupazione ed il mattino successivo fece arrestare i figli della donna, accusandoli di essere gli autori della bravata. Alle suppliche di Francesca, l’ufficiale fu irremovibile: i giovani subirono un processo sommario e furono fucilati. Francesca, pazza di dolore, si unì ad una banda di briganti che operava nella zona, dismise gli abiti femminili ed indossò quelli dei briganti. In breve, fornì prove di ardimento tali da divenire il capo riconosciuto della banda stessa, seminando ovunque il terrore. I francesi si accanirono nella caccia della donna, fino a quando un loro drappello cadde in un’imboscata teso da Francesca. Tra i soldati fatti prigionieri la sorte volle che ci fosse proprio l’ufficiale suo nemico. Con una coltellata Francesca gli strappò il cuore e lo divorò ancora palpitante. Nell’orrore di questa vicenda, caricata di colore dal mito, possono leggersi le ragioni che hanno spesso indotto tranquille popolane meridionali a trasformarsi in Erinni vendicatrici: la prevaricazione degli occupanti, il loro disprezzo per gli affetti feriti, l’irrefrenabile ansia di vendetta suscitata nei popoli conquistati. Crollato il mondo familiare intorno al quale si è costruita a fatica una pur misera esistenza, la vendetta femminile si dimostra ancor più feroce di quella maschile. Si tratta di fenomeni tuttavia limitati che fanno da contraltare a tanti episodi di rassegnazione e di pianto: costituiscono un’eccezione, non la regola. Non si può attribuire autonomia assoluta al brigantaggio femminile preunitario, ma ciò non sminuisce il ruolo delle donne nella rivolta contadina. Anzi, lo amplia e agevola la comprensione dell’intera questione delle classi subalterne meridionali.
È comprovata nelle vicende rivoluzionarie, la presenza di un considerevole numero di donne nell’organizzazione brigantesca. Come si poteva fare a meno di donne in una banda di briganti numerosa e perfettamente organizzata, per motivi logistici, di collegamento, di approvvigionamento e, perché no, anche per motivi affettivi. Occorre introdurre una distinzione tra “la donna del brigante” e “la brigantessa”. Numerosi sono gli esempi di “donne del brigante”, più rari quelli di “brigantesse”. Gli uni e gli altri concorrono però in eguale misura a definire il ruolo della donna nelle classi rurali della seconda metà dell’Ottocento meridionale italiano e contribuiscono certamente all’affermazione del posto che la donna occupa nell’odierna società italiana. La “donna del brigante” è colei che ha dovuto o voluto seguire il proprio uomo (spesso marito, talora amante, raramente figlio) che si è dato alla macchia. Nel primo caso, quello della costrizione, il darsi alla macchia del proprio uomo l’ha confinata in una condizione ancora più disperata. Le è venuta meno ogni forma di sostentamento: l’opinione pubblica l’ha additata con disprezzo e l’ha isolata, spesso anche per timore di sospetti di connivenza. Non le è rimasto che il mendicio e il meretricio. Sola, senza mezzi, disprezzata dai borghesi benpensanti e dai popolani acquiescenti, controllata a vista dalle autorità governative, talvolta oggetto di attenzioni inconfessabili dei “galantuomini”, ha preferito alla fine seguire fino in fondo la scelta di vita del suo uomo. La “donna del brigante” è anche colei che viene rapita e sedotta dal bandito, e costretta contro il suo volere a seguirlo nelle sue azioni brigantesche. Spesso finisce però per innamorarsene, per quella condizione psicologica che oggi è detta “sindrome di Stoccolma”. Alcune volte, “la donna del brigante “ segue volontariamente l’uomo di cui è innamorata, come Maria Capitanio, una ragazza, che nel 1865, a quindici anni si innamorò di Agostino Luongo, un operaio delle ferrovie. Maria continuò ad amarlo e a frequentarlo di nascosto anche quando questi si dette alla macchia. Lo seguì nella latitanza, consumò le “nozze rusticane” e partecipò per pochi giorni alle azioni delittuose della banda, fungendo da vivandiera e da carceriera di un ricco possidente, tenuto in ostaggio. Catturata dopo una decina di giorni, in uno scontro a fuoco, grazie ai denari del padre, fu prosciolta dall’accusa di brigantaggio, essendo riuscita a dimostrare, attraverso false testimonianze, di essere stata costretta con la forza a seguire il brigante Luongo. Rivelatrice di contraddizioni è la vicenda di Filomena Pennacchio, una tra le più note “brigantesse”. Figlia di un macellaio, nata in Irpinia nella provincia borbonica di Principato Ultra, fin dall’infanzia incrementò il povero bilancio familiare servendo come sguattera presso alcuni notabili del paese. Alcuni mesi dopo il primo incontro con Giuseppe Schiavone, famoso capobanda lucano, vendette per alcuni ducati il poco che aveva e lo seguì nella latitanza. La vita brigantesca la rese subito un’intrepida combattente. Con Schiavone partecipò a furti di bestiame e a sequestri di persona, trovando modo di meritarsi il rispetto e la simpatia di tutta la banda. Prese parte attiva all’eccidio di nove soldati del 45° Reggimento di Fanteria nel luglio del 1863 a Sferracavallo. Era altresì capace di slanci di generosità come è testimoniato dal soccorso che offrì ad alcune vittime della banda Schiavone e per aver cercato di salvare alcune vite. Di lei si disse anche, essere stata non solo l’amante di Schiavone ma anche di Carmine Crocco, il leggendario e riconosciuto capo di tutte le bande lucane e dei suoi luogotenenti Ninco Nanco e Donato Tortora. La presenza di più donne nella banda portava facilmente ad episodi di gelosia, dei quali si servì largamente l’esercito occupante per annientare il nemico. E fu proprio la gelosia di Rosa Giuliani, cui Filomena Pennacchio aveva sottratto i favori di Schiavone, a tradire quest’ultimo: la delazione della Giuliani consentì, infatti, l’arresto di Schiavone e di altri briganti che furono subito condannati a morte. Prima di morire, il feroce Schiavone volle rivedere ancora Filomena, gravida di un suo figlio. Fu un incontro tenerissimo tra la brigantessa e il capobanda terrore delle valli dell’Ofanto che in ginocchio chiedendole perdono, le baciava le mani, i piedi ed il ventre pregno. Filomena Pennacchio però non visse nel ricordo del suo uomo. Preferì, allettata da una promessa di sconto della pena, tradire facendo catturare con le sue rivelazioni un altro luogotenente di Crocco, Agostino Sacchitiello ed altre due famose “brigantesse”, Giuseppina Vitale e MariaGiovanna Tito. Fù condannata a venti anni di reclusione. Anche per la calabrese Maria Oliverio, detta “Ciccilla”, è la gelosia il detonatore che fa esplodere la determinazione criminale della “brigantessa”: Ciccilla era una bellissima ragazza dalle lunghe e nere chiome e dagli occhi corvini. Sposa di Pietro Monaco, un ex soldato borbonico ed ex garibaldino, datosi al brigantaggio, non lo aveva inizialmente seguito. Rimase nel proprio paese, accontentandosi di rari, furtivi momenti di intimità con il marito quando questi scendeva dai monti, fino a quando venne a sapere che Monaco aveva avuto una fugace relazione con la sorella. Ciccilla decise di vendicarsi. Invitò la sorella in casa e nel cuore della notte la trucidò con un pugnale. Subito dopo raggiunse la banda del marito, divenendone addirittura il capo di fatto. Il raccapriccio che accompagnò le sue gesta si diffuse in tutto il circondario. Perfino i suoi stessi briganti ne ebbero terrore. Usava, infierire sui cadaveri dei nemici uccisi, mutilandoli atrocemente con coltelli e rasoi che portava sempre con sé. Catturata dopo la morte del marito, fu disconosciuta dai suoi stessi familiari. Anche la madre rifiutò di visitarla in carcere. Il processo, che fu celebrato a Catanzaro con grande partecipazione di gente e che vide come testimoni a carico anche i parenti suoi e del marito, si concluse con la condanna a morte. Ed è uno dei rari casi di sentenza capitale per una donna. Storie brigantesche, di ferocia e di teneri sentimenti che le esasperazioni di una guerra civile non riescono a sopprimere del tutto. Accanto a donne che uccidono senza pietà, vi sono donne che mandano messaggi d’amore ricamati su fazzoletti (Maria Suriani al “capitano Cannone”) o a ricamare l’immagine dell’amante (con tanto di fucile a trombone) su una tovaglietta. Nemmeno sfugge alla dura legge della guerriglia e della latitanza il bisogno di sentirsi pienamente donna, di essere madre. Sono molti gli esempi di briganti catturati in combattimenti che, ad un più attento esame, si rivelano “brigantesse” in stato di gravidanza, dimostrazione della necessità di chi si è dato alla macchia di ricostruirsi una vita normale, anche attraverso i sentimenti più naturali. Rosa Reginella, della banda di Agostino Sacchitiello viene catturata con il suo compagno a Bisaccia nel novembre 1864, dopo un accanito combattimento a cui non si sottrae nonostante la gravidanza avanzata. Due mesi dopo partorirà in carcere. Gravide al momento della cattura sono anche Serafina Ciminelli di aspetto e corporatura simile ad una bambina, compagna del capobanda Antonio Franco e la bella Generosa Cardamone, amante di Pietro Bianchi. Per le brigantesse catturate si aprono le vie del carcere. La legislazione dell’epoca non prevede condanne differenziate per i due sessi, ma l’orientamento dei giudici e quello di comminare condanne più lievi alle donne, anche in considerazione del fatto che quasi mai è possibile processualmente accertare la volontarietà nella scelta di delinquere. Normalmente la pena inflitta si aggira sui quindici anni di carcere. Si tratta però di una condanna solo in apparenza più lieve. Infatti, le condizioni di vita all’interno delle carceri del Regno d’Italia, sono pessime: il rancio è appena sufficiente a sopravvivere, le condizioni igienico-sanitarie sono impossibili. Costrette ad una vita di stenti, a continui spostamenti, a marce forzate, le “brigantesse” accusano il peso dei disagi fisici e quando vengono catturate mostrano i segni della debilitazione. La mancanza di igiene (per coprirsi spesso indossano gli abiti sporchi dei nemici uccisi in combattimento) produce infezioni, che poco o niente curate in carcere, le portano ad una morte prematura. È il caso della Ciminelli che appena un anno dopo la cattura muore come recita l’atto di morte del comune di Potenza per “setticemia”, provocata da un’infiammazione del perineo. Il dramma delle donne del brigantaggio si consuma nell’indifferenza, quando non nel disprezzo, nel silenzio dell’opinione pubblica. Gli atti ufficiali dei Carabinieri Reali, quelli delle Prefetture, i fascicoli processuali le accomunano tutte ai loro uomini, non attribuendo mai alle donne del brigantaggio un ruolo di soggetto sociale autonomo. Le cronache giornalistiche e gli scrittori coevi le descrivono solo come manutengole, amanti, concubine, “ganze”, “drude”, donne di piacere dei briganti. Ciò ha impedito di prendere in considerazione il fenomeno e non ha consentito uno studio più approfondito sui risvolti sociali e politici della rivolta delle donne meridionali. Delle “brigantesse” restano oggi solamente le poche foto che la propaganda di regime ha voluto tramandare per una distorta lettura iconografica del brigantaggio. Così, accanto a “brigantesse” che si sono fatte ritrarre − armi in pugno − in abiti maschili, vi sono le foto ufficiali dopo la cattura e, talora, dopo la morte in una postura innaturale. Come i loro uomini, trucidati e frettolosamente rivestiti, legati ad un palo o ad una sedia, gli occhi rigidamente spalancati, con in mano i loro fucili e circondati dai loro giustizieri. Macabro trofeo di una guerra civile occultata. Emblematiche sono le foto che si conservano di Michelina Di Cesare, una delle pochissime “brigantesse” uccise in combattimento: alcune la ritraggono negli abiti tradizionali che ne esaltano la bellezza mediterranea. L’ultima, scattatale dopo la morte, mette in evidenza lo scempio fatto sul suo cadavere.
Di Valentino Romano da Bandite di Pino Casamassima

Serafina Pennacchio

Michelina De Cesare

“Nord Sud Miseria e Nobiltà M.A.N.”

IL SACCHEGGIO DEL SUD

Esiste nel paese unito con la forza, la convinzione che cospicui finanziamenti siano transitati, dal Nord produttivo, al Sud sprecone. Transito che non produce nessun beneficio al Nord, ma che fa sentire alla parte produttiva del Paese il peso maggiore delle imposte. Se questa tesi può riscuotere il favore di alcuni elettori in campagna elettorale, probabilmente non regge all’analisi di dati reali. La pubblicazione del 1997 di Gennaro Zona “Come ti finanzio il Nord” può essere utile a chiarire i numeri dell’intervento straordinario per il Meridione d’Italia e l’utilizzo della Cassa del Mezzogiorno, prima, e dell’AgenSud, poi, a tutto beneficio delle industrie del Nord. Nella ricerca si evidenzia come «non sia mai esistito alcun trasferimento diretto di fondi dal Nord al Sud, ma politiche di redistribuzione della ricchezza nazionale». Politiche che però sono state influenzate da «poteri forti» della nazione che hanno avvantaggiato il Nord grazie alla sua «maggiore capacità rispetto al Sud di incidere sulle politiche di sviluppo del Paese». Nello studio è stato evidenziato come «da un lato si destinano fondi alla ricerca per il Sud, con quote prefissate, ed alle piccole e medie imprese e dall’altro si opera di fatto in modo che i benefici ricadano sempre sui soliti grandi gruppi del Nord o pubblici». Quando si è passati al sostegno dei redditi delle popolazioni meridionali si è «ridotto il divario Nord-Sud nel livello dei consumi, mentre è aumentato quello nella capacità produttiva: aumentati i redditi sono cresciuti i consumi, ma la produttività è rimasta la metà di quella del Nord, contemporaneamente è aumentato a dismisura il flusso delle importazioni dalle regioni del Nord». Ciò ha significato lo sviluppo del prodotto interno lordo e il raggiungimento di livelli di quasi piena occupazione nelle regioni settentrionali. Dal 1860 ad oggi i miliardi che lo Stato ha preso ai contribuenti sono stati spesi in grandissima parte nell’Italia settentrionale. Le grandi spese per l’esercito e per la marina; le spese per i lavori pubblici; le spese per i debiti pubblici; le spese per tutti gli scopi di civiltà e di benessere, sono state fatte in grandissima parte nel Nord. Vi è stato un drenaggio continuo: un trasporto di ricchezza dal Sud al Nord. Così il Nord ha potuto più facilmente compiere la sua educazione industriale; e quando l’ha compiuta ha mutato il regime doganale. E il Mezzogiorno che non ha, soprattutto che non aveva nulla da proteggere, ha funzionato, dopo il 1887 come una colonia, come un mercato per le industrie del Nord. Perfino le spese fatte nel Mezzogiorno furono in gran parte erogate per mezzo di ditte settentrionali, tra i grandi appaltatori dello Stato dopo il 1862, non figurano che pochissimi meridionali. Spesso questi ultimi sono stati poco intraprendenti, ma tante volte, quando hanno voluto essere, si sono urtati contro una burocrazia interamente avversa e diffidente.
Le più grandi fortune dell’Italia settentrionale sono state compiute mediante lavori pubblici o forniture militari; la storia del regime ferroviario da venti anni a questa parte (la conversione delle obbligazioni tirrene è classico esempio) spiega non pochi spostamenti di ricchezza …
Il Governo, da parte sua, ha avuto interesse a mantenere il Mezzogiorno come un feudo politico, votante per tutti i Ministeri. Come nelle vie di campagna sorge di tratto in tratto qualche croce a ricordare un antico misfatto, nella politica meridionale molte croci spiegano assai misfatti. Soprattutto dopo il 1876 ogni ritegno è svanito. La Destra fu avversa al Mezzogiorno, essa che non aveva alcun grande programma economico, ebbe politica interamente opposta agli interessi meridionali. Era un partito chiuso, una vera consorteria, con capi eminenti, con gregari insignificanti; e la politica era conveniente a creare grossi interessi privati su cui assidere il suo potere. Infatti l’Italia meridionale fu il campo delle agitazioni di Sinistra, che fu la negazione di ciò ch’era stata la Destra. Dopo il 1876 il Mezzogiorno è stato dato in preda ai peggiori avventurieri. Da ogni Governo, più o meno, si è speculato sulla sua ignoranza, sulla sua povertà, sui suoi dolori. Anche adesso province intere sono sotto la dominazione di avventurieri parlamentari, che vi esercitano il loro potere mantenendolo su organizzazioni locali pessime.
Così invece di reagire il Sud ha acuito esso medesimo il suo male, determinando spese inutili, chiedendo per ignoranza politica fastosa, che non potea pagare: invece di impedire lo sperpero l’ha secondato, e spesso l’ha voluto. Senza dubbio molti grandi avvocati l’Italia meridionale ha dati; molti che sono arricchiti. Molti arricchiscono tuttavia, facendo servire il potere politico a corrompere e a inquinare la giustizia. Ma ciò è più grande ragione di tristezza … La pochezza dei rappresentanti del Mezzogiorno e la confusione delle idee è stata tale che, per tanti anni, si è detto e si è pubblicato nella Camera e fuori che il Mezzogiorno pagava poco e viceversa otteneva il maggiore benefizio delle spese dello Stato! In altri termini si è aggiunta la ironia crudele al danno; ironia dei fatti, se non delle intenzioni.
Risulta che, proporzionalmente alla sua ricchezza, il Sud paga per imposte di ogni natura assai più del Nord; e viceversa lo Stato spende molto meno. La rendita pubblica a sua volta si è andata a concentrare dove maggiore è il numero dei grandi servizi di Stato e maggiore il numero delle spese. L’ordinamento del nostro sistema tributario è tale che una provincia povera come Potenza paga più di Udine; e Salerno paga più di Como, mirabile per industrie e per traffici!
Le grandi spese sono concentrate nel Nord: alcune per necessità, altre senza. Le spese navali si fanno quasi interamente in Liguria. Gli istituti dello stato (istruzione, giustizia, educazione, salute, industrie) sono concentrati tutti allo stesso modo, sicché il Mezzogiorno, appare spesso abbandonato delle istituzioni, dove il Governo è più assenteista dei proprietari. In questa landa la civiltà non è rappresentata se non fosse per i carabinieri; e il Governo appare solo sotto le forme della prepotenza e della violenza, costretto, per conservare i suoi feudi politici, a consegnare ogni provincia, ogni zona nelle mani dei peggiori avventurieri parlamentari. Si credeva che le grandi spese per lavori pubblici fossero state nel Mezzogiorno ma non è vero; si credeva che i meridionali avessero invaso gli impieghi ed anche questo non è vero, infatti tra gli impiegati il minor numero era di meridionali. Tanto han potuto la nostra poca educazione politica e il folle pregiudizio della nostra ricchezza! 

L’Odio inglese per le Due Sicilie

L’odio inglese per le Due Sicilie, che si manifestò in tutta la sua virulenza nel 1860 col sostegno armato agli invasori piemontesi e garibaldini (anch’essi piemontesi), aveva una radice molto antica, era cominciato nel 1836 con la questione degli zolfi, una questione di altissimi interessi che aprí una crisi profondissima, duratura e insanabile tra Napoli e Londra, nonostante anche i successivi accomodamenti diplomatici, e rischiò di portare allo scontro bellico i due Stati. La vicenda è raccontata egregiamente da Alianiello nel suo libro «La conquista del Sud».
«La questione degli zolfi, per chi non la conoscesse, è presto detta. Fin dal 1816 vigeva tra Londra e Napoli un trattato di commercio, dove l’una nazione accordava all’altra la formula della «nazione piú favorita». Subito ne approfittarono i mercanti inglesi per accaparrarsi l’intera, o quasi, produzione degli zolfi, allora fiorente in Sicilia. Compravano per poco e rivendevano a prezzi altissimi. Di questo traffico poco o nulla si avvantaggiava il Reame e meno ancora i minatori e i lavoranti dello zolfo. Ferdinando II volle reagire a questo sfruttamento, tanto piú che, avendo sollevato la popolazione dalla tassa sul macinato, aveva bisogno di ristorare le casse dello Stato in altro modo. Fece perciò un passo forse audace: diede in concessione il commercio degli zolfi a una società francese che lo avrebbe pagato almeno il doppio di quanto sborsavano gli inglesi. Inde irae. Palmerston nel 1836 mandò la flotta nel golfo di Napoli, minacciando bombardamenti, sbarchi e peggio. Ferdinando II non si smarrí, e ordinò a sua volta lo stato d’allarme nei forti della costa e tenne pronto l’esercito nei luoghi di sbarco. Pareva dovesse scoppiare la scintilla da un momento all’altro. Ci si mise fortunatamente di mezzo Luigi Filippo e la Francia prese su di sé la mediazione. Il risultato fu che lo Stato Napolitano dovette annullare il contratto con la società francese e pagare gli inglesi per quel che dicevano d’aver perduto e i francesi per il guadagno mancato. È il destino delle pentole di terracotta costrette a viaggiare tra vasi di ferro. Chi ci rimise fu il povero Regno Napoletano; ma l’Inghilterra se la legò al dito come oltraggio supremo.»
Vediamo in merito il pensiero di Ferdinando II manifestato ai suoi ministri:
«Oggi trattasi di decidere la questione se si deve o no cedere alle pretenzioni e alle minacce che ci dirigono; si tratta di una questione d’onore e di dignità. Io per me sono pronto a respingere le une come le altre. Vi fu un tempo in cui Napoli fece tremare l’Europa. Non dico che possa farla tremare oggi; ma non per questo dobbiamo noi tremare … Vi sono taluni che ci consiglierebbero di cedere; ma sanno che cosa guadagneremmo noi con ciò, oltre la perdita della dignità e la macchia dell’onore? Bisognerebbe assoggettarsi alle instancabili richieste dell’Inghilterra; e cedendo oggi, dovremmo cedere nel futuro ad altri … State tranquilli e non temete nulla. La fermezza è il partito che ci conviene contro ingiuste pretenzioni.»
Ferdinando II – alla fine dovette piegarsi alla volontà del governo britannico, la sua resistenza valse a far apparire la pressione inglese come una vera e propria prepotenza.

Brigantaggio e questione sociale

Nel Mezzogiorno la rivoluzione, la guerra, il plebiscito, le elezioni, la riorganizzazione delle strutture di potere e la battaglia politico ideologica mobilitarono le strutture profonde della società e del potere locale. Gli attori politici sperimentarono una vita pubblica di dimensioni mai conosciute. Il conflitto civile e militare contribuì inoltre alla formazione di un sistema dove una parte della popolazione era coinvolta non solo nella costruzione del nuovo Stato (come nel resto d’Italia) quanto nella lotta ai nemici interni. Certo, se esisteva un collante politico comune al nazionalismo italiano dell’unificazione, era la comune censura della vecchia Italia. Non per tutti ebbe lo stesso significato: i piemontesi avevano unificato il paese intorno alle loro antiche istituzioni, gli unitari lombardi sostenevano di essersi liberati dello straniero austriaco, quelli siciliani rivendicavano di aver sconfitto gli antichi oppressori borbonici. Nell’isola la critica al governo ebbe qualche aspetto popolare (la resistenza alla leva) ma fu confinata all’interno della dialettica unitaria (con la confusa eccezione di Palermo nel 1866) e con una poderosa integrazione dei gruppi dirigenti nel movimento nazionale. Negli ex stati granducali e pontifici non c’era traccia di resistenza armata. Erano solo i napoletani a fare i conti con la sfida dei partigiani delle Due Sicilie. Nel Mezzogiorno il movimento nazionale era diviso tra moderati, garibaldini, mazziniani, autonomisti, ma contro la resistenza borbonica e il brigantaggio scomparvero le differenze esistenti. Italiani e napoletani unitari le ricalibrarono per il nemico e il suo braccio armato. La guerra del brigantaggio fu un conflitto civile asimmetrico e limitato. Un conflitto civile perché oppose cittadini dello stesso stato, registrando la presenza di progetti statuali e di legittimità opposti, tra loro incompatibili, che si misurarono attraverso la violenza armata e la mobilitazione politica (Pinto, 2013). Limitato perché non si trasformò mai in una guerra generale, non coinvolse direttamente altri Stati e coinvolse aree limitate della nuova nazione e in misura del tutto minima le città e alcune regioni dello stesso Mezzogiorno. Asimmetrico perché schierò politici, militari, gruppi civili unitari di tutta Italia (e quindi del Mezzogiorno) contro i partigiani borbonici. In questa direzione, il tema del conflitto civile e del coinvolgimento delle popolazioni finì pertanto per assumere un ruolo cruciale, perché il livello di violenza coinvolse innanzitutto i civili. Le vittime della guerra furono molto spesso le popolazioni. Gli unitari ne fecero la principale bandiera della lotta al brigantaggio, oltre che il terreno della prima imponente mobilitazione politicosociale dello stato unitario (Pinto, 2015). La guerra dei civili determinò una imponente mobilitazione del movimento unitario. Gli uomini della nazione italiana e la loro espressione nelle ex province napoletane, pur divisi su temi cruciali, furono compatti rispetto alla necessità di completare ad ogni costo la rivoluzione nazionale e di definirne la spazio pubblico, sbarazzandosi dei vinti o, comunque, impedendo a qualsiasi costo ogni tentativo di rivincita, conquistando le istituzioni e affermandosi come classe dirigente. Il complesso mosaico delle provincie meridionali, composto da amministratori, funzionari, notabili, proprietari, professionisti non fu un soggetto subordinato nella transizione al nuovo Stato. La determinazione nel controllo del potere locale, la volontà di condizionare le scelte politiche generali, l’annientamento degli avversari legittimisti e dei briganti erano i suoi obiettivi. Lo strumento fu la saldatura tra le esigenze del notabilato e dei civili meridionali, e la necessità di legittimazione delle istituzioni e del progetto nazionale italiano. L’integrazione dei provinciali nelle strutture di potere e nei gruppi politici del paese iniziò con le elezioni politiche, la formazione del Senato, la composizione delle strutture periferiche dello Stato e del governo locale. Alle consultazioni del 27 gennaio 1861, su 129.119 elettori delle liste meridionali (418.696 in Italia) votarono in 87.316, nel 1865 votarono 73.357 su 129.760. Le elezioni si tennero anche se erano in corso le insorgenze e l’assedio a Gaeta, Messina e Civitella, a prova della scarsa presa dei borbonici nel potere locale. I circa centocinquanta deputati meridionali che videro la loro elezione convalidata erano una fotografia della classe dirigente dell’unificazione. Si aggregarono nelle correnti nazionali (cavouriani, garibaldini o mazziniani) invece di creare gruppi particolaristici di tipo regionale (pure possibili visto il sistema elettorale uninominale) (Romanelli, 1988), come del resto aveva ampiamente previsto Cavour (Cavour, 1961, p. 265). La destra ebbe il suo maggiore successo nel 1861 (46% dei seggi), fu ridimensionata nelle scadenze successive (1865 34,5%, 1867 35,7%). La sinistra invece passò dal 20% del 1861, al 27,8% nel 1865, al 30% nel 1867 (nel 1865 conquistò gran parte dei collegi meridionali). Nel 1861, tranne poche eccezioni (Garibaldi, Mazzini, Avezzana, De Boni, Govone, Saffi), gli eletti erano tutti del Sud, appartenevano ad ambienti politicizzati, quasi cinquanta erano diretta espressione delle vicende del 1848, trasversali a destra e sinistra, tra questi erano Poerio, Spaventa, Nicotera, Musolino, Ricciardi, De Sanctis, Mancini, Piria, Scialoja, Bonghi, Massari, De Cesaris, Morelli, Lazzaro. C’erano anche gli autonomisti conquistati nel 1860 come Romano, De Cesare o Manna. I borbonici erano assenti, con qualche fugace eccezione, come il duca Proto di Maddaloni e nel 1865 De Martino. Altrettanto importanti furono le elezioni locali. Alle prime consultazioni il 19 maggio del 1861, nelle province napoletane parteciparono 129.067 elettori su 178.683 elettori (il 72%). Si era all’inizio della grande insorgenza borbonica, il successo delle elezioni confermò la forza degli unitari locali, evidenziata dal successo nella gestione del cambio di regime dell’estate 1860 (Pinto, 2013c, pp. 39-68). Questi, insieme ai tanti saliti sul carro del vincitore per partecipare alla spartizione del potere, conquistarono definitivamente municipi e province, che avevano preso in mano nel settembre dell’anno precedente. Nelle province e nei distretti nessun capoluogo perse il suo status o le sue funzioni, rassicurando gruppi ed interessi. Gli apparati burocratici dei comuni, largamente intatti (a differenza della polizia e di qualche settore della magistratura e degli ex ministeri), confermarono l’efficacia di un cambio di regime che aveva tenuto conto di necessità individuali, compromessi pragmatici ma anche un modello di subordinazione o collaborazione amministrativa consolidato. Anche la guardia nazionale rappresentò una grande attrattiva come luogo di organizzazione del consenso e, a volte, soggetto politico alternativo a chi governava il potere locale. La politica di rapida integrazione di gruppi politici provinciali nelle componenti nazionali fu decisiva per spingere larghi strati della popolazione a prendere posizione e sentirsi coinvolti nella difesa delle nuove istituzioni, per convinzione, necessità, semplice opportunismo o perché obbligati. L’ossatura era il notabilato di alti e medi funzionari, professionisti, proprietari, imprenditori ed altre figure capaci di interpretare le società locali e di mediarne relazioni ed esigenze con uno Stato di dimensioni assolutamente inedite. Quello che motivò le scelte non era tanto l’origine sociale, pur evidente, ma il momento politico, il successo del progetto costituzionale-unitario, l’affermazione nella gestione del potere reale. Il nuovo ceto dirigente, doveva molto alle circostanze rivoluzionarie e non poteva accettare un ritorno al vecchio regime o peggio, la rivincita degli avversari locali. Alcuni avevano un passato nel lungo conflitto civile meridionale in cui si erano schierati con l’opposizione politica ai Borbone. La massoneria era largamente diffusa ed ebbe un ruolo importante nel cementare il movimento nazionale filo-italiano. Molti notabili, giovani, ambiziosi e dinamici avevano fatto pratica nella rivoluzione, pensarono che la difesa dell’unificazione coincidesse inevitabilmente con il nuovo ruolo politico e sociale. Nel movimento unitario meridionale non ci furono fratture serie sulla scelta monarchica filo-sabauda. Giacinto Albini, detto il Mazzini della lucania, spiegò alla commissione d’inchiesta che «il governo non deve avere diffidenza di nessuna delle parti liberali, perché il Partito repubblicano non ce n’è. L’idea dell’unità è predominante è fortissima in questa provincia ed è congiunta a quella della Monarchia». Pietro Rosano, avvocato e influente notabile all’opposizione, scrisse in un complicato memoriale che «la democrazia trova maggiore adesione, ma restò finora nel campo scientifico e si affratellò di buona fede alla monarchia costituzionale che prometteva la indipendenza e l’Unità nazionale sulle basi di una leale libertà cittadina». I notabili provinciali trovarono nel consolidamento dello Stato italiano la miglior garanzia per le basi del proprio potere. Non si potevano dimenticare le quattro restaurazioni borboniche e le repressioni conseguenti. Coloro che si erano schierati nei decenni precedenti erano animati dal disprezzo per i Borbone, per la Chiesa e i preti, e molto spesso per l’intero ex regno duosiciliano. Se il magistrato napoletano Boschi voleva cacciare Francesco II da Roma per «togliere speranze ai briganti», il prefetto meridionale Gemelli sosteneva che nel «clero vi sono gli aperti nemici del governo». La rivoluzione aveva garantito al ceto dei proprietari, anche piccoli, la difesa del proprio patrimonio fondiario, la base fondamentale dell’economia meridionale, in una fase di congiuntura ancora favorevole (Sereni, 1980; Lupo, 1990). Era in corso un processo iniziato da decenni di trasformazione della proprietà agraria, che crescerà dopo il 1867 con la vendita dei beni sequestrati alle istituzioni religiose. E non era solo nella rendita rurale, quanto nella amministrazione pubblica. Silvio Spaventa, uomo forte della destra e in quel momento al centro del partito a Napoli, scrisse al fratello, una volta assunta la direzione degli interni a Napoli, che «non ti puoi fare un’idea di quello che avviene e di quello che si fa: è un chiedere, un acchiappare da tutte le parti quanto più si può, un armeggio, ed un intrigare». I suoi nemici del Popolo d’Italia di Napoli erano sulla stessa linea. Sostennero che solo nei primi giorni della dittatura a Garibaldi giunsero seimila richieste di impiego. Si era letteralmente accerchiati, sostenne Angelo De Meis parlando del governo napoletano del 1860, dai «chieditori di impieghi» che si volevano collocare nel cambio di regime. Le lotte locali invece finirono per alimentare il sostegno al brigantaggio, offrendo spazio a conflitti che, anche se interpretati con gli strumenti della antica fedeltà dinastica o religiosa, si inserirono soprattutto nelle pieghe delle lotte e delle fratture sociali. Era una antica tradizione, spiegò il prefetto Nicola De Luca, molisano, ex deputato del 1848 e dirigente storico del movimento liberale: «la storia insegna che in tutti i cangiamenti politici le provincie meridionali sono diventate teatro di brigantaggio». Guglielmo Pepe, del resto, aveva scritto da tempo che il brigantaggio era una risorsa dei gruppi sociali più fragili, e degli sconfitti politici, per tentare una rivincita o semplicemente sopravvivere (Galasso, 1983). Così gli unitari al potere, per un momento, consentirono questa saldatura tra nemici locali e tensioni sociali. Opposizioni e resistenze si diffusero così tanto tra nemici di partito che tra gli esclusi dal potere o concorrenti per piccole o grandi posizioni, mostrando il vero volto della minaccia ai provinciali giunti al potere. Le rivalità sul terreno della lotta politica regionale offrirono una rete di sostegno alla resistenza borbonica. Quando nel 1861 Peruzzi attraversò le province napoletane osservò che ovunque erano «gare fra famiglia e famiglia mosse da ragioni d’interesse o da vanità». Gli eterni odi per il potere locale, disse l’ex prodittatore lucano Albini, diedero fiato all’opposizione, per quanti «interessi furono spostati» dalla rivoluzione. I notabili meridionali, pertanto, furono condizionati dalla scelta anti-borbonica e del conflitto con i nemici locali. Un terreno decisivo, che accentuò l’interpretazione sociale del brigantaggio, per la mancata distribuzione delle terre demaniali. Alessandro Rubino, liberale di Avellino, in un memoriale scrisse che «Si faccia che la parte proletaria sia possidente e domani possa essere in grado addivenire prospera e ricca e si vedrà che il governo avrà la più potente leva nel popolo per andare oltre». Carlo De Angelis, ex prigioniero politico ed esule, cilentano e sottoprefetto di Campagna nel 1861, analizzò il territorio in una lunga relazione, descrivendo il peso delle faide locali nella formazione delle appartenenze politiche e l’eredità della insoluta questione rurale dopo la fine della feudalità. La miseria spiegava la «foga da cui sono invase tutte le popolazioni di volersi appropriare di beni demaniali». Anche i funzionari venuti dal Nord condivisero spesso queste opinioni. Il prefetto di Cosenza, il lombardo Guicciardi, sostenne che la ripartizione dei beni demaniali avrebbe contribuito a modificare il contesto sociale che favoriva il brigantaggio. Era una posizione molto diffusa tra gli unitari. Ai funzionari più attenti non sfuggiva il degrado sociale delle campagne napoletane e la tensione che in molti territori emerse nella questione demaniale, come testimoniano le analisi dei prefetti De Ferrari, Mayer, Bruni, Veglio. Il prefetto facente funzioni di Potenza, Bruni, sostenne che impostando la divisione dei demani, si tagliava la terra sotto ai piedi al brigantaggio. Vincenzo Sprovieri, deputato cosentino, rivoluzionario calabrese, uomo della spedizione dei Mille e della politica locale, ammetteva le grandi usurpazioni dei proprietari, e riteneva che le quotizzazioni avrebbero favorito una pacificazione sociale. Il consigliere provinciale Vincenzo Amicarelli, di Monte Sant’Angelo, uno dei paesi che diede più uomini alle bande, disse che la divisione di beni demaniali forniva elementi naturali alle bande brigantesche. Pietro Carcani criticò le considerazioni pubblicate dal deputato Mosca che cercavano di confinare il brigantaggio all’interno di una contrapposizione tra proprietari e contadini. Sostenne la complessità delle province napoletane e del ruolo dei ceti dirigenti, dei «grandi proprietari» che appoggiando massicciamente la scelta unitaria avevano consentito la rivoluzione» . La questione, resterà aperta, ma i notabili unitari la evitarono con matematica logica e di classe, e presentarono il brigantaggio come un male atavico, che andava estirpato perché da sempre i borbonici lo strumentalizzavano, dopo che avevano determinato le condizioni sociali per la sua fioritura. Gli unitari meridionali parlarono di rinnovamento morale di una società resa corrotta e vile dal passato regime. La stigmatizzazione dell’eredità dell’antico regno e della dinastia borbonica ne diventò un corollario cruciale, fino a trasformarsi in un tema centrale per spiegare la guerra. Una efficace sintesi la fece don Liborio Romano, che pure si autodefiniva tra i custodi della parte migliore delle antiche istituzioni. In memoriale del 1862, nel momento di maggiore difficoltà del compromesso unitario, oltre alle polemiche congiunturali, collocò tutta la storia duosiciliana in una progressiva degenerazione del governo borbonico, che aveva creato le condizioni del brigantaggio. La retorica italiana si nutrì di questi modelli. Il mazziniano beneventano Rampone racconterà la storia dei suoi compaesani e del fratello, volontari nella colonna Nullo, catturati e «barbaramente uccisi, e seviziati» dagli insorgenti molisani. Solo gli atti dei briganti erano abietti, ed escludevano gli autori da ogni consorzio civile. I nazionalisti meridionali sapevano che agli occhi di parte della popolazione la figura del brigante era pienamente legittima e per questo andava distrutta. Erano descritti come sanguinari, depravati, pazzi e criminali, la parte peggiore della società. La trasformazione sociale e il rinnovamento del Mezzogiorno dovevano passare, per i notabili e i gruppi politici meridionali, e solo dopo la completa distruzione del brigantaggio e dei suoi burattinai della corte borbonica di Roma e, di conseguenza, con l’annullamento politico dei loro avversari locali. E ci riuscirono condizionando la rappresentazione del brigantaggio e sempre chiesero una guerra all’ultimo sangue. E non a caso, visto che dirigenti unitari, sindaci, guardie nazionali, molto più dei militari regolari, erano gli obiettivi dei briganti (o dei loro mandanti locali), sia come vittime di estorsioni, rapine, sequestri, sia per le naturali conseguenze di un conflitto irregolare in cui i morti civili superavano quelli militari. La guerra dei briganti colpì anche beni e materiali, condizionando il complesso delle economie provinciali. Nel 1861 il deputato Giuseppe Ferrari disse che «il brigante giunge di notte, in poche ore impone taglie, prende viveri, cavalli, munizioni, organizza il furto, spaventa tutti con l’assassinio, coll’incendio, colpisce i suoi nemici, i magistrati, i sindaci, i liberali». Anche per il mazziniano Aurelio Saffi i più colpiti erano «gli interessi materiali dei privati» e soprattutto i civili. I gruppi politici e civili meridionali si scatenarono contro il brigantaggio per convinzione, timore e necessità, diventando i principali attori della richiesta di azione e repressione. Nel momento di maggiore crisi del 1861, il beneventano Nicola Nisco, uomo della destra, rappresentò al capo del governo Bettino Ricasoli il suo apprezzamento per il generale Cialdini, per un breve momento al comando a Napoli, sottolineando che le «fucilazioni sono una giustizia ed un rimedio opportuno: assicurano i liberali di essere il governo con loro». Per Giuseppe Vacca, magistrato, uomo di primissimo piano dell’establishment napoletano, considerato uno dei portavoce reali dei vecchi autonomisti meridionali schierati con l’unificazione: “Uno è pericolo vero e grave ed è il brigantaggio: la questione è di esistenza per tutti. E però tale da richiedere rimedi pronti ed eroici. Era venuto il momento di spaventare, e con mezzi terribili i saccheggiatori, gli incendiari, i macellatori: e la missione provvidenziale del general Cialdini andrà benedetta da queste popolazioni”. Nel 1861-62 a fianco di notabili di peso, anche amministratori locali, ufficiali di guardia nazionali o semplici cittadini del Mezzogiorno inondarono il governo e le istituzioni di richieste di intervento, aiuti militari, azioni decise. Una corposa petizione della giunta e dei cittadini di Barletta, inviata alla Camera dei Deputati il 4 aprile del 1862 chiese che venissero assicurate le loro persone, le proprietà, i traffici dalle continuate scorrerie di briganti che infestano il Barese, e la confinante Capitanata. Nell’una e nell’altra delle due province, più che i malfattori sono da tenere in vista i retrivi cresciuti in audacia e che danno loro aiuti. Tempi eccezionali richiedono misure eccezionali. I consigli comunali deliberarono innumerevoli documenti come nel comune di Ariano Irpino, votato il 12 agosto 1862, dove si chiese l’intervento del governo, del prefetto e di La Marmora per affiancare ai militi e alle guardie nazionale locali il soccorso di un reggimento di cavalleria. Il comune denunciò la sua economia distrutta, le campagne abbandonate per la paura, le aziende sotto pressione e in crisi, e chiese di scatenare “Una guerra di sterminio” alle orde di briganti che di momento in momento crescono in numero e di ardire… Mette raccapriccio narrare quello che fanno: orrori, atrocità e scelleratezze senza fine. Qualche mese dopo la deputazione provinciale di Avellino chiese al governo «una legge di eccezione che valga a distruggere il sempre rinascente brigantaggio; avendo finora provato, e con troppo danno nostro, di non bastare all’uopo le istituzioni che abbiamo». Nel dicembre del 1862 il deputato pugliese Sigismondo Castromediano trasmise alla camera le lamentele di Terra d’Otranto, dove il brigantaggio «non è perseguitato» con determinazione. Negli stessi giorni il sindaco di Monopoli convocò, con militari e guardie nazionali, un consiglio di guerra per condannare un brigante catturato, ma fu bloccato dal generale Regis, che ritenne la procedura scorretta. Questi, per risposta alla mancata fucilazione si trovò contro, scrisse: «Dimissione in massa Municipio, Guardia Nazionale, Popolo tumultuante». Un imprenditore di Foggia sostenne che fino ad allora si era fucilata «poca gente» (Molfese, 1964, p. 110). Secondo lo stesso generale La Marmora, che prese il posto di Cialdini a Napoli, in molti casi si spingeva alla vendetta ed agli estremi rigori. Nel dicembre del 1861 un gruppo di cittadini lucani residenti a Napoli, fondarono l’Associazione di mutua difesa contro il brigantaggio. Con un manifesto, iniziative e comizi nei comuni per promuovere sottoscrizioni e forze di autodifesa. Le critiche si moltiplicarono nel momento in cui le bande a cavallo iniziarono l’offensiva. Un esempio, tra i tanti, fu la polemica furibonda scatenata a Potenza con il comandante locale delle truppe italiane, Giacinto Avenati (e poi con La Marmora). Il 7 maggio 1862 il Consiglio comunale votò un documento proposto dall’assessore e canonico Rocco Brienza, un vecchio cospiratore unitario, popolare in Basilicata, chiedendo perché il «brigantaggio che tuttavia infierisce nelle nostre contrade… non venga convenientemente combattuto e perseguitato». Il Consiglio, con una maggioranza di sedici contro uno, affidò all’assessore l’incarico di un testo che considerò insufficiente l’azione dell’esercito, visto che «si stanno incessantemente registrando rapine, disonori, incendi, stragi e morti. È più di un anno che ai superstiti è dato deplorare la perdita dei più cari, di persone agiate, paventare per quelli che sono già segno alla reazione per amore di patria e per tenace attaccamento all’Eletto del Plebiscito del 21 ottobre 1860. L’ennesima conferma dell’intensa pressione dei gruppi politici a favore di una violenta repressione del brigantaggio. Nell’agosto del 1862 Luigi Settembrini, uomo forte dell’Università di Napoli e potente opinionista della destra, scrisse al fratello Giuseppe che i «nostri dovrebbero far capire al governo che senza uno espediente forte, senza questo espediente, qui non ci sarà mai quiete, ne mai possibilità di governare» (Settembrini, 1894, p. 190). I provinciali unitari, o semplicemente gli attori civili locali, più di chiunque altro, chiesero sempre azioni implacabili, richiamandosi ad un passato del brigantaggio e della guerra rurale che ritenevano di conoscere meglio di ogni altro. Lettere e petizioni di sindaci, notabili, intellettuali riproposero sistematicamente questo schema. Le richieste di misure speciali erano concordi tra deputati, accademici, magistrati (con qualche eccezione), sindaci, prefetti, consiglieri provinciali, imprenditori, ufficiali di guardia nazionale, ma i dirigenti della sinistra erano tra i più spietati; nel mese di marzo del 1863 l’ultra mazziniano “Popolo d’Italia” attaccò violentemente il governo perché lo ritenne debole e poco repressivo verso i civili sostenitori dei briganti: «non ha preso mai alcuna seria risoluzione a questo riguardo». L’ex ufficiale garibaldino napoletano Luigi Gargiulo, in un libretto pubblicato a Milano, propose di «far evacuare tutt’i monasteri e conventi trovansi nelle campagne, o fuori l’abitato», e una legge per sottoporre «a consigli di guerra subitanei i briganti ed i loro manutengoli» .
La Legge Pica fu il punto d’arrivo di questa poderosa pressione dei provinciali, e del loro massimo accordo con governo e soprattutto con i vertici militari, che con la stessa determinazione chiedevano potere e strumenti per affrontare definitivamente la repressione della guerra. Il voto, ottenuto a larghissima maggioranza, il dibattito parlamentare e i passaggi gestiti da Massari nei mesi precedenti servirono a mostrare anche al ceto politico e alle forze impegnate nel Mezzogiorno l’efficace risposta dello Stato unitario alle proprie istanze. Lo ammise alla Camera proprio il deputato napoletano duca di San Donato, uno dei (pochi) intransigenti oppositori della legge, che disse : Debbo fare pure un’altra dolorosa dichiarazione, ed è che il mio voto è nella massima minoranza non solo in questa assemblea ma anche al di fuori. Disgraziatamente è nella generale idea delle popolazioni delle province meridionali che vi sia bisogno assolutamente di una legge severa, severissima, nel reprimere il brigantaggio, quasi che tutto quello che si è fatto fino ad ora abbia prodotto un qualche alleviamento ai loro dolori e sia anche riuscito a menomare il flagello del brigantaggio.
La volontà di condizionare la politica nazionale e la difesa del nuovo assetto di potere politico ed ideologico emerse con altrettanta forza proprio nella scelta di legalizzare le misure straordinarie, che diventarono il vero terreno d’incontro tra i gruppi politici provinciali e l’arcipelago unitario nazionale. Una linea che non si arrestò con l’approvazione della legge (che pure creò problemi, criticità, drammi e prepotenze). Mazziotti, notabile della destra meridionale, si indignò quando La Marmora solo accennò a una diminuzione delle truppe nel Mezzogiorno (ottobre 1863). Questa richiesta continuò fino agli anni Settanta. Nel 1867, 37 consigli comunali del casertano e del Molise inviarono una petizione alla camera per richiedere le misure straordinarie contro i briganti e «organizzare alcune bande volanti di militi e di guardia nazionale». Poi diventarono più sporadiche, ma continuarono almeno fino al 1870 (e in qualche caso oltre), testimoniate negli interventi parlamentari su petizioni di vari comuni. La guerra era vinta, i pochi superstiti del brigantaggio resistettero qualche anno, ma i nazionalisti italiani avevano eliminato la resistenza armata al nuovo Stato.

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L’ATTACCO dello STATO ALL’INDUSTRIA MERIDIONALE

La storiografia ufficiale sostiene che, con l’abbattimento dei dazi doganali protezionistici e l’introduzione nel Sud, il 24 settembre del 1860, della tariffa libero -scambista, fu la concorrenza dei prodotti del Nord ed esteri a mettere in ginocchio l’industria e l’agricoltura meridionali, che, secondo questa tesi, si reggevano in piedi solo per il sistema protezionistico. In realtà, questo è falso perché mentre l’industria settentrionale copriva a stento il fabbisogno del suo mercato, il Sud, al contrario, esportava manufatti (oltre ai prodotti agricoli) in tutto il mondo grazie alla sua enorme flotta mercantile.
Perché allora l’industria meridionale scomparve, malgrado fosse globalmente considerata ad un livello superiore a quella del nord? La concorrenza estera c’era sia al Nord sia al Sud, eppure il primo sopravvive e si sviluppa mentre il Sud perde terreno anche nei settori in cui, al momento dell’unità, era alla pari o ad un livello più avanzato.
I fatti, al di là delle opinioni, dicono che mentre i fiori all’occhiello dell’economia meridionale, che erano al primo posto, nei relativi settori, al momento dell’unità, come l’industria metalmeccanica di Pietrarsa, i cantieri navali (come Castellamare di Stabia), gli stabilimenti siderurgici di Mongiana o Ferdinandea, l’industria tessile e le cartiere, cadono in abbandono o sono immediatamente chiusi mentre, contemporaneamente, al Nord sorgono quasi dal nulla analoghi stabilimenti come l’arsenale di La Spezia o colossi come l’Orlando.
In realtà fu messo in opera un preciso disegno dei “vincitori sul campo” il quale fece sì che il Nord si sviluppasse a danno del Sud: l’asse Torino – Milano – Genova doveva avere il monopolio dell’industria italiana, al Sud fu assegnato un ruolo prevalentemente agricolo e di fornitore di mano d’opera per l’industria nordica. “Il dissidio tra la Lombardia…e molta altra parte d’Italia ha origini in una serie di fatti: sopra tutto il sacrificio continuo che si è fatto degli interessi meridionali“. “Le industrie del già Regno delle Due Sicilie sono state sventuratamente né apprezzate né conosciute da coloro che purtroppo avevano obbligo di considerarle, e però quando i suoi più grandi interessi sono stati discussi davanti al Parlamento nazionale si è avuto dolorosamente il rammarico di vederli trattati leggermente come cosa di picciol conto”.

Passiamo ad esaminare i casi più eclatanti:
a) Nel 1861, l’ingegner Sebastiano Grandis, incaricato da Torino di stendere una relazione su Pietrarsa, curiosamente ne esagerò i difetti magnificando, nel contempo, i pregi della Ansaldo di Genova che aveva, in più, dalla sua, anche una “benemerenza politica” risorgimentale visto che “sostenne nascostamente la spedizione di Garibaldi [con la fornitura di armi] e lo incitò all’azione”. Così “Delle 600 locomotive occorrenti alle linee ferroviarie del Sud, solo un centinaio fu appaltato a Pietrarsa” che, dopo vari passaggi di proprietà, nel 1885 la fabbrica viene addirittura declassata a officina di riparazione e nel 1900 ebbe un rapido declino fino ad essere chiusa definitivamente il 20 dicembre 1975 (attualmente è sede di un Museo ferroviario stranamente chiuso). Nel 1885 l’esercizio della rete nazionale delle ferrovie fu data a tre società (Adriatica, Mediterranea e Sicula) “tutte a capitale settentrionale, ebbero i loro centri tecnici e direzionali al nord ed accentrarono commesse ed acquisti di materiali rotabili e di ogni genere all’estero ed al nord”
b) Mongiana, già nel 1862, viene inclusa tra i beni demaniali da alienare, la produzione siderurgica viene più che dimezzata come pure il numero dei dipendenti che erano ben 1500; la ferriera di Atina, al momento dell’unità in costruzione con due altoforni già pronti, viene chiusa subito; contemporaneamente si registra il potenziamento di analoghi complessi nell’area ligure-piemontese come l’Ansaldo, che prima del 1860 contava soltanto 500 dipendenti e dopo due anni li raddoppia. Alla fine, il 25 giugno 1874, in “ottemperanza” alla Legge 23 Giugno 1873, Mongiana venne chiusa e fabbriche, officine, forni di fusione, boschi, segherie, terreni, miniere, alloggi e caserme, tutto il complesso diventò la “casa di campagna” di Achille Fazzari, ex garibaldino, che l’acquistò per poco più di cinquecentomila lire; una triste fine per un opificio che aveva collezionato premi nazionali ed internazionali per la bontà delle sue realizzazioni (Esposizione industriale di Firenze del 1861 e di Londra del 1862).
c) Paradigmatico, poi, è l’esempio della Marina mercantile meridionale: prima dell’unità era la quarta del mondo, dopo il 1860 il governo di Torino preferisce stanziare anticipi di capitale e sovvenzioni per le società di navigazioni genovesi e le nega a quelle meridionali che furono così costrette a ridurre e sospendere ogni attività “il trentennio dal 1860 al 1890 segnò per l’armamento a vapore napoletano un periodo di decadenza e di stasi completa”; nel ventennio 1879-1898 le commesse alla cantieristica del Sud furono solo il 33% del totale nel settore pubblico e circa l’11% di quello privato. “Quando nel 1861 il governo di Torino bandì le gare per gli appalti dei servizi postali marittimi, le vecchie e prestigiose società di navigazione napoletane non ebbero neanche l’invito a concorrere alle gare…vinte dagli armatori liguri e tra essi il Ribattino che aveva avuto un ruolo importante nell’impresa garibaldina del 1860”. Il governo preferì, quindi, favorire le compagnie “più vicine … e sostenute da autorevoli referenti politici”.
d) Per quanto riguarda la Marina Militare, Quintino Sella, nel nuovo parlamento italiano, affermò “Quale cosa più bella che togliere da quel porto [Napoli] gli stabilimenti militari per accrescere vantaggi al commercio?”, così lo stato italiano preferì costruire il nuovo arsenale di la Spezia, provocando la rovina di quello all’avanguardia dell’ex capitale del Regno delle Due Sicilie.
e) Anche il settore tessile fu danneggiato dalla mancanza di commesse, comprese quelle delle Forze Armate che prima vestivano i 100mila militari dell’esercito delle Due Sicilie, come comunicato, invano, dalla giunta provvisoria di commercio di Napoli “Oggi i fornitori dell’esercito lontani da questa parte d’Italia non hanno alcun pensiero o riguardo ai prodotti dell’industria nostrale….si rivolgono ai prodotti stranieri…si arreca danno inestimabile alla nostra industria”; poco dopo l’unità il famosissimo opificio di S. Leucio vide sospendere la produzione, poi dato in appalto ad un piemontese, successivamente passò al Comune, poi in fitto ai privati e nel 1910 fu chiuso per sempre.
f) Per quanto riguarda la fiorente industria della carta lo Stato abbassa il dazio di esportazione degli stracci, materia prima per l’industria cartaria, favorendo gli esportatori di Genova e Livorno che indirizzarono i loro affari soprattutto all’estero penalizzando gli opifici meridionali; in più le commesse editoriali statali ristagnano e vengono affidate quasi tutte a tipografie torinesi, nessun libro edito al Sud fu poi adottato nelle materie di insegnamento della scuola; per tutti questi motivi la Campania perse gli antichi primati retrocedendo, a venti anni dall’unificazione, al terzo posto tra le regioni italiane mandando così sul lastrico migliaia di operai.

I dispacci, nei quali la prefettura di Napoli, fin da subito dopo l’unità, informavano delle crescenti difficoltà dell’industria meridionale nel suo complesso erano “letti distrattamente a Torino”. Nel Sud, all’anno 1861, gli addetti ai vari tipi di attività industriali erano il 51% del totale degli occupati dell’industria italiani (dati censimento ufficiale), nel 1951 (dati del censimento ufficiale) il 12.8%; si era quindi attuato, in 90 anni, un vero e proprio processo di deindustrializzazione.
Ricordiamo, per inciso, che, in ogni caso, l’industria italiana nei primi novantanni postunitari rimase a livelli molto inferiori alla media europea, il paese rimase sostanzialmente agricolo tanto che fino agli anni 50 del 1900, con il cosiddetto “miracolo economico”, le maggiori entrate del bilancio dello stato erano dovute alle esportazioni di agrumi meridionali e alle rimesse degli emigranti, anch’essi in gran parte del Sud; ancora nel 1954 il 42,4% della popolazione attiva italiana era occupata nell’agricoltura contro il 31.6 % dell’industria.

Concludendo, affermiamo che gli strumenti di questa politica vessatoria per il Mezzogiorno furono: l’accresciuto prelievo fiscale fino ad un vero e proprio sfruttamento, il drenaggio dei capitali, la strozzatura del credito, gli investimenti pubblici preferenziali per il nord e la diminuzione delle commesse alle imprese del Sud. Considerato tutto questo, non fa meraviglia che la frattura economica Nord-Sud si cominciasse a delineare dopo 20 anni d’unità, e che dopo 40 era già netta, ma che l’economia meridionale abbia retto per decenni ad una simile politica di rapina sistematica: “il grosso del dislivello in termini di reddito pro capite e di struttura industriale si formò dopo l’unità, e segnatamente tra la fine degli anni Ottanta e lo scoppio della prima guerra mondiale”.
A causa della dissennata politica economica e fiscale del governo unitario l’incidenza del reddito del Sud su quello complessivo del regno d’Italia scende, dal 1860 al 1900, dall’iniziale 40% al 22%. Il legittimista Giacinto de Sivo commentò che per “usurpare la Monarchia [borbonica] si percosse la nazione [meridionale]”.
Giuseppe Ressa
Si ringrazia il blog “Le Città del Sud” per il video.

L’ E.V.I.S.

L’Esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia (EVIS), in siciliano Esèrcitu vuluntariu pâ nnipinnenza dâ Sicilia, fu una formazione paramilitare clandestina, creata da Antonio Canepa (conosciuto con lo pseudonimo Mario Turri), che ne fu il primo comandante, nel febbraio del 1945. Rappresentò la formazione armata separatista fiancheggiatrice del Movimento Indipendentista Siciliano (MIS).
Si prefiggeva il sabotaggio del governo italiano con azioni di guerriglia, e di imprimere al processo indipendentista siciliano una soluzione repubblicana. Nel novembre del 1944, durante il primo congresso del Movimento Indipendentista Siciliano che si celebrò a Taormina, venne presa la decisione di utilizzare anche la lotta armata clandestina, anche sulla scorta di fatti di sangue, come ad esempio la strage del pane, avvenuta a Palermo nell’ottobre precedente. L’EVIS nacque così nel febbraio 1945 a Catania, su impulso di Antonio Canepa, come gruppo di lotta armata, ma anche primo nucleo di quello che sarebbe dovuto diventare l’esercito regolare di una futura Repubblica Siciliana. La sua costituzione, essendo clandestina, non verrà ufficialmente riconosciuta dal MIS. Organizzato in gruppi, inizialmente formato da circa cinquanta giovani; si riuniva e operava in clandestinità. Il modello applicato era quello dell’Esercito popolare di liberazione dei partigiani jugoslavi, ma Canepa, purtroppo non ne ebbe il tempo di organizzarsi, perché morì un paio di mesi dopo.
Infatti insieme a cinque compagni, fu intercettato il 17 giugno del 1945 da una pattuglia di tre carabinieri in contrada Murazzo Rotto vicino Randazzo (CT) e fu ucciso in un conflitto a fuoco insieme con altri due militanti, in circostanze non del tutto chiare e ancora oggi al centro di un dibattito scaturito dalle interpretazioni delle diverse versioni dei verbali ufficiali. Insieme a lui morirono il braccio destro, Carmelo Rosano di 22 anni, e Giuseppe Lo Giudice, di 18 anni. Una pattuglia composta dal carabiniere Calabrese, dal vicebrigadiere Cicciò e comandata dal maresciallo Rizzotto, intimò l’alt al mezzo che non si fermò. Nella sparatoria – conclusa con l’esplosione di una bomba a mano – Lo Giudice morì sul colpo, Rosano e Canepa, in ospedale. Nando Romano sarebbe riuscito a sopravvivere, Antonino Velis e Pippo Amato, fuggirono nelle campagne circostanti. Secondo recenti studi si fa strada l’idea che nell’omicidio del leader dell’EVIS vi sia la mano combinata di servizi segreti internazionali perché gli accordi di Yalta avevano già stabilito che la Sicilia dovesse far parte dell’Italia pertanto era necessario neutralizzare i focolai separatisti. Con la sua morte, l’EVIS subì uno sbandamento. Il comando fu affidato brevemente a un altro leader del Mis, Attilio Castrogiovanni, e dopo il suo arresto, a Concetto Gallo (pseudonimo Secondo Turri o Turri II). Gallo, con i vertici del Mis, sia i separatisti catanesi come Andrea Finocchiaro Aprile, legati ai nobili Guglielmo e Ernesto Paternò Castello di Carcaci e Paternò Castello – Marchese di San Giuliano, sia dell’ala palermitana, dove emergevano il barone Lucio Tasca Bordonaro d’Almerita, il barone Stefano La Motta di Monserrato e il principe Giovanni Alliata Di Montereale, avallarono nell’agosto 1945 l’alleanza con Salvatore Giuliano, che fu nominato tenente colonnello dell’Evis. Contemporaneamente partecipò anche Calogero Vizzini, capo della cosca mafiosa di Villalba, il quale assoldò la banda dei “Niscemesi”, guidata dal bandito Rosario Avila, che incominciò la guerriglia compiendo imboscate contro le locali pattuglie dei Carabinieri.In realtà dopo la morte di Canepa al posto dell’EVIS fu fondata la GRIS (Gioventù Rivoluzionaria per l’Indipendenza della Sicilia) ma i documenti ufficiali indicano genericamente EVIS le formazioni paramilitari separatiste. Il 29 dicembre 1945 nelle montagne intorno a Caltagirone ci fu l’ultimo scontro a fuoco, detto Battaglia di San Mauro, tra circa 60 militanti evisti e i reali carabinieri insieme con militari della divisione Sabauda, che provocò 58 morti tra gli indipendentisti e 2 morti tra i militari italiani, tra cui un carabiniere. Circa 3.000 uomini, comandati dal generale Fiumara dotate di mezzi e di armi pesanti. Un evento che ebbe riconoscimento politico anche in campo internazionale.
La battaglia si protrasse dalle 9,30 del mattino fino al tardo pomeriggio e si concluse dopo che Concetto Gallo fece defilare tutti i suoi uomini attraverso sentieri inaccessibili con lo scopo di restare solo ad affrontare, con il suo suicidio, la resa finale. Contravvenendo agli ordini dello stesso Gallo, due giovani “evisti”, Giuseppe La Mela e Amedeo Bonì, restarono al fianco del loro comandante fino alla fine, rappresentata dalla cattura. Mentre il suicidio, tentato, non era riuscito.Il giovane palermitano Raffaele Di Liberto ferito gravemente perse la vita dopo un lungo e vano peregrinaggio da un posto all’altro in cerca di soccorso. Al di là del coraggio e del valore dei combattenti siciliani, la battaglia, fù una sconfitta per l’Evis ma dal punto di vista politico e storico fu, invece, una grande vittoria anche per la risonanza e il riconoscimento riscossi in campo internazionale.
E le azioni di guerriglia continuarono, al punto tale da indurre il governo italiano ad aprire una trattativa con i dirigenti del Separatismo Siciliano, fra i quali Antonino Varvaro e Andrea Finocchiaro Aprile che, con Francesco Restuccia, erano stati internati nell’isola di Ponza. Così fra i rappresentanti del separatismo armato e i rappresentanti del governo italiano, furono tracciati i contenuti dello Statuto Siciliano redatto per le vie istituzionali e successivamente, legittimato formalmente con specifico decreto legislativo, dal Re d’Italia Umberto II e da tutti i componenti del governo italiano in data 15 maggio 1946. Dal gennaio 1946 le ultime formazioni eviste furono di fatto sciolte e concessa l’autonomia speciale alla Sicilia, e gli evisti in carcere furono amnistiati e liberati. Giuliano invece, rifiutò di deporre le armi e continuò con la sua banda, per quattro anni, gli scontri sia con le forze dell’ordine.
Oggi quei valorosi combattenti sono stati dimenticati e quel sangue versato per ottenere uno Statuto speciale è stato vano perchè in effetti lo statuto non è mai stato integralmente applicato. Una vanificazione concreta della specialità che lo caratterizza, nonché il tradimento unilaterale del patto, in forza del quale era stata abbandonata, da parte separatista, la lotta armata per l’indipendenza della Sicilia. Così anche la Sicilia come tutto il sud è stato totalmente asservito agli interessi del Nord-Italia. Un asservimento ininterrotto dal 1860.
Ascarismo, corruzione e antisicilianismo della quasi totalità dei partiti e degli uomini che hanno governato la Sicilia da quel 15 maggio 1946 fino a oggi. Così la Sicilia come tutto il sud è ancora oggi, di fatto, una colonia interna dello Stato Italiano.

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Bandiera dell’EVIS, febbraio 1945 – gennaio 1946
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Il cippo di Monte San Mauro in ricordo della battaglia dell’Evis


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Antonio Canepa, noto anche con lo pseudonimo di Mario Turri (Palermo, 25 ottobre 1908 – Randazzo, 17 giugno 1945), è stato un docente e politico italiano, fu comandante dell’Esercito volontario per l’indipendenza della Sicilia (EVIS).
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Concetto Gallo (Catania, 11 gennaio 1913 – Palermo, 1º aprile 1980) è stato un politico italiano, esponente del Movimento Indipendentista Siciliano (MIS). Nell’agosto 1943 partecipò alla costituzione del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia, di cui presto divenne uno dei leader, capofila, insieme a Antonio Canepa, di chi sosteneva la lotta armata clandestina. Morto Canepa, nell’agosto del 1945 fu messo a capo dell’EVIS, il cosiddetto esercito separatista, con lo pseudonimo di Secondo Turri. Fu alle sue dipendenze quindi il bandito Salvatore Giuliano che nominò tenente colonnello dell’EVIS. Il 29 dicembre fu arrestato dopo uno scontro a fuoco con i Carabinieri. Quando nel giugno 1946 fu eletto deputato all’Assemblea Costituente nelle liste del MIS, fu scarcerato il 1º luglio. Nel settembre 1946 fu richiesta l’autorizzazione a procedere nei suoi confronti come “responsabile di insurrezione armata nei confronti dello Stato”, per l’omicidio di un sottufficiale dei Carabinieri e il ferimento di altri militi dell’Arma. La Camera concesse l’autorizzazione, ma negò l’arresto.
Nell’aprile 1947 fu eletto deputato all’Assemblea regionale siciliana. Nel 1951 si ricandidò con il MIS all’Ars ma non fu rieletto.
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Andrea Finocchiaro Aprile (Lercara Friddi, 26 giugno 1878 – Palermo, 15 gennaio 1964) è stato un politico italiano, leader del Movimento per l’Indipendenza della Sicilia (MIS).
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Salvatore Giuliano, noto come il bandito Giuliano, il Re di Montelepre, detto “Turiddu” (Montelepre, 16 novembre 1922 – Castelvetrano, 5 luglio 1950 ?). A capo di una banda armata, per alcuni mesi sfruttò la copertura dell’EVIS, il braccio armato del Movimento Indipendentista Siciliano attivo a partire dalla fine della seconda guerra mondiale. Tanti i misteri che ruotano attorno alla sua figura: Turiddu, come lo chiamavano i suoi, era al tempo stesso uomo amato dalla sua terra e bandito terribile di cui persino i servizi segreti internazionali si occuparono. Nel secondo dopoguerra la Sicilia deteneva il deprimente primato nazionale di uccisioni, rapine, sequestri ed estorsioni e le Forze dell’Ordine, anche per i tristi trascorsi siciliani, spesso erano “strumento di oppressione e soprusi ai servizi del signore più forte”. Montelepre era un piccolo paesino su un colle nella Sicilia occidentale e aveva sempre covato il seme della ribellione e dell’insofferenza al potere, imposto con la forza, sin dai tempi della carboneria mazziniana. la seconda guerra mondiale aveva lasciato tanta miseria e le elezioni italiane del giugno 1946 avevano messo la DC con il governo De Gasperi alla guida del paese: ovunque in Sicilia serpeggiava il malcontento della popolazione, affamata e senza lavoro, che si fece sentire da più parti, il contrabbando diviene un’alternativa di sopravvivenza, così inizia la storia di Salvatore Giuliano. La storia e che destano numerosi interrogativi ai quali ancora nessuno sa o vuole rispondere, come quello sulla strage di Portella della Ginestra:- “ Ero la vedetta di Salvatore Giuliano, andavo a prendere il pane, gli portavo le sigarette e Giuliano non ha mai sparato a Portella della Ginestra. L’ho visto Giuliano a Portella, l’ho visto quando è andato e l’ho visto quando è tornato, lui era un bandito, non era cattivo, se aveva un pezzo di pane lo dava a chi aveva più fame di lui”. Secondo quanto dice l’uomo la strage venne ordinata dalla mafia e dalla politica di allora –“per mettere il popolo siciliano contro Giuliano, la mafia doveva consegnare alla giustizia Giuliano morto perché sapeva troppe cose”. Nel 2016 si sarebbe dovuta attuare la desecretazione degli atti relativi alla strage di Portella ma ad oggi siamo ancora in attesa. Accanto a Salvatore Giuliano gravitavano pezzi della mafia, dello Stato e dei servizi segreti: qual è la verità sul suo conto e sulla sua morte? Tanti gli interrogativi che non trovano risposta come quello che ruota attorno alla morte del bandito ed ecco che il testimone racconta di un appuntamento a Borgetto al quale Turiddu si presentò vestito in abiti eleganti il 6 luglio del 1950 ma la morte di Giuliano risalirebbe al 5 luglio 1950 e le foto mostrano una scena che è molto lontana simile a una scenografia. Il corpo ritrovato era davvero il suo? L’Europeo, nel 1950 titolava ‘Di sicuro, c’è solo che è morto’, eppure neanche questa è mai stata una certezza.

BRIGANTI SIETE VOI!

“Per quei vieni la violenza è un diritto, per tanti vieni la violenza è un delitto .. Voi potete rubare, violentare, uccidere, e nessuno vi condannerà.”. Per più di un secolo e mezzo, ben 159 anni, in cui bugie, menzogne e verità nascoste, hanno azionato quel subdolo meccanismo di denigrazione della popolazione meridionale, talmente oliato un dovere da aver coinvolto anche alcune persone abitanti del Sud. La storia o meglio gli “illustri” storiografi che l’hanno riportato e pubblicato sui libri di scuola, ha sempre raccontato l’unico colpevole dei problemi del Meridione, è stato il Regno Borbonico e il governo dei Borbone, era supportato dal carattere superficiale e indolente dei suoi sudditi che con la filosofia della vita “bast’ che c’è sta ‘o sol”, i meridionali pigri e svogliati quali erano, trascorrevano le giornate da nullafacenti in attesa che qualche miracolo gli procurasse di che vivere. Invece al “buon” Piemonte non interessava per niente l’Unità d’Italia, ai Piemontesi interessava la conquista delle ricchezze del Sud, delle sue riserve auree, delle sue fabbriche. Dal 1860 al 1870 i nuovi pirati, i piemontesi, riuscirono a depredare tutto quel che c’era da prendere, svuotarono le casse dei comuni, quelle delle banche, quelle dei poveri contadini, quelle delle comunità religiose, dei conventi; saccheggiarono le chiese e le campagne; smontarono i macchinari delle fabbriche per montarli al Nord; rubarono opere d’arte di valore inestimabile, quadri, vassoi, statue. Le miniere di ferro, il laboratorio metallurgico della Mongiana in Calabria; le industrie tessili della Ciociaria; le manifatture di Terra di Lavoro; i cantieri navali sparsi per tutto il Mezzogiorno; la magnifica fabbrica di Pietrarsa, i monti frumentari, le scuole pubbliche e soprattutto la dignità e la libertà furono tolte ai meridionali. Il 1861 è un anno che ogni UOMO al mondo sta pensando, non per la pseudo unità di Italia imposta con la forza, ma perché è il Savoia iniziarono il massacro del Sud. Questa è la verità, ed ecco comparire i Briganti. Cannoni contro città indifese; baionette conficcate nelle carni di giovani, preti, contadini; donne violentate e sgozzate; vecchi e bambini trucidati. Case e chiese saccheggiate, monumenti abbattuti, libri bruciati, scuole chiuse. La fucilazione di massa divenne pratica quotidiana. Dal 1861 al 1871, un milione di contadini furono abbattuti; anche se i governi piemontesi su questo massacro non fornivano dati, perché nessuno doveva sapere. Col termine Briganti, coloro che hanno raccontato la storia, hanno voluto volontariamente mortificare tutta quella parte di popolo, che si era ribellata, ancora una volta, all’invasore: “Combattemmo, nella nostra terra, una guerra legittima di liberazione e di resistenza contro una cultura ed un popolo stranieri, difendemmo palmo a palmo, case, terre e famiglie da una rivoluzione che non poteva e non doveva essere nostra, uccidemmo e morimmo come i tanti e sconosciuti eroi di una contro-rivoluzione che ci aveva già visto combattere e morire in Francia o in Spagna, nel 1799 come nel 1820, nel 1848 come nel 1860. ”Una delle più crudeli accuse e più inique è dire che i contadini meridionali amano l’ozio; ho visto molta gente lavorar meglio, nessuno lavorar più. La miseria crudele non ha ucciso le intime energie della razza, l’anima essenziale della stirpe; il brigante e l’emigrante con la rivolta e con l’esodo sono la prova di una mirabile capacità espansiva. – Che cosa farai? – io chiedevo al vecchio contadino che partiva. – Chi lo sa! – egli mi rispondeva. Non chiedeva nulla, non voleva nulla. Andava a lottare, a soffrire; aspirava alla sazietà. In altri tempi sarebbe stato brigante o complice; ora andava a portare la sua forza di lavoro, il suo misticismo doloroso nella terra lontana, a costituire forse con i suoi compagni quella che dovrà essere la nuova Italia. O povera gente così forte e così infelice, così buona e così calunniata! (Francesco Saverio Nitti 1899). Voi mi chiederete, perché il brigantaggio non esiste più quando molte cause permangono? Perché noi mandiamo ogni anno fuori di Europa, dal solo Mezzogiorno continentale, un vero esercito di quasi cinquanta mila persone e i contadini di Basilicata, delle Calabrie, del Cilento, che non chiedono nulla allo Stato, nemmeno bonifiche derisorie, nemmeno consorzi mentitori, nemmeno tariffe di protezione, danno il contingente più largo. Io vorrei fare, io farò forse un giorno una carta del brigantaggio e una dell’emigrazione e l’una e l’altra si completeranno e si potrà vedere quali siano le cause di entrambi. In tutto il resto le cose non sono mutate. La massa degli intermediari è cresciuta, è altresì strabocchevolmente aumentato il numero dei professionisti. Vi erano nel regno di Napoli centomila ecclesiastici un tempo: maggiore è forse oggi, nelle province che lo componevano, il numero dei professionisti laureati e diplomati. E almeno gli ecclesiastici non si sposavano e non chiedevano alle amministrazioni impieghi per i figliuoli. Le terre pubbliche sono state usurpate, usurpate contro la legge, e noi abbiamo assistito spettatori silenziosi a tanto male. Le imposte sono cresciute e cresciute su chi non può pagarle: e sono insostenibili e crudeli. Non una parola di amore ha portato la civiltà nuova a tante sofferenze, non una parola di pace. I contrasti sono ancora stridenti; e così assorbiti come siamo dalle nostre miserie, dalle nostre vanità, dalle nostre preoccupazioni, noi chiudiamo gli occhi a tutto e non vediamo. In un’ora difficile, in un’ora di periglio, il male sopito ora potrebbe divampare. Abbiamo costruito alcune ferrovie ed è stato un bene anche quando non rappresentano un’attività; abbiamo imposta, sia pure con poca efficacia, l’istruzione obbligatoria, e il popolo, se ha imparato molte cose inutili, alcune utili ha appreso. L’esercito, per fortuna nostra non ancora basato sull’ordinamento territoriale, che vorrebbe dire la fine dell’unità, ha avuto un vantaggio: centinaia di migliaia dei nostri contadini sono usciti dai loro paesi, hanno visto nuove città, hanno sopra tutto dimenticato. Gli odii trasmessi per eredità, acuiti dalla vicinanza, esacerbati dalla ingiustizia, sono qualche volta diminuiti. Il contadino ha acquistato un più alto concetto di sé; chi ricorre a lui, sia pure per il voto, per la sovranità fittizia del momento, non può esser sempre inumano. V’ho detto che cosa sia stato il brigantaggio: vi ho raccontato tutta una storia di dolore. Ora permettete che io mi chieda: abbiamo noi rimosse le cause del male? La stessa domanda si rivolgeva venti anni or sono Pasquale Villari, e rispondeva con tristezza che le cause esistono tuttavia. Alcune, e le principali, non solo non sono state eliminate, ma in qualche punto si sono inacerbite. L’Italia nuova non ha avuto il suo Manhès; ma le persecuzioni sono state terribili, qualche volta crudeli. Ed è costata assai più perdite di uomini e di danaro la repressione del brigantaggio di quel che non sia costata qualcuna delle nostre infelici guerre dopo il 1860. Nei nostri Parlamenti si fa sovrastare ora il pericolo dei dinamitardi; allora non v’era la dinamite e si parlava con terrore dei fuochisti, miserabili contadini che a ogni agitazione volevano riprender le terre che gli altri usurpava. E la monarchia trovava la difesa appunto nel divampare degli odii popolari. Così Francesco II cercò di salvarsi nel 1860, impiegando la stessa politica che più di sessant’anni prima avea salvata la corona del suo bisavolo. L’esercito disciolto, proprio come nel 1799, fu il nucleo del brigantaggio, come la Basilicata ne fu il gran campo di azione. Anche allora uomini di fede pura lasciarono la vita miseramente. I briganti entrarono nelle borgate e nelle città, ebbero i loro generali, i loro capi, i loro protettori, i loro sfruttatori; fu l’esplosione di tutti gli odii, fu il divampare di tutte le vendette. Sopra tutto al sorgere del brigantaggio nel nord-est della Basilicata, fra i trucidati furono alcuni uomini che erano per la virtù della vita e la nobiltà delle idee onore della loro terra. Ma più tardi la politica entrò solo in parte, come mezzo di unione e di rallegamento. Il popolo non comprendeva l’unità, e odiava sopra tutto i ricchi, e riteneva che il nuovo regime fosse tutto a loro benefizio.

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Carmine Donatelli, detto Crocco (Rionero in Vulture, 5 giugno 1830 – Portoferraio, 18 giugno 1905), è stato un partigiano duosiciliano, tra i più noti e rappresentativi del periodo risorgimentale. Era il capo indiscusso delle bande del Vulture, sebbene agissero sotto il suo controllo anche alcune dell’Irpinia e della Capitanata.

Nel giro di pochi anni, da umile bracciante divenne comandante di un esercito di duemila uomini e la consistenza della sua armata fece della Basilicata uno dei principali epicentri del brigantaggio post-unitario nel Mezzogiorno continentale. Dapprima militare borbonico, disertò e si diede alla macchia. In seguito, combatté nelle file di Giuseppe Garibaldi, poi per la reazione legittimista borbonica, distinguendosi da altri briganti del periodo per chiara e ordinata tattica bellica e imprevedibili azioni di guerriglia, qualità che vennero esaltate dagli stessi militari sabaudi.
Alto 1,75 m, dotato di un fisico robusto e un’intelligenza non comune, fu uno dei più temuti e ricercati partigiani del periodo post-unitario, guadagnandosi appellativi come “Generale dei Briganti”, “Generalissimo”, “Napoleone dei Briganti”, su di lui pendeva una taglia di 20.000 lire.





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Giuseppe Caruso, soprannominato Zi’ Beppe (Atella, 18 dicembre 1820 – Atella, 1892), è stato un partigiano duosiciliano, tra i più distintivi del brigantaggio lucano. Assieme a Giovanni “Coppa” Fortunato e a Ninco Nanco fu uno dei più spietati luogotenenti di Carmine Crocco ma, dopo essersi consegnato alle autorità sabaude nel 1863, fu anche uno dei responsabili della repressione del brigantaggio nel Vulture. Stando a quanto affermato da Crocco, Caruso uccise 124 persone in circa quattro anni di latitanza.
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Teodoro Gioseffi, soprannominato Caporal Teodoro (Barile, 1825 – …), partigiano duosiciliano. Nel mese di aprile 1861, periodo di massima esplosione del brigantaggio in Basilicata, Teodoro si arruolò nella banda di Carmine Crocco, per poi passare sotto il comando di Ninco Nanco e quindi del generale spagnolo José Borjes (alleato di Crocco), partecipando all’occupazione dei comuni di Trivigno, Vaglio, Bella, Ruvo del Monte, Pescopagano e Pietragalla nel periodo autunnale del 1861. Quando Crocco ruppe la coalizione con Borjès, Caporal Teodoro prese il comando della banda di Botte, suo compaesano, avendo sotto il suo controllo San Fele, Ruvo del Monte, Rapone e Monticchio.

L’Olocausto duosiciliano: quel grande massacro targato Italia in nome del sacco bancario.

Il sangue sparso dal governo italiano è più antico di quello che pensi, ma non ha mai smesso di scorrere. Una storia di banche e sangue, massoneria e intrighi di palazzo, traditori ed eroi guerrieri, non solo semplice storia!

BRIGANTI COME PARTIGIANI – « Il governo italiano ci manda contro la forza a perseguitarci; ebbene, facciamogli vedere fin da oggi che noi non abbiamo intenzione di prestargli obbedienza. » Potevano essere le parole di un patrigiano e invece erano parole di un brigante, il capitano Ninco Nanco, trucidato dall’esercito sabaudo dopo l’occupazione piemontese all’età di 31 anni. Ninco Nanco era considerato “imprendibile”, fu raggiunto dalla gendarmeria solo a seguito del tradimento del brigante Michele Caruso.

Ninco Nanco e Carmine Crocco (quest’ultimo Generale dei Briganti, unico a non esser morto in guerra, ma arrestato e morto ergastolano nel 1905 presso Portoferraio in provincia di Livorno), non furono gli unici due briganti a rendere difficoltosa la colonizzazione del Sud Italia, che rese al regno d’Italia il 90% dell’oro poi confluito nella Banca Nazionale del regno d’Italia (poi Banca d’italia). I Briganti che misero a ferro e fuoco il Regno delle Due Sicilie dal 1860 al 1870 per liberarlo dai dominatori furono circa 85 mila facenti parte in modo diretto di bande che contavano dai 5 agli 800 guerriglieri e che destabilizzarono un esercito di 250.000 ufficiali del Regio Esercito. Tanti erano anche coloro che combattevano in modo indipendente e separatamente da bande di briganti, in difesa della propria terra dall’occupazione sabauda.

DONNE GUERRIERE – Un esercito di brigantesse, donne guerrigliere per la difesa del regno delle due sicilie. Solo poche presero parte al brigantaggio vero e proprio, imbracciando fucili e combattendo con coraggio, come farebbe un uomo. Ma tante lavoravano come staffette, esattamente come facevano le partigiane impegnate a fronteggiare il fascismo. Tra le brigantesse, donne guerrigliere del XIX secolo possiamo annoverare:
Filomena Pennacchio, Filomena Cianciarulo, Teresa Ciminelli, Reginalda Cariello, Mariarosa Marinelli, Carolina Casale, Maria Capitanio.

MARTIRI DELL’OLOCAUSTO – Anche “baby-guerriere” (o perlomeno ritenute tali) furono trucidate martiri dal regio esercito sabaudo. E’ quanto accadde alla piccola Angelina Romano, uccisa il 3 gennaio del 1862 dal criminale colonnello Quintini dell’esercito piemontese.

SOLO STORIA? – Se qualcuno di voi pensa che sia “solo storia”, allora dovrebbe spiegarci:
a) Come mai parenti della classe nobiliare di un tempo ancora guidano l’Italia? Non ci riferiamo solo a “Re Giorgio”, sulle cui origini tanto si dice, ma anche ad altri massacratori del sud ad esempio il Luogotenente Massimo Cordero di Montezemolo che guidò il “massacro di Bronte”, uno dei peggiori dell’olocausto duo-siciliano. Questo nome vi è familiare?
b) Come mai la vera storia dell’Unità d’Italia è stata nascosta fino ad oggi, perchè i libri non ne parlano affatto, come mai tutto ciò che attiene al cosiddetto “revisionismo storico” viene censurato? In merito alla censura dobbiamo annoverare il film “Li chiamavano … briganti!” del regista Pasquale Squitieri. Questa pellicola , a detta di qualcuno, fu ritirata dalle sale cinematografiche “perchè offendeva il regio esercito sabaudo”. Correva l’anno 1998.
c) Infine perchè, ancor oggi, qualche revisionista storico viene arrestato dopo aver esposto la bandiera borbonica duosiciliana che viene sequestrata “come prova di reato”. Un reato a manifestare per chiedere che la vera storia venga scritta, pubblicata, raccontata chiedendo scusa ai napoletani, calabresi, siciliani, lucani sciolti nella calce viva all’interno del Lager dei Savoia di Fenestrelle? Oppure per chiedere scusa a tutte quelle famiglie di poveri e innocenti contadini uccisi perchè meridionali e, dunque, potenziali briganti? Perchè non chiedere almeno scusa anche a loro, così come è stato chiesto scusa agli ebrei dopo l’olocausto nazista?

A queste domande è difficile rispondere anche perchè bisognerebbe interpellare i vari capi di governo. E riaprire dei casi (anche economici) su cui qualcuno ha tentato di intentare cause per recuperare parte del bottino saccheggiato.

UN INTRIGO DI BANCHE E DI FINANZA – Dietro al grande massacro del meridione infatti, dietro alle parole sprezzanti nei confronti dei meridionali da parte dei veritici dell’esercito piemontese, ancora prima che furono fatte le leggi contro i meridionali e decisamente prima l’occupazione garibaldina, l’obiettivo era unificare gli stati della penisola in un unico Regno. A tal proposito l’occupazione e la colonizzazione meridionale era FONDAMENTALE per rimettere in sesto le finanze Piemontesi e del Regno Sabaudo.

Il Carlo Bombrini, Governatore della Banca Nazionale nel Regno d’Italia dal 1861 al 1882 disse: “Il Mezzogiorno non dovrà più essere in grado di intraprendere“. E’ una frase sprezzante che mira logicamente a tagliare le gambe a quella che era a tutti gli effetti quello che la Germania è oggi per l’Europa, con l’unica differenza che il Regno delle Due Sicilie vantava vari primati: si tratta della prima ferrovia al mondo, del primo esempio di raccolta differenziata (Napoli, 1835), ma anche regno autarchico con sartoria fiorente, fabbriche di seta, arsenali, armerie, laboratori di ceramica, sartorie pontifice e cantieri navali dove, prima dell’Unità d’Italia, arrivavano persone da tutto il Nord Italia per potervi lavorare. Un regno ricchissimo, tra le prime flotte navali d’Europa soggiogato

Del Regno delle due Sicilie bisognava cancellare tutto e questa resta ancora la parola d’ordine. Perfino Montanelli ha negato l’esistenza dei lager dei Savoia, ma i lager esistevano e come! Fenestrelle racconta una storia di sangue in cui furono sciolti nella calce viva 51 giovani tra i 20 e i 32 anni, uccisi perchè maschi e quindi dei “potenziali briganti”. Sempre a Fenestrelle furono deportati 24000 soldati ex borbonici e briganti che si opposero all’annessione del Regno delle 2 Sicilie al Regno Sabaudo.

QUANTO VALEVA IL SUD? In “Scienze delle finanze” di Francesco Saverio Nitti, edizioni Pierro 1903 pagina 292, è stata pubblicato l’elenco dei milioni corrisposti dalle casse dei vari stati preunitari al neo-accorpato Regno d’Italia. L’elenco è il seguente: Regno di Modena 0,4; Parma e Piacenza 1,2; Romagna-Marche e Umbria 55,3; Roma 35,3 ; Sardegna 27,0 ; Toscana 85,2; Venezia 12,7; Lombardia 8,1 e il Regno delle Due Sicilie 443,2. Il totale di 668,4 milioni confluì tutto nelle casse piemontesi del Regno d’Italia. Come si evince oltre l’80% della ricchezza del Regno d’Italia proviene dal Regno delle due Sicilie. A ciò si deve aggiungere che ben oltre il 90% dell’oro del Regno d’Italia è stato prelevato dal Regno delle Due Sicilie.

Se questi numeri vi stupiscono, sappiate che non stupiscono chi la storia dell’economia del Regno d’Italia la conosce bene. Un articolo de Il Sole 24 ore del 2012 incentrato sulle misure Europee volte a salvare il regno di Angela Merkel titolava così: “Gli eurobond che fecero l’Unità d’Italia quando il Regno di Napoli era come la Germania”.

In questo articolo è ben spiegata la potenza economica del Regno delle Due Sicile: «Come il Regno di Napoli prima dell’integrazione del debito sovrano, la Germania di oggi è l’economia più forte dell’eurozona e beneficia del costo del debito più basso in assoluto» scrive Collet.

COSA SIGNIFICA L’UNITA’ D’ITALIA PER IL SUD? Significa solo un prezzo molto alto: 5212 condanne a morte, 6564 arresti, 54 paesi rasi al suolo e 1 milione di morti. Tanto è costata al Sud l’Unità di questa “democratica Italia”. Quanto ci costerà invece la “democratica Europa” che ci chiede di produrre il formaggio con latte in polvere?

Vi lasciamo alle parole di qualcuno che l’Italia la creò per poi pentirsi subito dopo. Suo figlio, non a caso, combattè assieme ai briganti duosiciliani: « Gli oltraggi subiti dalle popolazioni meridionali sono incommensurabili. Non rifarei oggi la via dell’italia meridionale temendo di esser preso a sassate, essendosi cagionato colà solo squallore e solo odio » (Giuseppe Garibaldi)

COLONIZZAZIONE EUROPEA DEL XXI SECOLO – Soffermatevi su questa storia che nessuno vi ha mai raccontato. E pensate fermamente a quanto sta accadendo all’Italia con l’annessione all’Europa. Adesso non c’è la pistola con cui sparare, non ci sono i cavalli, i cannoni. Perfino le armi si sono evolute e la monarchia ha lasciato il posto ad una democrazia fittizia dove persino la schiavitù indossa il frac.

OLTRE ALLE FONTI GIà CITATE NELL’ARTICOLO

http://www.ilsole24ore.com/…/eurobond-fecero-unita-italia-1…
Nando, indipendentista arrestato dalla Digos: “ci hanno presi per terroristi”
http://www.beppegrillo.it/2006/11/siamo_tutti_bor.html
http://blog.you-ng.it/…/fenestrelle-il-genocidio-non-racco…/

L’AUTORE
MARIA MELANIA BARONE
https://youtu.be/fe3OsiYgxnU

tratto da <https://you-ng.it/>

Risultato immagini per Olocausto duosiciliano
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NINO BIXIO VERO EROE?

Non era un tipo simpatico, anzi, a dire il vero, quando gli girava storta ce la metteva tutta per rendersi odioso. Anche perché, scontroso e irascibile per natura, quando la “benda sanguigna” gli calava sugli occhi, e cioè non capiva più niente a causa della rabbia sorda che lo prendeva, diventava talmente aggressivo e violento da non esitare a uccidere. Come, appunto, fece. Eppure, nonostante queste sgradevoli spigolosità del carattere, il luogotenente di Garibaldi durante la Spedizione dei Mille nel 1860, divenne uno dei personaggi più illustri del Risorgimento. Un marinaio genovese che divenne uno dei più stimati generali del suo tempo, senatore del Regno e, infine, armatore di una nave che lo condurrà verso il suo ultimo appuntamento con il destino. Gerolamo Bixio, che fin da piccolissimo venne subito chiamato Nino, nacque a Genova il 2 ottobre 1821, irruento e aggressivo fin da bambino, ottavo e ultimo figlio di Tomaso e di Colomba Caffarelli. Nino non venne battezzato per il disinteresse del padre verso il bambino, ma la vera tragedia affettiva avvenne quando aveva otto anni e la madre morì. Questa perdita lo segnò per tutta la vita. E non fu un caso, visto che anche gli altri fratelli, non appena poterono, si allontanarono da casa, tagliando i rapporti con il padre e la sua nuova moglie. In aula Nino era irrequieto ed un osso duro tanto per i maestri, quanto per i compagni. Lo chiamavano “il terrore della scuola” e nel 1834, a 13 anni, lasciò per sempre i banchi. Il padre, che voleva sbarazzarsi di lui, prima lo fece battezzare, poi lo imbarcò come mozzo su una nave. Fu questo evento, con tutte le spiacevoli conseguenze che il bambino dovette affrontare da solo, a forgiare il carattere di ferro. Amò il mare ed in seguito si arruolò nella Regia Marina Sarda e, crescendo, divenne fervente mazziniano. Partecipò come volontario nel 1848 alla guerra in Lombardia e nel 1849 a Roma, insieme all’amico Goffredo Mameli. Nel 1850, dopo aver speso buona parte del suo tempo sui libri, superò brillantemente l’esame di capitano di prima classe. Dunque, marinaio, soldato e fiero sostenitore dell’unità d’Italia. Quanto bastava per diventare nel 1860 secondo di Garibaldi nella Spedizione dei Mille, dove si distinse per coraggio, capacità di comando ma anche eccesso. In Sicilia, durante una sosta della marcia su Palermo, Bixio passando a cavallo, vede dei volontari siciliani che si stanno riposando. Imprecando, comincia a urlare: “Ma chi comanda qui?”. Allora si fa avanti il capo dei volontari, uno dei più noti garibaldini della prima ora, e risponde: “Sono io che comando, il generale La Masa”. “Macché generale La Masa, lei è il generale la merda”, gli grida in faccia. Quello, senza pensarci due volte, sfodera la sciabola e si avventa contro Bixio, cominciando a duellare. Soltanto l’intervento del colonnello Sirtori, con la sua pacatezza lombarda, fece interrompere il duello prima che si arrivasse all’irreparabile.
Una decina di giorni dopo, altro increscioso episodio. A Palermo si stavano svolgendo i funerali del volontario ungherese Luigi Tukory e Bixio, passando accanto ad un colonna di garibaldini che stavano trasportando un grosso carico di armi, li ferma e ordina loro di seguire il corteo funebre. Il loro comandante, Carmelo Agnetta, lo guarda e replica che lui prende ordini solo da Garibaldi. E gli chiede: “E lei chi è?”. Non l’avesse mai fatto. Bixio scende da cavallo, gli si avvicina e gli assesta un poderoso manrovescio. Agnetta sfodera la sciabola e i due cominciano a scambiarsi fendenti, fino a quando non interviene Garibaldi in persona che mette Bixio agli arresti. “Come potete comandare diecimila uomini – gli dirà severo – voi che non sapete comandare a voi stesso?”. Per inciso, Agnetta non volle passare sopra all’incidente e il 17 novembre 1861, a Brissago, in Svizzera, i due si Nino Bixio in divisa da generale dell’esercito italiano sfidarono a duello. Il colpo di pistola di Agnetta fracassò la mano destra di Bixio, che da quel giorno perse la normale mobilità delle dita. Ancora peggio fu quello che accadde a Paola, in Calabria, l’11 settembre 1860. Un vapore, l’Elettrico, doveva trasportare truppe garibaldine a Napoli. Per fare imbarcare tutti, Bixio aveva ordinato che ognuno stesse in piedi. Quando però arrivò sul ponte della nave, vide che alcuni volontari bavaresi, erano seduti per terra. Prese allora una carabina e, urlando e imprecando, cominciò a colpirli selvaggiamente. Un giovane trombettiere ungherese, colpito alla testa, morì con il cranio sfondato. Gli altri si avventarono su quella furia umana e poco ci mancò che Bixio non venisse cacciato in mare. Garibaldi, in seguito, lo fece mettere agli arresti dicendo agli ufficiali che chiedevano la sua testa: “Trovatemi un altro Bixio, e io faccio subito fucilare questo”.
Alla storia passarono anche i fatti di Bronte. Dal momento che i Borbone avevano regalato la cittadina all’ammiraglio inglese Nelson, i britannici si rivolsero a Garibaldi per mettere fine alla rivolta contadina che aveva insanguinato la zona. Gli insorti, guidati dall’avvocato Lombardo, avevano già ammazzato quindici persone tra ricchi proprietari terrieri e ora si temeva il peggio. Così Garibaldi inviò Bixio, il quale fece allestire un processo, individuò cinque presunti responsabili, tra i quali Lombardo, e li fece fucilare. La fretta con cui tutto questo avvenne, fu tale che si parlò apertamente di strage di innocenti, in quanto i veri responsabili erano già fuggiti da un pezzo. Comunque sia, Bronte restò per sempre una macchia nella carriera di Bixio. Quindi Nino Bixio, non fù un grande eroe così come ce lo dipinge una storia scritta dai vincitori per nascondere la verità che era un criminale di guerra tra i più efferati e feroci, da solo, eseguì 700 fucilazioni. Dobbiamo dedurre che, sempre da solo, uccise più di 3.000 contadini se consideriamo che, raramente si fucilava una sola persona per volta. Quando il nome di questo bieco assassino verrà cancellato dalle lapidi dei paesi meridionali, quando si distruggeranno i monumenti innalzati al Garibaldi, che approvava dette fucilazioni?
Dal momento in cui i piemontesi varcarono il Tronto, in circa un mese furono massacrati più uomini che i traditori puniti in 30 anni da tutti i governi chiamati “dispotici” dai liberal-massoni. Costoro:“… fatto compiuto per restar monumento di stoltezza. Una gretta minoranza invoca il suffragio universale; impone la sua volontà con le baionette di due eserciti stranieri e li fa combattere e votare; inventa un diritto di moltitudine che calpesta; un finto diritto unanime e della finzione si fa clava per schiacciare il diritto popolare. Come conseguenza la menzogna troneggia e come libertà mascherata è servaggio orrendo. Sono pochi, e si dicono tanti; e, perché pochi, sono paurosi e spietati; e a contenere i cittadini hanno bisogno di eserciti stranieri, di magistrati aguzzini, di assediare, di disarmare, di bombardare, di mettere a ferro e fuoco i paesi e fucilare contadini,; i liberali, atterriti comandano col terrore; i soldati, si associano con i camorristi; corrotti, corrompono; odiati in patria rendono la patria serva dello straniero perché essa li respinge. Quel plebiscito fu come una tazza di cicuta per il Reame, come quella propinata ad Atene da Focione; dove fugati gli onesti dal voto, i votanti erano schiavi, infami e forestieri”.
Dopo il 1860 Bixio diventò generale dell’esercito italiano, e poi senatore del Regno ma un bel giorno, stanco di ciondolare in Parlamento, gli tornò la voglia di riprendere il mare. Indebitandosi, si fece costruire in Inghilterra una grande nave mista motore-vela che guidò verso l’Oriente, per stabilire una linea commerciale con l’Italia. Non tornò mai più. Colpito dal colera, alle 9 del 16 dicembre 1873 morì tra atroci dolori sulla sua nave. Il corpo infetto, chiuso in una cassa metallica, fu sepolto nell’isola di Pulo Tuan, che nella lingua locale significa Isola del Signore. Tre indigeni disseppellirono la cassa, denudarono il cadavere e poi lo riseppellirono alla buona vicino ad un torrente. Due di loro, infettati dal colera, morirono in 48 ore. Pochi resti di Nino Bixio, vennero rintracciati, grazie al terzo indigeno, e nel giugno del 1866. Le ossa vennero cremate il 10 maggio del 1877 nel consolato italiano di Singapore. Il 29 settembre le ceneri giunsero infine a Genova dove la moglie e i quattro figli accompagnarono l’urna al cimitero di Staglieno, dove “l’eroe” si trova tuttora.

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POLITICA e CRIMINALITA’ ORGANIZZATA NELL’ITALIA UNITA

Probabilmente già esisteva una intesa cordiale tra la «Bella Società Riformata» e il regime borbonico che si era interrotta nel 1849, quando, dopo la partecipazione degli adepti della società criminale ai moti rivoluzionari, Ferdinando II decise di avviare una vigorosa offensiva poliziesca e giudiziaria contro i camorristi che si sarebbe prolungata fino alla stretta repressiva del 1858. Durante questo periodo, la «mala setta» si trasformò in «camorra liberale» e si pose al servizio del movimento costituzionale, proteggendone le riunioni clandestine, assicurando l’assistenza ai detenuti politici e facilitandone la fuga dalle prigioni. Il passaggio di campo di una forza potentemente insediata nel tessuto della capitale non mancò d’impensierire Francesco II. Il giovane monarca, infatti, fu a tal punto intimorito dal pericolo costituito da questa «opposizione criminale» da riferire, il 7 novembre 1859, all’ambasciatore austriaco, Anton von Martini, che molti degli sforzi del suo governo erano in quel momento concentrati a impedire che i suoi capi organizzassero, d’intesa con il partito unitario, una massa di manovra per attuare un’insurrezione a Napoli.
Non si trattava di timori infondati. Il 31 luglio 1860, l’ambasciatore britannico, Henry George Elliot, bene informato del radicamento territoriale della consorteria delinquenziale, informava il Foreign Office che numerose bande camorristiche erano pronte a scendere in campo per contrastare, armi alla mano, la mobilitazione dei popolani napoletani restati fedeli alla dinastia borbonica. I camorristi si erano, infatti, impegnati con i capi del movimento unitario a presidiare il porto della città in modo da facilitare, in caso di bisogno, uno sbarco delle truppe piemontesi e a controllare le vie d’accesso alla capitale del Regno al fine di rendere possibile l’ingresso dell’esercito dei volontari. Proprio questo accadde, a metà agosto, quando i membri dell’«onorata società», inquadrati dal ministro degli Interni e direttore di Polizia, Liborio Romano nella «Guardia cittadina», in cambio dell’amnistia incondizionata, di uno stipendio governativo e di un ruolo pubblicamente riconosciuto, divennero i veri padroni della città in attesa dell’arrivo di Garibaldi.
Come avrebbe ricordato, il russo Lev Illič Mečnikov, uno dei foreign fighters che parteciparono alla spedizione dei Mille, soltanto l’intervento della camorra (guidata Salvatore De Crescenzo e dalla sua «sanguinaria» sorella, Marianna, detta la Sangiovannara) riuscì a impedire in quel frangente una sommossa lealista, grazie a una serie di atti d’intimidazione violenta contro i sostenitori di Francesco II, e poi ad assicurare al «partito italiano» il controllo sistematico delle zone strategiche della città. Una testimonianza, questa di Mečnikov, che è avvalorata non solo dalla memorialistica e dalla propaganda borboniche (Giacinto De Sivo, Giuseppe Buttà, Francesco Durelli, Pietro Calà Ulloa), ma anche dalla lettera del 10 settembre 1860, scritta dal colonello garibaldino, Hugh Forbes, secondo il quale «le dimostrazioni di tripudio che accolsero il Generale, il 7 settembre, nella bella Partenope altro non furono che una frenetica mascherata imposta da lenoni e camorristi».
Nulla da stupirsi, allora, che «dopo aver reso questi servigi», come Elliot avrebbe annotato nelle sue memorie, la consorteria criminale acquistasse «una potenza e un’autorità spaventevole» destinata ad accrescersi nel periodo successivo, quando la camorra fu incaricata di assicurare il successo del Plebiscito di annessione, vigilando le urne a voto palese (21 ottobre 1860). Questa «autorità» e questa «potenza» non sarebbero diminuite neppure dopo la nomina di Silvio Spaventa alla carica di Segretario generale del dicastero d’Interno e Polizia della Luogotenenza delle Provincie napoletane perché anche Spaventa utilizzò guardaspalle e mazzieri, reclutati in ambienti contigui all’«onorata società», per garantire sì l’ordine pubblico ma anche per utilizzarli come attori di una strategia volta a intimidire avversari politici e nemici del nuovo ordine. Per Maxime Du Camp, un importante letterato francese, arruolatosi nel 1860 come volontario nelle milizie garibaldine delle quali cantò l’epopea in un libro di ricordi dedicato alla spedizione dei Mille ( M. Du Camp, Expédition des Deux-Siciles. Souvenirs personnels, Paris, Librairie Nouvelle, 1861.), l’intesa tra nuovo regime e camorra si sviluppò soprattutto grazie all’iniziativa di Garibaldi che, durante il periodo della Dittatura (7 settembre-ottobre 1860), decise di inglobare i membri della setta nell’assetto istituzionale post-borbonico per utilizzarli nel controllo delle carceri e contestualmente per distoglierli (?) dalla loro abituale attività delinquenziale. Fu proprio il fallimentare progetto del duce dei Mille a permettere alla camorra di compiere un salto di qualità sul piano organizzativo e gerarchico. Secondo Du Camp, dopo il 1860, la setta criminale riuscì a sottomettere i suoi aderenti a un’inflessibile tavola delle leggi, il cui rispetto era assicurato da un vero e proprio sistema giudiziario e da draconiane punizioni, e a fornirsi di una struttura di comando molto funzionale per capillarità e presenza territoriale estesa nell’intera città di Napoli e in tutta la Campania. Lo Stato italiano, dall’unificazione è incapace di fornire una risposta efficace e univoca alla piaga della delinquenza organizzata. Il potere statale, allora come nel futuro, oscillò troppo frequentemente, tra atteggiamenti di scarsa comprensione e sottovalutazione, tolleranza e rigore, strumentalizzazione e tentativi d’intesa verso «mafiusi» e «uomini di parola», cui fece spesso riscontro la capacità delle organizzazioni criminali d’infiltrare e di condizionare l’apparato amministrativo, giudiziario, poliziesco a livello locale e centrale. Non del tutto chiariti sono anche l’entità e il significato politico del contributo militare che le squadre della mafia agraria (i cosiddetti «picciotti»), utilizzate come guardia privata e «armata baronale» da latifondisti e «gabellotti», offrirono alle formazioni garibaldine, durante la campagna siciliana del 1860- Un contributo, che secondo alcune stime, si elevò a diverse migliaia di uomini, già prima dell’ingresso di Garibaldi a Palermo, e che finì per trasformare, fino al passaggio in Calabria, l’«Esercito meridionale», originariamente composto da 1162 uomini, tra volontari settentrionali e «combattenti stranieri», in una sorta di «milizia feudale» di ben più vaste proporzioni. Quello che appare evidente, in questa congiuntura, è che la convenzione tra il movimento anti-borbonico e le mafie, già sperimentata nel 1848-1849, fu siglata ancora prima dello sbarco a Marsala. Nell’opuscolo del 1864, Cenni sullo stato della sicurezza pubblica in Sicilia, il «barone Niccolò Turrisi Colonna» parlava esplicitamente del patto d’azione tra criminali e oppositori del gabinetto napoletano, sostenendo che, come nel 1848, anche nel 1860, contro il regime borbonico «era scesa in armi tutta la vecchia setta dei ladri, tutta la gioventù che viveva col mestiere di guardiani rurali e la numerosa classe dei contrabbandieri dell’agro palermitano». Ma la testimonianza della brochure non si arrestava qui. Niccolò Turrisi Colonna, di cui ormai sono noti i legami organici con il sistema mafioso, sosteneva, infatti, che dopo la partenza di Garibaldi dall’isola, a causa dell’incapacità del nuovo governo a mantenere l’ordine, i grandi proprietari terrieri si erano trovati costretti a siglare una «componenda» con la «setta» alla quale si erano affiliati delinquenti comuni, faccendieri, trafficanti di poco scrupolo e il numeroso esercito dei guardiani rurali della provincia palermitana.
Il legame assai stretto con la congiuntura politica dimostra, che la formazione delle organizzazioni criminali si struttura entro e non contro il sistema, formale e informale, di gestione dell’ordine pubblico vigente. Mafiosi e camorristi sono solo dipendenti dalla congiuntura o imitano il modello politico, le funzioni stesse dello Stato moderno? Se l’intreccio politica-crimine è un tratto costitutivo e condizionante dello Stato nato dal Risorgimento, e allora che valore etico-politico innovativo ha avuto lo Stato liberale e democratico italiano? Liborio Romano e Silvio Spaventa e i loro metodi di lotta politica esauriscono il senso e la realtà del Risorgimento, dello Stato unitario italiano? Un passato, snodatosi in una tragica e contorta dinamica, che va dalla strage di Portella delle Ginestre (1947), evento su cui grava il sospetto di aver sancito il primo patto tra Stato e mafia dell’Italia repubblicana, al tentativo di Salvatore Greco di creare, nel 1970, le condizioni per favorire il colpo di Stato progettato da Junio Valerio Borghese, alla decisione di un altro boss di Cosa Nostra, Luciano Liggio, di scatenare una strategia della tensione, culminata con l’assassinio del capo della Procura di Palermo, Pietro Scaglione, idonea a dimostrare la potenza della fratellanza delinquenziale e a condizionare il mondo politico siciliano, infine, alla trattativa Stato-mafia sviluppatasi dopo la cosiddetta «locuzione delle bombe» del biennio 1992-1993.

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Già nel 1978 Rocco Chinnici, magistrato vittima di cosa nostra e ideatore del pool antimafia, durante un incontro di studio per magistrati organizzato dal Consiglio Superiore della Magistratura a Grottaferrata, si esprimeva così: «Riprendendo il filo del nostro discorso, prima di occuparci della mafia del periodo che va dall’unificazione del Regno d’Italia alla prima guerra mondiale e all’avvento del fascismo, dobbiamo brevemente, ma necessariamente premettere che essa come associazione e con tale denominazione, prima dell’unificazione, non era mai esistita in Sicilia». Più avanti aggiunge: «La mafia … nasce e si sviluppa subito dopo l’unificazione del Regno d’Italia».

In pratica la mafia, che esisteva in Sicilia prima dell’unità nazionale è da paragonarsi a quella descritta dal Manzoni in I promessi sposi: la differenza è puramente di carattere etimologico. Inoltre nel romanzo Don Rodrigo aveva i suoi “bravi” mentre i baroni siciliani avevano i “picciotti”, una diversità di carattere geografico, ma anche temporale: il Manzoni ambientò la storia intorno al 1630.

Una delle poche, forse l’unica, associazione criminale, nata prima dell’unità d’Italia è la camorra. Era un’organizzazione piramidale con al vertice il capintesta, ma veniva così strettamente controllata dalla polizia borbonica che i suoi traffici e interessi si limitavano a cose di scarsa importanza. I camorristi temevano così tanto i poliziotti borbonici da soprannominarli “i feroci”.

Ma come, quando e perché, questa organizzazione ha iniziato ad acquisire fama e potere, fino a diventare quel cancro sociale che oggi conosciamo?

Alla vigilia del 7 settembre 1860 Garibaldi doveva entrare a Napoli per prendere possesso della Capitale del Regno delle Due Sicilie. Il Re Francesco II di Borbone era partito il giorno prima per risparmiare ai suoi sudditi una guerra civile, lasciando l’incarico di salvaguardare l’ordine pubblico al Prefetto di Polizia Liborio Romano, il quale però già da tempo aveva attuato le sue contromisure per permettere alnizzardo di entrare indisturbato in città.
Il capintesta della camorra Tore ‘e Criscienzo, alias Salvatore De Crescenzo, ebbe senz’altro un ruolo chiave in quel frangente, ma il fatto che fosse un malvivente fa di lui un personaggio “scomodo” per la storiografia ufficiale. Sarebbe stato infatti imbarazzante ammettere l’importanza del suo contributo alla causa unitaria, avrebbe significato avallare la collusione Stato – camorra.

E proprio a lui si rivolse Liborio Romano per evitare disordini nel passaggio dei poteri dal governo borbonico al dittatore Garibaldi, tant’è che gli affidò l’incarico di comandante della nuova Polizia.

Grazie a Tore ‘e Criscienzo l’ordine pubblico a Napoli fu ripristinato totalmente e in breve tempo, a parte alcuni foschi episodi frutto di vendette personali. Così Garibaldi poté giungere indisturbato da Salerno a Napoli in treno.

In un brano tratto da La fine di un Regno, un saggio pubblicato nel 1909 da Raffaele De Cesare, senatore del Regno d’Italia, si legge: «Garibaldi, richiesto dove volesse alloggiare a Napoli, rispose: Io vado dove voglio; solo desidero, appena arrivato, di visitar San Gennaro.

Dopo Portici, il treno si fermò bruscamente. Tutti si affacciarono agli sportelli per vedere che cos’era, e videro un ufficiale di marina che s’avanzava, correndo e gridando: Dov’è Garibaldi? Garibaldi rispose: Dev’essere il capitano del Calatafimi, lo facciano venire. Appena giunto, il capitano, che non era quello del Calatafimi, ansante per la corsa fatta, disse al dittatore: Lei dove va? È impossibile ch’entri in Napoli; vi sono i cannoni borbonici puntati contro la stazione. E Garibaldi, tranquillo: Ma che cannoni! Quando il popolo accoglie in questo modo, non vi son cannoni; avanti… Presso alla stazione di Napoli, il De Sauget, vedendo molti operai ferroviari, disse al Rendina: È imprudente far discendere Garibaldi in mezzo a costoro, che son tutti soldati congedati e impiegati borbonici; appena il treno si fermerà, corri fuori la stazione e fa entrare il primo battaglione di guardia nazionale, che troverai, perché faccia cordone; io pregherò Garibaldi di attendere.

Ma, fermato appena il treno, Garibaldi disse: Scendo un momento per soddisfare un piccolo bisogno; e mentre Rendina saltava giù da uno sportello, per eseguire l’ordine del De Sauget, Garibaldi scese dallo sportello opposto; e celatesi per un momento, ricomparve in mezzo a tutti, calmo e bonario.

Don Liborio era alla stazione coi direttori De Cesare e Giacchi, e nessun ministro. Era il tocco e mezzo dopo mezzogiorno. Domenico Ferrante li presentò a Garibaldi; e il Romano recitò i primi periodi di un indirizzo, che poi fu stampato e diffuso.

Già fin dalle 10 della mattina si raccoglievano nelle vie, che da Toledo e da Chiaia vanno alla stazione, gruppi di popolani con bandiere d’ogni grandezza, armi e bastoni enormi. Si assisteva a scene esilaranti e un po’ grottesche.

La nota popolana, detta la Sangiovannara, al secolo Marianna De Crescenzo cugina di Tore ‘e Criscienzo, andava anche lei in carrozza alla ferrovia, seguita da gran folla di gente della Pignasecca e di donne armate e convulse: tutte scene, che ricordavano i momenti più folli della rivoluzione francese …»

Tra le suddette “signore” spiccano i nomi di:Rosa ’a pazza (per via delle sue stranezze), Luisella lun’aggiorno (perché riceveva i clienti in una stanza dove i lumini erano sempre accesi, anche di giorno), Nannarella quattro rane (perché le bastavano quattro monetine, appunto, per saldare il conto della prestazione) e, inghirlandata come un albero di Natale, la già citata Marianna De Crescenzo, la Sangiovannara, perché era nata nel rione di San Giovanni a Teduccio, sulla strada per Portici.

Delle quattro donne, la più importante era lei. Giovane vedova di un soldato borbonico, aveva messo su nel quartiere Pignasecca una taverna, diventata ben presto il covo della criminalità e del malaffare.

Per dimostrare la sua riconoscenza a queste donne, Garibaldi concesse loro un vitalizio di 12 ducati mensili (circa 5,4 milioni di lire). Insieme ad esse vanno citate anche Antonietta Pace, Carmela Fucitano, Costanza Leipnecher e Pasquarella Proto.

Marianna De Crescenzo, per non arrecare offesa a Tore ‘e Criscienzo, sul documento ufficiale della concessione del vitalizio venne indicata con il solo soprannome di Sangiovannara, dato che il cognome De Crescenzo era ad uso esclusivo di Tore in quanto capo dell’organizzazione. Questo si evince sia dai documenti custoditi nell’archivio storico di Napoli sia dal libro di Aldo Servidio edito da Guida, L’imbroglio nazionale – Unità e unificazione dell’Italia, 1860-2000.

Inoltre, lo stesso Garibaldi, operando sulle rendite confiscate con il decreto del 23 ottobre del 1860 alla famiglia Borbone (leggi: patrimonio familiare, restato distinto, come sempre in 126 anni, dalle pur fornite casse statali, al punto da contenere persinole doti nuziali delle figlie di Ferdinando II) mise a disposizione della camorra un asse di 75mila ducati, (quasi 34 miliardi di lire) da distribuire in tre anni ai bisognosi del popolo. La cifra di per sé non era particolarmente rilevante, soprattutto se confrontata con gli sperperi perpetrati in poco più di 50 giorni di dittatura.

Nei mesi, e negli anni a seguire, Tore ‘e Criscienzo divenne un personaggio sempre più scomodo per il neonato regno d’Italia, al punto che anche lui cadde nelle maglie della legge Pica, nata per reprimere il così detto brigantaggio post unitario.

Ma Tore, sebbene semianalfabeta, era stato abbastanza furbo da conservare documenti compromettenti che testimoniavano appunto gli accordi tra il nuovo stato e la camorra. Così fu scarcerato e inviato a domicilio coatto dove poté curare gli affari della sua organizzazione.

Possiamo quindi dire che in quel fatidico 7 settembre 1860 non solo furono aperte le porte di Napoli a Garibaldi ma che rese possibile che la camorra man mano assumesse un potere tale da diventare l’organizzazione spietata, il cancro sociale che oggi conosciamo. Come la mafia in Sicilia, anche la camorra campana è figlia di questa Italia, nata male e cresciuta peggio.
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L´ingresso nella grande capitale ha più del portentoso, che della realtà. Accompagnato da pochi aiutanti, io passai frammezzo alle truppe borboniche ancora padrone, le quali mi presentavano l´armi con più ossequio certamente, che non lo facevano in quei tempi ai loro generali. Il 7 settembre I860!”. La “grande capitale” è Napoli, “io” è Giuseppe Garibaldi e “il 7 settembre 1860” è la data in cui il generale fece il suo ingresso nella città partenopea mentre il re Francesco II di Borbone si recava a Gaeta per organizzare l’ultima resistenza. L’eroe dei due mondi arrivò a Napoli a bordo di un treno accompagnato da tutte le personalità che erano andate a Salerno per accoglierlo. In testa al corteo Liborio Romano, Ministro di Polizia e Salvatore De Crescenzo, capo della camorra dell’epoca, detto “Tore ‘e Criscienzo”, i cui uomini mantennero l’ordine pubblico. Dopo aver percorso via Marina, essere passato dinanzi il Maschio Angioino ed essersi fermato al Duomo per ascoltare il “Te Deum “e a Largo di Palazzo, l’attuale piazza del Plebiscito, per fare un breve discorso, Garibaldi si diresse fino a Palazzo Doria D’Angri, dal cui balcone proclamò l’annessione delle province meridionali al Regno sabaudo. Questa data segnò l’inizio della fine. La fine del Regno delle due Sicilie e l’inizio del patto tra Stato e Camorra a Napoli. A sostegno di quest’ultima tesi le carte che dimostrano che il 26 ottobre 1860 Garibaldi pagò una pensione vitalizia di 12 ducati mensili a nome di Antonietta Pace, Carmela Faucitano, Costanza Leipnecher, Pasquarella Proto e Marianna De Crescenzo, le principali esponenti femminili della Camorra napoletana. Quest’ultima era sorella proprio di quel De Crescenzo che aveva camminato accanto a Garibaldi al suo ingresso a Napoli. Il losco personaggio aveva acquistato il ruolo di intermediario tra politica e camorra quando Liborio Romano per contrastare le sommosse nate sulla scia di quella siciliana del 1848 lo chiamò per chiedergli di radunare tutti i capi-quartieri della città e stipulare un patto di aiuto reciproco. Di De Crescenzo si racconta che avesse fatto sgozzare da una banda di camorristi Totonno ‘a Port’ ‘e Massa, il famoso contrabbandiere e capo del quartiere di Porto, quando si trovava all’interno delle carceri dell’antico castello della Vicaria. Ma Romano non reclutò solo “Tore”, già nel luglio 1860 altri camorristi furono nominati funzionari di polizia. Il ministro iniziava quindi a preparare l’accoglienza di Garibaldi dotando inoltre coloro che appoggiavano la sua causa di coccarda tricolore.


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