“Voi avete saputo il sito dove nacquero questi due fratelli (i Summa),da chi avevano essi appresa l’arte di comandare uomini, farsi amare, ubbidire,e temere,dove attinsero queste tre sublimi virtù,tanto difficile a godersi,quanto difficile a possedersi.Eppure un rozzo contadino,senza conoscere neanche la z, tartaglione,rozzo,e selvaggio, era temuto ubbidite ed amate da una banda furmidabile, cui riponeva le feducia in lui per la loro salvezza e non restavano mai delusi.Circa due mesi fu sempre con me, apprese così bene l’arta del deludere dell’incannare,e del sorprendere, che non ebbe simile, veloce come il lampo nella defesa,sapeva così bene scegliere la posizione difensive ed offensive che una volta prese, non ce la levava senza grave contusione,con tal tattica e sempre riuscite a sosoprafare forze due volte superiore alla sua, ed io stima che non vi puole essere migliore sensibilità per uno uomo dedite alla Guerra,fourchè la scelta del terreno da manovrare”. Scritto da Carmine Crocco e tratto da Franco Molfese, Storia del brigantaggio dopo l’Unità.
Parallelamente all’unità d’italia si mise in moto un’imponente propaganda che esaltasse le qualità del nord e le mancanze del Sud. Per convincere i Meridionali, dopo la carneficina di briganti, contadini e soldati conseguente all’occupazione piemontese, lo Stato italiano per far accettare la colossale spoliazione ed il conseguente trasferimento di ricchezza dalle regioni del Mezzogiorno a quelle settentrionali iniziò un’opera di denigrazione che non è mai terminata. Nella Storia dell’umanità non era mai successo che un popolo libero, tranquillo ed avanzato come quello che abitava le Due Sicilie, ha dovuto subire un’opera così grande di denigrazione da un popolo più arretrato, per economia e cultura, com’era quello piemontese, da uno staterello ambizioso, militarista e corrotto. Mai popolo progredito come quello nostro, erede della Magna Grecia e di successive civiltà avanzate, ha subito tale devastante demolizione etnica nella sua propria terra, mentre molti genocidi si sono compiuti nella storia contro popoli colonizzati che possedevano un livello tecnologico arretrato. Per schiavizzarci, e renderci miseri coloni è stato usato ogni mezzo. Da quello economico, concedendo ai proprietari terrieri terre e boschi del pubblico demanio di cui fecero scempio, a quello della forza, affidando la gestione del potere locale ai mafiosi, in precedenza mazzieri degli stessi baroni e possidenti agrari, a quello culturale, con il controllo dei mezzi di informazione e delle scuole.
Il consenso politico si creava favorendo la nascita di una piccola borghesia privilegiata, del tutto separata dal resto del popolo “basso”, i contadini poveri e i proletari, sfruttati come bestiame nel lavoro dei campi, per quello che serviva, e deportati per il superfluo, la gran parte nell’industria del nord, creata con i soldi dello stesso Sud, o venduti a stati stranieri in cambio di carbone ed altre utilità. Una corazza, solidificatasi nel lungo tempo della colonizzazione, fatta di luoghi comuni, di visioni parziali spacciate per verità e addirittura di menzogne programmate al solo fine di ridurre la città in condizioni di non nuocere: ovviamente l’Italia non è stata tenera nè con Palermo nè con Bari nè con il resto del Sud, ma Napoli era l’emblema del Sud e quindi bisognava ridurla a “Quintessenza del Male Assoluto”, al fine di preservarsi da altri possibili tentativi briganteschi tesi a recuperare una qualsiasi forma di perduta indipendenza e al fine di instillare nei vinti una spontanea adesione al concetto di Minorità. Un silenzio tombale sui mille anni della Capitale delle Due Sicilie, sulla sua cultura, sulla sua arte, sulla sua storia, sulle sue tradizioni. Tutto il buono è stato sepolto con abilità e quando non era possibile una Rimozione veniva spacciato per Italiano. Per cui la pizza, Caruso, la musica del settecento napoletano diventavano fatti italiani, mentre la camorra rimane napoletana. Quanto all’essere oppressi (in quel Sud tomba di Pisacane, fratelli Bandiera e oppositori indigeni), Lorenzo Del Boca rammenta che a giustiziare il maggior numero di patrioti italiani non fu l’Austria, ma il Piemonte. Ai meridionali, la liberazione per mano savoiarda costò centinaia di migliaia di morti (Civiltà Cattolica scrisse: un milione), con paesi rasi al suolo e la gente bruciata viva nelle case, dopo il saccheggio e gli stupri. Tutti «briganti»!
Cominciò allora quella «educazione alla minorità» che indusse i meridionali ad accettare un ruolo subordinato e certi settentrionali a ritenersi italiani meglio riusciti, con più diritti. Ma se mi dicono che il paese fu unito da mille idealisti nordici che liberarono «quelli là», tuttora fannulloni e delinquenti, nonostante ci si sveni per loro da 154 anni, ti meravigli se non li sopporto più e divento leghista? E se sono pure razzista e li chiamo «porci» (Bossi), «topi da derattizzare» (Calderoli, come Goebbels), «merdacce mediterranee» (Borghezio), «cancro» (Brunetta). In 154 anni l’Italia, e anche oggi, per mezzo dei suoi mass media, dei suoi opinion makers, dei suoi storici, dei suoi politici, dei suoi sociologi, dei giornalisti ha vomitato su Napoli tanto di quel veleno , che neanche il famigerato Vesuvio, nella peggiore delle eruzioni pliniane, avrebbe saputo fare. E, tuttavia, nonostante tutto questo, avallato dalla quasi totalità della cultura e della politica italiane qualcosa si muove: qualcosa che travalica i confini dell’Italietta. E’ l’Europa , anzi il Mondo, che riscopre la grandezza della Capitale delle Due Sicilie.
Un dato tra i tanti: nonostante l’Italia remi contro, Napoli si conferma come una delle mete preferite dal turismo mondiale: le statistiche informano che il 65% dei visitatori è straniero. Vale a dire che, dove non arriva la mala stampa italiana, la grandezza della città è fuori discussione.
E’ dunque la cultura, l’agente che libererà Napoli: la cultura da far conoscere fuori e la cultura da interiorizzare dentro.
E’ necessario che napoletani e meridionali si liberino della sindrome di Stoccolma e si riapproprino della propria grandezza. Roma è la capitale d’Italia, ma Napoli è la Capitale delle Due Sicilie. E’ tutta un’altra cosa!
L’Ostro (dal latino Auster, vento australe) è il nome del vento che spira da sud; è anche detto vento di Mezzogiorno, è conosciuto anche col nome di “Noto” dall’omonimo personaggio della mitologia greca, figlio di Astreo e di Eos. Portava con sé caldo e pioggia, viveva nel profondo sud e possedeva un fiato talmente ardente che con esso bruciava intere città e vascelli. L’ostro è quindi un vento caldo e umido portatore di piogge. I suoi effetti sul clima italiano determinano il richiamo di aria calda da sud. Il vento del revisionismo, che fino a poco fa era un solo alito, inizia a ingrossarsi e stà iniziando a spirare. Venti anni e più ci sono voluti e grazie all’avvento del web siamo riusciti a raggiungere una discreta fetta di popolazione, che prima era relegata ad un’elite di persone per lo più appassionati e studiosi di storia che per cultura personale leggevano i libri di numerosi storici “non allineati”. Ma la verità quella vera, si rivela solo quando si rinuncia a tutte le idee preconcette. Vorrei precisare che noi dobbiamo dire la verità non solo per convincere quelli che non la conoscono, ma soprattutto per difendere quelli che la conoscono! La distorsione storica si è creata perché mettere in evidenza i lati oscuri e poco nobili del cosiddetto Risorgimento, poteva inficiare il fenomeno in sé, un mostro che si doveva fare a meno. Ma la verità si può ricercare da un dato incontestabile: l’enorme divario sociale ed economico tra Nord e Sud.
Un divario che è sempre di più aumentato e che ha raggiunto livelli intollerabili e inaccettabili.
La deindustrializzazione dell’ex Regno delle Due Sicilie, il saccheggio delle sue risorse finanziarie, la spietata repressione del brigantaggio, l’emigrazione forzata per milioni di persone, l’abbattimento di una dinastia illuminata con un’aggressione militare, gli oscuri accordi ed appoggi internazionali all’impresa piratesca di garibaldi, ecc., ecc. Una lotta sempre osteggiata dagli storici del regime che ad oggi non hanno mai voluto mollare la presa dalle sostanziali contraddizioni storiografiche. In realtà bisognava leccarsi ancora le ferite di una vera e propria guerra civile tra nord e sud e non tra austriaci ed italiani! Ma il sud italia, non era l’Austria, i napoletani non erano gli austriaci, cioè gli stranieri occupanti, feroci contro le popolazioni autoctone; ma una popolo italiano mite, governato da una dinastia italiana più dello stesso piemonte savoiardo! Per questo non si può trovare comprensione in quello che è stato fatto contro le popolazioni del sud per assoggettarle alla volontà del governo Piemontese. E’ solo questo il motivo di blindare la storia e di sottomettere un’intera popolazione alla sola verità del Nord. Molti anni sono passati dal “fatal 1860” ed una pacificazione era necessaria, ma non è mai arrivata. Lo stato unitario con il 150enario dell’unita (non unità) ha sprecato una grande occasione per chiedere scusa per i morti e le sofferenze provocate ad una popolazione inerme militarmente occupata, dove l’esercito piemontese fu ammaestrato ed addestrato agli eccidi sulla popolazione, a rappresaglie indiscriminate, al saccheggio, alla fucilazione sommaria dei contadini colti con le armi in mano o solamente sospettati, arresti di partigiani o solo sospettati di esserlo, fucilazioni, anche di parenti di essi, e stato d’assedio di interi paesi. Alcuni comandanti piemontesi emanarono, fra il 1861 e il 1862, bandi che i nazisti mai avrebbero sognato di applicare a popolazioni di origine germanica.
Naturalmente i piemontesi non erano italiani e si sentivano in diritto, contro tutte le convenzioni, e il diritto internazionale, di fare quel che volevano, di poter fucilare chiunque trasgrediva i molteplici divieti. Generali, colonnelli, maggiori e ufficiali che parteciparono a quelle repressioni dovevano sentirsi, in cuor loro, dei codardi. Diciamo semplicemente che erano dei criminali di guerra tanto è vero che ancora oggi, dopo 157 anni, nelle scuole non s’insegna la vera storia del Risorgimento piemontese che per il Sud, in realtà, fu vera colonizzazione e sterminio di massa.
Oro, danari e tutta la ricchezza fù depredata, ma non rimpiangiamo i beni materiali, ma la dignità e la libertà che furono tolte ai Meridionali i quali, coraggiosamente, preferirono andare a morire partigiani sui monti dell’ Appennino, piuttosto che veder calpestato il suolo della patria napoletana dalle “orde di assassjnj e ladroni del nord”, e quando il coraggio non fu più necessario a milioni espatriarono per trovare e fare la fortuna degli stati esteri che li ospitarono spesso come schiavi.
Nessun processo morale è mai stato celebrato contro i savoia, benso conte di cavour, garibaldi, bixio, cialdini, del giudice, de luca, fantoni, farini, fumel, la marmora, martini, pinelli, bianco, ecc.
Anzi molti questi sono stati eletti come eroi e padri della patria, quella patria matrigna che dove tutto ciò che era piemonte veniva glorificato e tutto ciò che era borbonico veniva additato al pubblico disprezzo. I militari piemontesi, gli azzurri sabaudi, in nove mesi trucidarono 8968 contadini, senza pietà; eseguivano ordini criminali ed i superiori davano loro facoltà di razzia e di saccheggio. Cominciarono ad incendiare paesi interi per incutere timore, paura e terrore. In poco tempo tutto il Sud insorse contro i nuovi invasori e pagò un prezzo altissimo in morti.
Scurcola fu devastata dai piemontesi e così Carbonara, Avigliano, Gioia del Colle e tante altre città furono bruciate ed i loro abitanti trucidati: Pontelandolfo, Casalduni, Venosa (patria d’Orazio), Barile, Monteverde, S. Marco, Rignano, Spinelli, Montefalcione, Auletta ed altre cento città. Mai conosceremo il numero dei contadini immolati, fucilati, trucidati. Il Piemonte massacrava un popolo, e ne distruggeva la sua economia, stava imponendo con la forza il nuovo ordine voluto dalla massoneria inglese. Antonio Gramsci, nato ad Ales in Sardegna ma originario di Gaeta, il cui nonno era , Don Gennaro Gramsci capitano della gendarmeria borbonica, parlando della questione meridionale ebbe a dire che: “.. .Lo Stato italiano è stato una dittatura feroce che ha messo a ferro e fuoco l’Italia meridionale e le isole, crocifiggendo, squartando, seppellendo vivi i contadini poveri che gli scrittori salariati tentarono di infamare con il marchio di briganti”. Queste sue considerazioni non furono mai accettate dal pci , e c’era una logica nella negazione della verità: “era necessario occultare e rimuovere l’eterodossia di Gramsci per poter affermare, nell’Italia postfascista, l’esistenza di una linea di continuità Gramsci-Togliatti che consolidasse la rappresentazione mitica e unitaria della storia del Pci”.
Ininterrotta fu la rottamazione del Sud, avviata nel 1860, per unificare l’Italia (ma in Parlamento, nel 1866, il capo del governo chiarì che avevano solo allargato il Piemonte). Prima l’arrivo di Garibaldi e i suoi (progetto inglese, la cui flotta militare protesse lo sbarco e affiancò l’impresa); seguiti da un via-vai di navi piemontesi e statunitensi che trasportavano soldati sabaudi in Sicilia: ufficialmente “disertori”, che svuotarono indisturbati gli arsenali militari; poi arrivò l’esercito piemontese propriamente detto, senza dichiarare guerra, e in circa dieci anni eliminò ogni resistenza (i “briganti”), con stati d’assedio, fucilazioni e arresti in massa, senza accusa né processo, fosse comuni e carceri ridotte a carnai (32mila, in un mese, nella sola Agrigento, denunciò Crispi), in cui le epidemie facevano stragi; deportazioni di decine di migliaia di persone, fra cui almeno 60mila soldati borbonici, campi di concentramento (ufficialmente di “rieducazione”: impararono a riconoscere il padrone); cittadine rase al suolo per rappresaglia, massacro della popolazione e donne stuprate, superstiti arsi vivi nelle case incendiate. Aspettiamo ancora le scuse che non verranno mai perché: appena annessi al resto d’Italia, i meridionali divennero incapaci di fare tutto quello che facevano prima e bene. Nacque un Paese che doveva produrre a Nord e consumare a Sud (la sola Fiat, dal 1975 a oggi, a vario titolo, ha preso più sovvenzioni pubbliche del Mezzogiorno). L’Italia appena unita stanziava soldi per le bonifiche: meno dell’1% della somma, al Sud (lo riferisce Nitti); il governo Renzi dei 4860 milioni di euro per le ferrovie, solo l’1,3 per cento da Firenze in giù (capito perché a Matera non è ancora arrivato il treno, dopo 156 anni?); l’Italia appena unita fa leggi in modo che le scuole si facciano a Nord e poco al Sud; il decreto sull’università (Letta) stabilisce che un ateneo è tanto “migliore”, e il suo “merito” premiato con ulteriori risorse, quanto più ricco è il territorio circostante e più soldi hanno i suoi studenti (è la condanna a morte per le università del Sud). Senza dimenticare che per il terremoto di Messina, nel 1908, l’Italia è l’ultima a far arrivare i soccorsi (dopo russi, inglesi, tedeschi…): mandando 10mila bersaglieri a fucilare sul posto i “presunti sciacalli” che rovistano fra le macerie e avviene una carneficina di superstiti che cercano di recuperare le loro cose o i corpi dei loro congiunti. Con il governo Monti, ministro all’Istruzione Francesco Profumo, i 112 milioni per e scuole terremotate (24mila e in gran parte al Sud) finiscono per un terzo alla sola Lombardia, il 97 % a Centro-Nord, il 3% al Sud; come (governo Letta) i fondi per combattere l’evasione scolastica, che ha record europei a Scampia e in alcuni quartieri di Palermo. Per abbuonare poi l’Ici a tutta Italia, Tremonti prese i soldi per porti e strade malmesse di Calabria e Sicilia e, in anni, sottrasse decine di miliardi al Mezzogiorno e li spese altrove. La Cassa per il Mezzogiorno, che non ebbe mai un presidente meridionale, fece strade, scuole, fognature, qualche diga, ma molto meno di quanto sia stato fatto nel resto del Paese, senza Cassa per il Non-Mezzogiorno. Si impegnò lo 0,5-0,7 del prodotto nazionale lordo, spiccioli. E sempre per non scusarsi ad oggi voltano la frittata: il ladro è il Sud e il derubato il Nord, unico caso al mondo e nella storia di furto continuato che arricchisce il derubato e impoverisce ladro (Pino Aprile). Al momento dell’Unità, il prodotto pro-capite era simile a Nord e Sud; da allora, quello del Sud non fa che diminuire e quello del Nord crescere. Oggi è al minimo storico, a livello di secondo dopoguerra, circa metà che a Nord, tanto che non si fanno manco più figli a Sud. La Questione meridionale è un progetto economico imposto con le armi e sostenuto dalla politica; figlia di volontà e interessi che hanno creato una colonia interna, nel Paese, secondo il sistema dilagato con la rivoluzione industriale, ora declinante e sostituita da quella informatica. Ma sapete perché il vento stà cambiando? Nonostante questo, i giovani meridionali non vogliono andar via, o addirittura tornano dopo essersi ben sistemati altrove, fanno miracoli, inventano lavori, economia che si regge sulle nuove tecnologie. E la verità che stà venendo a galla puzza troppo per dire che è profumo. Il vento del cambiamento lo abbiamo sentito con le ultime elezioni politiche dove l’intera popolazione dell’ex Regno ha votato compatta per un rinnovamento, nonostante fosse radicato in essa la politica di sinistra. Certo che i taliani hanno subito gettato fango dicendo che il voto è legato al reddito di cittadinanza ventilato dal movimento, ma il meridionale non è più il contadino credulone del 1860, come crede l’italiota, anche perché non lo fu nemmeno dopo la pseudo unità quando povero, lacero ed ignorante diede filo da torcere ad un’intero esercito, scatenando una vera e propria guerra civile. Attenti bugiardi perche l’Ostro può produrre molti danni!
Nel 1734 il Sud andò a Carlo III di Borbone che, avendo in dote 28 milioni di ducati, pensò bene ricomporre lo Stato attraverso la cultura. Nacque così il ’700 con il rinascimento napoletano.
La scuola che si realizza è per rinnovare il sapere della gente. Ogni città, ed ogni villaggio doveva essere provvisto di scuole pubbliche. Ogni provincia doveva avere una scuola per uomini ed una per donne, dove apprendere le scienze primarie e le belle arti e, per i nobili, esercizi di colta società. Nella capitale fiorì l’Università con le diverse specializzazioni, università che era considerata come l’atto finale e sublime della pubblica istruzione.
Nel 1806 molte leggi furono emanate nel Regno delle Due Sicilie: si ebbe l’apertura di scuole speciali come l’Accademia delle Belle Arti, la scuola delle Arti e mestieri, l’Accademia Reale militare, la Politecnica, l’Accademia Navale, quella dei Sordomuti, una delle arti da disegno, un convitto di chirurgia e medicina, uno di musica.
I seminari furono conservati e potevano svolgere regolarmente e mirabilmente la loro funzione sociale.
Nacque allora anche la Società Reale, cioè un’accademia di storia ed antichità che si giovò di doni e privilegi e, così pure, quella detta d’incoraggiamento e pontaniana.
L’istruzione pubblica permise a tutti di imparare l’arte del leggere e dello scrivere, consentendo anche ai figli dei contadini più ricchi l’accesso agli uffici pubblici, la carriera nell’esercito e soprattutto la presa di coscienza delle libertà individuali e dell’indipendenza di cui godeva il Regno delle Due Sicilie.
I Borboni profusero non poche energie per sviluppare l’istruzione pubblica che prima del 1806 era commessa a 33 scuole normali, ai seminari delle Diocesi Vescovili, ai corpi religiosi e all’Università degli Studi di Napoli.
Ad Avellino vi era un collegio che conferiva i Gradi accademici per la giurisprudenza, la teologia e la medicina.
A Salerno si davano i gradi in medicina; gradi che fecero del dottorato salernitano una scuola rinomata in tutto il mondo.
Dopo il 1810 in tutti i comuni si istituirono scuole primarie gratuite a spese dei municipi; molte ne furono istituite nei capoluoghi di provincia.
Ferdinando II volle incrementare la cultura ed il sapere nel suo Regno introducendo altre 16 cattedre nell’Università della capitale, l’Orto Botanico, il Collegio Veterinario; istituì quattro Licei a Salerno, Catanzaro, Bari e l’Aquila.
Le spese per l’istruzione pubblica ammontavano a circa un milione di ducati all’anno.
I regolamenti per le scuole primarie furono approvati il 21 dicembre 1819.
Le ministeriali del 12 giugno 1821 e 7 agosto 1821 stabilirono il modo come dovessero scegliersi i maestri nelle scuole primarie. Con decreto del 13 agosto 1850 il Re nominò i Vescovi ispettori di tutte le scuole del Regno, pubbliche e private.
A Napoli esistevano 14 istituti d’istruzione media superiore con 1.343 alunni; due istituti di nobili fanciulle con 303 educande; 32 Conservatori di musica frequentati da 2.134 studenti.
Dopo il 1861 il Piemonte, scientificamente, chiuse tutte le scuole che erano sovvenzionate con denaro pubblico.
L’operazione doveva servire a due cose: rendere il Sud schiavo e colonizzato e trasferire i soldi, tutti quelli possibili, al Nord.
Il Piemonte, indebitato di un miliardo di lire con le banche londinesi, aveva bisogno di liquidità costante, anche per portare a temine l’opera di pulizia etnica nel Mezzogiorno d’Italia.
Prima ad essere attaccata fu l’istruzione pubblica, poi vennero svuotati tutti i forzieri delle banche e quelli dei comuni. Mai, nel Sud, la barbaria fu più feroce ed infame.
Il Villardi, che era stato mandato nella capitale a smantellare l′apparato scolastico napoletano, così ricorda:
“ Pareva che si volesse levar tutto a Napoli. Oggi per esempio, noi abbiamo sciolto l’Accademia delle Belle Arti, mentre si pagano tutti i professori; per l’istruzione secondaria, in una città di cinquecentomila anime, non abbiamo che un liceo di sessanta alunni e questo con un ministro intelligente e pieno di volontà… “.
Ecco, il Regno delle Due Sicilie era finito nelle mani degli eredi di Vittorio Emanuele I, della dinastia più reazionaria d’Europa; quella cioè che, abolendo il Codice Napoleonico, ristabilì l’antica legislazione complicata e senza unità, i privilegi fiscali e l’antica legislazione penale con la fustigazione e, cosa più terribile, proibì i culti ai cattolici perseguitando anche mortalmente ebrei e valdesi e, cosa ancora più abominevole, ridiede tutta l’istruzione nelle mani delle scuole religiose a pagamento, abolendo quelle pubbliche istituite da Napoleone.
Allo stesso modo represse con ferocia i tentativi dei genovesi di riacquistare l’antica dignità e libertà*.
(*Tra il 1 e il 10 aprile del 1849, il generale sabaudo Alfonso La Marmora ordinò ai suoi 30.000 bersaglieri il bombardamento di Genova che era insorta contro la tirannìa piemontese.)
I bersaglieri misero a sacco la città depredando beni e cose, violentando donne e bambini. Uccisero circa 600 Genovesi. Vittorio Emanuele II alla fine di quell’azione si congratulò con La Marmora definendo i cittadini di Genova “vile ed inetta razza di canaglie”.
Chi non poteva pagarsi l’istruzione, secondo le leggi dei Savoia, doveva rimanere analfabeta e la classe contadina, chiamata dai montanari piemontesi classe infima da erudire con le fucilazioni e le torture. In pochi mesi il governo piemontese distrusse secoli di cultura, di tradizioni, di storia, secoli di libertà e dignità.
Alla guida dei licei del Regno fu mandata gente illetterata, con il solo scopo di smantellare l’istruzione pubblica e rendere il popolo ignorante e servo. In poco tempo i piemontesi, sotto la gragnuola di ispettori, vice ispettori, delegati, bidelli, funzionari ed impiegati, quasi tutti venuti dal Piemonte, i quali non conoscevano nemmeno la lingua italiana, “‘nfrancesati” come erano, massacrarono e dissolsero la scuola primaria e secondaria.
Gli scagnozzi e gli scherani di Vittorio Emanuele II, re dei galantuomini e della borghesia cisalpina, i servi del governo della destra storica, ebbero l’ordine di chiudere l’Accademia Napoletana delle Scienze e di Archeologia, famosissima in tutto il mondo, mentre l’Istituto delle Belle Arti fu abolito per decreto.
Mai i Borboni avevano dissacrato la cultura, né la religione, né la dignità dei contadini e degli operai. La scuola superiore era affidata ad uomini di grande reputazione morale e professionalmente preparati. Ai sovrani napoletani poco importava, se politicamente fossero di idee repubblicane, liberali o legittimiste; sapevano che la matematica o la fisica non potevano essere politicizzate in una scuola seria. Uomini del calibro di Galluppi, Lanza, Flauti, De Luca, Bernardo Quaranta reggevano le cattedre universitarie.
Macedonio Melloni, cacciato da Parma per le sue idee liberali, fu accolto dai Borboni affinché portasse la sua esperienza nella scuola del Regno. Il Melloni era raccomandato presso il Governo Borbonico da Francesco Arago, ardentissimo e passionale repubblicano, ma ai Borboni interessava soprattutto “far funzionare le libere istituzioni nel modo migliore possibile”. Il ministro della P.I. BACCELLI nel 1894 nel fare il programma sulla nuova “Riforma della Scuola così si esprimeva nel suo preambolo:”…bisogna insegnare solo leggere e scrivere, bisogna istruire il popolo quanto basta, insegnare la storia con una sana impostazione nazionalistica, e ridurre tutte le scienze sotto una……… unica materia di “nozioni varie”, senza nessuna precisa indicazione programmatica o di testi, lasciando spazio all’iniziativa del maestro e rivalutando il più nobile e antico insegnamento, quello dell’ educazione domestica; e mettere da parte infine l’antidogmatismo, l’educazione al dubbio e alla critica, insomma far solo leggere e scrivere. Non devono pensare, altrimenti sono guai!». Gli studenti vengono “allevati” affinché diventino docili e remissivi lavoratori al servizio dello Stato o, nel caso di una ristretta minoranza, la nuova e fedele classe dirigente del paese.
E’ un secolare vuoto storico che oltraggia il valore e la dignità di un popolo, insultato, massacrato ed incarcerato nella propria terra, occupata dallo straniero! Anche nei fatti della rivoluzione anti-napoletana, anti-cristiana ed anti-borbonica del 1799, non si racconta la verità! Ma quegli accadimenti storici non possono essere dimenticati o, peggio, falsificati. Il popolo napoletano, che ha subito e poi combattuto sanguinose guerre di spoliazione e di soprusi, non può più essere vilipeso ed oggi invochiamo la verita storica per inorgoglire i figli del grande Sud, prima “lazzari”, poi “briganti”ed infine oggi ancora emigranti.
Ma che accadde in quei convulsi anni di sterminio di lazzari?
La fine del Seicento è l’epoca della filiazione della Massoneria speculativa dalla Massoneria operativa. Nelle Logge corporative entrano luminari della nobiltà, chiamati “Massoni Accettati”, che si assumono il compito di abbattere le monarchie assolute e riformare i costumi in tutto il mondo occidentale. Fra i massoni francesi ci sono Montesquieu, Rousseau, Voltaire, Lalande, Petion, Mirabeau, Danton , Lafayette e Napoleone. In pochi decenni, la Massoneria Universale si radica in Europa e penetra nei salotti buoni degli stati feudali europei. Nel 1750, nasce a Napoli una Gran Loggia, che designa Gran Maestro Raimondo di Sangro, principe di San Severo.
E’ l’inizio della fine della monarchia assoluta di Carlo Borbone, sorta nel 1734. Per affermare gli ideali massonici dei Landmarches, non c’è che un modo: distruggere le monarchie e lo Stato della Chiesa. E’ quello che succede. La monarchia borbonica di Ferdinando IV, ne da l’occasione. Nel 1796 le truppe francesi, guidate dal generale Napoleone Bonaparte cominciano a riportare significativi successi in Italia, l’una dopo l’altra vengono proclamate delle repubbliche “sorelle”, filofrancesi e giacobine (la Repubblica Ligure e la Repubblica Cisalpina nel 1797, la Repubblica Romana nel 1798). Nel 1798, le truppe francesi occupano Roma e proclamano la Repubblica romana. Ferdinando IV con le truppe napoletane, corre in difesa dello Stato Pontificio ed entra nella città del papa, Roma. L’esercito napoletano, forte di 70.000 uomini reclutati in poche settimane e comandato dal generale austriaco Karl von Mack entra nella Repubblica Romana con l’intenzione dichiarata di ristabilire l’autorità papale. Dopo solo sei giorni Ferdinando IV arriva a Roma, ma una immediata e risoluta controffensiva dell’armata francese del generale Jean Étienne Championnet sbaragliò rapidamente l’esercito napoletano alla battaglia di Civita Castellana così i borbonici furono costretti alla ritirata, l’armata francese poté avanzare agevolmente fino a Napoli dove venne costituita, con l’appoggio dei giacobini filofrancesi locali, la Repubblica Partenopea. Le truppe francesi entrate nel Regno di Napoli, devastarono e saccheggiarono il territorio, abbandonandosi a gravi violenze, e raggiunsero Napoli il 23 gennaio 1799 dove entrarono con la collaborazione dei democratici locali e schiacciarono la resistenza dei lazzari legittimisti e clericali.
Il 23 gennaio i giacobini napoletani proclamano da Castel Sant’Elmo la Repubblica di Partenopea.
Con un decreto del generale Championnet viene costituito e insediato il Governo Provvisorio. “In quei 4 giorni i francesi, con la collaborazione dei giacobini locali, massacrarono – come riferisce il generale Thiebault nelle sue memorie – non meno di ottomila napoletani”. Nei giorni successivi, la stessa sorte tocca alle città di Troia, Lucera, Bovino, Manfredonia, Foggia e San Severo. A Monte Sant’Angelo, invece, viene spogliata degli arredi in oro del Santuario di san Michele e tutti gli stemmi araldici, posti all’ingresso delle abitazioni signorili, sono distrutti con colpi di scalpelli. Nelle piazze sono alzati gli alberi della libertà, mentre la parola “cittadino” è sostituita ai titoli nobiliari. Il governo repubblicano, intanto, promulga leggi sulle libertà ed anche oltre millecinquecento (1500!) condanne a morte contro coloro che si oppongono a quella conquista e all’offesa quotidiana dei valori tradizionali popolari e cristiani di cui quegli alberi – abbattuti decine di volte – rappresentano il simbolo più odiato; intanto il commissario repubblicano francese Faypoult timbra le nostre opere d’arte e le spedisce a Parigi. La vita della neonata Repubblica è difficile fin dagli inizi: manca l’adesione popolare e quella delle province non occupate dall’esercito francese; sebbene i repubblicani siano spesso personalità di grande rilievo e cultura, appaiono anche eccessivamente indottrinari e lontani dalla conoscenza dei reali bisogni del popolo napoletano. Inoltre la Repubblica ha un’autonomia estremamente limitata, sottoposta di fatto alla dittatura di Championnet e alle difficoltà finanziarie causate principalmente dalle richieste dell’esercito francese costantemente in armi sul suo territorio. Non si riuscirà mai a costituire un vero e proprio esercito ottenendo solo limitati successi nella democratizzazione delle province. A questo si aggiunge una repressione spietata e sanguinaria contro gli oppositori del regime, che certo non aiuta a conquistare le simpatie popolari; difatti durante i pochi mesi della repubblica moltissime persone vengono condannate a morte e fucilate dopo sommari processi politici. Nel frattempo, nel resto delle province, la situazione comincia a precipitare. Il cardinale Fabrizio Ruffo sbarca il 7 febbraio in Calabria con l’assenso regio e con pochi compagni, riuscendo a costituire in poco tempo un’armata popolare (l’Esercito della Santa Fede) e ad impadronirsi rapidamente della regione e poi della Basilicata e delle Puglie. Nell’esercito di Ruffo militano anche diversi briganti come Fra Diavolo, Panedigrano, Mammone e Sciarpa. Una squadra navale inglese tenta la conquista dal mare, ma dopo una breve occupazione dell’isola di Procida è costretta alla ritirata dalle navi comandate dall’ammiraglio repubblicano Francesco Caracciolo, ex ufficiale della marina borbonica.
La marcia su Napoli dei “sanfedisti” diventa inarrestabile ed annienta, con la conquista di Castel Sant’Elmo, l’ultima sacca di resistenza repubblicana che termina al Ponte della Maddalena nonostante la strenua resistenza del Forte di Vigliena. Pochi giorni dopo, tra il 18 e il 22 giugno si arrendono gli ultimi forti cittadini in mano ai giacobini: Castel dell’Ovo, Castel Nuovo e Castel Sant’Elmo.
Il 13 giugno del 1799, in tutte le città del regno di Napoli, l’albero della libertà viene sradicato ed al suo posto trovano visibilità gli antichi crocifissi. Ottenuta la resa dei repubblicani, restava da decidere come trattare le centinaia di persone che avevano partecipato al governo di Napoli durante l’occupazione francese. Erano state diverse centinaia le persone che avevano prestato servizio alla Repubblica napoletana. Dal punto di vista giuridico la loro posizione era molto difficile. Siccome la Repubblica napoletana non era stata riconosciuta ufficialmente (lo stesso governo francese aveva rimandato indietro senza riceverla una delegazione inviata allo scopo di ottenerne il riconoscimento), essi non erano considerati prigionieri di guerra (con tutte le garanzie connesse). Rischiavano pertanto di essere giudicati da un tribunale penale come traditori. Il reato di tradimento era punito con la condanna a morte. Ai repubblicani trincerati in Castel Sant’Elmo, il Comandante Generale del Re, Fabrizio Ruffo offrì un'”onorevole capitolazione”, concedendo loro di optare per la fuga, imbarcandosi o seguendo le guarnigioni francesi, che avevano già abbandonato la città. Ma appena questo accordo fu sottoscritto ed accettato anche dai comandanti delle truppe regolari presenti all’assedio, sotto consiglio inglese, Ruffo viene esautorato dal comando. L’ammiraglio inglese Lord Orazio Nelson, non aveva tollerato la sconfitta navale a Procida e succube di Emma Hamilton amica della regina Maria Carolina, (a cui i giacobini avevano ghigliottinato la sorella a Parigi), non voleva perdonare i giacobini napoletani rei di essersi affrancati agli omologhi francesi. Pochi giorni più tardi, verrà impiccato ai pennoni de “La Minerva”, l’ammiraglio, Francesco Caracciolo, membro della loggia “Perfetta Unione”. Lo seguiranno in estate Domenico Cirillo, Michele Natale vescovo di Vico Equense e Gennaro Serra duca di Cassano, tutti patrioti-massoni, appartenenti all’Officina “Vittoria” di Napoli, e due donne, Luisa San Felice e Eleonora Pimentel Fonseca.
Dopo sei mesi, il sogno della repubblica napoletana termina in un bagno di sangue. L’8 luglio re Ferdinando IV di Borbone, dichiara decaduta la repubblica.
Su circa 8000 prigionieri, solo 124 vengono mandati a morte, 6 sono graziati, 222 condannati all’ergastolo, 322 a pene minori, 288 alla deportazione e 67 all’esilio. La perfidia di Nelson destò una forte impressione anche in Inghilterra, dove Charles Fox pronunciò un acceso discorso alla Camera contro il comportamento dell’ammiraglio.
«L’odio dell’inglese, contro i francesi e i loro partigiani, lo accecasse e lo spingesse ad atti selvaggi e sleali […] e anche l’ipotesi che egli ubbidisse ad ordini segreti del governo inglese, che volevano perpetuare nell’Italia meridionale l’antitesi e la discordia tra sovrani e sudditi, in modo che l’Inghilterra avesse sempre un piede in queste regioni, e potesse valersi delle due Sicilie pei suoi scopi militari e commerciali. »
(B. Croce, La repubblica napoletana del 1799, pp. XV-XVII, cfr. anche Filippo Ambrosini, L’albero della Libertà. Le Repubbliche giacobine in Italia 1796-99, Edizioni del Capricorno, Torino 2014, p. 242-47))
Voglio nuovamente ricordare il giovane popolo del ceto popolare napoletano “I LAZZARI” che in questi avvenimenti tumultuosi sociali e politici, di una rivoluzione mancata, combatterono contro l’esercito napoleonico, percepito come giacubino, ed in nome della tradizione cattolica, difesero Ferdinando IV, quale legittimo re. I lazzari si batterono per tre giorni ininterrottamente, il 21, 22 e 23 gennaio 1799 sulle mura di Napoli. Le forze francesi li soverchiarono; morirono in oltre diecimila per difendere la città. In seguito, i lazzari si allearono alle truppe sanfediste che riconquistarono Napoli tra giugno e luglio dello stesso anno, ponendo termine alla Repubblica Napoletana. Alcuni capi lazzaro, quali Antonio D’Avella detto Pagliucchella e Michele Marino (detto ‘o pazzo), per opportunità economiche, aderirono alla causa repubblicana e anch’essi furono impiccati in piazza del Mercato il 29 agosto del 1799 come gli alleati giacobini.
Storie avvolte nel mistero del silenzio di una storia reticente.
Il movimento sanfedista si inserisce a pieno titolo nei movimenti europei controrivoluzionari della fine del XVIII secolo, come ad esempio quello sorto durante le guerre di Vandea nella omonima regione.
Gli invasori furono largamente invisi agli strati popolari (per una serie di ragioni tra cui l’ostentata irreligione, i saccheggi, le depredazioni, le imposizioni fiscali e l’imposizione della leva militare), mentre l’aristocrazia e la borghesia benestante videro con favore la loro presenza. I francesi furono protagonisti di episodi di crudeltà. Nel Regno di Napoli l’elenco fu tristemente lungo: nel basso Lazio avvennero le prime feroci stragi di civili: 1.300 persone furono massacrate a Isola Liri e nei dintorni; Itri e Castelforte furono devastate; 1.200 persone furono uccise a Minturno nel gennaio 1799, più altre 800 in aprile; gli abitanti della cittadina di Castellonorato furono tutti massacrati; 1.500 furono le persone passate a fil di spada nella sola Isernia, 700 a Guardiagrele, 4.000 ad Andria, 2.000 a Trani, 3.000 a San Severo, 800 a Carbonara, tutta la popolazione a Ceglie, ecc.Di fronte a queste violenze, la popolazione si sollevò in ogni parte del Regno. Le masse popolari armate assunsero nelle diverse regioni vari nomi: “lazzari” a Napoli, “montanari” in Abruzzo, “contadini” nella Terra di Lavoro. La «monarchia napoletana — come osserva Benedetto Croce —, senza che se lo aspettasse, senza che l’avesse messo nei suoi calcoli, vide da ogni parte levarsi difenditrici in suo favore le plebi di campagna e di città, che si gettarono nella guerra animose a combattere e morire per la religione e pel re, e furono denominate, allora per la prima volta, “bande della Santa Fede”»
Fabrizio Dionigi Ruffo dei duchi di Bagnara e Baranello detto il cardinale generale. Ricevuto il titolo di “Comandante Generale” del Re, ottenne una nave e sette uomini. Salpò da Palermo e sbarcò l’8 febbraio in Calabria, sua terra natale. I primi centri di raccolta dei volontari furono Scilla e Bagnara, suoi feudi. Schiere di contadini risposero all’appello, fino a raggiungere il numero di 25.000 uomini abili alle armi. Ruffo chiamò il suo esercito Armata Cristiana e Reale. La regina, considerava il Ruffo inaffidabile e gli preferiva l’ammiraglio inglese Orazio Nelson. Il cardinale, propose una pacificazione generale, iniziando delle trattative volte a sottoscrivere una capitolazione prima che arrivassero espliciti ordini contrari. Così facendo cercò – nei limiti del possibile – di attenuare le prevedibili sofferenze dei giacobini concedendo loro di optare per la fuga, imbarcandosi o seguendo le guarnigioni francesi, che avevano già abbandonato la città. Ma il 24 giugno l’ammiraglio Nelson giunse in rada. Il giorno dopo, quando i primi giacobini stavano già aspettando il momento di imbarcarsi, l’ammiraglio inglese fece sapere che il patto era “infame” e che non ne avrebbe permesso l’esecuzione. Il cardinale Ruffo viene praticamente esautorato dal comando. Un ufficiale inglese, quindi, decise la sorte dei prigionieri napoletani, di cui 124 furono giustiziati!
Il Canto dei Sanfedisti, riproposto nel Novecento da numerose compagnie di canto popolare: si noti il riferimento ironico alla Carmagnola (canto rivoluzionario). Il successo popolare che riscosse il movimento della Santa Fede dimostra che le idee rivoluzionarie e giacobine avevano fatto presa soltanto tra gli strati più istruiti della popolazione napoletana. « A lu suone d’ê grancasce viva viva ‘o populo vascie, a lu suono d’î tammurielli so’ risuorte ‘i puverielle. A lu suono d’ê campane viva viva ‘i pupulane, a lu suono d’î viulini morte a li giaccubbine! Sona sona sona Carmagnola sona li cunsiglie viva ‘o rre cu la famiglia. A Sant’Eremo tanto forte l’hanno fatto comm’â ricotta, a ‘stu curnuto sbrevognato l’hanno mis’ ‘a mitria ‘n’capa. Maistà, chi t’ha traduto? Chistu stommaco chi ha avuto? ‘E signure, ‘e cavaliere te vulevano priggiuniere. Sona sona sona Carmagnola sona li cunsiglie viva ‘o rre cu la famiglia. Alli trirece de giugno sant’Antonio gluriuso ‘e signure, ‘sti birbante ê facettero ‘o mazzo tante. So’ venute li francise aute tasse n’ci hanno mise, liberté… egalité… tu arruobbe a me io arruobbo a te! Sona sona sona Carmagnola sona li cunsiglie viva ‘o rre cu la famiglia. Li francise so’ arrivate ci hanno bbuono carusate, et voilà, et voilà… cavece ‘n culo a la libbertà! A lu ponte d’â Maddalena ‘onna Luisa è asciuta prena e tre miedece che banno nu’ la ponno fa’ sgravà. Sona sona sona Carmagnola sona li cunsiglie viva ‘o rre cu la famiglia. A lu muolo senza ‘uerra se tiraie l’albero ‘n terra afferraino ‘e giacubbine ‘e facettero ‘na mappina. È fernuta l’uguaglianza è fernuta la libertà pe ‘vuie so’ dulure e panza signo’, iateve a cuccà! Sona sona sona Carmagnola sona li cunsiglie viva ‘o rre cu la famiglia. Passaie lu mese chiuvuso lu ventuso e l’addiruso a lu mese ca se mete hanno avuto l’aglio arrete. Viva tata maccarone ca rispetta la religgione, giacubbine iate a mare ch’ v’abbrucia lu panare! Sona sona sona Carmagnola sona li cunsiglie viva o rre cu la famiglia. »
Stampa sacra sanfedista con una croce istoriata e rappresentazioni simboliche ai lati della stessa: in alto la raffigurazione dei sovrani borbonici, al centro Sant’Antonio che impugna la bandiera borbonica, e San Gennaro, in basso a sinistra un angelo scaglia fulmini contro il demonio che trascina nelle fiamme dell’inferno l’albero della libertà spezzato con in cima il berretto frigio, e la bandiera tricolore e sotto il motto “Muore la Libertà e Viva sua Maestà”, a destra raffigurazione delle esecuzioni dei liberali con due impiccati ed un terzo in corso d’impiccagione da parte del boia, sotto la scritta “Morte dell’infami Giacobini”. A legenda della stampa la scritta in latino Nos autem gloriari oportet, in Cruce, Domini Nostri Jesu Christi
L’ombra minacciosa della peste si manifestò su Napoli nel 1656 qualche giorno dopo l’entrata del nuovo anno. Giuseppe de Blasiis, pubblicò un manoscritto datato 20 giugno 1656 in cui si riferisce che il morbo fu portato a Napoli da alcuni soldati spagnoli, provenienti dalla Sardegna. Uno di loro ricoverato nell’ospedale dell’Annunziata, gli venne subito diagnosticata la peste dal medico Giuseppe Bozzimo, che diede subito l’allarme, ma fu messo a tacere ed imprigionato perché, a parere del Viceré, aveva diffuso notizie false. Intanto l’ammalato ed alcune persone, che erano state a lui vicine, morirono accusando gli stessi sintomi del male. Il povero medico morì anch’esso di peste in carcere, ed i suoi colleghi, onde evitare di finire imprigionati, non solo non denunciarono la malattia, ma non provvidero nemmeno a distruggere tutto ciò che era appartenuto ai deceduti. Di conseguenza la popolazione fù tenuta all’oscuro, e nessun provvedimento venne preso. Così il contagio iniziò a diffondersi a macchia d’olio in tutta la città sopratutto nei quartieri più affollati e degradati da un punto igienico- sanitario come quelli del Porto, della Vicaria, del Lavinaio e del Mercato. Uno dei primi morti che suscitò una certa notizia fu un certo Masone, un capopopolo al tempo dei moti di Masaniello, e quindi ben conosciuto, che ritornato in quel tempo a Napoli dal suo esilio in Sardegna, morì subito dopo nella sua casa nei pressi di vico Pero e subito dopo di lui, un tale Carlo De Fazio, che avrebbe assistito proprio il Masone durante il suo ricovero all’ospedale dell’Annunziata. Poi, a seguire, sarebbero rimaste vittima la madre di De Fazio, il padrone di casa di costei, che dopo la morte della donna aveva pensato di rifarsi della mancata riscossione del pigione appropriandosi dei suoi materassi infetti. Da quel momento i decessi si susseguono rapidi e fulminei.
La peste trovò nei poco puliti quartieri e nei suoi bassi un terreno fertilissimo e nel maggio del 1656 , l’evento esplose in tutta la sua drammaticità favorito da un sistema fognario inadeguato, numerosi animali in giro per le strade e condizioni igieniche precarie. Intere famiglie cominciarono ad essere sterminate dal morbo. Centinaia di persone incominciarono a morire ogni giorno e le strade cominciarono ad apparire lastricate di cadaveri. Nelle strade venivano bruciati gli oggetti appartenenti agli appestati per distruggere l’infezione e nelle grandi piazze si scavavano grandi fosse comuni per seppellire le troppe vittime, furono addirittura liberati prigionieri dalle carceri per tumulare i morti. La risposta del clero fatta da processioni, e preghiere collettive favorì soltanto la peste aumentando a dismisura le occasioni di contagio. La peste che colpì Napoli è stata oggetto di numerosi studi, in quanto esistono manoscritti, gli atti della Deputazione della salute (ndr: una specie di assessorato alla sanità ante litteram), e quadri che illustrano scene dell’immane tragedia, che hanno fornito agli studiosi abbondante materiale d’indagine. Inestimabile è la documentazione delle scritture degli antichi banchi pubblici napoletani, conservate presso l’Archivio Storico del Banco di Napoli. Il fondo di uno di questi banchi, contiene la registrazione del conto di « dare ed avere » della Deputazione della salute. «Tra le Deputazioni ordinarie e stabili dipendenti dal Tribunale di San Lorenzo vi era quella della peste, che era esercitata da due sole Piazze, cioè dal Seggio di Porto e dalla Piazza del Popolo. Il loro ufficio consisteva nel riconoscere in tempo di peste il sospetto di essa e di rilasciare le fedi di sanità (ndr: attestati di buona salute) di qualsivoglia nave che venisse di fuori regno o da altri luoghi sospetti: e se non vi erano dubbi, si mandava la nave a far la purga di 40 giorni nel luogo solito, sulla costa occidentale di Posillipo, detto Chiuppino. Questi due Deputati, che erano stipendiati della Città, facevano anche i bollettini e le fedi di sanità di quelle navi che partivano da Napoli. Questa deputazione durò in tal guisa fin al 1656, allorché per la terribile peste che invase la città ed il regno essa divenne Deputazione separata e si chiamò Tribunale della Generale Salute».
Ad ogni cliente del banco si accendeva un conto nel “libro maggiore”. È stato così possibile ricostruire le operazioni effettuate dai Deputati e, grazie soprattutto alla causale dei pagamenti, si è giunti a chiarire meglio fatti e figure del triste periodo. La popolazione di Napoli fra il 1600 ed il 1656 cresce da 270.000 a 450.000 abitanti, compresi i casali. La grande metropoli esercitava un fascino notevole specialmente sui contadini che si allontanano dalla campagna, per sfuggire alle insidie dei briganti ed all’oppressivo regime feudale ed al vulcano, perché nel 1631 si verificò un’ importante eruzione del Vesuvio, che investì molti paesi e molti casali fuori dalle mura della città. Questo avvenimento insieme agli altri motivi citati spinse buona parte della popolazione dei paesi a ridosso del Vesuvio, rimasta senza casa e lavoro a trovare rifugio nella capitale. Si è calcolato che a cercare riparo in città furono più di 44.000 senzatetto, che contribuirono ad aumentare la di per se già elevata densità abitativa in città che si concentrò particolarmente in alcuni noti rioni storici. Si giungeva a Napoli con la speranza di trovare lavoro e sistemazione sicura presso la Corte, presso gli uffici, presso qualche artigiano o presso qualche famiglia nobile. Il porto, inoltre, costituisce altra fonte di lavoro per il gran numero di navi che vi giungono. Ma alla rapida crescita demografica non fa riscontro, uno sviluppo edilizio adeguato, sicché, a metà del secolo XVII, la città si addensa ancora entro le mura tracciate dal viceré Pedro di Toledo. Uno spazio sufficiente a contenere 100 mila persone ne accoglie ora un numero quadruplicato, e la città subisce delle trasformazioni. I palazzi, una volta di uno o due piani, si appesantiscono di brutte soprelevazioni e l’antica larghezza stradale appare angusta. La strada diventa un vicolo; ai piani più bassi la luce non arriva e le abitazioni sono molto umide. In questi grossi caseggiati, alla metà del secolo XVII, vivono circa 350.000 persone in condizioni igieniche e sanitarie precarie. Accanto a questi edifici, con stridente contrasto, se ne profilano degli altri ampi, soleggiati, con giardini e chiostri, appartenenti alle classi privilegiate. Questi complessi e le “insule conventuali” occupano buona parte del suolo cittadino. Dall’inizio del secolo XVII, nobili ed ecclesiastici profittano di privilegi e sgravi fiscali e non sottostanno alle prammatiche che proibiscono nuove costruzioni. Di ciò si lagnano i privati che preoccupati del continuo espandersi delle “fabbriche” dei religiosi, chiedono al re di Spagna, invano e a più riprese tra il 1605 ed il 1644, di poter costruire liberamente dentro e fuori le mura. Gli ecclesiastici ed i nobili, invece, ingrandiscono i propri edifici, escono dalle mura e costruiscono grossi complessi fuori città. Le chiese di Santa Maria in Portico, San Giuseppe a Pontecorvo, Santa Maria di Caravaggio, San Domenico Soriano, Santa Maria degli Angeli alle Croci, Santa Maria della Verità, il palazzo Donn’Anna e le ville che sorgono in campagna ne sono la prova.
Questi edifici nascono senza un piano prestabilito e saranno i primi nuclei del disordine urbanistico napoletano. Il popolo era schiacciato dal peso delle tasse e dalla politica coloniale spagnola con autorità sanguinarie che portarono carestie, miserie, sopraffazione e inquisizione. Fu pertanto un periodo storico di grandi fermenti rivoluzionari che finirono per sfociare nel 1647, nella grande rivolta capeggiata da Masaniello che portò la città a vivere momenti molto intensi e drammatici che mandarono al patibolo centinaia e centinaia di presunti ribelli.
In questo clima, già di per sé molto difficile, il morbo pestilenziale rappresentò il colpo di grazia. Le precarie condizioni igieniche unite a fattori quali l’elevato numero di animali e il cattivo stato delle strade contribuirono a facilitare la diffusione del contagio portato dalle navi sarde. Nel tessuto cittadino non trascurabile era l’area destinata agli ospedali. Nel secolo XVII, la città di Napoli ne contava cinque principali: gl’Incurabili, Sant’Eligio, i Pellegrini, San Giacomo e l’Annunziata, sorti tutti da importanti istituzioni pie, con proprie leggi e prerogative. L’ospedale degl’Incurabili, fondato nel 1519, si trovava sulla collina di Sant’Agnello a Caponapoli e riceveva ogni specie di ammalati incurabili, compresi quelli di mente ed i tignosi. L’ospedale di Sant’Eligio, fondato nel 1270, era in piazza del Mercato e si occupava dell’assistenza agli infermi poveri, specialmente stranieri. L’ospedale della Trinità dei Pellegrini, sorto nel 1579, era situato presso il luogo detto del “Biancomangiare”, inseguito denominato Pignasecca, e ospitava i vagabondi ammalati. L’ospedale di San Giacomo sorse nel secolo XVI per assistere gli spagnoli poveri ed era contiguo all’omonima chiesa nei pressi di viaToledo. L’ospedale dell’Annunziata, sito presso il quartiere della Duchesca, fondato nel secolo XIV, accoglieva ammalati particolarmente gravi. Questi ospedali si trovavano in origine in spazi ampi e salubri, lontani dalle zone più densamente abitate. Con il passare degli anni, però, furono risucchiati nel centro cittadino e rinchiusi tra enormi fabbricati. Essi, pertanto, non erano più idonei a svolgere il proprio compito e sopravvivevano grazie alle loro colossali amministrazioni che godevano di grande credito nell’economia cittadina. Nel 1789, come afferma il Galanti, gli ospedali di San Giacomo, degli Incurabili e di Sant’Eligio disponevano di 442 posti letto e, con gli altri due ospedali e con le case di cura private della Pace, di Sant’Angelo a Nido e della Pazienza Cesarea, raggiungevano forse i mille posti letto. Sembra inspiegabile che il governo vicereale non avesse provveduto con tempestività ad emanare bandi per fronteggiare il morbo incipiente, specialmente se si pensa che pochi decenni prima erano state adottate misure straordinarie per prevenire un evento simile a quello del ’56. Nel 1619, infatti, gli Eletti della città di Napoli avevano deciso di far costruire un lazzaretto sull’isolotto di Chiuppino, situato nelle prossimità dell’isola di Nisida. La costruzione era stata dettata dalla necessità di avere a disposizione luoghi più ampi ed attrezzati, perché il Mediterraneo era minacciato dalla peste. Il morbo aveva attaccato la Francia e in Italia risultavano contagiate Salerno e la Sicilia. Per la fabbrica del lazzaretto furono stanziati 4.800 ducati e l’opera fu portata a termine in due anni, dal 1626 al 1628. Perciò, nel 1628, gli Eletti lasciarono il fitto di alcune grotte e camere di proprietà del monastero di Santa Maria delle Grazie, situate a Posillipo, dove venivano dirottate le navi per essere ispezionate dai Deputati della salute e, se trovate infette, per essere “purgate”. Ingegnere dei lavori fu Alessandro Ciminiello e «mastro fabbricatore» Giovan Battista Ferraro. Dal 1624, inoltre, si era istituito un cordone sanitario e molti medici, soldati e marinai, oltre ad una nutrita schiera di impiegati, erano stati assunti alle dipendenze della Deputazione della salute per vigilare sull’applicazione del cordone. Nel1630 lo stato di pericolo continuava a persistere, anche se, per effetto delle suddette misure precauzionali, ma si era evitato che il morbo apparisse a Napoli.
Misure immediate, invece, non furono adottate nel 1656, anzi si tentò, in un primo momento, di nascondere l’apparizione del morbo, mentre c’era chi propagava la notizia che erano stati gli spagnoli a diffondere la peste in città, per punire i napoletani della sommossa del 1647. Il vicerè conte Castrillo, non voleva riconoscere la peste, poiché avrebbe dovuto sospendere gli aiuti militari ai suoi compatrioti, impegnati a Milano contro i Francesi. La rivoluzione del 1647 aveva, danneggiato non poco l’economia del Regno, che solo allora andava riprendendosi, come risulta anche dalla circolazione dei banchi pubblici napoletani, aumentata da 1.631.485 ducati del 1649 ai 4.022.074 ducati del 1655. La notizia della peste avrebbe certamente provocato nuove difficoltà economiche. È improbabile, del resto, che le autorità non avessero compreso la gravità del momento, se già nel mese di marzo gli Eletti della città disposero di riattare i “purgaturi” di Nisida a Chiuppino, che, però, non furono utilizzati per la bisogna, perché troppo lontani e quindi difficilmente raggiungibili in breve tempo. È quasi certo, che non ci si rese bene conto della gravità e delle conseguenze della pestilenza, ma la grave colpa dell’autorità fu quella di permettere che da gennaio a maggio ci fosse un enorme esodo da Napoli verso le province. Andrea Rubino rileva che almeno la terza parte della popolazione era fuggita, contribuendo, in tal modo, a diffondere la peste in ogni terra del Regno. Un collegio di medici, nominato dal Viceré, non trovò di meglio che far bruciare tutti i «baccalà» e le «sarache», quali veicoli della terribile malattia. La città scarseggiava di tutto perché, temendosi tumulti, ogni cosa era stata incettata ed anche ciò preoccupava non poco gli Eletti, che già da tempo avevano chiesto al Viceré il permesso di eleggere una deputazione particolare. Tornarono a richiederla, aiutati in questo anche dal nunzio apostolico, Giulio Spinola. Il governo aveva proibito la riunione nelle piazze a causa della rivolta del 1647 e della venuta della flotta francese, per cui era impossibile formare una deputazione che prendesse provvedimenti necessari per frenare il morbo. Ma, finalmente, nell’ultima decade di maggio, l’epidemia fu ufficialmente riconosciuta e si elesse una Deputazione della salute che subito si mise al lavoro. Fu istituito un cordone sanitario, con la proibizione per chiunque di entrare ed uscire dalla città senza bollettini di sanità firmati dai Deputati della salute. Fu utilizzato come lazzaretto l’ospedale di San Gennaro ubicato nelle vicinanze della chiesa della Sanità e, perciò, accessibile facilmente da ogni quartiere. Inoltre, esso aveva nelle vicinanze grandi caverne dove potevano essere seppelliti i morti. Governatore dell’ospedale con poteri straordinari fu Filippo De Dura; si ristrutturarono alla buona i vecchi ambienti e fu assunto nuovo personale per assistere gli ammalati. «Spenditori» furono Raimo Bello, Tellurio Sparano, Giovan Battista Iovene, Giuseppe Galdiero e lo stesso De Dura, che si successero a mano a mano che cambiavano incarico o decedevano. In seguito ad altri provvedimenti poi emanati vennero sigillate le abitazioni dei morti appestati , e ai parenti fatto obbligo di restar chiusi nelle case, mantenuti a spese del governo. I mobili e gli abiti dei defunti vennero bruciati, venne fatto divieto di seppellire i cadaveri nelle chiese, e venne vietato abbracciare infetti o morti, mentre coloro che erano ammalati vennero condotti, anche contro la loro volontà, nei lazzaretti o negli ospedali. Gli ammalati venivano portati nel lazzaretto con carri tinti di rosso e provvisti di campanello. Somme considerevoli furono spese per comprare medicinali; aceto e verderame per disinfettare tutto ciò che si toccava; tela per far vestiti, cappucci e lenzuola; sedie per trasportare gli infermi; tavolette per poggiarvi il cibo; letti e materassi; calce per coprire i morti. Al lazzaretto furono assegnati medici, barbieri ed ecclesiastici, continuamente sostituiti per il loro decesso. Si dettarono disposizioni molto drastiche per il buon andamento del lazzaretto, comminando la pena capitale per i trasgressori. Si ordinò anche di tenere un registro per annotarvi gli ammalati che entravano, quelli che uscivano ed i decessi. Queste norme, però, difficilmente erano rispettate, e solo quando i Cappuccini entrarono nel lazzaretto a portare il proprio aiuto, fu possibile ottenere un poco d’ordine. Si rinforzò il servizio delle feluche per la sorveglianza della costa, mentre a terra squadre di soldati facevano la guardia ai vari accessi alla città ed al porto e controllavano il seppellimento dei cadaveri, per evitare che fossero lasciati per le strade. Il 30 maggio venne emanato un bando della Deputazione della salute con il quale si ordinava che ognuna delle 29 ottime eleggesse un proprio deputato che, con il capitano dell’ottima, visitasse continuamente le abitazioni del quartiere, alla ricerca di ammalati. Questi ultimi, dopo la visita del medico, dovevano allontanarsi dalla propria abitazione, che veniva chiusa con un catenaccio e segnata con una croce bianca, dopo aver bruciato ogni cosa appartenuta ai contagiati. Con lo stesso bando furono precettati medici, chirurghi e barbieri e venne ordinato che i cani fossero trattenuti in casa dai padroni; a distanza di 24 ore dall’emanazione del bando si sarebbero uccisi tutti i cani trovati nelle strade. Si vietava anche il ricovero di ammalati nel lazzaretto senza fede del medico o del deputato dell’ottima. Un altro bando del 12 giugno, richiamandosi al precedente, ribadiva le disposizioni sui cani, anzi metteva una taglia sul loro collo e annunziava, inoltre, che tutti i maiali trovati per le strade della città sarebbero stati presi e venduti, compresi quelli appartenenti all’abbazia di S. Antonio Abate. Ma queste misure arrivarono troppo tardi quando oramai si contavano duemila, tremila, e talvolta anche cinquemila vittime al giorno! Via Toledo, Largo Mercatello ( l’attuale piazza Dante) e le strade del centro erano piene di cadaveri e moribondi, ammucchiati l’uno sull’altro, al punto che le carrozze vi passavano sopra. In vari punti della città bruciavano roghi di carne umana. La terribile peste ovviamente non risparmiava nemmeno le alte autorità civili ed ecclesiastiche e nemmeno gli aristocratici che potevano permettersi di rintanarsi nelle loro ville in collina al Vomero o nei dintorni della città. Per scampare alla morte l’arcivescovo Filomarino, dopo aver visto morire il ministro dell’inquisizione, alcuni amici gesuiti, un centinaio di cortigiani e tutti i capitani delle milizie decise di rifugiarsi nella Certosa di San Martino. Tutti gli uomini di chiesa in seguito a questo poco edificante esempio si diedero alla macchia nei confronti dei poveri ammalati venendo meno alla loro missione caritatevole nei confronti dei poveri e dei sofferenti. Il Papa sollecitò ripetutamente chiarimenti ai responsabili napoletani di tutti gli ordini religiosi sul loro scarso impegno accanto agli appestati e sull’ effettivo numero di religiosi morti per averli assistiti. Il governo spagnolo, fece credere al popolo che erano stati francesi a spargere il contagio diffondendo strane polveri ( in quel tempo il conte Guisa assediava Napoli per conto del re di Francia) e ciò provocò una reazione feroce nei confronti di chiunque fosse straniero. Vari sparsi gruppi di persone organizzarono servizi armati di ronda alla ricerca di untori o stranieri francesi su cui sfogare la loro rabbia e rancore. Le vittime furono centinaia, e non venivano solo uccise, ma i loro corpi dilaniati e fatti a pezzi. I pochi addetti che dovevano raccogliere i cadaveri, e poi seppellirli si rifiutavano a questo ingrato compito e nel panico collettivo si utilizzarono i forzati delle galere, ma quando la peste li ebbe decimati, si cominciarono a precettare anche i passanti. Si ottenne così l’effetto paradossale di far chiudere in casa molti dei sopravvissuti, mentre l’orrore e la puzza del tanfo emanato dai corpi in putrefazione campeggiarono per le strade sotto il sole ed il caldo asfissiante del mese di luglio. La gente vagava senza meta per quella era ormai una città fantasma. I lattanti infettati dal morbo lasciati per strada, i bambini, rimasti orfani e senza assistenza, abbandonati al loro destino fatto di poche speranze di sopravvivenza. Molti, per porre fine alle loro sofferenze, si gettavano dalle alture, nei pozzi, e dai tetti dei palazzi. La gente era terrorizzata dal morbo e molti presi dalla pazzia si calavano nelle cisterne credendo che l’acqua fresca li preservasse dal male. Coloro che avevano ancora la forza abbandonavano la capitale nell’illusione di trovare ricovero nelle altre città del regno, per vedersi però respinti alle porte dalla sorveglianza imposta dalle disposizioni vicereali. Quattrocentosessantamila vittime della epidemia, secondo la stima dei Bianchi, furono seppelliti nelle cave sotterranee: la più famosa indicata con il nome del cimitero del Pianto e della Pietà, e l’altra sottostante il “Rione Mater Dei”, detta Grotta delle Fontanelle.
Terribile la scritta posta sulla lapide che faceva da sigillo Tempore pestis 1656 – Non aperietur .
Molti corpi finivano in mare e molti riemergevano portandosi sulle spiaggia di Chiaia producendo per i processi putrefattivi un terribile tanfo sotto il cocente sole estivo.
In città le botteghe restarono chiuse per mesi, gli alimenti scarseggiarono, il porto isolato e le campagne abbandonate. Poi accade un miracolo. In piena estate, il 14 agosto, quando sembrava non esserci più speranza, una forte pioggia si abbatte su Napoli: un nubifragio fuori stagione che si rivelò decisivo per le sorti della città. L’acqua spazzò via gli umori pestilenziali e purificò l’atmosfera. Sotto l’impeto del temporale e del tremendo acquazzone la fogna di via Toledo, e la zona dei Vergini nel quartiere sanità, si riemprono dei corpi degli appestati, e straripando divenne un torrente di cadaveri, corrose le fondamenta dei palazzi e provocò il crollo di centinaia di abitazioni. Ma la peste, iniziò a rallentare la sua corsa, i decessi diminuirono di intensità, i lazzaretti e gli ospedali a poco a poco si svuotarono fino a che, nel dicembre di quello stesso anno, Napoli viene finalmente dichiarata libera di ogni sospetto.
Il bilancio finale, fu raccapricciante: 250.000 morti su un totale di 450.000 abitanti rappresentando senza ombra di dubbio, la più grande tragedia nella storia della nostra città. Alla fine dell’epidemia la città appariva quasi spopolata; molte generazioni di intellettuali, politici,
artisti, furono del tutto cancellate, la metà delle famiglie distrutte, e interi piccoli rioni estinti. Anche nel resto del regno l’evoluzione dell’epidemia non fu molto diversa (si contarono circa 600.000 perdite umane) con un tasso di mortalità oscillante fra il 50 e il 60% della popolazione.
Città vescovili come Aversa, Teano, Pozzuoli, furono svuotate e piccoli centri quasi estinti.
Micco Spadaro Largo Mercatello (attuale Piazza Dante) durante la Peste del 1656
Centinaia di persone incominciarono a morire ogni giorno e le strade cominciarono ad apparire lastricate di cadaveri.
Cimitero delle Fontanelle Lo spazio delle cave di tufo fu usato a partire dal 1656, per tumulare i morti di peste. Uno studioso avrebbe contato, alla fine dell’Ottocento, circa otto milioni di ossa di cadaveri rigorosamente anonimi. Oggi si possono contare 40.000 resti, ma si dice che sotto l’attuale piano di calpestio vi siano compresse ossa per almeno quattro metri di profondità, ordinatamente disposte, all’epoca, da becchini specializzati.I resti anonimi quindi si moltiplicarono col passare degli anni ed è qui che confluirono, oltre alle ossa trasferite dalle terresante, anche i corpi dei morti nelle epidemie. Alla fine dell’Ottocento alcuni devoti, guidati da padre Gaetano Barbati, disposero in ordinate cataste le migliaia di ossa umane ritrovate nel cimitero. Per lunghi anni, il cimitero è stato teatro di questa religiosità popolare fatta di riti e pratiche del tutto particolari. In esso furono collocate le ossa ritrovate nel corso della sistemazione di via Toledo degli anni 1852-1853, risalenti alla peste del 1656. Ed ancora, nel 1934, vi furono collocate le ossa ritrovate ai piedi del Maschio Angioino durante i lavori di sistemazione di via Acton e quelle provenienti dalla cripta della chiesa di San Giuseppe Maggiore demolita nello stesso anno,
Quando si parla d’industria, l’immaginario collettivo pensa al Nord, pensa al triangolo industriale Milano, Genova, Torino, come se il Padreterno avesse eletto i padani a condurre l’economia, come se i meridionali fossero incapaci di produrre beni, ma solo in grado di consumare ricchezza. Leggendo le statistiche del primo censimento dell’unità d’Italia, ci accorgiamo che gli addetti nell’industriae rano 1.595.359 nel Regno delle Due Siciliec ontro i 376.955 del Regno di Sardegna, i 465.003 della Lombardia, i 66.325 del Ducato di Parma,i 71.759 di Modena, Reggio Emilia e Massa,i 130.062 della Romagna,i 16.344 delle Marche, i 10.955 dell’Umbria,i 33.456 della Toscana. Questi sono dati forniti dal governo piemontese nel 1861 e quindi inconfutabili. 1.595.359 addetti nell’industria del Regno Borbonico contro 1.170.859 addetti del resto d’Italia. La Campania nel 1860 era tra le regione più industrializzata del mondo ed oggi, dopo 152 anni di potere liberal massonico, è definita terra di camorra. Per oltre un secolo scrittori salariati dal regime massonico hanno denigrato i Borboni ed il loro Regno, tanto che la parola borbonico, nell’accezione imperante, è diventata sinonimo di arretrato, di inefficiente. Naturalmente i pennivendoli del Nord e del Sud, baldracche allo stato dell’arte, feccia immonda senza nerbo ed imputridita, letame e monnezza, ai quali stava e sta a cuore solo il più bieco servilismo nei confronti del regime piemontese prima e borghese massonico capitalista oggi, hanno infangato un popolo, un Regno e la sua amministrazione, la sua efficienza amministrativa e tributaria, hanno infangato i contadini del Sud che erano accorsi a difendere la loro patria chiamandoli briganti, hanno infangato la storia. Oggi è sotto gli occhi di tutti la voragine debitoria di questo Stato! Nel 1860 scannarono il Sud e il Sud ha pagato un prezzo enorme alla causa unitaria: quasi un milione di morti, tra fucilati, incarcerati, impazziti, un decimo della popolazione, 20 milioni di emigranti; la spoliazione delle terre demaniali e dei beni ecclesiastici, tutti i risparmi dei Meridionali rapinato. I pennivendoli di regime continuano a scrivere libri di storia menzogneri sull’Unità d’Italia, danno al Sud colpe tremende di parassitismo; continuano a chiamare “borbonica” la cattiva amministrazione e la burocrazia di stampo piemontese e, soprattutto, sono riusciti ad inculcare nell’immaginario collettivo, senza spiegarne le cause, bombardando continuamente le menti ormai fiaccate della gente, che Sud vuol dire mafia, vuol dire camorra, vuol dire ‘ndrangheta, vuol dire far niente, vuol dire assistito. Questi pennivendoli sperano di mettere un velo sull’intelligenza umana, di far dimenticare a qualcuno le miserie del Nord, gli eccidi perpetrati dagli invasori piemontesi, le prepotenze dei liberalmassoni di ieri e di oggi e soprattutto vorrebbero farci dimenticare che il Sud era ricco. Le finanze del Regno delle Due Sicilie nel 1860 costituirono un bottino enorme per i piemontesi ed i mercenari garibaldini al soldo inglese. Vittorio Gleijeses nella sua Storia di Napoli scrive: “… il tesoro del Regno delle Due Sicilie rinsanguò le finanze del nuovo stato, mentre l’unificazione gravò sensibilmente la situazione dell’Italia meridionale, in quanto il Piemonte e la Toscana erano indebitate sino ai capelli ed il regno sardo era in pieno fallimento. L’ex Regno delle Due Sicilie, quindi, sanò il passivo di centinaia di milioni di lire del debito pubblico della nuova Italia e, per tutta ricompensa, il meridione, oppresso dal severissimo sistema fiscale savoiardo, fu declassato quasi a livello di colonia. Con l’unificazione, a Napoli, aumentarono le imposte e le tasse, mentre i piemontesi videro ridotti i loro imponibili e col denaro rubato al Sud poterono incrementare le loro industrie ed il loro commercio”. Ferdinando Ritter ha scritto che: “… il Regno delle Due Sicilie contribuì alla formazione dell’ erario nazionale, dopo l’unificazione d’Italia, nella misura di ben 443 milioni di lire in oro, mentre il Piemonte, la Liguria e la Sardegna ne corrisposero 27, la Lombardia 8,1, il Veneto 12,7, il Ducato di Modena 0,4, Parma e Piacenza 1,2, la Romagna, le Marche e l’Umbria 55,3; la Toscana 84,2; Roma 35,3…“. La ricchezza del Regno delle Due Sicilie era dovuta alla buona amministrazione pubblica che dava autonomia impositiva ai comuni. Il Sud godeva di un patrimonio aureo di poco inferiore al mezzo miliardo di lire in oro, più del doppio di quello degli altri Stati d’Italia. Nel Regno delle Due Sicilie l’emigrazione era una parola inesistente nel vocabolario; tutti avevano un lavoro, l’occupazione era completa, la scuola era pubblica e gratuita per tutti, ne mancavano quelle private e quelle religiose; i vecchi venivano accolti in ospizi pubblici o religiosi; i braccianti agricoli, quando non trovavano lavoro nelle tenute dei possidenti, scorticavano le montagne demaniali e vi impiantavano vigne, frutteti, uliveti; i pastori avevano libero accesso ai pascoli; i pescatori utilizzavano pescherecci moderni costruiti nei cantieri navali del Regno; i naviganti solcavano tutti i mari del mondo trasportando le merci prodotte nelle fabbriche del Meridione d’Italia. I prodotti agricoli, essendo il vanto di un’ agricoltura sana venivano trasformati negli opifici locali e destinati all’ estero dopo aver soddisfatto le esigenze degli indigeni. Si rimane esterrefatti nel leggere le statistiche relative all’industria tessile, all’industria metalmeccanica a quella ferroviaria e mercantile del Regno delle Due Sicilie, in quanto le nostre orecchie sono state abituate da sempre a sentire parlare di un Sud povero, pieno di mafiosi e di nulla facenti, insomma un popolo di terronia. Nel Meridione vi era una fittissima rete di opifici tessili che davano lavoro a decine di migliaia di operai, di fabbriche metallurgiche e mercantili che, con una grossa rete di maestri artigiani e una moderna industria di trasformazione agricola, formavano un tessuto laborioso di prim’ ordine. Nel corso dei secoli il Sud era sempre stato un paese esportatore di materie prime ed importatore di manufatti. Dal 1820 al 1860 la situazione cambiò radicalmente: una vera rivoluzione. Nel 1834 il Regno delle Due Sicilie esportò lana per 65.991 ducati; nel 1842 ne vennero importati 1.000 quintali per soddisfare le esigenze delle nostre industrie del settore; quantità che aumentò nel corso degli anni. Nel 1852 si importarono 15.000 quintali di lana. Il cotone cominciò ad essere importato attorno agli anni trenta in quanto le industrie del Sud avevano esigenze nuove. Nel 1838 vennero importati 1710 quintali di cotone; nel 1852 i quintali arrivarono a 11.078. Il cotone filato passò dalle 1.439 tonnellate del 1830 alle 3.429 del 1855. I prodotti manifatturieri in un primo momento servirono a soddisfare le esigenze del mercato interno in continua espansione, per poi essere esportati in tutto il mondo. Da grande esportatore di lana, il Sud divenne in un ventennio grande consumatore del prodotto. Nel 1855 s’importarono cotone e lana per circa 100.000 ducati, prodotti che venivano lavorati nelle industrie del Sud. Intere zone del Regno delle Due Sicilie vennero rivoluzionate in poco tempo per la gran massa di operai impiegati in quelle industrie. 200 mila persone, di cui centomila donne, lavoravano nel settore. Nella Valle del Liri, in Ciociaria, gli imprenditori locali, aiutati da una politica bancaria equa, investirono in un anno quasi un milione di ducati nel settore tessile impiegando circa 15 mila operai su una popolazione di 30 mila abitanti producendo annualmente oltre 360.000 canne di tessuti. Nel 1846 a Napoli ed in Terra di Lavoro lavoravano nel settore tessile 60 mila operai, pari al 28% della popolazione residente nel territorio. Nel distretto di Salerno gli operai addetti nelle fabbriche tessili erano 10.244. Famosissime erano le tele di lino di Cava de’ Tirrenia. In una città come Arpino, sempre in Ciociaria, che contava 12 mila abitanti, vi erano 32 fabbriche che impiegavano 7.000 operai locali. Questo pullulare di industrie aveva un unico titolare: il Banco di Napoli che, favorito dalle leggi del Regno e avendo grandi capitali da investire risparmiati dalle popolazioni meridionali, dava ricchezza rimettendo il denaro nel circuito locale. Il tutto veniva facilitato dalla continua protezione governativa.
L’INDUSTRIA METALMECCANICA NEL REGNO DELLE DUE SICILIE
Per difendere l’economia del suo regno, Ferdinando II il 15 dicembre del 1823 ed il 20 novembre del 1824, emise provvedimenti doganali che proteggevano lo sviluppo industriale autoctono. Già nel 1818, pochi anni dopo la Restaurazione, abbandonando i criteri liberistici che producevano utili per pochi e disoccupazione per molti, il Sovrano napoletano aveva imposto dazi elevati sui prodotti stranieri importati e dazi minimi sulle merci d’importazione necessarie allo sviluppo delle sue terre.
Quanto alle esportazioni, erano stati fissati dazi elevati per le materie prime che potevano essere lavorate dall’industria napoletana. Fin dal 1821, inoltre, erano stati aboliti i regolamenti sulle corporazioni. Erano stati spesso anticipati capitali ai manifatturieri da parte della Cassa di Sconto.
Questa politica fece dell’industria tessile e metalmeccanica due settori trainanti che portarono molti stranieri ad investire nel Meridione. Tra essi ricordiamo l’industriale Guppy che, che con il suo connazionale Pattison, aveva intrapreso a Napoli la costruzione di macchine agricole e macchine a vapore
La fonderia di Macry ed Henry, con sede al Ponte della Maddalena, con mille addetti operava nel settore del ferro fuso.
Ferdinando II divenne, di fatto, il più dinamico imprenditore del Regno. Nacque così il Reale Opificio Meccanico e Politecnico di Pietrarsa, nei pressi di Napoli, con mille operai specializzati, fiore all’occhiello dell’industria partenopea. Lo stabilimento fu inaugurato nel 1840 da Ferdinando II di Borbone. Pietrarsa fu il primo nucleo veramente industriale italiano; lì si producevano, con tecnologie avanzate, treni e locomotive. Le officine della Breda nacquero 44 anni più tardi e la Fiat 57 anni dopo.
Sempre su iniziativa del Re venne istituita la real fonderia in Castelnuovo (500 operai), la Real Manufattura delle armi in Torre Annunziata (500 operai), l’Arsenale di Napoli ed il Cantiere Navale di Castellammare (2.000 operai). 1.500 operai lavoravano alle Ferriere Mongiana in Calabria, con stabilimenti a Pazzano e a Bigonci. Quattro altiforni producevano 21.000 quintali di ghisa, mentre 200 operai specializzati lavoravano nello stabilimento metalmeccanico di Cardinale, sempre in Calabria, e producevano 2.000 quintali di ferro. Altri centri siderurgici e meccanici erano sorti a Fuscaldo (Calabria), Picinisco (Terra di Lavoro), Picciano (Abruzzo), Atripalda (Avellino). Altri ancora a Lecce, Foggia, Spinazzola: questi ultimi tutti specializzati nel produrre macchine agricole. In ogni paese nacquero piccole industrie, che erano il nerbo dell’ economia reale del Regno.
Di notevole importanza erano le industrie della pasta alimentare, della lavorazione del cuoio e per la produzione di colori, delle maioliche, di vetri, cristalli, metalli preziosi, stoviglie, saponi, mobili, strumenti musicali di precisione.
LE FERROVIE NEL REGNO DELLE DUE SICILIE
Il 3 ottobre 1839 venne inaugurata la Napoli-Portici, la prima ferrovia italiana: la locomotiva a vapore coprì la distanza tra le due città in nove minuti, tra due ali di folla festante e curiosa di vedere tanta potenza in quello sbuffare di vapore.
I pennivendoli post-unitari si affannarono per sostenere l’inutilità di detta ferrovia, ritenuta un passatempo da giocattolo nelle mani del Re Borbone. In realtà quegli intellettuali da strapazzo tentarono di oscurare la grandezza illuminata di Ferdinando II che, fortissimamente, aveva voluto dare impulso all’intero assetto industriale del Regno. Altro che giocattoli! Dietro quella locomotiva c’erano le industrie di Pietrarsa, della Mongiana e mille altre; industrie con personale qualificato e specializzato e che preparavano i ragazzi con corsi di formazione.
Durante il discorso d’inaugurazione, Ferdinando II espose il suo progetto ferroviario. Il Sud doveva essere attraversato da due grandi dorsali ferroviarie: la prima doveva collegare Napoli a Brindisi e dalla città pugliese la ferrovia avrebbe dovuto raggiungere Pescara, Ancona Bologna e, passando per Venezia, avrebbe dovuto ricongiungersi con le ferrovie danubiane e renane.
La seconda, partendo dalla Calabria e dalla Basilicata avrebbe dovuto raggiungere Roma per poi proseguire per Firenze, Genova e Torino. Nel 1840 la via ferrata raggiunge Torre del Greco, nel 1842 Castellammare di Stabia, nel 1844 Nocera e quindi Salerno. A nord di Napoli si lavorava speditamente: nel 1843 la ferrovia giunse a Caserta e nel 1844 a Capua e Sparanise.
Sulla Gazzetta Piemontese del 30 marzo 1847, Ilarione Petitti di Roreto esprimeva la sua ammirazione per il programma ferroviario avviato nel Regno delle Due Sicilie.
Il Piemonte, arretrato e guerrafondaio, riteneva detti programmi fantascientifici; Cavour aveva altro a cui pensare e la storiografia ufficiale di regime fece passare per «grandi opere» la costruzione del canale chiamato poi di Cavour.
Il 16 aprile 1855 Ferdinando II emanò un decreto sottofirmato dal Direttore di Stato dei lavori pubblici, Salvatore Murena. L’art. 1 così recitava: “.. .Accordiamo concessione al Sig. Emanuele Melisburgo di costruire una ferrovia da Napoli a Brindisi…”.
Nello stesso giorno il Re firmò un altro decreto in cui all’art. 1 dichiarava: “accordiamo concessione al Barone D. Panfilo De Riseis, di costruire una ferrovia da Napoli agli Abruzzi, fino al Tronto, con una diramazione per Ceprano, una per Popoli, una per Teramo ed una per Sansevero…”.
Ferdinando II aveva previsto persino una ferrovia per il trasporto di animali dagli Abruzzi nelle Puglie per alleviare le fatiche dei mandriani e le relative perdite di giumente compensate così da un trasporto a tariffa conveniente!!!
Edoardo Spagnuolo, nel n°5 dei quaderni di Nazione Napoletana, così commenta la fine del sogno vissuto dalle popolazioni meridionali dopo l’annessione piemontese: ” I grandi progetti ferroviari del Governo Borbonico avevano dunque un fine preciso. Le strade ferrate dovevano divenire un supporto fondamentale per l’economia meridionale ed essere di servizio allo sviluppo industriale che il Mezzogiorno d’Italia andava mirabilmente realizzando in quei tempi. Il governo unitario, dopo aver distrutto le fabbriche del Sud a proprio vantaggio, realizzò un sistema ferroviario obsoleto che, assieme alle vie marittime, servì non per trasportare merci per le manifatture e gli opifici del meridione ma per caricare masse di diseredati verso le grigie e nebbiose contrade del Nord o delle Americhe”.
LA MARINA MERCANTILE, LA VERA CAUSA PER LA DISTRUZIONE DEL REGNO DELLA DUE SICILIE
Le industrie del Sud richiedevano continuamente materie prime e quindi c’era bisogno di navi che le trasportassero.
Essendo l’Italia meridionale attraversata da una dorsale appenninica formata di aspre montagne, e quindi da vie di comunicazione di difficile attraversamento, fu naturale, sin dai tempi dell’Impero Romano, che uomini e merci viaggiassero per mare.
Tutta la costa era punteggiata di centri i cui cantieri navali erano rinomati in tutto il mondo e che davano lavoro a migliaia d’operai che lavoravano nelle industrie collegate.
Nel 1818 il Regno delle Due Sicilie disponeva di 2.387 navi, nel 1833 il numero salì a 3.283, di cui ben 262 superiori alle 200 tonnellate e 42 che oltrepassavano le 300 tonnellate.
Nel 1834 i bastimenti arrivarono a 5.493 per salire a 6.803 nel 1838. Nel 1852 il numero di navi e bastimenti arrivò a 8.884.
Nel 1860 la flotta mercantile borbonica era la seconda d’Europa dopo quella inglese e contava 9.848 bastimenti per 259.910 tonnellate di stazza, dei quali 17 piroscafi a vapore per 3.748 tonnellate, 23 barks per 10.413 tonnellate 380 brigantini per 106.546 tonnellate, 211 brick schooners per 33.067 tonnellate, 6 navi per 2.432 tonnellate e moltissime imbarcazioni da pesca.
I cantieri navali erano sparsi per tutta la costa tirrenica, ionica e adriatica. Praticamente in ogni città costiera vi erano insediamenti accompagnati da scuole di formazione professionale e scuole marittime e nautiche.
Tutti pensano che Gaeta, allora, fosse solo una roccaforte militare che dava ospitalità a circa 10.000 soldati. In realtà attorno alla fortezza ruotava un’ agricoltura ricchissima ed avanzata costellata da circa 300 trappeti che davano lavoro a centinaia di persone, come pure vi erano fabbriche di sapone e di reti.
Gaeta, come altre città del Regno, era ricchissima e la sua flotta mercantile vantava molte società di navigazione con al servizio duemila marinai sempre in viaggio.
Essa era composta da 100 brigantini e martegane, da 60 a 220 tonnellate di stazza, 60 paranzelle da 30-40 tonnellate e circa 200 barche a vela da 2 a 20 tonnellate di stazza che ogni giorno si recavano a Napoli o a Roma attraverso il Tevere trasportando merci e passeggeri.
I cantieri navali di Gaeta, da sempre attivi, costruivano brigantini, galeoni, saette e velieri che venivano anche esportati.
Tutto questo stava togliendo prestigio e competitività a una grane Marina, alla Marina Reale Inglese.
Le navi napoletane toglievano fette sempre più ampie al mercato della cantieristica inglese, non solo erano ottime, ma più economiche. Il varo della prima nave a vapore del mediterraneo, l’attuazione di rotte che giungevano in America del Nord, del Sud e nel Pacifico, stavano intaccando i mercati commerciali Imperiali.
Soprattutto, da lì a pochi anni si sarebbe aperto il canale di Suez, e tal cosa avrebbe rischiato di fare diventare il porto Napoli, uno dei porti più importanti dell’Europa ma innanzitutto la porta dell’Europa verso il cuore dell’impero inglese; le Indie.
Questo non poteva essere più essere tollerato.
Il primo documento storico in cui viene nominata una cosca mafiosa è del 1837: il procuratore generale di Trapani, Pietro Calà Ulloa, riferisce ai suoi superiori a Napoli dell’attività di strane sette dedite ad imprese criminose che corrompevano anche impiegati pubblici. Nel 1854, pur essendovi notizia del movimento clandestino anti borbonico, pur non ignorandosi che la tutela della proprietà terriera (latifondo e feudi ) era affidata a particolari gruppi di custodi, guardiani, fra loro associati, non si usavano i vocaboli ‘mafia’ e ‘mafiosi’: tutto al più si indicavano quei gruppi come gli ‘uomini’ di un determinato autorevole personaggio.
“Cosa nostra” nacque nei primi anni del XIX secolo dal ceto sociale dei massari, dei fattori e dei gabellotti, che gestivano i terreni della nobiltà siciliana, avvalendosi dei braccianti che vi lavoravano. Cosa nostra, come tutte le altre mafie, nacque per la scarsa presenza dello Stato sul territorio, ed iniziò ad assumerne le funzioni. Era gente violenta, che faceva da intermediario fra gli ultimi proprietari feudali e gli ultimi servi della gleba d’Europa, che per meglio esercitare il loro mestiere, si circondavano di scagnozzi. Questi gruppi divennero rapidamente permanenti assumendo il nome di “sette, confraternite, cosche”. Nel 1863 Giuseppe Rizzotto scrive, con la collaborazione del maestro elementare Gaspare Mosca, “I mafiusi de la Vicaria”, un’opera teatrale in siciliano ambientata nelle Grandi Prigioni del capoluogo siciliano. È a partire da questo dramma, che ebbe grande successo e venne tradotto in italiano, napoletano e meneghino, che il termine mafia si diffonde su tutto il territorio nazionale. Fino ad allora la mafia si caratterizzava come una struttura al di fuori dello Stato, ma strettamente legata ad esso. Lo sviluppo della criminalità organizzata in Sicilia è sostanzialmente attribuibile agli eventi contemporanei e successivi all’Unità d’Italia, in particolare a quella che fu l’acuta crisi economica da questa indotta in Sicilia e nel Meridione d’Italia. Infatti lo Stato italiano, non riuscendo a garantire un controllo diretto e stabile del governo dell’isola (la cui organizzazione sociale era molto diversa da quella settentrionale), cominciò a fare affidamento sulle cosche mafiose che, ben conoscendo i meccanismi locali, facilmente presero le veci del governo centrale.
La Sicilia risorgimentale ospita quindi l’embrione di Cosa Nostra nelle terre che gravitano intorno alla capitale indiscussa dell’isola: Palermo. I limoneti di questa città sono la culla economica della neonata organizzazione criminale che si diffonderà di li a poco. Sul colpevole vuoto di potere lasciato dal nuovo Stato Unitario si inserisce la speculazione illegale, che ha il suo centro nella gestione e nello sfruttamento dei grandi possedimenti terrieri resi più attaccabili dall’abolizione del feudalesimo. La figura malsana del gabellotto, cinghia di trasmissione fra mafia palermitana e proprietari terrieri, è partorita dall’assenza di un potere centrale che eserciti il monopolio della violenza. I proprietari minacciati dalle difficoltà dei tempi si affidano alla protezione criminale e la stessa politica locale e nazionale rinuncia alla gestione del Meridione insulare, sfruttandolo quale collettore di voti nel sistema clientelare e come strumento di potere locale fondato su un malsano baratto. I criminali ‘legali’ si occupano di mantenere l’ordine locale nel rispetto delle loro regole (piegate ai propri interessi economici) e i politici siciliani promettono in cambio una repressione morbida degli affari criminali, coadiuvati in questo torbido scambio da una pletora di poliziotti, magistrati e testimoni in malafede (o pesantemente intimiditi). Fu il Prefetto di Palermo, il marchese Gualtiero, nella primavera del 1865 – Garibaldi era sbarcato a Marsala appena cinque anni prima – ad avvisare ‘di un grave e prolungato malinteso fra il Paese e l’Autorità’, annunciando il pericolo che la ‘cosiddetta Maffia od associazione malandrinesca potesse crescere in audacia, e che, d’altra parte, il Governo si trovasse senza la debita autorità morale per chiedere il necessario appoggio alla numerosa classe di cittadini più influenti per senso di autorità…’ In quell’anno e nei successivi la mafia fece una timida comparsa nei rapporti dei funzionari locali: ma ancora non si distingueva in alcun modo mafioso da manutengolo e da malandrino.
Non si era ancora capito che, se il fuorilegge era l’eccezione, la mafia era la regola, se il fuorilegge era il braccio, la mafia era il tessuto connettivo solido e profondo.
Solo lentamente il termine, che pure esisteva nel dialetto locale ma in un significato diverso, prese a indicare chi, al di fuori delle autorità costituite, ma non necessariamente in lotta con esse, opponeva la solidarietà degli uomini di panza (capaci cioè di mantenere un segreto) alle leggi dello Stato. Il sistema palermitano è oggetto di studio fin dal momento della sua nascita. Il rapporto Franchetti è solo la più efficace delle analisi sulla questione criminale nel Mezzogiorno siculo. Tuttavia, gli sforzi antimafiosi si infrangono contro il muro della demagogia politica e il male crescente che affligge l’isola meridionale non è attaccato nel momento in cui è più fragile. Destra e Sinistra giocano sulla questione mafiosa utilizzandola per fini politici. Se la Destra storica si fregia della sua superiorità morale nei confronti di una Sinistra collusa a livello elettorale (e non solo) con la criminalità organizzata, la stessa Sinistra smaschera, in una doppia seduta infuocata che passerà alla storia (datata 1876) i meccanismi di governo locale della Destra siciliana. Ma l’astio che anima la contesa è strumentale e al cambio di timone, quando la Destra cede il passo alla Sinistra nel 1876, si spengono gradualmente le reciproche accuse di collusione. L’unico risultato è che la Sinistra affronta la questione mafiosa con la stessa carica equivoca dei governi dell’opposta fazione. Il clientelismo siciliano rimane la fondamenta del consenso parlamentare e il nuovo Ministro dell’Interno Nicotera ha il solo effetto di garantire alla mafia siciliana un più ampio campo di intervento, grazie alla maggiore spesa pubblica perpetrata durante la sua carica. Cosa Nostra, facendo leva sull’isolamento di chi vuole contrastarla per davvero e sulla sua immagine pubblica edulcorata ad arte, può iniziare la sua letale penetrazione nelle istituzioni romane, mentre prosegue con successo quella a livello locale.
Alla mafia palermitana si affianca ben presto una mafia agrigentina, che allo sfruttamento delle terre preferisce quello delle zolfiere, fonte di ricchezza della parte meridionale dell’isola sin dal principio del secolo. La ‘’Fratellanza di Favara’’ che agisce dal 1878 fino al processo imponente del 1883, deve il suo nome alla cittadina che risiede nel cuore dell’agrigentino, appunto Favara. Nelle miniere di zolfo si manifesta sull’esempio palermitano l’organizzazione criminale che regolerà la vita quotidiana di città e zone circostanti. Il ricco proprietario terriero cede i diritti minerari a imprenditori, che a loro volta assoldano sovrintendenti capaci di gestire un nutrito numero di guardiani, sorveglianti e minatori, e da ragazzini giovanissimi deformati dai pesanti carichi che devono trasportare quotidianamente. Gli affiliati alla “Fratellanza di Favara”, avevano un rituale di iniziazione in stile massonico, che avveniva pungendo l’indice dei nuovi membri per poi tingere con il sangue un’immagine sacra, che veniva bruciata mentre l’iniziato citava una formula di giuramento: tale cerimonia di affiliazione era tipica delle cosche mafiose di Palermo, a cui numerosi membri della “Fratellanza” erano stati affiliati nel 1879, durante la prigionia con mafiosi palermitani nel carcere di Ustica. Anche se non più con un regime feudale, nelle campagne siciliane gli agricoltori erano ancora più sfruttati. I grandi proprietari terrieri risiedevano a Palermo o in altre grandi città e affittavano i loro terreni a gabellotti con contratti a breve termine, che, per essere redditizi, costringevano il gabellotto a sfruttare i contadini. Per evitare rivolte e lavorare meglio, al gabellotto conveniva allearsi con i mafiosi, che da un lato offrivano il loro potere coercitivo contro i contadini, dall’altro le loro conoscenze a Palermo, dove si siglavano la maggioranza dei contratti agricoli. Tra i zolfari vigeva un terribile contratto denominato il “soccorso morto”, vera deportazione: se la famiglia povera e numerosa aveva bisogno di un misero prestito per sopravvivere, questo gli veniva concesso a patto che desse in garanzia un suo figlio, il quale veniva sfruttato senza pietà e abbandonato a sè stesso dai suoi parenti. Se un giorno la famiglia avesse restituito i soldi (ma spesso i bambini morivano di malattie, di stenti o per incidenti che erano all’ordine del giorno) i pochi che riuscivano ad arrivare alla vecchiaia (molti di questi erano costretti a rimanevano all’interno della miniera come ‘carusi’ ovvero schiavi a vita) in pessime condizioni fisiche e di salute. Questi bambini non venivano restituiti la maggior parte delle volte, perché fra le varie miniere se li scambiavano per cui spesso i genitori perdevano i contatti (nel solo distretto minerario di Caltanissetta nel 1882 i fanciulli sfruttati erano ben 6.732 nei lavori interni e 2.049 negli esterni). Questa pagina nera della storia italiana è anch’essa volutamente dimenticata, le responsabilità di chi governava e di coloro che avrebbero dovuto difendere i lavoratori tra questi bambini di pochi anni strappati e deportati come schiavi, senza diritti e senza più una famiglia che li proteggesse, in miniere invivibili di proprietà di latifondisti e/o famiglie aristocratiche siciliane, ma vi erano anche stranieri che attuavano gli stessi metodi anche se poi vi vantavano di essere persone civili, erano politicamente influenti e condizionavano direttamente o indirettamente le istituzioni. Vivevano distanti dalle miniere-lager, nei loro palazzi di città, lasciando la gestione mineraria ad aguzzini senza scrupoli, facendo arricchire ‘illegalmente’ proprietari ed aguzzini nella complicità e nel silenzio delle autorità e delle istituzioni politiche. (I terribili e frequenti incidenti nelle zolfare hanno ispirato poeti e scrittori: « Pròvati, pròvati a scendere per i dirupi di quelle scale — scrive un regalpetrese — visita quegli immensi vuoti, quel dedalei andirivieni, fangosi, esuberanti di pestifere esalazioni, illuminati tetramente dalle fuligginose fiamme delle candele ad olio: caldo afoso, opprimente, bestemmie, un rimbombare di colpi di piccone, riprodotto dagli echi, dappertutto uomini nudi, stillanti sudore, uomini che respirano affannosamente, giovani stanchi, che si trascinano a stento per le lubriche scale, giovinetti, quasi fanciulli, a cui più si converrebbero e giocattoli, e baci, e tenere materne carezze, che prestano l’esile organismo all’ingrato lavoro per accrescere poi il numero dei miseri deformi…» da Le Parrocchie di Regalpietra di Leonardo Sciascia.)
Nel 1893, in seguito al delitto Notarbartolo, l’esistenza di Cosa nostra e dei suoi rapporti con la politica diviene nota in tutta Italia. Il “Marchese Notarbartolo”, esponente di primo piano della “Destra Storica”Siciliana si era sempre battuto contro la corruzione e il malaffare. Il primo febbraio 1893 fu ucciso da due “Mafiosi”, appartenenti alla “Cosca di Villa-Abate”, guidata da Giuseppe Fontana che commise il delitto, per conto di un suo Referente Politico, un certo Salvatore Palizolo. Palizolo, secondo quanto è emerso da alcune indagini personali, condotte dal figlio del marchese, era un membro del Parlamento, che venne attaccato dal nobile Siciliano, perché coinvolto in alcuni Scandali Finanziari al Banco di Sicilia. I tre gradi di giudizio del Processo, avranno luogo, prima a Milano, poi a Bologna e infine a Firenze, (basati quasi esclusivamente sull’inchiesta portata avanti dal figlio di Notarbartolo), e si concludono tutti, dopo una prima condanna, con una generale Assoluzione per Insufficienza di Prove e con l’affermazione che la “Mafia Non Esiste”, è soltanto un’invenzione dei giornali per screditare la Sicilia. A partire dal 1891 in tutta la Sicilia gli agricoltori si unirono in fasci, sorta di sindacati agricoli guidati dai socialisti locali, chiedendo contratti più equi e una distribuzione più adeguata della ricchezza. Non si trattava di movimenti rivoluzionari in senso stretto ma essi furono comunque condannati dal governo di Roma che, nella persona di Crispi, nel 1893 inviò l’esercito per scioglierli con l’uso della forza. Giuseppe de Felice Giuffrida, considerato il fondatore dei fasci siciliani, venne processato e imprigionato.
Poco prima che fossero sciolti, la mafia aveva cercato di infilare alcuni suoi uomini in queste organizzazioni in modo che, semmai avessero avuto successo, essa non avrebbe perso i suoi privilegi. Continuò però anche ad aiutare i gabellotti cosicché, chiunque fosse uscito vincitore, ci avrebbe guadagnato fungendo da mediatrice tra le parti. Quando fu chiaro che lo Stato sarebbe intervenuto con la legge marziale, la “Fratellanza”, detta anche “Onorata Società” (due dei termini usati all’epoca per identificare Cosa nostra), si distaccò dai fasci (che avevano tentato in tutti i modi di evitare la penetrazione di mafiosi nelle loro file, spesso riuscendoci) e anzi aiutò il governo nella sua repressione, come vendetta per l’azione dei Fasci, che volevano mettere in discussione il potere dei latifondisti. Nel 1915 a Corleone i mafiosi uccisero Bernardino Verro, che era stato tra i più accesi animatori del movimento dei Fasci siciliani negli anni novanta del XIX secolo.
Con Giolitti si permise alle cooperative di chiedere prestiti alle banche e di intraprendere, (senza gabellotti), contratti diretti coi proprietari terrieri. Questo, insieme alla nuova legge elettorale del suffragio universale maschile, portò alla vittoria di diversi sindaci socialisti in varie città siciliane, e all’eliminazione del ruolo mafioso nella mediazione per i contratti. Perciò la mafia dovette allearsi con la Chiesa cattolica siciliana, preoccupata per gli sviluppi dell’ideologia marxista nelle campagne. Le cooperative cattoliche quindi non si chiusero ad infiltrazioni mafiose, a patto che questi ultimi scoraggiassero i socialisti. Nel primo quindicennio del Novecento si iniziano a contare le prime vittime socialiste ad opera della mafia, che colpiva sindaci, sindacalisti, attivisti e agricoltori indisturbatamente.
Il tema delle terre negate ai contadini resterà uno dei principali motivi di scontro sociale in Sicilia fino al secondo dopoguerra.
In Sicilia, sono nati i principali movimenti giovanili delle ultime generazioni. Non aiutati dai media, snobbati dai politici, spesso confusi, retorici e maldiretti, hanno tuttavia tenuto campo per oltre 20 anni, nel nome dell’antimafia che si è trasformata in “antimafia sociale”. I giovani, infatti, hanno capito prima di tutti che la mafia non è un’escrescenza criminale ma un vero potere socio-politico, che si elimina solo trasformando profondamente la società. Questa intuizione, che è quella di Peppino Impastato e Giuseppe Fava, è oggi ben chiara in testa dell’ultimo ragazzino che viene a unirsi alla lotta.
I mafiusi de la Vicaria – Opera teatrale Autori Giuseppe Rizzotto e Gaspare Mosca Lingua originale Siciliano Genere Commedia Ambientazione Palermo Composto nel 1863 I mafiusi de la Vicaria è un’opera teatrale dialettale scritta nel 1863 da Giuseppe Rizzotto e Gaspare Mosca e ambientata nelle Grandi Prigioni di Palermo.
Emanuele Notarbartolo di San Giovanni, banchiere e politico italiano. È considerato la prima vittima eccellente di cosa nostra. Direttore generale del Banco di Sicilia ed esponente della Destra storica. Nell’ottobre 1873 viene eletto sindaco di Palermo e rimane in carica fino al 30 settembre 1876. Durante il suo governo, attua varie opere urbanistiche ed è tra i promotori della costruzione del Teatro Massimo di Palermo. Ma, soprattutto, cerca di debellare il fenomeno della corruzione alle dogane. Nominato dal governo direttore generale del Banco di Sicilia, cerca di riorganizzare il sistema bancario che era stato scosso dopo l’Unità d’Italia. Crea una rete capillare di agenzie. Inoltre il Banco di Sicilia è sull’orlo del fallimento, e l’opera di Notarbartolo evita di far collassare l’economia siciliana.Il suo lavoro al Banco di Sicilia inizia a inimicargli molta gente. Il consiglio della banca è composto principalmente da politici, molti dei quali legati alla mafia locale. Raffaele Palizzolo, il deputato era colluso con la mafia locale da anni e le sue speculazioni avventate avevano creato non pochi screzi con Notarbartolo. Probabilmente un suo rapimento a scopo estorsivo avvenuto tempo addietro era una velata minaccia della mafia affinchè chiudesse un occhio sul malaffare nella banca.
Raffaele Palizzolo. Consigliere comunale di Palermo, fu eletto deputato alla Camera nel 1882 e riconfermato per altre 4 legislature, fino al 1890 e dal 1892 al 1900.Fu implicato in operazioni di borsa realizzate mediante denari altrui e in rapporti con la mafia. Dal governo Depretis fu affiancato all’allora direttore generale Emanuele Notarbartolo alla guida del Banco di Sicilia. Fu incriminato come mandante dell’uccisione del marchese Emanuele Notarbartolo avvenuta il 1º febbraio 1893, nel tragitto in treno tra Termini Imerese e Trabia, il quale venne ucciso con 27 colpi di pugnale da Matteo Filippello e Giuseppe Fontana, legati alla mafia siciliana. Questo caso accese un dibattito sulla situazione della mafia in Sicilia e in Italia e, soprattutto, sulla collusione tra mafia e politica, ma nessuno osò fare nomi. Nel 1899 la Camera dei deputati autorizzò il processo contro Raffaele Palizzolo come mandante dell’assassinio. Nel 1902 venne giudicato a Bologna colpevole e condannato a 30 anni di reclusione, ma la Cassazione annullò la sentenza e nel nuovo processo che si tenne nel luglio 1904 fu assolto dalla Corte d’Assise di Firenze per insufficienza di prove.
I FASCI SICILIANI sono un movimento di uomini e donne che lottano contro lo sfruttamento del lavoro e la schiavitù del feudo anche se vengono presentati, nei dispacci di polizia diffusi dai quotidiani nazionali, come una minaccia all’ordine pubblico. Un movimento imponente che, con le donne in prima fila, arrivò a contare -tra il 1881 e il 1884- trecento mila iscritti e più di 160 sedi in tutta l’isola. La repressione sanguinosa fu condotta non solo dell’esercito regio ma anche della mafia, braccio armato degli agrari. Leonardo Sciascia ebbe, infatti, a definire il movimento dei Fasci, “la prima ribellione popolare antimafia dell’Italia moderna e contemporanea”. NELLA FOTO: Una delle insurrezioni dei fasci siciliani a Castelvetrano nel 1893
Antonio Cozzolino, detto “Pilone” per la sua folta barba, ex scalpellino del Vesuvio ed ex sergente dei Cacciatori borbonici, fù eroe della battaglia di Calatafimi, ed è stato uno degli ultimi briganti ad essere catturato. Per oltre dieci anni carabinieri e bersaglieri gli diedero la caccia tentando di stanarlo sui pendii del Vesuvio, dove Pilone, stabilì il suo quartier generale. I piemontesi per ritorsione gli uccisero i genitori e il fratello ed arrestarono la sua donna, ma lui non si arrese mai. Alla fine, solo per il tradimento di un compagno, cadde vittima di un tranello in via Forìa a Napoli e fu ucciso a colpi di pugnale a pochi passi dall’Orto Botanico: aveva quarantasei anni. Nell’ archivio storico del Comune di Torre Annunziata, è stato trovato, casualmente, il certificato di nascita di Antonio Cozzolino, dove nacque il 20 gennaio 1824, in località Casale Nuovo, alle ore 16, nell’abitazione dei genitori Vincenzo e Carolina Liguori, fu battezzato il giorno seguente, presso la chiesa dello Spirito Santo. A Boscotrecase, si trasferì successivamente con i suoi genitori, visto che il padre era prima trainiere e poi divenne scalpellino lavorando la pietra lavica del Vesuvio. Antonio imparò ben presto il mestiere del padre e con lui lavorò fino al 1844 alla messa in opera dei binari della linea ferroviaria Napoli-Portici-Torre Annunziata-Castellammare di Stabia. Nel 1844 si sposò con Luigia Falanga di Boscoreale, ma nello stesso anno fu arrestato per porto abusivo d’armi (di cui era un grande appassionato) e resistenza alla Forza Pubblica. Per sfuggire alla prigione, si arruolò nell’esercito borbonico di Ferdinando II, e destinato al Corpo dei Cacciatori. Combattè contro bande di fuorilegge e criminali, contro i ribelli e contro i garibaldini. Nella battaglia di Calatafimi del 15 maggio 1860, Cozzolino, con il grado di sergente, strappò la bandiera dei Mille dalle mani dell’alfiere Menotti. Per questo atto di eroismo, ricevette la medaglia borbonica al Valor Militare. Lasciata la Sicilia e imbarcatosi per Napoli, si distinse nello scontro a Caiazzo con le truppe nemiche e fu promosso sergente maggiore. Ma nella battaglia del Volturno fu fatto prigioniero dai Piemontesi, rinchiuso nel carcere militare di Ischia. Quando venne liberato poco tempo dopo, tornò a Boscotrecase, riprendendo a fare lo scalpellino. Ma nel 1861, iniziò la sua nuova vita da brigante, al servizio però di Francesco II , l’ultimo Re delle Due Sicilie. Da allora in poi, con la sua banda, Pilone prese d’assalto treni e carrozze che trasportavano truppe piemontesi, liberò nove prigionieri borbonici dal carcere di Torre Annunziata, saccheggiò le masserie di quelli che davano ospitalità ai soldati savoiardi. Assalì Terzigno, Boscoreale, Pompei, Scafati e Boscotrecase. E qui, dove aveva vissuto, sfilò addirittura per le strade tra l’applauso dei suoi concittadini, che gridavano: «Viva il Re Francesco II, viva il Papa Pio IX, viva Pilone!». Fu promosso, dal re a «comandante delle truppe in guerra nella provincia di Napoli». Tanti giovani, entusiasti di combattere contro i Piemontesi, si unirono alla sua banda, che ormai scorrazava in tutto il territorio vesuviano. Ma il cerchio era prossimo a stringersi intorno a lui ed ai suoi uomini. Nel 1866, nel tentativo di assaltare un treno prima che entrasse nella stazione di Sarno, la Guardia Nazionale intervenne e decimò tutti i suoi uomini, solo Pilone si salvò. Allora si rifugiò a Roma, dove fu accolto dal suo sovrano Francesco II. Nonostante ciò, fu arrestato e liberato nel 1869. Ritornò ancora una volta a Boscotrecase e riuscì a sottrarsi per un anno, rifugiandosi nelle campagne, ai carabinieri e gendarmi che intendevano catturarlo. Oramai, però, era diventato un personaggio scomodo, anche per la camorra locale che, a causa sua, vedeva ostacolati i suoi traffici per la massiccia presenza delle forze dell’ordine nel territorio. E così fu tradito, per le 1.500 lire della taglia, da un suo vecchio compagno, Salvatore Giordano, che il 14 ottobre 1870 lo accompagnò in via Foria a Napoli, tra il Real Albergo dei Poveri e l’Orto Botanico, dove Pilone fu circondato da quindici poliziotti ed ucciso da uno di essi che gli affondò una lama nel petto. Così il giornale Roma descrisse il fatto: «Il famigerato Pilone, sfuggito alle persecuzioni cui era fatto segno nel tenimento di Torre Annunziata… stamane doveva perpetrare un ricatto verso l’Albergo dei Poveri in via Foria… gli agenti della forza pubblica in borghese hanno riconosciuto il brigante e, avvicinandosi, gli hanno intimato l’arresto. Pilone era armato di un nodoso bastone e di un pugnale, si è scagliato sulla guardia Zighella che più lesto gli ha tirato un colpo al cuore e lo ha ucciso all’istante». Morì, così, il più grande brigante napoletano, nato a Torre Annunziata, ma vissuto sempre tra Boscotrecase e Boscoreale. Fu un fuorilegge che si macchò di delitti, o fu un vero e leale partigiano borbonico che combattè contro le truppe occupanti piemontesi che, a loro volta, si comportarono da invasori compiendo anch’esse ogni sorta di misfatti? Purtroppo la storia ufficiale ci nega il giudizio finale. Pantaloni neri a righe di tela, giacca di velluto, panciotto sbottonato, cappello bianco, occhiali azzurri. Elegante, alla sua maniera di contadino, Antonio Cozzolino va incontro alla morte a Napoli, il 14 ottobre 1870. In via Foria, all’altezza dell’Orto Botanico, lo affianca un fedelissimo, Salvatore Giordano, messaggero d’agguato che ad un tratto si dilegua, lasciando il capo all’assalto dei poliziotti disseminati nella zona. Millecinquecento lire intasca per quel tradimento, mentre i vincitori della storia dominano finalmente il palcoscenico, senza più l’ombra di una banda che non ha mollato la resistenza borbonica, sperando nella rinascita del regno “duosiciliano”.
Una figura divenuta mito, autentica leggenda, agli occhi dell’intera popolazione vesuviana. Delitti e tradimenti che si consumarono all’ombra del Vesuvio nell’ambito della guerriglia ingaggiata tra i fedelissimi dei Borbone e le truppe di “occupazione” piemontesi. Una vera e propria guerra, partigiana della Resistenza. Un conflitto sanguinoso e violento esploso all’indomani dell’unità d’Italia nei territori dell’ex Regno delle Due Sicilie tra i “resistenti” borbonici e i sostenitori dei Savoia. Dopo l’invasione di Terzigno, Pilone divenne un Robin Hood del Vesuvio. Chiese danaro ai ricchi proprietari, fece rapide incursioni nel territorio di Sarno e sui monti Lattari, tolse alla camorra vesuviana il controllo delle “trafiche“, cioè del commercio delle partite di uva, sequestrò un Magliulo di Torre del Greco, lo liberò per 1500 ducati, e infine, il 30 gennaio del 1863, rapì il marchese Michele Avitabile, Presidente del Consiglio di Amministrazione del Banco di Napoli. Chiese un riscatto di 20000 ducati, si accontentò di 9000.
Il questore di Napoli, Nicola Amore, dichiarò che si era superato il limite estremo della decenza e pretese che si facesse terra bruciata intorno al brigante. Per anni Pilone si sottrasse alla caccia di soldati e poliziotti, irridendoli e esasperandoli: le sue improvvise apparizioni notturne nelle selve del Vesuvio, l’astuzia e l’ammirazione che per lui nutriva “il popolo minuto“ ne fecero un personaggio leggendario. Ma i capi della camorra vesuviana non potevano più consentire che, per colpa di uno solo, le forze dell’ordine mettessero il territorio in stato d’assedio, bloccassero tutti i traffici e disseminassero spie in ogni caffé tra Napoli e Torre. Bisognava ammazzare Pilone, non catturarlo. Era necessario evitare il clamore di un processo e il rischio che egli si pentisse e “cantasse“, su questo punto furono tutti d’accordo: camorristi e “galantuomini“.
Cozzolino, robusto come un pilastro, con barba folta e scapigliata occupa un masso di roccia come poltrona da leader e da la porge all’ospite, seduto su un’altra pietra, un bicchiere di vino caprettone. Taccuino e matita,un cronista, intervista l’ex scalpellino, poi soldato dell’esercito borbonico, attraversando pagine di storia, raccontando battaglie vinte e perse. Chiarendo subito: “Io, brigante che ha combattuto contro i briganti? E allora? Che significa brigante? Io sono un combattente di re Francesco II. Un corretto lealista, non un bandito. I banditi veri sono quelli che ci hanno assalito conquistando le nostre terre, stuprando le nostre donne, bruciando le nostre case, riducendo in cenere i nostri raccolti e uccidendo i nostri figli, i nostri fratelli, i nostri genitori. Sono quelli i fuorilegge, i criminali. I veri briganti. Non certo io! Noi siamo brava gente che lotta per riportare il re di Napoli sul trono che fu dei suoi padri”.
Dall’impatto con i garibaldini a tutte le azioni successive contro l’Unità d’Italia imposta, si rischiarano le tenebre di una pesante disfatta e salgono alla ribalta le ragioni di chi ha perso e lo spettro di un patto oscuro dello Stato con la camorra.
Un famoso brigante locale che tenne in scacco per diversi anni le truppe regolari piemontesi. Pilone aveva il dominio indiscusso tra le aree alle falde del Vesuvio e il mare in provincia di Napoli. Bisogna ricordare i “briganti” che vennero considerati fuorilegge. Ma il popolo dell’epoca, però, li reputava patrioti. Alla fine la storia la scrivono i vincitori. Così bisogna ricordare il nome del vesuviano Pilone nella sua sfida eroica ed ardimentosa al potere sabaudo.
Non potendo il Governo mettere mano ai mezzi coercitivi che avrebbe voluto e proclamare ad alta voce lo stato d’assedio senza passare agli occhi degli Esteri per Governo violento e imposto colla baionetta ai napoletani, a mezzo di disposizioni dubbie, ambigue, elastiche, emanate sottovoce e privatamente mise la cosa senza il nome e dando al militare amplissimi poteri lasciò intatte e influenti le autorità civili, cosicché si trovarono ben tosto a fronte due autorità che si urtarono. A scrivere questo non fu un borbonico, ma l’ufficiale piemontese A. Bianco di Saint-Jorioz, impegnato nella repressione del brigantaggio sul confine tra Campania e Lazio. Tra il luglio e agosto furono fucilati un centinaio di contadini a Gioia del Colle, più di 500 ribelli e manutengoli in provincia di Teramo, e Pontelandolfo e Casalduni subirono un atroce martirio. Ma l’aspetto veramente paradossale dell’intera questione fu che l’opposizione democratica sostenne e giustificò, e nei momenti più difficili, pretese la più dura repressione militare del brigantaggio. I massacri di Somma, di Pontelandolfo e di Casalduni furono giudicati atti giusti e necessari, dettati dalle ragioni dell’ordine pubblico e della sicurezza, e Cialdini,che godeva dell’appoggio incondizionato dei democratici, mandò sotto processo il Bosco solo per le pressioni della stampa estera. Quando, all’inizio di agosto, Giuseppe Ricciardi chiese provvedimenti più rapidi e incisivi contro i responsabili dell’eccidio di Somma la risposta del generale fu freddissima e venata di sarcasmo: Speravo che la risposta da me datale intorno alla faccenda di Somma, bastasse ad appagare ogni delicato suo sentimento in tale proposito. In ogni modo, ella comprenderà, signor Conte, che essendosi stabilita un’inchiesta, può la coscienza pubblica rimanere tranquilla pel corso regolare della giustizia. La coscienza pubblica, invece, non era tranquilla, poiché temeva che accadesse quello che accadde. Il 30 novembre 1861 il Tribunale militare mandò assolto Bosco di Ruffina, ritenendo provato che egli aveva messo al muro sei complici del brigantaggio.””” La storia, si sa, tentano di scriverla – e di imporne il racconto – i vincitori. Questa storia del brigantaggio vesuviano voglio riscriverla, anche perché c’è qualcosa di nuovo da dire.
Ustica, 7 maggio 1802, apprese inglese e francese da un eccezionale insegnante bilingue. Al dodicesimo anno fu inviato, al Seminario Nautico di Palermo, dove “lo strenuo giovine prove mirabili dava di sua capacità nel disegno e nelle matematiche”. Tre anni dopo, anno 1817, partí in crociera di istruzione sulla nave-scuola Collegio Nautico, uno sciabecco della Marina Militare delle Due Sicilie, veliero a tre alberi con 14 cannoni e 50 uomini di equipaggio, destinato anche al trasporto dei corrieri di Gabinetto tra Napoli, Palermo e Trieste. Fece cosí il primo giro dei Mediterraneo visitando Alessandria, Costantinopoli, Odessa, e Lisbona sull’Atlantico. Nel 1820, all’età di soli 18 anni, fu nominato professore di aritmetica e geometria al Seminario Nautico in cui si era diplomato. Ma la passione per Nettuno era troppo forte. La sua anima era attratta magneticamente dal mare, dalle tempeste, dai lunghi viaggi. Cosi, tre anni dopo, anno 1823, la grande decisione: via la palandrana del pedagogo, via per il vasto mare! Di nuovo in giro per il mondo, stavolta come pilota: Costantinopoli, Trieste, Marsiglia, Gibilterra, Amsterdam. Tra la pausa di un viaggio e l’altro, ebbe anche il tempo di trepidare per l’amore di una bella ragazza di Palermo, che sposò: Elisabetta Consiglio che lo rese padre dí ben 8 figli, sette femmine e un maschio. Nel 1827, sul brigantino dell’armatore Chiaromonte Bordonaro, ancora Marsiglia, poi Algeri, Inghilterra. 1831: morte del padre. Riprende il mare, ma questa volta come Capitano del brigantino Alessandro dell’industriale e armatore Beniamino Ingham, un inglese naturalizzato duosiciliano, dedito al commercio del Marsala e di altri prodotti della Sicilia. Gli orizzonti marittimi si allargavano: Brasile, Inghilterra e poi Boston, Terranova, Palermo. 1837: al comando di un altro veliero dello stesso armatore, L’Elisa, porta merci prima in Inghilterra e di nuovo a Boston. Poi, finalmente, con la stessa Elisa, il grande viaggio in cui sarebbe stata messa alla prova la sua abilità di vero grande Capitano, abilità su cui l’armatore Ingham scommetteva nave, carico e ducati. La prima meta del viaggio era Boston, a quell’epoca, come scalo marittimo, di gran lunga piú importante di Nuova York. L’Elisa, carica di merci isolane, lentamente, il 28 ottobre 1838, lascia Palermo. La banchina del porto è gremita dai familiari dei membri dell’equipaggio che, tra sventolio di fazzoletti e bandierine, balbettano mute preghiere alla Madonna del Soccorso e a Santa Rosalia. Il viaggio è rischioso: in pieno inverno bisognerà affrontare tempeste e freddo micidiali. Le preghiere vengono dal Cielo esaudite in parte: fino alla rocca di Gibilterra il viaggio è abbastanza tranquillo. Dopo una breve sosta per rifornimento di acqua nel porto di quella fortezza, il 10 dicembre L’Elisa inizia a solcare l’Oceano. Lenta è la traversata, la nave può fare assegnamento solo sulla forza e sul capriccio dei venti: spesso, per un miglio di avanzamento, bisogna farne tre o quattro di scarroccio. Ma la notte del 6 gennaio, una violenta tempesta squassa la nave, che “perde tutta la manovra e vele, eccetto gli alberi e pennoni maggiori e bompresso”. Improvvisamente un fortissimo colpo di mare la fa sbandare, la nave regge all’urto, il Capitano viene sbattuto contro una fiancata, si frattura la “scapola sinistra del braccio” e per conseguenza deve affidare il comando al valente pilota Federico Montechiaro, anche lui diplomato al Collegio Nautico di Palermo. Su quei brutti momenti diamo la parola a Giuseppe Coglitore, che, nel 1856, ne scrisse nel suo libro “Vincenzo Di Bartolo: Cenno storico”: quegli uomini “furono travagliati dal freddo tale che il termometro di Fahrenheit segnava al di sotto del 12° (cioè -11° C, ndr) e… dopo 22 giorni di sofferta disgrazia, approdavano in Boston, in mezzo ad un turbine pel quale molti legni ruppero in quella spiaggia. Destò in tal porto meraviglia e commiserazione l’Elisa sdrucita, priva dell’opera morta e quasi dell’intera manovra, e venne lodata, da’ Capitani delle navi nazionali e straniere che colà trovavansi, la perizia con la quale il di Bartolo ed il pilota di lui seppero in tanta avaria recare in salvo il bastimento. Rifatto, il Capitano scaricò le merci; risarcí il legno dei danni sofferti, e, munito d’ampie facoltà dal Signor B. Ingham, nipote del padrone dell’Elisa, che ivi trovavasi, si apparecchiò a mandare in esecuzione il pensiero di costui, dirigendosi per Sumatra, nelle Indie Orientali a prendervi un carico di pepe nero”. Spazi abissali di tempo felici, Ah, tiempo bello…, Sî squagliato ampresso! (F. Russo), quando i duosiciliani si recavano all’estero solo per affari e non perché costretti da governi nemici ad emigrare, ad abbandonare la patria in cui da migliaia di generazioni sono sepolti gli antenati. Ah mannaggia Calibarde,…// ‘Uh, mannaggia lu sissanta! (F. Russo). Ah, mannaggia ê traditure.