“SUD” E’ CHI VIENE MESSO NELLA CONDIZIONE DI NON ESSERE ED E’ POI RIMPROVERATO PER NON ESSERE!

Il nostro Mezzogiorno fu invaso in nome dell’Unità d’Italia, devastato, la sua economia distrutta: le più grandi acciaierie e officine meccaniche della penisola, i cantieri navali, i commerci con il resto del mondo: tutto mandato in malora, demolito; l’opposizione delle maestranze talvolta domata a fucilate dai fratelli d’Italia (avendo cominciato con Romolo e Remo…); rubato l’oro delle banche (1.500 miliardi di euro, se restituiti, oggi, con gli interessi), poi, pure gli ultrasecolari Banchi di Napoli e di Sicilia furono incorporati a forza, da istituti di credito del Nord, a prezzi da bancarella; e la strage di centinaia di migliaia di meridionali, chiamati briganti (o anche “non briganti”, e uccisi lo stesso, purché meridionali, come da dispaccio del sanguinario colonnello Fumel), per comodità dell’occupante; le rappresaglie con libertà di stupro etnico e patriottico sulle donne del Sud; le deportazioni in massa; infine l’emigrazione (mai esistita prima) di venti milioni di persone, per miseria indotta.
Mille interessi si coagularono contro il Sud. Nell’imperdibile libro del professor Eugenio Di Rienzo, Il Regno delle Due Sicilie e le potenze europee. 1830-1861, trovate i documenti sulle manovre della Gran Bretagna (e Francia, e Austria) per distruggere il Regno, politicamente non allineato (e con qualche attenzione di troppo per la Russia), ostacolo e concorrente degli inglesi sulle rotte commerciali mediterranee e persino oceaniche, alla vigilia dell’apertura del Canale di Suez e dopo la poderosa crescita della flotta mercantile napoletana.
A trascinare animi e folle fu anche la diffusione dell’idea che i popoli avessero diritto e addirittura dovere di costituire uno Stato nazionale nei “confini naturali” assegnati dalla geografia. Tali sentimenti, il vento di quei tempi, generarono politica, rivoluzioni, letteratura, ideali (di cui qualcuno approfittò). Un vento potente che sfociò poi nel nazionalismo, sino al nazionalsocialismo, e alimentò schieramenti ideologici: si alzò nell’Ottocento e imperversò per tutto il Novecento.
Mai gli uomini si erano scannati così; il numero delle vittime è stato calcolato in più di duecento milioni, nel mondo.
Benessere dei popoli (alcuni, mica tutti) e unità delle Nazioni (alcune, mica tutte) giustificarono ogni mezzo. Lo svuotamento di beni, di gente, di passato e di futuro che patì il nostro Mezzogiorno, fu destino di altre colonie interne (Irlanda, Scozia…) ed esterne, cui toccò fornire braccia, risorse e mercati al trionfo della seconda rivoluzione della specie umana, dopo quella dell’agricoltura: la produzione industriale di una quantità teoricamente illimitata di merci. I meridionali riscoprono la propria storia, nell’indifferenza o l’incredulità del resto del Paese e di parte del Sud. E, a mano a mano che riacquistano la memoria, perdono la vergogna dei vinti: più quella si diffonde, più questa scema; molti giovani, pur avendo grandi possibilità altrove, rifiutano di andarsene e avviano, a casa propria, iniziative economiche, culturali, sociali; mentre la politica (quella di sempre) si traveste da Sud, nascono partiti nuovi, movimenti identitari e territoriali (Lino Patruno li racconta in Fuoco del Sud); per la prima volta, un autonomista diviene presidente della Sicilia; la Regione Sardegna approva un documento del Partito sardo d’azione sulla “verifica delle ragioni della permanenza dell’isola in Italia” e in tribunale, mai successo, si riconosce a un indipendentista il diritto di difendersi in sardo; fuori dai sindacati nazionali (e talvolta contro), agricoltori e allevatori insorgono,
come il Movimento dei Forconi (specie siciliani e sardi), bloccano mezz’Italia. Era più di mezzo secolo che non si parlava tanto di Questione meridionale.
(di Pino Aprile da “Mai più terroni”)lb

“Coloro che non riuscirono a morire massacrati? Scesero dai monti e deposero le armi. Si vendettero finanche l’onore delle figliolette e delle madri per togliere il disturbo. Scesero dai monti per prendere la via dell’unica speranza di vita che la matrigna Italia fosse capace di additar loro: l’America…..un passaporto rosso, una mappatella appesa ad una mazza, la morte nel cuore. E fu l’emigrazione ………. Andò al porto di Napoli, l’Italia degli intellettuali, a vederli partire …
Fu soltanto capace di cantarci sopra, di sventolare fazzoletti, di intonare canzoni lacrimose … Partono ‘e bbastimente pe tterre assaje luntane …!
Versò qualche lacrimuccia vigliacca. Tornò a casa, mangiò con buon appetito, e si fece la controra. Prosit, Italia degli intellettuali …”.                                                              (Dal libro “QUEGLI ASSASSINI DEI FRATELLI D’ITALIA” di Angelo Manna)er bugia

LE INDUSTRIE TESSILI DEL REGNO

Per i nazional-bugiardi il Regno delle Due Sicile era un paese unicamente agricolo e senza industrie, ma la realtà come al solito è un’altra e la conferma ci viene da i dati economici dove si evince che essa costituiva, in valore, la seconda fonte delle esportazioni del regno delle Due Sicilie (dopo chiaramente i prodotti dell’agricoltura con l’olio lampante in testa).
Le industrie tessili erano diversificate da tre settori principali: quello del cotone, della lana e della seta.
Nel 1835 si contavano ben 117 fabbriche di lana e alcune di queste come la “Sava” di Napoli, la “Ciccodicola” di Arpino, la “Manna” nel cicondario di Sora, non erano seconde alle più rinomate in Europa per la qualità delle macchine usate. Prima dell’unità l’industria tessile era capillarmente diffusa in tutto il regno: Abruzzo, Calabria, Basilicata e Puglia dove lavoravano diverse migliaia di operai. Il settore cotoniero vantava, al suo vertice, quattro stabilimenti nella parte continentale del regno ed uno in Sicilia con 1.000 o più operai ciascuno (1.425 lavoravano per VonWiller a Salerno; 1.160 in un’altra filanda della provincia; 1.129 nella filanda di Pellezzano; 2.159 nella Egg di Piedimonte Matese; di cui 200 erano fanciulle bisognose del Regio Albergo dei Poveri di Napoli, un migliaio nella Aninis-Ruggeri di Messina). Nello stesso periodo gli stabilimenti lombardi a stento raggiungevano i 414 operai della filatura Ponti; a Biella erano occupati 1.600 operai; a Torino nelle industrie miste di cotone e lana ne erano occupati 3.744.
Il comprensorio in cui si concentrò l’industria tessile meridionale è nel Salernitano, gli operai addetti alle fabbriche di tessuti erano 10.244 (dei quali 1.606 avevano la qualifica di “Capo d’Arte”). Nei tre principali stabilimenti salernitani erano attivi 50.000 fusi e oltre 10.000 addetti. Al contrario, le punte massime di sviluppo raggiunte dal Nord erano rappresentate dai 414 operai della filatura Ponti in Lombardia, dai 1.600 operai degli stabilimenti di Biella e dai 3.744 occupati a Torino nelle industrie miste di cotone e lana.
Quasi 12.000 lavoratori su 30.000 abitanti erano impiegati negli stabilimenti presenti nella “Terra di Lavoro” della valle del Liri, dove erano presenti oltre 15 lanifici (il più importante era la fabbrica Zino che aveva l’appalto per le uniformi dell’esercito), e nel circondario di Sora. Ad Arpino (vicino Sora) vi erano 32 fabbriche che impiegavano oltre 7.000 operai. L’industria del lino e della canapa diede lavoro a ben 100.000 tessitrici e 60.000 telai, fu così dato lavoro al mondo rurale prevalentemente femminile. Nella prima “Esposizione Nazionale Italiana di Prodotti Agricoli e Industriali e di Belle Arti” svoltasi a Firenze nel 1861, quindi subito dopo la proclamazione del Regno d’Italia, lo stabilimento tessile di Sarno, una sorta di polo tessile, risultò essere il più grande della penisola nella produzione del lino.
I più attenti all’imprenditoria industriale furono gli svizzeri. Negli anni ’30 nella Valle del Sarno venne fondata a Piedimonte d’Alife la manifattura di Egg, con 1.300 operai e 500 telai; a Scafati quella di Mayer e Zollinger; presso Salerno quella di Vonwiller e Zublin. Si può dire che l’industria tessile era prevalentemente in mano ad una cospicua comunità svizzera campana. Le industrie tessile di: Von Willer, Meyer & Zottingen, Zublin & Co., Schlaepfer, Wenner & Co., Escher & Co. erano dotate di stabilimenti meccanizzati, avevano in quell’epoca potenzialità superiori a quelle presenti nel distretto di Biella (che dopo l’unità diventerà stranamente il principale polo tessile italiano).
In quest’area, assieme al settore tessile, sorse anche un cospicuo indotto, in alcuni casi sopravvissuto fino ai nostri giorni. Il nucleo più antico della comunità elvetica in Campania si fa risalire alla nascita degli stabilimenti Egg a Piedimonte d’Alife.
La migrazione di tessitori svizzeri in Campania fu causata dalla ristrettezza di materie prime di cui soffriva il settore tessile elvetico durante il “blocco continentale” napoleonico, che impediva le esportazioni di filati dall’Inghilterra (fondamentali per la nascente industria tessile svizzera). Tra i primi svizzeri ad intraprendere la produzione tessile nel reame napoletano si ricordano in particolare i Meuricoffre (futuri banchieri) e Giovanni Giacomo Egg. Quest’ultimo nel 1812 ebbe in concessione dal governo un vecchio monastero a Piedimonte d’Alife che in breve trasformò in un moderno opificio dotato di una forza lavoro di 1.300 operai. Molti connazionali di Egg, incoraggiati dal suo successo, decisero così di stabilirsi nel Regno delle Due Sicilie, in cui la produzione di cotone (nell’area vesuviana) e di lana (negli Abruzzi) era abbondante e qualitativamente buona.
Inoltre la nascita di questo polo industriale portò alla richiesta di costruzione di una strada ferrata che consentisse il collegamento degli opifici con Napoli: all’epoca era già in costruzione la linea per Salerno (nel 1844 la ferrovia da Napoli era giunta a Nocera e nel 1866 giungerà a Salerno) e quindi
sembrava semplice prolungare tale tratta alla Valle dell’Irno.
LO STABILIMENTO DI NICOLA FENIZIO.
Ricordiamo anche gli stabilimenti del celebre imprenditore Nicola Fenizio, posti nel comune di Angri (provincia di Salerno) che davano lavoro a più di 4.000 persone e che esportavano ottima seta filata in tutto il mondo, tanto che i concorrenti arrivarono a contraffarne il marchio. La seta di Paolo Finizio era molto pregiata e ben pagata. Nell’anno 1832 i mercati di New York, del Massachusetts e della Pennsylvania pagavano una libbra da 6 a 7 $; mentre le migliori sete cinesi e francesi difficilmente superavano i 6 $ per libbra. Nel 1834 le sete del Finizio furono quotate a quasi 10 $; mentre quelle francesi e cinesi a quasi 8$. Le matassine di seta per cucire erano così perfette che in Germania ed in America erano preferite a tutte le altre. Così n America per incrementare le vendite alcuni produttori falsificarono il marchio di Paolo Finizio.
L’OPIFICIO DI SAN LEUCIO.
Presso Caserta, il vero fiore all’occhiello, per quanto riguarda la produzione della seta con 600 addetti e 130 telai. In questo stabilimento si introdussero tutte le fasi della lavorazione della seta, dalla coltivazione dei gelsi, all’allevamento del baco da seta, fino al manufatto finito. Si producevano prodotti serici di primissima qualità acquistati da tutte le corti europee.
LA PRODUZIONE TESSILE IN CALABRIA.
Oltre alle acciaierie di Cardinale in Calabria esistevano anche delle filande dette in gergo locale “vattandìari” dove venivano lavorate varie fibre naturali, fra cui la lana. Con questa veniva prodotto un tessuto impermeabile chiamato “arbascio” del quale nessuno sa più con esattezza come venisse realizzato. Notevole era la presenza di imprenditori stranieri. In particolare la Calabria citeriore era nota per la lavorazione della lana, le Serre e il Poro per quella della seta. Alla nascita dello Stato italiano, nel 1860, le imprese del settore disponevano complessivamente nella regione di circa 11 mila telai. Nella sola industria della seta operavano oltre tremila persone, con larga presenza femminile. Il Sud era inizialmente indietro nella produzione della seta, che incideva solo per il 17,5% della produzione complessiva italiana. In seguito all’incremento delle piantagioni di gelsi ed all’allevamento del baco si ebbe dal 1835 un rinnovato sviluppo dell’industria della seta e nuove filande sorsero in Calabria, in Lucania, in Abruzzo.
LA PRODUZIONE TESSILE NEL MESSINESE.
L’industria messinese nelle tessiture non solo era riuscita ad imporsi su tutta la Sicilia, ma si stava trasformando in una vera e propria holding. Il sigillo di qualità ed operosità dato dal governo regio agli industriali di Messina, la loro forza lavoro e i rispettivi Istituti di Credito, erano riusciti negli anni trenta del XIX secolo, a creare una realtà industriale impressionante. Essi non solo erano in grado di lavorare notevoli quantità di merce grezza, ma erano allo stesso tempo riusciti, a costruirsi le macchine e gli impianti atti allo scopo, come fecero i fratelli Ottavini di Messina nel 1851.
LO STABILIMENTO INDUSTRIALE AINIS DI MESSINA.
Era costui uno dei tanti imprenditori di Messina, desideroso di migliorare la sua posizione. Iniziò con una filanda ed una fabbrica per la stampa dei tessuti di cotone nella riva settentrionale della città di Messina. Nel 1855 la fabbrica, fu ulteriormente ingrandita fino a diventare un grandissimo stabilimento industriale. Nel 1858 vi aggiunse la tessitura meccanizzata: furono utilizzate tre macchinari a forza cavalli vapore, con 5 caldaie della potenza complessiva di 75 cavalli. Queste alimentavano pure, 102 telai e tutte le altre decine di macchine, necessarie per la completa lavorazione dei filati tessili, consumando 1200 tonnellate di carbone all’anno. In questo stabilimento si lavoravano annualmente, 500 balle di cotone filato, del peso di quintali 3.200; inoltre si utilizzavano diverse droghe necessarie per la coloritura e la stamperia dei filati per un peso di due quintali e mezzo. Il tessuto filato e stampato con questa tecnica lavorativa, ammontava annualmente a 60.000 pezze in tessuti diversi. Vi prestavano opera: 1.600 tessitrici, 50 scolare, 200 operai, 3 direttori, 6 fuochisti, 2 macchinisti, 4 incisori, 3 custodi pagandoli per salario, da un tarì a una onza. Il suo indotto dava lavoro ad altri 400 operai. Tale stabilimento, in modo diretto e in modo indiretto, forniva lavoro a 2.270 operai messinesi.

Fig. 1: INDUSTRIA TESSILE MESSINA
Tutta l’industria napoletana fu lasciata letteralmente languire dopo l’unificazione, affamata dall’abbattimento troppo repentino dei dazi e dalla mancanza di commesse statali, che furono assegnate ad aziende del Nord in proporzione vergognosa. Infatti, a fronte di un prelievo fiscale nelle privincie meridionali pari al 40% del totale, le industrie del Sud ottennero soltanto il 6% delle commesse militari ed di quelle relativa ai lavori pubblici.                                                  1,9

Fig: 2: Industria tessile della societa del Sebeto nella Valle dell’Irno
Il mito di un Regno delle Due Sicilie essenzialmente agricolo, con un’industria appena nascente, in grave ritardo rispetto al resto d’Europa a causa della miseria diffusa e della paralizzante burocrazia borbonica, resiste caparbiamente nonostante sia stato più volte clamorosamente smentito dalla ricerca storica d’archivio, di cui il libro del prof. Gennaro De Crescenzo, Le industrie del Regno di Napoli, è un esempio prezioso.

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Fig: 3: Un telaio calabrese

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Fig. 4: Lo stabilimento tessile di Gaetano Ainis di Messina

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Nuti: “Relazione shock: mafia e massoneria infiltrate nello Stato”

Riccardo Nuti, deputato del Movimento 5 Stelle e membro della commissione Antimafia: “Dai dossier emerge qualcosa di impressionante”“.
„Non solo si può, ma si deve parlare di mafia e massoneria di Stato, contro cui bisogna agire immediatamente”. Non solo si può, ma si deve parlare di mafia e massoneria di Stato, contro cui bisogna agire immediatamente”. Ma il vero dramma è che negli elenchi ci sono persone iscritte che sono dentro i tribunali, dentro le forze dell’ordine, dentro il comparto militare. E parliamo solo di Sicilia e Calabria, figuriamoci nel resto d’Italia”. “C’è un particolare poi che non deve assolutamente sfuggire e che è indicatore inquietante della questione: dei 193 iscritti, la gran parte sono persone con alle spalle sentenze archiviate o assoluzioni. Di due l’una: o le varie procure hanno preso un mega abbaglio con questi soggetti, oppure, cosa ben più grave, la massoneria è riuscita ad indirizzare le sentenze di alcuni giudici”. Rivelazioni troppo scomode a fine legislatura e con la campagna elettorale alle porte. In un Paese normale ci dovremmo fermare tutti e dire: ora, ci occupiamo solo di questo, con norme chiare che obbligano queste associazioni ad avere elenchi pubblici, consegnati in prefettura; bisogna poter controllare chi c’è lì dentro: questa gente non può aver nulla a che fare con l’amministrazione pubblica“

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IN NOME DI DIO ANDATEVENE!

Voi siete un gruppo fazioso, nemici del buon governo, banda di miserabili mercenari, scambiereste il vostro Paese con Esaù per un piatto di lenticchie; come Giuda, tradireste il vostro Dio per pochi spiccioli. Avete conservato almeno una virtù? C’è almeno un vizio che non avete preso? Il mio cavallo crede più di voi; l’oro è il vostro Dio; chi fra voi non baratterebbe la propria coscienza in cambio di soldi? E’ rimasto qualcuno a cui almeno interessa il bene della Repubblica? Siete diventati intollerabilmente odiosi per l’intera nazione; il popolo vi aveva scelto per riparare le ingiustizie, siete voi ora l’ingiustizia! Ora basta! Portate via la vostra chicaglieria luccicante e chiudete le porte a chiave. In nome di Dio, andatevene!!
Oliver Cromwell.  Discorso ai Parlamentari.

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Onorate Società

I membri insospettabili, i patti con lo Stato, le vendette a colpi di bombe: in un’inchiesta che attinge a documenti riservati e testimonianze di ex massoni e membri dei clan rimasti nell’ombra per decenni, Piero Messina fa luce sulla trama criminale nascosta dietro i grandi misteri della storia italiana dal dopoguerra a oggi e racconta i meccanismi che regolano la potente alleanza tra criminalitàorganizzata, apparati dello Stato e lobby massoniche nel nostro Paese.
In un inquietante percorso che va dalle prime stragi mafiose agli scandali più recenti, passando per quella zona grigia fatta di tentati golpe, governi destituiti e politici corrotti, l’autore ricostruisce i legami inconfessabili che hanno permesso la ramificazione della “massomafia” in Italia. E nello svelare gli elementi chiave di questa struttura di potere occulta, ci costringe a guardare in faccia le perverse dinamiche criminali che da decenni minano la democrazia italiana, condannando il nostro Paese all’instabilità permanente.
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LA MEMORIA STORICA

La storia è uno strumento di ricerca per una continuità, un mezzo che attraverso la memoria storica definisce la coscienza di ciò che è accaduto al fine di interpretare ciò che è. Avere una memoria storica costituisce un obiettivo per una società attanagliata da un paradosso: il dovere dimenticare ciò che è stato. Senza memoria storica, una comunità rischia di perdere e smarrire il significato e il senso profondo della propria identità culturale e civile. Intatti, il filosofo Nietzsche in una sua opera, consapevole dell’importanza di essere in grado di percepire il valore del passato e di quanto è avvenuto nella storia umana, ha individuato tre figure fondamentali della memoria: la memoria monumentale, che si nutre di retorica, la memoria antiquaria, che si compiace di rievocare la grandezza di quanto è stato, la memoria critica, che è in grado di selezionare e discernere i ricordi in base ad un atteggiamento rivolto a capire la vicenda umana, per come si è sviluppata lungo i secoli. Coltivare la memoria critica significa e comporta il dovere di ricordare1,2 e trovare una continuità con ciò che è avvenuto, cercando così di trasporre nella prassi la definizione degli antichi di “storia maestra di vita”. Ma il male commesso non può essere cancellato!

DENATALITA’ e SCOMPARSA di UN POPOLO

In molti ci avete domandato il perché del nome del blog: “Un Popolo Distrutto”; perché se il popolo del sud non è stato completamente distrutto? Ma se ci pensate sono i numeri e le statistiche a dirlo: all’indomani dell’Unità, la popolazione italiana ammontava a poco più di 28 milioni, poi la crescita della popolazione fu abbastanza lenta negli ultimi decenni dell’Ottocento a causa dell’elevato numero di persone che emigravano all’estero. Sotto il profilo demografico l’Italia si conferma uno dei paesi con il più basso tasso di natalità al mondo; nel 2016 il numero medio di nascite per donna è stimato a 1,34, in calo rispetto all’1,46 del 2010, che rappresentava il valore più alto dal 1984.
“..sono 3000, sono arrivati, sono tutti sulla banchina, stanchi, affamati, con in mano il “libretto rosso” (che li bollava come analfabeti) o il “foglio giallo” che dà qualche maggiore speranza; poi per tutti c’è ora la quarantena, un attesa lunga, snervante; e per alcuni che prima di partire hanno venduto case e podere, o si sono indebitati per fare il viaggio, non è solo stressante ma è un’attesa angosciante”. (da un cronista dell’epoca). L’unificazione della nazione, realizzata all’insegna del centralismo, evidenziò diverse entità economiche che vedeva le regioni del Nord proiettate in un processo di modernizzazione volto a sviluppare il settore industriale attraverso la meccanizzazione dei processi produttivi ed investimenti nel settore delle infrastrutture (ferrovie, strade, canali, ecc.). L’agricoltura padana si evolveva e le aziende venivano gestite da impresari capaci di integrare le coltivazioni con allevamenti di bestiame e caseifici.
Nelle regioni centro-appenniniche permaneva una distribuzione equilibrata della proprietà che, coltivata in mezzadria, si affidava a metodi tradizionali, corretti con procedimenti di coltivazione aggiornati ma sobri, e produceva quanto necessario.
Differente era la condizione nelle regioni del Sud. L’Unificazione del Meridione, non aveva portato alla pacificazione del territorio, ma dato avvio ad una lunga (oltre 10 anni) e sanguinosa occupazione militare volta a sedare la ribellione che, in opposizione al nuovo Stato occupante, aveva coinvolto in maniera diretta o indiretta larghe fasce di popolazione fino a trasformarsi nella protesta sociale che aveva alimentato il brigantaggio. Questo, sintomo di un male profondo ed antico, con tutto il carattere disperato che lo sosteneva, aveva trovato alimento nell’imposizione di tutte quelle norme e leggi piemontesi, estranee al sentire della gente e tra cui ebbero un impatto dirompente la proscrizione obbligatoria di cinque anni e la mancata risoluzione dei vincoli che opprimevano un’agricoltura involuta ed improduttiva.
La guerra ad oltranza che, per quasi un decennio, il nuovo Stato combatté contro il brigantaggio con l’impiego di un esercito smisurato ed atrocità che coinvolsero indiscriminatamente comunità inermi, marcarono una profonda rottura tra le popolazioni meridionali ed il nuovo Stato, verso cui si manifestò una avversione maggiore di quella che qualcuno aveva contro il governo borbonico al punto che, secondo i cronisti del tempo, se un paese straniero avesse tentato di sottrarre la Sicilia all’Italia, avrebbe ricevuto il medesimo entusiastico appoggio di cui godette Garibaldi nell’impresa dei Mille. Tutto ciò, senza che i nuovi amministratori tentassero di arrestare la diffusa corruzione e di modificare i privilegi imperanti di cui godevano le poche famiglie vicine ai palazzi del potere, in grado di ripartire in ambito familiare le cariche gestionali con cui si poteva influenzare la somministrazione della giustizia ed usurpare impunemente le terre demaniali, facendo rinascere un nuovo feudalesimo.
Il Mezzogiorno si presentava con il volto di una società arretrata e dominata da una profonda inquietudine, assuefatta per secoli a ritmi indolenti, a sdegnare la trafila burocratica per affidarsi a procedure che consentivano transiti obliqui e maniere affidate a scappatoie. I grandi centri cittadini erano pochi, il commercio scarso e lo sviluppo industriale che avevano voluto i vituperati Borbone era ormai distrutto. A parte alcune e limitate zone privilegiate coltivate ad agrumi, in agricoltura si evidenziavano i contrasti tipici del sottosviluppo dove, accanto ad immensi latifondi prevalentemente sterili, in cui l’agricoltura era incredibilmente misera, esisteva una piccola proprietà sminuzzata in inadeguati appezzamenti che utilizzavano i pochi concimi naturali, e mezzi rudimentali (aratro a chiodo) e, non applicando la rotazione agraria, ottenevano raccolti insufficienti anche nelle annate normali. L’abbandono del territorio per il dilagante fenomeno dell’emigrazione, dava origine a frane e smottamenti aggravati dai disastri arrecati da terremoti, alluvioni ed eruzioni.
L’analfabetismo era diffuso nelle comunità agricole e superava il 90% . Rispetto alle altre regioni, il Meridione preunitario era soggetto ad una moderata pressione fiscale ed i prezzi dei generi alimentari erano accortamente mantenuti bassi, perché compensati dalle rendite dei vasti beni demaniali in mano pubblica che contribuivano a mantenere a livelli trascurabili il debito di bilancio.
Nel Meridione in genere e, nella Sicilia in particolare, sopravvivevano residui feudali in cui i contadini, mal pagati e sfruttati, ammucchiati in alloggi dove trovava spesso riparo l’animale di sostegno, vivevano una condizione disagiata, dislocati lontano dalle valli acquitrinose e costretti a limitare la loro attività a colture che non necessitavano di interventi nei periodi a rischio di contagio malarico.
Le strutture industriali, tessile e siderurgico, erano concentrate rispettivamente a Salerno e nella provincia di Napoli (Pietrarsa) dove si costruivano caldaie a vapore per attrezzare locomotive e piroscafi che avevano potenziato la terza flotta mercantile più potente in Europa (dopo Inghilterra e Francia) per numero di navi e tonnellaggio. Nel Meridione infatti il trasporto di materie prime di estrazione o di coltivazione (frumento ed agrumi), favorito da un ampio sviluppo costiero e da un regime daziario protezionistico nei riguardi delle merci d’importazione, avveniva per via marittima.
La rete ferroviaria era circoscritta benché esistessero numerosi progetti di costruzione di nuove strade ferrate ma l’unità blocco questi progetti per motivi speculativi da parte degli imprenditori del nord e così nel frattempo, il Nord si era dotato di una rete di duemila chilometri. In molte zone, per la scarsezza di denaro (la banca d’italia aveva rastrellato tutte le monete circolanti), così gli scambi avvenivano in natura e si generalizzava la riluttanza agli investimenti in migliorie agricole ed altre attività produttive. Altrettanto non si differenziava il comportamento dei borghesi da quello dei nobili che, a condizione che fossero salvaguardate le loro prerogative, accettarono la subalternità del Meridione agli interessi socioeconomici degli industriali del Nord. Con l’Unificazione, le imposte volte all’assestamento del deficitario bilancio del nuovo Stato che si trascinava il debito pubblico più elevato d’Europa, accumulato dal Piemonte per la politica espansionistica di annessioni e per gli investimenti infrastrutturali, aumentarono vertiginosamente e si abbatterono sul contribuente meridionale oneri fino ad allora sconosciuti.
I governi della Destra storica che, dall’Unificazione si succedettero fino al 1876, oltre ad affrontare le questioni internazionali legate al completamento dell’unità nazionale, imposero un modello amministrativo di tipo centralista e dotarono tutte le regioni del nuovo Stato di una stessa struttura amministrativa, abolendo le barriere doganali interne ed unificando i sistemi di misura, monetario e scolastico.
Per reperire maggiori risorse volte a riequilibrare il bilancio, trascurando le ripercussioni sociali che ne sarebbero derivate, operarono (con Quintino Sella ministro delle finanze, 1862, 1865 e 1869-73) una severa ed impopolare stretta fiscale con l’imposizione di pesanti tributi , tra cui la più odiosa fu la tassa sul macinato (1868) che, malgrado gli scarsi vantaggi apportati all’erario e le rivolte popolari causate per l’aumento del prezzo del pane, venne mantenuta.
Quanto al commercio, era stato conservato il libero scambio per favorire l’esportazione dei nostri prodotti (frutta, vini, formaggi, solfo e seta) e consentire reciprocità di trattamento ai manufatti stranieri che l’Italia non era in grado di produrre.
Il deficit fu colmato con il raggiungimento del pareggio di bilancio (1875), favorendo il progresso della marina mercantile e dell’industria, ma, nonostante gli elementi evidenziati dall’inchiesta sul brigantaggio di Massari (1863), non affrontarono i problemi sociali di miseria ed arretratezza del Mezzogiorno.
Problemi che riguardavano anche i ceti rurali del nord, ma verso il Mezzogiorno maggiore fu il disinteresse della classe dirigente postunitaria che, per Rosario Romeo, riuscì a realizzare lo sviluppo industriale del paese soprattutto attraverso lo sfruttamento delle masse contadine del Sud.
Con la caduta postunitaria delle barriere doganali e l’abbandono del protezionismo industriale furono soppiantate le industrie siderurgiche di Napoli, dall’Ansaldo di Genova ed i cotonifici di Salerno da quelli liguri e lombardi che producevano a minor costo. Contribuendo ad una flessione del commercio (-16%) e ad aggravare il ritardo del Sud, perciò si può comprendere perché i Meridionali mal sopportavano di essere amministrati da funzionari piemontesi, che non comprendendo il linguaggio e riluttanti a comunicare, non coglievano le esigenze di comunità bisognose di rinnovamento e, soprattutto, erano mal guidati da una amministrazione centrale lontana ed incapace di fornire suggerimenti idonei ad affrontare, con gli scarsi mezzi a disposizione, le pressanti problematiche locali.
La Sicilia, inoltre, aveva un motivo aggiuntivo di risentimento in quanto si era vista negare la promessa di una forma di autonomia e l’abolizione della luogotenenza non fu intesa come una facilitazione all’integrazione ma piuttosto come una spinta alla centralizzazione.
I nuovi governanti, da Cavour in poi, si rifugiarono nell’opinione che il Meridione, pur naturalmente ricco, fosse condannato all’arretratezza dovendo scontare i danni del governo borbonico, tralasciando il particolare che la Sardegna, da un secolo e mezzo governata dai Savoia, si trovava in condizioni di arretratezza ancor più peggiori. Pertanto non presero mai in considerazione, malgrado le sollecitazioni, la possibilità di recarvisi per assumere una conoscenza diretta delle problematiche che limitavano la crescita di quelle genti di cui si marcavano solitamente gli aspetti deteriori (delinquenza, corruzione, analfabetismo e superstizione) e verso cui da più parti si manifestava disprezzo (“un esercito di barbari accampato fra di noi”) fino a proporne l’abbandono al loro destino poiché le altre regioni non erano in grado di sopportare l’onere della loro emancipazione ( Ma ciò non accade ancora oggi?). Le poche famiglie di ricchi proprietari terrieri (galantuomini) mantenevano il salario del contadino alla misura minima che gli permettesse di vivere solo per poter continuare a lavorare.
Una situazione di immobilismo che le nuove istituzioni non avevano mutato e dove il rinnovo degli istituti politici non era stato accompagnato da una altrettanto innovativa visione della classe dirigente che, invece, aveva peggiorato gli immutati costumi semifeudali e i vecchi privilegi, sorretti da un antiquato ordinamento sociale. Ordinamento che restò immutato, così che la classe dei proprietari, assimilatasi al nuovo governo, mantenne le precedenti cariche gestionali dominando un esercito di contadini che, legati ad essi da un vincolo di sottomissione, avevano radicata la convinzione che il proprietario tutto potesse e nulla si potesse fare, anche se richiesto dall’autorità, senza la sua approvazione. Ed è probabile che non vi sia stato mai in precedenza periodo in cui questo tipo di rapporto si sia sostituito a quello diretto tra istituzione e suddito. Causa e conseguenza dei limiti di sviluppo complessivo dello Stato, non potesse essere spiegata e risolta senza tener presente l’influenza dei vari fattori storici, politici e sociali che avevano contribuito a determinarla. Pertanto finché non fossero radicalmente mutate le condizioni economiche e sociali, attenuate le condizioni di arretratezza e la violenza non fosse più apparsa una attività redditizia, sarebbe stato privo di significato ogni concetto di libertà. Una società che in larghissima misura era esclusa dal voto e quindi non corteggiata da alcuno e da nessuno rappresentata. Per cui non si costruivano scuole, nei villaggi mancavano del medico, sostituito dalla fattucchiera o dal guaritore. I ricchi invece, anche se analfabeti, erano una potenza (si votava per censo) e, potendo strappare molte concessioni, non avevano interesse a migliorare le condizioni della plebe. Una vera alternativa coloniale con il peso di un tributo impositivo più elevato nel Meridione (40% rispetto al 32%) a fronte di una ricchezza nazionale inferiore a quella del Settentrione (27% rispetto al 48%), dove le immense ricchezze accumulate sfuggivano alle maglie del fisco. Ma alle proteste non si aggiungeva la formazione di correnti politiche che potevano difendere gli interessi locali, inserendo il Mezzogiorno nella vita politica nazionale. Il Governo, ritenendo che fosse più produttivo puntare sulle risorse del settentrione, per favorirne lo sviluppo industriale, attuò una politica di investimenti sotto forma di commesse che, accanto all’espansione di quella tessile, favorirono anche l’industria chimica, elettrica e meccanica, incentivando la nascita di stabilimenti siderurgici e cantieri navali. Sostenute sia dagli istituti di credito che dalle camere di commercio, vennero protette da tariffe doganali (1878) che rovesciavano la politica liberista nel commercio fino ad allora attuata dai governi della destra.
La politica protezionistica fu accentuata, nel 1887, coll’introduzione di una nuova tariffa doganale (avversata da Giustino Fortunato) perché veniva a ledere gli interessi dei piccoli coltivatori del Sud, mentre favoriva il settore tessile e siderurgico del Nord. Quest’ultimo già protetto con commesse statali, assorbiva una parte rilevante di risorse finanziarie che non investì nelle migliorie produttive necessarie a competere con le industrie straniere, adattandosi a produrre a costi elevati e non concorrenziali.
Il Meridione, prima tutelato dal protezionismo borbonico, quindi inserito dai governi della destra storica a concorrere senza ammortizzatori con i più solidi mercati nazionali, non avendo trovato alternative alla sua vocazione agricola, si trovò nella guerra commerciale apertasi con il ripristino del protezionismo, oggetto di ritorsioni verso i suoi prodotti (agrumi, vini ed oli). La sinistra, contrariamente alle attese, non avviò alcuna riforma agraria urgente per il Mezzogiorno, in quanto un ministro dell’agricoltura come Salvatore Majorana, latifondista e banchiere siciliano, divenne garante dell’immutabilità dei rapporti socio-economici del mondo agrario. Benedetto Cairoli che si alternò a Depretis nella guida del governo (n.14) tentò di abolire la tassa sul macinato ma, per l’opposizione dei deputati meridionali portatori degli interessi dei latifondisti del Sud, decisi a caricare il peso fiscale sui contadini, riuscì solo a ridurla (1879), rimandandone l’abolizione all’83. A questo non seguì però una generale riforma fiscale che ridistribuisse il carico impositivo. Questo, continuando a gravare sulle classi meno abbienti, le spinse alla reazione che, nel Nord portò alla costituzione delle prime leghe operaie ed alla proclamazione dei primi scioperi (1884-85), che, benché repressi dal governo, ebbero il merito di diffondere la protesta e favorire, rispettivamente in Piemonte, Lombardia, Liguria e Valpadana, aggregazioni operaie e contadine che contribuiranno alla costituzione del partito socialista (1892).
Merito della Sinistra storica l’introduzione (legge Coppino del 1877) dell’obbligo scolastico nel primo ciclo delle elementari e l’allargamento della base degli aventi diritto al voto. La Sicilia che un tempo era stata il granaio dell’Impero romano, ora, a causa di un sistema agricolo arretrato e degli immensi latifondi abbandonati dall’emigrazione ed inariditi dalle frequenti siccità e mai sottoposte ad opere di trasformazione e bonifica, non era più in grado nemmeno di soddisfare le sue esigenze, al punto da divenire, assieme alle altre del Meridione, tra le province con la produzione più bassa e variabile di frumento. D’altro canto la Sicilia restava comunque la regione che esportava (zolfo, vini e frutta) più di quanto importasse ma i benefici erano assorbiti dal resto d’Italia. Una politica che quindi incentivò l’emigrazione meridionale e lo spopolamento di vaste aree, perché l’emigrazione era considerata come un’inevitabile necessità per conseguire lo sfollamento delle campagne. Dunque, l’emigrazione era funzionale all’alleggerimento del settore agricolo dal peso dell’eccessivo numero di braccia e avrebbe portato al conseguente aumento di produttività. L’emigrazione, invece, decretò per il sud un lento e progressivo declino, tanto da farle rientrare oggi ancora in cima alle classifiche delle zone ad alto disagio insediativo. Emigrarono in cerca di pane e fortuna ben 25 milioni di meridionali, si svuotarono per prime le aree di montagna e di collina, le case isolate, le frazioni e i nuclei abitativi sparsi, poi paesi di 40000 abitanti che ne rimasero solo 2000. Poi alla fine, nonostante l’intervento straordinario dello Stato, attraverso la Cassa per il Mezzogiorno, la riforma agraria, i progetti e le leggi per l’industria nel Sud e in montagna, la questione meridionale non fu mai risolta e si acuì, ancor di più, il divario tra Nord e Sud del Paese. «Un’emigrazione biblica che ha disperso e ucciso un patrimonio di cultura, di idee, di civiltà, di storie costruite da intere generazioni di uomini e di donne».
Sono passati centocinquantasei anni dalla tragica unità, e molte cose sono cambiate, ma le speranze sono state deluse e tradite: l’emigrazione continua a dissanguare “Un Popolo Distrutto” che forse non potrà mai più credere in questa unità! Solo un
elemento unisce identitariamente tutti: l’emigrazione.
Nel 2008 il Rapporto elaborato da Confcommercio-Legambiente sul disagio insediativo prevedeva che, a partire dal 2016, molte aree interne, del Mezzogiorno, corrono il rischio di diventare «paesi polvere» e I dati purtroppo avvalorano in tutta la loro tragicità come in queste aree il processo di desertificazione, legato al disagio insediativo, sociale e occupazionale, sia quasi irreversibile.

BUONI E CATTIVI

Per decenni in Italia si divisero i protagonisti della storia in buoni e cattivi: i buoni erano chiaramente i padri fondatori dell’Italia del Risorgimento, come la Casa Savoia, Cavour, Mazzini e Garibaldi, mentre i cattivi erano i Borbone, i briganti i meridionali e persino il papa Pio IX. La storia era dogmatica e indiscutibile! Un tempo era vietato o disdicevole, politicamente e moralmente scorretto parlare male di Garibaldi. Diffamare l’Eroe dei due mondi equivaleva ad un’offesa alla Patria. Finalmente oggi la patina moralista si stà sgretolando man mano che la verità storica la stà erodendo, anche di fronte ad un’unità mai realmente fatta, e i cadaveri della storia del Risorgimento saranno richiamati di nuovo in vita e passati in rassegna. Dopo decenni di diffusione quasi clandestina di scritti illegali, poiché censurati in quanto ostili al regime storiografico e culturale, con la fine degli anni ’90 il compatto muro di silenzio che ha custodito la leggenda metropolitana del Risorgimento nazionale ha iniziato a vacillare, a creparsi, a crollare rovinosamente“. Oggi sappiamo che esiste un’altra storia che va contro corrente, che prima la casa Savoia, e più tardi il fascismo hanno represso. Il Dogma del “mai parlare male di Garibaldi“ ha avuto come conseguenza che alla libera ricerca storiografica si sono legate le mani e che la verità fosse nascosta. L’Italia soffre sino ad oggi della natura della sua unità: La Questione Meridionale, il contrasto tra Polentoni e Terroni ed il leghismo sono i sintomi di questa sofferenza. Fino a quando l’Italia indosserà questi tessuti nella tunica della sua storia nazionale, per tante disfunzioni non ci sarà rimedio e per tanti conflitti non ci sarà soluzione. Della storia risorgimentale è stato tramandato soprattutto il mito, mentre non sono state raccontate tante vicende, per il semplice fatto che non si voleva macchiare l’immagine edulcorata del processo di unificazione nazionale portato avanti dai liberali e dai massoni. La storiografia del Risorgimento non fa eccezione alla regola che nella storia di numerosi stati nazionali la verità spesso è sacrificata. E questo vale soprattutto per il Regno delle due Sicilie, che è stato rappresentato a tinte molte fosche e orrende, per giustificare e glorificare il processo dell’unificazione. Il Regno delle due Sicilie fu sancito con la peggior condanna: la Damnatio memoriae, e il nucleus della condanna della memoria la subì Ferdinando II. Analogamente alla prassi presso gli antichi Romani, ogni suo ricordo fu condannato, il lutto fu proibito, armi e stemmi furono distrutti, la sua “casa“ fu devastata e per motivi di prevenzione l’infamia perpetua fu estesa a tutti i suoi discendenti. Per questa ragione oggigiorno si trovano solo ancora scarse tracce del Regno delle due Sicilie. Nel linguaggio colloquiale abbiamo “l’esercito di franceschiello “ e l’aggettivo “borbonico“ che hanno un valore apertamente peggiorativo. L’aggettivo borbonico facilmente cade quando qualcosa deve essere descritto come arretrato, sottosviluppato o corrotto. Intanto il patrimonio culturale dell’Italia spesso è indicato con gli attributi Farnese, Gonzaga, Sforzesco, D´Este ecc., borbonico nel migliore dei casi si usa per descrivere le carceri . Mai durante una visita – per esempio – alla reggia di Caserta cadrebbe la parola “borbonica “. Mentre i re italiani Vittorio Emanuele II e Umberto I sono entrati nella storia con i sopranomi “Re Galantuomo“ e “Re Buono“, mentre Ferdinando II è tuttora conosciuto come “Re Bomba“, perché fece bombardare Messina. Mentre in quasi ogni cittadina quanto piccola che sia si può passeggiare in una Via Garibaldi oppure in una Via Cavour addirittura magari trovare una statua di Garibaldi in piazza; esistono solo due comuni nel Sud, a Battipaglia ed a Scafati con un monumento a Ferdinando II. Se si osservano con sguardo critico le nicchie nella facciata esterna del Palazzo Reale a Napoli, nella quale si possono ammirare otto figure rappresentanti i sovrani delle dinastie ascese al trono di Napoli, si può facilmente capire per conto di chi è stata fatta quella disposizione. Tra Murat e Vittorio Emanuele II, per la volontà di chi l’ha ordinato, cioè la casa Savoia, non c’è un sovrano borbonico come per esempio Ferdinando II. Lungo i confini del Regno delle due Sicilie e quello Pontificio spesso si trovano testimoni in pietra dei due regni caduti, si tratta di 686 pietre di confine, che dividevano questi due stati preunificatori sulla penisola italiana. Il successo della “spedizione dei mille“ fù il frutto di una preparazione lunga e meticolosa, alla quale i principali artefici furono gli inglesi. La domanda che ci facciamo è: Quali erano le motivazioni della Gran-Bretagna per la caduta del Regno delle due Sicilie? Certamente non era una rarità che le instabilità fossero provocate con delle manipolazioni, infatti secondo Osterhammel gli Inglesi erano “maestri“ di tali manipolazioni. Ricorrendo ad un arsenale di strategie di destabilizzazioni, i territori furono preparati ad un ‘take–over imperiale‘. La forma dell’intervento, con presa di possesso, mira ad un’annessione o ad un’occupazione a lungo termine di una comunità collettiva straniera, è spesso preceduta dalla rottura di una coalizione vincente, che economicamente assicurava l’interesse della sicurezza e dell’economia, più che del colonialismo formale. Nel caso del “reluctant imperialists” britannico durante l’epoca del libero scambio (all’incirca dal 1820 al 1870) a causa del diffuso anti-annessionismo e dell’ anti-interventismo c’era la necessita´ di offuscare le vere ragioni dell’ intervento attraverso legittimi accertamenti. Sia l’ambizione di potere inglese che quella francese si collocavano con un inchino elegante davanti allo spirito filantropico di quell’epoca. Il crudo egoismo appariva spesso sotto forma di bisogno umanitario che nascondeva le vere ragioni di un intervento. Le giustificazioni preferite erano le provocazioni simboliche. L’offesa inflitta attraverso un colpo con la maniglia di un ventaglio con le piume da parte di Dey Hussein d’Algeria il 29.04.1827, al console francese, già offeso precedentemente, diede l’impulso necessario alla conquista dell’Algeria da parte della Francia. Ma quali motivi si nascondevano dietro il favoreggiamento britannico all’annessione piemontese del Regno delle due Sicilie? Una giustificazione spesso utilizzata in questo contesto è la tutela della vita dei cittadini e delle loro proprietà come anche l’autorizzazione a svolgere un’attività economica. Questa salvaguardia è garantita indirettamente da governi amici sul posto. Questo tipo d’intervento serve a rimuovere tutte le autorità statali, per instaurare e quindi sorreggere i regimi dei collaboratori. “…Il cosiddetto Risorgimento italiano “ non fu che un episodio dell’imperialismo inglese” (Socci, in Nicoletta 2001). Il 1 Marzo 1848 Lord Palmerston fece chiaramente capire, che per lui le amicizie e le ostilità nella politica internazionale non dipendevano da principi ma dall’utilità che avrebbero per la Gran-Bretagna. L’idea chiave della politica britannica non era orientata verso parametri filantropici e morali, ma all’espansione ed al rinforzamento del proprio potere (cfr.Campolieti 2001: 29). L’Italia, la Grecia, il regno Ottomano e la costa nordafricana erano l’obiettivo della politica estera e la British Navy spesso diede supporto agli sforzi diplomatici (cfr.Thomson 1989: 52). La sicurezza delle rotte di commercio e il benessere dei cittadini britannici erano gli obiettivi principali. Nella House of Commons invece quasi quotidianamente si fece riferimento all’importanza del commercio con l’India e la sicurezza per le rotte marine attraverso il mediterraneo orientale. Il significato politico delle isole mediterranee Malta e Sicilia aumentano in questo contesto: la doppia nota della politica estera britannica, fatta da interesse commerciale e necessità militare che, come si verificò, avrebbe contribuito alla caduta del Regno delle due Sicilie. Ma il maggior vantaggio della rivalorizzazione del mediterraneo lo ebbe il sud con la tempestiva apertura del Canale di Suez (cfr.Mariano 1991: 163). Il Canale di Suez, tragitto di collegamento per l’India, ottenne un significato strategico rilevante. La Gran Bretagna aveva un doppio interesse per il Canale di Suez. Prevalentemente quest’interesse era dovuto a motivi economici, perché il commercio britannico rappresentava l’ 82% del traffico marittimo nel canale (cfr. Bierschenk 1977: 4). In più esisteva anche un interesse politico, poiché il canale era la principale linea di congiunzione con l’India, Ceylon, la strada di Singapore e British-Burma, dove sotto il dominio britannico vivevano circa 250.000 persone. In più serviva anche come collegamento con la Cina, dove l’84% del commercio estero era controllato dalla Gran Bretagna. Anche se le due grandi nazioni Francia e Gran Bretagna erano d’accordo sul fatto di impedire qualunque espansione russa, in realtà erano in parte ostili tra di loro. L’ambizione politica di Napoleone III minacciò gli interessi inglesi. Quando i Francesi costruirono, prima degli Inglesi, la prima nave da guerra in acciaio, la Gloire, l’Inghilterra intensificò i suoi sforzi per non rimanere indietro. Sotto il comando dell’ammiraglio Lalande, la politica marittima francese divenne una minaccia per l’Inghilterra. Aceto nella sua opera “De la Sicile et des rapports avec l´Angleterre“ dichiara che la Sicilia é il punto più strategico di tutto il Mediterraneo. Inoltre evidenzia che l’antagonismo anglo-francese per l’isola. Dopo l’apertura del canale di Suez, la Turchia aveva una posizione molto vantaggiosa sul commercio verso l’oriente. Per questa ragione l’Inghilterra si dichiarò sostenitrice della Turchia. Il Meridione Italiano cosi diventò una base logistica estremamente importante per far fronte alla Russia. L’Inghilterra nel Mediterraneo oltre ai porti, messi a sua disposizione da forze minori, possedeva anche le basi di Gibilterra, Malta e le Isole Ioniche (cfr. Mariano 1991: 165). Nel Mediterraneo occidentale l’Inghilterra era regredita e così il centro strategico ebbe più rilevanza (cfr.Mariano 1991: 165). Nel 1860 il punto nevralgico fu la Sicilia, la cui posizione centrale la fece diventare chiave di tutto il Mediterraneo. Attorno alla Sicilia s’incontrano il bacino orientale e quello occidentale del Mediterraneo e il proprietario di quest’isola controlla sia lo stretto ed anche il canale. Quanto importante fosse l’interesse dell’Inghilterra per la Sicilia, lo dimostra la quantità di vice consolati britannici sull’isola. Oltre al console Godwin in Sicilia c’erano altri undici vice-consoli. A causa del valore enormemente strategico dell’Isola, l’Inghilterra diede il suo sostegno per l’unificazione italiana. Mariano constata, che gli Inglesi in realtà nella fase decisiva dell’unificazione italiana non hanno seguito principi etici, ma hanno agito strettamente in maniera antifrancese. Quanto il governo di sua maestà rispettasse “l’indipendenza“ degli Italiani, lo dimostrano le vicende della Sardegna. Londra temeva, che il governo Italiano offrisse la Sardegna al papa in cambio dello stato pontificio. Giacché il papa intratteneva ottimi rapporti con la Francia, l’Inghilterra si oppose con tutta la sua forza contro questo progetto. Lord Palmerston reagì bruscamente a questo piano: “L´Inghilterra si opporrebbe strenuamente ad una simile estensione dell’´influenza francese in questo mare”. L’enorme significato strategico dell’isola mediterranea si riesce a spiegare con riferimento alla “querelle” per la proprietà dell’isola vulcanica u´bummuluni, come si chiama nel dialetto siciliano dei pescatori. La nomenclatura dell’isola non è per niente facile perché ben tre poteri hanno fatto appello ai lori diritti e questo ha influito sulla adozione di un nome. L’isola viene anche descritta come ‘isola dei setti nomi ‘: Sciaccia, Nertita, Corrao, Hotham, Julie, Graham e Ferdinandea. Il 2 luglio nel 1831 a Sacco del Corallo, a circa metà distanza tra Sciacca e Pantelleria, avvenne un’enorme esplosione subacquea. Dopo l’esplosione emerse un’isola alta 63 metri, lunga 4,5 chilometri e larga un chilometro. La posizione dell’isola risvegliò subito il desiderio di possederla, avendo un alto valore strategico come base militare navale. Da Malta fu inviata sull’isola la corvetta Rapid sotto il comando di Charles Henry Swinburne. In nome di sua maestà l’isola fu presa in possesso dall’impero britannico. Humprey Senhouse sbarcò con sette marinai sull’isola avvolta da vapori di zolfo ed issò sulla sommità più alta l’Union Jack: l’isola fu battezzata Graham. Ferdinando II intese questo atto come offesa e violazione del diritto internazionale. L’isola si trovava chiaramente in acque territoriali borboniche, perché faceva parte geograficamente e geomorfologicamente delle isole Pantelleria, Lampedusa e delle altre isole del Regno. Il 17 agosto Ferdinando II emanò un decreto, nel quale prendeva possesso dell’isola in nome del Regno delle due Sicilie. L’isola fu chiamata Ferdinandea, dato che l’arrivo in Sicilia del re Ferdinando II avvenne nel momento dell’evento geologico. La corvetta Etna fu inviata con a bordo cartografi, per inserire l’isola sulla pianta marittima borbonica. Poco dopo sbarcarono sull’isola i due francesi Constant Prevost (geologo) e Eduard Joinville (pittore) che, in riferimento al “mese di nascita” la battezzarono a loro volta Giulia / Julie. Le impressioni che ebbe dell’isola il pittore Antoine Eduard Joinville si possono ammirare al Louvre (L´ile de Julia). Inghilterra, Francia ed il Regno delle due Sicilie si contesero duramente la proprietà dell’isola. Le richieste territoriali fecero diventare sempre più probabile un imminente casus belli. In questi scontri diventò evidente, che Ferdinando II difendesse energicamente la sua sovranità da ogni affronto (cfr. Selvaggi 1996: 17). Mentre il conflitto era lontano da una soluzione, Nettuno eliminò l’oggetto di dissidio, e l’isola sprofondò di nuovo in mare. “La sua sparizione era però giunta quasi come una benedizione, perché di colpo placò ogni rivendicazione di sovranità, eliminando un formidabile potenziale casus belli tra Stati che si guardavano già in cagnesco. La situazione ridicola trae la sua comicità dal fatto che a causa di uno scoglio senza valore scoppiò quasi la guerra tra Inghilterra, Francia e Regno delle due Sicilie. Dall’accaduto per un semplice ammasso di rocce si può capire il valore della Sicilia. Se uno scoglio grezzo, avvolto da fumarole di zolfo e nebbia giallastra quasi sarebbe diventato causa di una guerra, le vicende di seguito descritte per un’isola alquanto importante dal punto di vista commerciale e strategico non creano stupore.

L’UNITA’ ?

La serie di eventi che portarono alla cosiddetta unità nazionale non possono in alcun modo essere ascritti al moto di popolo sublimato da Mazzini. Il successo arrivò percorrendo la via militare sostenuta dai governi di Francia e d’Inghilterra e accettata dalle rispettive classi dominanti. L’esito finale e alcuni particolari fanno pensare che l’intrigo internazionale fu opera del gabinetto inglese, mentre la fase operativa fu affidata all’esercito francese, il quale batté quello austriaco sulla pianura lombarda, la cui sconfitta schiuse le porte dell’Italia intera all’invasione sabauda. Accanto ai militari che prendevano possesso del paese si mosse la cosca degli speculatori, di cui Cavour si era circondato nell’infondato convincimento che la speculazione secondasse la crescita economica.
Fu questa classe a guidare il Regno unificato nei suoi primi decenni di vita e a dirigere l’azione governativa. Padrona dello Stato, essa riuscì a trasformare il potere politico in capitale mobiliare, in moneta contante, inaugurando un processo di accumulazione selvaggia a base peninsulare che dette luogo a due società, una pagante e l’altra percepente; una bi-fondazione mai superata, che per il Centosettentrione ha costituito, alla distanza, una fortuna e che per il Sud è stata ed è un disastro.
Il capitalismo toscopadano nacque con il viatico di soprusi, intrighi, trappole, raggiri e soprattutto leggi generali volutamente ambivalenti, il tutto orchestrato non da un qualche privato con le mani lunghe e scarso senso morale, ma dallo stesso parlamento costituzionale e da governi sedicenti nazionali, ai quali non riuscì difficile saccheggiare legalmente risorse dei privati meridionali, per riversarle legalmente nelle saccocce di privati settentrionali. Non solo: storicamente gli apparati istituzionali fecero in modo che al Sud fossero cancellate le attività esistenti e quelle nascenti, stroncando la forte crescita del paese. Ciò affinché le aziende del Nord non avessero concorrenti.
La sventura dei meridionali d’essere un popolo senza lavoro e senza produzione, la sventura ancora maggiore di dover sottostare a un tipo di gestione pubblica non solo colonialista ma anche farsesca ha avuto origine inequivocabilmente con l’unità politica d’Italia.
Sul finire del Seicento, il secolo della decadenza toscopadana, il Regno di Napoli si avviò alla rinascita. E’ questa la vera bilancia italiana: solo quando una parte scende, l’altra può salire. Il Sud
tornò all’indipendenza nazionale nel 1734 per effetto di nuovi equilibri fra le potenze e le dinastie europee. I Borbone furono i re dell’indipendenza napoletana nel nuovo contesto del nazionalismo europeo in formazione. Bisogna però sia chiaro che, quando Carlo III e Bernardino Tanucci arrivarono a Napoli, non si mossero nel vuoto. La lotta per affermare la sovranità esclusiva dello Stato era già aperta. L’opera di Pietro Giannone non è il parto di un giurista isolato nel deserto (Galasso, cit.).
Per altro, le spinte che la Rivoluzione commerciale esercitava sulla produzione agraria agì da ariete contro la rendita baronale e portò il pensiero economico ben oltre le deduzioni elaborate da Antonio Serra nel secolo precedente. Il buon governo assicurò al Paese sessant’anni di pace all’esterno e di tranquillità interna; cose che insieme consentirono importanti, anche se non rumorosi cambiamenti sociali. Lo storicismo di Vico, il pensiero dei Riformatori sociali, lo sdoganamento delle province dall’ilotismo aragonese e castigliano inaugurarono una
vasta rivoluzione culturale. La popolazione cresceva. Più uomini al lavoro nei campi, l’emersione della classe dei massari, lo spreco dei baroni allargarono l’area borghese della rendita.
Il paese si arricchì di promesse, Napoli risplendette di pensiero storico, giuridico, filosofico, artistico quanto nessun’altra capitale europea del tempo. Bastano i giudizi di Rousseau e di Goethe ad attestarlo. La massoneria europea guardò con simpatia e inviò i suoi agenti in avanscoperta………. Con il riformismo napoletano e la consacrazione della borghesia redditiera, con un alleggerimento della pressione demografica nelle campagne attraverso la rinascita delle manifatture, bloccate nei cinque secoli di usure genovesi, toscane e veneziane sui ricchi e sui poveri, il sistema meridionale sarebbe arrivato con le giuste scelte di Ferdinando II ad una buona industrializzazione, solo che a metà Ottocento la rivoluzione commerciale aveva già trasformato il mondo nel consumatore universale delle merci inglesi. Il nazionalismo di Ferdinando II dava fastidio a chi intendeva spadroneggiare sugli zolfi siciliani e sulle rotte mediterranee. Cosicché la diplomazia britannica, offrì il Sud in dono al conte di Cavour e al libero saccheggio del fisco sabaudo. Analizzò il saccheggio fiscale del Sud, F. S. Nitti e usò il termine drenaggio, tratto dall’ingegneria. Da affinato politico, egli volle essere cauto con le parole, molto cauto. Una metafora più pertinente del rapporto Nord/Sud è il principio di Archimede, secondo cui il galleggiamento di un corpo immerso nell’acqua è il prodotto della spinta che riceve dell’acqua spostata. La storia delle popolazioni meridionali subisce due tipi di falsificazione.
La retorica unitaria è volta a mostrare come positivo un fatto negativo. Riesce in questo intento rovesciando le responsabilità.
Ci sono dentro i Borbone e anche le stesse popolazioni meridionali, che vengono giudicate etnologicamente inferiori – un aborto, un prodotto mostruoso dell’Europa civile.
Un’altra falsificazione investe l’intero nostro passato, perché né gli storici romani, né gli storici cattolici né gli storici liberali (salvo qualche eccezione) hanno letto le nostre vicende nell’ottica di un
paese esterno alla romanità, alla Chiesa romana, all’Europa delle nazionalità.
La vicenda storica segnala una millenaria contrapposizione tra i paesi del Continente mediterraneo e i paesi del Continente europeo. S’intende comunemente che il Sud italiano appartenga ai secondi, mentre è una costante storica che la sua condizione reale sia consentanea a quella dei primi. Con l’unità italiana questa falsificazione è divenuta una trappola politica dalla quale bisogna impegnarsi a uscire.

LE RETORICHE CELEBRAZIONI A 100 ANNI DALLA FINE DELLA I GUERRA MONDIALE

Sono da poco terminate le celebrazioni della prima guerra mondiale il più grande conflitto mai visto, una carneficina che coinvolse quasi tutti i continenti, gran parte delle Nazioni e dei loro abitanti, cambiandone per sempre il destino. Crimini e orrori in vasta scala, armi nuove e micidiali, indifferenza per le spaventose perdite militari e civili hanno accomunato quasi tutti i numerosi fronti aperti. L’italia grazie alle spinte dei soliti imprenditori mazzettari entrò in guerra nel 1915, all’alba del 24 maggio gli Italiani passano il Piave diretti al fronte, in molti erano convinti che la guerra già iniziata non sarebbe durata che pochi mesi. L’italia, era un paese povero e impreparato, con generali felloni e così si trovò presto in trincea. La guerra per molti era l’occasione per fare pulizia dallo stantio Stato Liberale, dal giolittismo, dal trasformismo politico e forse l’occasione di unire davvero l’italia visto che non si era ancora arrivati ad avere un popolo unico. L’unità che era stata imposta con le armi e con il sangue sui territori liberi meridionali del pacifico Regno delle Due Sicilie con un atto di pirateria internazionale, non era riuscita a “fare gli italiani”. Quindi bisognava “completare” il Risorgimento e quale occasione migliore per farli diventare italiani come gli altri, dopo che poco più di 50 anni di forzata unificazione li aveva tenuti ai margini come esseri inferiori!
E così furono immolati per gli interessi economici di quelli stessi che li avevano sfruttati fino ad allora. Essendo ormai chiaro che quella guerra fu voluta soprattutto dal sospetto interventismo di gruppi industriali settentrionali che si arricchirono con le commesse belliche, mentre il pane mancava anche a Torino. E voluta da una classe politica desiderosa di appuntare medaglie altrui sul suo petto. Quella stessa che aveva trattato il Sud solo come malavita e serbatoio di voti. I terroni diedero la vita per una patria estranea che non l’aveva mai data per loro. Fù un altro massacro di meridionali! Questo fu la prima guerra mondiale: perché la maggioranza delle vittime furono ragazzi del Sud. Insomma ancora una volta “Il sangue dei terroni”, come lo storico-giornalista torinese Lorenzo Del Boca intitola il suo libro (ed. Piemme) sulle nefandezze della disunità d’Italia. Su un milione e mezzo di morti di quell’immane carneficina, la più atroce della storia nazionale, un milione provenivano dal Sud. Almeno un caduto a famiglia. Non solo non sapevano nulla di quel conflitto. Ma non sapevano nulla dei luoghi dove furono mandati a farsi cancellare. Né sapevano nulla degli altri che furono con loro perché glielo avevano impedito sia la condanna del Sud all’isolamento, sia l’immane emigrazione per terre assai lontane. Naturalmente non sono ricordati in nessuna celebrazione, come non sono ricordate le vittime del 1861 in una sempre attesa riconciliazione nazionale. Meno che mai quest’anno che si sono rievocati i cento anni della grande guerra. E solo una minoranza ha l’onore di un nome su una croce o in un sacrario. Perché la maggioranza fu solo poltiglia umana rimasta maciullata e irriconoscibile sulle pietraie del Carso, o sull’Isonzo e sul Piave, o nella rotta di Caporetto. In quella vergogna collettiva merito ormai riconosciuto di comandanti incompetenti e criminali (Cadorna in testa) che mandavano gli altri allo sbaraglio facendo la bella vita a chilometri di distanza. La bassa considerazione da parte dei nobili ufficiali sabaudi del valore delle vite dei soldati (specie se meridionali) coniò il termine: ”Carne da cannone”, dove si mandavano truppe contro obiettivi di scarso valore strategico.
Ordinavano di lanciarsi contro le mitraglie nemiche che li mietevano come insetti. Si calcola che ogni folle assalto che era loro imposto, ne lasciasse al suolo almeno il 50 per cento, una la percentuale più alta fra tutti i belligeranti. Tronchi spezzati, moncherini di braccia, gambe mozzate e calpestate dagli scarponi degli altri. I loro brandelli di carne si incollavano ai reticolati di quegli austriaci straniti anch’essi nel vedere in che modo fosse trattata la vita umana. Era del resto forse il modo migliore di perdere la gioventù, altrimenti si finiva con la cancrena o altre infezioni mortali o tormentati da parassiti nell’inferno delle trincee piene di merda, fango e gelo, se non si finiva fucilati in nome di una ferrea disciplina imposta da quegli stessi ufficiali codardi che sarebbero stati i primi a meritare il plotone d’esecuzione: le decimazioni (percentuali punitive di propri uomini estratti a sorte e condannati alla morte sommaria). Pare che i processi con le relative condanne a morte sulla propria truppa furono addirittura 400.000! La storia si ripeteva sempre contro gli ultimi, che pur andavano all’assalto al grido “Savoia”. I poveri ragazzi meridionali predestinati militi ignoti, o reduci mutilati a vita, o impazziti per sempre (gli “scemi di guerra”) erano in gran parte contadini poveri, per metà analfabeti. Decine di loro costavano meno di un piccolo obice. E i loro paesini li accompagnavano in processione alla partenza come in un funerale. Ma furono capaci dell’eroismo limpido di chi era sempre stato abituato al sacrificio. Questo fu la prima guerra mondiale per l’italia fatta con il sangue dei terroni. Ma se a 100 anni si commemora una delle guerre più sanguinose di cui ormai si sa tutto, il Paese continua a nascondere la verità e a mentire come sempre quando c’è di mezzo il Sud.