LA CULTURA NAPOLETANA: IL TEATRO

ai         Il teatro napoletano è una delle più antiche e conosciute tradizioni artistiche della città di Napoli, tanto che il suo contributo al teatro italiano è fondamentale.                  Ha come precursore il teatro greco, ma le prime tracce del teatro napoletano risalgono all’opera poetica di Jacopo Sannazaro e Pietro Antonio Caracciolo tra la fine del Quattrocento e gli inizi del Cinquecento, ai tempi della corte aragonese. Jacopo Sannazaro a Castel Capuano, alla presenza di Alfonso d’Aragona, celebrò le vittorie degli spagnoli e la presa di Granada in un’opera dal titolo “Arcadia” che evocava le gesta eroiche del condottiero spagnolo. Dopo qualche anno, il Caracciolo presentò due opere dal titolo “La farsa de lo cito” e “Imagico”, che ripudiavano il linguaggio merlettato e attingevano dal popolo sia la trama che la dialettica. I due poeti, anche attori e registi, ebbero il merito di diffondere la cultura teatrale tra i ceti minori della popolazione. Senza però dimenticare un altro celebre artista, di questo periodo, il Velardiniello, un cantastorie di strada. Verso la fine del ‘500 nacque dall’attore Silvio Fiorillo, la maschera di Pulcinella, che con la Compagnia degli Uniti operò nell’Italia preunitaria e in Europa tra il 1578 e il 1640. Pulcinella viene portato in scena ad inizio Seicento dall’attore Andrea Calcese. Come affermò Benedetto Croce nei suoi studi sull’argomento, Pulcinella denota un carattere che è stato plasmato dai numerosi attori che l’hanno interpretata e che spesso, specie nel periodo della dominazione spagnola, l’hanno utilizzata come strumento di satira e critica politica. Pulcinella rappresenta il modo napoletano di vedere il mondo, di umile rango sociale, grazie alla sua furbizia e alla sua arte di destreggiarsi in qualsiasi situazione, riesce in qualche modo ad averla sempre vinta. Importante, per il teatro napoletano, è il modo in cui il personaggio viene rielaborato specie nell’Ottocento. L’ultimo, e forse il più grande interprete di Pulcinella, fu Antonio Petito (1822-1876), che lo trasformò da servo a cittadino napoletano per antonomasia, furbo e burlesco, modernizzandolo e permettendone la sua trasformazione ad opera di Eduardo Scarpetta. Nel 1737 nasce a Napoli il Teatro d’Opera più antico del mondo: il teatro San Carlo, con 184 palchi e 1379 posti a sedere, anticipa di 41 anni la Scala di Milano e di 55 la Fenice di Venezia. L’inaugurazione, avvenuta la sera del 4 novembre, giorno onomastico del sovrano, sfoggia l’Achille in Sciro di Pietro Metastasio, con musica di Domenico Sarro e “due balli per intermezzo”. Nei primi quattro anni di stagioni vi è una predilezione per la danza a cui seguiranno opere del periodo fulgido napoletano: gli autori più rappresentati sono Leonardo Leo, Niccolò Porpora, Leonardo Vinci, Domenico Sarro, Johann Adolf Hasse “il Sassone”, Gaetano Latilla, Niccolò Jommelli, Baldassarre Galuppi, Niccolò Piccinni, Antonio Maria Gaspare Sacchini, Tommaso Traetta e infine Giacomo Tritto. Il Settecento è anche il secolo dei cantori evirati, dominato da Carlo Broschi in arte Farinelli: Napoli incorona beniamino del pubblico sancarliano il Caffariello (Gaetano Majorano), pupillo di Porpora, uno dei castrati più famosi del suo tempo, accanto a Gizziello (Gioacchino Conti) e Gian Battista Velluti. Vede anche l’arrivo, al Teatro San Carlo, di Christoph Willibald Gluck, chiamato a Napoli per tenere a battesimo la sua Clemenza di Tito (1752) anticipando Johann Christian Bach che tra il 1761 e l’anno successivo firma due titoli, Catone e Alessandro. La Scuola Napoletana è dai quattro Conservatori della città che trae la linfa creativa, punta di diamante del mondo musicale europeo e vivace nutrimento artistico per i teatri napoletani. A questa rivolsero il proprio sguardo attento e curioso artisti come Händel, Haydn e un giovane Mozart, affascinato nel 1778 da una Napoli “che canta e incanta” tanto da voler ambientare il primo atto del suo “così fan tutte” tra le ridenti atmosfere di una storica “bottega del caffè” della città. Incommensurabili maestri della Scuola Napoletana sono Domenico Cimarosa e Giovanni Paisiello a cui, nel 1787, viene dato il compito di “sovrintendere all’Orchestra del San Carlo”, procedendo ad una radicale riforma. Nello stesso anno, su commissione di Ferdinando IV, scrive l’”Inno Nazionale delle Due Sicilie”. “La prima impressione è di essere piovuti nel palazzo di un imperatore orientale. Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita…” (Stehdhal, Rome, Naples et Florence, 1817). Napoli splende tra le città di respiro europeo, con quasi mezzo milione di abitanti e il vivace flusso dei visitatori portata dalla voga del Grand Tour. Si apre il tempio delle grandi stagioni dirette da Rossini e Donizetti, il 4 ottobre del 1815 un compositore di 23 anni, Gioacchino Rossini, firma la sua prima opera al San Carlo, Elisabetta Regina d’Inghilterra. Il cast è stellare: Isabella Colbran, Andrea Nozzari, Manuel García. “Furore!” scrive il musicista all’indomani del debutto partenopeo, per la gioia di essere in cartellone nel “teatro dei grandi”. Da allora, la scena del San Carlo si riempie di respiro rossiniano con le opere Armida, Mosè in Egitto, Ricciardo, Zoraide e ancora Ermione, La Gazza Ladra, Zelmira. Gaetano Donizetti comporrà ben 17 opere per il San Carlo; tra queste: Maria Stuarda, Roberto Devereux e Lucia di Lammermoor in scena per la prima volta proprio al Massimo di Napoli il 26 settembre 1835. Nella notte del 13 febbraio del 1816 un incendio devasta l’edificio del Massimo napoletano, rimangono intatti soltanto i muri perimetrali e il corpo aggiunto. La ricostruzione, compiuta nell’arco di nove mesi, è diretta da Antonio Niccolini. Lo scrittore Stendhal, all’inaugurazione del 12 gennaio 1817, neanche un anno dopo l’incendio che aveva devastato il Teatro, scrisse: “Non c’è nulla, in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro ma ne dia la più pallida idea. Questa sala, ricostruita in trecento giorni, è un colpo di Stato. Essa garantisce al re, meglio della legge più perfetta, il favore popolare… Chi volesse farsi lapidare, non avrebbe che da trovarvi un difetto. Appena parlate di Ferdinando, vi dicono: ‘ha ricostruito il San Carlo!’”.
La sera della grande riapertura va in scena Il sogno di Partenope di Giovanni Simone Mayr, seguita da un ballo creato da Salvatore Viganò. A creare il mito della ballerina romantica, l’austriaca Fanny Elssler, la “svedese” Maria Taglioni e la napoletana Fanny Cerrito, una delle prime donne coreografe, le cui le cui scarpette sono religiosamente custodite nel Museo dell’Opéra di Parigi. Tutti i più grandi artisti prima o poi hanno calcato le scene del Teatro, come Niccolò Paganini che nel 1819 vi tiene ben due concerti, il 26 giugno e il 7 luglio. Un palcoscenico prestigioso quello partenopeo, di cui si è innamorato anche Vincenzo Bellini, che nel 1826 debutta con Bianca e Gernando, opera prima scritta proprio per il San Carlo. La leggenda narra del giovane compositore ancora studente al Conservatorio di Napoli, costretto ad abbandonare frettolosamente le prove al San Carlo “per sostenere un esame al cospetto del Commissario del Regno”. Ecco il direttore della prestigiosa istituzione, Nicola Zingarelli, nel vedere il Bellini: ”Credo soverchio, se non inutile, esaminare questo giovinetto, che tra qualche mese dovrà essere esaminato da giudici assai più severi di noi: dal pubblico del San Carlo ove darà la sua opera che sta componendo: Bianca e Gernando”. Per un certo tempo il musicista di Altamura Saverio Mercadante divide la sua fetta di gloria con Giuseppe Verdi, il quale nel 1841 entra nella storia del Lirico con la prima napoletana del suo Oberto, conte di San Bonifacio. Sono anni d’oro per Mercadante coinvolto in una sorta di duello ideale con il compositore di Busseto. Dopo la Alzira, Verdi incalza a ritmo serrato con l’Ernani fiore all’occhiello della stagione del 1846 insieme a Gli Orazi e i Curiazi di Mercadante. Il cartellone targato 1847/48 punta su Attila e Nabucco e dopo la parentesi dei moti rivoluzionari il nuovo corso si apre con un altro titolo verdiano, I Lombardi alla Prima Crociata, a seguire, nella stagione 1849/50, tre prime opere scritte per il San Carlo: una di queste è di Verdi, che se la gioca con Mercadante in uno scontro ad armi pari. Dopo la prima Romana, Un Ballo in Maschera, originariamente Gustavo III, opera scritta per il San Carlo ma censurata nel 1858, è accolta trionfalmente dal pubblico. L’anno successivo Ricordi pubblica un Quartetto d’archi, unica composizione cameristica di Verdi, scritta appositamente per le “prime parti” dell’Orchestra del San Carlo. Ancora più antico del massimo è Il Teatro dei Fiorentini, fondato nel 1618, prese il nome dalla vicina Chiesa di San Giovanni dei Fiorentini, nel quale furono rappresentati intermezzi e opere buffe dei maggiori compositori partenopei dell’epoca.
Il teatro Nuovo costruito nel 1723 su progetto dell’architetto e scenografo Domenico Antonio Vaccaro per conto degli impresari teatrali Giacinto De Laurentiis e Angelo Carasale. Il Vaccaro progettò un teatro in una locazione dalle ridottissime dimensioni, riuscendo a strutturarlo senza difetti e implementandovi un’alta capacità: mille posti. Il teatro San Carlino costruito, nel 1740 in largo del Castello dove oggi troviamo la banca d’italia, era poco più di una baracca ma grandi artisti (Vincenzo Cammarano (Giancola), Salvatore e Antonio Petito ed infine, Eduardo Scarpetta) fecero grande quel piccolo teatro.
Al San Carlino nasce la parodia, la comicità, lo sfottò. Basti pensare che in quegli anni nessuno poteva osare prendere in giro il Re, a parte gli attori del San Carlino che nelle loro parodie potevano sberleffare anche la famiglia reale, e si racconta addirittura, che lo stesso Ferdinando IV di Borbone preferiva disertare il San Carlo dove i nobili andavano a sentire le opere e a vedere i drammi, per andare al San Carlino travestito da Lazzaro per confondersi con la folla. Venne demolito il 6 maggio del 1884 e purtroppo non esiste una targa che lo ricordi!
Il Teatro “La Fenice” di Napoli venne costruito intorno al 1806, in una scuderia dei duchi di Frisia, nel cinquecentesco palazzo del duca di Grottolella, che sta ad angolo tra Via Santa Brigida con via Verdi. Ospitava prevalentemente l’Opera buffa, viene citato nel manuale per il forestiero a Napoli come tra i maggiori teatri.
Teatro della Partenope, in largo delle Pigne si rappresentavano per lo più opere.
Teatro del Sebeto, di piccole dimensioni si rappresentavano delle buffonerie napoletane.
Il varietà, così come l’avanspettacolo nasce a Napoli verso la fine dell’Ottocento e l’inizio del XX secolo, più semplicemente chiamato Café-chantant, era il periodo della “Belle Epoque” in cui Napoli e Parigi erano le capitali culturali d’Europa. Chiamato così perché le esibizioni degli artisti avvenivano nei caffè e sale da tè, il famosissimo “Caflish”, poi cominciò ad ampliarsi come spettacolo teatrale vero e proprio, passando non distante dal caffè, alla bomboniera di via Chiaia il ” Teatro Sannazaro”. Lo spettacolo era suddiviso in due tempi e vari quadri, a secondo delle esibizioni, nel primo si esibivano ballerine, cantanti, illusionisti e guitti. Nel secondo le vedette più attese le sciantose e soprattutto “le macchiette”. In pratica erano degli attori che cantavano in modo caricaturale.
La quantità di teatri, la varietà e la qualità delle commedie, la grande tradizione musicale di una città con ben quattro conservatori musicali, gli artisti e i musicisti napoletani ci devono fare riflettere che Napoli era davvero una grande capitale di cultura che in oltre 150 anni dall’Unità pur possedendo una forte identità, è stata spogliata del proprio ruolo e fatta divenire una delle tante e semplici città della penisola. Napoli, con la sua portata e i suoi difetti, è la città di cui si parla di più in Italia, e di lei si parla quasi esclusivamente male, esagerando, inventando, strumentalizzando, però proprio qui (e non solo) si fonda la forza dei Napoletani, nella consapevolezza di essere in realtà altro e molto di più, nell’orgoglio, nonostante in parecchi casi sia assopito e pur sempre pungente. Il merito di Napoli è quello di non aver mai dimenticato di essere una capitale, seppur sospesa.

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E’ il simbolo che rivendica Napoli come grande città europea.
Un vero spettacolo, che è descritto da Stendhal con queste parole: “Non c’è nulla in tutta Europa, che non dico si avvicini a questo teatro, ma ne dia la pallida idea. Gli occhi sono abbagliati, l’anima rapita…”
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Ha al suo attivo numerosi primati, come quello di essere il teatro più antico del mondo tra quelli attivi ancora, è uno dei più capienti d’Italia, con i suoi 1386 posti; è stato inserito nella lista del National Geographic ed è addirittura il più bello del mondo, essendosi classificato prima del Bolscioi, prima dell’Opéra Garnier, prima della Scala di Milano. Dopo la seconda guerra mondiale, fu il primo in Italia a riaprire. Simbolo di Napoli capitale europea, fu fondato per volere di Carlo di Borbone, costruito da Giovanni Antonio Medrano ed Angelo Carasale per una capienza da 3.000 posti, fu inaugurato il 4 novembre 1737.
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Prezzario teatro La Fenice Napoli
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Effigie di Paoluccio della Cerra, detto comunemente Pulcinella, di “Carlo Enrico di San Martino”. E’ un contadino che si chiama Paoluccio con volto rugoso di aspetto sciocco e astuto. Indossa un fazzoletto con un colletto aperto che rivela il collo screziato e il torace osseo di un uomo anziano, con un cappello in un angolo rigido.

 

A chi conviene un Sud arretrato?

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Il governo Renzi come tutti i suoi predecessori, ha abbandonato il Sud Italia. La Commissione europea quest’anno ha finanziato 12 opere infrastrutturali in italia e nessuna di queste si trova dove servono di più e cioè nel Sud Italia. La lista di queste opere è stata inviata dal governo Renzi, che evidentemente non ha a cuore gli interessi e lo sviluppo della parte più povera e arretrata del Paese.                               La verità è che in italia ci sono sempre stati i TRADITORI nelle istituzioni, traditori che pur di raccattare un po di sporco denaro si sono venduti i loro stessi figli e nipoti. Il sud è stato maltrattato, violentato e mantenuto indietro per una precisa volontà, ma la verità non si può nascondere per così tanto tempo e prima o poi gli si  rivolgerà contro. Ma anche noi meridionali abbiamo le nostre colpe, ci siamo addormentati in un sonno letargico che non ci ha fatto mai ribellare seriamente! Eppure motivi per farlo ne abbiamo avuti a bizzeffe e ne abbiamo tutt’ora, ma non abbiamo i coglioni per fare una rivoluzione di  popolo, anche armati di sole forche e i bastoni! Nonostante gli esempi che abbiamo avuto con quei contadini ed ex soldati che si sono ribellati all’infame sistema piemontese e sono stati etichettati col marchio infame di briganti!  Non dimentichiamo quando il Regno delle due Sicilie fù depredato di oro e montagne di soldi e fummo ridotti alla stregua di un paese da terzo mondo e per giunta colonizzato. Il sud colonia deve fare un passo avanti, spezzare le catene dell’immobilismo, svegliarsi dal sonno dell’attesa e ribellarsi con le buone, attivando una rete politica seria che faccia realmente gli interessi del mezzogiorno, o con le cattive! ac

DOMENICO STRAFACE detto PALMA

Domenico era uno dei numerosi braccianti poveri della Calabria ottocentesca.            La sua vita prese una piega inaspettata quando, nel 1847, appena sedicenne finì coinvolto in un’ aggressione fisica ai danni di un galantuomo di Rossano Calabro, alla prepotenza del quale il giovane Domenico si era ribellato. Per sfuggire all’arresto lo Straface si rifugiò tra i boschi della Sila, aggregandosi alla banda Faccione. In questo periodo, probabilmente, gli venne dato il soprannome di “Palma”. Qualche anno dopo fondò una banda propria, composta da dodici compagni fidati che egli sceglieva personalmente. Il “suo” territorio si estendeva dalla Sila alla costa jonica, senza farsi mancare qualche incursione nella vicina Basilicata. Era considerato un brigante gentiluomo, un eroe-contadino che ruba ai ricchi per dare ai poveri, amato dal popolino che lo proteggeva e benediceva, arrivando persino a far celebrare delle messe per invocare su di lui la protezione divina. È Vincenzo Padula, che dalle pagine del suo giornale Il Bruzio, stampato a Cosenza tra il 1864 e il 1865, a narrare le gesta del brigante.

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IL “BUROCRATICO” SACCHEGGIO

Quando si unisce un paese o si fa una guerra di liberazione, ai “fratelli liberatori” non dovrebbe essere consentito il diritto di saccheggio, anche perché si invase il Regno per liberarlo dalla tirannide e non si dichiarò guerra ai Borbone che tanti sacrifici avevano fatto per mantenere una fiscalità bassa che non opprimesse la popolazione. Ma il biondo eroe don Peppe Garibaldi, famoso eroe anche nell’oltremare del Sud America, dove grazie alle lettere di “corsa” assalta e depreda, per far bottino, le navi brasiliane e spagnole. Garibaldi, nella sua breve sosta a Marsala, incontrandosi poi con il Sindaco ed i decurioni della città non perderà tempo a pretendere che gli consegnassero il denaro contenuto nelle ‘casse’ comunali. E così con spirito corsaro appena entra a Palermo per prima cosa si fà consegnare dal banco 2.178.818 lire dei 5 milioni di ducati che erano custoditi. Ma con l’onestà che lo distingueva, lasciò un pezzo di carta, una ricevuta, con scritta la promessa che il nuovo stato avrebbe restituito tutto e rimesso i conti in ordine. Quel foglietto restò negli archivi dell’istituto :prima in quello contabile e poi in quello storico.( Lorenzo Del Boca, Maledetti Savoia, Edizioni Piemme ). E pensare che “…nel 1859, al Banco di Sicilia dovettero chiamare gli operai per rinforzare il pavimento che, nonostante la blindatura, non bastava per sostenere il tesoro conservato in cassaforte. Lingotti a tonnellate!… Ad alleggerirla, in quel maggio del 1860 e a risolvere i problemi e i pericoli del sovrappeso della cassaforte ci pensò, alla sua maniera, Garibaldi, rapinando i palermitani e i siciliani dei loro risparmi. Garibaldi nella sua gita in Sicilia perfettamente organizzata in ogni suo dettaglio sbarcherà a Marsala, scortato dalla marina borbonica dal comandante Acton che solo dopo un tranquillo sbarco tra le navi di sua maestà britannica che si trovavano lì per puro caso, si deciderà ad usare il cannone, ma si trattò di un uso bonario quasi di festa! A Marsala troverà ad attenderlo il console inglese Collins e qualche rappresentante della stessa colonia inglese presente in quella città, ma la popolazione restò ostile ed avversa alla sua venuta. Altro che accoglienze trionfali con bandiere e mortaretti che falsamente riportano i testi della storiografia ufficiale e scolastica, gli unici botti li sparò il traditore borbonico Guglielmo Acton (che sarà ricompensato col grado di contrammiraglio e poi ministro della marina del Regno d’italia). Ad agosto sempre a Palermo “…correvano i tempi di piglia piglia. Dai beni dei Liguorini e Gesuiti volsero ducati diciottomila alla pubblica istruzione. Ordinarono una sovrimposta del due per cento sui valori di tutti i beni del clero, da pagarsi in tre rate. Da tutte le parti del mondo erano venuti sussidi e obbligazioni per la santa causa della rivoluzione; fatta questa vincitrice, non si tenne conto di quei denari,; e si obbligò il tesoro siciliano a pagar milioni per arme, cannoni, munizioni, vestiari, cavalli, spie, e altri compensamenti, e anche 700.000 ducati prezzo dei quattro decrepiti legni a vapore sicchè il Garibaldi e il Crispi si rivalsero di ogni minimo quattrino speso, e intascarono quanto era stato offerto dai rivoluzionari del mondo. Né sazi di tanto, il dittatore in ottobre comandò allo scrivano di razione così:” Rimborserà il tesoriere generale d’un milione e quattrocentomiladucati, , per estinguere cambiali all’estero, senza darne conto, ponendo l’esito al capitolo delle spese comuni nello stato discusso. E vi era la firma di Domenico Peranni allora ministro delle Finanze. Il denaro se lo presero; i conti li sapevano il Garibaldi, il Crispi, il Peranni, e un Michele Minneci; questi due beneficiatissimi di Ferdinando II, allora predicatori acerrimi della tirannia dei Borboni. (Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie, Edizioni Brenner).
E così con la risalita del Regno fu sistematicamente depredato tutto quello che si poteva, il 6 settembre 1860, cioè il giorno prima dell’arrivo del filibustiere a Napoli, le risorse pubbliche ammontavano a 29.749.256 franchi. I Borbone avevano lasciato intatto il tesoro del Regno, tesoro che fu subito predato dal pirata dei Due Mondi. Pietro Calà Ulloa, ministro in esilio di Francesco II, in una lettera indirizzata al politico britannico Disraeli, descrisse il fatto come un “prodigio di dilapidazione e di corruzione… si cominciò con l’impadronirsi delle residenze reali, delle loro mobiglie, della loro argenteria, degli oggetti d’arte e di lusso , senza redigerne alcun inventario…”. Giacinto De Sivo di quel triste periodo storico ci ha lasciato questa traccia:”…il settembre fu sequenza di iniquità, empietà e misfatti. Plebe irta d’arme, popolo indignato, Nazionali scherani, garibaldini atei e vandali, scellerati potenti; rapine, contrabbandi, mancanza di commercio, caro di vettovaglie; erario dilapidato, non percepiti i dazi, nessuna giustizia, nessuna sicurezza di vita e di roba; ospedali carichi di feriti, case cariche d’alloggi; teatri, piazze, chiese, fatti luogo di spettacoli turpi, accozzamenti di mali preti, di donne, di camorristi, e chiedere soccorsi per feriti e martiri, tutte estorsioni. Nelle province turbolenze, paure e rabbie. Chi a predare, a carcerare, a uccidere; chi a pagare, fuggire, a fingersi liberale. La stampa tutta faziosa, spaventata da tante fazioni opposte, accusava i ministri, il Bertani e i suoi latrocinii; e finiva gridando tribunali statarii e forche…” (Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie, Edizioni Brenner). Non appena terminata la visita al santuario di Piedigrotta, Garibaldi, attorniato da una schiera di delinquenti, diede inizio al il saccheggio di Napoli e della Chiesa. Per cominciare, camorristi e prostitute furono gratificati con grosse somme di denaro; indi, senza indugio, si diede a cancellare l’assetto istituzionale del Sud. I decreti cominciarono a sortire nuovi privilegi a scapito della proprietà privata, demaniale, e della Chiesa. Ai gattopardi si stavano sostituendo le iene fameliche. Al buonsenso si stava sostituendo il malcostume; alla morale il disordine e la rapina. Cominciarono a piovere come grandine i decreti di confisca dei pegni, depositati nei Monti di Pietà, e dei depositi bancari. Il ladrone, da pirata con esperienza decennale nel saccheggio del del Sud-America per conto della massoneria, cominciò quello del Banco di Napoli dalle cui casse estorse ben 80 milioni di ducati. Poi mise mano ai beni della Casa Reale, a quelli dei Maggiorati Reali e dell’Ordine Costantiniano fino ad allora amministrati dal Presidente dei Ministri. Fu anche abolito l’Ordine dei Gesuiti con tutte le diramazioni e dipendenze. I beni mobili ed immobili dell’ordine furono dichiarati nazionali, cioè piemontesi. Furono confiscati 30 milioni di franchi di rendite in cedole sopra il debito pubblico ( gli attuali BOT e CCT ) che gli ex consiglieri del Re si affrettarono a rivelare quali beni personali dei membri della famiglia Reale. (La Civiltà Cattolica, Serie IV, Vol. VIII, anno 1860, pag 360). …Il Piemonte, con la sua rete di funzionari, portaborse e burocrati onnivori, lasciò il Meridione conquistato, avvilito, depresso e spogliato di ogni avere. Con la scusa dell’Unità d’Italia rubarono tutto…” Questi ladri affamati ed assetati, ebbero persino il coraggio di predare 67.059.000 ducati, della dote ereditaria di Maria Cristina di Savoia, madre di Francesco II. Tali ruberie furono denominate Reintegrazioni legittime in quanto, secondo i nuovi padroni di Napoli, i Borbone quei soldi li avevano rubati. Il ministro Conforti aveva assegnato tutti i soldi, rubati alla Casa Reale, al Garibaldi, mammasantissima del momento ed anche degli anni successivi, il quale da buon corsaro non li aveva disdegnati; a tale sconceria si opposero gli agenti di cambio, per cui l’intera somma al momento fu gioco forza assegnata all’erario. Si assegnarono 6000 franchi al giorno per le spese della tavola del bandito dittatore nizzardo, somma che i suoi pro-dittatori dilapidavano allegramente. Contro quelle ruberie protestò Francesco II attraverso il Ministro degli Esteri Casella e proclamò “…di aver unito la sua causa a quella del popolo, e di non aver curato di porre in salvo le sue sostanze, perché avrebbe sdegnato di salvare per esso una tavola in mezzo al naufragio della Patria”. (Giacinto De Sivo, Storia delle Due Sicilie,Vol.II, Edizioni Brenner, Cosenza, 1984,pag. 211). “Ma anche l’onesto generale Enrico Cialdini, entrato trionfante in Napoli alla testa di ottomila bersaglieri, il 12 ottobre ( la capitale era stata ormai declassata a capoluogo di provincia) preso alloggio nella profanata Reggia di Napoli, “quell’eroe immacolato non fottette tutti i candelabri d’argento che vi trovò? Li fuse, il grand’uomo… ne fece un po’ di lingotti e via… Li spedì a Torino, cacchio, a casa sua!…” (Angelo Manna, Briganti furono loro quei vili assassini dei fratelli d’Italia, Sun Books, Roma, 1997, pag 143). Ma si mormorava che anche Silvio Spaventa, direttore di polizia di Garibaldi, aveva fatto liquefare 600 paia di candelieri d’argento preziosissimi. Sparirono altresì tanti dipinti di valore, orologi di pregio, impagabili oggetti d’argento e la notevole armeria del Re, fra cui la famosa spada che Francesco I, Re di Francia, aveva impugnato a Pavia nella battaglia contro le truppe di Carlo V.
“…Con le rendite private confiscate a casa Borbone vennero pagati i migliori: il luogotenente Farini Luigi Carlo(quello dell’Affrica e dei beduini che erano rose e fiori al nostro confronto…) si assegnò, bontà sua, uno stipendio di 11mila ducati al mese; tremila al mese si beccarono i tre generali garibaldesi promossi generali dell’esercito italiano: Turr, Medici e Cosenz, l’amico del cuore di Carlo Pisacane che gli involò Enrichetta de Lorenzo, e fu per quelle amichevoli corna che il cornutone pensò di andarsi a suicidare nella disperata spedizione di Sapri…” ( Angelo Manna, Briganti furono loro quei vili assassini dei fratelli d’Italia, ibidem, pag 144). Ma come mai questo falso eroe, questo falso rivoluzionario, questo falso biondo, questo falso capellone, questo vero assassino, questo vero pirata, questo falso socialista, questo vero massone e mercenario, ha fucilato solo contadini ed operai, mai un latifondista. Ha saccheggiato chiese, conventi, casse dei comuni e quelle della banche. Era o no un fervente repubblicano e patriota? No, Garibaldi non era niente, era solo un mercenario al servizio del sistema liberal-massonico. Infatti, anni dopo, quando Londra gli tributò il dovuto riconoscimento di servo e lacchè, Disraeli, che sapeva tutto, rifiutò di stringergli la mano, lo considerava un bieco pirata. Il Garibaldi, spacciato dagli oleografi risorgimentali eroe dei due mondi, colui che della giustizia umana aveva fatto la sua bandiera, non è mai andato a confiscare i beni di Cavour che erano tanti, e quelli dell’aristocrazia piemontese. Ed i liberali napoletani? Tutti ad applaudire le ruberie dello straniero venuto dal Nord. Questi sono stati i nostri liberatori a cui gli hanno intitolato piazze e scuole in tutta Italia:
Così, con questi atti di pirateria e con il saccheggio e la spoliazione sistematica del Sud inizia la predatoria spedizione dei Mille tanta cara e tanto celebrata dalle menzogne dei nostri storiografi e dai nostri risorgimentalisti.
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I PADRONI D’ITALIA

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     Tra il 3 ed il 27 aprile del 1864, Garibaldi visitò Londra dopo aver occupato i territori del Sud-Italia e averli consegnati a Vittorio Emanuele II. Un milione di persone affollarono le strade percorse dalla sua carrozza (l’illustrazione mostra il corteo di Garibaldi a Trafalgar Square dell’11 aprile 1864), nel più totale giubilo per l’uomo che aveva spinto all’esilio l’odiatoBorbone e per la sua avversione al Papa, cioè per il rafforzamento dell’egemonia imperiale anglosassone. Durante la sua permanenza, il Generale incontrò il Principe del Galles ed importanti politici inglesi tra cui il primo ministro lord Palmerston. Mentre la regina Vittoria non volle vederlo. A Garibaldi fu conferita la cittadinanza onoraria londinese. Il primo ministro Lord Palmerston, era il suo sobillatore e protettore (così come dei Piemontesi) e gran maestro della massoneria di Rito Scozzese che aveva contato sull’organizzazione per la sollevazione dell’Europa già dai moti rivoluzionari del 1848. Il nizzardo l’aveva infatti già incontrato nel 1846, ricevendo appoggio per l’impresa garibaldina a difesa dell’indipendenza dell’Uruguay e incoraggiamento per la conquista del Sud-Italia. E poi, nel 1854, aveva visto “politici e grossi imprenditori” locali a Tynemouth (Newcastle), nel nord-est dell’Inghilterra, per ottenere armi e munizioni da ricevere segretamente dal protettorato inglese di Malta, prima di intraprendere la campagna per la spedizione al Sud. In realtà ricevette anche fiumi di piastre turche per corrompere gli ufficiali borbonici, e la scottante contabilità del suo esercito, affidata a Ippolito Nievo, che sparì nel misterioso naufragio del piroscafo Ercole. Del resto, Torino e Londra erano le capitali massoniche di quell’Europa e Garibaldi, iniziato alla massoneria dal 1844 a Montevideo, fu nominato Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia nel 1862 proprio a Torino, dopo l’invasione del Mezzogiorno. “L’Inghilterra ci ha aiutato nei buoni e cattivi giorni. Il popolo inglese ci prestò assistenza nella guerra dell’Italia meridionale, ed anche ora gli ospizi di Napoli sono in gran parte mantenuti dalle elargizioni mandate da qui. … Se non fosse stato per l’Inghilterra gemeremmo tuttavia sotto il giogo dei Borboni di Napoli. Se non fosse stato pel governo inglese, non avrei mai potuto passare lo stretto di Messina”. (Garibaldi il 6 aprile 1864 a Londra). Sempre in uno dei suoi discorsi al popolo inglese, accorso ad acclamare l’eroe di Marsala disse: “Non è la prima volta che ho ricevuto prove non solo in parole, ma in fatti (applausi). Questa simpatia mi venne mostrata in varie circostanze della mia vita, e più specialmente nel 1860, quando senza l’ aiuto della nazione inglese sarebbe stato impossibile compiere quanto facemmo nell’ Italia meridionale ( grandi applausi). Il popolo inglese ci somministrò uomini, armi, danaro; egli soccorse a tutti i bisogni dell’ umana famiglia nei suoi sforzi per conquistare la libertà. Quel che dissero e fecero gl’ Inglesi per noi, merita l’ eterna gratitudine degl’ Italiani (fragorosi applausi ). Per rispondere ad alcune nobili e generose parole del sindaco, vi dirò non aver sacrificato alcuna parte della mia vita per la causa dell’ umanità; credo però aver fatto qualche cosa, una parte del mio dovere, del dovere di ogni uomo (applausi). Non mi resta che rendervi i più vivi ringraziamenti per la vostra generosa simpatia e per la vostra cortese accoglienza”.
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L’UNITA’ il PECCATO ORIGINALE

L’intera storia di questo Paese andrebbe riscritta per smascherare il sistematico ricorso alla coercizione armata degli apparati dello Stato per perpetuare il potere della “borghesia compra dora” ( una classe media indigena alleata con gli investitori stranieri, multinazionali, banchieri e gli interessi militari) asservita al grande capitale cosmopolita e del suo partito: la massoneria. Le origini di molti mali dell’Italia di oggi risiedono nelle circostanze con cui l’unità nazionale fu raggiunta, cioè una spietata guerra di conquista e di saccheggio scatenata dal Piemonte contro i floridi stati preunitari. Gli obbiettivi di Cavour erano quelli di garantire alla nascente industria del Nord i capitali per il suo sviluppo e un mercato per i suoi prodotti. Quindi si deve parlare di una vera e propria guerra coloniale: dove la potenza imperialista interviene direttamente per garantire la sicurezza degli investimenti e lo sfruttamento del territorio. Con l’emancipazione nazionale il grande capitale arruola tra gli indigeni il personale di cui ha bisogno: tecnici, amministratori, forze di polizia. Poi in modo più sfumato, la potenza imperialista continua a condizionare la colonia attraverso i programmi di assistenza economica, militare e culturale, ma ricorrendo anche alla corruzione, all’intimidazione, al colpo di stato e all’intervento militare diretto. Il tutto nell’interesse del grande capitale, che nel frattempo è diventato cosmopolita. In italia il Regno del Piemonte si sostituì, all’Austria come potenza coloniale e l’unità segnò il punto di transizione dall’epoca coloniale al neocolonialismo. Di fatto termina una dominazione straniera e sorge uno Stato unitario e formalmente indipendente sul piano politico, ma pur sempre aggiogato al carro del grande capitale. Fu la grande finanza ebraica a spingere i governi europei a intraprendere le iniziative coloniali dell’Ottocento. Ciò accadde perché il grande capitale non trovava più sufficientemente remunerativi gli investimenti nelle loro nazioni d’origine. Il caso italiano non fa eccezione: furono i Rothschild di Parigi e i loro agenti a Parigi, Londra e Ginevra a finanziare le guerre d’indipendenza, la costruzione di cantieri navali, ferrovie e fabbriche di armi, l’allestimento di una moderna flotta. Re Vittorio Emanuele II e Cavour contrassero con la finanza ebraica debiti di tali proporzioni da rendere necessario il saccheggio sistematico del resto della Penisola. Questo fu il meccanismo criminale che portò all’unificazione della Penisola. L’Italia è sempre stata una terra ricca grazie ai suoi porti, alla sua collocazione geografica, alla fertilità delle campagne, all’ingegnosità dei suoi abitanti: c’era tanto da predare in Italia.

La resistenza delle strutture tribali alle strutture del capitalismo avanzato  provocano un fenomeno di reazione, che è possibile osservare nella storia di ogni Paese toccato dal colonialismo. Questa situazione si trova anche nel Mezzogiorno italiano e prende il nome di brigantaggio. Con l’affermazione di una classe sociale, detta borghesia compradora, da non confondere con la borghesia produttiva che fa impresa o la piccola borghesia cittadina dedita al commercio spiccio, né quella rurale dei piccoli proprietari terrieri. Ma l’agente del grande capitale nei Paesi in via di sviluppo: è la classe sociale degli amministratori, degli ufficiali dell’esercito, degli impiegati di banche straniere e multinazionali, dei liberi professionisti, la cui unica ragione è la difesa degli investimenti stranieri sul territorio minacciati dalle rivendicazioni sociali del popolo oppresso. I suoi membri traggono una rendita di posizione, che si esprime nelle forme del potere personale, del prestigio e della ricchezza.

La borghesia compradora comparve in Italia alla vigilia dell’unità col preciso compito di saccheggiare il Paese per sé e per i propri padroni: i potenti banchieri israeliti di Parigi, Londra e Ginevra guidati dai Rothschild. Furono costoro, che finanziarono le guerre d’indipendenza e il processo di modernizzazione del Paese. Considerati gli interessi che essi difendono, non sorprende che governi di diverso colore politico si alternino tra loro senza che nulla cambi. (“Tutto cambia perché nulla cambi”. Tomasi di Lampedusa). Il sacco d’Italia iniziò accentrando in un’unica mano la leva della fiscalità a partire dal 1861 e fu condotto per mezzo di un esercito di amministratori corrotti e soldati. Così, servendosi della borghesia compradora selezionata e arruolata dalla massoneria, il grande capitale instaurava le sue strutture economiche nella Penisola. Il risultato fu un’ondata di miseria quale non se ne ricordava da secoli: fu a quel punto che milioni di compatrioti iniziarono a emigrare in America con le famose valige di cartone. (Oggi il fenomeno si ripete: sono giovani diplomati e laureati che partono in cerca di opportunità di lavoro che in Italia mancano, piccoli imprenditori che chiudono le loro fabbrichette in Italia per delocalizzare le produzioni, pensionati che fuggono in Portogallo, in Romania o in Tunisia per poter vivere dignitosamente gli ultimi anni della loro vita con quel poco di pensione che si ritrovano). Tutto questo accade perché esiste una casta che nulla produce, ma depreda, dilapida e si vende le ricchezze che dovrebbe amministrare in nome del popolo sovrano. Dal 1861 i vari governi che governavano il Paese imposero al Sud la pesante tassazione che già gravava sul Nord, aggiunsero nuovi balzelli, come l’odiosa tassa sul macinato, confiscò i palazzi e le tenute fondiarie della Chiesa, che i soliti faccendieri si accaparrarono a prezzi stracciati. Tutto ciò serviva ad alimentare la corruzione, la speculazione e il clientelismo mentre prestiti sempre crescenti venivano richiesti sui mercati alimentando la spirale del debito pubblico. Fu così l’Italia si configurò, fin dall’inizio, la “cleptocrazia” cioè il governo basato sul malaffare.

Ma la vera grande protagonista dell’unità d’Italia fu la massoneria: il Grande Oriente d’Italia sorse ufficialmente come estensione della Loggia Ausonia, fondata nel 1859 a Torino con la benedizione di Cavour. Vi entrarono in massa personaggi che occupavano posizioni sociali di rilievo ed erano incredibilmente ardenti patrioti. Fu quindi la massoneria a selezionare la borghesia compradora in italia, che sostituì gli amministratori e gli sbirri austriaci e assorbì al proprio interno quelli borbonici.

In una continuità, assicurata dalla massoneria, nella trasmissione del potere da una generazione all’altra, attraverso i meccanismi ben noti del nepotismo, della raccomandazione e della corruzione. È l’Ordine che garantisce l’impunità della casta al potere, controllando contemporaneamente il potere legislativo, esecutivo e giudiziario, mettendo in relazione il magistrato col il malavitoso, il politico corrotto col faccendiere corruttore, l’élite italiane e con quelle straniere.

Tutto ciò si palesa chiaramente nella storia di Adriano Lemmi, il “banchiere del Risorgimento”, Gran Maestro della Massoneria negli anni tra il 1885 e il 1896. Egli fu il punto di congiunzione tra il mondo dell’alta finanza e la borghesia compradora italiana. Lemmi fu l’eminenza grigia dietro il primo ministro Francesco Crispi, un “33” del Rito Scozzese. Fu Lemmi a creare una Loggia supersegreta, la Loggia di Propaganda, per nascondere l’affiliazione massonica dei personaggi più autorevoli e influenti del tempo: banchieri e uomini politici. (Quando il Venerabile Licio Gelli assurse a eminenza grigia della Prima Repubblica, non fece altro che ricopiare i metodi di Lemmi creando la Loggia Propaganda 2).

Come ogni borghesia compradora, anche quella italiana è corrotta, inefficiente e arrogante. Il primo scandalo dell’Italia unita fu quello delle Ferrovie meridionali, nel quale Lemmi figura come l’organizzatore di un giro di mazzette che coinvolse faccendieri, uomini politici e avvocati. Nel 1893 il governo Giolitti cadde a causa dello scandalo della Banca romana, una truffa colossale di cui Lemmi era il regista. Pure negli odierni scandali bancari si può leggere, dietro alle collusioni tra politica e finanza, la lunga mano della massoneria. Poco più di un secolo dopo, la storia si è ripetuta con lo scandalo della metropolitana di Milano, per il quale il Presidente del Consiglio Bettino Craxi e altri furono condannati per corruzione. Possiamo aggiungere che Craxi e Martelli, nel 1981, avevano letteralmente comprato il Partito Socialista con i soldi messi a disposizione dalla P2 secondo le dichiarazioni dell’on. Cicchitto. La super-loggia di Gelli fu coinvolta anche nello scandalo del crack del banco Ambrosiano, al quale va collegata l’uccisione del banchiere massone Roberto Calvi. Questi fenomeni crimininali si ripetono periodicamente nella storia italiana proprio a causa del peccato originale della genesi dell’Italia unita: un’operazione colonialista condotta in nome del grande capitale, nel quale la massoneria ha giocato un ruolo decisivo.

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L’Italia è da secoli un Paese individualista, dove si bada a conquistare e mantenere privilegi, spesso in barba alle regole, e dove il senso di comunità è scarsissimo o se esiste, si ferma alle mura cittadine.
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 “Tutto questo non dovrebbe poter durare; però durerà, sempre; il sempre umano, beninteso, un secolo, due secoli …; e dopo sarà diverso, ma peggiore. Noi fummo i Gattopardi, i Leoni; quelli che ci sostituiranno saranno gli sciacalletti, le iene; e tutti quanti Gattopardi, sciacalli e pecore continueremo a crederci il sale della terra”.  Ciò fa riferimento al declino dei Salina a cui succederanno persone di minor rango, di più infima levatura sociale e morale (sciacalletti, pecore..) per i quali i Salina (Leoni) rimarranno sempre una meta inarrivabile.
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I briganti, cioè i resistenti al sistema occupante furono falcidiati dai fratelli liberatori. Oggi non si tratta di eserciti armati, ma di grandi compagnie straniere che si stanno comprando l’Italia pezzo dopo pezzo, un esempio facile, facile: Ryanair e Lufthansa sono divenute, di fatto, le compagnie aeree italiane.
In questo “nuovo Sud europeo”, ricattato dalle mafie o da chi con le mafie viene a patti, in cui le “anomalie” della democrazia sono evidentemente la norma, i cambiamenti saranno sempre più rari, starà relativamente bene chi ha e avrà garantiti alcuni privilegi e le persone di valore, con voglia di fare e cambiare saranno sempre più spinte ad andarsene o a doversi confrontare con condizioni inadeguate. 
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 “Oggi il Sud gravita economicamente sulla sua efficienza coloniale, la quale ha due aspetti fondamentali. Il primo è la distribuzione dei prodotti industriali, agricoli e del terziario padano, dalla quale ottiene il cosiddetto ricarico commerciale, il valore aggiunto che va al terziario locale. L’altra fonte di sussistenza è la corruzione clientelare. Al governo della colonia insomma concorre una borghesia burocratica e parassitaria che si nutre di clientele e finanziamenti, essa prospera sulla pelle della propria terra: “voltandola in termini di geopolitica, al Sud, la classe sociale, che gli economisti latino-americani hanno definito “borghesia compradora”, legata com’è agli interessi di Milano, rappresenta un nemico reale e possente. Trattasi di regola di imprenditori moderni che fanno da tramite tra le aree sviluppate e le aree sottosviluppate, tragicamente depresse dai meccanismi del mercato capitalistico”          (N. Zitara, La borghesia ‘compradora’, in Rivista elettronica Fora, 15 aprile 2005)

Giosafatte Talarico, un po’ brigante e un po’ Robin Hood

Giosafatte Talarico, rubava ai ricchi per donare ai poveri, nato da famiglia contadina il 20 marzo 1807 a Panettieri, un villaggio della provincia di Cosenza, studiò nella scuola parrocchiale e quindi  Diritto, Teologia, Storia e Filosofia al Seminario Vescovile di Cosenza, con notevole profitto. Nel 1820 abbandonò gli studi seminaristici per studiare farmacologia, divenendo praticante del farmacista don Gaetano Rimola. Quindi si iscrisse all’Universita di Napoli. Ma una domenica di fine novembre del 1823 ritornò precipitosamente al suo paese natale per affrontare il signorotto locale don Luigi Sperandei, colpevole di aver violentato sua sorella Carmela. Gli intimò di sposare la ragazza, ma inutilmente, infuriatosi alle risposte beffarde dell’uomo, lo colpi  con un coltello davanti la parrocchia del paese, uccidendolo.  Dopo aver pulito l’arma dal sangue strofinandola sul viso del morto, si diede alla macchia riparando sulla Sila, dove entrò nella banda del brigante Boia, che aveva combattuto contro i francesi. L’indole cavalleresca e il rispetto per i religiosi di Giosafatte Talarico non poteva uniformarsi a quella del feroce capobanda e durante una rissa lo uccise con il suo stesso coltello. Talarico, quindi assunse il comando di 12 briganti, quasi tutti ex pastori e braccianti agricoli. La banda prese a taglieggiare così gli arroganti signorotti prepotenti, nobili, borghesi autoritari e ricchi, ma la regola era che metà del bottino venisse dato ai poveri dei vari villaggi. Inoltre le ragazze indigenti venivano fornite di doti di maritaggio. Pur essendo un capobrigante Giosafatte impose delle regole severe: non si dovevano uccidere coloro che venivano rapinati ed era proibito molestare e violentare le donne. Divenne così  la vittima designata di varie imboscate, ma riuscì sempre a farla franca, catturando gli aggressori e mettendoli in ridicolo: li legava agli alberi lasciandoli in mutande. Ma si dimostrò più volte uomo di principio:  nel 1830 una sera si presentò da solo a casa del parrocco Giuseppe Riparelli e lo costrinse a restiuire i 500 ducati estorti con inganno alla contadina Filomena, e si incaricò di restituirli alla donna come dote, che fece sposare e trasferire a Palermo, lontano da eventuali ritorsioni. Gli diedero la caccia guardie urbane, doganieri, guardie forestali e gendarmi al comando del colonnello borbonico di Gendarmeria Francesco Saverio Del Carretto, ma non fu mai preso e così la sua banda, protetti come erano da religiosi e dal popolo. Nel 1831 la taglia per la sua cattura aumentò da 1000 a 2000 ducati. Ad inseguirlo in quel tempo erano gli uomini del maggiore Giuseppe De Liguori del comando di Gendarmeria, Intendente regio di Catanzaro e di Crotone, ma  era imprendibile. Nonostante avesse l’esercito alle spalle, Talarico continuava ad aiutare le persone in difficoltà: protesse e rifornì di denaro e viveri gli operai e forzati che lavoravano alla ricostruzione del terremoto calabrese dell’8 marzo 1832. La leggenda del brigante Talarico cresceva: era il paladino non solo dei poveri, ma anche dei vecchi, donne e bambini, persino degli di animali maltrattati!.. Era anche temeraio: nel 1835 andò al teatro di Cosenza per assistere travestito da nobile all’esibizione del famoso soprano Caterina Longoni, passando davanti al nuovo Intendente regio di Catanzaro, colonnello Zola. L’Intendente era considerato esperto di briganti, essendo stato un sandefista nel 1799 e poi tra i guerriglieri calabresi dal 1806 al 1815. Quella sera Talarico si mescolò agli invitati alla cena tenuta dopo la rappresentazione, rapì la Longoni davanti a tutti e  la portò con sé sulla Sila per 8 giorni. Ai gendarmi del colonnello Zola si unirono quelli del maggiore Salzano di Crotone, ma anche così la caccia all’uomo non ebbe esito. Allora Del Carretto portò la taglia su Talarico a 6mila ducati, più una promozione cavalleresca e avanzamento di grado per i militari. Il maresciallo d’Alloggio della Gendarmeria di Cosenza Francesco Spezzaferri, grasso e ubriacone ma che era stato il terrore di molti briganti e camorristi, fu ingolosito da questa ricompensa: con 5 gendarmi si posizionò nella taverna di Mico il Guercio, vicino una vecchia torre abitata dalla fidanzata di Talarico, una bella e brava giovane orfana di padre. Mentre era a tavola Spezzaferri fu avvicinato da un eremita, in realtà Giosafatte, che lo mise fuori combattimento insieme con i suoi soldati. Poi li legò agli alberi dopo averli spogliati di armi, orologi, anelli, soldi e vestiti lasciandoli seminudi e con i capelli rapati a zero … Adirati dell’affronto, il colonnello Zola e il maggiore Salzano gli inviarono contro un reparto speciale di gendarmi al comando del tenente siciliano Salvatore Maniscalco, ma fu tutto inutile: era una vera e propria volpe e riusciva a sfuggire sempre alla cattura. Tutte le Forze dell’Ordine erano in costante stato d’allarme, ed oltre ai gendarmi furono inviati anche reparti dell’esercito! Nel marzo 1846 venne, accerchiato dagli uomini al comando del capitano Galluppi, ma anche questa volta riuscì a fuggire, lasciandosi dietro 3 compagni e 8 gendarmi morti, e il Galluppi gravemente ferito, che morì di lì a poco. A questo punto il Maresciallo di Campo, generale di divisione don Nicola duca de Sangro, intendente regio di Cosenza, propose al ministro Del Carretto di promettere salva la vita a Talarico: sarebbe stato inviato al confino in un’isola del Regno, accompagnato dalla sua fidanzata e persino mantenuto dal governo. Il ministro, sentito il re, accettò la proposta. Su controproposta del Talarico la garanzia, tramite il suo confessore e l’avvocato barone Barraco, fu estesa anche ai 9 compagni di banda .Giosafatte Talarico si consegnò a Cosenza: era a cavallo con i suoi briganti. Venne scortato dai gendarmi del maggiore Salzano fino a Salerno, dove fu imbarcato su una fregata da guerra. Sbarcato il 29 giugno 1846 a Ischia Porto e venne alloggiato in una casa di pescatori, ricevette 6 ducati mensili di rendita vitalizia per sé e per i suoi uomini. Il confino era a vita. Nel maggio 1860 Talarico,  su proposta segreta del capo della Polizia borbonica in Sicilia, Salvatore Maniscalco, fu prelevato da una fregata e sbarcato a Palermo. Trasvestito da garibaldino, il suo compito era uccidere Garibaldi, raggiunse il dittatore a Palazzo Reale, ma non lo fece, non se la sentì di uccidere un uomo a sangue freddo, era stato un brigante ma non un criminale. Non sappiamo come andarono le cose, ma il brigante Giosafatte se ne tornò a Ischia, dove visse tranquillamente con sua moglie. Invano nel 1861  il deputato Luigi Settembrini tentò di  farlo processare, ma il governo sabaudo preferi non trovarsi un altro brigante tra i piedi. Ci riprovò il deputato e scrittore Francesco Mastriani nel 1863: propose, almeno, di far sospendere i benefici, ma il governo ritenne che non c’erano fatti attuali di delinquenza reiterata per proccessarlo. Giosafatte Talarico morì serenamente ad Ischia a più di ottant’anni. La sua romantica leggenda continua: Giosafatte vive ancor oggi nella memoria collettiva del suo paese, Panettieri, e dei paesi vicini, come il vendicatore dei torti, il romantico difensore dei deboli! Giosafatte fu un brigante solitario e particolare: uccideva solo per vendetta o per ridare ai poveri quello che l’arroganza dei baroni aveva loro tolto! La sua abilità nel travestimento, la sua cultura e soprattutto l’accortezza di non legarsi per troppo tempo a bande numerose, ma avere solo due amici fedeli: Felice Cimicata di Taverna e Benedetto Sacco di Castagna, fecero di lui un imprendibile fantasma, una leggenda vivente! Solo un patto con il monarca borbonico lo stanò dalle selve silane. Nel 1845 il re Ferdinando II, desideroso di dare all’Europa un’immagine pulita del suo regno, constatato che con la repressione non riusciva a venire a capo del fenomeno e insensibile alle tematiche sociali, vero scoglio insito nella sua mente e insuperabile dalla sua mentalità, propose a Giosafatte e ad altri briganti di arrendersi in cambio di una nuova e libera vita lontano dalla Sila. Giosafatte così venne esiliato nell’isola di Ischia dove ebbe casa e stipendio. Aveva allora 40 anni e altri 40 visse in completa tranquillità davanti al mare!

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Banda di Giosafatte
Giosafatte Talarico
Di Giosafatte Talarico lo scrittore calabrese Nicola Misasi ebbe a dire: “Il certo è questo, che il suo nome, nome di malfattori, qui da noi è ricordato con lode più che con biasimo, come quello di un protettore del povero contro il ricco, del debole contro il forte
Giosafatte
Una sorta di brigante gentiluomo, feroce quando le circostanze lo rendevano necessario, ma anche generoso; giusto, ma anche spietato, un brigante inafferrabile forse proprio perché protetto dal popolo, ma anche dalle classi abbienti.  La zona teatro delle sue gesta brigantesche fu quella compresa tra le province di Catanzaro, Cosenza e Crotone, da Panettieri a Camigliatello, a Petronà, a San Giovanni in Fiore.

ANTICLERICALISMO in un Paese cattolico: “Una strana tolleranza”

«Vi fu, o signori, un tempo di corruzione, di decadimento, di barbarie, in cui poté credersi virtù evangelica il ritirarsi dal guasto secolo all’ombra d’un romito chiostro. Ma ora, o signori, quei tempi sono trascorsi. Ora non è più sotto un bianco o bigio mantello che si serve il vangelo. E noi intanto osiamo consumare così preziosi giorni ad argomentare, a distinguere, a sottilizzare per sapere quale diversità esista tra un gesuita, un gesuitante, un gesuitino, un gesuitastro; io voterò per quanti più oblati, e paolini, e monaci, e frati di tutti i generi e di tutti i colori vorrà abolire la Camera». A parlare così è Angelo Brofferio (1802-1866), scrittore benemerito di casa Savoia, in un intervento pronunciato alla Camera dei deputati il 19 luglio 1848, mentre è in discussione il provvedimento di soppressione di Gesuiti e ordini affini, genericamente definiti «gesuitanti». Ma come è potuto Angelo Brofferio, finire nel Parlamento di uno Stato ufficialmente cattolico un uomo così profondamente anticattolico? Ce lo racconta Roberto D’Azeglio (1790-1862), fratello del più noto Massimo, scrivendo al figlio Emanuele, diplomatico: «Da informazioni sicure siamo fatti certi come a Busca e Caraglio per allettare i paesani a votare Brofferio si faceva loro credere che era un uomo eminentemente religioso, assiduo ai sacramenti, amico della pace e dell’ordine, nemico della repubblica e il più perfetto onest’uomo del paese perseguitato per causa della sua pietà e del suo realismo». Questo piccolo fatto, tutt’altro che isolato, è esemplare ed emblematico: il Risorgimento è stato realizzato anche facendo sistematico uso di propaganda menzognera, diffusa ad arte tra la popolazione cattolica, ingenua e credulona. Vecchie polemiche che rispolverano tesi ultraconservatrici: così è stato definito l’articolo comparso nel numero di luglio-agosto di Studi Cattolici. La Massoneria ha voluto la scomparsa dello Stato della Chiesa e di conseguenza l’unità della penisola, e la riduzione di Roma da caput mundi a caput Italiæ. L’unico modo per farlo è analizzare le fonti dell’epoca. La visione del mondo della Massoneria ottocentesca è interamente costruita intorno a due presupposti. Il primo è che la Rivelazione non esiste: rifiutando la Rivelazione i massoni ritengono spetti all’uomo in totale autonomia e col solo aiuto della ragione stabilire quali siano le leggi della morale e del vivere civile. Questo è anzi il compito che i massoni ritengono loro proprio ed esclusivo: ancora il 10 febbraio 1996 una pagina intera di pubblicità su Il Corriere della Sera ricorda che i massoni «hanno la responsabilità morale e materiale di essere guida di altri uomini». Il secondo presupposto è che la natura dell’uomo è costantemente perfettibile: si tratta del mito del Progresso che induce a ritenere possibile il raggiungimento su questa terra della felicità (il diritto alla felicità tanto solennemente iscritto nella Costituzione americana) conseguito attraverso il pieno sviluppo di tutte le potenzialità umane.
La Massoneria ritiene possibile raggiungere la tangenza uomo-dio con le sole forze della ragione, e cioè per natura, ed in questo contesto teorico che Giosuè Carducci (1835-1907) compone L’Inno a Satana («Salute, o Satana, O ribellione, O forza vindice De la ragione»!). Quindi la Chiesa cattolica è la negazione della bontà e verità (nonché praticabilità) del credo massonico. È chiaro pertanto che, al di là delle parole, il Papa e la Chiesa sono i nemici naturali e mortali di ogni massone: «La Massoneria avrà la gloria di debellare l’idea terribile del papato, piantandovi sulla fossa il suo vessillo secolare verità, amore». L’appoggio internazionale all’unificazione italiana (appoggio che non consiste solo nella copertura politica data ai Savoia, ma anche in concretissimi prestiti e ingenti fondi investiti nell’impresa) è quindi da vedersi in relazione all’obiettivo prioritario della Massoneria: la lotta di giuseppe mazzini al papato e la convinzione che la fine del potere temporale avrebbe fatalmente comportato anche quella del potere spirituale. Il Bollettino esprime questa realtà con molta chiarezza nell’aprile del 1865: «Le nazioni riconoscevano nell’Italia il diritto di esistere come nazione in quanto che le affidavano l’altissimo ufficio di liberarle dal giogo di Roma cattolica. Non si tratta di forme di governo; non si tratta di maggior larghezza di libertà; si tratta appunto del fine che la Massoneria si propone; al quale da secoli lavora, attraverso ogni genere di ostacoli e di pericoli».
«A Roma sta il gran nemico della luce. Lo attaccarlo ivi di fronte, direi quasi a corpo a corpo, è dover nostro». Dall’attacco alla Roma pontificia la comunione massonica italiana si ripropone, oltre all’obiettivo comune a tutto l’Ordine, il raggiungimento di un suo fine particolare. I massoni italiani si ripromettono infatti di far risorgere la potenza e la forza della Roma pagana e imperiale: è il mito della Terza Roma tanto cara a Giuseppe Mazzini (1805-1872).Per realizzare il suo programma, la Massoneria deve neutralizzare la resistenza dei cattolici, ma come evitare che i cattolici di tutto il mondo insorgano in difesa dello Stato della Chiesa che da più di un millennio difende il Papa dalla prepotenza di prìncipi e sovrani ed è l’orgoglio e il gioiello di tutta la cristianità? Per scongiurare questo pericolo la Massoneria organizza una più che decennale campagna internazionale basata sull’uso sistematico della calunnia e della menzogna in cui si dipinge lo Stato della Chiesa come il più sanguinario, retrogrado e mal amministrato di tutta la Terra. Contro ogni ragionevolezza e contro ogni verità storica, l’Ordine cerca di convincere i cattolici che la semplice esistenza di uno Stato pontificio è contraria all’insegnamento di Cristo, vissuto povero e morto in croce, e assicura che rinunciando alla sua visibilità la Chiesa avrebbe guadagnato in spiritualità e purezza. In questa campagna anticristiana, un posto di rilievo spetta, a Massimo D’Azeglio (1798-1866), che parla da cattolico e può indirizzarsi ai «cattolici più devoti» senza suscitarne la diffidenza. Calunniatore dell’amministrazione pontificia, che denuncia pessima davanti al mondo intero, arriva a mettere in discussione la legittimità dell’esistenza dello Stato della Chiesa (di gran lunga il più antico Stato dell’Occidente e quindi di gran lunga il più legittimato a esistere). La Massoneria dipinge lo Stato della Chiesa come luogo di rapina, di barbarie e di violenza (dimenticando che si tratta dell’unico Stato al mondo a non avere la violenza come madre perché non è frutto di conquista) e si contrappone alla Chiesa anche a questo riguardo presentandosi come l’incarnazione della benevolenza, della mitezza, della fratellanza, del desiderio di pace. Il 3 febbraio 1861, mentre viene ultimata la conquista dello Stato della Chiesa, il Generale Ferdinando Pinelli (comandante la colonna mobile degli Abruzzi e dell’Ascolano) detta il seguente proclama: «Un branco di quella progenie di ladroni ancor s’annida fra i monti; correte a snidarlo e siate inesorabili come il destino […]. Sono i prezzolati scherani del Vicario non di Cristo, ma di Satana»; «Noi li annienteremo, schiacceremo il sacerdotale vampiro, che colle sozze labbra succhia da secoli il sangue della Madre nostra, purificheremo col ferro e col fuoco le regioni infestate dall’immonda sua bava, e da quella cenere sorgerà più rigogliosa la libertà anche per la nobile provincia Ascolana». Ma le menzogne massoniche infangavano anche il cattolicissimo Regno delle Due Sicilie, come quelle che sparse il Poerio, esule napoletano, graziato da Ferdinando II, sui giornali che auspicavano l’abbattimento del Regno del Sud a causa del regime tirannico che vi sarebbe stato praticato. E una volta che l’unità d’Italia era stata fatta, si potevano impunemente far uscire gli scheletri dall’armadio. Ed ecco le ammissioni di Petruccelli della Gattina, deputato del neonato Regno d’Italia: “Poerio è un’invenzione convenzionale della stampa anglo-francese. Quando noi agitavamo l’Europa e la incitavamo contro i Borbone di Napoli, avevamo bisogno di personificare la negazione di questa orrida dinastia, avevamo bisogno di presentare ogni mattina ai credenti leggitori di un’Europa libera una vittima vivente, palpitante, visibile che quell’orco di Ferdinando divorava ad ogni pasto. Inventammo allora il Poerio, fu creato da cima a fondo”. Insomma, quelli che hanno voluto l’unità d’Italia hanno preso sul serio la massima di Voltaire: “Calunniate, calunniate: qualcosa rimarrà”. Le calunnie, si sa, sono dure a morire. Quelle contro il Regno delle Due Sicilie sono sempre lì, sui libri di storia che gli studenti italiani subiscono senza che i loro professori, generalmente, facciano un minimo sforzo per aggiornarsi. Leggendo, per esempio, lo studio di Spagnoletti, pubblicato da una casa editrice italiana tutt’altro che “revisionista”, si scopre che “Re Bomba”, nomignolo affibbiato a Ferdinando II, era amatissimo dai suoi sudditi che, in occasione di ogni calamità naturale, lo vedevano presente in mezzo a loro. Un re “galantuomo”, lui sì, non certo Vittorio Emanuele II, e clemente. Paolo Mencacci è uno storico serio e cita dei fatti che parlano da sé: dopo la rivoluzione del 1848, nel Regno delle Due Sicilie, unico caso in Europa, non vennero effettuate condanne a morte. Le 42 pene capitali per delitti politici furono tramutate in punizioni più blande da Ferdinando II. Il Regno di Sardegna di Vittorio Emanuele II mandò a morte, nel solo quinquennio 1851-1855, 113 condannati. Fatta l’unità, l’amministrazione piemontese si abbattè sul Meridione come un flagello, con ruberie ed espropri dei terreni civili ed ecclesiastici. Furono imposte tasse che affamarono la popolazione, in tutto il territorio del Regno, come la famigerata “tassa sul macinato”. E dopo aver dilapidato le ricchezze accumulate dal buon governo borbonico, nel ripartire la spesa per le opere pubbliche, lo Stato “unitario” distinse tra figli e figliastri. Dal 1862 al 1897, tanto per fare un esempio, furono spesi 458 milioni per bonifiche idrauliche. Al Nord e al Centro andarono 455 milioni, 3 al Sud. (Questo andazzo no è mai terminato!). La gente era esasperata. Si ribellò. Nel 1866 a Palermo, al grido di “Francesco II”, anche i siciliani fecero capire che cosa pensassero di quella colonizzazione a cui erano stati sottoposti. Il generale Cadorna sparò a cannonate. Alla carneficina si aggiunsero le misure vessatorie contro i sacerdoti che sostenevano la protesta dei poveri. Fu uno degli ultimi atti della resistenza del Sud.

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Nel 1861 il Piemonte, per conto di Mr. Albert Pike, Gran Maestro Venerabile della massoneria di Londra, iniziava il più grande genocidio e prima pulizia etnica della storia del nostro paese.
A metà agosto i giornali di regime stampavano con enfasi le vittorie militari dell’esercito sabaudo e fecero passare per una grande battaglia la scaramuccia di Castelfidardo, mentre calavano una cortina di silenzio sugli eccidi perpetrati dai generali piemontesi contro cittadini inermi.
Cannoni contro città indifese; fuoco appiccato alle case, ai campi; baionette conficcate nelle carni dei giovani, dei preti, dei contadini; donne incinte violentate, sgozzate; bambini trucidati; vecchi falciati al suolo. La fucilazione di massa divenne pratica quotidiana. In dieci anni dal 1861 al 1871 circa novecentomila cittadini furono uccisi su una popolazione complessiva di 9.117.050. Mai nessuna statistica fu data dai governi piemontesi. Nessuno doveva sape
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Il Piemonte stava massacrando un popolo, stava distruggendo l’economia del Meridione, stava imponendo con la forza il nuovo ordine voluto dalla massoneria inglese. Il piccolo Piemonte, armato dalla massoneria inglese, strumento e servo di Lord Palmerston, scatenò nel Sud una repressione feroce contro i contadini e contro il clero.
Dal 1860 al 1871 il Meridione divenne un inferno. Il terrore imperava, il genocidio di massa fu regola e legge. Si doveva distruggere un popolo la cui colpa era quella di essere cattolico e fedele al suo re, al papa e alla sua terra, che da sempre considerava la sua patria.

IL TELEGRAFO NEL REGNO

Il 1º settembre 1851 viene inaugurata la prima linea telegrafica

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Telegrafo napoletano
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Posa del cavo telegrafico sottomarino

del Regno delle Due Sicilie tra Caserta e Capua, estesa l’anno seguente sino a Gaeta. In Italia i primi cavi sottomarini furono tra Reggio Calabria e Messina nel 1858. Il Regno delle Due Sicilie lasciò in eredità alla nuovo governo ben 86 stazioni telegrafiche, 2.874 Km di linee, suddivise in dorsale adriatica in cui era usato il sistema Morse e dorsale tirrenica con il sistema Henley. L’introduzione del servizio telegrafico nel Regno delle Due Sicilie nacque dall’esigenza di evitare l’isolamento telegrafico del regno. Nemmeno a dirlo, i maggiori oppositori furono gli inglesi, guarda caso i costruttori ed installatori dei “Telegrafi ottici Chappe” nati in Francia durante la Rivoluzione, che con l’avvento di questo nuovo ed affidabile strumento di comunicazione, vedevano svanire un altro loro monopolio. Ma la certezza e l’immediatezza a qualsiasi ora dei messaggi trasmessi e la potenziale capillarità del sistema abbattè ogni concorrenza ed il telegrafo elettrico, superate le prime resistenze, dilagò da un capo all’altro del Regno.
La rete telegrafica del Regno delle Due Sicilie fu, per estensione e difficoltà di realizzazione, un’impresa avveniristica di eccezionale importanza per quel tempo che, oltre a segnare un nuovo primato tra i tanti già annoverati, determinò una serie di innovazioni tecnologiche che ancor oggi costituiscono per la scienza delle telecomunicazioni un fondamento imprescindibile. Va innanzitutto detto che l’utilizzo ed il potenziamento della “telegrafia elettrica” corse parimenti allo sviluppo delle macchine a vapore, sia su rotaia che sul mare, ed ebbe un’importanza eccezionale anche per tutte le altre innovazioni tecnologiche. Oggi c’è chi, addirittura, lo paragona all’importanza di internet. Nell Aprile 1855 fu possibile inoltrare dispacci telegrafici con altri stati stranieri. Ferdinando II, intuendo l’importanza di questo nuovo strumento di comunicazione, aveva commissionato lo studio per la realizzazione di una complessa rete telegrafica che collegasse tutti gli uffici postali delle province e delle principali città del Regno, Sicila compresa. Considerata l’urgenza e la totale novità di quanto si voleva realizzare, Ferdinando II ritenne di affidare l’incarico al Corpo Militare di Strade e Ponti che già in passato si era particolarmente distinto e fatto apprezzare per l’estrema preparazione e competenza, come ad esempio la realizzazione dei ponti in ferro. Col Regio Decreto del n°3087 del 18 Giugno 1852 si posero le basi per la costruzione della prima linea telegrafica elettrificata nel Regno delle Due Sicilie nei domini “Al di qua del faro”, che grazie agli accordi postali con lo Stato Pontificio collegava Napoli a Terracina, località sul confine in territorio pontificio. A seguire venne eretta la linea da Napoli a Salerno e da Nola ad Avellino, tali linee comprendevano delle stazioni telegrafiche di 2a e di 3a classe che inizialmente non davano accesso al pubblico, salvo casi specifici, in quanto era di esclusiva prerogativa alle stazioni di 1a classe. Il 5 Dicembre del 1857 tale competenza fu estesa anche alle stazioni di 2a classe. L’apertura ufficiale del servizio avvenne il 23 Settembre 1854. Le inaugurazioni delle stazioni telegrafiche di Nocera, Salerno ed Avellino vengono riportate dalla Gazzetta Ufficiale n°222 15 Agosto 1953. A firma dell’Intendente Giuseppe Velia venne affisso, in data 30 Luglio 1853, il manifesto con cui si proclamavano i festeggiamenti civili e religiosi per l’inaugurazione del servizio telegrafico elettromagnetico ed il successivo 31 Luglio 1853 veniva benedetta ed inaugurata la nuova stazione operativa che alloggiò nella casina di fronte al palazzo dell’Intendenza (Palazzo Sant’Agostino). Col successivo Regio Decreto del 9 Ottobre 1854 del “Regolamento per la telegrafia elettrica” si prevedeva che il Servizio Telegrafico Magnetico venisse ripartito in linee e le stesse in divisioni che possono estendersi da 80 ad un massimo di circa 100 miglia napoletane (pari a circa 1.850 metri). La linea Napoli Salerno formava la IIa Divisione che comprendeva le seguenti stazioni: Nola 2a classe, Sarno 3a classe, Nocera 3a classe, Salerno 2a classe. Temporaneamente alla Divisione di Salerno venne aggregata la linea Nola – Avellino comprensiva anche delle stazioni di Avellino 2° classe e di Ariano 3° classe. Come detto gli ufizi di 2a classe non potevano far accedere al servizio i privati cittadini, questo distinguo è basilare per la composizione degli addetti al servizio telegrafico di cui all’art. 4 del Regio Decreto del 19 Ottobre 1854 che così sanciva: per la stazione di 2a classe che poteva accettare i dispacci dei privati era previsto il seguente personale: un Capo, un Ufficiale aiutante, quattro Segnalatori ed un Pedone. Nel caso che il servizio non era esteso alla corrispondenza dei privati l’organico postale era così suddiviso: un Capo, un Ufficiale aiutante, due Segnalatori ed un Pedone. Il Pedone svolgeva anche l’uffizio di inservienti. Ovviamente si previde anche il personale tecnico come i macchinisti ed gli artefici nonché il corpo Ispettivo atto a sorvegliare l’andamento del servizio telegrafico ed in mancanza degli Ispettori, presso l’officina centrale di Napoli erano stanziati degli Ufficiali che potevano supplire a tale ufficio. Il Regio Decreto n°4602 del 15 Dicembre 1857 promulgò il tariffario del servizio telegrafico ed Il successivo Regio Decreto n°4638 del 23 Dicembre 1857 approvava il relativo regolamento telegrafico nei domini “Al di qua del faro”, all’art. 1 che sanciva la ripartizioni delle linee telegrafiche in divisioni. Le divisioni ricadenti nella provincia salernitana: IIIa Divisione da Nocera a Potenza pari 63 miglia napoletane e IVa Divisione da Eboli a Castrovillari in miglia 95 napoletane. Le stazioni ricadenti nella provincia di Salerno: Nocera 2a classe, Cava 3a classe, Salerno 2a classe, Eboli 3a classe e Sala 2a classe.
Nonostante le serie difficoltà affrontate nel collocare pali e stendere fili su e giù per rocce e monti impervi, le principali città erano state già tutte collegate da più di anno con telegrafi del tipo ad aghi. Ciò che però attirò l’attenzione degli scienziati internazionali sull’impresa napoletana, realizzata al limite delle possibilità tecnologiche del tempo, furono due fattori: la lunghezza delle tratte tra i punti di allaccio e l’attraversamento del mare. Questa seconda caratteristica, strettamente collegata alla prima, attirò l’interesse soprattutto dell’Inghilterra. Alcuni documenti accennano della presenza a Napoli di Samuel Morse (l’inventore americano del telegrafo via filo) lasciando pensare ad un’applicazione fuori brevetto di qualche singolarità tecnica ancora segreta, allo stato attuale non si hanno ancora notizie precise sulle caratteristiche di costruzione dei primi cavi telegrafici sottomarini e sulle modalità di “amplificazione” degli impulsi in conduttori molto lunghi, ma una cosa è certa, il tutto fu studiato e realizzato felicemente a Napoli e precisamente a Pietrarsa, in quell’opificio che tanto aveva tormentato e tanto tormentava gli inglesi. Probabilmente non si adottò un cavo unico, ma, come si fece in larga scala dopo, dei “canapi sottomarini particolari” costituiti da una coppia di “anime conduttrici in rame puro”. Inoltre l’isolamento non fu realizzato come si era fatto fino a quel momento e cioè in legno di ciliegio e gomma naturale, ma in porcellana grezza di Capodimonte e catrame denso e gelatinoso “contenuto da una guaina catramata non rigida”. Con questo accorgimento, l’acqua marina anche a grandi profondità non avrebbe mai raggiunto l’anima dei cavi (immersi nel catrame) alterandone la conducibilità elettrica. l’attraversamento sottomarino telegrafico della Manica avvenne solo dopo che (in ordine) Capri, Procida, Ischia e la Sicilia erano state collegate alla terraferma.
Non solo l’attraversamento marino inglese avvenne molto dopo rispetto a quello napoletano, ma si interruppe dopo qualche giorno dalla sua pomposa inaugurazione.
Fu una grande brutta figura per chi deteneva il monopolio industriale e commerciale mondiale. Ufficialmente la causa dell’avaria fu addossata ad un danneggiamento involontario da parte di un pescatore, ma sta di fatto che quel collegamento restò interrotto per sempre e solo una nuova posa di un nuovo e diverso cavo (napoletano?) riuscì a collegare i due estremi. Nel 1857 le ultime isole ad essere collegate alla rete telegrafica del Regno delle Due Sicilie furono Ponza e Ventotene e ciò avvenne con un cavo subacqueo lungo 30 miglia marine, che è quasi il doppio della distanza che divide la Francia dall’Inghilterra. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una vera e propria impresa per quel tempo e sicuramente un altro primato se si considera la grande profondità del tratto di mare attraversato. A dispetto dell’avaria inglese, il cavo di Ponza fu dismesso solo 70 anni dopo quando, ancora perfettamente funzionante, fu abbandonato dal regime fascista e sostituito da un nuovo impianto, considerata la vetustà della tratta sottomarina borbonica e temendo una sua improvvisa interruzione con un insostenibile isolamento del confino politico insediato sull’isola. Nel 1942 la nuova tratta si interruppe per un ancoraggio errato di una unità da guerra ed il vecchio cavo borbonico continuò a fare il suo lavoro. C’è chi afferma che quella tratta, se rimessa in opera, oggi potrebbe funzionare ancora. Mentre l’Inghilterra impazziva nel far funzionare il suo telegrafo della Manica, nel 1859 Ferdinando II firmava l’inizio dei lavori di posa del cavo telegrafico tra la Sicilia e Malta. Una notizia di un’impresa colossale che fece il giro del mondo e che fece sognare i fautori di una posa oceanica tutta napoletana.
Nel 1859 i telegrafi del Veneto, della Lombardia, dello Stato Pontificio e, incredibile, del Piemonte erano gestiti da personale austriaco appartenente alla suddetta compagnia. Solo nel Regno delle Due Sicilie il personale era nazionale e militare.
Ma vi è anche un’altra caratteristica. Aperto il servizio al pubblico, il Regno delle Due Sicilie fu l’unico stato (avverrà solo in seguito anche nello Stato della Chiesa) dove era obbligatorio il “mittente certificato”. Perché con lo sviluppo del telegrafo pubblico ci fu chi, approfittando di questo strumento di comunicazione senza firma, inviava messaggi dai contenuti spesso falsi o con false firme, con gravi conseguenze per i destinatari.
Emblematico, curioso e poco noto il caso che interessò Crispi. Il 27 aprile del 1860, a pochi giorni dalla partenza di Garibaldi da Genova per Marsala, Crispi ricevette da Malta, con comunicazione telegrafica a firma di Nicola Fabrizi, il seguente telegramma: “Completo insuccesso nella provincia e nella città di Palermo. Molti profughi raccolti nelle navi inglesi giunti in Malta. Non vi muovete”. Era falso. Ordini di Garibaldi prima dello sbarco :
• impadronirsi repentinamente delle quattro porte della città,
• non lasciare entrare o uscire alcuno,
• intimare la resa e far prigioniero il presidio,
• prendere possesso dell’ufficio postale,
• impadronirsi dell’ufficio telegrafico. Nell’ufficio telegrafico, i Garibaldini trovano l’addetto (Federico Fortini) trasmette a Trapani la notizia dello sbarco di gente armata da due vapori di nazionalità ignota. Il garibaldino Giovan Battista Pentasuglia, pistola alla mano, gli impone di rettificare il messaggio e di telegrafare che si trattava invece di uno scarico di merci. Dall’altro capo del telegrafo rispondono: “Voi siete un imbecille”. Dopo di che, i Garibaldini interrompono le linee telegrafiche e mettono fuori servizio il telegrafo ottico che era montato in cima al castello di Marsala. Liborio Romano, Ministro dell’Interno del Regno di Napoli, corrisponde segretamente con Cavour mediante il telegrafo installato nel suo ufficio ma, apparentemente in contrasto con le istruzioni ricevute, fa entrare Garibaldi a Napoli, senza sparare un colpo.

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I Prigionieri Borbonici le Bugie di Stato diventano falsità storiografiche?

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Dopo l’estenuante e disumano assedio, perpetrato dalle truppe d’invasione piemontese, la fortezza Borbonica di Gaeta fu costretta alla capitolazione il 13 febbraio 1861. Le truppe Borboniche superstiti ne uscirono pesantemente provate, non solo dai continui bombardamenti, ma anche per gli stenti e per le patologie infettive. Le pessime condizioni igienico sanitarie a cui i difensori erano costretti loro malgrado, causarono la diffusione di una virulenta epidemia di tifo. Le conoscenze sanitarie dell’epoca permisero l’immediato riconoscimento del morbo che affliggeva parte dei sopravvissuti, ovvero una gravissima forma di febbre tifoidea. In questi casi la profilassi sanitaria prevedeva il ricovero immediato dei pazienti in loco e il completo isolamento, onde evitare il contagio. Ma cosa fecero di questi “prigionieri di guerra” i militari e il corpo sanitario piemontese? Si limitarono ad ammassare le truppe di Gaeta tutte insieme, unendo i sani agli infermi, permettendo ancor più il diffondersi della pestilenza. Non paghi di aver commesso tale nefandezza, pensarono bene di mandare i soldati infetti nella più grande e popolata città del Regno delle Due Sicilie, la capitale Napoli. I medici napoletani si accorsero subito della gravità della situazione e del pericolo di diffusione del contagio, restando però inascoltati. Il Dottor Bima, ufficiale medico del 5° corpo d’armata piemontese, nascose volutamente le reali condizioni sanitarie dei reduci di Gaeta, affermando si trattasse di una forma non contagiosa di tifo o di cachessia. Tale comportamento impedì di fatto l’applicazione della profilassi adeguata e quindi l’isolamento dei malati, permettendo la diffusione dell’epidemia nella città. A denunciare tutto questo con un articolo scientifico, fu il Professor Strambio il 20 Maggio 1861. Ma mentre si mentiva ufficialmente ai napoletani, altrettanto ufficialmente si informava il Consiglio Superiore di Sanità che a Napoli si stava diffondendo il tifo portato da Gaeta. Nella capitale Borbonica solo tra i soldati di Gaeta ne morirono di tifo 134, in realtà 131 di tifo e 3 suicidi. Ma si sa, la farraginosa e “ufficiale” burocrazia piemontese non andava tanto per il sottile con i “colonizzati”. Tale epidemia causò anche numerose morti tra la popolazione civile, tra cui quella del Professor Pietro Perrone, luminare di medicina. Le autorità piemontesi, non paghe delle sventure causate, decisero di trasferire nuovamente i soldati malati, incuranti delle condizioni di salute degli infermi e dell’ulteriore pericolo di contagio. I reduci di Gaeta giunsero così a L’Aquila e a Bologna, dove morirono altri 71 soldati. Infine trasferiti a Genova, continuarono a morire, non prima di aver contagiato i degenti del 4° corpo d’armata piemontese, la guarnigione di presidio e il personale medico del corpo sanitario. La verità storica è questa ed è chiaro ed incontrovertibile che si trattò di mera conquista coloniale. Come è chiaro, caro Professor Barbero, che la “doppia ufficialità” dei documenti militari piemontesi, non li renda fonti primarie completamente attendibili per una seria ricerca storica.
Fonti:
Gazzetta Medica Italiana Lombarda N. 17 29 Aprile 1861
Gazzetta Medica Italiana Lombarda N.20 20 Maggio 1861
tratto da http://rifondazioneborbonica.blogspot.it/