LO STRISCIANTE RAZZISMO ANTIMERIDIONALE

Dopo il brigantaggio queste terre hanno ritrovato una loro funebre pace; ma ogni tanto, in qualche paese, i contadini, che non possono trovare nessuna espressione nello Stato, e nessuna difesa nelle leggi, si levano per la morte, bruciano il municipio o la caserma dei carabinieri, uccidono i signori, e poi partono, rassegnati, per le prigioni. [C. Levi, Cristo si è fermato a Eboli].

Con i “discorsi biologico-razzisti” degli ultimi decenni dell’Ottocento nelle teorie dell’antropologia criminale di Cesare Lombroso e del suo allievo Alfredo Niceforo, si ammetteva una differenza tra i caratteri delle popolazioni italiane in “due razze”: una del Nord e una del Sud, gli “arii” e i “mediterranei”. La “decadenza” dell’Italia era causata da questa differenza razziale, dove la società meridionale non poteva che essere “atavica”, incline al delitto passionale, al brigantaggio, alla mafia, alla camorra, ovvero quelle tipiche forme di “delinquenza selvaggia e primitiva”. Invece il carattere antropologico faceva loro buon gioco per la spiegazione che i mediterranei erano profondamente individualisti, mentre nell’Italia settentrionale, il senso civico e il “sentimento di organizzazione sociale” della “razza degli arii” consentivano un radicamento socialista. Il rapporto tra enunciazioni e pratiche di potere riproduce una retorica paternalistica del Nord che per costruire un impero è convinta di essere la parte buona che protegge la parte debole, “cattiva”, (il sud), invadendola della propria idea di sviluppo e civiltà. La compenetrazione del sapere scientifico, infarcito di abbondanti stereotipi e luoghi comuni, con il potere suscita gli effetti desiderati: “La morale di base di una società arretrata da un’immagine scontata, pittoresca, che si fa beffa di un secolo di storia, riportando alla memoria le stampe dell’Illustrazione Italiana di fine Ottocento, dove le genti del Sud sono rappresentante come  “lazzaroni” che mangiano con le mani la pasta e si dilettano al sole, adagiandosi nell’ozio. L’insieme di questi stereotipi vanno affiancati quelli ormai celebri: il Sud, terra della sporcizia delle clientele, dello sperpero, dell’indolenza e dell’imbroglio”.  Dinanzi al riproporsi ridonante di luoghi comuni da una parte, e, dall’altra parte, la tendenza risentita che suscita la reazione oppure la difesa da qualsiasi accusa di razzismo, luogo per antonomasia dell’arretratezza, della diversità e dell’inferiorità rispetto al resto dell’Italia e dell’Europa. Un tenace catalogo che oscilla lungo l’intersezione tra una diversità antropologica e certe dirette conseguenze in termini economiche, sociali e politici. I meridionali sono passionali, indisciplinati, ribelli, individualisti e, dunque, inabili alla formazione di una cultura razionale, civica, ordinata. Di conseguenza, il contesto sociale ed economico è sottosviluppato a causa del clientelismo politico, delle relazioni gerarchiche e patriarcali, e delle varie forme di manifestazione del crimine organizzato. Con buona approssimazione, la descrizione del Mezzogiorno potrebbe essere qui terminata, ma invece diviene un buon cibo per inchieste giornalistiche, fiction, documentari televisivi e nel suo interno si inserisce il “dispositivo Saviano”: «a partire da una descrizione del territorio apparentemente accuratissima, pagina dopo pagina si fa descrizione morale di una popolazione preda inguaribile dei suoi incubi atavici, dunque lotta fra Bene e Male, ove il male è tanto assoluto da non potere postulare che un intervento radicale, ossia portato alle radici antropologiche della questione: un intervento dello stato-chirurgo sul cancro-popolazione» (Petrillo 2011). Così la realtà romanzata fa buon gioco di stereotipi, corroborandosi in un atto di fede: a ben vedere, non è assai diverso da quanto in precedenza letto. Sebbene non manchi letteratura che faccia giustizia di questi cliché antimeridionali, la ragione per cui siano ancor oggi in circolazione più prepotentemente di quanto non si voglia credere s’annida forse in quel “senso comune” sorretto dalle verità delle rappresentazioni, da immagini cristallizzate nel tempo e, semmai, corroborato persino da ricerche scientifiche. L’orientalismo aiuta sicuramente a costruire un’immagine dominante del Mezzogiorno italiano al contempo come paradiso turistico e inferno sociale, ma «la soggezione simbolica passa anche e soprattutto attraverso la sua definizione come luogo dell’arretratezza e del sottosviluppo, come forma incompiuta di nord» il Nord europeo a percepirsi nella sua compiutezza di civiltà superiore, dall’altro, e, a definire il Sud stesso come una sua copia imperfetta ovvero come una porzione della civiltà occidentale che non segue il ritmo del suo cuore pulsante, collocato lontano dalle rive mediterranee. Il Sud è un Nord “esterno” e “senza”, senza storia, senza progresso, senza la luce della ragione, senza futuro, insomma senza tutte quelle conquiste del Nord moderno. «L’idea di Sud come di non Nord, di un Sud pensato da altri, non più soggetto di pensiero, ma brutta copia di un’altra latitudine, è un processo facilmente percepibile all’interno del territorio italiano». D’altro canto, nella storia d’Italia il pregiudizio o il razzismo antimeridionali sono stati sempre adoperati per soddisfare istanze economiche ma anche politiche e ideologiche. A questo punto anche la stessa “questione meridionale” è il prodotto della “surdeterminazione” di differenti istanze. Infatti, in alcuni temi della quistione meridionale, proprio Gramsci segnala come «l’ideologia diffusa in forma capillare dai protagonisti della borghesia nelle masse del Settentrione» rappresenti “il Mezzogiorno” dentro il refrain di «palla di piombo che impedisce più rapidi progressi allo sviluppo civile dell’Italia», perché «i meridionali sono biologicamente degli esseri inferiori, dei semibarbari o dei barbari completi, per destino naturale; se il Mezzogiorno è arretrato, la colpa non è del sistema capitalistico o di qualsivoglia altra causa, ma della natura che ha fatto i meridionali poltroni, incapaci, criminali, barbari» (Gramsci, 1930). Esemplare è l’esercizio gramsciano di decostruzione e dell’unificazione italiana e della “questione meridionale”. In quel pregiudizio, o meglio, in quel razzismo antimeridionale, solidificatosi in “senso comune”, Gramsci intravede il riflesso delle istanze economiche e delle istanze ideologiche, in un rispecchiamento “surdeterminato”. In questa sovrapposizione, il pregiudizio in termini di inferiorità biologica, vale a dire di naturalizzazione ed essenzializzazione, non fa che consolidarsi nelle forme del razzismo. Intrecciato alla vicenda storica del nazionalismo, il razzismo è però qualcosa che eccede il nazionalismo.

A tutt’oggi non c’è alcuna difesa d’ufficio verso una causa meridionalistica, quanto piuttosto l’indagine di cosa si nasconda dietro questo archivio di rappresentazioni corroborate da studi pluridecorati quando non prodotti di inchieste o scoop di noti giornalisti.

IL NEGAZIONISMO TALIANO

(Gli unici che l’hanno combattuto sono stati i briganti!). «Perchè saremo noi e nessun altro a tramutare le lacrime degli ultimi nel sangue dei potenti, a salvare il mondo quando nuove bandiere accecheranno gli occhi della storia, quando il cielo, distratto e indifferente, sbadiglierà di noia su di un ‘altra ingiustizia». Questi i versi finali della poesia ‘Briganti – L’Invincibile Armata’ scritta dal poeta Morgan Donatelli

“La mia testimonianza sul traffico di rifiuti tossici è stata secretata da Re Giorgio“. Il pentito Carmine Schiavone in una lunga intervista al giornale Der Spiegel afferma che fu l’attuale Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, ministro dell’Interno dal ’96 al ’98 nel governo Prodi, a secretare le sue deposizioni sul traffico di rifiuti tossici che tiravano in ballo persino Paolo Berlusconi, fratello del Cavaliere, come capo di un’azienda del nord protagonista dei suoi traffici. “Tutte le informazioni in mio possesso”, ha detto al giornalista Walter Mayr, “le ho date ai funzionari dell’anti Mafia italiana negli anni ’90. In quei documenti era anche scritto il nome di un’azienda intermediaria basata a Milano, che ha giocato un ruolo importante nel trasferimento dal nord al sud. Ma quella parte della mia testimonianza è stata “classificata” da Re Giorgio, che era ministro dell’Interno”. E al giornalista che gli chiede chi ci fosse dietro l’azienda di Milano, risponde: “Uno dei soci era Paolo Berlusconi“. Il vice presidente dell’AC Milan e fratello di Silvio Berlusconi, “era davvero parte del commercio mafioso di rifiuti tossici?”, si chiede il cronista. Ma l’articolo ricorda: “Il fratello di Berlusconi ha definito tutto questo una favola”.
Il Der Spiegel individua i nomi di quattro personaggi che sulla questione avrebbero da dire qualcosa: “Alessandro Pansa, che allora era a capo dello Sco (Servizio Centrale operativo) e poi Capo della Polizia; Nicola Cavaliere era con la polizia e fu coinvolto nel caso, sempre secondo il pentito, ora è vice capo dell’Aisi; Giorgio Napolitano, che era primo ministro dell’Interno e incaricato dell’indagini. Poi Presidente della Repubblica del Paese; Gennaro Capoluongo che, secondo Schiavone, era a bordo di un elicottero che faceva un tour delle discariche di rifiuti tossici. Poi a capo dell’Interpol in Italia;”. (tratto da Il Fatto Quotidiano | 16 gennaio 2014)

LA NASCITA DI UN NUOVO MERIDIONALISMO

Con il meridionalismo in stato letargico, il Sud era dato per perso e inutili erano i tentativi di recupero, anzi si sfruttò questa situazione per prendere sul serio la famigerata “Questione settentrionale”, posta dalla Lega, ma condivisa da fasce ben più ampie, perché si traduceva in una rapina di risorse pubbliche a sfavore del Nord, che in un secolo e mezzo, aveva generosamente elargito al Sud! La Questione Meridionale è il divario di infrastrutture, reddito, produttività del Sud, rispetto al resto del Paese (quindi quello che manca è l’equità); la Questione Settentrionale è il presunto diritto del Nord, in quanto più ricco (ma con soldi di tutti), ad avere più diritti. Così ad opera di studiosi e politici del Nord, si cerca la ragione del divario in un “ritardo” dovuto a condizioni già preesistenti all’Unità, benché negli ultimi anni molteplici studi universitari e di divulgazione editoriale e giornalistica, mostrano come il divario fu conseguenza del modo in cui fu unificato il Paese: invasione armata, un genocidio, distruzione dell’economia e dell’industria meridionale, saccheggio del tesoro e delle banche delle Due Sicilie e la decisione, ancora oggi attuata, di negare al Sud infrastrutture e investimenti pubblici dati al Nord per sostenere l’economia (tranne che in due brevi periodi ai primi del Novecento e dopo la seconda guerra mondiale). Questo ha creato una frattura profonda fra “vecchi” e i “nuovi” meridionalisti; che solo una nuova stagione di studi e ricerche serie potrà colmarla, raccontando la verità su cosa furono e fecero i conquistatori taliani, verità occultata da un secolo e mezzo di diffamazione, per evitare risentimenti che potessero indebolire l’idea dell’Italia unita. Si può affermare che le prime indicazioni date dalla borghesia italiana sull’arretratezza del sud sono tutte impregnate di una visione liberista del problema. È dalla seconda metà del secolo scorso, che la borghesia italiana è impegnata nel formulare ipotesi di sviluppo per l’Italia del sud, senza però dare una risposta seria ai drammatici problemi del meridionale. Dopo l’unificazione del regno, il governo, per approfondire le cause del ritardo economico, invia nelle regioni meridionali tutta una serie di economisti, sociologi ed altri studiosi. I risultati delle inchieste, ricollegandosi alle teorie del liberismo economico, imputano le cause del sottosviluppo agli ostacoli che impediscono il perfetto funzionamento dei meccanismi del mercato. I primi governi unitari adottano una politica economica tendente a favorire complessivamente lo sviluppo del capitalismo nelle aree più avanzate. Il progetto unitario è visto esclusivamente come il passaggio obbligato per unificare il mercato italiano e dare così alla borghesia uno spazio economico dove vendere le proprie merci. Per il pensiero liberista il solo intervento consentito allo stato è quello finalizzato ad eliminare gli ostacoli che si frappongono al libero funzionamento del mercato. Per tutta una fase storica, che si protrae fino agli inizi del 20° secolo, quella liberista è l’unica risposta fornita dalla borghesia per giustificare il ritardo economico del meridione. Quindi il moderno meridionalismo oggi, ricostruisce verità, perde minorità, è di massa, chiede equità e rispetto. Una non aggregata politica di “opposizione meridionale”. Con lo sdoganamento della questione meridionale in una questione non legata alle strategie di sviluppo economico di queste terre, bensì soltanto una questione di identità. O, peggio ancora sia solo la questione di come sia distorta la rappresentazione più o meno stereotipata che di questa identità che viene offerta nei media nazionali, nella pubblicistica corrente, nelle serie televisive in stile Gomorra. «Mentre il Nord sta dissanguando il paese, per tenere in piedi le cattedrali di una religione perduta, quella industriale, il Sud, con le pezze al culo sta reinventando il mondo».
Il Meridione è ostaggio di una economia coloniale a livello della struttura produttiva, determinata da intollerabili lasciti parafeudali nella sua struttura ideologico-sociale. L’Italia è un Paese territorialmente disomogeneo a 156 anni dall’Unificazione: una comunità sulla quale preme un articolato e complesso sistema di ‘vecchi totem’ e ‘nuovi tabù e muri sociali’ che continua a governare il Mezzogiorno, e il suo sottosviluppo economico-civile, fa organicamente ricorso al potere mafioso quale strumento di sorveglianza e controllo, sia sul piano dell’ordine pubblico sia su quello più propriamente politico-civile, mediante la formazione di una borghesia mafiosa egemone negli ordini professionali e nella partecipazione diretta al momento di selezione della classe dirigente nelle istituzioni pubbliche.
Il modello di democrazia imposto alle regioni meridionali è quello tipico delle società sudamericane: la corruzione come norma nella gestione della cosa pubblica, e un blocco storico a difesa degli interessi dominanti, composto da un’alleanza organica tra imprenditoria criminale e burocrazia parassitaria, con il compito di legittimare una società dell’inginocchiatoio e del ricatto sociale. Il neomeridionalismo si propone di spezzare questa organizzazione del potere, favorendo dalle periferie delle città del Mezzogiorno, comunità di resistenza legate tra loro da vincoli di mutuo soccorso, una rinnovata egemonia culturale che oppone alla subalternità dei ceti popolari del Sud, la loro mobilitazione continua; alla prassi dell’economia illegale, che ha trasformato il Meridione in una discarica a cielo aperto, un progetto di sviluppo ecosostenibile, a partire dalla riqualificazione produttiva dei beni confiscati alle mafie.
Bisognerà liquidare la mafia con una seria politica antimafia non connessa al potere romano, ed attuare una rivoluzione culturale della Liberazione in grado di portare la società coloniale alla democrazia popolare. Bisognerà ricercare percorsi di modernizzazione inediti, in alternativa a quelli imposti dall’Europa e dall’Occidente, lungo i quali l’arretratezza del Sud si ritrova all’improvviso a e non essere più un handicap, ma anzi un vantaggio e, quasi, un motivo di fierezza. C’è un nuovo modo di concepire lo sviluppo dei nostri territori attraverso la green economy. Questa è già una rivoluzione. Quando cambia la forma, cambia anche la sostanza. C’è la consapevolezza dell’importanza del Sud, della propria terra. Altro che vittimismo. Qui oggi si lavora con orgoglio e dignità».

 Rivolta
papocchio-dialettale2
referendumla-maionese-italiana

Quei terroni barbari da ‘abbruciare vivi’!

«Tolta la dolcezza del clima e le bellezze naturali, questi paesi sono orrendi in tutto e per tutto: gli abitanti sono gli esseri più sudici che io abbia mai visto; fiacchi, stupidi e per di più con un dialetto che muove a nausea tanto è sdolcinato…». Così Carlo Nievo, fratello del più celebre Ippolito, scrive al padre nell’ inverno del 1860.                Lo stesso Nievo che, da Sessa Aurunca, si augurava: «Dal Tronto a qui ove sono, io farei abbruciare vivi tutti gli abitanti; che razza di briganti!». Soltanto un paio di anni dopo, alcuni brillanti alti ufficiali piemontesi si incaricheranno di tradurre in opera il suo auspicio. Spiccheranno, fra costoro, il generale Pinelli, specialista in esecuzioni di massa di briganti o sedicenti tali; Pietro Fumel, particolarmente appassionato di finte fucilazioni; Gustavo Mazé de la Roche, uso a trucidare i prigionieri e a considerare «uno smacco» le (rare) scarcerazioni di evidenti vittime di arresti arbitrari. A rileggere le “imprese”, se così si può dire, dei militari dell’ esercito neounitario si viene colti da una crisi di rigetto per lo stereotipo degli “italiani brava gente”. A Pontelandolfo e a Casalduni, come notava acutamente lo storico Roberto Martucci nel suo fondamentale L’ invenzione dell’ Italia unita, si stava dalle parti del genocidio degli indiani d’ America, fra un film di Sergio Leone e un’ elegia di Tex Willer/Aquila della Notte. Il fatto è che Fumel e compagnia agiscono, militarmente, su un terreno che, nei primissimi mesi dall’ Unità, è stato arato, sul piano, per così dire, culturale, dall’ intellighenzia nordista. I Nievo (anche Ippolito, nel suo diario al seguito dei Mille, è tutt’ altro che tenero coi «terroni»), i Farini, i Visconti-Venosta reputano da subito il Sud, e le sue genti, un’ Africa popolata da barbari irredimibili. Gente da colonizzare. L’ argomento legato al malgoverno borbonico, viene presto abbandonato a favore di una lettura in chiave di inferiorità etnica. È, in presa diretta, la nascita della teoria delle due Italie: l’ operosa, europea celtica gente che s’ attesta sin sul Tronto contrapposta ai barbari del meridione. Sarà il sociologo lombrosiano Alfredo Niceforo a conferire dignità scientifica a questa teoria. Così come si può collocarea quel tempo la prima delle ricorrenti “guerre” fra potere politicoe magistratura: con i proconsoli di Rattazzi a invocare pene esemplari e i giudici a spaccare il capello in quattro nell’ assurda – agli occhi di Torino – pretesa di dividere gli innocenti dai colpevoli. È in questo clima che Ottaviano Vimercati, il quale da esule aveva combattuto in Algeria, scrive a un amico: «Gli Arabi, che combattevo quindici anni fa, erano un modello di civiltà e di progresso in confronto a queste popolazioni <…& non potresti farti un’ idea delle barbarie e del vero abbrutimento dei paesani di qui». Per poi concludere, pragmaticamente, che l’ annessione del Sud sarebbe bene considerarla un’ eredità da accettare col beneficio dell’ inventario, e cioè tenendosi la terra e buttando a mare i terroni. Nasce da qui, da questo fertile humus immediatamente disgregante, il surplus di sadismo che sembra, a volte, trasparire dai dispacci in zona d’ operazioni? E preservare l’ Unità era, prima che un dovere, una necessità. Ma a che prezzo? Poche, ma coraggiose, furono le voci di protesta, che non riuscìrono ad arginare massacri e atrocità che, in nome di una terribile Realpolitik, acuirono il solco già esistente fra le due Italie. Ne portiamo ancora il segno, non foss’ altro perché nessuno ha ancora chiesto perdono per quei morti innocenti.1,2,3,,

TESTE MUMMIFICATE e CRANI di “BRIGANTI” nel Museo Lombrosiano di Torino

NEGAZIONISMO

Qualsiasi stato tende a conservare le forme e gli uomini che esercitano il Potere e a resistere ai mutamenti della storia, controllando la memoria storica della società conservata negli archivi – soprattutto i più rilevanti: quelli delle classi dirigenti e quelli in cui il conflitto di classe interno e internazionale viene testimoniato. Inoltre, influenzando i cittadini attraverso una politica culturale che li standardizza allo status quo esistente, e che viene esercitata soprattutto nelle aule scolastiche e attraverso i mass media: manuali scolastici nella formazione culturale di massa e televisione. La storia degli archivi è legata alla storia del Paese e, pertanto, la chiusura di taluni fondi archivistici è strettamente connessa al mancato ricambio della classe politica in Italia e alla non partecipazione reale delle masse alla gestione pubblica: una democrazia bloccata, cioè una falsa democrazia. E’ importante tutelare la memoria collettiva, ma strenue sono le resistenze, per una volontà di rimozione, che impedisce “… al materiale dimenticato di divenire cosciente, avendo a suo tempo provocato questo oblio così da espellere dalla coscienza le corrispondenti esperienze patogene”, allo stesso modo nei comportamenti della collettività sono dannose per la coscienza storica.
“Quando l’oblio è politico … La memoria collettiva ha costituito
un’importante posta in gioco nella lotta per il potere condotta dalle forze sociali” (Jacques Le Goff).
Già Gramsci, nei Quaderni dal carcere, rifletteva che le interpretazioni del Risorgimento delle classi dirigenti, erano legate a una serie di fatti. Tra questi era essenziale “non spiegare razionalmente il brigantaggio”.
Sui fondi documentari sul brigantaggio post-unitario (“fino al ’70 – anche dopo – col nome di brigantaggio – scriveva Gramsci nel carcere di Turi – si intendeva quasi sempre il movimento caotico, tumultuario e punteggiato di ferocia, dei contadini per impadronirsi della terra”).
Scrisse Luigi Settembrini: “L’ultima delusione, poi, ci è data dall’Ufficio storico del Corpo di Stato maggiore; il quale pure aveva destato nel pubblico italiano la speranza della storia. Invece è riuscito un maggiore inganno, perché le sue narrazioni, assumendo per documenti quanto nel tempo si è scritto di adulterato o di addirittura inventato, dimostrano che anche esso ha il fine di consolidare come storia il doppio uragano di glorificazioni al Nord e denigrazioni al Sud, doppio uragano che col pretesto politico non è che sfruttamento economico”. Settembrini per le sue attività antiborboniche e liberali del ’48 venne condannato a morte con la restaurazione borbonica, la pena venne poi commutata in ergastolo. Dopo l’occupazione militare del Regno delle Due Sicilie, insegnò all’Università di Napoli diventandone in seguito rettore. Durante la sua attività nell’ateneo napoletano, rammaricato per il disfacimento degli istituti e dei costumi napoletani a seguito dell’Unità d’Italia, agli studenti che si lamentarono di alcuni regolamenti e dell’iniquità nella distribuzione dei fondi scolastici, egli rispose: «Colpa di Ferdinando II!». Gli studenti stupiti gli chiesero le motivazioni ed egli replicò: «Se avesse fatto impiccare me e gli altri come me, non si sarebbe venuto a questo!».
Nonostante sia stato negato ufficialmente, i documenti esistono e sono custoditi nell’Ufficio Storico dell’Esercito, ben 140 dossier ciascuno dei quali racchiude dalle 800 alle 1000 pagine numerate, con i dati rilevanti sulla repressione militare del brigantaggio; con rapporti spesso in codice tra governo centrale di Torino e luogotenenza di Napoli; con informazioni sulle zone militari, sui reggimenti, sugli scontri, sulle attività di spionaggio; con le statistiche dei militari uccisi; con numerosi rapporti sulle bande e sui singoli contadini-briganti. Nonostante siano passati più di 150 anni non si è ancora sciolto il segreto di stato e tutti i documenti non sono stati trasferiti all’archivio centrale dello Stato.
“Impadronirsi della memoria e dell’oblio è una delle massime preoccupazioni delle classi, dei gruppi, degli individui che hanno dominato e dominato le società storiche”
(Jacques Le Goff)

negazionismo254scfen

Giornata della memoria per le vittime meridionali dell’Unità d’Italia.

Il Risorgimento, non è stato solo un’epopea eroica e popolare raccontataci nei libri di storia; né la resistenza di tante genti meridionali può essere svilita come “brigantaggio”. La revisione storiografica che và avanti da molti anni, sebbene sempre un po’ in sordina, ha dimostrato ampiamente con prove documentali e con l’accurata ricostruzione storiografica, che l’unificazione italiana produsse un’azione troppo violenta ai danni dei meridionali, intrecciando guerra d’occupazione ad una guerra civile. Questo blog, con la divulgazione storica e il relativo recupero della memoria, riconoscere il tributo di sangue e di dignità pagato dal Sud Italia, ammettere le eccesive violenze come veri e propri crimini umanitari compiuti da una parte di italiani contro un’altra parte, in una guerra che fu di conquista e non di liberazione, può costruire un’identità nazionale realmente condivisa. E necessario che si garantisca al Sud Italia la dignità e la consapevolezza che merita. Operazione complessa e delicata, perchè i gruppi di potere temono il risveglio del popolo meridionale. Si sa che la storia la scrivono i vincitori infatti sull’Unità d’Italia i libri raccontano una menzogna. Ma è anche un processo che merita di essere ricercato ed implementato, perché non vi può essere unità di popolo e di nazione laddove vi è una memoria contesa, frammentata, usurpata. Interrogare la storia con la dovuta intelligenza potrebbe costituire un avanzamento dell’ormai vetusta “Questione Meridionale” che esiste ancora oggi. L’obiettivo è indicare il 13 febbraio come giornata ufficiale in cui si possano commemorare i meridionali che perirono in occasione dell’Unità d’Italia, nonché i relativi paesi rasi al suolo. Si ufficializza da una proposta del M5S avanzata in molte sedi istituzionali, ma è fondamentale che essa non si contamini con interessi politici che ne minerebbero l’importanza per un dialogo serio in tutte le sedi. Ci sono pagine colpevolmente cancellate dalla storiografia ufficiale, che conservano spunti significativi e utili per capire e quindi cambiare le dinamiche e le scelte di un Paese come l’Italia, mai veramente unito che dal 1860 a oggi, dà ai nostri giovani meno della metà dei diritti, dei servizi, delle speranze e delle occasioni concesse ai giovani del resto dell’Italia e dell’Europa. L’oggi è figlio di ieri e le disparità sono la conseguenza di scelte che hanno disegnato un Paese duale, dove il reddito pro-capite al Sud inferiore di oltre il 40% a quello del Nord, poche le infrastrutture, un deserto di treni, autostrade, servizi sanitari e fra un po’ anche di università, mentre gli investimenti sono concentrati nella parte del Paese che già gode, grazie alla spesa pubblica, delle migliori condizioni. Il 13 febbraio per ricordare la fine dell’assedio di Gaeta e del Regno delle Due Sicilie (13 febbraio 1861) per ricordare le tante dimenticate vittime del’unificazione italiana. “Massacrati, deportati come soldati e come civili, arrestati, licenziati e poi emigranti… Si tratta di centinaia di migliaia di persone (e poi milioni quando diventiamo emigranti) in gran parte giovani e in meno di dieci anni. Che cosa resta? Resta un popolo dimezzato nelle cifre e nelle aspirazioni, nei progetti e nelle speranze. Conoscete un altro popolo nel mondo che (senza che nessuno lo abbia mai riconosciuto) per tanto tempo e per tante persone abbia subito un trattamento simile? Questo ci spiega perché è così complicato ritrovare la strada di un riscatto. Questo ci spiega perché è così necessario continuare il nostro lavoro di ricostruzione di verità storica, identità e orgoglio. Questo ci spiega perché i risultati finora raggiunti in questo lavoro e i segnali di vita, di rabbia e di speranza che i popoli dell’ex Regno delle Due Sicilie continuano a dare sono quasi miracolosi, piaccia o no a qualcuno. Ed è quasi un miracolo che ancora esista questo popolo e che magari, a poco a poco, stia riacquistando la sua memoria e anche le sue aspirazioni e le sue speranze” (Gennaro De Crescenzo, “Noi, i neoborbonici”, 2016).
Un destino che aveva in serbo per quei popoli ben dieci anni di violenze, stupri, saccheggi, fucilazioni e miseria e, per i decenni a venire, migrazioni di massa che sono continuate per tutti questi anni. Che hanno visto lasciare la loro terra milioni di contadini e braccianti prima e centinaia di migliaia di diplomati e laureati oggi.
In quella data veniva proclamato a Torino Vittorio Emanuele II re d’Italia. Una proclamazione illegittima fatta quando ancora le piazze di Messina e Civitella del Tronto ancora combattevano onorevolmente a difesa della loro terra. Falsamente avallata da plebisciti farsa ai quali parteciparono meno del 2 % della popolazione ed ai quali votarono illegalmente anche garibaldini e soldati mercenari ungheresi che presero parte all’arrembaggio, all’annessione violenta ed agli eccidi che seguirono. Una proclamazione falsa come dimostrato dal numero progressivo del registro dei verbali del parlamento sabaudo che indicava l’8˚ seduta, quella da italiani, dopo la 7˚ da piemontesi, e dal nome adottato dal nuovo re, Vittorio Emanuele II re d’Italia e non, come da prassi consolidata, Vittorio Emanuele I, sovrano di un nuovo stato. La Verità, per tali circostanze, cominciava già a far valere le sue ragioni dimostrando con quei “dettagli” che non si trattò della nascita di un nuovo stato, ma solamente e squallidamente dell’allargamento del regno di Sardegna. Non un solo aspetto di tutto quanto riguardò quegli eventi, dall’aggressione dell’11 maggio 1860 alla dichiarazione del 17 marzo 1861, ma anche gli innumerevoli altri accadimenti successivi possono vantare il benché minimo criterio di legalità e legittimità. Assistiamo al continuo e costante degrado dei nostri valori e della nostra cultura e della nostra già asfittica economia; degrado quest’ultimo che oltre ad alimentare l’incessante fenomeno migratorio soprattutto dei nostri giovani alimenta il malaffare, la corruzione e le mafie. Ma inganni e truffe non possono proseguire in eterno; prima o poi giunge il momento di riconoscerle! Non è più procrastinabile la rivendicazione delle legittime aspirazioni umane, storiche, culturali, economiche e sociali che per troppi anni, sono state negate al nostro popolo.
La resistenza delle popolazioni all’annessione fu massiccia, ma la repressione lo fu ancora di più e non guardò né a sesso né ad età: la legge Pica decretò lo stato d’assedio, di fronte al quale inorridirono Gramsci, Ferrari ed altri parlamentari.
Pagine di storia oggi note, atti parlamentari che restituiscono la verità per troppo tempo occultata.
Si assiste sgomenti ad un divario Nord-Sud che non è mai stato colmato e che, diventa sempre più ampio, condannando il Sud all’arretramento ed alla marginalità.
Interrogarsi, sulle cause di ciò, può essere di stimolo nel trovare soluzioni che consentano di superare il divario, che spesso nasce o si accompagna al pregiudizio, per realizzare quell’unità nazionale proclamata, ma che di fatto resta un “mito” per alcuni ed una “condanna” per altri. Bisogna mettere in discussione le “favole risorgimentali” facendo giustizia di un passato troppo in fretta cancellato. Quindi comprendere la storia per rimediare agli errori e rimuovere gli ostacoli che, di fatto, impediscono il superamento dello squilibrio attuale.Chiedersi perché, a partire dal 1860 si è innescato un processo di progressivo depauperamento della nostre risorse. Se l’unificazione italiana doveva portare benefici al Mezzogiorno, come mai le condizioni di vita delle popolazioni stentano ancora a raggiungere o, almeno, ad avvicinarsi agli standard di quella parte della popolazione che vive al Nord? Cosa è stato fatto, in questi 156 anni, per far crescere l’economia meridionale? Quanti hanno combattuto per difendere il suolo che oggi calpestiamo, non erano stranieri erano i nostri avi. Difesero le loro case, le loro famiglie, il futuro dei loro figli e nipoti, che non erano e non sono entità lontane: siamo noi stessi.
Alcuni emigrarono e riuscirono a sostenere le famiglie rimaste qui, con il duro lavoro in terre lontane. Altri combatterono e morirono per liberarci dai “liberatori”. Altri furono semplicemente uccisi in applicazione di una legge (Pica) che decretò lo stato d’assedio in tutto il Mezzogiorno, colpendo indiscriminatamente (paesi interi furono rasi al suolo e incendiati, invocando il cd. diritto di rappresaglia) .
Gli uni e gli altri meritano di essere ricordati.
Se volete dare un piccolo contributo a questa causa vi invito a firmare la petizione su: www.change.org/p/il-giorno-della-memoria-per-le-vittime-del….
Certo no si cambieranno le cose ma dimostriamo di esserci!

1848 Nasce “Sputtanapoli”

Agli esuli liberali napoletani e siciliani, emigrati e ambientatisi a Torino dopo il fallimento del Quarantotto costituzionale di Napoli e Palermo, spetta una rilevante parte di responsabilità nell’aver fatto circolare l’idea di uno Stato meridionale corrotto, abitato da individui imbelli e oziosi, che richiedesse una profilassi militare per modernizzarsi. Giuseppe La Farina, dopo aver contribuito in modo significativo alla riuscita dell’impresa dei Mille, si limitò ad escludere categoricamènte un suo ritorno a Messina, dove pure aveva affetti consolidati pianti nel lungo esilio; Giuseppe Massari fece anche di peggio, giudicando una grande capitale come Napoli «funesta all’Italia» e marchiando con un giudizio severissimo la patria d’origine, come ebbe a scrivere mentre l’iniziativa garibaldina era in pieno svolgimento: “Oh! quella Napoli come è funesta all’Italia! Paese corrotto, vile, sprovvisto di quella virtù ferma che contrassegna il Piemonte, di quel senno invitto che distingue l’Italia centrale e Toscana in ispecie. Creda a me; Napoli è peggio di Milano!”.
Anche le responsabilità di Cavour sono state grandi; carico dei pregiudizi della sua epoca, Cavour ha guardato con occhio coloniale alla plurisecolare realtà del Due Sicilie. Il fastidio, l’irritazione, l’incomprensione nei confronti degli abitanti di uno Stato dall’esistenza quasi millenaria che ci si accingeva a liquidare con l’assenso franco-britannico. (dal Carteggio dedicato alla Liberazione del Mezzogiorno analizzati dallo storico americano Nelson Moe nel saggio: Altro che Italia! Il Sud dei piemontesi). Quell’idea forte d’Italia unita, frutto di invenzioni e nostalgie, di storia comune e separatezze e di tradizioni, paradossalmente si appanna, sfuma, si stempera, a volte scompare, proprio quando l’unità politico-amministrativa viene realizzata. Mentre l’unificazione era in corso, ben presto piemontesi e meridionali, patrioti e briganti, si accorsero di come tra mito e realtà lo scarto fosse abbastanza forte e di come quello che era stato percepito come somigliante fosse diverso, altro, e quelle distanze che si immaginavano superabili sarebbero diventate piú forti, quasi irraggiungibili. Risorgimento e unità d’Italia, ubbidiscono a tante necessità, a tante urgenze, alle preoccupazioni contingenti delle élite e dei governi. Proprio una storia di lunga durata che incontra una memoria frammentata, non condivisa, spesso contrapposta ha reso sempre difficoltoso il sentirsi italiano o, per meglio dire, ha reso mutevole, labile, profondo, controverso il senso dell’appartenenza. Ognuno di noi ha le sue controverse ragioni per dirsi e sentirsi italiano, anti-italiano, legato a una piccola patria, a un territorio piú grande, ad una patria. Per Pierre-Joseph Proudhon (filosofo, sociologo, economista e anarchico francese) “i veri italioti” costituiscono una “minoranza”: in Italia non vi è “un nucleo di popolazioni autoctone” tale da determinare una “nazionalità”. Vi sono invece – tiene a precisare – “popolazioni di ogni provenienza, di ogni carattere, in fondo non esiste una razza italiana, è un’invenzione”. Ed ancora: “l’Italia è anti-unitaria”: non vi è alcun “primo nucleo di ciò che altrove si chiama volgarmente nazionalità”. Inoltre Proudhon ritiene infondata l’aspirazione dell’Italia ad avere Roma quale capitale: per le sue tradizioni e le sue idee, come la sua geografia e le sue razze, l’Italia è in perenne antitesi con l’unità. Le città sono federaliste. Il “calcolo” di unirle forzatamente appare quindi una costruzione arbitraria. Concludeva che l’Italia è divenuta unitaria per l’ambizione di pochi. La storia ufficiale, quella presente sui libri di testo, e insegnate nelle scuole, racconta, di un’Italia nata dall’unione del Regno di Sardegna, Granducato di Toscana, Ducati di Parma e Modena, Regno Lombardo-Veneto e Regno delle Due Sicilie attraverso un processo di unificazione del paese ad opera del genio politico di Cavour e delle prodezze militari di Garibaldi. La discesa nel meridione di Garibaldi consentì di annettere il Mezzogiorno al Piemonte e di fondare il Regno d’Italia, e fu accolta con grande entusiasmo dalla popolazione meridionale, entrando negli annali come un’impresa, che fece ascendere Garibaldi nell’olimpo del Risorgimento italiano. Il popolo del Regno delle Due Sicilie, era oppresso dalla tirannia dei Borbone, e Ferdinando II, (re dall’8 novembre 1830 al 22 maggio 1859) viene descritto come un uomo violento, soprannominato Re Bomba in seguito al bombardamento di Messina (settembre 1848), da lui ordinato per reprimere i moti rivoluzionari che imperversavano nell’isola. Il suo regno, sul cui trono gli successe Francesco II (dal 22 maggio 1859 al 13 febbraio 1861), ricordato anch’egli con un soprannome poco onorevole, (Franceschiello), era caratterizzato da un clima di immobilismo politico, arretratezza economica e amministrativa. Il popolo, fremeva di essere liberato dal dominio dei Borbone per ottenere le terre possedute fino a quel momento dai latifondisti. Altro segno della debolezza nella gestione dello Stato da parte della dinastia allora regnante, fu l’incapacità di organizzare una difesa militare all’attacco del Regno di Sardegna, che vinse con facilità la battaglia di Catalafimi del 15 Maggio 1860. La mancata omogeneità economica e culturale del paese, la questione meridionale e il fenomeno del brigantaggio sono visti come mere conseguenze delle spropositate aspettative della popolazione meridionale nei confronti di Garibaldi e del neonato Regno d’Italia, che di fatto ignoravano la situazione disastrosa in cui versava il Sud Italia. Mentre l’antistoria del Risorgimento può essere, sintetizzata nei tre seguenti punti, contrapposti alla versione appena narrata: 1) il processo di unificazione è una vera e propria guerra di conquista nei confronti di uno stato sovrano ricco, da parte di un Piemonte (allora Regno di Sardegna) fortemente indebitato e non come un interesse umanitario nella liberazione del Sud dai Borbone; 2) il Regno delle Due Sicilie era normalmente avanzato in vari settori e non arretrato, come riportato dalla vulgata dai testi scolastici; 3) il brigantaggio è il legittimo movimento di resistenza all’invasione piemontese intrapresa senza dichiarazione di guerra, e quindi illegittima, in opposizione a una visione meramente delinquenziale del fenomeno. Il processo di unificazione ha avuto dei protagonisti stranieri come la Gran Bretagna e la Francia che hanno reso meno “nazionale” il concetto di unità. L’interesse da parte di queste due grandi potenze europee era di tipo politico-economico e, un vero e proprio complotto internazionale ai danni del Regno delle Due Sicilie. Queste potenze straniere non erano animate da un interesse di tipo “umanitario” volto a raccogliere la richiesta di liberazione da parte del Sud. Come spiega Carlo Alianello nella sua opera “La conquista del Sud”, partendo da questo fraintendimento, si diffuse l’immagine arretrata del Mezzogiorno che conosciamo oggi. Un significativo esempio di questo, secondo Alianello, è la relazione che Lord Gladstone inviò a Lord Aberdeen in cui descriveva il Regno dei Borbone come la “negazione di Dio” riferendosi alle torture praticate da questi tiranni e alle immorali e scandalose carceri borboniche. Ma Lord Gladstone non entrò mai in un carcere, nel regno borbonico. Dopo le accuse ricevute da Lord Gladstone, i Borbone invitarono chiunque a visitare le proprie carceri per smentire quanto dichiarato ma senza esito. Per contro, grazie alle ambasciate britanniche, il contenuto della missiva si diffuse in tutta Europa contribuendo alla creazione dello stereotipo meridionale che conosciamo oggi. Alianello cerca di ristabilire la verità storica riguardo alle cause dell’unificazione; ma non sminuì mai il valore dell’unità nazionale, pur mettendo in discussione il processo che permise di arrivare a tale unità, visto come un processo di conquista e come l’invasione di un paese straniero. Nicola Zitara, invece, critica non solo il processo di unificazione ma l’Unità in sé auspicando un ritorno al Regno delle Due Sicilie eliminando il cosiddetto tutore – il Nord – nei rapporti commerciali con l’Europa. Per Gigi Di Fiore, il processo di unificazione,ed in particolar modo la repressione del brigantaggio, fu una «Guerra civile che fece tanti morti pari a quelli delle tre guerre d’indipendenza messe insieme». Lo stesso Garibaldi rimase deluso. Denominare in questo modo il processo di unificazione significa considerare alcuni eventi come crimini di guerra: eccidi, stragi, stupri, crudeltà compiute dall’esercito invasore. Sta di fatto, che ancora oggi l’Italia è un paese profondamente diviso.

ALLA RICERCA di una REALE INDIPENDENZA: Il Reale Istituto d’Incoraggiamento di Napoli

Nel 1806, anno dell’abolizione del regime feudale a sostegno di un radicale rinnovamento economico e civile avviato da Giuseppe Bonaparte, veniva fondata a Napoli la “Reale Società di Incoraggiamento alle Scienze Naturali”. Essa aveva lo scopo di promuovere non solo la ricerca scientifica pura (Fisica, Chimica, Biologia, Botanica, Zoologia, Medicina, Vulcanologia, ecc.), ma anche la ricerca applicata, per favorire il decollo di un’economia moderna nel Mezzogiorno d’Italia. Membri di tale Società furono i migliori intellettuali e scienziati del tempo: Cuoco, Delfico, Cotugno, Del Giudice, Tenore, ecc.
La “Reale Società di Incoraggiamento” coordinava e promuoveva iniziative e ricerche in tutto il Regno e si impegnava ad allestire laboratori e musei scientifici, dove trovarono collocazione le più moderne macchine, per una pronta divulgazione della tecnologia contemporanea.
Nell’ambito di tale progetto, per formare dei tecnici preparati, la sua attività, con diverse denominazioni, si prolungò fino ai primi decenni del Novecento, e si esaurì negli anni trenta, probabilmente nel 1937, in quella che nel corso dell’Ottocento ne era divenuta la sede definitiva, Palazzo Spinelli in piazzetta Tarsia.
Una sua eredità può essere considerata l’Università Parthenope, sorta a seguito di trasformazione del Regio Istituto Superiore Navale (poi Istituto Universitario Navale), la cui nascita fu promossa dall’Istituto d’Incoraggiamento. Il nome fu inizialmente Regal Società d’Incoraggiamento alle Scienze Naturali ma, nello stesso periodo, fu conosciuta anche come Società d’Incoraggiamento per le Scienze e le Arti Utili.
L’istituzione nasceva con due propositi piuttosto dissimili tra loro: raccogliere l’eredità di una settecentesca e defunta istituzione accademica, la Reale Accademia delle Scienze e Belle-Lettere di Napoli, che aveva esaurito la sua breve stagione negli anni dal 1780 al 1788; inoltre la fondazione proponeva, per mano dello stato, di promuovere e indirizzare gli studi teorici verso innovazioni ritenute utili alla società.
Oltre che di «braccia esecutrici operanti con buoni e fini criteri» per l’avanzamento delle industrie «fa mestieri d’intelligenze dirigenti», perciò bisognava «educare ingegneri meccanici e capi di speciali manifatture», al quale fine la scuola per gli operai era «poca cosa».
Facendo riferimento alla famosa École Polytecnique, istituita in Francia dalla Convenzione Nazionale (in cui insegnavano illustri professori, a cui si accedeva con «rigorosi esami», in cui vigeva una «militar disciplina» e si davano «pubblici esami») e al Politecnico di Vienna istituito nel 1816. Francesco Del Giudice ingegnere uscito dalla Scuola di Ponti e Strade, fu una figura di primo piano nella Napoli borbonica: comandante del Corpo dei Vigili del Fuoco, socio e segretario dell’Istituto di Incoraggiamento alle Scienze, ebbe l’incarico dal re Ferdinando II di adattare il mercato di commestibili alla strada di Tarsia per la solenne Esposizione delle Manifatture del Regno del 1853. L’edificio fu poi assegnato nel 1856 all’Istituto di Incoraggiamento presso il quale nel medesimo anno fu decretata anche l’istituzione di una scuola di arti e mestieri. Fu merito di Francesco Del Giudice, subito dopo l’Unità d’Italia, l’apertura, presso l’Istituto di Incoraggiamento alle Scienze, dell’Istituto Tecnico di Napoli (R. D. 30 Ottobre 1862), di cui tenne la presidenza fino al 1880 e che dal 1884 fu intitolato a G. B. Della Porta. Egli si premurò anche di salvare dalla dispersione gli strumenti del Collegio dei Pilotini (istituito nel 1770 da Ferdinando IV) e di fare istituire nel 1868 l’Istituto Nautico, annesso all’Istituto Tecnico. Del Giudice si richiamava alle esperienze napoletane delle Scuole di ponti e strade, della Scuola militare e di altre speciali dalle quali uscivano ottimi ingegneri minerari, di strade ferrate, ecc. Ma lamentava l’assoluta mancanza di capi delle officine «primi motori delle grandi industrie» e di ingegneri meccanici. E citava l’esempio «del più vasto opificio meccanico ed il più antico che abbiamo in questa città, quello de’ Granili al Ponte della Maddalena, diretto dal sig. F. Henry». In esso per la «mancanza di braccia dirigenti e l’ignoranza de’ suoi operai, si dovevano far venire gli aiutanti dalla Francia e dal Belgio».
Anche gli altri «opifici meccanici li vediamo diretti da esteri, e quasi tutte le nostre fabbriche e le nostre industrie hanno capi forestieri che le governano». Da questa constatazione derivava, secondo Del Giudice, «il bisogno presso di noi di una scuola industriale superiore» per istruire «ingegneri meccanici e tecnici» e che, perciò, nulla avesse in comune quanto all’insegnamento con la Scuola di arti e mestieri il cui compito era quello di istruire gli operai. Anzi doveva essere soppressa, come deliberato dal Corpo scientifico dell’Istituto «l’attuale scuola degli artieri», funzionante presso di esso, per farla confluire «ingrandita e migliorata» nell’insegnamento superiore industriale. Una tale scuola industriale superiore doveva essere posta «alla immediata dipendenza» dell’Istituto di Incoraggiamento, di cui avrebbe dovuto far parte. Requisito per l’ammissione alla scuola doveva essere il possesso di cognizioni teoriche (matematiche pure, geometria, meccanica razionale, fisica, chimica, disegno), propedeutiche agli insegnamenti di geometria, meccanica, fisica e chimica industriale, cognizioni di geometria descrittiva del disegno delle macchine, cinematica, usi del calorico e dell’elettricità nelle industrie, metallurgia, ecc. La scuola avrebbe dovuto
essere fornita di modelli e disegni di macchine, di una copiosa raccolta delle opere più notabili in fatto di ogni maniera di scienze applicate, non escludendo le opere periodiche e speciali che pubblicansi ne’ paesi civili d’Europa, che d’ordinario sono le prime a dare il segnale de’ nuovi trovati, delle invenzioni e delle scoperte. L’Istituto di Incoraggiamento poteva mettere a disposizione le sue raccolte, la biblioteca, l’edificio. Su quest’ultimo, anticamente mercato di commestibili a Tarsia, in cui già si era tenuta nel 1853 la solenne mostra quinquennale, Del Giudice ci fornisce alcune preziose informazioni sulle trasformazioni in atto: Per la scuola superiore evvi il nostro edificio accademico, altra volta murato per mercato di commestibili, poi adoperato per sale temporanee di pubblica mostra di arti e manifatture, e poscia
assegnato per uso del Reale Istituto. Ai lavori già fatti oggi alacremente si attende per compiere nel centro dell’edificio una sala di oltre 12.000 palmi quadrati, in cinque compartimenti di trafori a colonne, che farà rivivere le belle forme e decorazioni di una delle più gaie e nobili architetture de’ secoli classici: d’ambo i lati due spaziosi e quadrangolari atrii, fiancheggiati da ambulacri a modo di portici, sorretti da colonne, si vanno coprendo con nuovi congegni che li lasceran traslucidi, attuandosi anche in ciò il nostro disegno generale per tutto l’edificio. E già le sale che potrebbero assegnarsi alle cattedre ed alle raccolte sono a buon termine e prestamente agli ordini superiori [piano superiore] potrà darsi mano alla sala delle adunanze accademiche ed a quella per l’archivio, per la biblioteca e per gli uffici.
Per completare il «vero ammaestramento industriale» occorreva secondo Del Giudice «la polvere delle officine e delle manifatture» e, mostrando ancora la sua costante propensione all’esperienza diretta, riteneva che «dopo il corso degli studi nelle scuole» [aule], gli alunni più bravi, scelti per concorso, avrebbero dovuto visitare, a spese pubbliche, «i più cospicui stabilimenti speciali in patria e fuori». Nel futuro dell’istituto Del Giudice sognava «anche noi potremo avere una grande scuola politecnica». In essa si sarebbero raggruppate le altre scuole superiori: militare, di ponti e strade, degli ingegneri tecnici e l’Istituto di Incoraggiamento. Una visione complessa, dunque, di largo respiro, fondata sullo sviluppo culturale, economico e civile delle province napoletane, che si sarebbe scontrata, purtroppo, con la povertà delle risorse e l’angustia politica del nuovo Stato unitario. Dopo aver richiamato sinteticamente le sue proposte (scuole rurali in tutti i comuni, lezioni di agricoltura nei capoluoghi dei circondari e delle province, fondazione di istituti agrari nelle principali regioni, scuole superiori di agricoltura e veterinaria «in questa principal città», ingrandimento delle Società economiche, scuola primaria «in questa città per i giovani artieri, scuola superiore per gl’ingegneri meccanici e tecnici e per i capi di opifici e di manifatture [Istituto Tecnico], scuola speciale per coloro che volessero dedicarsi al commercio», Del Giudice concludeva il
suo disegno di un sistema scolastico professionale e industriale invitando ad una «sollecita adesione de’ migliori partiti perché il Reale Istituto di Incoraggiamento alle scienze naturali [tale era allora la denominazione completa dell’Istituto], oltre a’ suoi studi per lo avanzamento di tutte le discipline proprie delle scienze nelle loro applicazioni» avesse i mezzi per «assumere il difficile ed importantissimo incarico di Consiglio Superiore per l’ammaestramento agrario, industriale e commerciale» nelle province meridionali. Nel difficile periodo della crisi postunitaria (1860-1864), durante la quale l’Istituto di Incoraggiamento rischiò di sparire e, nello stesso tempo, la fondazione dell’Istituto Tecnico avvenne in un contesto di gravi condizionamenti. Con «l’unificazione la sorte non fu propizia a questo glorioso Corpo accademico, sconosciuto ai più, inviso a taluni, forse per l’impronta borbonica».
L’Istituto fu posto prima alle dipendenze del Ministero della Pubblica Istruzione (decreto del 26 ottobre 1860), poi del Ministero dell’Interno, infine, come Società economica, del Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio. Il Consiglio Provinciale di Napoli assegnò all’Istituto, quale Società economica, un contributo di 400 ducati (16 settembre 1861), che l’anno seguente depennò, in considerazione del fatto che l’Istituto fosse governativo .                                                                                         1, Il busto di Francesco Del Giudice nella villa comunale di Napoli. Fu tanto intelligente, apprezzato ed onesto nella sua professione che fu probabilmente l’unico pubblico dirigente borbonico a sopravvivere all’Unità d’Italia: mantenne la carica di Direttore per oltre quarant’anni, attraversando tutti gli stravolgimenti della Storia che portarono dal Regno delle Due Sicilie al Regno d’Italia. Una volta annesso il Sud Italia, infatti, avvenne una vera e propria rivoluzione nelle più alte cariche delle istituzioni napoletane, che furono tutte assegnate a Piemontesi o fedelissimi di Cavour, come Liborio Romano.
Del Giudice, si salvò dall’epurazione: amato dai Borbone e dai Savoia, il suo mandato finì solo nel 1878, con una carriera che cominciò sotto re Francesco I di Borbone e finì sotto i primi giorni di Umberto I: l’eccellenza non ha mai avuto bandiera politica.
2, La tradizione dei Pompieri a Napoli è la più antica e gloriosa d’Italia grazie alla genialità di Francesco del Giudice, che, a distanza di quasi due secoli, rimane un esempio di eccellenza.
Francesco del Giudice decise di abbracciare una scienza ancora acerba: la tutela dei cittadini dal fuoco, lo stesso fuoco che, nel passato, distrusse intere città ed eliminò libri, testimonianze e segreti delle civiltà antiche che mai saranno conosciuti.
I suoi primi lavori si possono recuperare nell’anno 1848, quando era già diventato Ingegnere e Direttore degli “Artigiani Pompieri” di Napoli, corpo fondato nel 1806, il primo d’Italia: una serie di volumi nei quali sono proposte numerose soluzioni modernissime per combattere gli incendi, partendo dai consigli sui migliori materiali di costruzione per gli edifici ed arrivando a consigliare un abbigliamento per i pompieri assai simile a quello attuale, con caschetto, mascherina e tuta ignifuga. Ma non si fermò qui: del Giudice arrivò ad immaginare anche che in un futuro, con città sempre più grandi e con incendi sempre più difficili da spegnere, sarebbe servito un pronto intervento rapido ed efficace: bisognava realizzare una camionetta per i vigili del fuoco. Si trattava di una semplicissima carrozza che trasportava una enorme caldaia a vapore, capace di creare una pressione necessaria a far funzionare una moderna pompa idrica. E ancora: in che modo bisogna gettare l’acqua sul fuoco? Pubblicò un libro che indicava gli studi sui metodi migliori per spegnere rapidamente gli incendi e per salvare le persone intossicate dai fumi: anno 1851. Le sue pubblicazioni furono tanto moderne e visionarie da essere ancora studiate ben 165 anni dopo la prima stampa.
Come tanti uomini dell’800 che resero Napoli capitale delle scienze e del diritto, del Giudice non volle tradire nemmeno il suo cognome: era infatti anche un raffinatissimo giurista, tanto da permettergli di compilare il primo regolamento nazionale dei pompieri, che vinse un concorso indetto a Bologna.

3, E pensare che ancora oggi dopo più di vent’anni di revisione storica i fardelli d’itaglia ci raccontano ancora la favola che vennero a civilizzarci perché eravamo brutti, sporchi, cattivi e ignoranti come capre. Una civiltà antica di tre millenni, bollata dai conquistatori come un popolo di selvaggi e incivili, letteralmente “peggio degli affricani”, …con due effe, come gentilmente ci descrivevano gli arroganti e vieppiù incolti ufficiali sabaudi.

 

Rivelazione de modi come fu agevolata la invasione di Garibaldi; e come fu tentata la corruzione nello esercito.

„ Appena giunsi in Napoli (dopo l’amnistia) i miei amici politici, ed io sentimmo, che precipuo dovere era di fare ogni sforzo affinché l’esercito napoletano rimanesse intatto: secondo me, è stata una sventura immensa la distruzione di quel
bellissimo esercito. Io feci la propaganda nelle caserme, a rischio di farmi fucilare, ed a quanti uffiziali vedevo, io dicevo: – il vostro onor militare è salvo, perché in Sicilia vi siete battuti contro Garibaldi; ora siete in casa vostra, e dovete imitare
l’esempio dello esercito toscano che a’ 27 aprile fece sì con la sua bella attitudine, che il Gran Duca se ne andasse volontariamente. Gli ufficiali rispondevano: noi saremmo
pronti, ma i nostri soldati sono talmente fanatizzati, che ci fucilerebbero. – È questa una delle principali cagioni, per cui è stata impossibile una sollevazione militare, anche pria dello ingresso di Garibaldi, che avrebbe trovata in Napoli una rivoluzione in piedi, ed un esercito intero… Ma vi pare, che senza il lavoro segreto di questi uffiziali, senza il nostro lavoro, avrebbe potuto mai entrare Garibaldi in Napoli, città di mezzo milione d’abitanti, con 4 castelli gremiti di truppe, ed un presidio di ottomila soldati?! – Egli entrò solo in Napoli, perché noi liberali, con buon numero di uffiziali, gliene aprimmo le porte.                                                                                          (Discorso del deputato napoletano Ricciardi nel parlamento di Torino, tornata 20 maggio 1861).
Coordinato a questa rivelazione è l’importante documento pubblicato da molti giornali, e ristampato dal giornale napoletano, il Nomade, 27 marzo 1861, col titolo „ Reclamo al parlamento italiano pe’ decreti emanati dai ministro della guerra, circa la fusione dello esercito piemontese col napoletano „ pubblicazione che il giornalista dice aver fatta a premura di distinti ufficiali napoletani.                                                       – Da questo documento si ricava:                                                                                                 – 1. che mentre Cavour accettava trattare l’intima alleanza col re di Napoli, e il Piemonte, faceva corrompere e sedurre con denaro e promesse di gradi, i generali, ed ufficiali napoletani per mezzo de’ noti suoi ambasciatori, ed agenti;                             – 2. che Nunziante, nel tempo stesso che si atteggiava come paladino del suo re, di sottomano preparava una insurrezione militare per detronizzarlo, e spalancarne la reggia al Piemonte;
– 3. che questi disegni andarono falliti per la fedeltà de’ soldati;
– 4. che sono enormi falsità la spontanea dedizione de’ popoli, e l’entusiasmo delle milizie per Garibaldi, e per Vittorio Emmanuele; e che fu solenne impostura il plebiscito, unico titolo, su cui il macchiavellismo della rivoluzione fonda le sue
pretensioni.
All’anzidetta pubblicazione altre ne succedono, con le quali taluni degli uffiziali napoletani, a propria difesa, o a sfogo di polemiche e di recriminazioni, chiariscono le fasi di questa dolorosa iliade.                                                                                                  Così il FERRARI in un opuscolo, in confutazione di ciò che intorno a lui riferisce il libro del tenente Gaeta „Nove mesi in Messina„ si sforza scagionarsi dalla taccia
addebitataglisi: il MILANO incrimina lo stesso Gaeta di calunnia; e produce in discarico una lettera scrittagli dal generale Fergola a’ 12 ottobre 1862, che lo purga da ogni imputazione, e definisce il suo arresto, una misura di prudenza in tempi eccezionali: ed il PALMIERI nello anzidetto opuscolo dove accenna a’ gravi errori militari occorsi ne’ fatti di Milazzo e di Messina, e narra della parte da lui presa nelle campagne del Volturno e del Garigliano, fino alla disastrosa ritirata negli Stati Pontificii, ed al suo arresto nel Piemonte da gennaio a giugno 1861.
Da ultimo non è da trasandarsi il severo giudizio di un giornale estero su’ luttuosi disastri dello esercito napoletano:
„ Ciò che avviene presentemente (1860) nel reame delle due Sicilie, ha pochi riscontri nella storia. Rare volte un esercito ha dato un esempio come quello napoletano; né pure Cortes, e Pizzarro trovarono nel Messico, e nel Perù avversarii così innocui, come li ha incontrati Garibaldi nel continente di Napoli, dove vediamo un esercito eccellentemente armato disciogliersi, e fuggire davanti una schiera a lai inferiore,
mancante di molte cose, che egli possiede in abbondanza.
– Ma il fatto, che per sino alcuni generali insistono presso il re per indurlo ad abbandonare la sua casa; che gli ufficiali stessi diano l’esempio del quanto poco importi loro l’onore della propria bandiera, è cosa senza esempio odia storia degli eserciti moderni; – né pure i cipai delle Indie ci hanno abituati a notizie come quelle, che ora ci affluiscono ogni giorno. Noi vediamo una depravazione infinita dalla vicinanza del trono, fin giù ne’ tuguri della plebe. Uno de’ Principi vuol farsi garantire i suoi appannaggi dal nemico capitale della sua dinastia, da Vittorio
Emmanuele, ed è pronto a passare nel campo Sardo… Garibaldi deve esser dolente, che a Napoli la cosa gli sia stata resa tanto facile. – In faccia a tale nemico la sua gloria militare non può arricchirsi di alcun alloro. Ma anche a coloro, che sognano una Italia indipendente debbono sorgere gravi dubbi d’ogni specie su l’avvenire dì essa, nel trovare in una delle sue popolazioni più rilevanti un tale infiacchimento… „ (Giornale Ost-Deutsch- Post… settembre 1860).

1234

La storia di questo paese non è affatto da scoprire. Essa è stata scientificamente nascosta o cancellata, dalle classi dominanti che hanno gestito il processo unitario.
Negli anni che vanno dal 1860 al 1863 ci fu un dibattito
continuo – anche a livello parlamentare – sulla
piemontizzazione dell’ex-Reame delle Due Sicilie. In quegli anni gli ambienti colti conoscevano di ciò che stava accadendo molto di più quanto gli stessi ambienti sappiano oggi. Poi, con l’emanazione della legge Pica, scritta da un meridionale e voluta soprattutto dalle consorterie meridionali, calò la coltre dell’oblio, sancita dall’eco lontana dei plotoni d’esecuzione.
Si mise il bavaglio alla stampa, si asservì la magistratura, si militarizzarono le regioni a sud del Tronto, si fece strame dello stesso statuto spaccando il paese in due aree giuridiche distinte. Si condannarono milioni di esseri umani ad un esodo biblico.
Inutile recriminare e dire che si poteva fare una Italia diversa, che lo stesso Minghetti si vide bocciato un progetto che esaltava le autonomie. Tanto chi ha dato ha dato e chi ha avuto ha avuto.
Ora rimane la necessità storica e l’obbligo morale di ovviare a tutto questo.
Compito che spetta alla politica, ed ai meridionali soprattutto, i quali “scoprendo” la propria storia non si sentiranno più figli di un dio minore e sapranno darsi un futuro e forse lo daranno anche a questa specie di paese chiamato Italia.

 

Un Paese nato dai Complotti

Depistaggi, infiltrati, attentati, complotti, miti e leggende: l’Italia è una repubblica fondata sui servizi segreti. Servizi italiani o stranieri non importa. Da tempo immemore – ben prima che fosse una Repubblica. Il buon Camillo Benso Conte di Cavour faceva un uso spropositato di “black op” (“black, operation”, operazioni coperte), come le si chiamano oggi, per realizzare i propri scopi politici.
Giovanni Fasanella, storico cronista dell’Unità a Torino e autore di una trentina di libri, ha ricostruito la vicenda di tale Curletti, capo dei servizi sabaudi preunitari, nel libro Italia Oscura. Dal Risorgimento alla Grande Guerra, la storia che non c’è sui libri di storia. Citando documenti e memoriali ritrovati nell’archivio storico della Difesa ha ricostruito gli spostamento del Curletti che, a quanto pare, scorrazzava per borghi e città dell’Italia risorgimentale ad alimentare moti carbonari, spargere foglietti di propaganda, organizzare brogli nei plebisciti e alimentare bande di criminali per destabilizzare gli ordini costituiti. Un perfetto agente provocatore.                                  Il ruolo del capo della polizia segreta di Cavour, tale Curletti, che ha alimentato moti carbonari, brogli elettorali, bande criminali per destabilizzare l’Italia pre-unitaria e creare voglia di Risorgimento. Lo scopo era chiaro. I mandanti occulti un po’ meno. C’erano interessi della Corona – scrive Fasanella. Non i Savoia, non solo, bensì sua Maestà d’Inghilterra. Che aveva tutto l’interesse a fare dell’Italia uno Stato unitario. Perché? Perché con l’apertura del canale di Suez (1871) serviva una “piattaforma” nel Mediterraneo per mantenere un ruolo egemone nel commercio internazionale. Serviva il meridione. Ed è così che corsi e ricorsi cominciano a dipanarsi: dove abitò Mazzini per lungo tempo? A Londra. Dove sbarcò Garibaldi in Sicilia? A Marsala, dove i britannici schieravano una flotta a largo delle coste e dove nutrivano interessi in due settori chiave dell’economia siciliana: vino e zolfo. Grazie a un paziente lavoro d’archivio e in virtù di una legislazione, quella britannica, che consente già di avere accesso ai documenti classificati confidential, secret, top secret conservati negli archivi di stato di Ken Gardens, nei pressi di Londra, è oggi possibile disporre di un quadro assai interessante (e intrigante) della strategia messa in campo dalla Gran Bretagna verso l’Italia fino alla fine degli anni ’70.  Quella tra il Regno delle Due Sicilie, prima e l’italia dopo, contro la Gran Bretagna per il controllo del Mediterraneo e delle rotte petrolifere verso il Nord Africa e il Medio Oriente, fù una guerra segreta, perché combattuta con mezzi non convenzionali tra nazioni amiche e, per una lunga fase della loro storia, persino alleate. Invisibile e impercettibile, ma non meno dura delle altre». Una guerra non combattuta, quindi, con le armi tradizionali, ma con una intensa attività di intelligence e della diplomazia britannica con l’obiettivo di orientare e manipolare l’opinione pubblica italiana e condizionare i partiti di governo (e non solo) al fine di tutelare gli interessi strategici del Regno Unito. Un condizionamento così intenso da offuscare, in alcune fasi, addirittura l’arcinota influenza nelle vicende interne italiane degli stessi Stati Uniti. Nel secondo dopoguerra, hanno sempre riservato un’attenzione particolare per l’Italia in ragione della sua posizione strategica di confine con le propaggini dell’Impero sovietico e quindi della lotta al comunismo, per la Gran Bretagna le motivazioni dell’interesse per il nostro Paese sarebbero andate al di là delle pur importanti questioni di equilibri internazionali e avrebbero sconfinato nella difesa degli interessi nazionali, con particolare riguardo alle questioni dello sfruttamento del petrolio. «In molte parti del mondo – si legge in un rapporto del ministero dell’Energia britannico dell’agosto 1962 – la minaccia dell’Eni si sviluppa nell’infondere una sfiducia latente nei confronti delle compagnie petrolifere occidentali […] a scapito degli investimenti e degli scambi delle imprese britanniche». Per gli inglesi, l’Italia, paese uscito sconfitto nel 1945, non avrebbe avuto alcun titolo ad esercitare un’autonoma politica estera nel bacino del Mediterraneo e in Medio Oriente. Una prerogativa che gli inglesi rivendicavano per loro, come contropartita sia per la nascita di uno stato unitario che per la vittoria nella seconda guerra mondiale.  Ciò portò ad una «guerra senza quartiere a quella parte della classe dirigente italiana cosiddetta “sovranista” – i De Gasperi, i Mattei e i Moro, solo per citarne alcuni esponenti – che mal sopportavano il ruolo del “protettorato” britannico che, in nome dell’interesse nazionale italiano, “disturbava” Londra proprio nelle aree più strategiche, a cominciare da quelle petrolifere in Iran, Iraq, Egitto e Libia». Dai documenti inglesi, emergerebbe, infatti, un interventismo nella politica italiana che si sarebbe spinto fino ad autorizzare black operations per intralciare sia i rapporti tra l’Italia e il mondo arabo sia l’ingresso dei comunisti nell’area di governo negli anni settanta. Francesco Cossiga, ministro dell’Interno all’epoca del caso Moro e poi Presidente della Repubblica, disse: «Io non mi meraviglierei […] se un giorno si scoprisse che anche spezzoni di paesi alleati […] avessero potuto avere interesse a mantenere alta la tensione in Italia […]       E quindi a tenere basso il profilo geopolitico del nostro Paese».

download (2)           Il potere anglosassone che volle l’Unità d’Italia, potere dominante che fu britannico dal 1848 fino alla fine della seconda guerra mondiale per poi passare all’altro potentato anglofono ossia agli USA post WWII. L’Unità d’Italia, fu uno strumento per inserire nel calderone continentale un ulteriore attore in Europa – allieneato di fatto agli UK, vedasi la storia passata e recente, con il fine di depotenziare Francia e Germania a vantaggio inglese. Il trucco funzionò anche grazie a Napoleone III che, da filo anglosassone quale era, di fatto avallò il piano fino a farlo apparire sedimentato. Una interpretazione che mette l’accento su una guerra di conquista” sistematica e spietata rivolta contro il Sud e la sua popolazione che versava in condizioni tutt’altro che segnate dal disagio e dall’arretratezza. . Fu genocidio. Centinaia di italiani del Sud uccisi, incarcerati, deportati, torturati e derubati.